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ZIB II serie
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Elegie brevi  
 Sei piccole prose
  di Barbara Wilde

Fotografia di Pino Musi

Il faggione

        Venne un'invernata così fredda che il bruscello spezzò il Faggione dell'Aquerino. Il Faggione era nato in un faggeto ed era sopravvissuto a tutti gli altri. Aveva dimorato per secoli sull'orlo di un tracciato antico, lì regnava robusto e solingo s'un poggio esteso frangiato dal vento.
        Erano passate notti di gelo nelle quali i rami scoppiavano. Il cattivo tempo durò a lungo e il gelo rigonfiò tanto dentro al tronco del Faggione che lo schiantò, come fosse stato colpito da una berta, con un botto spaventevole. L'accaduto fu così triste che tutto il cielo rimase fermo sopra l'Aquerino per giorni, non tuonò, non rischiarò. Fosco senza nubi. Una mattina ci avviammo per il sentiero a vedere quel legno chino senza vita. L'ambiente tra le querce, i castagni, i faggi e i noccioli era d'una straordinaria fissità se non che si muoveva il sole nelle fronde, sul nostro scendere e montare, chiazzando la terra e le felci. Si passò s'una drizzatura d'erba secca e scivolosa, si oltrepassò il torrente. Iniziava il sole a scendere quando ravvisammo la meta: l'alberone sull'altura, bloccato nell'ultima postura, era miseramente rovescio s'una stuoia di foglie gialle. Penosa, la massa di un gigante prosteso e nudo. Il sole obliquo ne evidenziava la pelle learda, il vento libero portava via le foglie una ad una disperdendo in natura il frutto d'una lunga stagione.
        A guardarlo bene sembrava respirasse laonde la corteccia si espandeva leggermente. Venne il piovischio, che era come un'elegia, divenne pioggia fragorosa e venne un fiume di fango, che cominciò a scalzare dalle foglie il fusto secolare che scivolando tremava. Sul culmine del poggio lasciò la parte radicale, il Faggione con la sua cupola di ramoni, rami e ramoscelli, strisciò sull'acqua verso il bosco cupo.


La luna

        Vedo la luna nel silenzio. La vedo come un velo o come un osso duro. Una polla congelata d'acqua glauca, un occhio algido. Un'isola sola. Un pozzo che nel nero paramento sprofonda nella luce perpetua. Una patera di ricotta vista dall'alto.
        Sull'altura del Calvano tra le ginestre, abbiamo sospinto la luna sull'acqua. Da una parte all'altra del lago. Si scomponeva in falci nel tragitto ma arrivava intera.


La mia casa

        Era una casa arancio dorato e aveva le finestre grandi come le porte. La particolarità di quelle finestre era che quando si aprivano, tutto rimaneva dentro ai vetri: il giardino di camelie cresciute sui muri e tutto l'orto con i cavoli, i porri, le zucche, i pomodori e la piazzola di prezzemolo, il loto dei ricordi, davvero ogni cosa. Con la casa di fronte sulla ghiaia dell'aia in mezzo agli alberi. Non un riflesso scorrente ma immota nella sua completezza. Come l'ultimo sguardo l'aveva fissata prima dell'apertura. Quella parte di mondo senza suoni si mostrava, incorniciata dall'infisso, tipo un'immagine eternata da un diaproiettore. In breve il tutto era spesso solo tre millimetri. Fuori c'erano il sole, il cielo, le dune e un piccolo circo.
        Il sole era un circolo arancio immenso, la brezza spettinava l'orlo del deserto e sollevava mulinelli di renella contro al blu. Il circo, di circa due per due per due metri dondolava come una cuna al venticello. Tela a rombi, bianca e lilla, retta da un telaio a parapioggia. Se si intrasentiva un tintinnio di metallo una femmina pingue e danzante ne usciva da un lembo sbrindellato. Portava un busto angusto e un sottanino di tulle turchino, sonagli alle caviglie e un serto di corallo appoggiato sul naso, su una vampata di capelli rossi mossi contro al sole arancio immenso, teneva delle torce accese nelle mani. Si stringeva tra le braccia, sollevava i polpacci e agitava le cavigliere. Ruotava le torce a braccia stese. Forse avrebbe voluto cantare, ma lo sforzo di danzare non le concedeva altro che trattenere il fiato tra affaticati sbuffi. Se poi il vento alzava in alto gli sbrendoli del lembo ella rientrava a riposare.
        Ciò, ogniqualvolta aprivo la finestra.


La tormenta

        Ieri la tormenta era ancora lontana, dietro ai massicci dell'Amata. Quando son giunta ho visto che tutto era chiuso nell'attesa e guardava di scancìo. Sono andata al Prato con il meteorologo: là abbiam colto i fiori che nascevano, crescevano e morivano. Abbiamo scacciato le nubi che s'erano assembrate sulle cenge, congelato l'acqua, spinto l'orizzonte in tanti giri per spianarlo, barricato i fuochi in uno solo e alto, allontanato i lupi, gli uccelli, inchinato i tronchi che languivano e preso il vento l'abbiamo sperso. Tutto era fermo. La tormenta è sovraggiunta e ha trovato solo i campi a contrastarla. Ha lisciato l'erba e ha lasciato sconnesso il terreno. Ora è su a molestare le stelle ma loro sanno bene come fenderla.


L'ombrello

        Attraverso la porta della loggia guardo il limpido monte.
        Un macchiato che s'impianta nella sua ombra tra il verdore dell'Albano, inizia a galleggiare come un'isola vista di lontano e si solleva con l'ombra dietro. Come una scheggia vola e si spatacca ai monti innevati, già tesi da parte a parte come una scena pinta, una banda candida di neve che molleggia dalla spinta dell'impatto. Nel suo centro di maggior tensione la macchia verde si addensa e si dilata se va e se viene. Mentre le nuvole tornano di dove sono venute, il sole si scioglie al chiaro est s'un ribollimento che avanza tra i picchi secchi di cui nessuno fa meta. Si stanzia nei seni montani e fredda. Le emergenze si inchinano sulla ringhiera e l'orizzonte blu scolora ma le costole levi e levigate della bella cupola del Vitoni, persi gli amaranti spicchi, restano in aria gracili e scarne come i rebbi d'un ombrello senza tela. Subito la ciminiera rossa silurante salta e vola, ribalta, s'alligna col suo collo nero sulla cima d'un abete.
        Oh, vedo che tutto si scioglie. Dietro al parapetto le case colano in goccioloni. Intorno al pentacolo del cupolone, imbratti, nastri di colori s'annodano molli, tutto un colar di fili s'avvia verso la cinta murta, l'avvilupperà, entrerà in città dalle porte antiche.
        La pioggia picchietta sull'altopiano celeste: non cadrà né sulle acque delle fontane, né sul grimaldello della cupola ad ombrello, né a diluire in terra quanto prima s'è sciolto in un'acquetta torba: la vedremo lassù a spargersi, magari a fluttuare in lingue azzurre fino a scolare liscia dagli argini del cielo, di là dai rilievi, che parano ovunque gli sguardi più lunghi. E il vento: lo scirocco che porta la pioggia gialla e il tepore alle alture, fruscia e asciuga le canne mezze dell'Ombrone, aspergendosi alza le foglie e pure gli embrici, i sassi agli spalti, ogni cosa vana, i pali, i pluviali, i lampioni, le gronde e le strisce pei pedoni s'avvinghiano come stelle filanti tra le coste dell'ombrello. Che lì sta appeso a benedire il gaetto carosello e appena frulla. Le luci sulle colline sono barche sulle onde tonde e le stelle vaghi fiori di campo. Così il fresco mattino è prossimo al buio e una bruma si stende a velo sull'erbe della piana, poi s'aggruma in neve e si versa in cielo. Gli stormi s'incanalano.
        Dopo che il buio più buio ha spento tutte le fiammelle si chiude il sipario rosso: dietro, l'aria mattutina è già serotina, davanti l'ombrello penzola in costole ossute.


Un ceppo

        Il grande prato della nonna scendeva tra una vecchia strada e dei boschi di conifere. La domenica pomeriggio vi correvo fino alla spossatezza. Il grande prato aveva nel mezzo un ceppo solo e cavo. Se d'autunno pioveva abbondantemente s'empiva tutto d'acqua ed entro mi ospitava. Rannicchiandomi sentivo l'acqua strabordare, sotto tastavo il legno molle e pregno, nero senza più varianze o venature. La liscezza era quella d'una culla. Giro giro al corpo lasso, lo sciacquio dell'acqua m'assopiva e sognavo: sul sogno si posava un alto senza lumi, un velluto drappeggiato del colore del cielo.
        Vedevo i piedi uniti dall'altissimo su un suolo terraqueo. Nello sfondo di poi ambulavo su un filare di cemento, tra due vasche d'acqua bassa un poco mossa. Il suono d'una tromba passava accanto ogni tre passi da tergo. Un suono rosso per la sua veste rossa, un rosso alone che avvolgeva un pontone. Sgranavo gli occhi! Poi andando il passo era più labile, passo passo si accasciava, scendevo nella vasca di sinistra e nell'acqua proseguivo, cubando, sognavo.
        Prendevo il largo; come un flusso diveniva il divenire. Guatavo i ponti in fondo al guado e i loro larghi contrafforti appoggiati sull'equoreo, gli archi lunghi e le ringhiere di bastoni. Notavo cose così ben definite, piani murari verdi e azzurri, spigoloni di calce, superfici intersecate, angoli cromati, un rigido velario bianco senza luce, dietro ai ponti, dietro al mare e nuotando, sognavo.
        Ecco una rupe sull'acqua e sopra ecco un locale illuminato, a losanghe colorato. Dentro e fuori dalla porta del locale, contro luce, c'è poca gente ch'è vestita a festa. Io tra loro ho addosso un drappo rosa, lunghi capelli asciutti e due babbucce inamidate, sottili e diamantate, perle nelle mani, un par d'occhiali che reggo con la mano: occhiali a stanghetta. Trovo un amico, senza più barba e baffi e un cappello azzurro a forma di barchetta, insieme andiamo per le strade a cercare da mangiare, a ricordare storie. Nel prato dei nonni, tra una strada e i boschi c'erano due ceppi cavi, che in primavera quando pioveva s'empivano d'acqua fino all'orlo e riflettevano il cielo, le nuvole e le rondini. Lui posava il suo cappello azzurro sull'acqua d'un ceppo, sull'altra io appoggiavo le mie mani con le perle. La barca in tondo continuava a andare, le perle affondavano in fondo al mare.

 

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