
Il
faggione
Venne
un'invernata così fredda che il bruscello
spezzò il Faggione dell'Aquerino. Il
Faggione era nato in un faggeto ed era sopravvissuto
a tutti gli altri. Aveva dimorato per secoli
sull'orlo di un tracciato antico, lì
regnava robusto e solingo s'un poggio esteso
frangiato dal vento.
Erano
passate notti di gelo nelle quali i rami scoppiavano.
Il cattivo tempo durò a lungo e il gelo
rigonfiò tanto dentro al tronco del Faggione
che lo schiantò, come fosse stato colpito
da una berta, con un botto spaventevole. L'accaduto
fu così triste che tutto il cielo rimase
fermo sopra l'Aquerino per giorni, non tuonò,
non rischiarò. Fosco senza nubi. Una
mattina ci avviammo per il sentiero a vedere
quel legno chino senza vita. L'ambiente tra
le querce, i castagni, i faggi e i noccioli
era d'una straordinaria fissità se non
che si muoveva il sole nelle fronde, sul nostro
scendere e montare, chiazzando la terra e le
felci. Si passò s'una drizzatura d'erba
secca e scivolosa, si oltrepassò il torrente.
Iniziava il sole a scendere quando ravvisammo
la meta: l'alberone sull'altura, bloccato nell'ultima
postura, era miseramente rovescio s'una stuoia
di foglie gialle. Penosa, la massa di un gigante
prosteso e nudo. Il sole obliquo ne evidenziava
la pelle learda, il vento libero portava via
le foglie una ad una disperdendo in natura il
frutto d'una lunga stagione.
A
guardarlo bene sembrava respirasse laonde la
corteccia si espandeva leggermente. Venne il
piovischio, che era come un'elegia, divenne
pioggia fragorosa e venne un fiume di fango,
che cominciò a scalzare dalle foglie
il fusto secolare che scivolando tremava. Sul
culmine del poggio lasciò la parte radicale,
il Faggione con la sua cupola di ramoni, rami
e ramoscelli, strisciò sull'acqua verso
il bosco cupo.
La luna
Vedo
la luna nel silenzio. La vedo come un velo o
come un osso duro. Una polla congelata d'acqua
glauca, un occhio algido. Un'isola sola. Un
pozzo che nel nero paramento sprofonda nella
luce perpetua. Una patera di ricotta vista dall'alto.
Sull'altura
del Calvano tra le ginestre, abbiamo sospinto
la luna sull'acqua. Da una parte all'altra del
lago. Si scomponeva in falci nel tragitto ma
arrivava intera.
La mia casa
Era
una casa arancio dorato e aveva le finestre
grandi come le porte. La particolarità
di quelle finestre era che quando si aprivano,
tutto rimaneva dentro ai vetri: il giardino
di camelie cresciute sui muri e tutto l'orto
con i cavoli, i porri, le zucche, i pomodori
e la piazzola di prezzemolo, il loto dei ricordi,
davvero ogni cosa. Con la casa di fronte sulla
ghiaia dell'aia in mezzo agli alberi. Non un
riflesso scorrente ma immota nella sua completezza.
Come l'ultimo sguardo l'aveva fissata prima
dell'apertura. Quella parte di mondo senza suoni
si mostrava, incorniciata dall'infisso, tipo
un'immagine eternata da un diaproiettore. In
breve il tutto era spesso solo tre millimetri.
Fuori c'erano il sole, il cielo, le dune e un
piccolo circo.
Il
sole era un circolo arancio immenso, la brezza
spettinava l'orlo del deserto e sollevava mulinelli
di renella contro al blu. Il circo, di circa
due per due per due metri dondolava come una
cuna al venticello. Tela a rombi, bianca e lilla,
retta da un telaio a parapioggia. Se si intrasentiva
un tintinnio di metallo una femmina pingue e
danzante ne usciva da un lembo sbrindellato.
Portava un busto angusto e un sottanino di tulle
turchino, sonagli alle caviglie e un serto di
corallo appoggiato sul naso, su una vampata
di capelli rossi mossi contro al sole arancio
immenso, teneva delle torce accese nelle mani.
Si stringeva tra le braccia, sollevava i polpacci
e agitava le cavigliere. Ruotava le torce a
braccia stese. Forse avrebbe voluto cantare,
ma lo sforzo di danzare non le concedeva altro
che trattenere il fiato tra affaticati sbuffi.
Se poi il vento alzava in alto gli sbrendoli
del lembo ella rientrava a riposare.
Ciò,
ogniqualvolta aprivo la finestra.
La tormenta
Ieri
la tormenta era ancora lontana, dietro ai massicci
dell'Amata. Quando son giunta ho visto che tutto
era chiuso nell'attesa e guardava di scancìo.
Sono andata al Prato con il meteorologo: là
abbiam colto i fiori che nascevano, crescevano
e morivano. Abbiamo scacciato le nubi che s'erano
assembrate sulle cenge, congelato l'acqua, spinto
l'orizzonte in tanti giri per spianarlo, barricato
i fuochi in uno solo e alto, allontanato i lupi,
gli uccelli, inchinato i tronchi che languivano
e preso il vento l'abbiamo sperso. Tutto era
fermo. La tormenta è sovraggiunta e ha
trovato solo i campi a contrastarla. Ha lisciato
l'erba e ha lasciato sconnesso il terreno. Ora
è su a molestare le stelle ma loro sanno
bene come fenderla.
L'ombrello
Attraverso
la porta della loggia guardo il limpido monte.
Un
macchiato che s'impianta nella sua ombra tra
il verdore dell'Albano, inizia a galleggiare
come un'isola vista di lontano e si solleva
con l'ombra dietro. Come una scheggia vola e
si spatacca ai monti innevati, già tesi
da parte a parte come una scena pinta, una banda
candida di neve che molleggia dalla spinta dell'impatto.
Nel suo centro di maggior tensione la macchia
verde si addensa e si dilata se va e se viene.
Mentre le nuvole tornano di dove sono venute,
il sole si scioglie al chiaro est s'un ribollimento
che avanza tra i picchi secchi di cui nessuno
fa meta. Si stanzia nei seni montani e fredda.
Le emergenze si inchinano sulla ringhiera e
l'orizzonte blu scolora ma le costole levi e
levigate della bella cupola del Vitoni, persi
gli amaranti spicchi, restano in aria gracili
e scarne come i rebbi d'un ombrello senza tela.
Subito la ciminiera rossa silurante salta e
vola, ribalta, s'alligna col suo collo nero
sulla cima d'un abete.
Oh,
vedo che tutto si scioglie. Dietro al parapetto
le case colano in goccioloni. Intorno al pentacolo
del cupolone, imbratti, nastri di colori s'annodano
molli, tutto un colar di fili s'avvia verso
la cinta murta, l'avvilupperà, entrerà
in città dalle porte antiche.
La
pioggia picchietta sull'altopiano celeste: non
cadrà né sulle acque delle fontane,
né sul grimaldello della cupola ad ombrello,
né a diluire in terra quanto prima s'è
sciolto in un'acquetta torba: la vedremo lassù
a spargersi, magari a fluttuare in lingue azzurre
fino a scolare liscia dagli argini del cielo,
di là dai rilievi, che parano ovunque
gli sguardi più lunghi. E il vento: lo
scirocco che porta la pioggia gialla e il tepore
alle alture, fruscia e asciuga le canne mezze
dell'Ombrone, aspergendosi alza le foglie e
pure gli embrici, i sassi agli spalti, ogni
cosa vana, i pali, i pluviali, i lampioni, le
gronde e le strisce pei pedoni s'avvinghiano
come stelle filanti tra le coste dell'ombrello.
Che lì sta appeso a benedire il gaetto
carosello e appena frulla. Le luci sulle colline
sono barche sulle onde tonde e le stelle vaghi
fiori di campo. Così il fresco mattino
è prossimo al buio e una bruma si stende
a velo sull'erbe della piana, poi s'aggruma
in neve e si versa in cielo. Gli stormi s'incanalano.
Dopo
che il buio più buio ha spento tutte
le fiammelle si chiude il sipario rosso: dietro,
l'aria mattutina è già serotina,
davanti l'ombrello penzola in costole ossute.
Un ceppo
Il
grande prato della nonna scendeva tra una vecchia
strada e dei boschi di conifere. La domenica
pomeriggio vi correvo fino alla spossatezza.
Il grande prato aveva nel mezzo un ceppo solo
e cavo. Se d'autunno pioveva abbondantemente
s'empiva tutto d'acqua ed entro mi ospitava.
Rannicchiandomi sentivo l'acqua strabordare,
sotto tastavo il legno molle e pregno, nero
senza più varianze o venature. La liscezza
era quella d'una culla. Giro giro al corpo lasso,
lo sciacquio dell'acqua m'assopiva e sognavo:
sul sogno si posava un alto senza lumi, un velluto
drappeggiato del colore del cielo.
Vedevo
i piedi uniti dall'altissimo su un suolo terraqueo.
Nello sfondo di poi ambulavo su un filare di
cemento, tra due vasche d'acqua bassa un poco
mossa. Il suono d'una tromba passava accanto
ogni tre passi da tergo. Un suono rosso per
la sua veste rossa, un rosso alone che avvolgeva
un pontone. Sgranavo gli occhi! Poi andando
il passo era più labile, passo passo
si accasciava, scendevo nella vasca di sinistra
e nell'acqua proseguivo, cubando, sognavo.
Prendevo
il largo; come un flusso diveniva il divenire.
Guatavo i ponti in fondo al guado e i loro larghi
contrafforti appoggiati sull'equoreo, gli archi
lunghi e le ringhiere di bastoni. Notavo cose
così ben definite, piani murari verdi
e azzurri, spigoloni di calce, superfici intersecate,
angoli cromati, un rigido velario bianco senza
luce, dietro ai ponti, dietro al mare e nuotando,
sognavo.
Ecco
una rupe sull'acqua e sopra ecco un locale illuminato,
a losanghe colorato. Dentro e fuori dalla porta
del locale, contro luce, c'è poca gente
ch'è vestita a festa. Io tra loro ho
addosso un drappo rosa, lunghi capelli asciutti
e due babbucce inamidate, sottili e diamantate,
perle nelle mani, un par d'occhiali che reggo
con la mano: occhiali a stanghetta. Trovo un
amico, senza più barba e baffi e un cappello
azzurro a forma di barchetta, insieme andiamo
per le strade a cercare da mangiare, a ricordare
storie. Nel prato dei nonni, tra una strada
e i boschi c'erano due ceppi cavi, che in primavera
quando pioveva s'empivano d'acqua fino all'orlo
e riflettevano il cielo, le nuvole e le rondini.
Lui posava il suo cappello azzurro sull'acqua
d'un ceppo, sull'altra io appoggiavo le mie
mani con le perle. La barca in tondo continuava
a andare, le perle affondavano in fondo al mare.