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Tale
è l'orrore di questa guerra, di ogni guerra,
che la lingua, con il suo lessico e la sua stessa
immaginazione, appare impotente a dire, descrivere,
narrare. Soltanto l'urlo di indignazione o il
pianto o il silenzio possono sembrare adeguati.
Soltanto una dolorosa afasia può essere
un commento appropriato alla tragedia. La rappresentazione
della guerra, affidata alla tecnica delle comunicazioni,
al potere delle immagini, alla eloquenza delle
analisi, al gioco delle previsioni strategiche,
finisce con addomesticare l'orrore. Abitua al
tragico. Fa del tragico una variante della cronaca
quotidiana, fa della morte dei bambini un evento
calcolato, delle atrocità commesse da un'invasione
militare una sequenza filmica, con il suo ritmo
e la sua suspence. E trasforma la fierezza e la
resistenza di un popolo in un passaggio imprevisto
che sarà presto cancellato dalla conquista
della capitale e dal promesso ordine democratico.
Un altro modo per anestetizzare il tragico è
quello di discutere - nel cuore stesso della tragedia,
mentre la distruzione di uomini e animali e cose
è in atto - sul dopoguerra, sui modi di
governare, risanare, ricostruire. Il futuro, fin
da ora disegnato, dovrebbe rendere ragionevole
quel che ora appare assurdo, dare un significato
alle tante vittime, trasformare una guerra di
invasione, avversata da molti paesi e priva anche
di una legittimazione internazionale, in una guerra
di liberazione. Si proietta fin da ora l'immagine
del dopo per togliere al presente il suo urlo
di disperazione.
A
questa rappresentazione si aggiunge l'oscenità
e la menzogna. L'oscenità: la potenza militare
esibita, la vantata forza distruttiva, la tecnica
asservita alla morte. La menzogna: le ragioni
che motiverebbero la guerra, l'idea di una guerra
che libera, le tante informazioni diffuse ad arte.
Dinanzi
a questo orrore non resta che il silenzio, o soltanto
il semplice gesto di esporre la bandiera della
pace alla finestra o partecipare alle manifestazioni.
Eppure
di questa guerra bisogna parlare: perché
appaia sempre più profondo il divario tra
i moltissimi che gridano contro la guerra e i
pochi che la giustificano, tra la ricchezza culturale
di un movimento che manifesta in tutto il mondo
e l'accanimento distruttivo di una esigua alleanza
che ha fatto scempio del diritto internazionale,
e ha opposto al terrorismo e al dispotismo una
guerra. Ma anche la guerra, come il terrorismo,
uccide per le strade, nei mercati, nelle abitazioni.
Chi può ancora credere al mito tecnologico
delle bombe intelligenti e della guerra chirurgica?
Di
questa guerra bisogna parlare. Perché dietro
le immagini divulgate si riesca a fissare gli
occhi su quello che davvero in una guerra è
occultato: il corpo vivente del singolo, con i
suoi desideri, i suoi sensi, la sua storia familiare
e amicale, i suoi sogni. È proprio questa
singolarità, in tutto simile alla singolarità
di ciascuno di noi, e per questo a tutti comune
e da tutti condivisa, che nella guerra è
straziata, uccisa, ferita. Perché è
negata nella sua corporeità vivente: l'altro
è soltanto un soldato, o un civile, il
combattente d'una causa giusta o un nemico fanatico,
un eroe o un bersaglio: amara riduzione dell'essere
vivente. Nella guerra il corpo individuo è
esposto alla morte. È corpo ferito, umiliato,
ucciso. È corpo di madri e di figli, di
padri e di amici. È corpo di un bambino
che prima di correre nel rifugio scambia i traccianti
nel cielo con fuochi di artificio ed è
corpo del militare imprigionato nella divisa superequipaggiata
o chiuso nell'abitacolo del carro armato. Alcune
immagini di questi corpi appaiono, sono offerte
allo sguardo, e anche alla pietà, ma la
loro visibilità è un accidente,
oppure un espediente della strategia informativa,
una rappresentazione casuale o intermedia: presto
la vittoria da una parte e la sconfitta dall'altra
farà di questi corpi il sacrificio necessario
perché possa nascere un nuovo ordine. Uomini
e animali, paesaggi e siti archeologici, musei
e giardini: è il volto di un intero paese
che una guerra cancella o sconvolge o deturpa.
Ma dietro le rovine gli occhi strategici sanno
vedere soltanto la prossima ricostruzione economica,
con il suo volume di affari, dietro il cumulo
dei morti il nuovo assetto geopolitico, dietro
i corpi straziati il trionfo del bene sul male.
Quale
Shahrazàd potrà, di notte in notte,
tenere a bada questa follia?
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