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ZIB II serie
 Fughe
 Anestesia del tragico
  di Antonio Prete

Fotografia di Pino Musi

         Tale è l'orrore di questa guerra, di ogni guerra, che la lingua, con il suo lessico e la sua stessa immaginazione, appare impotente a dire, descrivere, narrare. Soltanto l'urlo di indignazione o il pianto o il silenzio possono sembrare adeguati. Soltanto una dolorosa afasia può essere un commento appropriato alla tragedia. La rappresentazione della guerra, affidata alla tecnica delle comunicazioni, al potere delle immagini, alla eloquenza delle analisi, al gioco delle previsioni strategiche, finisce con addomesticare l'orrore. Abitua al tragico. Fa del tragico una variante della cronaca quotidiana, fa della morte dei bambini un evento calcolato, delle atrocità commesse da un'invasione militare una sequenza filmica, con il suo ritmo e la sua suspence. E trasforma la fierezza e la resistenza di un popolo in un passaggio imprevisto che sarà presto cancellato dalla conquista della capitale e dal promesso ordine democratico. Un altro modo per anestetizzare il tragico è quello di discutere - nel cuore stesso della tragedia, mentre la distruzione di uomini e animali e cose è in atto - sul dopoguerra, sui modi di governare, risanare, ricostruire. Il futuro, fin da ora disegnato, dovrebbe rendere ragionevole quel che ora appare assurdo, dare un significato alle tante vittime, trasformare una guerra di invasione, avversata da molti paesi e priva anche di una legittimazione internazionale, in una guerra di liberazione. Si proietta fin da ora l'immagine del dopo per togliere al presente il suo urlo di disperazione.
         A questa rappresentazione si aggiunge l'oscenità e la menzogna. L'oscenità: la potenza militare esibita, la vantata forza distruttiva, la tecnica asservita alla morte. La menzogna: le ragioni che motiverebbero la guerra, l'idea di una guerra che libera, le tante informazioni diffuse ad arte.
         Dinanzi a questo orrore non resta che il silenzio, o soltanto il semplice gesto di esporre la bandiera della pace alla finestra o partecipare alle manifestazioni.
         Eppure di questa guerra bisogna parlare: perché appaia sempre più profondo il divario tra i moltissimi che gridano contro la guerra e i pochi che la giustificano, tra la ricchezza culturale di un movimento che manifesta in tutto il mondo e l'accanimento distruttivo di una esigua alleanza che ha fatto scempio del diritto internazionale, e ha opposto al terrorismo e al dispotismo una guerra. Ma anche la guerra, come il terrorismo, uccide per le strade, nei mercati, nelle abitazioni. Chi può ancora credere al mito tecnologico delle bombe intelligenti e della guerra chirurgica?
         Di questa guerra bisogna parlare. Perché dietro le immagini divulgate si riesca a fissare gli occhi su quello che davvero in una guerra è occultato: il corpo vivente del singolo, con i suoi desideri, i suoi sensi, la sua storia familiare e amicale, i suoi sogni. È proprio questa singolarità, in tutto simile alla singolarità di ciascuno di noi, e per questo a tutti comune e da tutti condivisa, che nella guerra è straziata, uccisa, ferita. Perché è negata nella sua corporeità vivente: l'altro è soltanto un soldato, o un civile, il combattente d'una causa giusta o un nemico fanatico, un eroe o un bersaglio: amara riduzione dell'essere vivente. Nella guerra il corpo individuo è esposto alla morte. È corpo ferito, umiliato, ucciso. È corpo di madri e di figli, di padri e di amici. È corpo di un bambino che prima di correre nel rifugio scambia i traccianti nel cielo con fuochi di artificio ed è corpo del militare imprigionato nella divisa superequipaggiata o chiuso nell'abitacolo del carro armato. Alcune immagini di questi corpi appaiono, sono offerte allo sguardo, e anche alla pietà, ma la loro visibilità è un accidente, oppure un espediente della strategia informativa, una rappresentazione casuale o intermedia: presto la vittoria da una parte e la sconfitta dall'altra farà di questi corpi il sacrificio necessario perché possa nascere un nuovo ordine. Uomini e animali, paesaggi e siti archeologici, musei e giardini: è il volto di un intero paese che una guerra cancella o sconvolge o deturpa. Ma dietro le rovine gli occhi strategici sanno vedere soltanto la prossima ricostruzione economica, con il suo volume di affari, dietro il cumulo dei morti il nuovo assetto geopolitico, dietro i corpi straziati il trionfo del bene sul male.
         Quale Shahrazàd potrà, di notte in notte, tenere a bada questa follia?


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