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ZIB II serie
 Fughe
 Avventure di ragazzini scritte da loro stessi
  di Alessandro Giordano e Catello Perrelli

Fotografia di Pino Musi

         Nella tribù degli Hamakhua

         Un giorno un bambino di nome Gianni non andò a scuola ma andò a casa di un suo compagno, e decisero di scappare perché i genitori li trattavano male. Il giorno dopo presero il draghettto per andare chissà dove.
         Arrivarono su un'isola e chiesero dove erano sbarcati, ma tutti non li ascoltavano perché in quella isola i bambini erano esseri inferiori. Si avventurarono nella foresta e videro molti animali selvatici ma ad un tratto si ritrovarono a testa in giù perché erano stati catturati da una trappola per animali e rimasero per un giorno in quella trappola.
         Allo spuntar del sole videro dei pellerossa che dicevano: "Uga uga uga!" Ma Gianni e il suo amico non capivano niente. Li portarono dal capo della tribù che parlava nella lingua italiana. I ragazzi chiesero dove erano, il capo gli disse che erano nella tribù degli Hamakhua.
         Ad un tratto uscì fuori un bambino pellerossa che fece subito amicizia con quei bambini. I bambini diventarono subito amici e si misero dell'olio nero sul corpo per essere uguali a loro.
         Il giorno dopo andarono a caccia e presero un elefante e un coccodrillo, appena arrivati accesero il fuoco e arrostirono il coccodrillo.
         Il terzo giorno andarono a pesca sul fiume Alexander che era pieno di pesci, anguille e salmoni. Alla fine portarono alla tribù 10 kg di anguille, 80 kg di pesci e 70 kg di salmoni.
         Videro un elicottero ma si impaurirono tutti e andarono tutti nelle capanne. Erano i genitori ma i figli non ci volevano andare e restarono nella tribù degli Hamakhua.

Catello Perrelli,12 anni

***

         Una cosa è bella quando dura poco

         Tanto tempo fa, su un'isola deserta, circondata naturalmente dal mare, mi capitò un'avventura molto strana. Ora ve la racconto. Incominciò tutto nella calda serata del 17 giugno 1995, era circa mezzanotte, tutto silenzioso intorno a me e ad un tratto sentii bussare alla finestra, io mi impaurii perché pensavo chi poteva essere a quell'ora e come abbia fatto a salire al quinto piano e come mai il cane non abbaiava. Io scesi dal letto, aprii di butto la finestra e una bella ragazza era lì, mi afferrò per il braccio e mi fece volare, quasi come la scena nel cartone animato "Peter Pan". Io a quel punto non so perché mi addormentai. Quando mi svegliai intorno a me c'era un vero parco pieno di fiori, alberi, animali, una casa bellissima, ma la cosa più bella era che grazie a quella ragazzina io potevo parlare con gli animali, loro parlavano con me e io parlavo con loro, una cosa strana, vero? Lì il tempo sembrava non passasse mai. Il giorno era un anno, un anno era un secolo, un'ora era dieci giorni. Io però non ne sapevo una virgola, ma grazie alla ragazza, ancora non ve l'ho presentata, si chiama Marta, ho saputo tutto questo. Anzi vi dico dippiù, in oltre al sapere era anche una bella ragazza con un carattere d'oro. Un giorno imparai a cacciare. Un paio di giorni dopo imparai a costruire case negli alberi e a fare porte automatiche soltanto a sentire il suono della mia voce. In altri giorni conobbi gli indiani e lei mi fece capire che gli indiani non sono quei popoli di pidocchiosi, ma sono dei geni a costruire strumenti da suono, e sono anche avanzati nella tecnologia.
         Marta non me lo disse che eravamo su un'isola spersa dalle cartine geografiche, ma lo scoprii da solo. Ogni giorno che passava Marta mi piaceva sempre di più, era un fiore di ragazza. Dei giorni gli indiani organizzavano dei giochi, e io e Marta partecipavamo e proprio lì chiesi a Marta di sposarmi. Lei la sera dopo mi rispose di sì.
         Dopo alcuni giorni ci sposammo. C'era mia madre mio padre e tutta la mia famiglia. Li abbiamo trasportati grazie ad un aggeggio degli indiani. Purtroppo la mamma di Marta non è potuta partecipare alla cerimonia perché sta all'ospedale su una parte della terraferma, io gli ho detto: "non venite non fateci il regalo, ma voglio solo che state bene e campate altri cento anni". Noi ci siamo sposati abbiamo avuto una figlia bella come la mamma. Giorno dopo giorno la mia vita si faceva molto bella e emozionante, lì non avevano macchine ma avevano dei tronchi a forma di camaleonti con le ruote, un motore a tecnologia avanzata che gli indiani avevano inventato ma che però grazie ad un altro marchingegno non sfrutta benzina, ma solo energia solare, erano veloci ma solo quando non c'è il sole fanno qualche capriccio. La mia vita si semplificava, lì non si lavorava, le cose bastava chiederle e tutto si faceva. La mia vita salì alle stelle.
         Ma proprio sul più bello, miei cari lettori, scoprii che era solo un sogno e si ruppe perché dovevo andare a scuola. Allora ricordatevi: "una cosa è bella quando dura poco".

Alessandro Giordano, 11 anni

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