
C'era
una volta, non tanto tempo fa, una bambolina
di nome... Bambolina, con la B maiuscola, perché
era molto speciale. Viveva tra molte altre bambole
di tutte le dimensioni, grandi, piccole e mezzane,
posate sui divani, sulle mensole, sugli armadi,
dovunque ci fosse posto nella cameretta di Sara.
Chi era Sara? Era la padroncina di tutte quelle
bambole, una bambina esile esile, dalla vocina
flebile flebile, dalle guance bianche bianche,
che aveva come suo unico trastullo quelle bambole,
tutte, sì, ma sopra tutte Bambolina,
perché, come ho detto, Bambolina era
speciale. Volete sapere che cosa aveva di speciale
Bambolina? Ve lo dico subito. Non appena Sara
si addormentava, essa subito, come per incanto,
apriva gli occhi, cioè non apriva gli
occhi, perché già ce li aveva
aperti tutto il giorno, ma muoveva le palpebre,
e le sue lunghe ciglia facevano su e giù
come grandi ventagli; e la testa si animava,
e poi le mani e le braccia e tutto il corpo
sembravano prendere vita, così, improvvisamente,
e Bambolina si ritrovava tra le sue simili,
quelle bambole di plastica, piena di voglia
di camminare, di saltare, di cantare e così
via, come se fosse una bambina in carne ed ossa.
Ma, ahimè, la storia non è così
bella come sembra; perché Bambolina era
sì contenta di star sveglia tutta la
notte, ma avrebbe voluto qualcuno che le facesse
compagnia, un'altra bambola per esempio, una
qualsiasi di quelle che c'erano nella stanza,
lei non aveva preferenze. Andava su e giù,
avanti e indietro, pizzicando ora una ora l'altra
bambola, per vedere se le riusciva di animarne
qualcuna; e le scuoteva prendendole per le braccia,
per distoglierle da quel sonno così innaturale,
ma invano, e allora finiva con l'urlarle contro:
non c'era verso: tutte sembravano come preda
di un incantesimo, e rimanevano al loro posto,
con gli occhi vitrei sbarrati, senza vita, e
tutt'al più qualcuna, dotata di un microchip
che la rendeva sensibile all'avvicinarsi di
lei, emetteva qualche parola secondo il suo
programma, ripetendo sempre le stesse cose fino
a quando Bambolina non si fosse allontanata,
e poi taceva per l'eternità. E allora
quel silenzio sembrava a Bambolina davvero insopportabile,
e avrebbe voluto che la luce fioca della lampada
lasciata accesa, perché Sara aveva paura
del buio, si spegnesse, per non vedere più
quei corpi inanimati delle sue simili, che non
si curavano di lei e la lasciavano nella più
profonda e tetra solitudine. Fino a quando avrebbe
potuto vivere in quel modo?
Fu
così che un bel giorno, anzi una bella
notte, Bambolina decise che le cose dovevano
cambiare. Dopo mezzanotte, quando ogni rumore
in casa taceva, perché tutti erano già
a letto, Bambolina, già sveglia da qualche
ora, spinse la porta che di solito era lasciata
socchiusa, e sgattaiolò fuori nel corridoio.
Buio pesto! Ma pian piano le riuscì di
abituarsi a quelle tenebre e di muovere qualche
passo. Cosa credete? solo in apparenza una casa
dorme di notte, o meglio, in una casa c'è
sempre chi dorme e chi sta sveglio. Già
nell'angolo del corridoio Bambolina aveva sentito
muoversi un ragno sulla tela, silenzioso e scaltro,
intento a cibarsi di una mosca appena catturata.
Più in là, ecco uno scarafaggio
con una mollica in bocca che rientrava di tutta
fretta in un forellino nel muro all'altezza
del battiscopa. Bambolina guardava questi animaletti
con una smorfia di disgusto, perché proprio
non le piacevano né i ragni né
gli scarafaggi, ma già quella era una
distrazione. E in cuor suo si disse che aveva
fatto bene a varcare la soglia della stanza
in cui fino ad allora era vissuta, e anche se
non tutto appariva così bello - com'erano
disgustosi quel ragno e quello scarafaggio!
-, era sempre meglio che starsene chiusa in
camera, in compagnia di bambole mute e insensibili.
Cammina cammina, quando il corridoio fu percorso
in tutta la sua lunghezza, e vi assicuro che
era un corridoio molto lungo, bambolina giunse
davanti a una porta socchiusa; la spinse e si
ritrovò in una stanza, non più
grande della sua, che aveva nel mezzo una tavola
apparecchiata, piena di posate e piatti sporchi,
con gli avanzi della cena. I genitori di Sara
avevano dato da mangiare alla loro figliola,
cioè ci avevano provato, senza riuscirvi,
e poi l'avevano messa a letto, stanchi delle
continue lotte che ogni giorno, mattina e sera,
dovevano fare con Sara per farle assaggiare
un po' di cibo. Poi avevano mangiucchiato anche
loro qualcosa ed erano andati a letto senza
curarsi di sparecchiare. Dicono che quando la
sera non si sparecchia giungono gli angeli o
i diavoli a mangiare i resti, a seconda che
i bambini che hanno mangiato a quella tavola
siano buoni o cattivi; ma a quella tavola non
aveva mangiato alcun bambino, perché
Sara non aveva mai voglia di mangiare. E poi
forse la storia degli angeli e dei diavoli non
è vera. Infatti, volete sapere chi stava
banchettando al loro posto su quella tavola
ancora imbandita? Ve lo dico subito. Era un
topolino grigio, piccino piccino, che si era
arrampicato fin lassù ed era intento
a rosicchiare i resti della cena, preferendo
- indovinate che cosa? - un gustosissimo pezzetto
di formaggio.
Bambolina
fece un bel sorriso quando nella penombra vide
il topolino. L'aveva già conosciuto in
un'altra occasione, quando egli, appena arrivato,
aveva fatto il giro della casa per capire dove
avrebbe potuto trovare quello che cercava, cioè
il cibo, e allora aveva perlustrato anche la
camera di Sara. Ma si era sistemato dall'altro
capo della casa, dentro un mattone forato della
cantina, da cui nottetempo sgusciava fuori per
fare le sue provviste nella vicina stanza da
pranzo. Senza interrompere la cena, il topolino
così si rivolse a Bambolina, dando inizio
a questo breve dialogo:
-
Ciao Bambolina, come stai?
-
Potrei stare meglio se avessi qualcuno con cui
parlare.
-
Ci sono qui io. Parla e io ti ascolterò.
-
Grazie, sei molto gentile.
-
Ma figurati. Non c'è niente di meglio
che cenare in compagnia. Ma tu, non mangi?
-
Non ne ho l'abitudine.
-
Male! Bisogna mangiare, altrimenti si ha fame
e non si riesce a dormire col pancino vuoto.
-
Ci proverò.
Così
disse Bambolina, ma sapeva di mentire, perché
lei non sapeva neppure cos'era il cibo e ne
aveva disgusto solo a sentirne parlare. Intanto
però le parole del topolino le avevano
fatto bene, perché quella sera non si
era sentita più sola, e aveva la speranza
di ritrovare la notte seguente il suo unico
amico. E così accadde. Per qualche notte
si incontrarono nella stanza da pranzo, il topolino
mangiava gli avanzi della cena e Bambolina lo
guardava e scambiavano insieme qualche parola.
Questo la rendeva felice e quando, al mattino,
Sara si svegliava, Bambolina si addormentava
contenta, senza avere più alcun timore
della solitudine che fino ad allora aveva turbato
la sua vita notturna. Eppure qualcosa non andava
per il suo verso, e il topolino se n'era accorto.
Come mai, si chiedeva, Bambolina lo osservava
mangiare, mentre lui non l'aveva mai vista toccar
cibo? Che fosse una bambola, questo lo sapeva,
e in ciò consisteva probabilmente la
causa della sua disappetenza; ma era una bambola
speciale, come già si è capito,
perché camminava, parlava, e soprattutto
dimostrava di avere un cuore davvero grande,
come quella volta che aveva avvertito il topolino
dell'arrivo all'improvviso nella camera da pranzo
del padre di Sara, il quale, se si fosse accorto
che c'era un topo, di sicuro lo avrebbe ucciso.
E di questo il topolino non finiva di ringraziare
Bambolina, dicendole che le sarebbe stato riconoscente
per tutta la vita. Insomma, lui l'insonnia di
Bambolina la spiegava con la sua disappetenza,
e così si spiegava anche quel pallore
e quella magrezza che chiunque avrebbe potuto
individuare come i sintomi di una malattia.
I due erano divenuti in breve grandi amici.
Non vi dico il rammarico del topolino quando
una notte non vide arrivare Bambolina. Che cosa
le era accaduto?
Per
accertarsene, questa volta fu lui a percorrere
la strada buia che tutte le notti Bambolina
faceva per andarlo a trovare nella camera da
pranzo. Cammina cammina, attraversò il
corridoio in tutta la sua lunghezza e alla fine
pervenne nella stanza di Sara che quella volta,
a mezzanotte, era ancora sveglia. Sara aveva
il volto emaciato illuminato da una fioca luce,
ed era tutta concentrata in un pensiero, in
una fantasticheria. Pensava - volete sapere
che cosa pensava? ve lo dico subito - pensava
che mai più Bambolina avrebbe avuto la
forza di svegliarsi e di andare a trovare il
topolino di là, nella stanza da pranzo,
mai più mai più, e questo pensiero
le riusciva così angoscioso che avrebbe
fatto di tutto perché così non
fosse; e intanto guardava Bambolina che sulla
mensola se ne stava immobile, confusa tra le
sue simili, inerte, con lo sguardo fisso nel
vuoto come un cadavere. Bambolina non le chiedeva
niente per sé, ma Sara sapeva che la
vita di lei dipendeva dal suo sonno, poiché
Bambolina si sarebbe svegliata solo se lei si
fosse addormentata. Fu a quel punto che il topolino
decise che toccava a lui risolvere la situazione.
Si arrampicò sulla sedia, e di lì
balzò sul letto, e Sara vide all'improvviso,
come in un bel sogno, che un grazioso topolino
le si avvicinava, recando in una zampetta un
pezzetto di formaggio e glielo porgeva gentilmente,
e anche tutto compunto, perché aveva
capito che quel momento era solenne: proprio
lui aveva il privilegio di salvare la piccola
Sara e la sua Bambolina.
Sara
ringraziò il topolino e mangiò
il formaggio, meravigliandosi di provarne piacere,
insomma mangiò proprio con gusto, e alla
fine gli promise che ogni sera, prima di andare
a letto, avrebbe cenato coi suoi genitori; e
mentre gli diceva queste cose, sentiva che un
leggero torpore si andava diffondendo nelle
sue membra, e gli occhi le si chiudevano per
il sonno, perché il pancino non sentiva
più la fame e lei aveva voglia di dormire.
E mentre Sara si abbandonava al sonno, il topolino
vide che Bambolina si riscuoteva dalla sua immobilità
e andava svegliandosi. Allora fu felice perché
anche quella notte sarebbe andato in giro per
la casa in compagnia di Bambolina.