
Ismail
aveva smesso di mangiare e di bere da qualche
giorno. Dentro di lui si spandeva una nostalgia
indicibile, che gli raggelava anima e corpo.
Il ragazzo passava il suo tempo a contemplare
l'azzurro.
I
sui genitori uscivano di casa alle prime luci
dell'alba per andare a raccogliere narcisi,
e rientravano soltanto quando scendeva la sera.
Erano i vicini a badare a Ismail durante la
loro assenza:ma questi non riuscivano a percepire
il segreto di Ismail. Ma come avrebbero potuto
indovinare la passione racchiusa in lui? Questa
passione invadeva tutto il suo essere e tutte
le cose, inesorabile come l'acqua che sgorga
dalla sorgente. Non solo non capivano niente,
ma gli facevano anche delle domande sciocche:
"Ehi, Ismail! Cos'hai da guardare sempre
in cielo? Merda?"
Anche
sua madre lo interrogava senza capire: "Cosa
aspetti, amore mio? Cosa sogni?" Impassibile,
Ismail non rivelava a nessuno il suo segreto.
Arrivò
finalmente un bel giorno in cui Ismail sentì
di non poter più trattenere questa gioia
che gli invadeva l'animo. Questa gioia che gli
scorreva nelle vene, gli usciva
dai pori, gli illuminava il viso. I suoi occhi
cominciarono a brillare e un gran sorriso gli
distese le labbra. Ma...Che cosa vedeva lassù?
Un'oca! Un'oca le cui piume scintillavano di
tutti i colori della terra! Era l'oca di Angoute
(*).
Ismail
provò quel tipo di gioia che solo i bambini
conoscono e che gli adulti hanno dimenticato.
Schizzando tutto intorno, corse attraverso le
pozzanghere nella direzione in cui era sparita
l'oca.
L'oca
si era posata su un campo ancora inondato dalle
piene, in mezzo ai fiori bianchi e gialli. Ismail
la vide di lontano e tentò di avvicinarsi
il più possibile, stando molto attento
a non spaventarla.Teneva in mano un bastone,
come fosse un fucile.
Ma
l'oca sentì la sua presenza e si intimorì.
Batté le grandi ali inzuppate e prese
il volo. Ismail fu assalito da un dolore enorme,
senza limiti. Seguì l'oca con gli occhi
e, imbracciato il bastone come un fucile, gridò
con tutto il suo fiato: "Bum! Bum! Bum!"
Ma l'oca divenne un punto minuscolo nel cielo
azzurro. Per Ismail era ormai diventata il senso
della vita, indissolubilmente legata alla contemplazione
dell'universo.
La
vita continuò e i giorni e passarono
uno dopo l'altro, come quegli stranieri che
nel loro girovagare senza fine si fermavano
per un giorno nel villaggio. Arrivarono soprattutto
i mercanti, ma anche i cammellieri, un parrucchiere
ambulante e non so quanti altri. Poi, un bel
mattino, arrivarono i cacciatori, pieni di oggetti
nuovi che affascinarono Ismail. Quante cose
meravigliose! Certo, i fucili ma anche un cannocchiale...
Quel giorno imparò per la prima volta
che il cannocchiale avvicina le cose lontane.
Mentre
i cacciatori facevano le loro dimostrazioni,
Ismail al momento giusto si accaparrò
il cannocchiale per nasconderlo in un angolino
isolato.
Alla
scoperta del furto, i cacciatori si irritarono
molto, mentre la gente del villaggio fu presa
dall'imbarazzo. La scomparsa del cannocchiale
li stupiva. Cominciarono a cercarlo tutti insieme
affannosamente, tutti agitati, chiedendosi:
"Ma chi può averlo rubato?"
Domande...
interrogatori... Nessun risultato! Chi accusava,
chi si difendeva.
Le
discussioni stavano trasformandosi in risse.
Scoraggiàti,
pieni di acredini, i cacciatori risalirono sulla
loro jeep e se ne andarono borbottando. "Voglio
indietro il mio cannocchiale!", brontolava
il proprietario mentre stavano partendo.
La
vergogna si impadronì del villaggio.
"Ma chi può averlo rubato?",
ripetevano. Fu fatta una perquisizione minuziosa.
Tutti si erano trasformati in inquisitori, a
parte quattro o cinque persone sulle quali si
appuntavano i sospetti. Vigilanza era diventata
la parola d'ordine. Tutto per salvare l'onore
del villaggio.
Anche
i genitori di Ismail interrogavano il loro figlio.
Lo maltrattavano, gli strofinarono la bocca
con il peperoncino, lo picchiarono e lo chiusero
in un grande paniere. Ma non ebbero da lui una
parola.
Gli
abitanti del villaggio si dedicarono al loro
compito con grande serietà e applicazione.
I genitori interrogavano i figli, le spose si
accapigliavano tra loro, vicini di casa in ottimi
rapporti da anni cominciavano a litigare. Tutti
i sospetti erano ammessi. Ne andava dell'onore
del villaggio.
Ismail
era indifferente a tutto questo baccano. Semplicemente,
la sua attesa era più appassionata: la
prossima volta che l'oca fosse tornata, avrebbe
potuto vederla più da vicino. Straripava
di gioia.
Sul
villaggio passarono stormi di aironi, anatre
e oche; ma lui aspettava solo l'oca di Angoute.
E un bel giorno il suo desiderio fu esaudito.
L'oca riapparve, lontano nell'azzurro, splendente.
Attento
a non farsi vedere, si intrufolò nel
nascondiglio dove aveva messo il cannocchiale.
E sempre proteggendosi dagli sguardi indiscreti,
uscì dal villaggio all'ombra dei muri.
L'oca
planò al suo solito posto. Ismail le
si avvicinò il più possibile.
Portò il cannocchiale a gli occhi e vide
l'oca vicinissima sfocata come attraverso la
nebbia. Cannocchiale abbassato, come è
lontana l'oca di Angoute! Di nuovo cannocchiale
davanti agli occhi, e come è bella, come
è bella l'oca di Angoute! Ma all'improvviso
qualcosa mise sul chi vive l'oca, la fece spaventare.
Perché sta per fuggire? Perché
vola via? Perché?
Le
mani, ancora strette al cannocchiale, gli ricaddero
sul petto. L'oca che era volata via. Solo molto
più tardi si accorse che un suo padre
stava correndo verso di lui. Suo padre... Ma
avrebbe dovuto capire... Ismail cominciò
a sua volta a correre. Con tutte le sue forze.
Il
padre fendeva le pozzanghere con i suoi passi
pesanti e Ismail sapeva anche troppo bene che
cosa l'aspettava se si fosse lasciato prendere.
Alla
fine, il padre riuscì ad acciuffarlo
e a strappargli il cannocchiale dalle mani.
I colpi piovvero addosso a Ismail. Che vergogna
per suo padre avere un figlio simile! Come riparare
a questa macchia? Come riscattarsi? Non sarebbe
stato meglio non aver figli del tutto?
Il
padre lo appese a un albero per i piedi e gli
bruciò le mani con un ferro arroventato.
E non arrivò nessuno a strappare il bambino
alla sua ira.
Ismail
cadde ammalato. I genitori vegliarono per giorni
al suo capezzale, mentre il rimorso si impadroniva
del padre. Piano piano il risentimento cedeva
il posto nel suo cuore al dolore. Sommersi dalla
tristezza, i genitori si scioglievano in lacrime
senza saper cosa fare. Finalmente, portarono
Ismail dal medico.
Il
padre portava il figlio sulla schiena. Attraversando
i campi non smetteva di scrutare il cielo. La
mamma camminava dietro. Dal momento che la stagione
era avanzata, le acque si erano quasi completamente
ritirate.
Era
possibile che l'oca non tornasse mai più.
Ismail parlò per la prima volta dal giorno
in cui il padre lo aveva sorpreso in flagrante
delitto:
"Papà?"
"Dimmi,
mio caro!"
"Papà,
ritornerà? L'oca ritornerà, non
è vero?"
"Sì
figlio mio. Ritornerà!"
"E
quando? Quando?"
"Presto,
piccolo mio, presto".
Ma
Ismail non guarì. Il padre se ne andava
tutte le mattine a raccogliere i narcisi. Anche
lui, adesso, non pensava che all'oca. Dalla
mattina alla sera fissava il cielo, cercandola.
Anche
Ismail attendeva l'oca con impazienza, appoggiandosi
a sua madre davanti alla finestra o davanti
alla porta di casa.
"Mamma!"
"Dimmi,
amore mio".
"Non
tornerà più, vero?"
"Ma
sì, ma sì! Ritornerà".
"Ma allora dov'è? Perché
non viene? Guardami: sono malato e lei non arriverà".
"Verrà,verrà!"
"Le
voglio tanto bene! È così bella!
Se tu la vedessi...".
E
il tempo continuava a fuggire.
Un
giorno, il padre sentì un uomo che gridava,
passando di corsa vicino al campo dove stava
raccogliendo i narcisi. Il panico dell'uomo
lo mise sull'avviso. Lasciò perdere tutto
e gli corse dietro. Arrivato al villaggio vide
la folla raccolta d'avanti a lui. Delle donne
piangevano. Sentì un nodo alla gola.
Sua moglie si lanciò verso di lui, con
le lacrime agli occhi, urlando di dolore. Un
panno biancastro ricopriva il piccolo corpo
di Ismail. Gli abitanti del villaggio, tutto
intorno, avevano lo sguardo triste, pieno di
simpatia e compassione per il padre. Scavarono
una tomba per il bambino e trasportarono a braccia
il corpicino.
Accadde
allora qualcosa che fece rabbrividire per il
rimorso tutto il villaggio. L'oca... L'oca di
Angoute si alzò in volo sul corteo funebre.
E il padre capì soltanto allora la sofferenza
di suo figlio. E l'oca di Angoute, impassibile,
si posò ancora una volta al suo posto
abituale...
(L'oie d'Angoute, da Ylmaz Guney, Histories
pour mon fils, 1979)
(*)
L'oca di Angoute è una specie di oca
selvatica in via di estinzione, le cui piume
riproducono i colori dell'arcobaleno.