home home
idee per partire
col coltello
archivi
immagini
ZIB II serie
 Fughe
 Le nostre parole contro
  di Emilio Raimondi

Fotografia di Pino Musi

         In tutto questo tempo, da quando ho trovato il link alla webcam a Bagdad, non faccio che guardare e soprattutto ascoltare le voci e le immagini che vengono da lì. Non so perché...
         È una sensazione terribile vedere le macchine correre veloci nelle strade, vedere il fumo e le nuvole che attraversano il cielo, soprattutto sentire le voci dei giornalisti o di chi è vicino alla camera e, ancor di più, sentire i clacson delle macchine che corrono, volano via, come per scappare da una presenza che sanno lì, una presenza che incombe sulle loro vite, come se correndo più veloce, fuggendo verso la destinazione, verso il proprio desiderio, la propria necessità, si potesse sfuggire a questa presenza che, certo, è la presenza della morte, una presenza più presente di qualsiasi immagine, proprio perché la morte è senza immagine, al di là di quella che possono avergli data gli uomini...
         Perché sono gli UOMINI (i maschi) AD AVERGLIELA DATA IN QUESTA FORMA. Ma quello che di più terribile c'è, è sentire, nello stesso tempo, i clacson delle macchine, i colpi della contraerea e gli scoppi dei missili, come mi è successo stamattina alle 5 e mezzo...
         E poi, dopo, nella luce che saliva, vedere piccoli uomini o piccole donne, non so, attraversare la strada così piccoli, piccoli in questo piccolo schermo che non diventa grande nemmeno ingrandendolo, perché troppa la distanza tra me e loro...
         E penso sempre a dove vanno quelle macchine, da quali case sono partite, quali stanze hanno lasciato quei piccoli uomini e quelle piccole donne e dove vanno...e cosa pensano mentre corrono veloci...lontano da questa paura...senza poterla lasciare, sino a quando non sono rientrati nelle loro case, nelle loro stanze, con le loro spose, i loro mariti, le loro figlie e figli, i loro amici, le loro amiche che li aspettano chiedendosi se torneranno....se sfuggiranno....se torneranno, quando torneranno....
         E nemmeno nelle loro case saranno al sicuro, ma saranno almeno insieme...
         Io non sono mai riuscito a 'commuovermi', perché credo che la 'commozione', nel suo significato etimologico, non ci attiene....ma quando stamane, dopo i bombardamenti, ho visto, all'angolo dell'edificio che si vede sulla destra, nell'angolo basso, all'altezza dell'incrocio a destra, che stamane si vedeva molto più da vicino, ho visto una piccola figura fermarsi al semaforo e una macchina rallentare, arrestarsi, e i due cominciare a parlare...non ho potuto fare a meno di chiedermi: 'cosa ci si può dire in questi momenti?'
Me lo sono chiesto...e non sono riuscito a darmi una risposta....sono riuscito solo a dirmi che, certo, più che mai, gli occhi e la voce dicono più di tutte le parole, ma che le nostre parole, le parole degli 'occidentali' sono più importanti dei nostri sguardi... perché, in ogni luogo e ognuno secondo le sue possibilità, noi dobbiamo DIRE QUESTO NO A QUALSIASI LOGICA DI GUERRA, DI VIOLENZA, DI FORZA E DI DOMINIO...
         E dire, per noi occidentali, almeno in questo momento, IN OGNI LUOGO, ognuno secondo le nostre possibilità, E' IL DOVERE DI DIRE CHE NOI, che siamo occidentali, COME NON ABBIAMO PIU' VOLUTO E NON VOGLIAMO LA GUERRA ACCANTO A NOI, noi NON VOGLIAMO più vedere quelle macchine lontane, quei piccoli uomini e quelle piccole donne correre lontano dalla loro fine, e che i loro sguardi DIVENTANO, GIA' OGGI, ANCORA, ANCORA UNA VOLTA LE NOSTRE PAROLE CONTRO....
         Vi abbraccio,

Emilio


scarica in formato PDF