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"...
il dolore che dimora
al fondo di ogni gioco..."
Hermann Broch, La morte di Virgilio
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Non
riusciamo a immaginare uno scrittore che prenda
carta e penna per soddisfare le esigenze di
un pubblico di ragazzini, sapendo di scrivere
per un'età che oscilla all'incirca dagli
otto ai quattordici anni. Certo, per sbarcare
il lunario, chiunque accetterebbe di scrivere
un raccontino che concili il sonno ai bambini,
ingaggiato da un committente che paghi bene,
ma lo farebbe solo per soldi, sarebbe un mercenario
della letteratura. Ma a noi qui non interessano
i mercenari, ovvero coloro che scrivono per
esaudire le richieste del mercato, anche perché
crediamo che la letteratura abbia poco a che
fare con gli "obblighi", tutti attualissimi
ma assolutamente discutibili, di soddisfare
una fascia d'età o un target
(come si dice oggi) e di vendere una merce.
In
effetti, ci sembra alquanto bizzarro e irragionevole
pensare di poter scrivere per fasce d'età;
che un racconto per esempio vada bene per i
bambini fino a otto anni, e un altro da otto
a quindici, e un terzo da quindici a venti e
così via; come quando si entra in un
negozio di giocattoli, dove ogni pezzo ha un
suo destinatario ben identificato secondo l'età
anagrafica. Capiamo che la mania classificatoria
di noi uomini moderni ci impone simili distinzioni,
ma si tratta appunto di artificiosi tentativi
di separare ciò che dovrebbe essere unito.
Che cos'è la letteratura per
l'infanzia? Un settore particolare della letteratura
contraddistinto da uno scaffale nelle librerie
o da una disposizione separata nelle biblioteche
pubbliche. Niente di più e niente di
meno! Si divide per meglio capire le cose, indubbiamente,
e si dovrebbe dividere, tra l'altro, sempre
a posteriori, se non si vuol rischiare
la schiavitù nei confronti della letteratura
di genere, che è un'altra invenzione
del mercato. I viaggi di Gulliver o
Robinson Crusoe non sono stati scritti
certo per l'infanzia. Ma a furia di dividere
- e spesso in malafede, ossia per fini mercantili
- si rischia di smarrire il senso unitario della
cosa; si finisce col pensare che esista
davvero una letteratura per l'infanzia
fatta dagli adulti che scrivono cose ad
usum puerorum. Quando è chiaro che
esistono semplicemente letture più adatte
e meno adatte a un determinato pubblico.
In
realtà una letteratura per l'infanzia
non esiste, come non esiste una letteratura
per l'adolescenza o una per l'età matura
o per la vecchiaia. Esiste la letteratura tout
court che parla dell'uomo e ne parla in
senso globale, considerandolo nei comportamenti
che pertengono alle diverse età della
vita, e quindi anche alla fanciullezza e prima
giovinezza. Il problema allora non è
scrivere per l'infanzia, ma scrivere
dell'infanzia, cioè di una particolare
età dell'uomo che ogni scrittore si è
da tempo lasciata alle spalle, tanto, forse,
da non ricordarsene più, appartenendo
essa al suo passato remoto. È lo scrittore
adulto che scrive racconti aventi come protagonisti
i ragazzini, e questo non dovremmo mai dimenticarlo.
Lo scrittore-adulto fa innanzitutto i conti
con se stesso, con la propria vita passata della
quale ancora rinviene nella memoria antiche
vestigia; egli sembra addirittura misurare la
distanza che lo separa dal quel suo io fanciullesco
che ancora permane sotto la costruzione e più
spesso le macerie dell'età matura. E
nel far ciò lo scrittore scrive non tanto
per i ragazzini quanto per
se stesso, ovverosia per gli adulti,
perché è agli adulti che questa
operazione serve di più: per ritrovare
se stessi, il loro antico mondo, entro il quale
avrebbero potuto scegliere altre vie, fare altre
cose, cercare altre possibilità, che
solo la letteratura ora dischiude loro. Gulliver
e Robinson Crusoe, ma anche Alice
e le Fiabe, Pinocchio e perfino
il Signore degli anelli, sono lì
a testimoniare che gli scrittori scrivono non
"per piacere" ai bambini, ma per dire
la verità sul mondo dell'infanzia - sia
essa infanzia dell'uomo o infanzia dei popoli.
E
i ragazzini? Essi sono nati da pochi anni e
sanno poco del mondo in cui noi adulti li abbiamo
posti. E dunque anche a loro noi provvediamo
scrivendo dei ragazzini che siamo stati noi,
offrendo loro un termine di confronto o, nel
peggiore dei casi, quando cioè non sappiamo
fare altro che scegliere un atteggiamento pedagogico
nei loro riguardi, un modello da seguire, frutto
spesso della nostra frustrata idealizzazione
del mondo dell'infanzia e della prima giovinezza.
Nel
migliore dei casi, invece, lo scrittore si limiterà
a parlare del mondo dei ragazzini così
com'egli lo vive da adulto, o come ricorda di
averlo vissuto da giovanissimo, o come si figura
che esso sia ancora nella sua immaginazione,
quando scrive ancora di mostri o fate o magie,
senza leziosaggini, senza nulla concedere al
pappo e al dindi di dantesca
memoria e senza indulgere troppo ai diminutivi
e ai vezzeggiativi. Che errore madornale cambiare
tono di voce quando si parla ai nostri ragazzini!
Possibile che non ci si renda conto di come
essi avvertano tutta la nostra falsità
di adulti che non sanno trovare il tono giusto
per parlare con loro? Bisogna fare i conti con
se stessi, prima di parlare ai ragazzini, per
scrivere adeguatamente dell'infanzia, perché
i ragazzini richiedono sempre un adulto che
si esprima da adulto e non tollerano che l'adulto
scimmiotti un bambino. Le nostre biblioteche,
purtroppo, sono piene di libercoli per
l'infanzia che non sono altro che dannosi vaneggiamenti
di adulti immaturi che vogliono "far piacere"
ai bambini, intrattenitori non richiesti di
ragazzini che avrebbero bisogno d'altro, cioè
di parlare finalmente con persone consapevoli
di sé.
Tutta
la calca di ragazzini nelle librerie attorno
ai soliti libri pensati con sospetto tempismo
per loro è uno spettacolo piuttosto triste
e che dovrebbe farci riflettere. Oggi perfino
le storie da raccontare ai nostri figli ce le
sceglie la televisione o il critico mediatico.
Anche per contrastare una tale tendenza, abbiamo
allestito per questo numero, e per il prossimo,
un piccola fuga: una raccolta di esempi
di letteratura che si è fatta infanzia,
che si avvicina all'infanzia per la sua via
naturale, cioè attraverso la ricerca
da parte di scrittori che scrivono senza l'obbligo
di dover vendere copie o di dover corrompere
all'acquisto folle di ragazzini urlanti, ma
sempre e solo per alludere a qualche piccola
verità.
Perché
i ragazzini vogliono sapere che cos'è
il desiderio che li attrae verso l'altro, cos'è
l'angoscia delle ore notturne, al pensiero che
un giorno perderanno i loro genitori, cos'è
che succede nel mondo quando essi dormono e
come mai si risvegliano dopo nove ore, com'è
che il sole tramonta e rinasce, perché
beviamo l'acqua e respiriamo l'aria, perché
mangiamo il cibo che ci sostenta; tutto questo
essi vogliono sapere e se ne infischiano degli
inutili moralismi di insegnanti che vorrebbero
imporre a scuola un'improbabile educazione sessuale
o persuaderli che le droghe non si devono consumare
o che la violenza è deprecabile.
I
ragazzini sono uomini anch'essi, uomini come
tutti gli altri, che hanno il solo "torto"
di non aver finito di crescere e chiedono di
non essere ingannati con mille giocattoli inutili,
con favole insulse a cui non hanno mai creduto
o a cui presto smetteranno di credere. Che le
favole siano atroci, se necessario, che i giochi
manifestino tutto il loro indispensabile dolore.
I ragazzini hanno bisogno di questo.