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ZIB II serie
 Preludi
 La letteratura, il gioco, il dolore
  di Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio
Fotografia di Pino Musi
"... il dolore che dimora
al fondo di ogni gioco...
"
Hermann Broch, La morte di Virgilio

         Non riusciamo a immaginare uno scrittore che prenda carta e penna per soddisfare le esigenze di un pubblico di ragazzini, sapendo di scrivere per un'età che oscilla all'incirca dagli otto ai quattordici anni. Certo, per sbarcare il lunario, chiunque accetterebbe di scrivere un raccontino che concili il sonno ai bambini, ingaggiato da un committente che paghi bene, ma lo farebbe solo per soldi, sarebbe un mercenario della letteratura. Ma a noi qui non interessano i mercenari, ovvero coloro che scrivono per esaudire le richieste del mercato, anche perché crediamo che la letteratura abbia poco a che fare con gli "obblighi", tutti attualissimi ma assolutamente discutibili, di soddisfare una fascia d'età o un target (come si dice oggi) e di vendere una merce.
         In effetti, ci sembra alquanto bizzarro e irragionevole pensare di poter scrivere per fasce d'età; che un racconto per esempio vada bene per i bambini fino a otto anni, e un altro da otto a quindici, e un terzo da quindici a venti e così via; come quando si entra in un negozio di giocattoli, dove ogni pezzo ha un suo destinatario ben identificato secondo l'età anagrafica. Capiamo che la mania classificatoria di noi uomini moderni ci impone simili distinzioni, ma si tratta appunto di artificiosi tentativi di separare ciò che dovrebbe essere unito. Che cos'è la letteratura per l'infanzia? Un settore particolare della letteratura contraddistinto da uno scaffale nelle librerie o da una disposizione separata nelle biblioteche pubbliche. Niente di più e niente di meno! Si divide per meglio capire le cose, indubbiamente, e si dovrebbe dividere, tra l'altro, sempre a posteriori, se non si vuol rischiare la schiavitù nei confronti della letteratura di genere, che è un'altra invenzione del mercato. I viaggi di Gulliver o Robinson Crusoe non sono stati scritti certo per l'infanzia. Ma a furia di dividere - e spesso in malafede, ossia per fini mercantili - si rischia di smarrire il senso unitario della cosa; si finisce col pensare che esista davvero una letteratura per l'infanzia fatta dagli adulti che scrivono cose ad usum puerorum. Quando è chiaro che esistono semplicemente letture più adatte e meno adatte a un determinato pubblico.
         In realtà una letteratura per l'infanzia non esiste, come non esiste una letteratura per l'adolescenza o una per l'età matura o per la vecchiaia. Esiste la letteratura tout court che parla dell'uomo e ne parla in senso globale, considerandolo nei comportamenti che pertengono alle diverse età della vita, e quindi anche alla fanciullezza e prima giovinezza. Il problema allora non è scrivere per l'infanzia, ma scrivere dell'infanzia, cioè di una particolare età dell'uomo che ogni scrittore si è da tempo lasciata alle spalle, tanto, forse, da non ricordarsene più, appartenendo essa al suo passato remoto. È lo scrittore adulto che scrive racconti aventi come protagonisti i ragazzini, e questo non dovremmo mai dimenticarlo. Lo scrittore-adulto fa innanzitutto i conti con se stesso, con la propria vita passata della quale ancora rinviene nella memoria antiche vestigia; egli sembra addirittura misurare la distanza che lo separa dal quel suo io fanciullesco che ancora permane sotto la costruzione e più spesso le macerie dell'età matura. E nel far ciò lo scrittore scrive non tanto per i ragazzini quanto per se stesso, ovverosia per gli adulti, perché è agli adulti che questa operazione serve di più: per ritrovare se stessi, il loro antico mondo, entro il quale avrebbero potuto scegliere altre vie, fare altre cose, cercare altre possibilità, che solo la letteratura ora dischiude loro. Gulliver e Robinson Crusoe, ma anche Alice e le Fiabe, Pinocchio e perfino il Signore degli anelli, sono lì a testimoniare che gli scrittori scrivono non "per piacere" ai bambini, ma per dire la verità sul mondo dell'infanzia - sia essa infanzia dell'uomo o infanzia dei popoli.
         E i ragazzini? Essi sono nati da pochi anni e sanno poco del mondo in cui noi adulti li abbiamo posti. E dunque anche a loro noi provvediamo scrivendo dei ragazzini che siamo stati noi, offrendo loro un termine di confronto o, nel peggiore dei casi, quando cioè non sappiamo fare altro che scegliere un atteggiamento pedagogico nei loro riguardi, un modello da seguire, frutto spesso della nostra frustrata idealizzazione del mondo dell'infanzia e della prima giovinezza.
         Nel migliore dei casi, invece, lo scrittore si limiterà a parlare del mondo dei ragazzini così com'egli lo vive da adulto, o come ricorda di averlo vissuto da giovanissimo, o come si figura che esso sia ancora nella sua immaginazione, quando scrive ancora di mostri o fate o magie, senza leziosaggini, senza nulla concedere al pappo e al dindi di dantesca memoria e senza indulgere troppo ai diminutivi e ai vezzeggiativi. Che errore madornale cambiare tono di voce quando si parla ai nostri ragazzini! Possibile che non ci si renda conto di come essi avvertano tutta la nostra falsità di adulti che non sanno trovare il tono giusto per parlare con loro? Bisogna fare i conti con se stessi, prima di parlare ai ragazzini, per scrivere adeguatamente dell'infanzia, perché i ragazzini richiedono sempre un adulto che si esprima da adulto e non tollerano che l'adulto scimmiotti un bambino. Le nostre biblioteche, purtroppo, sono piene di libercoli per l'infanzia che non sono altro che dannosi vaneggiamenti di adulti immaturi che vogliono "far piacere" ai bambini, intrattenitori non richiesti di ragazzini che avrebbero bisogno d'altro, cioè di parlare finalmente con persone consapevoli di sé.
         Tutta la calca di ragazzini nelle librerie attorno ai soliti libri pensati con sospetto tempismo per loro è uno spettacolo piuttosto triste e che dovrebbe farci riflettere. Oggi perfino le storie da raccontare ai nostri figli ce le sceglie la televisione o il critico mediatico. Anche per contrastare una tale tendenza, abbiamo allestito per questo numero, e per il prossimo, un piccola fuga: una raccolta di esempi di letteratura che si è fatta infanzia, che si avvicina all'infanzia per la sua via naturale, cioè attraverso la ricerca da parte di scrittori che scrivono senza l'obbligo di dover vendere copie o di dover corrompere all'acquisto folle di ragazzini urlanti, ma sempre e solo per alludere a qualche piccola verità.
         Perché i ragazzini vogliono sapere che cos'è il desiderio che li attrae verso l'altro, cos'è l'angoscia delle ore notturne, al pensiero che un giorno perderanno i loro genitori, cos'è che succede nel mondo quando essi dormono e come mai si risvegliano dopo nove ore, com'è che il sole tramonta e rinasce, perché beviamo l'acqua e respiriamo l'aria, perché mangiamo il cibo che ci sostenta; tutto questo essi vogliono sapere e se ne infischiano degli inutili moralismi di insegnanti che vorrebbero imporre a scuola un'improbabile educazione sessuale o persuaderli che le droghe non si devono consumare o che la violenza è deprecabile.
         I ragazzini sono uomini anch'essi, uomini come tutti gli altri, che hanno il solo "torto" di non aver finito di crescere e chiedono di non essere ingannati con mille giocattoli inutili, con favole insulse a cui non hanno mai creduto o a cui presto smetteranno di credere. Che le favole siano atroci, se necessario, che i giochi manifestino tutto il loro indispensabile dolore. I ragazzini hanno bisogno di questo.


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