
1.
Antico strumento a percussione costituito da
un emisfero di metallo su cui è tesa
una membrana; lett., sin. di timpano o tamburo.
2.
Stampo di forma cilindrica per dolci e sformati.
Pietanza costituita da un involucro di pasta
sfoglia riempito di cibi già cotti (maccheroni,
rigaglie, funghi, ecc.) cotta nel forno in apposito
stampo.
Il
timballo è un piatto che mi piace molto:
è un piatto povero, popolare, adatto
a raccogliere gli avanzi. Ma può essere
un'opera d'arte, vedi Big Night dei
fratelli Tucci. Insomma, lo sento più
vicino di "zibaldone".
C'è
una famosa vignetta di Altan sul non condividere
le proprie idee. Io non condivido più
alcuni degli appunti che seguono, forse perché
sono vecchi. Eppure mi sembra che abbiano interesse.
Altri continuo a condividerli. Gli interrogativi
sono rimasti tali. C'è anche qualcosa
di compiuto, pezzi nati per essere letti da
altri che non hanno trovato posto in quotidiani
o riviste. Quasi un blog, insomma. Un blog lento.
E.
P.
***
Razzismi
Certe
considerazioni tra il razzista e l'antropologico
si citano di solito in maniera divertita, con
mondana disinvoltura: innocue chicche, luoghi
comuni che, in nome dell'arretratezza dell'epoca,
si perdonano anche ai geni. Ad esempio questa
frase di Montesquieu riportata di recente su
un quotidiane tra le spigolature: "Chi
abita nei paesi freddi tende per natura a una
certa laboriosità, al senso dell'ordine,
al controllo dei sensi, alla riflessione, mentre
chi vive nei climi caldi è, per propensione
altrettanto naturale, pigro, inetto, oltremodo
sensuale, vanesio, approssimativo, indolente".
Affermazioni simili ce le ha regalate anche
il centritaliano Leopardi: "una sovrabbondanza
di vita interiore rende il Mezzogiorno rêveur,
indolente". "Tutto l'opposto
accade nei Settentrionali, bisognosi di attività
e di movimento e di novità e di varietà
esterna".
Grossolane
approssimazioni, diremmo oggi, pregiudizi da
leghista. In realtà, queste considerazioni
sono tuttora valide e non le contraddicono,
anzi le confermano, i successi --- dinamici
e razionali --- di tanti meridionali fuori dal
loro contesto (ancora Leopardi nota, sull'immaginazione
dei meridionali: "molla che quando
è capace di azione... vince la forza
di tutte le altre molle che possono far agire
i popoli settentrionali, e qualunque popolo").
La mia constatazione non è fondata unicamente
sull'osservazione dei comportamenti altrui,
nasce da un riscontro personale: benché
continui a vivere nello stesso posto, l'avvicendarsi
delle stagioni mi trasforma completamente. Lavoro
alacremente e coscienziosamente nei mesi freddi,
quando chi mi incontra può trovarmi distaccato,
riflessivo, pignolo, addirittura maniacale nell'ordine.
Quando arriva la bella stagione comincio a depensare,
mi affido totalmente ai sensi, odio quello che
sono costretto a fare, lo sistemo alla meno
peggio, non riesco a scrivere un rigo, prendo
a calci le cose limitandomi a spostare più
in là ciò che andrebbe eliminato,
ad ammucchiare ciò che andrebbe sistemato,
mi rifiuto di seguire un pensiero, di stilare
un programma che superi le dodici ore. E mi
convinco che questa debba essere la
vita.
C'è
un corollario: mi sembra che questa adattabilità,
o duplicità, valga per i meridionali.
Per i nordici è più difficile
abbandonare la legnosità di partenza.
Scrivere
o parlare?
Dice:
scrivi come parli.
Io
non posso scrivere come parlo. Perché
non parlo.
Io
non parlo mai: comunico con gli aborigeni nel
modo a loro più accessibile.
Perché
a un certo punto ho "deciso" di dimenticare
l'italiano, lingua dei ministri, dei mezzibusti,
dei parrucconi, delle femminucce pompate, dei
geometri, dei sussiegosi insegnanti di lettere,
del vaniloquio assembleare, qui da noi storpiato
e insopportabile.
Tutto
ciò che veniva espresso in quella lingua
era falso; la lingua era maschera da preti.
Noi
scrittori meridionali siamo altrettanti Conrad,
costretti a scrivere in una lingua straniera.
La nostra prosa può anche essere più
pura, più musicale, più bella
di qualsiasi altra ma il "dialogo"
è tanto più arduo da rendere quanto
più è quotidiano e prosaico: ci
si trova a dover "tradurre" vocaboli
e costruzioni di frasi di incredibile semplicità.
Il mio dialogato non può che essere incomprensibile
o umoristico (alla Abbatantuono).
So
come si esprime (fin nelle minime sfumature)
un intellettuale "nordico" nella sua
vita pubblica ma non ho la minima idea di come
definisca, nel quotidiano, la sua automobile.
La chiamerà "mezzo", "auto",
o, più sciattamente "macchina"?
la definirà tramite la marca, o il nome
del modello? "Alfa" o "Alfasud"?
Si
è costretti al discorso indiretto, tutt'al
più intercalato da brani, particelle,
interiezioni in diretto. Tuttavia Proust è
riuscito a scrivere tutta la Recherche
con pochissimo diretto.
Non
il dialogo
Perché
non il dialogo: col dialogo il narratore si
scarica di ogni responsabilità; non sentiamo
la sua presenza, non ne percepiamo l'atteggiamento.
E' un selezionatore, non esercita la sua funzione
peculiare: la scelta dei vocaboli e la loro
disposizione.
Ciò
è vero solo in parte, naturalmente: una
scelta è pur sempre stata operata, anche
il discorso diretto è invenzione . Però
è meno inventato del tessuto
narrativo: una volta caratterizzato il personaggio,
le sue parole non possono che essere conseguenti,
prevedibili.
Ciò
che viene detto, inoltre, è generalmente
falso, o parziale, tendenzioso, o generico,
poco illuminante: acquista senso, verità,
spessore, solo se continuamente puntellato dalla
descrizione delle azioni, dei toni, dalle situazioni
in genere. Hitchcock sosteneva che il dialogo
deve sempre essere "falso",
contraddetto dalla verità delle azioni
(immagini nel suo caso, descrizioni nel nostro).
Le parole di un dialogo, di una conversazione
sono un velo da squarciare, un sintomo da interpretare.
Uno scrittore dovrebbe quindi usarli soltanto
come contrappunto.
Ma
la maggior parte degli scrittori - compresi
molti grandi classici - si limitano ad affastellare
discorsi su discorsi, irreali nella loro compiutezza;
non parliamo, poi, delle interminabili discussioni
sulle idee, da " Tribuna politica".
Non mi smentisce l'esistenza di capolavori adamantini
costruiti sul dialogo, anzi costituiti esclusivamente
da discorsi diretti. Non mi smentiscono perché
di Hemingway ce n'è uno solo; e se è
vero, come afferma lui, che una maestra della
prosa come G. Stein ha dovuto imparare da lui
in questo campo, cosa volete che possa un mediocre
scrittore, specie in Italia, dove ogni paesino
ha la sua riserva di ermetiche espressioni anche
in lingua (non voglio neanche pensare al problema
dialetto)?
Insomma,
non ci sarebbe bisogno di romanzieri: basterebbe
un registratore per mille, insensati, insulsi,
disinformati dialoghi.
Certo,
i grandi scrittori. Qualcuno l'ha fatto. Ma
solo a tratti possono darci il senso recondito
delle frasi, farcelo intuire, arricchire con
essi ciò che è esplicato altrove.
Uno, il più grande, può servirsi
esclusivamente del dialogo per qualche piccolo
pezzo.
Ma
la maggior parte degli scrittori, soprattutto
quelli che lo sono per caso, non vedono l'ora
di farci conoscere i nostri simili "dalla
loro viva voce", sommergendoci con interminabili
e insignificanti "estratti di verbali".
Il
dialogo, tranne che in rare, precise occasioni,
non ha stile.
Non
può averlo. Se lo avesse sarebbe quello
sbagliato: mera estensione del tono del narratore.
L'impronta
stilistica non può che limitarsi alla
scelta, allo stralcio, alla collocazione di
essi.
Le
frasi di un discorso acquistano significato
solo in quanto caratterizzate dai toni, dalle
inflessioni, dall'accentuazione di una parola,
di quell'avverbio; grazie a quella pausa. E
le ripetizioni, le sgrammaticature, le interiezioni,
le contrazioni, le esclamazioni, riportate dalla
carta (ammesso che certi suoni abbiano un corrispettivo
grafico, almeno indicativo) risultano scialbe,
addirittura comiche. Annotazioni di scena.
Ogni
volta che mi trovo a riportare una frase significativa
- della quale ho gran rispetto: solo con gran
rimorso e dopo gran soppesare mi decido a piccoli
tagli o modifiche - vorrei poter annotare, a
mo' di didascalia, ogni parola, creare una pagina
di corsivo, da copione teatrale, stendere un
vero e proprio spartito. Ma un'operazione simile,
pur compiuta da grandi del passato, è
troppo farraginosa, stride al confronto con
la prosa restante.
L'Argomento
principe
Non
so niente della riforma scolastica. Sono stanco
di ansimare dietro a gigantesche riforme votate
all'aborto, e poi non me ne intendo. Ma è
tempo che mi faccia spiegare cosa devo pensarne,
perciò non cambio canale quando su un
tardo telegiornale spunta la polemica: qualche
parere autorevole mi farà comodo. Si
dà voce ai protagonisti. No, mica ai
pedagogisti, o agli psicologi. Neppure, con
decenza parlando, ai sociologi. Si dà
la stura ai commenti di: quattro insegnanti,
tre insegnanti sindacalisti, un sindacalista
e basta e una signora senza sottotitoli. Non
si sfiora neppure un argomento. Solo aggettivi
e indignazione. Sul merito niente. Parole in
libertà per parole in libertà,
m'avessero fatto sentire un genitore dei consigli.
Fazioso, politicizzato, ma anche un po' interessato
all'educazione dei pargoli. O un professore
straniero. Almeno un replicante della Pantera.
No. Sindacalisti e frasi fatte. Ma devo correggermi:
un argomento è stato sollevato. Proprio
in fine di servizio: io ero lì tra il
sonno e la veglia e l'argomento è venuto
fuori. Il solito, l'unico, il vero, l'argomento
principe: i Posti di Lavoro in Pericolo.
Che
tiggì era? Se fossi dotato della professionalità
del nostro corpo insegnante, me lo sarei annotato.
Ma ha davvero importanza? Tutti sono costretti
all'Argomento (il Lavoro), solo che a sinistra
non ci si vergogna di premettere l'arcaico "posti
di" alla magica parolina. A rifletterci,
però, l'importanza c'è: la differenza
tra destra e sinistra sta esattamente in quel
Posto.
Marcel,
anzi Maria Teresa
Marcel
Proust celebra i riti incantati della MEMORIA
e del FUTURO come vissuti nell'età d'oro
della vita, nella favola dell'infanzia e dell'adolescenza.
E narra il loro periodico scambiarsi di veste,
e la loro rovina che è il Tempo. Li celebra
con magnificenza di prosa, con controllo di
scansioni e di simmetrie, con la sapienza di
una narratrice di razza... Stop! Narratrice?
Controlliamo. Ma certo, si parlava di Passaggio
in ombra. Iperboli e Tempo avevano avuto
la meglio sulla mia insufficiente attenzione.
Niente di rimarchevole, per carità: frequentando
le recensioni appare chiaro che nella penisola
i Proust (come anche i Mann e gli Hemingway)
affollano ormai ogni crocicchio. Non stanno
neanche più a partorirli: li clonano.
In quanto alla Di Lascia, premio a parte (ma
allora i premi contano? è finta la denigrazione
che i critici esibiscono a turno?) gli strilli
entusiasti si sono rincorsi, accavallati, intasano
le pagine dei libri. Nulla di inconsueto, s'è
già detto. Ma l'articolo da cui sono
tratte le righe su riportate merita particolare
attenzione. Non per le enormità profuse
del tipo uno dei più riusciti caratteri
femminili della nostra letteratura novecentesca..
si saluta l'apparizione di questo libro così
ampio, trascinante, colorato, vitale e doloroso,
con un sordo rancore verso la sorte che ha strappato
alla vita una donna di talento e che ci impedisce
di poterla seguire in altre sue immaginazioni,
invenzioni, costruzioni. Di questo ed altro
sono piene le pagine culturali. È l'autore
a renderle notevoli, il personaggio che si è
lasciato andare a tanto sperticato elogio. Goffredo
Fofi, l'anticonformista che entra ed esce dalle
riviste, le fonda, le sfonda, le segue, le disfa,
le permea, non è mai stato un tenero.
Ha sempre meritato plauso e simpatia proprio
perché, dissociandosi dal trionfalismo
- o, più spesso, dal semplice contentamose
- della paludata e svenevole recensionistica
nostrana, dava voce alla nostra insoddisfazione
complessiva. Severo, spesso acido, Fofi non
aggrediva, come invece Mamurio Lancillotto,
solo il più "cane" della schiera,
bensì interi decenni. Stroncava per quarti
di secolo, annoiato da tante signore...
con le loro vaghe consolazioni... tra scialo
di sentimenti originari e crisi della menopausa
si rassegnava alla scelta tra soliloqui
e vaniloqui. Aveva in uggia, insieme a
molti suoi colleghi, l'autobiografismo. La a-letterarietà
dell'intero paese lo costringeva, disperato,
a stravolgere il taglio di riviste intere, che,
nate letterarie, morivano sociali.
Fin
troppo spietato, Fofi. Come quando si è
distinto nel linciaggio stalinista perpetrato
su uno dei nostri più grandi registi.
Un ostracismo così violento che dura
ancor oggi. Un'ostilità così radicata
che perfino i riconoscimenti e gli omaggi al
defunto Volontè sono stati rattenuti
dall'impossibilità di riconoscere i meriti
di Elio Petri, un autore del quale non si può
neanche parlare. Esagerazioni? Sentite un Fofi
ruspante a proposito de La proprietà
non è più un furto, sicuramente
il meno riuscito dei film di Petri ma pur sempre
ben altra cosa dell' ennesimo sottoprodotto
cialtronesco della consueta sottocultura cinematografica
romana come lo definiva il fiero critico,
occupandosene appena, di straforo (L'assoluto
antimarxismo del film... non andrebbe preso
neanche in considerazione e potremmo liberarcene
in poche righe tranciando il nostro giudizio
senza mezzi termini e senza alcuno scrupolo)
essendo l' articolo, in realtà, una lezione
di critica marxista rivolta a dei compagni sprofondati
nell'abiezione: che ci sta a fare in tutto
questo (le polemiche sul film) "il manifesto"
, quotidiano di nuova sinistra?... Da che dipende
lo spazio dedicato a questa baruffa tra servi
... con ben quattro articoli?... "il manifesto"
accoglie nel suo seno e nella sua redazione
con troppa facilità... si vorrebbe che
le colonne di questo importante strumento politico
della sinistra rivoluzionaria fossero amministrate
con più attenzione... con una più
rigorosa selezione degli interventi, con meno
colpevole larghezza.
Naturalmente
aveva anche lui i suoi beniamini: nel '70, ad
esempio, quello che andava considerato "oggettivamente"
uno dei quattro o cinque grande registi americani
del momento, innovatore spericolato. Chi? Jerry
Lewis. Non l'attore Lewis, sulle cui qualità
si potrebbe discutere, ma l'uomo di cinema,
il "regista". Sapete, quel tizio che
si occupa di inquadrature, ritmo, direzione
degli attori.
In
un articolo delirante l'ignaro Picchiatello
veniva spacciato per regista demiurgo,
che dosa gli elementi con raro sesto senso
strutturale... lasciando spazio ad alcune tra
le più belle scene d'amore degli ultimi
anni. Il tutto condito da anatemi sullo
spettatore prevenuto, infingardo, pigro
o succube della pigrizia beota degli intellettuali
borghesi e imbecilli che continuano a preferire
l'insopportabile e qualunquista Tati. L'amore
per il buffonesco spinse Fofi a decretare Villaggio
"l'uomo di cinema più importante
dei nostri decenni". È doverosa,
a questo punto, una considerazione: benché
del tutto ignorato dai nostri letterati (con
la lodevole eccezione di Alessandro Baricco)
Paolo Villaggio è uno dei più
grandi scrittori viventi. Non è mai stato,
però, "uomo di cinema" bensì
attore mediocre che neppure il mediocre Fellini
di fine carriera è riuscito a nobilitare.
Il meglio della sua recitazione lo ha dato addirittura,
abbandonandosi alla sua vena tenera, in Io
speriamo che me la cavo, filmetto squartato
dalla critica.
Quegli
strampalati giudizi avevano tuttavia una loro
mostruosa coerenza: un allucinante sostrato
ideologico conduceva il critico impegnato a
rinvenire nei suoi preferiti le caratteristiche
di critici del sistema. La più
banale delle parodie si trasformava agli occhi
di Fofi in complessa e consapevole critica agli
assetti capitalistici.
Ma
gli appigli anticapitalistici nel romanzo della
Di Lascia sono ben pochi: il racconto vagola
in una memorialistica familiare piuttosto intimista
che poco ha a che vedere col grande romanzo
dei nostri tempi auspicato dal tremendo
Fofi di qualche tempo fa, che si rifiutava di
assegnare premi - o mera attenzione - a sbrodolamenti
solipsistici. Allora?
E'
giusto che un critico rivendichi il diritto
alla contraddizione. Saremmo i primi a sghignazzare
di Fofi se avesse osato mantenere il piglio
di chi si aspetta gloriose rivoluzioni da un
istante all'altro, ma certi capovolgimenti sono
ben strani. Influisce il passato militante dell'autrice?
La vita vissuta si riverbera sull'opera e la
rende rivoluzionaria? O la generosa accoglienza
ha a che vedere con il dilagare del buonismo?
È occasionata da un ripiegamento legato
all'età? Non sono domande oziose: Fofi
era presente, con Giacchè e la sua fida
videocamera, a una delle ultime performance
di Carmelo Bene, a Copertino (una consuetudine:
Fofi e Giacchè seguivano Bene per la
penisola con lungimirante perseveranza collezionando
- immagino e me ne rallegro - una preziosissima
serie di registrazioni). Quella volta fu regalata
ai presenti una serata all'insegna della dolcezza:
nonostante - o forse grazie a - una pessima,
addirittura fievole, amplificazione (e a riscatto
di un "Ulisse" iniziale di scarsa
grinta) la resa, anzi l'invenzione, degli accenti
d' amore paterno e d' affetto filiale dell'
"Ugolino" furono impagabili. Non più
l'Ugolino rabbioso, il dramma squassante, la
ribellione blasfema del potente ridotto all'impotenza.
Solo un Padre, dei Figli, la quieta disperazione,
la rassegnazione dolente. E poi, finalmente,
un Paradiso luminoso, un aria inebriante sottratta
per amor nostro a cieli inaccessibili, insondabili
grembi, memorie inesistenti, impossibili rimpianti,
nostalgie insospettate, insperati futuri. Accenti
inconsueti, per Bene, ma non inattesi: un genio
non può lasciare insondato alcun canto
di un'opera, alcun cantuccio dell'animo umano.
Troppo, anzi, avevamo aspettato!
Ciò
che non era assolutamente prevedibile era la
disponibilità, l'umiltà quasi,
dei rapporti umani. Avreste dovuto vedere il
Terribile Carmelo accomodare sollecito il microfono
al Sindaco che leggeva il discorso di conferimento
della cittadinanza onoraria. Vedere il Grande
Assente firmare autografi, bonario e condiscendente,
e poi scherzare a lungo col pubblico, un pubblico
a cui aveva concesso l'entrata in sala mentre
ancora si provava l'amplificazione.
Stupore
dopo la Meraviglia. Chi ci rimarrà, d'
implacabile?
Stiracchiamo
il gatto
Comunicare
è sempre un problema. Comunicare con
un alieno può essere impossibile. Il
problema dell'intendersi fra diversi è
un tema classico della fantascienza, sin da
quando gli alieni si chiamavano tutti marziani
ed erano (code e squame verdastre a parte) alquanto
antropomorfi. Quando gli alieni, ormai sempre
più insondabili, cominciarono ad essere
situati oltre galassia, il tema divenne ancor
più stimolante, si aprì a mille
implicazioni.
Come
nella realtà, sono i concetti più
semplici, le nozioni elementari, tutto ciò
che abitualmente si postula, a presentare impreviste
e intriganti difficoltà. Il protagonista
di un delizioso raccontino, ad esempio, doveva
(a scanso di immane catastrofe, ovviamente)
far intendere a un essere sconosciuto e lontano
cos'è "destro" e cos'è
"sinistro", in totale assenza di riferimenti
geografici, magnetici, morfologici. Alla fine
il protagonista azzarda una decisione confidando
nella "necessaria" esistenza, nella
parte sinistra della massa amorfa di questo
sconosciuto organismo, di "qualcosa"
di caldo, di pulsante: il cuore non può
che essere a sinistra.
Meno
sentimentale ma più poetica l'esposizione
che in un altro racconto si faceva dell'impressione
(quasi di spavento, di raccapriccio) suscitata
da un mite cavallo in un alieno - o, forse,
in un uomo del futuro - costretto poi, in mancanza
di altri termini di paragone, a descrivere ai
suoi simili questo mostro partendo dall'immagine
del gatto, uno dei pochi animali conosciuti
in quel mondo. Solo alla fine del racconto il
lettore veniva a sapere che quel gatto mostruoso
a cui occorreva aggiungere qua, togliere là,
allungare giù e appiattire su, tagliare
qualcosa e far crescere altro; quel gatto il
cui miagolare subiva uno stravolgimento diabolico
per divenire qualcosa tra una sghignazzata folle
e un singhiozzo convulsamente protratto; quel
gatto non era che un cavallo.
Il
procedimento è simile a quello che Rambaldi
avrebbe usato per creare E.T. Ma tutta la science
fiction è percorsa da inquietanti
interpretazioni che "l'altro" dà
del nostro quotidiano. È il gioco del
pellerossa: le definizioni che i popoli "primitivi"
hanno dato di certe abitudini "civili"
sono estremamente provocatorie, illuminanti.
Costringono a riflettere. E continuando nel
gioco si può passare dai carnet dei vari
Thompson alla preziosa pelle di tigre di Sergio
Antonielli.
Ebbene,
scrivere è questo. È sempre
questo: descrivere le cose banali come se si
vedessero per la prima volta; o, meglio, come
se si dovessero spiegare ad un alieno. Dalle
espressioni figurate della retorica tradizionale
alle "contaminazioni" moderne, è
tutto uno stiracchiare il gatto.
Poesia
è deformazione
Qualsiasi
altra definizione è meno centrata. Ve
ne sono di più suggestive, ma l'unico
carattere essenziale della poesia è
la forzatura, la violenza che si fa alle parole.
E'
collocamento in una nuova sede.
E'
corto circuito: contatto diretto, non mediato
da resistenze, tra conduttori solitamente protetti,
separati, paralleli. Da cui la fiammata che
illumina, lo scintillio dei neuroni.
Una
scorciatoia, in un certo senso, un viottolo
tra due provinciali, che un fortunato o, meglio,
uno scout di grande esperienza ed intuito scopre
per primo.
Deformazione,
s'intende, nel senso della contrazione: perché
la poesia è condensazione. È il
modo decisamente più breve (e quindi
ricco, sostanzioso, turgido) di raccontare (appunto
attraverso la deformazione, l'uso nuovo, improprio,
che arricchisce, moltiplica i significati).
Almeno
per quel momento: si ha un bel dire: "poesia
immortale, eterna". Secoli - ma già
anni - dopo si potrà dir "meglio",
cioè in modo più breve ma non
meno comprensibile e non meno pregnante.
"La
soppressione del verbo intermedio... produce
un effetto sensibilissimo, facendo sentire al
lettore tutta la violenza e come la scossa di
quella caduta, per la mancanza di quel verbo,
che par che ti manchi sotto ai piedi, e che
tu cada di piombo dalla prima idea nella seconda,
che non può esser collegata colla prima
se non per quella di mezzo che ti manca. E queste
sono le vere arti di dar virtù ed efficacia
allo stile, e di far quasi provare quello che
tu racconti". Leopardi, Zibaldone.
Poesia
è imprecisione.
(È
come per la musica)
Il
godimento musicale è legato essenzialmente
all'allungamento, alla contrazione, allo stiracchiamento
insomma, di altezze ed intervalli fissati. Alla
sorpresa.
Perché
in noi si insediano, per accumulazione, per
consuetudine, delle naturali e confortevoli
linee melodiche, che ci sembra, a tutta prima,
di riconoscere in una nuova composizione; ma
percependo la differenza si prova delusione,
al massimo una passiva accettazione. Poi, al
riascolto, ci gratifica una sensazione di riconoscimento
finché, man mano, alla pena che provocava
la "stonatura" subentra il piacere
di questa giusta, necessaria trasgressione.
Uova
d'anatra
L'importanza
della traspirazione è ormai proverbiale.
Tra i sostenitori dell'equazione genialità/sudore
spiccava Valéry, che ha sempre insistito
sulla necessità di un lavoro incessante
di rifacimento, sostituzione, capovolgimento:
"La vera attitudine di un vero poeta è
quanto vi è di più distinto dallo
stato del sogno. In essa, scorgo soltanto ricerche
volontarie, sottomissione dei pensieri, acquiescenza
dell'anima a costrizioni squisite, il continuo
trionfo del sacrificio"(1). Roland
Barthes, in seguito, ci ha diffidato dall'assimilare
la produzione letteraria a una sorta di
secrezione involontaria che sfugge agli umani
determinismi: lo scrittore non è
preda di un dio interiore che parla ogni momento:
è auspicabile che il suo lavoro venga
dissacrato al punto di apparire tanto naturale
quanto le sue funzioni di palato o di abbigliamento
(2). E Sartre sosteneva che scrivere è
correggere. Molti scrittori contemporanei, per
parte loro, hanno voluto accreditarsi come lavoratori
di costante, routinaria operosità: Moravia
ci ha anche fornito la misura oraria della sua
prestazione quotidiana. Di sacro fuoco dell'Ispirazione,
insomma, non parlavano più neanche i
Poeti delle rivistine.
Ma
alcuni anni fa Russel Hoban dichiarò:
"...sono al servizio del materiale
che mi si presenta. Esso mi trasporta dove vuole
e io non potrei dire perché lo seguo.
Questo materiale mi chiede di essere reso più
comprensibile e più piacevole. Qui finisce
la mia responsabilità di scrittore...
Non credo di essere il creatore di ciò
che scrivo, ma piuttosto il medium attraverso
cui giungono alcune informazioni"(3).
Affermazioni decisamente sconcertanti. Occorreva,
non v'è dubbio, recepirle come metafore.
E in senso lato, certamente, va interpretata
questa frase di Milan Kundera: "Tutti
i veri scrittori sono all'ascolto di questa
saggezza sovraindividuale, e questo spiega perché
i grandi romanzi siano sempre un po' più
intelligenti dei loro autori"(4).
Per nulla ambiguo, invece, questo brano epistolare:
"Un giorno... - fu l'8 marzo del 1914 -
mi avvicinai a un cassettone alto, presi un
foglio e cominciai a scrivere, in piedi, come
scrivo sempre che posso. E scrissi trenta o
più poesie di getto, in una specie di
estasi la cui natura non riuscirei a definire.
Fu il giorno trionfale della mia vita, e non
potrò mai averne un altro uguale".
La pubblicazione è recente, anche se
Fernando Pessoa scriveva queste romanticherie
a Adolfo Casais Monteiro nel gennaio 1935.
Ma
sentiamo il poeta dialettale Franco Loi, concretamente
visitato dalle Muse benché proletario
- e ragioniere: "Nella esperienza del
mio poetare... il mio io non ha avuto che una
minima rilevanza... nella stanza c'era un sé
che dettava, qualcuno mi dettava dentro: una
presenza che avvertivo sul capo come un calore
e che mi osservava, indifferente a quanto mi
accadeva... mi sono sempre considerato amanuense
di Qualcuno... sono solamente uno che scrive
poesie dettate"(5). Di questi poeti
non ci si può proprio fidare. Sentite
Borges: "... io non scrivo quello che
voglio. Sono cose che mi vengono suggerite da
qualcuno o da qualcosa. Potete chiamarlo Musa,
o Spirito Santo o subconscio. Io non scelgo
i miei temi o le mie trame. Mi vengono suggeriti.
Devo annullarmi e riceverli passivamente"(6).
Stupido vecchio reazionario. Meglio rifarsi
a un'altra tempra di latinoamericano: Garcia-Marquez.
Non bastasse il Nobel a farlo volare alto sulle
nostre ormai condominiali torri d'avorio, c'è
l'abito: Gabriel porta la tuta. Non è
il suo abbigliamento usuale: è un vero
indumento da lavoro che indossa appositamente
per scrivere. Machiavelli, sull'uscio del suo
scrittoio, dimetteva la vesta cotidiana,
piena di fango e di loto per indossare
panni reali e curiali. Lui abbandona
la camicia a fiori per un serio capo da fatica
(signora mia, quegli strati tenaci di bianchetto,
e le macchie d'inchiostro, non le dico... i
fondelli, poi, lisi che sembrano tulle dopo
neanche due settimane di scrivania). Eppure
anche lui paragona il suo modo di scrivere a
una scrittura automatica. Non proprio quella
dei surrealisti, tuttavia grandemente influenzata
dall'inconscio. Tanto che ha il terrore di essere
psicanalizzato, anzi è convinto che cesserebbe
di essere uno scrittore se solo un critico gli
spiegasse perché scrive. Pretende di
non scegliere i suoi materiali, di non essere
capace di scegliere neppure un titolo: i titoli
gli si impongono(7). E, trattandosi
di letteratura fantastica, non è l'evidenza
a imporsi, bensì il sogno.
Valéry
avrebbe stentato a credere a tanto strapotere
dell'ispirazione. Avrebbe riso, forse, di tutto
questo mitologismo psicanalitico. Eppure
è proprio a lui che dobbiamo questo resoconto:
"Mentre procedevo lungo la strada dove
abito, fui improvvisamente 'afferrato' da un
ritmo che si impose a me stesso in maniera imperiosa
e che avvertii immediatamente come un'attività
estranea. Era come se qualcuno si stesse servendo
della mia 'macchina da vivere'... non
so che canto... stavo mormorando, o meglio,
che si stava mormorando da solo 'attraverso
me'... In capo a una ventina di minuti,
l'incantesimo svanì bruscamente, abbandonandomi
sulle rive della Senna, stupito come l'anatra
della Favola quando vide un cigno uscire dall'uovo
che essa aveva covato" (8).
1)
Paul Valéry - VARIETA' - trad. Stefano
Agosti
2)
Roland Barthes - MITI D'OGGI - trad. Lidia Lonzi
3)
NOVELISTS IN INTERVIEW a cura di John Affenden
- trad. Nicoletta Ferrari
4)
Dalla Relazione per il Premio Gerusalemme 1985
5)
Intervista di Domenico Porzio
6)
Jorge Louis Borges - CONVERSAZIONI AMERICANE
- trad. Franco Mogni
7)
Da un intervista su Panorama
8)
Paul Valéry - op. cit.
Cinema
e storie
Il
Castoro era in casa da parecchio ma
solo ieri ho incominciato a leggere un saggio
sul regista che ha rivoluzionato il nostro modo
di concepire il cinema.
Estraggo:
*
Gli storyteller sono per lui una categoria inferiore.
*
Il cinema è una faccenda troppo complessa
per lasciarla in mano ai narratori di storie.
*
Raccontare storie non mi interessa.
*
E'... la suspense solitamente racchiusa nel
"raccontare storie" che non lo interessa.
*
(nei suoi film) Scarsa, inesistente
tensione narrativa...
*
Una battaglia contro i tentativi di forzare
il coinvolgimento emotivo del pubblico.
*
Strutture alternative...come quelle numeriche,
alfabetiche... come l'accumulazione...
*
L'alfabeto, i numeri... la tensione a classificare.
*
Lo sforzo... di inventariare tutto...
*
Organizza il mondo in serie, in enciclopedie,
in dizionari...
Sono
vent'anni che al cinema tutto ciò viene
accettato. Forse i critici letterari, i direttori
editoriali e gli insegnanti di scrittura creativa
non vanno al cinema. Non a vedere i film di
Greenaway, in ogni caso.
Rivelati
i codici sorgenti del grande monopolista
L'odioso
monopolio sta per cessare: abbiamo finalmente
individuato i codici sorgenti del sistema operativo,
quel sistema così diffuso sul pianeta.
Dieci, cento, mille sistemi operativi saranno
riprodotti nei nostri stabilimenti con estrema
facilità. Il dispotico padrone del mondo,
che aveva deciso di concedere solo ad alcune
forme di associazione la licenza di questo processo,
non sarà più il solo ad arrogarsi
il diritto di concederla.
Windows
non c'entra. Si tratta della clonazione: Dio
costretto alla delega, alla concessione, al
franchising. Il brevetto è scaduto.
Discontinuità
Non
posso procedere all'unificazione dei brani che
avevo steso in modo così discontinuo.
In un primo momento ho ritenuto doveroso ricondurre
a unità quei brandelli slegati ma nel
farlo mi sono reso conto che trasformarli, ridurli
a comune denominatore, risultava non solo doloroso
(modificare, abbandonare un tono, un termine,
una possibilità, sono, per lo scrittore,
altrettanto drammatici del tagliare) ma sostanzialmente
falso: perdevano spessore, ingrigivano.
Ho
pensato, allora, che ciò fosse dovuto
alla mia incapacità di padroneggiare
la materia, alla mancanza di uno stile personale,
cioè della qualità peculiare dello
scrittore.
Finché
non ho compreso - e devo dire che mi ha aiutato
rileggere la risposta di Gianfranco Manfredi
alla quinta domanda del questionario di "L.
d'O" nella quale ho trovato corrispondenza
con le noterelle in cui abbozzavo una ribellione
alla dittatura dell'unità stilistica
e che temevo fossero solo disperata autodifesa,
ennesima ricerca d'alibi - che i frammenti erano
veri solo nella loro discontinuità, perché
erano stati vissuti discontinuamente.
Erano
spezzettati perché la mia personalità,
la mia esperienza, il mio approccio, erano stati
spezzettati. E questo perché la nostra
vita, anzi la nostra giornata, non è
coerente, univoca. Dalle diverse occasioni scaturiscono
diversi comportamenti, opposti umori.
Tutta
la difficoltà dello scrivere sta nel
mantenere un umore per tutto il tempo necessario,
che può essere molto lungo, o nell'assumerlo
a comando.
Non
ci sono mai insormontabili problemi
di scelta di parole, di articolazione del discorso:
queste cose vengono da sé.
Il
difficile è abbandonarsi a una canzone,
a una tonalità. Rimanere fedeli a uno
stato d'animo.
Nell'opera
d'arte - si diceva - lo scrittore riesce a ricondurre
a unità, anche solo nella cifra stilistica,
il disarticolato e il molteplice. Oggi il narratore
- come il pittore - se ne frega: raccoglie il
disarticolato e il molteplice e ce li sbatte
davanti: uniteveli voi, se vi sembra possibile,
se vi va, se vi riesce.
Mi
occupo d'altro, io
Forse
mai la letteratura è scaturita da pienezza
di vita, non è mai stata serena attività
di uomini altrimenti compiuti, sanamente ancorati.
Gli scrittori indicati esplicitamente come disadattati
sono in piccolo numero ma le analisi delle loro
opere, i giudizi sulla loro personalità
valgono per tutta la letteratura, per tutti
gli scrittori; anche per le personalità
apparentemente equilibrate.
Giuseppe
Trevisani sostiene che Hemingway si dà
"alla scrittura come atto di forza,
risultato di una pienezza fisica, soddisfacimento
di un istinto" (1). Sembrerebbe, infatti,
che in America, contrariamente a quanto succede
nel mondo latino, riesca come scrittore chi
vinceva al football da bambino. Già Leopardi
scriveva (Zibaldone):
...
letterati e studiosi italiani... siccome nessuno
è nato per fare (altro che fagiolate),
perciò nessuno o quasi nessuno è
vero filosofo, né letterato che valga
un soldo. Al contrario degli stranieri... i
quali... fanno, e sono noti per fare più
degli altri. E quanto più fanno o sono
naturalmente disposti a fare, tanto meglio e
più altamente o straordinariamente pensano
e scrivono.
Come
non paragonare Hemingway, Kerouac, Steinbeck,
a Gadda, Moravia, Proust, Borges, Leopardi,
dalle infanzie costellate di malattie, segnate
dall'introversione, dominate da figure femminili,
avvelenate da compagni rozzi e invidiosi? Per
gli scrittori americani la letteratura non è
l'unica possibilità di affermazione.
E' un "altro" campo da dominare. Non
hanno subito i libri come eredità, come
compagnia di malati. Li hanno scelti da adulti,
fermo restando l'attitudine a una fisiologica
frequentazione infantile del libro. Per Amoruso
queste "nuove vite" da scrittori non
sono conquiste bensì un "fallimento
tipicamente americano: lo scrittore che diventa
tale solo per raccontare di una esperienza in
prima persona"; ma qui affiora, oltre
all'ostilità per gli scrittori "dilettanti",
il pervicace ostracismo per tutto ciò
che odora di autobiografia (2). E' certo che
l'atteggiamento americano nei confronti della
letteratura appare più vitale: Hemingway
pensa che si debba scrivere di ciò che
si ama; Soldati, invece: "Bisogna scrivere
di ciò di cui preferiremmo non aver da
scrivere". Per un europeo la scrittura
è quasi sempre giogo, espiazione. Gli
scrittori europei, sempre vissuti tra i libri,
sono tanto più fuori dal mondo quanto
più si costringono all'impegno. Al punto
che quelli che hanno fatto la guerra, la Resistenza
o esperienze operaie sono i più "intellettuali"
di tutti, i più ignari della realtà.
E' proprio la loro frenesia dell'impegno, il
decidere che occorre calarsi
nella realtà, che dimostra quanto ne
siano fuori. Nessuno scrittore americano avvertirebbe
mai il dovere di calarsi nella realtà.
Ne fa parte, naturalmente..
Tuttavia,
per un De Carlo che in Treno di Panna,
a pag. 13, scrive degli americani: "Si
muovevano con la più incredibile naturalezza,
come se conoscessero il posto da sempre, nelle
piccole sfumature ... Raccoglieva a caso pochi
elementi della conservazione e li ricomponeva
secondo un ordine lineare"; e a pag.
14: "La sua sicurezza mi colpiva, il
suo modo di muoversi attorno come se non potesse
sbagliare in ogni caso. Anche lei ricomponeva
la realtà come voleva, senza curarsi
della sfumatura. Questo le dava una forza incredibile".
Per un De Carlo, quindi, colpito dal modo di
fare di due americani (di tutti gli
americani, ai nostri occhi) c'è un Roth
che lascia Portnoy lamentarsi così: "...ma
solo che uno sapeva esattamente, e fino al dettaglio
più irrilevante, come si doveva comportare
un esterno-centro. E c'è della gente
così che cammina per le strade degli
USA? Io Le chiedo, ma perché io non posso
essere uno di loro?". E Portnoy/Roth
è americano, anche se ebreo, cioè
minoranza.
D'altro
canto, Wystan Hugh Auden, in " SAGGI"
(Garzanti '68) scrive:
"Da
un punto di vista soggettivo, la mia esperienza
di vita è il ripetersi necessario di
una serie di scelte fra alternative che via
via mi si presentano. Una simile catena di dubbi,
d'indecisioni, di tentazioni mi sembra più
importante e memorabile delle azioni compiute.
Per di più, se faccio una scelta che
considero sbagliata, non crederò mai,
per quanto forte sia la tentazione, che fosse
inevitabile, cioè che non avrei potuto
o dovuto in qualche modo operare la scelta opposta.
Ma quando osservo gli altri, non sono in grado
di sorprenderli nell'attimo in cui scelgono...
gli altri mi appaiono a un tempo meno liberi
e più forti di carattere...Tutte le descrizioni
esistenzialistiche della scelta, come la scommessa
pascaliana o lo scarto di Kierkegaard, sono
interessanti per la loro profonda drammaticità
letteraria, ma rispondono al vero? Se mi volto
indietro a considerare le tre o quattro scelte
importanti della mia vita, mi rendo conto che,
quando mi trovai a compierle, avevo ben poco
il senso dell'importanza di quello che facevo.
Solo in seguito ho scoperto che quello che mi
era apparso allora come un insignificante ruscello
era in realtà un Rubicone. Sono molto
felice di questo giacché, se avessi avuto
piena coscienza di ciò cui mi esponevo,
non avrei mai osato rischiare. In un epoca di
ansia e di riflessività è sicuramente
meglio, da un punto di vista pedagogico, minimizzare
piuttosto che esagerare i rischi insiti in una
scelta, proprio come si dà coraggio al
bambino timoroso del mare, dicendogli che se
si tuffa, non gli accadrà niente.
"Ma
quando osservo gli altri non sono in grado di
sorprenderli nell'attimo in cui scelgono...
gli altri mi appaiono ad un tempo meno liberi
e più forti di carattere".
Dunque
gli altri, tutti gi altri (i non scrittori,
forse?) sono "americani" per noi?
Forse
la nazionalità non conta: esiste solo
la differenza tra chi vive e chi, se gli va
bene, si mette a scrivere. Quello che dubita
e interroga la "realtà" come
se il motore dell'universo dovesse manifestarsi
e guidarlo; come se gli altri avessero qualcosa
di importante da dirgli, qualcosa che potrebbe
essere giusto. Quello che sempre teme la fragilità
della sedia su cui va a sedere e irrigidisce
i muscoli piegandosi goffamente.
Si
può davvero, allora, credere che un uomo
appagato, un uomo forte, felice, attivo sia
in grado di scrivere?
Ci
sono alcuni esempi di persone di squisita cultura
che sanno dominare il prossimo, anzi paesi interi,
ma possiamo definirli scrittori?
Sì,
a volte qualche uomo vero, malgrado quel tanto
di ottusità, di sano sprezzo per le ciance,
che la serenità comporta, ha prodotto
qualche notevole sonetto, qualche garbato racconto.
Ma solo l'inadeguatezza, l'impotenza, la malattia
alimentano la letteratura.
E
viene da chiedersi: creature partorite da perdenti,
da incapaci, da omosessuali (se si accettassero
le insinuazioni, i sospetti, le maldicenze e
le interpretazioni psicoanalitiche che ci permettono
di includere nella nozione di omosessualità
anche quella latente, platonica, gli omo rappresenterebbero
la quasi totalità dei letterati d'ogni
tempo, come voleva Gertrude Stein, fermamente
convinta che soltanto gli omosessuali
fossero in grado di esprimere qualcosa di valido
in letteratura) possono davvero interessare
tutta l'umanità, divenirne la misura,
costituire l'espressione più alta, più
significativa della storia? O sono rivolte unicamente
ai confratelli degli autori, coloro che soffrono
le stesse pene (fino a qualche anno fa, e forse
ancora adesso, i gay non potevano non soffrire
la loro diversità, vista ancora da alcuni
freudiani come una malattia)? O, meglio ancora,
a quel che di malato, di perdente, esiste anche
nei più "normali"?
E
non si tende ad esaltare eccessivamente la genìa
dei pennaioli? Nessuno di loro, per quanto consapevole
o influente ami ritenersi, ha la capacità
di influire considerevolmente sulla realtà,
vale a dire sulla risultante delle azioni di
due categorie di esseri umani: una massa, sempre
più cancerosamente moltiplicantesi, di
bruti assoluti e una minoranza variegata di
semibruti dotati di furbizia e senso pratico.
Gli
altri, questi sensibili, raffinati, complessi
cani di razza che - lo dichiarino o meno - amano
ritenersi la crema dell'umanità, non
sarebbero in grado, all'occorrenza, proprio
a causa della loro abnorme sensibilità
e specializzazione (cioè fragilità)
di adempiere all'unico vero imperativo vitale:
la conservazione della specie, anzi della genìa.
Sarà
per questo che sono costantemente dominato dall'aspirazione
a conciliare brutalità ed elevazione,
prosaicità e raffinatezza? Non per nulla
amo gli scrittori poco Scrittori, che sappiano,
come Hemingway, come Kerouac, boxare, pescare,
occuparsi con competenza di mille prosaiche
attività; o che, almeno, come Gadda,
abbiamo avuto una professione fattiva, un'attività
integrata. Che sappiano far qualcosa oltre che
inanellar parole. E che siano belli. Non della
bellezza conferita dall'aspetto nobile e pensieroso,
da uno sguardo intelligente e penetrante, dall'espressione
consapevole o da un avvenenza efebica. No: belli
come splendidi atleti, come Jack con i suoi
chiari dolci dolcissimi tristi splendenti occhi,
come il coriaceo Ernest, belli come dio comanda,
da fare innamorare. Ma qui ci avviciniamo pericolosamente
alla sfera Stein.
1)
Politecnico, luglio/agosto '46
2)
La letteratura beat americana, Laterza
'69
L'avverbio
mai
Ad
Angelo Mai è rimasta lungamente
per me la più fascinosa delle Canzoni
leopardiane. Avendone letto solamente il titolo,
negli indici o nelle introduzioni, ho pregustato
più e più volte il suo contenuto,
sbizzarrendomi a immaginare ciò che mai
a un angelo (Custode, del focolare o del talamo)
o (in un'altra interpretazione) al Signor Angelo,
si sarebbe detto, fatto o attribuito.
Perché
quelle maiuscole (soprattutto la emme, l'unica
davvero rilevante) quando non venivano livellate
dalla riproduzione in maiuscole di tutte le
lettere del titolo o non sfuggivano, pur rilevate
tra le minuscole, a una veloce scorsa, le attribuivo
al vezzo delle maiuscole che indubbiamente,
all'epoca, non dovevano limitarsi a contraddistinguere
i capoversi bensì, come ancor oggi nei
titoli anglosassoni, prestarsi a nobilitare
ogni singolo termine della frase, anche l'avverbio
"mai".
Ho
poi scoperto che Leopardi scelse con accuratezza,
per diverse sue Canzoni, titoli difformi dal
soggetto (il poeta fin dal primo verso entra
in materie differentissime da quelle che il
lettore si sarebbe aspettato... Una (canzone)
ad Angelo Mai parla di tutt'altro che di
codici dichiarava nel Manifesto
di presentazioni delle Canzoni ).
Non
pensava, però, che un incolto garzoncello
dell'ultima metà del secolo successivo
- secolo di contaminazioni e superfetazioni
del testo - avrebbe aggiunto, del tutto ignaro
dell'esistenza di così considerevole
filologo, equivoco all'equivoco.
O
ha potuto, neppure tanto inconsciamente, prevederlo?
Certo
non si immaginava precursore di gazzettieri
in cerca di titoli ad effetto e di persuasori
occulti intenti a partire da lontano,
ad accostarsi al fruitore con richiami agli
antipodi dello slogan immediato - e non tanto
per sfruttare la sorpresa - o la comicità
- dei nessi, quanto per evitare che il destinatario
identifichi immediatamente la natura prosaica
del prodotto che si va a propagandare. Leopardi
irrideva con i suoi titoli la fiducia nelle
magnifiche sorti e progressive. I pubblicitari,
invece, s'ingegnano a suscitarla proponendo
sorti magnificamente camuffate.
Regole
Valery
ammette che la "libertà è
seducente... si adorna di buon senso e di novità"
ma "favorisce pericolosamente la trascuratezza".
"Non posso non essere incuriosito da quella
sorta di ostinazione con cui i poeti di tutti
i tempi, sino all'epoca della mia giovinezza,
hanno insistito per coprirsi di catene volontarie...
La nostra epoca ha visto nascere quasi altrettante
prosodie quanti sono stati i poeti, e cioè
più sistemi che teste, dato che alcune,
ne hanno prodotto più d'uno... Scrivere
versi regolari, significa certamente rimettersi
a una norma estranea, abbastanza insensata,
sempre dura, talvolta atroce..." ma "concede
l'esistenza... a una folla lontanissima di pensieri
che non si aspettavano di venir formulati...
e... una metà di essi... ci procura...
sorprese incantevoli e armonie inusitate".
Eco
(Sette anni di desiderio, CDE 1984,
pag. 305):
"Occorre
crearsi delle costrizioni per potere inventare
liberamente. In poesia la costrizione può
essere data dal piede, dal verso, dalla rima,
da quello che i contemporanei hanno chiamato
il respiro secondo l'orecchio..." E cita
Queneau (da Segni, cifre e lettere): "Questa
(dei surrealisti) ispirazione che consiste nell'ubbidire
ciecamente a ogni impulso è in realtà
una schiavitù. Il classico che scrive
la sua tragedia osservando un certo numero di
regole è più libero del poeta
che scrive quel che gli passa per la testa ed
è schiavo di altre regole che ignora"
Tomasi
Ferroni: "... rifiutando romanticamente
tutte le convenzioni le regole, i canoni, la
maniera per dirla in una parola, ogni pittore
s'è creduto in obbligo di inventare il
proprio linguaggio tecnico. E' cominciato il
rimestio, il rimuginio, il pasticcio, fino alla
totale scomparsa di qualsiasi stile. I maestri
veri invece erano individuali e originali proprio
perché, accettando un linguaggio comune,
una maniera, erano poi liberi di inventare,
col disegno, quel che volevano."
Eliot
(vedi fotocopie - NON LE TROVO) scrive la stessa
cosa a proposito degli elisabettiani.
Spazio
L'unico
motivo per cui sento bisogno di soldi è
il desiderio di spazio. La cosa più costosa
oggigiorno. Per me la più preziosa: spazio
intorno alla mia tana. Spazio sotto i piedi,
sotto le ruote, sotto la chiglia. Spazio per
i miei pori, per il mio cristallino, per le
mie nari; soprattutto spazio per le mie orecchie.
La mia aura, il territorio che non "deve"
essere violato, è estremamente ampia.
Basta ridurla, ignorarla, e sono perduto, annullato.
Nello
spazio è il godimento: qualsiasi altro
lusso, se vissuto nella promiscuità,
nella folla, cessa di aver sapore.
Ovviamente,
il bisogno di solitudine è anche mentale:
essere cosciente - pienamente e in modo continuativo
- del numero di esseri umani che affollano il
globo non è insopportabile; ma sapere
che " tanti" fanno le stesse cose
che sto facendo, con lo stesso spirito, gli
stessi affanni e la medesima coscienza della
propria importanza, percepirlo realmente, rende
qualsiasi azione intollerabilmente penosa.
In
passato il moralista - o il filosofo o il poeta
- comprendeva e sentiva fortemente la propria
piccolezza confrontandola con l'immensità
della natura, con la pluralità dei mondi,
l'incommensurabilità del tempo (non tanto
"l'infinità immensità degli
spazi che ignoro ma che mi
ignorano: "Quanti regni ci ignorano!"
(Pascal)
Tra
l'umanità, invece, non si perdevano:
anche il più misero inetto degli uomini
aveva una sua chiara - anche se imposta - identità;
lo scemo del villaggio, come il barone, aveva
la sua aura; non poteva venir ignorato: lo spazio
intorno a ognuno era così grande che
la presenza più scialba poteva contare.
Oggi
è di fronte agli altri che ci si sente
piccoli: non c'è bisogno di immaginare
l'infinità delle galassie, basta girare
in città. Quanti uomini ci ignorano.
E
il silenzio? Il silenzio è effetto dello
spazio.
Leonardo
Sciascia, capace come pochi altri di leggere
i segni dei tempi, ricordava che Ortega y Gasset
aveva scritto che l'uomo andava sempre più
immergendosi "nell'oceano del rumore".
E Sciascia aggiungeva: "Un rumore dal
quale non si sfugge neanche diventando palombari.
Ci perseguita ovunque. Dopo la caduta dell'impero
romano alcuni sono riusciti a scappare verso
il silenzio ed hanno cominciato a creare, cominciando
dai monaci. Oggi non esistono più rifugi
di silenzio".
Insomma,
oggi bisogna sottostare alle tagliole della
civiltà per aver modo, ogni tanto, di
sottrarvisi. La solitudine, il silenzio, la
calma, che per secoli erano condizione naturale,
anzi condanna, oggi si pagano carissime. Solo
pochi milionari, oggi, hanno diritto alla natura,
alla condizione, cioè, che fino a ieri
era dietro l'angolo per chiunque.
Non
ho fame di denaro perché bramoso di oggetti,
feticci, lussi, ma solo per starmene un po'
per i cazzi miei e poter rivedere, una volta
almeno, una spiaggia assolata completamente
deserta, poter assorbire la bellezza della campagna
senza rumori moderni e cicatrici grigie d'asfalto.
Ecco
perché amavo vegliare la notte. La consapevolezza,
il dominio di sé mentre gli altri sono
soggiogati dalla natura, da quella quiete della
natura che si sono illusi di annullare durante
il giorno, è spazio (mentale, auditivo,
fisico).
La
notte è spazio.
Levità
Nelle
Lezioni americane Calvino cita dalle
Metamorfosi di Ovidio, a esemplificare la levità,
il racconto della donna che si trasforma in
giaggiolo. Una trasformazione simile, ricostruita
in un filmaccio mitologico - uomini mutati in
contorti ulivi (non su scabri, ariosi declivi
bensì in cupe caverne dal fondo paludoso)
- mi seguì per mesi, da piccolo, incubo
ricorrente, monito terrificante. Nessuna figurazione
di supplizio, mitologica, dantesca o orientale,
mi ha più impressionato di quella condanna
di cartapesta inflitta da Cinecittà:
oltre l'immobilità - sopravvenuta non
per asettico ispessirsi di fibrosità
ma attraverso imbrigliamento gommoso, quasi
un ascendere di sabbie mobili - il silenzio.
Non sempre l'immobilità è condanna,
e neppure il silenzio: possono essere dono se
compensati, l'uno dalla parola, dalla corsa
l'altro. Insieme, sono il massimo castigo.
Ma
ogni trasformazione è castigo: se Ovidio,
come dice Calvino, fonda la sua visione su un
Pitagora molto simile al Buddha, va detto che
il ciclo delle trasformazioni era, per Buddha,
catena e condanna, pena terrena. Terrestre anzi,
gravitazionale.
Epiloghi
(Virginia
Woolf) Passeggiando
A
proposito della diffusissima convinzione che
il romanzo DEBBA consistere nel conflitto
di personaggi, nella interazione di essi, quindi
in una loro evoluzione o, comunque, modificazione,
fino all'epilogo.
Della
non necessità degli epiloghi si era convinta,
pur con stupore, la stessa Virginia, leggendo
Cecov.
Forse
a causa del mio poco amore per il teatro, per
il "dramma", sono portato a ritenere
antiquata limitazione questa concezione drammatica
del romanzo. Io non credo che la gente "cambi"
molto, non credo che ci si influenzi molto l'un
l'altro. Tendo a considerare la vita come un
dialogo tra sordi dove nulla sembra poter influire
sulle idee e sul carattere di una persona, dall'adolescenza
in poi. Le "esplosioni", gli epiloghi
eclatanti sono cronaca nera, sono casi limite,
poco rappresentativi; sono unicamente sintomi
del sovraffollamento, unico vero Male del mondo.
Se
quella concezione della letteratura fosse giusta,
dovremmo buttare a mare, tanto per far nomi,
il miglior Hemingway (quell'Hemingway che ha
rinunciato alla morte violenta come epilogo
immancabile) e tutto Proust: è vero che
i suoi personaggi cambiano per effetto
dell'amore - nei suoi vari stadi - o del cambiamento
di "comitiva', ma si scopre poi che le
persone che hanno provocato questi cambiamenti
non erano che pretesti, manichini rivestiti
dallo stato d'animo di chi "cambia",
un pretesto occasionale per permettere alla
TENDENZA, al sentimento grezzo - astratto -
del protagonista, di trovare corpo. Insomma,
la letteratura, e anche il teatro (Beckett ecc.),
sono pieni di storie che non finiscono. Che
continuano. Anzi, che non sono mai cominciate.