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ZIB II serie
 Zibaldoni
 Tranne i contorni/ 3
  di Livio Borriello

Fotografia di Pino Musi

        la sciamana

        nella sua invisibilità, nella sua mimeticità, il tuo corpo si rivela al mio sguardo


        perché quel che è sufficientemente il tuo corpo è troppo? perché nel suo essere esatto eccede da sé?


        tu sei tu a cominciare dalla pelle.
        la tua pelle è nei pressi dell'aria che non è più


        il tuo corpo è la condensazione - come lo sono il mobile e l'albero, e estesamente il cielo - di ciò che lo circonda


        la grana particolare della pelle - il suo pallore profondo di cielo coperto o di luce attutita


        che cos'è un fiore? è un collettore di forze e dinamismi, un punto d'accumulo, una cuspide, un picco della realtà in cui si sono addensati i pigmenti cromatici, le polveri fecondanti, gli areosoli, le strutture formali contratte nelle geometrie più compatte ed economiche. è un oggetto carico, un oggetto che pulsa in cui la realtà arriva a saturarsi. un fiore esubera, eccede da sé, e perciò sfugge alla comprensione


        guardando - attraversando nell'attenzione un fiore - noi ci eleviamo su un picco del reale sconfiniamo (il sacro è questo stupore, questa vista)


        qui può scattare l'innamoramento, o il culto, o lo stupore


        un membro eretto o uno sguardo sfuggente, non sono solo un fenomeno biologico, né antropologico


        la tua dolcezza, la tua delicatezza, l'istantaneità struggente (la provvisorietà) di certi tuoi sguardi


        le mani sempre un po' rovinate che mi sfiorano


        o anche: i picchi minimi dei seni, la svasatura dei fianchi, l'insellatura delle reni, l'ogiva del viso e ogni struttura dinamica che costituisce l'architettura plastica e misteriosa del tuo corpo, numeri in movimento, scansioni in movimento


        il lieve irrigidimento e trasalimento, la contrazione e il malore, l'impercettibile collasso dell'auto-stima, quando parlavo con la bionda


        esiste un limite etico alla ricerca della felicità? una felicità, quando sia effettiva, non incrementa il mondo a beneficio di tutti?
        la produzione di una felicità, anche di una piccola felicità, in un qualsiasi punto del mondo, non giustifica qualsiasi altro sacrificio?
        non è una logica miserabile, puramente conservativa, quella che non sacrifica il meno al più?
        una felicità piena, completa, assoluta, non si espande e irradia naturalmente fuori di sé, non viene restituita al mondo?


        tu sei una porzione liscia nel mondo.


        perché abbiamo unito la nostra vita a quella del fuoco, perché vi abbiamo incorporato un elemento così estraneo?


        ogni fiamma deriva dal sole, è un frammento strappato al sole e gettato sulla terra


        possedendo il fuoco, abbiamo rovesciato il rapporto di subordinazione al padre della vita


        la tua pelle, la tua pelle che è in fondo una pelle umana e normale, mi sembra invece non so che confine perlaceo e abbagliante fra il mondo noto e l'ignoto, fra il conoscibile e l'inconoscibile, fra l'io e l'altro.


        l'amore come movimento emotivo compreso nella sfera biologica o umana, come meccanica biologica - l'innamoramento come esperienza dei limiti, come rilevazione e cognizione delle sue pareti


        la sacralizzazione del corpo, la sua recinzione nello spazio inviolabile dei vestiti e delle convenienze


        tu sei un sistema, tu sei un' unità. nel tuo sistema i comportamenti sono particolarmente depurati, le gambe particolarmente lisce. tu insieme disprezzi e rispetti la materia, tu riscuoti denaro e complimenti con un assetto inalterabile, tutto tuo. hai pliche e pieghe gelosamente protette, linee della parola flessuose e armoniche, frequenti replicazioni di movimenti infantili ripescati negli strati profondi del vissuto. gentilezza estrema, e quasi irritante. porosità psichica, adesività all' interlocutore; fragranza erbacea o rosacea. una sacca di percezioni rimescolate, simulazioni neurali di conformazioni e azioni esterne variamente assortite (ecc.)


        il culo di questa passante dovrebbe essere decretato patrimonio dell'umanità dall'unesco


        lei non è altro, forse, da questa perfezione di forme, da questa esattezza, da questa pienezza - da questa dolcezza piena - in cui si raccolgono tutte le cose perdute del mondo. io camminavo per la strada, fra la corrente densa e misteriosa degli umani, e guardavo il cielo frastagliato fra gli alberi, di un celeste svenato, ma levigato e compatto - e capivo che la potente dilatazione e definizione che mostravano le cose dipendeva dalla sua presenza e prossimità


        tutta la mia presenza, tutto il campo psichico e il volume di spazio in cui io mi identifico, tendono a lei - è come se ci fosse una contemporaneità profonda, una consonanza acausale e profonda, una contiguità prelogica, e una conseguente confluenza di linee di forza fisiche e psichiche a convertirci, a congiungerci


        mentre nel reale diurno noi siamo localizzati in punti distanti e separati, nel sogno le nostre sostanze sono più impastate, decorticate dell'io, e dei suoi percorsi e posizionamenti obbligati


        l'io che ci accade e attraversa nei sogni - quello coll'indice del nostro nome e sembianze, e che comunque sente ciò che gli accade, o raccoglie quel che sente il corpo soggiacente - è in realtà solo una porzione, una misura spaziale di una sola entità solidale, indifferenziata se non superiormente (superficialmente), e riesce dunque ad entrare in contatto con altri io del suo livello senza incontrare le barriere e gli ostacoli fisici meccanici o sociali della superficie.


        un sogno, non è la proiezione di un desiderio, ma l'emersione di un accadimento profondo, segnalato da quel desiderio.
        (è il desiderio, che è una proiezione del sogno)


        perché, svegliandomi, ero appagato dal sogno? perché, immerso in quel sogno, avevo potuto contemplare l'unità, la compenetrazione, la coincidenza originaria delle nostre essenze, delle nostre essenze di forme e luci. il suo fronte d'onda aveva aderito al mio, anzi era da sempre aderente al mio. in quel sogno avevo preceduto il mio desiderio. il desiderio, sarebbe stato poi solo la gravità del reale sul sogno, la linea di pendenza tracciata dal sogno


        nella carta locale del mondo che è la mia coscienza, il mio sistema nervoso, esistono le aree del sacro


        la mia strategia: amare più donne contemporaneamente, così che le donne si elidano a vicenda, e le sofferenze si sommino. si tratta di una strategia religiosa, non erotica


        sacro, è quest'attimo che dilatato si perde di più fuggendo, sono quegli occhi vivi, oltre la vetrina, che mi hanno inspiegabilmente voluto, che hanno additato il mondo, me, le ombre intorno


        diventare un altro, spostarmi in un altro, l'io dello spazio e del tempo appena successivi. simulare altri luoghi, altre forme. se non c'è sede alla configurazione dell'io che ora sono, se non posso includere in me, o saldare a me, il suo corpo la sua psiche, devo divenire un altro il cui complementare, il cui desiderio, la cui condizione, la cui ragione sia un'altra. io non sono condannato, non sono vincolato a nulla, perché non esiste un referente assoluto a cui vincolarmi, perché ciò che percepisco di me come io non ha materia, peso e dunque necessità.


        la questione ora mi sembra sostanziale, una questione di grana della sua pelle e del suo io. ciò che è irrinunciabile e insostituibile è proprio il tipo di sostanza di cui sono fatti questi due elementi. cos'è la loro specificità? per la pelle, deve essere un particolare equilibrio ormonale, per cui lascia trasparire la debole circolazione sanguigna sottesa, ma conserva un pallore speciale, una sua capacità di trasformare e assimilare la luce. è luna, avorio, mozzarella, lenzuolo steso, alba fiore ecc. così la sua intima sostanza psichica, qualcosa di puramente animale, violento e delicato, primitivo e incorruttibile


        quello che divento dopo 2,3 ore di buio (sonno e dormiveglia) è molto diverso da quello che ero nella luce. mi contraggo, rientro in me, ho una dimensione, una struttura, e quindi un'identità psichica diversa. quest'io ripiegato, o esteso solo per ramificazioni immaginative, può amare una donna diversa da quello insediato nello spazio del giorno


        sembra anche più proprio, più vero, perché più stabile, meno deformato e trasformato dalle mie incessanti variazioni


        mi commuovono i suoi denti


        il colombo che attraversa, lungo una traiettoria diritta, lo spazio aereo della città
        il cunicolo nel mondo che è il suo spostamento, la sua presenza, il suo essere esistito nei punti concatenati della traiettoria


        quel cunicolo (a forma della sua sagoma) è di una sostanza separata dal mondo - sospesa con la sua consistenza e gravità nell'aria grigia, nella lieve sospensione grigia che era lo spazio della città


        tu non sei mia ma tutta tua e tutta tale

        mi trovo a un tale grado di frustrazione che non è possibile trarne niente. sono lancinato, piagato, smembrato - i bambini sono di là - e fare l'amore - invece - silenzio mortale - solo silenzio e atti non per me - che penetrano incidono fendono - come coltelli affilatissimi ben vibrati, nel mio pensiero del mondo, nel mio sentimento del mondo


        che sei tu e che sono io
        io sono un sistema di interruzioni del mondo
        tu sei gli spazi fra queste interruzioni


        nella fotografia, a differenza che nella raffigurazione, appare il non intenzionale - ciò che è diventato rappresentazione senza passare per l'intenzione di un corpo
        i signori che esistevano in questa cartolina di avellino anni 60. il signore all'angolo del marciapiede, che in quel momento esisteva e stava attraversando il viale, col braccio discosto dal corpo. le due ragazze di cui una bloccata a metà di una leggera rotazione a sinistra, con le gonne un po' corte, una verde una chiara.
        i pullmann, di un azzurro cobalto anni '60


        gli alberi poi sono cresciuti. lo spiazzo era illuminato dalla luce (dalla luce di quel momento). in quel momento, la luce è restata catturata nell'emulsione (oppure, estinguendosi l'ha trasformata). la ragazza giovane con la gamba alzata, ora avrà 60 anni, un altro corpo (tutto ricambiato), starà in un certo posto, a volte anche quello là. io ora, anche se non esistevo, sono in quella foto, in quella luce (ora e sempre)


        il sangue - aria del corpo, senza forma - essenza che ci deporta e riporta in noi - che ci trasforma a ciclo continuo in noi stessi - il sangue, che se fuoriesce ci estrae


        il sangue, il mio sangue, il tuo sangue


        il sangue per terra, che sono io, allagato, per qualche grammo morto, estratto da me e dalla vita, e che non sento più. il suo fruscio continuo in me, leggero e incessante (come quello delle parole).


        non ci sono parole per questa pelle. una cosa del mondo. dunque il mondo trabocca dalla nostra idea del mondo - questa forzatura, questa pressione di una cosa del mondo nelle nostre parole, lo chiamiamo religiosità


        questa paura, questo stupore o questa rassegnazione, producono dei, o li presagiscono


        la pelle, il cielo, pelle del paesaggio - davanti a cui professiamo il culto ogni confine e parete del mondo è un confine fra ciò che esiste e non esiste e cioè è la piccola soluzione di continuità nell'immagine unica apparendo, esistendo - il mondo ci disattende, ci scalza da dove lo aspettavamo, e eravamo qualcosa quel che non siamo più, di fronte a quel che ci ha fatto desistere produce un tremore, un sussulto


        oggi mi porto nel cuore la tua lievissima ombra di gelosia, e il tuo venirmi ad aprire la porta casto, ansioso e premuroso, ma calmo, coniugale


        lo sfolgorio, la fissione, la quieta deflagrazione, del tuo corpo, della sua minuta presenza nel mondo


        le infinite silenziose collisioni, i silenziosi schianti fra i nostri occhi, fra le nostre presenze nel mondo, scivolati clandestinamente e invisibilmente fra le pieghe nascoste degli eventi lucenti, quelli esposti, quelli concordati nel mondo.


        ti ho vista esistere, per un istante, esistere nascosta al di là degli occhi, al di sotto dei movimenti e le azioni e il tempo. ho visto la tua misteriosa eccedenza dal nulla, la tua inspiegabile e clandestina, la tua fiabesca rivelazione fra le cose. come in una fiaba sei apparsa nella tua carne, nei gesti e nelle volizioni, con la stessa leggerezza, gratuità, provvisorietà e implausibilità. ma ciononostante c'eri, o un tuo involucro o un tuo segno agiva e si riversava poi, defluiva poi su questa carta.


        io vivo in questo delirio, in questa psicosi, che è la tua presenza nel mondo


        ora il palazzo di fronte avvolto da una nuvola si è scordato di esistere, e io sono andato avanti. essendo gennaio, il sole non poteva effettivamente essere abbagliante, ma comunque dilagava nel mondo, e invadeva tutte le cavità recesse. poi io ho continuato a esistere al di sotto di quella piega, in cui mi ero insinuato, e sono giunto quindi ad ora, e ai momenti successivi, e che vado vivendo. ma quello che mancava, non riguardava me, e forse nemmeno il palazzo di fronte (con la sua aureola enorme e azzurra, circonfusa, di cielo di gennaio - di questo gennaio ) - ed effettivamente, non si può dire.
        grazie


        questa cosa che fischia sono io


        tu sei ardente e casta, come una nuvola nel sole in un pomeriggio di gennaio


        tutto quello che accadrà accadrà a partire da te e a finire in te, e sarà sospeso fra te e te


        due signori si sono rapidamente salutati, per strada. io allora ho attraversato il loro gesto, così come ho attraversato gli occhi della commessa nel dormiveglia. io mi installo a volte in queste cose. la realtà allora ha un leggero sussulto, ma poi si riassesta, e torna in se stessa (registra il mio passaggio volante).io così mi muovo, mi porto nelle sue periferie strutturali


        lo sguardo dell'altro. il rilascio del sé nell'altro, l'occhio che si rilascia e si dispone ad assorbirlo (o all'osmosi)
        l'onda frastagliata, il fronte d'onda della presenza dell'altro, che si posa, aderisce alla tua
        in questa collisione di sostanze diverse, si produce un materiale irriducibile


        ieri, di fianco alla porta, sfiorando la porta, ci siamo guardati con l'abbandono
        (come se fossimo due carni perdute nel cosmo)


        io allo specchio, una figura in una lastra metallizzata che sono io solo perché è nel mio io, in una retina mia, istituita da me, e perché è corrisposta prima delle riflessioni alle mie luci (se erano mie le luci scollate dal corpo e schiacciate sulla lastra)


        oggi non mi ha guardato, perché mi vedeva, perché io ero la sua visione


        o io deliro totalmente, o non c'è barriera fra me e lei, e non ha senso alcun dolore di separazione.


        evitava gli occhi perchè non reggeva la collisione coll'anima


        l' integrazione in quel corpo unico che è l' umano, è una forza potente, che sostanzia le nostre vite, e a cui non posso sottrarmi: perché la sostanza psichica di cui sono fatto è l' esperienza dei corpi degli altri, è la lingua degli altri, è la storia degli altri.


        io sono la reliquia dell'essenza che sono stato, e venero la mia tibia, la mia pelle, i miei sentimenti, i miei miracoli ordinari come irruzioni dell'invisibile nel visibile


        anche il suo muco è lei - anche il suo muco è nel mondo
        lei che è nel mondo, sotto forma di muco, di animale degli appartamenti civili, di parole scoppi d' aria traiettorie di sguardi o assestamenti delicati dei chimismi lungo i miei neuroni


        la stessa reliquia che è un muco, è un cielo azzurro e lievemente sfibrato


        i grumi giallastri del muco, e le venature mescidate di luce del cielo, la pasta densa e spumosa, e l' azzurro unito, levigato, tutto è di una materia sacra e imprendibile


        la mia sostanza è il mondo. delle cose sospese in me, una luce, un' automobile, un movimento, un minuto, alcune, come i corpi e le parole degli uomini, hanno un comportamento imprevedibile (scollegato dalla mia volontà)


        oggi, sono stato un ritaglio di cielo, con delle nuvole sfilacciate, e davanti una casa, poi la lamiera cromata di un automobile, e infine una ragazza che usciva da scuola, e mi guardava (mi guardava - in sé)


        come una luce all'alba, che prima non c'era, come una cosa che irrompe nel corpo all'improvviso, noi vogliamo abbagliare il mondo


        io sono quest'immensa bolla frastagliata che è il mondo


        in fondo a tutte queste carni, in fondo a tutte queste materie, ci deve essere la falda a cui esse attingono. la sostanza di questa falda è presente in luoghi prossimi all' io, ma anche, per collisione, in certe tensioni psichiche, o in varie altre situazioni (gesti insignificanti, paesaggi immobili ecc.) ma sempre in quantità piccolissime.


        ora il piccione in me è passato da un palazzo all' altro. la luce che per un attimo lo ha colpito, senza passare per la mia volontà, è stata in lui un'eccedenza elettrica o chimica. il piccione, volando, e illuminandosi, si è salvato. io sono uscito da me, ho perso scaglie di luce. questa quieta esplosione, questo sfolgorio, è ciò che mi dissipa oltre me (io vorrei perciò fondare le mie leggi nell' indistinto e l' indefinito, su un' ignoranza, o su una sapienza molle, incerta, perduta)


        ogni cosa ha un nome, e ad ogni nome non corrisponde una cosa. io ho un nome, ma fra me e il nome, oltre a una specie di abitudine, non c'è nulla. il nome sta in un catalogo del mondo, io in un posto misterioso, rintracciato invano dal nome. ma io, io, io, io, sono convinto di questa cosa incredibile, innaturale, che non sono un nome.


        ormai siamo nei fondali, fra le alghe il limo il lieve ronzio del fondo, dove si tocca il fondo struggente della psiche, dove si arriva a ascoltare la pulsazione del cuore del mondo, dell' infinitamente rimandato che sta dall' altra parte, del grande animale silenzioso, incomprensibile. noi siamo lì vicino, c'è solo quel battito e un ronzio - che è il rumore che fanno le cose esistendo. da qui non possiamo risalire, la pressione ci blocca, e il corpo non obbedisce più ai comandi come nei sogni. ma tutto accade esattamente come deve accadere, tutto accade necessariamente, fatidicamente, come se ogni evento non abbia altro modo di accadere che quello in cui accade, come se fosse già accaduto, e noi ora dovessimo solo ascoltarlo - in questo silenzio


        la vergine che gode della sua inaccessibilità. non si è mai sentita così piena, così sfolgorante, come quando la guardavo senza toccarla. nel suo corpo infitto in una mandorla di luce ha visto raccogliersi tutto il senso perduto del mondo.


        forse in certi amori si può raggiungere un punto di non ritorno. l'altro compie un certo gesto, o sorride in un certo modo, o piagnucola per una ragione futile, e noi sappiamo che oltre quel punto non potremo andare, e che tutto ciò che è accaduto in quell'istante ci resterà impresso per sempre nel punto più profondo del cuore


        io avrei voluto raccogliere tutte le cose belle che ho fatto nella mia vita - io avrei voluto raccogliere e conservare tutte le frasi riuscite, i gesti eleganti, le mattine in cui avevo uno sguardo felice, i vestiti che mi stavano bene. un libro è sempre anche il tentativo non riuscito, tardivo, di ricostruire questi io perduti in cui trovava un senso il nostro esistere, in cui l'esistere incrementava il mondo.


        ma ogni cosa che sarò stato, si sarà sbriciolata prima che la scrivessi, o non sarà ancora dopo che l'avrò scritta, e ogni cosa che avrò scritto, non sarà più, o non sarà ancora, quello che sarò stato


        ero al punto in cui la luce è tanto forte, che tutto si mostra nell'apparenza della sua forma definitiva, irreversibile.

        epilogo

        il sogno di stanotte - che la felicità è una cosa piena

        nel sogno stanotte si è formata una felicità.

        era una specie di sfera

        era un globo di luci, corpi, stati dei neuroni, tempo - pieno, molle, omogeneo

        aveva una specie di luminosità, di incontenibilità, di pienezza

        era prodotta nel mondo, ma era fatta di una sostanza diversa dal mondo


        disperato di nulla
        di bellezza

        bloccare il cuore, questo flusso di particelle che è la vita

        all'improvviso non tendere più

        appagato, finalmente, nel calmo abbraccio delle cose

        non più la mortuaria bellezza - la bellezza, sul cui rovescio è la morte

        tutto questo, lasciarlo - e così scavalcarsi, e precipitare oltre sé


        nel pallore in cui oggi sono stese e campite le cose la signora di fronte che stende un lenzuolo e l'incerta fiammata dei gerani in questo stesso pallore è il contenuto tenue delle tue palpebre incorporato in questo sistema attenuato di differenze e il mio desiderio come una costante tensione verso ciò che non è . il vento nei lenzuoli testimonia che il mondo accade e il signore che si sporge del fatto che non è omogeneo, non è colmo


        ogni ingrediente, ogni componente, ogni singolarità del reale il corpo in funzione della signora di fronte la vampa incerta e fosforica del geranio i vaganti organismi insediati nella retina, nella memoria il gravare del mio corpo verso, forse, il loro referente tutto ciò istituisce un luogo non psichico dove queste insensatezze si ricompongano


        il mio campo percettivo, come una specie di gigantesco brodo animale


        21.9


        provenendo da una distanziata calma, la carne bianca, il bagliore attutito del suo ventre - il ventre debolmente pulsante di visceri tiepidi, castamente adiposo - la carne bianca e flagrante, immacolata, del suo ventre - mi ha ripiombato nella mia insufficienza, nella mia finitezza


        tutta l'aura diafana, incandescente che congloba il suo corpo, tutta la pressione che esercita sullo spazio e il sistema di consistenze che lo contiene, produce una lisi luminosa del mondo, è la sostanza che dall'interno lo dissolve, lo lede, e lo espone alla sua impensabilità


        i peli delle tue ascelle sono alle ascelle ma anche in un altro luogo. segno soffice di una te soffice, lichene del corpo, ombra nella luce. poi, saturandosi ancora, sottili antenne, estensioni filamentose , tue sporgenze nel mondo, te rampicante nel vuoto, abbarbicata nel gas; te lieve spuma, rigurgito di minerali, delicatamente radiante - avventura metafisica delle cellule stagliate nell'aria ignota.
        infine - filamenti che ti aggrappano in ciò che non sei, fiammate di una viva in un mondo meccanico - per quel che conta l'esserlo - segno di un'impossibilità, di un'irriducibilità a ciò che sono, segno contorto e esuberante di tutto ciò che è insensato, e non ha ragione, da cui il resto deludentemente viene.


        questa cosa del mondo che sei, non è nel mondo, è una cosa luminescente, fosforescente e lucente, la cui luce, il cui alone, il cui effetto si riscatta dal mondo, si libera e affranca dal mondo, la cui luce schiava si affranca dal mondo


        sconfina nell'incomprensibile, nel perduto alla comprensione, nel germinale, nel numinoso


        la gioia umana, questa cosa umana. quella del passante sotto il cielo plumbeo e greve. la gioia, l'abisso (la gioia che si sospende e accende sull'abisso - l'oro, l'azzurro, il colore dei denti)

        dove finisce la mia colpa, e dove comincia quella del mondo


        la sospensione che è il mondo, in cui galleggiano le case, i corpi volontari e animati, il celeste uniforme e molle del cielo, i miei contorni, e al loro interno, io


        il piccione da un palazzo all'altro, carne impiumata volante


        la dolcezza (anche questa, come una bolla floscia)


        a 150 metri, la carne del braccio di una signora, coesa, soda


        questo è quello che vedi in questa giornata 17 luglio 2001 al crepuscolo:
        il palazzo di fronte, col suo azzurro solido infisso nell'azzurro molle del cielo

        si dilata, si gonfia il grigio in me. sono avvolte di opacità le fosforescenti reti neurali

        sta salendo, sta scendendo, sta dilagando il buio. è una parte che non c'è. solo occhieggiano i bagliori artificiali delle finestre. in un punto della mia mente si aprono le finestre. dentro questo punto dentro questa mente, le lampadine col tungsteno dentro che la illuminano.

        tutto è compresso nella superficie.


        quella ragazza in cui sarebbe stato bello affondare. io nella rampa della scale deserta, della controra. io, vescicola molle, appena separato da lei, ondeggiante fra le stanze dello studio. le nostre flosce esistenze, per un attimo si sono riconosciute, trasformate e perdute per sempre. mai più, in quell'istante, le mie carni conosceranno le carni, mai più accadrà ciò che è accaduto - forse - ora. non accadrà mai più nulla, e tutto ciò che accadrà sarà sboccato dal nulla


        io nella rampa delle scale, ero ancora il prolungamento dell'io che era entrato. anche se irriconoscibile, anche se irreversibile, ero ancora gli strati sovrapposti a quella struttura. e ero ancora io, anche la carne il cui campo oculare è stato secato trasversalmente dal piccione che ora ha volato, un'ora dopo. ma dove era, quel piccione, ancora nella rampa delle scale? è possibile che io non fossi già sulla rampa il piccione che dopo ha volato?


        la bellezza prima appariva inaspettata, si produceva inaspettata
        in questa sua casualità e impensabilità, risiedeva la sua sacralità, la sua profondità
        la bellezza emergeva , irrompeva nel mondo, e così ne tradiva per un istante la natura impensabile, irriducibile.
        questa bellezza che non si sapeva, era la vera bellezza - la bellezza che consiste in un'ignoranza


        i piccioni che si muovono senza condizioni, senza resistenze del mondo, la cui postura e azione coincide con l'intenzione

        i piccioni sono la loro pura intenzione, il loro puro io tracciato nell'emulsione inerte che è il mondo

        ora il loro movimento è solo una successione di stati immobili
il tempo è solo un accumulo quantitativo, e la signora nella finestra di fronte non si è mai pettinata: ha solo dischiuso il gesto


        nel silenzio della casa, il barrito del mio raffreddore


        nella foto mossa, sul nitore dello sfondo, il tuo corpo è diventato una sostanza disgregata, inconsistente. si vede che sei luci pigiate, luci solidificate per gli usi della psiche. la foto, scomponendo la tua presenza, sgranandoti, ha rivelato la tua essenza di luci

        ognuna delle frange luminose, dei bagliori esfoliati, delle macule disperse in cui consisti, è della stessa sostanza del mondo


        quel che sono è infine quel che ho, una razione di materia, un insieme incrementabile di parole


        tu sei solo un piccolo organo mobile e indaffarato del mio io, indipendente dalla mia diretta volontà ma ad essa riconducibile. sei solo un organismo di luci attivo nell'immensa estensione di immagini che è la mia psiche. è come quando un sogno ci sorprende, ci abbaglia: è prodotto da noi, dai nostri neuroni, ma è stato estratto da un fondo preesistente


        *


        il mondo è pregno di mosche verdi, e non ce ne accorgiamo se non quando lasciamo delle interiora di pesce all'aperto


        carne di culo: il miglior nutrimento per l'anima


        suoni quotati, dislocati e miscelati nell'aria: una radiolina


        un gabbiano taglia la nuvolaglia


        la carne della nuvola: sfatta, acquea, parenchimatosa, come un midollo dello scenario


        una ragazza in piedi sul bagnasciuga, opposta al vento, compressa nella sua ombra: fa parte dell'esistente


        *


        ancora devo capire se nel fondo atemporale delle cose sono le nostre vite ad essere già accadute, e a dover svolgersi nel tempo


        le scappatoie che si aprono nel mondo. la porta di una chiesa, in un vicolo, il vestito nero di una monaca. il nero del vestito, che avvolge il corpo, la polpa. il nero segnala l'assenza, la natura di varco di quel corpo. attraversando quel corpo, poi, il sistema di segni che è quel corpo - emesso o secreto da quel corpo - il sistema di comportamenti, volizioni , stati che costituisce quella presenza - ci si dirige verso l'esterno, si imbocca un cunicolo aperto verso l'esterno. così il portale della chiesa, così il morbido dilatarsi della pupilla in un altro vivente. un cunicolo può essere anche una forma, un'architettura, l'accastellamento di linee che coincidono con un palazzo svettante sullo sfondo,


        entrando in quella forma, insinuandosi nello spazio in cui consiste quella forma, nella pervietà che la costituisce, si può accedere a un altro luogo, si può continuarsi nei luoghi lasciati vuoti - non ancora esplorati, non ancora determinati - i luoghi da cui eravamo allora assenti


        anche una donna per strada, che per un attimo ho avvertito che si è sentita ridicola col suo cane


        anche una macchina che cammina, se per un attimo non sappiamo dove vada. quel metro che sta per percorrere determina una direzione, e dunque una corrosione della realtà. dirigendoci nel possibile, noi rompiamo l'apparenza della stasi, della determinazione, della temporalità, e sbocchiamo, ci affacciamo dall'altra parte. noi premiamo sulle cose, sulla loro struttura, sulla gabbia, e le facciamo sversare nell'esistere aperto


        io ieri in cima al terminio con la luce che mi squassava gli occhi e le braccia aperte che invocavo la sua attenzione


        io sono stato relegato in me, dove non esiste nulla da fare, e si può solo essere


        dobbiamo essere carne nella carne, corpo su corpo, origine su origine


        i movimenti del coito, scomposti, frenetici, in una casa, su un letto, in una città, sono un tributo all'invisibile


        ho bisogno di sfondare le pareti del me e esondare verso te, perché dio, il senso delle cose, è solo nell'inspiegabile, nel perduto, nel mirabolante che è l'esistenza di un altro


        22 sera

        infinita pena
        insieme alla vista che abbraccio, si allarga la mia sensazione del mondo
        si allarga allora la mia pena, si allarga come i corridoi interminabili che si spalancano negli spazi fra le stelle. effetto di dilatazione parossistica di ogni sensazione.
        il suo piccolo corpo, bianco e minuto, delicato e sensibile, mi appare, si polarizza nel punto più fondo della psiche, come un punto intorno a cui vortica tutto il resto

        i. è carne umana, è carne del mondo - è carne sagomata del mondo

        è una zona dello spazio, una zona dello spazio del mondo
        spostandosi, incrina la realtà lungo il suo spostamento, la corrode con la sua presenza.

        è un mio organo vitale, un organo sensibile
        ma è nello stesso tempo un'anima, una cosa che mi circonda, una cosa che mi si oppone, una cosa che non so e che non sta nel linguaggio


        forse io sono sottile inquietudine riempita a tratti dalle figure e le macchie del mondo


        io sono avido delle sue lacrime. le sue lacrime mi mettono in uno stato di ebbrezza parossistica (stamattina, per una futilità, le sue zuccheratissime e alcoolicissime lacrime)


        la vampa delicata che l'ha accesa, il leggero gonfiore degli occhi, la minima deformazione dei lineamenti che la traslavano in uno spazio leggermente sfalsato dall'umano


        le lacrime, disfacimento del corpo che diventa poroso, umido, marcio, espanso nei luoghi, in ognuno dei luoghi che esso sente come luoghi. l'offerta reciproca della propria porosità, della propria esposizione. gocciolio di sé, consunzione


        la tua carne è il punto di incaglio della mia vita


        io devo percorrerti. io devo percorrere il tuo corpo. io devo sfondare il tuo corpo per fuoriuscire dall'altra parte.

        io devo usare il tuo corpo come uso il piccione che vola da un palazzo all'altro, un punto dove lanciare e perdere definitivamente il punto nel mondo che sono, la configurazione che sono, l'effetto di linguaggio che sono.

        io voglio solo adorare il tuo chiarore, la purezza materica della tua esistenza, il bagliore diffuso di effetti e dati in cui consisti, la nuvola insensata, grassoccia, trascorrente sul muto cielo che ora sei


        29.1

        devo far esplodere quest'ammasso di infelicità


        te nella tua radice senza dolore e piacere


        le passioni che ci attraversano, provenendo da altri luoghi. improvvisamente, noi ci sentiamo consonare, consentire a un altro punto, un punto fuori di noi. il nostro corpo è squarciato dalla passione, rompe la capsula dell'io, e lo lascia esposto.
        mentre proviamo la passione, noi diventiamo così tratto di una corrente, forse senza origine e senza meta - area di un'estensione senza confine. la passione, come la nevrosi o la luce, è la passione di ciò che non siamo, e che non è nel linguaggio.


        dalla mia postazione al computer, la luminosità del cielo che proviene da altri luoghi, lontani, e si riverbera poi dovunque . io che in questo momento sono in questo luogo, che lo subisco.


        io mi subisco. inghiotto ogni punto, ogni luce del mondo. la mia mano è sul tavolo, di carne, pulsante del debole flusso rosso sottopelle.


        cerco la salvezza nelle ulteriori cose, nelle ulteriori sensibilità che mi leggeranno, che mi inghiottiranno a loro volta. cerco di salvarmi in loro, nella fievole passione che li attraverserà.


        bisogna ragionare col proprio alone


        devo viaggiare, ma quando sono giovane, quando sono un'immagine al culmine


        dio ci dispera, per fare la parte della via di scampo


        tutto quello che cerco da una donna è un bel culo e un'anima onesta


        io non posso uscire dal reticolo della mia psiche, delle mie parole
        io vivo in una psiche


        la sofferenza e la gioia sono strutture del mondo più dense, in cui è concentrata più informazione


        devo amarti davvero come dio vuole, nella violenza pura in cui è ogni sentire.

        ascoltare dio è ascoltarsi fino in fondo, ascoltarsi fino al proprio corpo. il corpo ha qualcosa da dire, proprio perché rappresenta la nostra consistenza minima e essenziale nel mondo


        i casi estremi, albano e il folle: colui che zittisce il corpo e si insedia interamente in un linguaggio - in una convenzione linguistica - e colui che ha da dire solo il proprio corpo, e adotta un linguaggio singolare e incomunicabile


        *


        noi siamo nell'umano. ogni casa, ogni bambino, è nell'umano. il cerchio del mondo in cui siamo, lo ha prodotto l'uomo. è l'uomo che ha tratto ogni pezzo dal nulla, lo ha assorbito nella sua carne, e ne ha secreto la sostanza con cui ha elaborato il mondo. è l'uomo che ha drenato nei suoi neuroni il vuoto, e ne ha filtrato le percezioni. questa piastrella con questo insetto, questa montagna a punta e questo riflesso di metallo, questo apparire di un passante, queste discontinuità che costituiscono la vita, o la loro dispersione nel cielo, tutto ciò non esisteva, e scomparirà senza di noi.


        l'io è una cosa spontanea


        oggi non posso calzare, indossare tutto questo sole e questo cielo. sono solo poco


        il mio corpo, la presenza del mio corpo nel mondo, è come un'esplosione stabilizzata. i getti e le protuberanze fiammeggianti scagliate dal mio esistere nell'esistenza, sono equilibrate e neutralizzate dalle leggi del mondo, e il risultato è questo silenzio, questa immobilità. ma basta pensarci un attimo, basta scrostare un attimo l'abitudine a sentirsi esistere, e si vede che il mio corpo è un evento impossibile


        forse l'universo è proprio questo, cani e barattoli di pomodori, con un lieve alone intorno che siamo noi e l'infinito. noi non abbiamo infatti idea delle sue proporzioni. ce ne rendiamo conto soprattutto in questi momenti di smottamento, di caduta non traumatica e inesorabile in una vertigine. ora mi sembra di aver scelto il nulla, le cose ridotte alla loro forma nulla, le cose nella loro evanescenza.


        vado avanti, ma ora ho questa sconvolgente certezza che non sono nulla, se non l'ombra di un intrico, l'ombra dei rapporti, il risucchio e la turbolenza sull'onda, che il mio corpo è vuoto, che il mio io è vuoto, che le mie felicità sono vuote, e questo vuoto immane e frustrante, in cui non c'è nulla di sacro, non c'è nulla di definitivo, è questa vita


        ritornare nell'oceano del nulla, ma avendo attraversato il mondo, attraverso la pienezza e la luce


        mi basta vedere alda d'eusanio per televisione per chiedermi: perché vivere?


        sono arrivato al mio confine, non ho più niente da dire e da fare, ma non ho detto quello che volevo dire e non ho mai fatto quello che volevo. mi è esploso tutto nelle mani, per una disattenzione, i brandelli che ora sono non hanno più un'identità né una funzione nel mondo


        il mistero dell'io è (forse) rischiarabile solo dal mistero di un altro io. perché posso sperare di intaccare, di scalfire il nucleo di incomprensibile dell'io (il fatto stesso di esistere di irradiarsi da un punto, da un luogo legato allo spazio e al tempo), solo rapportandolo a un altro io.


        l'avventura è solo verso l'altro, il mare aperto è solo verso l'altro, il varco è l'altro


        bisogna accordarsi e consonare a un altro il più intimamente possibile, quanto più vicino possibile al punto della radice, e poi identificarsi ad esso nell'ordine senza spazio e tempo dei segni. attraverso questo movimento impossibile, questo movimento statico, che è l'identità è possibile, forse, spostarsi


        attraverso questo corpo io mi slancio nell'altro, nell'oltre; l'altro mi riceve, si fa mio aldilà, mio cielo, e i segni sospesi su di noi si confondono


        annullare il dolore, che è la percezione bruciante di questa separazione, ma nello stesso tempo produrre il piacere, nel contatto col non ancora verificatosi


        potrei perdere tutti i miei ricordi ad uno ad uno, scaglia a scaglia, e alla fine non resterebbe nulla, nemmeno il corpo.


        nella passione, noi siamo esposti al mondo. la passione ci lacera, e ci lascia esposti a qualcosa di non psicologico, di non linguistico, di non umano. nella passione noi pulsiamo di un battito ignoto, ci sincronizziamo a quel battito - patiamo, appunto...
del mio corpo, resta la bellezza, ovvero la ritmicità di quei battiti.

        fischia

        domenica di pasqua

        la suora che attraversa la strada, infagottata nel suo nero

        la sua carne, le sue volizioni, erano contenute dentro di lei: io l'ho presa alle spalle

        io esistevo, a sua insaputa - nonostante la sua religiosità (lei ora nella chiesa è a casa di dio, dove dio si mette le pantofole. ma dio doveva essere anche nel prato che ha attraversato, a consentire che prima ci fosse e poi non ci fosse)


        nella luce che taglia a tre quarti il paesaggio, e che ora descrive il mondo, la mano gesticolante della signora del piano di sotto, l'ombra compatta di un muretto, tre bambini senza cultura, ma viventi, sono tutti porzioni sfrangiate della psiche, mie configurazioni nel mondo. io sono questa cosa invisibile - nascosta e acquattata dietro di me - che coincide con ogni punto del mondo.


        (ma sono anche la suora, sepolta, nascosta, in un anfratto del visibile, senza che lei lo sappia)

        le strane configurazioni del viso - il naso prismatico - i fori degli occhi, la composizione di piani di fronte e zigomi, in questa forma noi riusciamo a riconoscere, a ricostruire un'armonia - da questo insieme noi estraiamo una sostanza assimilabile. il volto dell'altro - o il nostro supposto da uno specchio - si tratta solo del fronte fisico, corporeo di una struttura, un'entità che avvertiamo consonare con noi - e di cui forse ci appare misteriosa proprio l'identità alla nostra, il mistero dell'identità.


        dal taglio arrossato della bocca fuoriescono segnali che ricostruiamo.


        negli occhi, vediamo corrispondere minime volizioni e emozioni, che ci sembrano più congeniali all'anima


        il corpo che sorregge il volto, nella sua composita articolazione in basso, con le sue anse, i ricetti, le pieghe, le forme tubolari, il colorito biancastro, e gli accessi e le pervietà profonde, sembra rappresentare una condizione, una premessa


        lunedì in albis

        le nuvole, e dietro le nuvole, altro spazio
        a parte il mio corpo, che è un ispessimento di carne contenuto nella mia presenza nel mondo - la nuvola, l'uccello saettante, il grembo della passante - siamo della stessa materia porosa, instabile, rarefatta


        io allucino l'esistenza invisibile, indimostrabile, di altre psichi
        gli altri, sono minute figure contenute in me, nel mio corpo, ma viste da vicino
        da un punto sempre più prossimo, si fanno possibili psichi.


        forse nella passione si verifica una sorta di dismissione dell'io: ogni oggetto dell'io, il cuscino spiumacciato di fronte, il rosa e il celeste svenato del cielo, migra ai bordi, diventa una periferia, e così le strutture centrali, essenziali e costitutive stesse; si verifica un degrado d'individualità, d'identità. in questo stato, un oggetto significativo, un oggetto cospicuo come il corpo di una persona, può assorbire sostanze disperse nel plasma, gonfiarsi, accrescersi, può approssimarsi talmente alle dimensioni del soggetto che lo contiene, da configurarsi, nella dimensione linguistica dell'io, come un possibile altro, come un'esfoliazione della propria parete, come una duplicazione in un'altra impossibile ma oscuramente avvertita esistenza. è il passaggio inspiegabile dall'io al tu, dal compreso all'incompreso, dal positivo al negativo, o al sacro, dal silenzio al linguaggio, è il momento dello slancio di sé; è il momento più agghiacciante e più sfolgorante di ogni esistenza, la sua giustificazione e la sua smentita, è il momento in cui tutto quell'ammasso ordinato che è il mondo perde la sua consistenza e definizione, perde la sua credibilità, e ci sembra un trasalimento della luce.

Fotografia di Pino Musi


        mattina, luglio, 7,30 circa

        le falde grasse - come cariche di elementi complessi - delle nuvole, non emulsionate nel liscio del cielo


        le nuvole, umidità sfibrate, vaganti del cielo. il fatto che siano bianche, e il cielo azzurro, dimostra che il mondo esiste. questo azzurro sembra un filtrato della sostanza più grassa e pesante del mondo, un filtrato senza scorie, un suo siero.


        è una zona appiattita del mondo, in cui riesce ad applicarsi senza grinze la sostanza totalmente immateriale e irreale dell'io


        in questo libro non parlo mai di politica, forse perché la politica non mi sembra una cosa seria. una cosa di politica che mi viene da dire, è che oggi mi sono commosso pensando ad uno che ieri mi ha venduto del miele. questo tizio aveva fatto il miele, credo, nella sua comunità nel grossetano (non gli ho chiesto niente, non lo so, gli ho solo chiesto il prezzo), dove, credo, dopo il '68 aveva fondato una comunità con alcuni amici. era alto, asciutto, aveva la barba brizzolata e i modi asciutti. siccome aveva una faccia seria, parlare di lui mi sembra parlare di politica in modo serio. io mi sono commosso semplicemente pensando alla sua serietà, e questo mi sembra l'unico modo di parlare di politica in modo serio


        che rappresentano gli occhi, se una ragazza che fa la fila alla posta mi può far macerare tutta la mattina in un sentimento di inquietudine, solo perché ha degli occhi di un certo tipo? che segnalavano, che ingiungevano al mio corpo quei due occhi? che occhi erano? manco a dirlo neri, oscuramente lucenti, come intermittenti, trasmettevano forse col gioco delle pupille qualcosa come una dolcezza soffocata, inibita dal mondo - dal rispetto, il timore, il tremore dell'esistenza altrui - come una gioia offuscata da una pena, da una stanchezza - ma che c'entrano questi sentimenti con i suoi contorni e i colori ? non è un problema di fisiognomica, è forse la sensazione che il mondo sia attraversato da presenze mute e arcane, insondabili e inafferrabili - universi vertiginosi, orizzonti a perdita d'occhio che non si apriranno mai, è la sensazione della finitezza, dell'irrimediabilità, dell'insolubilità delle cose, è il bisogno di essere in ogni cosa - quella crisi e quella perdita che è il fondamento stesso della coscienza .


        culo e occhi, sono in qualche modo elementi polari. uno è la punta anteriore, l'altro quella posteriore del corpo. l'occhio è il fronte dell'io, il punto di tangenza col mondo, l'organo attraverso cui lo controlliamo e possediamo; la sua funzione, lo sguardo, è l'atto che compie l'io nei confronti del mondo. il culo è invece una massa inerme, molle, cieca, rassegnata, totalmente disponibile e passiva. come l'occhio è appuntito e si insinua e immette nel mondo, il culo è fatto solo per subirlo - scudisciate o palpate d'amore - per sottomettersi e soggiacere ad esso. il culo prende atto del mondo, non agisce, lo verbalizza, ne è promulgato. è una pellicola in cui il mondo si va a imprimere, sotto forma d'amore o di rifiuto. l'atto del culo è la presenza, la persistenza. simboleggia forse la nostra esposizione all'altro. è la materia indubbia, solida, persistente, come l'occhio è l'offuscamento della coscienza.


        che è la carne per me... l'altro... quei due nei e quella schiena... quella vita... il corpo vivo, animato, tiepido, debolmente pulsante... gli occhi


        8 luglio

        la bouganvillea esuberante e rosa, che rigurgita dal suo stato cromatico, ma che non può essere computata dal nostro occhio


        la linea interminabile del fianco di una donna, alonata oltre il tessuto dell'abito


        tutta la nostra logica, la nostra coscienza, è un sistema tautologico che non può darci conto di ciò che siamo, che non può portare a noi le cose. ma il nostro corpo, che è dello stesso ordine delle cose, senza poterle portare alla coscienza, nella sua cecità, avverte le scosse, i sussulti, i movimenti che provengono dall'alone che circonda il pensabile.


        c'è un'immensa, articolata, luminosa, gonfia forma, ma inaccessibile, sprofondata in sé - nel suo stato di forma
        la psiche può pattinare sul suo pelo, ma non può conoscerla. nel momento in cui la penetrasse, si disintegrerebbe


        ci sono crepe, discontinuità, faglie della compattezza. la massa omogenea del tempo, il suo corso continuo, sono interrotti


        sono attimi con donne dentro, o con cielo, o un movimento sbagliato, o l'omogeneità assoluta di un'emozione che si riflette fuori e dilaga da sé, o può essere un gesto eroico, o disperato


        si suppone allora il mondo che non siamo noi, il mondo che è al di là della nostra giurisdizione


        l'automobile è un intensificatore d'esistenza


        31-7 il pene

        il pene come mostro, come coltello - ha esattamente l'essenza formale di un coltello. per urinare basterebbe un foro, altri usi - strutturali e di sostegno, estetici, funzionali - non ne ha. incongruo, estraneo al tronco cui è esilmente collegato, un'ernia, un puro pendaglio estroflesso da ogni altro apparato, morfologicamente un puro utensile - il coltello del corpo, appunto. ciò spiega quanto il taglio, l'incisione, la lesione psichica siano fondamentali nella dinamica amorosa.


        il pene è funzionalmente un coltello e morfologicamente un mostro, un agglomerato scomposto, disarmonico di tessuti penduli e flosci, di pelli grinzose e annerite, radamente vegetate di peli contorti - privo, nonché di una forma dinamica, modellata dalla funzione, di una qualsivoglia forma stabile e definita, flaccido come un mollusco, cieco e inerte come una bestia priva di sensitività. eretto, acquista almeno una bellezza plastica, ma accentua altri caratteri mostruosi, la sproporzione e estraneità al corpo, la rigidità innaturale e quasi inorganica, insensibile, la tumidità rubescente, infiammata della carne carminio del glande - il senso di tumefatto, di eroso, spellato, ulcerato del prepuzio, il rilievo e l'oscenità della flagranza anatomica - che lo rende ancora più scoperto - di vene, rughe, nodosità


        il pene è deliberatamente mostruoso, deve essere tale, un oggetto inspiegabile che non si armonizza in nulla e con nulla, deve essere orrido e affermare le ragioni della pura violenza, della pura esuberanza, la legge oscura della forza - è un mostro che impone la sua presenza fuori da ogni regola umana - è l'animale nascosto, è nefando - è il non senso che vogliamo nascondere.


        5-8-02

        quella donna è in possesso di un culo. quella donna è un culo. questo albero è legno, è foglie. quella donna è cervello, molle, sfatto. quel corpo, sulle rocce, si è condensato - si è ispessito - da uno spazio. lì c'è il cervello, la carne. ma tutto era nella mia carne che è nella sua carne. l'azzurro dispiegato sdraiato, liscio del cielo, il piano lacustre della luce, è un ispessimento. tutto non può che ritornare a me. il cervello, il verbo essere.


        il verde, un colore cedevole, cui cede la psiche. lo sfatto l'asseconda, e l'essere si ferma, si limita, finisce, si definisce - poi cede al volume, alla luce, agli sviluppi del tempo. il risultato è la carne, il movimento..


        piombati, precipitati qui da non si sa che cosa, allestiti da non si sa che cosa.


        ora io, senza presa, scivolo sulla superficie frastagliata, ma senza appigli, di questo allestimento. è impenetrabile, miracolosamente o penosamente, anche il polpo che ho mangiato, micronizzato, e l'acqua in cui tento di diluirmi . questa sostanza originaria che cerco, questo alimento puro, perfettamente sano e assimilabile, questo elisir, si produce forse nel momento stesso in cui procedo, come una scia, a rigore invisibile - di viso - solo notificabile, registrabile.
        la liturgia del mondo lo nasconde, lo celebra. questa sostanza fa pressione, genera nelle densità dei fiori colori infiammati, seducenti, chiassosi - vuole farsi sentire, è forza, è presenza che si impone. ci tende verso la carne - io ci sbatto in tutta la sua superficie scabra, sfrangiata smerlata, nei suoi pori senza potermi confondere, identificare. divento a forma del mondo, calco del mondo, ma inutilmente - sono per giunta piuttosto solo. forse in due, la soluzione - o la fine della liturgia - forse in sogno. ora non ce la faccio.


        l'acido gallico dell'inchiostro, la chimica della scrittura. la chimica logica, la cultura, gli innumerevoli polimeri di linguaggio in cui mi dispongo


        potremmo essere meccanismi addestrati a eseguire un io


        vorrei vedere una volta il papa seduto su un muretto con la testa bassa, e l'aria davvero disperata


        funzioni specifiche dell'uomo, che lo definiscono: il riso, la masturbazione, il suicidio


        l'io è il residuo del mondo, è quella cosa separata dal mondo che lo istituisce. così è l'essere umano. l'uomo è una frontiera, un fronte di separazione. è quella cosa che distanzia a 100 metri il celeste tenue e inammissibile del palazzo di fronte, è il misterioso dispensatore d'azzurro di cielo, e dei filamenti strinati, del cotone delle nuvole. ma anche di questo spazio che le perfora, di questa galleria dove schizza e con un tonfo soffice o uno schianto si va a perdere, fino all'acqua morta, alla pozza inerte di questa parola


        sono stufo di scrivere - scrivo


        i fori del mondo, i pori del mondo. che ossessione.


        io sto al corpo come la campagna al fiore


        persone che litigano nel palazzo di fronte. arrivare alle radici di quell'urlo, alla sua sacralità


        (crepare, fratturare la bolla sonora, il territorio fonetico, sporgere, rigurgitare dal corpo)


        il signore con la canottiera, così ermeticamente incapsulato nella sua forma, nelle piccole dimensioni in cui lo genera e contiene il mio occhio, nelle sue proprietà ottiche. quel signore è inesorabilmente soltanto quella forma, soltanto quella commessura visiva di una canottiera che si trasmuta in corpo e torna canottiera, quei comportamenti e quell'umanità.
        questo signore è inaccessibile, disperatamente inaccessibile, io non potrò mai essere null'altro che lo sguardo che lo contiene, potrò urlargli nelle orecchie, amarlo, sodomizzarlo, compatirlo, ucciderlo e cibarmene, e assimilarlo, resterà sempre lontano tutto lo spazio dell'universo, lo spazio che si sviluppa nel momento in cui ne riconosco la presenza


        il cielo, liscio, compatto. è come se il pensiero lo plastificasse orrendamente. è la sua respirabilità che mi blocca? il dio che è il suo colore, diffuso, il dio che pervade i granuli omogeneizzati, intrisi dalla luce, che sono il suo azzurro, cos'è?
        non avverto altro che un prurito, un prurito nelle pareti del pensiero e della lingua, un prurito incomprensibile e inammissibile - ma questa prodigiosa volontà di salute, disperata e in sé felice.


        e so che in questa impenetrabilità, insormontabilità, incontenibilità dell'azzurro e del signore con la canottiera è la radice dei mali, è l'asimmetricità del mondo, degli amori e dei desideri, è l'artificiosità e lo scacco di tutti i sistemi di religioni, che abbiano la forma di un dogma o di un sistema di convenzioni quotidiane o di una programmazione televisiva


        fenomenologia del fico sfracellato
        cercando la luce, era cresciuto sul ramo più alto, ma lì nessuno l'ha colto. passato il tempo, il suo compito nel mondo è consistito in un fulmineo tragitto verso la condizione di dolcezza sfracellata al suolo, dispersione di marciume e semi, marmellata irrisolta


        avere un corpo è una bella responsabilità


        nascendo, acquisisco una licenza d'esistenza e sfruttamento del mondo


        il vero modo di rispettare un animale è mangiarselo


        in fondo le mie sigarette sono le passanti


        amare, attecchire nell'altro


        il corpo è personale, la psiche è impersonale


        la risata di quel ragazzo, da cui è secreto il corpo, la vitalità, è ugualmente un affioramento, un fiotto


        così un urlo, o la bellezza religiosa di un fallo nudo, o il bagliore meridiano che all'improvviso fulmina le cose


        ieri la ragazza in paese - slip rientrato leggermente nel solco. era il suo animale che inghiottiva per qualche centimetro la sua donna, l'animale prorompeva dalla donna - l'ontico attraverso una complice elusione dello psichico, prorompeva dal sociale (producendo l'erotico)


        l'occhio molle, umido, sfatto - sistema di espressione istantanea del suo assetto psichico


        occhi e fallo, organi inutilizzati dell'amore, girano a vuoto nella città


        20.9 h16.55 rivedo lei, chiesa s.f., poi poi poi poi poi


        come è possibile che talvolta i personaggi del sogno agiscano indipendentemente dalla nostra volontà, al punto che talvolta ci sorprendono? dunque, o la decisione è un atto soltanto meccanico - una semplice permutazione della psiche - o attraverso il sogno la persona sognata agisce in noi, noi siamo anche la persona sognata e dentro il nostro corpo agisce la persona sognata.


        scenari del futuro
        l'aumento della selezione sessuale produrrà un numero sempre maggiore di maschi frustrati, vagando allo sbando nelle città, a cui giocoforza sarà consentito di masturbarsi davanti alle passanti più appetibili.
        nelle vie più centrali e piene di boutique aleggerà costantemente un tanfo un po' acre e dolciastro.


        non mi viene da chiamarti col tuo nome. nominarti è già perderti, rinunciare alla nube di eventi silenziosi e oscuri che sei, barattarti col nome


        io che dovrei compiere solo gesti definitivi e irrimediabili, come posso essermi adattato in questo corpo? io che sono uno e indivisibile, perché mi tollero nel parziale, nello stentato?


        ragioni per suicidarsi:
        per eleganza
        perché la vita non è essenzialmente possibile
        ragioni per non suicidarsi:
        per non darla vinta a nessuno
        per non creare fastidi forse a 2,3 persone
perché comunque, in qualche modo, questa pepita di piombo in mezzo alla carne non è una cosa naturale


        milano-parma-napoli

        perché io sto bene solo con una valigia leggera in mano a una stazione?


        tento di ripulirmi col viaggio, col silenzio


        dio, se mi ascolti, dammi il mondo, dammi la sua limpidezza


        vago alla cieca dove sento il vuoto, dove sento che lo spazio è libero. ma sono un uccello cieco, che non ha più orientamento e direzione, e gode dell'ebbrezza dell'irresponsabilità prima di schiantarsi.


        sento ancora l'azzurro nelle penne, la granulazione delle nuvole, sento la luce sulla pelle, e sento che c'è al di là qualcosa. mi raffiguro la cavità del cielo slargata dalla luce


        mi è stato revocato quel provvisorio assegnamento del futuro che è un io, sono stato retrocesso a una meccanica, a oggetto deciso dal mondo


        io credevo in una giustizia soprannaturale che mi portasse, che mi salvasse, invece l'unica legge cui soggiaciamo è la legge economica, e io devo rendere, e smerciarmi e farmi fruttare per esistere


        h. 12

        io sto in questo pulviscolo di corpi nella loro campana di segni
        questa è l'umanità di piazza duomo io avverto la tensione dai corpi dei miei simili, e mi immergo nell'aura di una ragazza, ma ora non appartengo all'umano ricoperto di umano, ne sono colato per una crepa da questo limite, io vedo di qua e di là, sono e soffro di non essere, per eccesso di umano depuro il disumano delle linee e delle cose, ma mi sembra di non sapere nemmeno che farmene


        perché sei sempre così taciturno?
        ma io... ho parlato un sacco di volte in vita mia


        sab. h 22,30 circa, 28.9

        a parma, al ristorante, ragazza splendida, tipico animale emiliano, occhi accesi, fianchi ampi ma insellati e appiombo perfetto delle cosce, gesti nervosi, che mi mangiava con gli occhi, sfrontatamente, oscenamente, come accade solo da queste parti. questa sacerdotessa del biologico, questa prostituta mistica dall'ovaia infiammata, si è girata con ogni pretesto infinite volte, le bollivano le surrenali, era gonfia d'ormoni come un frutto troppo maturo - io ero causato e munito di senso dal suo potente, insensato e gratuito desiderio, e viceversa lei dal mio. queste incidenze, queste intersezioni fatidiche, in cui l'irrevocabilità e l'irremissibilità dell'esistere precede e scalza la coscienza, sono ciò che mi rigenera, ciò che mi riporta al senso segreto delle cose


        h.8, stazione
        incomincia la sfilata dei corpi
        nella luce di prima mattina, i corpi sui marciapiedi le leggi ottiche definiscono i pannelli di lamiera dei treni e i corpi molli, l'indifferenza del cielo e il sole che l'allaga di una pasta bianca - e le piante


        l'uccello nell'aviario perfora la sostanza apparente che è il cielo


        un signore col maglione blu, è stato umano a tutti gli effetti aspettando il treno, ma per un istante la luce ha dissimulato il tempo, il prima e il dopo si sono staccati dalle sue forme, e io l'ho visto in bilico sulla cresta del suo divenire - i gesti il sentire le giornate il campo d'azione - immobile, stagliato, librato sul fondo bianco dello sguardo


        ora, andare a morire qui, alla fine di questo binario, sacrificandomi a quel corpo sotto il cartello PARMA (mentre certi uomini parlano), compiere un gesto davvero dissennato e esatto, un gesto che descriva finalmente il mondo


        libidinosità delle parmigiane, perfino la vecchia dell'albergo, rinsecchita e spennata, ha cercato di concupirmi - deve essere una cultura, una sedimentazione storica
        ma perché la suggestione non c'è stata, o c'è stata in forma molto depotenziata, con la vecchia? la vanità è sempre sospensione erotica?


        la bellezza indipendente dalla sessualità - un operaio dal sorriso incurante, la bambina trascinata dal padre - che può essere altrettanto folgorante


        il linguaggio esclamazione (interiettivo) è un carattere del corpo, una sua qualità sonora. il linguaggio sintattico, da cui origina la scrittura, è slogatura e frattura dell'attimo, e dilazione del corpo nel tempo.
        la scrittura è sfocatura nel tempo, prolungamento o stiramento, sostituzione del corpo nel tempo


        alle origini, il pittogramma interiettivo, è duplicazione del numinoso - il principio della cosa che sta per un'altra perché non si capisce


        ritorno in una schiuma di nuvole ciclamino


        per 3 giorni ho viaggiato, mi sono liberato dal nome, dal ruolo, sono ritornato un pezzo di carne vagante su un treno e nella città.


        ogni giorno io divento io, e riprendo ad essere dal punto in cui mi sono lasciato. se mi spostassi da questo punto, se perdessi questa continuità, non sarei più riconosciuto come io, o sopravviverei come uno sciamano. sarei mille cose che forse non possono nemmeno più scrivere, eppure sarei in un certo senso più profondamente e pienamente un io, questa cosa che accade in sé e per sé, senza effetti


        *


        noi siamo una specie di pasta, l'umano, addensato qua e là nei corpi.
        occupiamo le città, e non ci rendiamo conto che siamo una sola, collosa gelatina psichica


        la ragazza che ha attraversato le strisce ora ne ha riassorbito impercettibilmente la disposizione, e nell'aspettarla, io ho riconosciuto la nostra solidarietà.


        questo umano, infiltrato nelle cavità squadrate delle case, allungato nelle strade, dilatato nell'aria, insufflato in continuazione dai segni prodotti dalle menti, pervade tutto, avvolge tutto. nei suoi punti nevralgici, gli uomini, assume una consistenza e una densità insostenibile. è qui che apparentemente viene prodotto e immesso in un ambiente, ma in realtà ha in essi solo la sua fisicità, la sua motilità e attività. fra questi il mio corpo, la mia carne, sensibile, molle, soffre i riflessi e i sussulti di tutto il resto


        il cielo è inumano, il fiore è inumano - fin tanto che spicca con la propria tinta netta e acuminata, con la propria imprevedibilità e irrappresentabilità, dal linguaggio


        quel che non è umano, non sappiamo come chiamarlo. esso preme, pulsa debolmente, irradia dall'umano, si oscura infine alla soglia dello sguardo


        tutto fa capo al mio corpo
        (qualsiasi filamento, tentacolo percettivo o linguistico che allungo nelle cose è fissato al mio corpo)
        il mondo è una bolla immensa, indefinita, dalla forma frastagliata, al cui centro sono io


        tutti vivono su quella estremità delle cose che sono i segni - l'umano


        tutto fa capo al mio corpo, il mio corpo è il corpo del mondo


        nel buio, io solo, inglobo in me l'immenso respirare, pulsare, delle cose - tutto comincia da me, diverge da me, converge in me, si ritorce in me. io ho questa immensa responsabilità, la schiacciante e meravigliosa irresponsabilità della mia solitudine


        linguine mare nel piatto, da me ideate
        si prepara max per 2 persone
        su una scogliera incontaminata si raccolgono 10 ricci e 5 piccole patelle di scoglio a testa, e si riempie una pentola di acqua marina
        si fa soffriggere in olio di frantoio per 10 sec appena qualche spicchio d'aglio tagliato a fette sottilissime, e per qualche sec. in più le patelle. si aggiunge qualche cima di finocchietto selvatico tritato, e infine le uova di riccio pressoché a crudo (come variante, del peperoncino). si cuociono le linguine nell'acqua di mare, diluita quanto basta, e si condisce. da servire con vino bianco secco.
        credo che nel mondo ci sia poco di più estasiante di queste linguine (forse a volte il corpo della donna amata)


        quale forma assoluta ho aggiunto al mondo? che ho aggiunto al mondo? eppure ogni uomo che pensa il mondo è quel mondo, ed è responsabile di tutto il mondo. un gesto pieno e definitivo, questo dovrei compiere. non più meschini calcoli di superflua sopravvivenza, ma una vita che emani luce, forza, bellezza come una fiamma


        i corpi, nel mondo, che occupano il mondo.


        le espressioni degli occhi, nei corpi degli uomini - delle donne


        un corpo che abbia la bellezza della fiamma


        dom h. 12.40

        le urla nella città sono qualcosa che restano congelate, visibili nella luce cittadina, che è una luce educata, direzionata
        la combinazione di sole e urla nella città, crepa la bolla, fa stravasare i succhi. la città per un attimo è svuotata da questa emorragia


        picchi della città in questo momento: il lenzuolo che sventola, la luce, le urla , i bambini ignari - col loro alto grado di ignoranza - il piccione nell'istante in cui senza essere nell'aria non è ancora sul tetto


        in alcuni casi sarebbe necessaria un'operazione di estrazione dell'altro dall'io. con tecniche di chirurgia simbolica, o con lavacri luminosi, chimici, o di semplice flusso temporale, estrarre neurone per neurone, dalle zone più colonizzate, i segni, le immagini, le memorie dell'altro che ormai intasa e incrosta i processi organici
        la psicanalisi, tecnica ingenua e rudimentale, non potrebbe fare molto - almeno quella odierna. l'altro metodo di guarigione sarebbe una specie di cura intensiva di altro, che infine faccia scoppiare e autodistruggere le capsule che lo contengono, come per fatalità


        la realtà è una cosa immobile, che però sembra muoversi trasportata in blocco dal movimento degli istanti.


        la falsa idea che io sono il mio volto, il mio occhio. se io sono, sono quest'entità anonima, fisica, che è la mia carne, e che nell'insieme produce la sensazione di identità e individualità. ma produce poi questa sensazione come composizione di tutto ciò che è esterno ai limiti di pelle e suoi annessi (la terra di nessuno, che sono io ma non sente, dei peli, unghie ecc. ) del mio corpo.


        localizzarsi in tutti i tessuti e in tutti gli eventi del corpo, poi annettere il resto, il tavolo, gli altri, il tempo.


        le nuove fibre, sfilacciate, delle strie di cirri del cielo. la loro levità, luminosità, la loro grumosità e viscosità traslucida sul pallore azzurrato. sentirle come una propria carne gassosa.


        io sono un deposito decomposto di atti nel mondo, che fanno capo a un corpo


        il paesaggio verde, circondato dal cielo molle


        stare nella vita, ci vuole un grado di ottusità eccessivo
        eppure anch'io mi esaurisco nell'umano
        il mio vero nome doveva essere uno, uno b., oppure quello, quello b.
        io ho questa deriva dell'umano
        come è possibile che un corpo che si arrabatta nel cosmo riesca infine a pensare?
        quella ragazza, quella bella ragazza, ora vorrei tenerle il corpo, mi gioverebbe, sarei più intriso del mondo
        la vita è essenzialmente impossibile
        io vorrei vivere la sua incandescenza, il suo spasimo


        ogni comunicazione è un fraintendimento, perché ogni corpo è irriducibile all'altro. la cosa per cui sta ogni segno, trasferita all'altro, viene riprodotta in un corpo diverso, nel quale diventa una cosa diversa. ogni lingua è radicalmente e essenzialmente insignificante.


        io sono quello che ho visto e udito (il mondo che è passato in me) . quello che è passato in questi occhi e queste orecchie, e non altre, quello che è capitato a questo corpo. e in questo senso io sono qualcosa

        
        *


        questa che mi lancia sguardi con la palpebra bassa, peccaminosa... quanto è ingiusta la loro bellezza, è superficiale il mio desiderio


        noi che nasciamo nella carne e moriamo nella terra non abbiamo mai un rapporto così intimo col mondo come quando mangiamo.il cibo siamo noi, è nostra carne, ancora smontata, materia prima, precursore, né possiamo stabilire il punto esatto (il tavolo, la bocca, lo stomaco, il sangue?) in cui avviene il cambio di identità.


        il nostro rapporto col mondo è crudele, è famelico, è predatorio.


        il mondo è lontano, irraggiungibile, perduto dall'altra parte del corpo.


        il corpo, questo organo con cui esisto tutto


        io esisto solo col corpo, e ciò che di me non è corpo è appena una pressione, un prurito


        perché fondamentalmente mi piace la fisicità delle povere, la biologia depositatasi nei corpi, nelle carni, negli sguardi delle povere?


        quella ragazza che mi ha scagliato addosso la sua debolezza e la sua sudditanza - il suo abbandono


        la scintilla scoccata stamattina fra i luoghi lontani sepolti in fondo agli occhi. da quella profondità arcana, primitiva, da quella massa pesante, inerte, oscura che è il corpo, è affiorato per un istante chissà cosa, un moto elettrico, una girandola chimica, un'increspatura della corrente che trascina le cose.


        era tutto un velo, il corpo, un velo di tessuti ed organi, ma si intravedeva quel qualcosa dietro: come se un'altra sostanza l'abitasse, come se dimorando nel corpo stesso non fosse in realtà contenuta, racchiusa nel grande flusso delle cose, due scarti del continuo materiale si sono verificati in consonanza: il comprendersi di due sguardi - uno, il mio, in me, a me coincidente, incorporato nei segni della mia mente. l'altro, ignoto, supposto nella dolcezza sfatta di un'iride, nello struggersi, aprirsi, spogliarsi dello sguardo .


        che cosa intrattabile è un corpo, la sua vita, la sua separatezza dal mondo che lo circonda nella sua capsula d'aria, l'arbitrarietà di ogni atto che gli accade, anche il più programmato e meccanico.
        un corpo è una rigenerazione continua, una miracolosa e incessante ricostituzione di qualcosa che non esiste come dato, ma solo come persistenza nella memoria di stati successivi


        l'uomo più indifferente e asociale non riesce a trovare un senso al di fuori dell'umano


        notte
        i corpi


        mattina
        i corpi oggi sono come macerati in una luce lenta, statica

        ogni cosa è in una capsula mutevole, che è la sua forma - ed è come se avesse un contenuto, o rivela il fatto di averlo.


        le psichi vogliono uscire dai corpi. le psichi è come se sbattessero continuamente la testa nello spazio in cui sono sospese, come se fossero cinetiche di per sé.


        le forme non sostengono più il mondo, il suo bagliore o la sua concentrazione


        io resto in osservazione, in ascolto, ma schiacciato sotto di esso. la scrittura è una specie di fuoriuscita di corpo per lo schiacciamento, come la polpa degli insetti


        il mondo è percorso come da nuvole da forme abbaglianti (il punto vuoto che io avvolgo)


        la felicità è questo consentire alle forme


        nella fisicità, io sento il distacco dal mondo. per compensazione, sorgono parole filamentose


perché io, che ho un desiderio di non essere quello che sono, lo sono


        una scrittura, come qualsiasi oggetto, deve avere un manico per essere impugnata, e questo manico è la forma


        io non sono meno stronzo degli altri, ma rivendico una certa folle onestà delle parole


        io sono soffocato dai corpi, dagli oggetti, dagli spazi, dalla loro incomprensibilità, opacità, dalle strutture stesse dell'io.


        peggio del maschilismo, c'è solo il femminismo


        nel deserto del mondo appare un corpo, una cosa che pesa, si delinea, ostruisce la linea dello sguardo, ha bisogno di tempi molto lunghi per decomporsi e svanire

        è una cosa mirabolante che esista questo oggetto spesso

        è una cosa isolata, nei limiti dell'epidermide biancastra, dall'aria e le altre cose circostanti

        questa sua insularità contiene di per se stessa la tensione verso le altre cose

        il nostro stupore è il suo isolamento dal mondo, dall'aria, dagli altri corpi

        non come è, ma che esista


        quando siamo nudi, quando siamo ridotti alla nostra consistenza essenziale, noi possiamo provare un bisogno di danzare, di sbattere e permutare il nostro corpo


        possiamo anche avvertire un bisogno di piangere, di gocciolare


        alla fine guardiamo fissi nel vuoto


        intanto gli altri possono guardare i nostri occhi e supporre un omuncolo in noi


        la vita inessenziale

        bisogna continuamente sgomitare e accapigliarsi nell'apparire, bisogna continuamente perdersi.
        eppure io ho conosciuto, per qualche istante, la vita essenziale...


        strapparsi dal petto la vita che non è vita, la vita inessenziale


        gli altri esistono per deluderci, perché sono altri proprio in quanto non sono quello che vorremmo che fossero, e cioè noi stessi


        io sono lo scrittore esemplare di un'epoca in cui la letteratura non ha senso

        pensieri sulla giustizia

        non può esistere giurisprudenza che non si fondi su una psicologia implicita, perché il giudizio è parola dell'uomo sull'altro uomo, perché umano è il giudice, umano l'imputato, umana la vittima, umano il testimone - e quel che esubera nell'uomo dall'animale, è solo psiche.


        il problema non è negare una psicologia, ma, consapevoli della sua imperfezione, approssimarla quanto più possibile alla psiche, man mano che questa è complicata e stratificata dal progresso della conoscenza, o solo dal trascorrere in sé del tempo, che ne approfondisce incessantemente la memoria storica e culturale.
        tutto ciò riguarda particolarmente il problema delle testimonianze, della loro attendibilità, della necessità dei riscontri, e dei rischi del pentitismo.


        oggi la mitomania supplisce alla mitologia.


        viviamo in un mondo in cui non conta l'innocenza, ma la sua rappresentazione. la vera colpa di giovanni scattone, e di tutte le vittime degli errori giudiziari, è di non saper rappresentare la propria innocenza
        scattone è come il colpevole di derrick. il colpevole di derrick, essendo una figura di luci, non ha commesso alcun delitto, ma la sua colpa consiste nell'essere il classico tipo capace di un delitto. è esattamente questa la colpa che hanno accertato i giudici di scattone


        la giurisprudenza sembra fondarsi sul presupposto che la menzogna sia una specie di incidente di percorso della parola, ma la menzogna è invece intrinseca alla parola stessa. è la possibilità stessa dell'individualità, di un io separato dall'esterno, che si fonda sulla possibilità di mentire, di filtrare il mondo escludendo l'altro attraverso una rete di omissioni e rimozioni.


        la giurisprudenza fa per propria comodità un uso fisico, materiale della testimonianza che non è tecnicamente possibile, perché essa è un prodotto umano, incerto, che non ha la controllabilità dei materiali rigidi ma è fatto della sostanza molle e inaffidabile della psiche.


        giudicare, ius dicere, dire il giusto è difficile, è porsi al di sopra dell'umano essendo uomini, e non per nulla è funzione che è sempre stata delegata in ultima istanza alla divinità. proprio perciò, essendo uomini, non c'è altro modo per approssimarsi a una giustizia ideale, che l'essere consapevoli della nostra limitatezza e fallibilità, e dunque imparare a fondare il giudizio in quella sua alonatura metafisica che è il dubbio.


        vicino al buio del mondo


        tutto è riconducibile a un sì e un no, il sì è bello e il no è brutto.


        io sono o non sono i miei peli, i capelli, le unghie? in questi residui io contemplo la mia appartenenza all'ordine simbolico del mondo


        invocando giustizia, per me, o per le vittime di errori giudiziari (altre carni impotenti, prese dal meccanismo), io rivendico un ordine divino del mondo.


        il mondo è questo immenso, provvisorio tessuto di luci e materiali, che non esistono più al di là della gittata della nostra psiche.


        la sua essenza floreale e aurorale


        la giustizia è una pretesa puerile, quella che il nostro sentimento del mondo sia corrisposto


        la giustizia è l'atto del riconoscere il mondo è il modo in cui il singolo riconosce il mondo


        sotto la mia pelle, c'è la mia carne viva, sanguinolenta


        x è un deficiente


        la mia carne è di una specie di colore rosso, granata, è umida, tiepida, floscia. l'interno di questa carne, sono io. io sono una cosa sbiadita sparsa in questa carne. le cose intorno a me sono lisce. ogni grammo della mia carne, è un prezioso elemento di me.


        l'uso che fanno gli esseri umani della loro complessità psichica è piuttosto schifosetto


        ho conosciuto un tipo nipote del dott. ciccarelli, quello della pasta del capitano. il mondo ha assunto un'altra dimensione


        hai ancora una velleità di pressione, ancora non sei aria insensibile. ancora rilasci, diffondi parole - suoni contratti nell'inchiostro - li spari in forma soffice, silenziata sul mondo. sei diventato solo quest'inchiostro significante - per qualcuno, per pochi, non per i ghepardi e le foglie, non per l'aria, forse per dio - quest'inchiostro alonato. sei questa lavatura bluastra che fluisce dalla tua punta - continuamente contro le fibre bianche pressate, senza trapassarle (vorresti che il cono aperto di cui sei punta si ribaltasse, si allargasse in una spirale indefinitamente)


        questo coso che sono, gettato alla rinfusa con la sua carne, le sue cortecce, le sue minute meccaniche molli assemblate - fra le cose; sloggiandosi dalle sedi di minuti, metri e altri termini incessantemente; in ammollo perenne in questo plasma coso incomprensibile, ignaro, debolmente pulsante e come attaccato al mondo


        il mondo è pieno di cosi (quasi tutti nello stesso strato) radenti il suolo, che si affaccendano, costituiscono una specie di tessuto, di sistema parallelo (nella psiche, nell'umano) nel quale signoreggiano, e che ha una sua notevole importanza - ma tutto l'assieme o i casi singoli a volte si sfalsano leggermente, cozzano sulle pareti o ne sbaffano.

        suicidarsi non è un partito conveniente perché comunque poi che fai?


        ogni luce è luce di distruzione


        ogni luce del mondo, è luce di qualcosa che brucia e si distrugge - il bagliore della fiamma, l'incandescenza del tungsteno, la dissipazione del fosforo


        (e anche la luce che dio riversò sul mondo, non poteva che significare il sacrificio e la catarsi di una distruzione, forse di un altro dio, un dio andato a fuoco)


        un corpo smottato, sempre uguale a se stesso, sempre attaccato nel suo divenire all'ultima cosa che era stato, e che così scava un cunicolo nel non ancora accaduto, e lascia e produce nel nulla una scia fatta della sua propria forma ripetuta, della sua riproduzione incessante.


        quell'l.b.


        il sangue screziato del mondo - la luce, stamattina...


        7.3

        il fatto è che dio non esiste ma come è possibile che dio non esiste se c'è questa scritta Banco di Napoli?


        inoltre il mio ragazzo passò dice la radio e ci sono macchine nella piazza

        14.3

        il mondo è pieno di queste persone


        in fondo alle strade si vede a volte una montagna


        stamattina, l'enorme ammasso celestino del grattacielo di fronte - inumano, celestiale, con le sue ringhiere metodiche e i mosaici anni 50


        (la scritta labor omnia vincit...è vero, in fondo)


        in questa luce, in questo spazio, ci sono io. tutti siamo un po' sfaldati a lamelle dalla luce, e trascinati lungo le direttrici in cui di volta in volta ci produciamo

        alcuni vanno in banca - e la banca c'era

        la luce, ora è violetta argentina per le nuvole, ora si fa diffusa e primaverile, o a volte compatta e levigata, di un azzurro di smalto


        tutto splende, o nereggia, e basta


        non è una garanzia di realtà che la realtà proceda come la realtà


        da una mano a un bicchiere, da una premessa a una deduzione, noi avvertiamo una continuità che basta una sostanza psicotropa, un paradosso matematico, un sogno o un'emozione intensa a rivelare illusoria, una patina inconsistente che ricopre faglie e abissi vertiginosi


        noi ci sosteniamo sulla tenue trama di usi logici che vi abbiamo tessuto, per non perderci nell'esistente impensabile, inafferrabile, incompatibile con la vita che tumultua sul fondo.


        al di sotto dei piccioni, al di sotto del dilagare rossastro della luce, al di sotto dei corpi e le loro potenti tensioni reciproche, c'è questo qualcosa di tumultuante. è quest'essenza che s'agita che devono far trasparire la nostra percezione e le nostre parole - ma più la depuriamo e apriamo più ne abbiamo paura - perché è qualcosa che non siamo noi, è dunque qualcosa di inaccettabile, che ci limiterà per sempre


        oggi l'azzurro è un fluido denso, la vita è un fluido denso, e io quasi sono fluido nel fluido, del fluido. esisto come una live rifrazione del tempo
        voci si sfaldano e dissolvono nell'etere acquamarina


        ora l'altro sta assorbendo la stessa luce intensa, la stessa tintura concentrata. lui ora esiste in questo mondo, in contemporanea, è posseduto e violato dalle lunghe nervature prensili dei miei segni, estensioni filiformi del mio chiuso, locale corpo nel mondo. ma finché è un'immagine, è afferrabile, finché è luce, può essere conosciuta.


        24.3

        oggi sono stato al mare, c'era molta luce e molto vento. a un certo punto, pensando a una cosa divertente, mi sono fatto una risata io solo di fronte al mare. poi con una canna ho scritto sulla sabbia: spiaggia


        questa melma degli umani, con le loro bottiglie di plastica, con i loro amori, con il loro tessuto di rapporti che credono sia l'unica realtà e l'unico valore esistente. io solo, nella luce e nel vento, sono un elemento separato di questo grande ammasso invisibile, ma anche un'interruzione e una rifrazione di questa luce, una singolarità misteriosa, definita da un recinto di segni e parole, scagliata fuori da tutto in uno spazio senza riferimenti - impensabile insospettabile


        la loro lingua - carni bovine ci vediamo domani curiamo le malattie - da cui è impossibile uscire


        scrivere, parlare, è gia perdersi, è già esiliarsi, è già desistere da ciò che siamo


        la letteratura è sempre una vita prolungata artificialmente, una vita rifratta negli specchi. ma io invece vorrei che fosse l'essenza stessa.


        forse questa luce non sarà mai altra luce. ma lanciata dalla parola oltre il mio sguardo, ricostituita nel corpo, sarà forse l'essenza di quella luce, sarà quel che è comune al corpo, alla parola e alla luce.


        il limite fra il gatto e il non-gatto, nell'erba


        tutto è esattamente contenuto nei suoi contorni, nelle sue dimensioni, nelle sue disposizioni
        tutto, però, fa leggermente pressione fuori da sé.


(III - fine)


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