
la
sciamana
nella
sua invisibilità, nella sua mimeticità,
il tuo corpo si rivela al mio sguardo
perché
quel che è sufficientemente
il tuo corpo è troppo? perché
nel suo essere esatto eccede da sé?
tu
sei tu a cominciare dalla pelle.
la
tua pelle è nei pressi dell'aria che
non è più
il
tuo corpo è la condensazione - come lo
sono il mobile e l'albero, e estesamente il
cielo - di ciò che lo circonda
la
grana particolare della pelle - il suo pallore
profondo di cielo coperto o di luce attutita
che
cos'è un fiore? è un collettore
di forze e dinamismi, un punto d'accumulo, una
cuspide, un picco della realtà in cui
si sono addensati i pigmenti cromatici, le polveri
fecondanti, gli areosoli, le strutture formali
contratte nelle geometrie più compatte
ed economiche. è un oggetto carico, un
oggetto che pulsa in cui la realtà arriva
a saturarsi. un fiore esubera, eccede da sé,
e perciò sfugge alla comprensione
guardando
- attraversando nell'attenzione un fiore - noi
ci eleviamo su un picco del reale sconfiniamo
(il sacro è questo stupore, questa vista)
qui
può scattare l'innamoramento, o il culto,
o lo stupore
un
membro eretto o uno sguardo sfuggente, non sono
solo un fenomeno biologico, né antropologico
la
tua dolcezza, la tua delicatezza, l'istantaneità
struggente (la provvisorietà) di certi
tuoi sguardi
le
mani sempre un po' rovinate che mi sfiorano
o
anche: i picchi minimi dei seni, la svasatura
dei fianchi, l'insellatura delle reni, l'ogiva
del viso e ogni struttura dinamica che costituisce
l'architettura plastica e misteriosa del tuo
corpo, numeri in movimento, scansioni in movimento
il
lieve irrigidimento e trasalimento, la contrazione
e il malore, l'impercettibile collasso dell'auto-stima,
quando parlavo con la bionda
esiste
un limite etico alla ricerca della felicità?
una felicità, quando sia effettiva, non
incrementa il mondo a beneficio di tutti?
la
produzione di una felicità, anche di
una piccola felicità, in un qualsiasi
punto del mondo, non giustifica qualsiasi altro
sacrificio?
non
è una logica miserabile, puramente conservativa,
quella che non sacrifica il meno al più?
una
felicità piena, completa, assoluta, non
si espande e irradia naturalmente fuori di sé,
non viene restituita al mondo?
tu
sei una porzione liscia nel mondo.
perché
abbiamo unito la nostra vita a quella del fuoco,
perché vi abbiamo incorporato un elemento
così estraneo?
ogni
fiamma deriva dal sole, è un frammento
strappato al sole e gettato sulla terra
possedendo
il fuoco, abbiamo rovesciato il rapporto di
subordinazione al padre della vita
la
tua pelle, la tua pelle che è in fondo
una pelle umana e normale, mi sembra invece
non so che confine perlaceo e abbagliante fra
il mondo noto e l'ignoto, fra il conoscibile
e l'inconoscibile, fra l'io e l'altro.
l'amore
come movimento emotivo compreso nella sfera
biologica o umana, come meccanica biologica
- l'innamoramento come esperienza dei limiti,
come rilevazione e cognizione delle sue pareti
la
sacralizzazione del corpo, la sua recinzione
nello spazio inviolabile dei vestiti e delle
convenienze
tu
sei un sistema, tu sei un' unità. nel
tuo sistema i comportamenti sono particolarmente
depurati, le gambe particolarmente lisce. tu
insieme disprezzi e rispetti la materia, tu
riscuoti denaro e complimenti con un assetto
inalterabile, tutto tuo. hai pliche e pieghe
gelosamente protette, linee della parola flessuose
e armoniche, frequenti replicazioni di movimenti
infantili ripescati negli strati profondi del
vissuto. gentilezza estrema, e quasi irritante.
porosità psichica, adesività all'
interlocutore; fragranza erbacea o rosacea.
una sacca di percezioni rimescolate, simulazioni
neurali di conformazioni e azioni esterne variamente
assortite (ecc.)
il
culo di questa passante dovrebbe essere decretato
patrimonio dell'umanità dall'unesco
lei
non è altro, forse, da questa perfezione
di forme, da questa esattezza, da questa pienezza
- da questa dolcezza piena - in cui si raccolgono
tutte le cose perdute del mondo. io camminavo
per la strada, fra la corrente densa e misteriosa
degli umani, e guardavo il cielo frastagliato
fra gli alberi, di un celeste svenato, ma levigato
e compatto - e capivo che la potente dilatazione
e definizione che mostravano le cose dipendeva
dalla sua presenza e prossimità
tutta
la mia presenza, tutto il campo psichico e il
volume di spazio in cui io mi identifico, tendono
a lei - è come se ci fosse una contemporaneità
profonda, una consonanza acausale e profonda,
una contiguità prelogica, e una conseguente
confluenza di linee di forza fisiche e psichiche
a convertirci, a congiungerci
mentre
nel reale diurno noi siamo localizzati in punti
distanti e separati, nel sogno le nostre sostanze
sono più impastate, decorticate dell'io,
e dei suoi percorsi e posizionamenti obbligati
l'io
che ci accade e attraversa nei sogni - quello
coll'indice del nostro nome e sembianze, e che
comunque sente ciò che gli accade, o
raccoglie quel che sente il corpo soggiacente
- è in realtà solo una porzione,
una misura spaziale di una sola entità
solidale, indifferenziata se non superiormente
(superficialmente), e riesce dunque ad entrare
in contatto con altri io del suo livello senza
incontrare le barriere e gli ostacoli fisici
meccanici o sociali della superficie.
un
sogno, non è la proiezione di un desiderio,
ma l'emersione di un accadimento profondo, segnalato
da quel desiderio.
(è
il desiderio, che è una proiezione del
sogno)
perché,
svegliandomi, ero appagato dal sogno? perché,
immerso in quel sogno, avevo potuto contemplare
l'unità, la compenetrazione, la coincidenza
originaria delle nostre essenze, delle nostre
essenze di forme e luci. il suo fronte d'onda
aveva aderito al mio, anzi era da sempre aderente
al mio. in quel sogno avevo preceduto il mio
desiderio. il desiderio, sarebbe stato poi solo
la gravità del reale sul sogno, la linea
di pendenza tracciata dal sogno
nella
carta locale del mondo che è la mia coscienza,
il mio sistema nervoso, esistono le aree del
sacro
la
mia strategia: amare più donne contemporaneamente,
così che le donne si elidano a vicenda,
e le sofferenze si sommino. si tratta di una
strategia religiosa, non erotica
sacro,
è quest'attimo che dilatato si perde
di più fuggendo, sono quegli occhi vivi,
oltre la vetrina, che mi hanno inspiegabilmente
voluto, che hanno additato il mondo, me, le
ombre intorno
diventare
un altro, spostarmi in un altro, l'io dello
spazio e del tempo appena successivi. simulare
altri luoghi, altre forme. se non c'è
sede alla configurazione dell'io che ora sono,
se non posso includere in me, o saldare a me,
il suo corpo la sua psiche, devo divenire un
altro il cui complementare, il cui desiderio,
la cui condizione, la cui ragione sia un'altra.
io non sono condannato, non sono vincolato a
nulla, perché non esiste un referente
assoluto a cui vincolarmi, perché ciò
che percepisco di me come io non ha materia,
peso e dunque necessità.
la
questione ora mi sembra sostanziale, una questione
di grana della sua pelle e del suo io. ciò
che è irrinunciabile e insostituibile
è proprio il tipo di sostanza di cui
sono fatti questi due elementi. cos'è
la loro specificità? per la pelle, deve
essere un particolare equilibrio ormonale, per
cui lascia trasparire la debole circolazione
sanguigna sottesa, ma conserva un pallore speciale,
una sua capacità di trasformare e assimilare
la luce. è luna, avorio, mozzarella,
lenzuolo steso, alba fiore ecc. così
la sua intima sostanza psichica, qualcosa di
puramente animale, violento e delicato, primitivo
e incorruttibile
quello
che divento dopo 2,3 ore di buio (sonno e dormiveglia)
è molto diverso da quello che ero nella
luce. mi contraggo, rientro in me, ho una dimensione,
una struttura, e quindi un'identità psichica
diversa. quest'io ripiegato, o esteso solo per
ramificazioni immaginative, può amare
una donna diversa da quello insediato nello
spazio del giorno
sembra
anche più proprio, più vero, perché
più stabile, meno deformato e trasformato
dalle mie incessanti variazioni
mi
commuovono i suoi denti
il
colombo che attraversa, lungo una traiettoria
diritta, lo spazio aereo della città
il
cunicolo nel mondo che è il suo spostamento,
la sua presenza, il suo essere esistito nei
punti concatenati della traiettoria
quel
cunicolo (a forma della sua sagoma) è
di una sostanza separata dal mondo - sospesa
con la sua consistenza e gravità nell'aria
grigia, nella lieve sospensione grigia che era
lo spazio della città
tu
non sei mia ma tutta tua e tutta tale
mi
trovo a un tale grado di frustrazione che non
è possibile trarne niente. sono lancinato,
piagato, smembrato - i bambini sono di là
- e fare l'amore - invece - silenzio mortale
- solo silenzio e atti non per me - che penetrano
incidono fendono - come coltelli affilatissimi
ben vibrati, nel mio pensiero del mondo, nel
mio sentimento del mondo
che
sei tu e che sono io
io
sono un sistema di interruzioni del mondo
tu
sei gli spazi fra queste interruzioni
nella
fotografia, a differenza che nella raffigurazione,
appare il non intenzionale - ciò
che è diventato rappresentazione senza
passare per l'intenzione di un corpo
i
signori che esistevano in questa cartolina di
avellino anni 60. il signore all'angolo del
marciapiede, che in quel momento esisteva e
stava attraversando il viale, col braccio discosto
dal corpo. le due ragazze di cui una bloccata
a metà di una leggera rotazione a sinistra,
con le gonne un po' corte, una verde una chiara.
i
pullmann, di un azzurro cobalto anni '60
gli
alberi poi sono cresciuti. lo spiazzo era illuminato
dalla luce (dalla luce di quel momento).
in quel momento, la luce è restata catturata
nell'emulsione (oppure, estinguendosi l'ha trasformata).
la ragazza giovane con la gamba alzata, ora
avrà 60 anni, un altro corpo (tutto ricambiato),
starà in un certo posto, a volte anche
quello là. io ora, anche se non esistevo,
sono in quella foto, in quella luce (ora e sempre)
il
sangue - aria del corpo, senza forma - essenza
che ci deporta e riporta in noi - che ci trasforma
a ciclo continuo in noi stessi - il sangue,
che se fuoriesce ci estrae
il
sangue, il mio sangue, il tuo sangue
il
sangue per terra, che sono io, allagato, per
qualche grammo morto, estratto da me e dalla
vita, e che non sento più. il suo fruscio
continuo in me, leggero e incessante (come quello
delle parole).
non
ci sono parole per questa pelle. una cosa del
mondo. dunque il mondo trabocca dalla nostra
idea del mondo - questa forzatura, questa pressione
di una cosa del mondo nelle nostre parole, lo
chiamiamo religiosità
questa
paura, questo stupore o questa rassegnazione,
producono dei, o li presagiscono
la
pelle, il cielo, pelle del paesaggio - davanti
a cui professiamo il culto ogni confine e parete
del mondo è un confine fra ciò
che esiste e non esiste e cioè è
la piccola soluzione di continuità nell'immagine
unica apparendo, esistendo - il mondo ci disattende,
ci scalza da dove lo aspettavamo, e eravamo
qualcosa quel che non siamo più, di fronte
a quel che ci ha fatto desistere produce un
tremore, un sussulto
oggi
mi porto nel cuore la tua lievissima ombra di
gelosia, e il tuo venirmi ad aprire la porta
casto, ansioso e premuroso, ma calmo, coniugale
lo
sfolgorio, la fissione, la quieta deflagrazione,
del tuo corpo, della sua minuta presenza nel
mondo
le
infinite silenziose collisioni, i silenziosi
schianti fra i nostri occhi, fra le nostre presenze
nel mondo, scivolati clandestinamente e invisibilmente
fra le pieghe nascoste degli eventi lucenti,
quelli esposti, quelli concordati nel mondo.
ti
ho vista esistere, per un istante, esistere
nascosta al di là degli occhi, al di
sotto dei movimenti e le azioni e il tempo.
ho visto la tua misteriosa eccedenza dal nulla,
la tua inspiegabile e clandestina, la tua fiabesca
rivelazione fra le cose. come in una fiaba sei
apparsa nella tua carne, nei gesti e nelle volizioni,
con la stessa leggerezza, gratuità, provvisorietà
e implausibilità. ma ciononostante c'eri,
o un tuo involucro o un tuo segno agiva e si
riversava poi, defluiva poi su questa carta.
io
vivo in questo delirio, in questa psicosi, che
è la tua presenza nel mondo
ora
il palazzo di fronte avvolto da una nuvola si
è scordato di esistere, e io sono andato
avanti. essendo gennaio, il sole non poteva
effettivamente essere abbagliante, ma comunque
dilagava nel mondo, e invadeva tutte le cavità
recesse. poi io ho continuato a esistere al
di sotto di quella piega, in cui mi ero insinuato,
e sono giunto quindi ad ora, e ai momenti successivi,
e che vado vivendo. ma quello che mancava, non
riguardava me, e forse nemmeno il palazzo di
fronte (con la sua aureola enorme e azzurra,
circonfusa, di cielo di gennaio - di questo
gennaio ) - ed effettivamente, non si può
dire.
grazie
questa
cosa che fischia sono io
tu
sei ardente e casta, come una nuvola nel sole
in un pomeriggio di gennaio
tutto
quello che accadrà accadrà a partire
da te e a finire in te, e sarà sospeso
fra te e te
due
signori si sono rapidamente salutati, per strada.
io allora ho attraversato il loro gesto, così
come ho attraversato gli occhi della commessa
nel dormiveglia. io mi installo a volte in queste
cose. la realtà allora ha un leggero
sussulto, ma poi si riassesta, e torna in se
stessa (registra il mio passaggio volante).io
così mi muovo, mi porto nelle sue periferie
strutturali
lo
sguardo dell'altro. il rilascio del sé
nell'altro, l'occhio che si rilascia e si dispone
ad assorbirlo (o all'osmosi)
l'onda
frastagliata, il fronte d'onda della presenza
dell'altro, che si posa, aderisce alla tua
in
questa collisione di sostanze diverse, si produce
un materiale irriducibile
ieri,
di fianco alla porta, sfiorando la porta, ci
siamo guardati con l'abbandono
(come
se fossimo due carni perdute nel cosmo)
io
allo specchio, una figura in una lastra metallizzata
che sono io solo perché è nel
mio io, in una retina mia, istituita da me,
e perché è corrisposta prima delle
riflessioni alle mie luci (se erano mie le luci
scollate dal corpo e schiacciate sulla lastra)
oggi
non mi ha guardato, perché mi vedeva,
perché io ero la sua visione
o
io deliro totalmente, o non c'è barriera
fra me e lei, e non ha senso alcun dolore di
separazione.
evitava
gli occhi perchè non reggeva la collisione
coll'anima
l'
integrazione in quel corpo unico che è
l' umano, è una forza potente, che sostanzia
le nostre vite, e a cui non posso sottrarmi:
perché la sostanza psichica di cui sono
fatto è l' esperienza dei corpi degli
altri, è la lingua degli altri, è
la storia degli altri.
io
sono la reliquia dell'essenza che sono stato,
e venero la mia tibia, la mia pelle, i miei
sentimenti, i miei miracoli ordinari come irruzioni
dell'invisibile nel visibile
anche
il suo muco è lei - anche il suo muco
è nel mondo
lei
che è nel mondo, sotto forma di muco,
di animale degli appartamenti civili, di parole
scoppi d' aria traiettorie di sguardi o assestamenti
delicati dei chimismi lungo i miei neuroni
la
stessa reliquia che è un muco, è
un cielo azzurro e lievemente sfibrato
i
grumi giallastri del muco, e le venature mescidate
di luce del cielo, la pasta densa e spumosa,
e l' azzurro unito, levigato, tutto è
di una materia sacra e imprendibile
la
mia sostanza è il mondo. delle cose sospese
in me, una luce, un' automobile, un movimento,
un minuto, alcune, come i corpi e le parole
degli uomini, hanno un comportamento imprevedibile
(scollegato dalla mia volontà)
oggi,
sono stato un ritaglio di cielo, con delle nuvole
sfilacciate, e davanti una casa, poi la lamiera
cromata di un automobile, e infine una ragazza
che usciva da scuola, e mi guardava (mi guardava
- in sé)
come
una luce all'alba, che prima non c'era, come
una cosa che irrompe nel corpo all'improvviso,
noi vogliamo abbagliare il mondo
io
sono quest'immensa bolla frastagliata che è
il mondo
in
fondo a tutte queste carni, in fondo a tutte
queste materie, ci deve essere la falda a cui
esse attingono. la sostanza di questa falda
è presente in luoghi prossimi all' io,
ma anche, per collisione, in certe tensioni
psichiche, o in varie altre situazioni (gesti
insignificanti, paesaggi immobili ecc.) ma sempre
in quantità piccolissime.
ora
il piccione in me è passato da un palazzo
all' altro. la luce che per un attimo lo ha
colpito, senza passare per la mia volontà,
è stata in lui un'eccedenza elettrica
o chimica. il piccione, volando, e illuminandosi,
si è salvato. io sono uscito da me, ho
perso scaglie di luce. questa quieta esplosione,
questo sfolgorio, è ciò che mi
dissipa oltre me (io vorrei perciò fondare
le mie leggi nell' indistinto e l' indefinito,
su un' ignoranza, o su una sapienza molle, incerta,
perduta)
ogni
cosa ha un nome, e ad ogni nome non corrisponde
una cosa. io ho un nome, ma fra me e il nome,
oltre a una specie di abitudine, non c'è
nulla. il nome sta in un catalogo del mondo,
io in un posto misterioso, rintracciato invano
dal nome. ma io, io, io, io, sono convinto di
questa cosa incredibile, innaturale, che non
sono un nome.
ormai
siamo nei fondali, fra le alghe il limo il lieve
ronzio del fondo, dove si tocca il fondo struggente
della psiche, dove si arriva a ascoltare la
pulsazione del cuore del mondo, dell' infinitamente
rimandato che sta dall' altra parte, del grande
animale silenzioso, incomprensibile. noi siamo
lì vicino, c'è solo quel battito
e un ronzio - che è il rumore che fanno
le cose esistendo. da qui non possiamo risalire,
la pressione ci blocca, e il corpo non obbedisce
più ai comandi come nei sogni. ma tutto
accade esattamente come deve accadere, tutto
accade necessariamente, fatidicamente, come
se ogni evento non abbia altro modo di accadere
che quello in cui accade, come se fosse già
accaduto, e noi ora dovessimo solo ascoltarlo
- in questo silenzio
la
vergine che gode della sua inaccessibilità.
non si è mai sentita così piena,
così sfolgorante, come quando la guardavo
senza toccarla. nel suo corpo infitto in una
mandorla di luce ha visto raccogliersi tutto
il senso perduto del mondo.
forse
in certi amori si può raggiungere un
punto di non ritorno. l'altro compie un certo
gesto, o sorride in un certo modo, o piagnucola
per una ragione futile, e noi sappiamo che oltre
quel punto non potremo andare, e che tutto ciò
che è accaduto in quell'istante ci resterà
impresso per sempre nel punto più profondo
del cuore
io
avrei voluto raccogliere tutte le cose belle
che ho fatto nella mia vita - io avrei voluto
raccogliere e conservare tutte le frasi riuscite,
i gesti eleganti, le mattine in cui avevo uno
sguardo felice, i vestiti che mi stavano bene.
un libro è sempre anche il tentativo
non riuscito, tardivo, di ricostruire questi
io perduti in cui trovava un senso il nostro
esistere, in cui l'esistere incrementava il
mondo.
ma
ogni cosa che sarò stato, si sarà
sbriciolata prima che la scrivessi, o non sarà
ancora dopo che l'avrò scritta, e ogni
cosa che avrò scritto, non sarà
più, o non sarà ancora, quello
che sarò stato
ero
al punto in cui la luce è tanto forte,
che tutto si mostra nell'apparenza della sua
forma definitiva, irreversibile.
epilogo
il
sogno di stanotte - che la felicità è
una cosa piena
nel
sogno stanotte si è formata una felicità.
era
una specie di sfera
era
un globo di luci, corpi, stati dei neuroni,
tempo - pieno, molle, omogeneo
aveva
una specie di luminosità, di incontenibilità,
di pienezza
era
prodotta nel mondo, ma era fatta di una sostanza
diversa dal mondo
disperato
di nulla
di
bellezza
bloccare
il cuore, questo flusso di particelle che è
la vita
all'improvviso
non tendere più
appagato,
finalmente, nel calmo abbraccio delle cose
non
più la mortuaria bellezza - la bellezza,
sul cui rovescio è la morte
tutto
questo, lasciarlo - e così scavalcarsi,
e precipitare oltre sé
nel
pallore in cui oggi sono stese e campite le
cose la signora di fronte che stende un lenzuolo
e l'incerta fiammata dei gerani in questo stesso
pallore è il contenuto tenue delle tue
palpebre incorporato in questo sistema attenuato
di differenze e il mio desiderio come una costante
tensione verso ciò che non è .
il vento nei lenzuoli testimonia che il mondo
accade e il signore che si sporge del fatto
che non è omogeneo, non è colmo
ogni
ingrediente, ogni componente, ogni singolarità
del reale il corpo in funzione della signora
di fronte la vampa incerta e fosforica del geranio
i vaganti organismi insediati nella retina,
nella memoria il gravare del mio corpo verso,
forse, il loro referente tutto ciò istituisce
un luogo non psichico dove queste insensatezze
si ricompongano
il
mio campo percettivo, come una specie di gigantesco
brodo animale
21.9
provenendo
da una distanziata calma, la carne bianca, il
bagliore attutito del suo ventre - il ventre
debolmente pulsante di visceri tiepidi, castamente
adiposo - la carne bianca e flagrante, immacolata,
del suo ventre - mi ha ripiombato nella mia
insufficienza, nella mia finitezza
tutta
l'aura diafana, incandescente che congloba il
suo corpo, tutta la pressione che esercita sullo
spazio e il sistema di consistenze che lo contiene,
produce una lisi luminosa del mondo, è
la sostanza che dall'interno lo dissolve, lo
lede, e lo espone alla sua impensabilità
i
peli delle tue ascelle sono alle ascelle ma
anche in un altro luogo. segno soffice di una
te soffice, lichene del corpo, ombra nella luce.
poi, saturandosi ancora, sottili antenne, estensioni
filamentose , tue sporgenze nel mondo, te rampicante
nel vuoto, abbarbicata nel gas; te lieve spuma,
rigurgito di minerali, delicatamente radiante
- avventura metafisica delle cellule stagliate
nell'aria ignota.
infine
- filamenti che ti aggrappano in ciò
che non sei, fiammate di una viva in un mondo
meccanico - per quel che conta l'esserlo - segno
di un'impossibilità, di un'irriducibilità
a ciò che sono, segno contorto e esuberante
di tutto ciò che è insensato,
e non ha ragione, da cui il resto deludentemente
viene.
questa
cosa del mondo che sei, non è nel mondo,
è una cosa luminescente, fosforescente
e lucente, la cui luce, il cui alone, il cui
effetto si riscatta dal mondo, si libera e affranca
dal mondo, la cui luce schiava si affranca dal
mondo
sconfina
nell'incomprensibile, nel perduto alla comprensione,
nel germinale, nel numinoso
la
gioia umana, questa cosa umana. quella del passante
sotto il cielo plumbeo e greve. la gioia, l'abisso
(la gioia che si sospende e accende sull'abisso
- l'oro, l'azzurro, il colore dei denti)
dove
finisce la mia colpa, e dove comincia quella
del mondo
la
sospensione che è il mondo, in cui galleggiano
le case, i corpi volontari e animati, il celeste
uniforme e molle del cielo, i miei contorni,
e al loro interno, io
il
piccione da un palazzo all'altro, carne impiumata
volante
la
dolcezza (anche questa, come una bolla
floscia)
a
150 metri, la carne del braccio di una signora,
coesa, soda
questo
è quello che vedi in questa giornata
17 luglio 2001 al crepuscolo:
il
palazzo di fronte, col suo azzurro solido infisso
nell'azzurro molle del cielo
si
dilata, si gonfia il grigio in me. sono avvolte
di opacità le fosforescenti reti neurali
sta
salendo, sta scendendo, sta dilagando il buio.
è una parte che non c'è. solo
occhieggiano i bagliori artificiali delle finestre.
in un punto della mia mente si aprono le finestre.
dentro questo punto dentro questa mente, le
lampadine col tungsteno dentro che la illuminano.
tutto
è compresso nella superficie.
quella
ragazza in cui sarebbe stato bello affondare.
io nella rampa della scale deserta, della controra.
io, vescicola molle, appena separato da lei,
ondeggiante fra le stanze dello studio. le nostre
flosce esistenze, per un attimo si sono riconosciute,
trasformate e perdute per sempre. mai più,
in quell'istante, le mie carni conosceranno
le carni, mai più accadrà ciò
che è accaduto - forse - ora. non accadrà
mai più nulla, e tutto ciò che
accadrà sarà sboccato dal nulla
io
nella rampa delle scale, ero ancora il prolungamento
dell'io che era entrato. anche se irriconoscibile,
anche se irreversibile, ero ancora gli strati
sovrapposti a quella struttura. e ero ancora
io, anche la carne il cui campo oculare è
stato secato trasversalmente dal piccione che
ora ha volato, un'ora dopo. ma dove era, quel
piccione, ancora nella rampa delle scale? è
possibile che io non fossi già sulla
rampa il piccione che dopo ha volato?
la
bellezza prima appariva inaspettata, si produceva
inaspettata
in
questa sua casualità e impensabilità,
risiedeva la sua sacralità, la sua profondità
la
bellezza emergeva , irrompeva nel mondo, e così
ne tradiva per un istante la natura impensabile,
irriducibile.
questa
bellezza che non si sapeva, era la vera bellezza
- la bellezza che consiste in un'ignoranza
i
piccioni che si muovono senza condizioni, senza
resistenze del mondo, la cui postura e azione
coincide con l'intenzione
i
piccioni sono la loro pura intenzione, il loro
puro io tracciato nell'emulsione inerte che
è il mondo
ora
il loro movimento è solo una successione
di stati immobili
il tempo è solo un accumulo quantitativo,
e la signora nella finestra di fronte non si
è mai pettinata: ha solo dischiuso il
gesto
nel
silenzio della casa, il barrito del mio raffreddore
nella
foto mossa, sul nitore dello sfondo, il tuo
corpo è diventato una sostanza disgregata,
inconsistente. si vede che sei luci pigiate,
luci solidificate per gli usi della psiche.
la foto, scomponendo la tua presenza, sgranandoti,
ha rivelato la tua essenza di luci
ognuna
delle frange luminose, dei bagliori esfoliati,
delle macule disperse in cui consisti, è
della stessa sostanza del mondo
quel
che sono è infine quel che ho, una razione
di materia, un insieme incrementabile di parole
tu
sei solo un piccolo organo mobile e indaffarato
del mio io, indipendente dalla mia diretta volontà
ma ad essa riconducibile. sei solo un organismo
di luci attivo nell'immensa estensione di immagini
che è la mia psiche. è come quando
un sogno ci sorprende, ci abbaglia: è
prodotto da noi, dai nostri neuroni, ma è
stato estratto da un fondo preesistente
*
il
mondo è pregno di mosche verdi, e non
ce ne accorgiamo se non quando lasciamo delle
interiora di pesce all'aperto
carne
di culo: il miglior nutrimento per l'anima
suoni
quotati, dislocati e miscelati nell'aria: una
radiolina
un
gabbiano taglia la nuvolaglia
la
carne della nuvola: sfatta, acquea, parenchimatosa,
come un midollo dello scenario
una
ragazza in piedi sul bagnasciuga, opposta al
vento, compressa nella sua ombra: fa parte dell'esistente
*
ancora
devo capire se nel fondo atemporale delle cose
sono le nostre vite ad essere già accadute,
e a dover svolgersi nel tempo
le
scappatoie che si aprono nel mondo. la porta
di una chiesa, in un vicolo, il vestito nero
di una monaca. il nero del vestito, che avvolge
il corpo, la polpa. il nero segnala l'assenza,
la natura di varco di quel corpo. attraversando
quel corpo, poi, il sistema di segni che è
quel corpo - emesso o secreto da quel corpo
- il sistema di comportamenti, volizioni , stati
che costituisce quella presenza - ci si dirige
verso l'esterno, si imbocca un cunicolo aperto
verso l'esterno. così il portale della
chiesa, così il morbido dilatarsi della
pupilla in un altro vivente. un cunicolo può
essere anche una forma, un'architettura, l'accastellamento
di linee che coincidono con un palazzo svettante
sullo sfondo,
entrando
in quella forma, insinuandosi nello spazio in
cui consiste quella forma, nella pervietà
che la costituisce, si può accedere a
un altro luogo, si può continuarsi nei
luoghi lasciati vuoti - non ancora esplorati,
non ancora determinati - i luoghi da cui eravamo
allora assenti
anche
una donna per strada, che per un attimo ho avvertito
che si è sentita ridicola col suo cane
anche
una macchina che cammina, se per un attimo non
sappiamo dove vada. quel metro che sta per percorrere
determina una direzione, e dunque una corrosione
della realtà. dirigendoci nel possibile,
noi rompiamo l'apparenza della stasi, della
determinazione, della temporalità, e
sbocchiamo, ci affacciamo dall'altra parte.
noi premiamo sulle cose, sulla loro struttura,
sulla gabbia, e le facciamo sversare nell'esistere
aperto
io
ieri in cima al terminio con la luce che mi
squassava gli occhi e le braccia aperte che
invocavo la sua attenzione
io
sono stato relegato in me, dove non esiste nulla
da fare, e si può solo essere
dobbiamo
essere carne nella carne, corpo su corpo, origine
su origine
i
movimenti del coito, scomposti, frenetici, in
una casa, su un letto, in una città,
sono un tributo all'invisibile
ho
bisogno di sfondare le pareti del me e esondare
verso te, perché dio, il senso delle
cose, è solo nell'inspiegabile, nel perduto,
nel mirabolante che è l'esistenza di
un altro
22
sera
infinita
pena
insieme
alla vista che abbraccio, si allarga la mia
sensazione del mondo
si
allarga allora la mia pena, si allarga come
i corridoi interminabili che si spalancano negli
spazi fra le stelle. effetto di dilatazione
parossistica di ogni sensazione.
il
suo piccolo corpo, bianco e minuto, delicato
e sensibile, mi appare, si polarizza nel punto
più fondo della psiche, come un punto
intorno a cui vortica tutto il resto
i.
è carne umana, è carne del mondo
- è carne sagomata del mondo
è
una zona dello spazio, una zona dello spazio
del mondo
spostandosi,
incrina la realtà lungo il suo spostamento,
la corrode con la sua presenza.
è
un mio organo vitale, un organo sensibile
ma
è nello stesso tempo un'anima, una cosa
che mi circonda, una cosa che mi si oppone,
una cosa che non so e che non sta nel linguaggio
forse
io sono sottile inquietudine riempita a tratti
dalle figure e le macchie del mondo
io
sono avido delle sue lacrime. le sue lacrime
mi mettono in uno stato di ebbrezza parossistica
(stamattina, per una futilità, le sue
zuccheratissime e alcoolicissime lacrime)
la
vampa delicata che l'ha accesa, il leggero gonfiore
degli occhi, la minima deformazione dei lineamenti
che la traslavano in uno spazio leggermente
sfalsato dall'umano
le
lacrime, disfacimento del corpo che diventa
poroso, umido, marcio, espanso nei luoghi, in
ognuno dei luoghi che esso sente come luoghi.
l'offerta reciproca della propria porosità,
della propria esposizione. gocciolio di sé,
consunzione
la
tua carne è il punto di incaglio della
mia vita
io
devo percorrerti. io devo percorrere il tuo
corpo. io devo sfondare il tuo corpo per fuoriuscire
dall'altra parte.
io
devo usare il tuo corpo come uso il piccione
che vola da un palazzo all'altro, un punto dove
lanciare e perdere definitivamente il punto
nel mondo che sono, la configurazione che sono,
l'effetto di linguaggio che sono.
io
voglio solo adorare il tuo chiarore, la purezza
materica della tua esistenza, il bagliore diffuso
di effetti e dati in cui consisti, la nuvola
insensata, grassoccia, trascorrente sul muto
cielo che ora sei
29.1
devo
far esplodere quest'ammasso di infelicità
te
nella tua radice senza dolore e piacere
le
passioni che ci attraversano, provenendo da
altri luoghi. improvvisamente, noi ci sentiamo
consonare, consentire a un altro punto, un punto
fuori di noi. il nostro corpo è squarciato
dalla passione, rompe la capsula dell'io, e
lo lascia esposto.
mentre
proviamo la passione, noi diventiamo così
tratto di una corrente, forse senza origine
e senza meta - area di un'estensione senza confine.
la passione, come la nevrosi o la luce, è
la passione di ciò che non siamo, e che
non è nel linguaggio.
dalla
mia postazione al computer, la luminosità
del cielo che proviene da altri luoghi, lontani,
e si riverbera poi dovunque . io che in questo
momento sono in questo luogo, che lo subisco.
io
mi subisco. inghiotto ogni punto, ogni luce
del mondo. la mia mano è sul tavolo,
di carne, pulsante del debole flusso rosso sottopelle.
cerco
la salvezza nelle ulteriori cose, nelle ulteriori
sensibilità che mi leggeranno, che mi
inghiottiranno a loro volta. cerco di salvarmi
in loro, nella fievole passione che li attraverserà.
bisogna
ragionare col proprio alone
devo
viaggiare, ma quando sono giovane, quando sono
un'immagine al culmine
dio
ci dispera, per fare la parte della via di scampo
tutto
quello che cerco da una donna è un bel
culo e un'anima onesta
io
non posso uscire dal reticolo della mia psiche,
delle mie parole
io
vivo in una psiche
la
sofferenza e la gioia sono strutture del mondo
più dense, in cui è concentrata
più informazione
devo
amarti davvero come dio vuole, nella violenza
pura in cui è ogni sentire.
ascoltare
dio è ascoltarsi fino in fondo, ascoltarsi
fino al proprio corpo. il corpo ha qualcosa
da dire, proprio perché rappresenta la
nostra consistenza minima e essenziale nel mondo
i
casi estremi, albano e il folle: colui che zittisce
il corpo e si insedia interamente in un linguaggio
- in una convenzione linguistica - e colui che
ha da dire solo il proprio corpo, e adotta un
linguaggio singolare e incomunicabile
*
noi
siamo nell'umano. ogni casa, ogni bambino, è
nell'umano. il cerchio del mondo in cui siamo,
lo ha prodotto l'uomo. è l'uomo che ha
tratto ogni pezzo dal nulla, lo ha assorbito
nella sua carne, e ne ha secreto la sostanza
con cui ha elaborato il mondo. è l'uomo
che ha drenato nei suoi neuroni il vuoto, e
ne ha filtrato le percezioni. questa piastrella
con questo insetto, questa montagna a punta
e questo riflesso di metallo, questo apparire
di un passante, queste discontinuità
che costituiscono la vita, o la loro dispersione
nel cielo, tutto ciò non esisteva, e
scomparirà senza di noi.
l'io
è una cosa spontanea
oggi
non posso calzare, indossare tutto questo sole
e questo cielo. sono solo poco
il
mio corpo, la presenza del mio corpo nel mondo,
è come un'esplosione stabilizzata. i
getti e le protuberanze fiammeggianti scagliate
dal mio esistere nell'esistenza, sono equilibrate
e neutralizzate dalle leggi del mondo, e il
risultato è questo silenzio, questa immobilità.
ma basta pensarci un attimo, basta scrostare
un attimo l'abitudine a sentirsi esistere, e
si vede che il mio corpo è un evento
impossibile
forse
l'universo è proprio questo, cani e barattoli
di pomodori, con un lieve alone intorno che
siamo noi e l'infinito. noi non abbiamo infatti
idea delle sue proporzioni. ce ne rendiamo conto
soprattutto in questi momenti di smottamento,
di caduta non traumatica e inesorabile in una
vertigine. ora mi sembra di aver scelto il nulla,
le cose ridotte alla loro forma nulla, le cose
nella loro evanescenza.
vado
avanti, ma ora ho questa sconvolgente certezza
che non sono nulla, se non l'ombra di un intrico,
l'ombra dei rapporti, il risucchio e la turbolenza
sull'onda, che il mio corpo è vuoto,
che il mio io è vuoto, che le mie felicità
sono vuote, e questo vuoto immane e frustrante,
in cui non c'è nulla di sacro, non c'è
nulla di definitivo, è questa vita
ritornare
nell'oceano del nulla, ma avendo attraversato
il mondo, attraverso la pienezza e la luce
mi
basta vedere alda d'eusanio per televisione
per chiedermi: perché vivere?
sono
arrivato al mio confine, non ho più niente
da dire e da fare, ma non ho detto quello che
volevo dire e non ho mai fatto quello che volevo.
mi è esploso tutto nelle mani, per una
disattenzione, i brandelli che ora sono non
hanno più un'identità né
una funzione nel mondo
il
mistero dell'io è (forse) rischiarabile
solo dal mistero di un altro io. perché
posso sperare di intaccare, di scalfire il nucleo
di incomprensibile dell'io (il fatto stesso
di esistere di irradiarsi da un punto, da un
luogo legato allo spazio e al tempo), solo rapportandolo
a un altro io.
l'avventura
è solo verso l'altro, il mare aperto
è solo verso l'altro, il varco è
l'altro
bisogna
accordarsi e consonare a un altro il più
intimamente possibile, quanto più vicino
possibile al punto della radice, e poi identificarsi
ad esso nell'ordine senza spazio e tempo dei
segni. attraverso questo movimento impossibile,
questo movimento statico, che è l'identità
è possibile, forse, spostarsi
attraverso
questo corpo io mi slancio nell'altro, nell'oltre;
l'altro mi riceve, si fa mio aldilà,
mio cielo, e i segni sospesi su di noi si confondono
annullare
il dolore, che è la percezione bruciante
di questa separazione, ma nello stesso tempo
produrre il piacere, nel contatto col non ancora
verificatosi
potrei
perdere tutti i miei ricordi ad uno ad uno,
scaglia a scaglia, e alla fine non resterebbe
nulla, nemmeno il corpo.
nella
passione, noi siamo esposti al mondo. la passione
ci lacera, e ci lascia esposti a qualcosa di
non psicologico, di non linguistico, di non
umano. nella passione noi pulsiamo di un battito
ignoto, ci sincronizziamo a quel battito - patiamo,
appunto...
del mio corpo, resta la bellezza, ovvero la
ritmicità di quei battiti.
fischia
domenica
di pasqua
la
suora che attraversa la strada, infagottata
nel suo nero
la
sua carne, le sue volizioni, erano contenute
dentro di lei: io l'ho presa alle spalle
io
esistevo, a sua insaputa - nonostante la sua
religiosità (lei ora nella chiesa è
a casa di dio, dove dio si mette le pantofole.
ma dio doveva essere anche nel prato che ha
attraversato, a consentire che prima ci fosse
e poi non ci fosse)
nella
luce che taglia a tre quarti il paesaggio, e
che ora descrive il mondo, la mano gesticolante
della signora del piano di sotto, l'ombra compatta
di un muretto, tre bambini senza cultura, ma
viventi, sono tutti porzioni sfrangiate della
psiche, mie configurazioni nel mondo. io sono
questa cosa invisibile - nascosta e acquattata
dietro di me - che coincide con ogni punto del
mondo.
(ma
sono anche la suora, sepolta, nascosta, in un
anfratto del visibile, senza che lei lo sappia)
le
strane configurazioni del viso - il naso prismatico
- i fori degli occhi, la composizione di piani
di fronte e zigomi, in questa forma noi riusciamo
a riconoscere, a ricostruire un'armonia - da
questo insieme noi estraiamo una sostanza assimilabile.
il volto dell'altro - o il nostro supposto da
uno specchio - si tratta solo del fronte fisico,
corporeo di una struttura, un'entità
che avvertiamo consonare con noi - e di cui
forse ci appare misteriosa proprio l'identità
alla nostra, il mistero dell'identità.
dal
taglio arrossato della bocca fuoriescono segnali
che ricostruiamo.
negli
occhi, vediamo corrispondere minime volizioni
e emozioni, che ci sembrano più congeniali
all'anima
il
corpo che sorregge il volto, nella sua composita
articolazione in basso, con le sue anse, i ricetti,
le pieghe, le forme tubolari, il colorito biancastro,
e gli accessi e le pervietà profonde,
sembra rappresentare una condizione, una premessa
lunedì
in albis
le
nuvole, e dietro le nuvole, altro spazio
a
parte il mio corpo, che è un ispessimento
di carne contenuto nella mia presenza nel mondo
- la nuvola, l'uccello saettante, il grembo
della passante - siamo della stessa materia
porosa, instabile, rarefatta
io
allucino l'esistenza invisibile, indimostrabile,
di altre psichi
gli
altri, sono minute figure contenute in me, nel
mio corpo, ma viste da vicino
da
un punto sempre più prossimo, si fanno
possibili psichi.
forse
nella passione si verifica una sorta di dismissione
dell'io: ogni oggetto dell'io, il cuscino spiumacciato
di fronte, il rosa e il celeste svenato del
cielo, migra ai bordi, diventa una periferia,
e così le strutture centrali, essenziali
e costitutive stesse; si verifica un degrado
d'individualità, d'identità. in
questo stato, un oggetto significativo, un oggetto
cospicuo come il corpo di una persona, può
assorbire sostanze disperse nel plasma, gonfiarsi,
accrescersi, può approssimarsi talmente
alle dimensioni del soggetto che lo contiene,
da configurarsi, nella dimensione linguistica
dell'io, come un possibile altro, come un'esfoliazione
della propria parete, come una duplicazione
in un'altra impossibile ma oscuramente avvertita
esistenza. è il passaggio inspiegabile
dall'io al tu, dal compreso all'incompreso,
dal positivo al negativo, o al sacro, dal silenzio
al linguaggio, è il momento dello slancio
di sé; è il momento più
agghiacciante e più sfolgorante di ogni
esistenza, la sua giustificazione e la sua smentita,
è il momento in cui tutto quell'ammasso
ordinato che è il mondo perde la sua
consistenza e definizione, perde la sua credibilità,
e ci sembra un trasalimento della luce.

mattina,
luglio, 7,30 circa
le
falde grasse - come cariche di elementi complessi
- delle nuvole, non emulsionate nel liscio del
cielo
le
nuvole, umidità sfibrate, vaganti del
cielo. il fatto che siano bianche, e il cielo
azzurro, dimostra che il mondo esiste. questo
azzurro sembra un filtrato della sostanza più
grassa e pesante del mondo, un filtrato senza
scorie, un suo siero.
è
una zona appiattita del mondo, in cui riesce
ad applicarsi senza grinze la sostanza totalmente
immateriale e irreale dell'io
in
questo libro non parlo mai di politica, forse
perché la politica non mi sembra una
cosa seria. una cosa di politica che mi viene
da dire, è che oggi mi sono commosso
pensando ad uno che ieri mi ha venduto del miele.
questo tizio aveva fatto il miele, credo, nella
sua comunità nel grossetano (non gli
ho chiesto niente, non lo so, gli ho solo chiesto
il prezzo), dove, credo, dopo il '68 aveva fondato
una comunità con alcuni amici. era alto,
asciutto, aveva la barba brizzolata e i modi
asciutti. siccome aveva una faccia seria, parlare
di lui mi sembra parlare di politica in modo
serio. io mi sono commosso semplicemente pensando
alla sua serietà, e questo mi sembra
l'unico modo di parlare di politica in modo
serio
che
rappresentano gli occhi, se una ragazza che
fa la fila alla posta mi può far macerare
tutta la mattina in un sentimento di inquietudine,
solo perché ha degli occhi di un certo
tipo? che segnalavano, che ingiungevano al mio
corpo quei due occhi? che occhi erano? manco
a dirlo neri, oscuramente lucenti, come intermittenti,
trasmettevano forse col gioco delle pupille
qualcosa come una dolcezza soffocata, inibita
dal mondo - dal rispetto, il timore, il tremore
dell'esistenza altrui - come
una gioia offuscata da una pena, da una stanchezza
- ma che c'entrano questi sentimenti con i suoi
contorni e i colori ? non è un problema
di fisiognomica, è forse la sensazione
che il mondo sia attraversato da presenze mute
e arcane, insondabili e inafferrabili - universi
vertiginosi, orizzonti a perdita d'occhio che
non si apriranno mai, è la sensazione
della finitezza, dell'irrimediabilità,
dell'insolubilità delle cose, è
il bisogno di essere in ogni cosa - quella crisi
e quella perdita che è il fondamento
stesso della coscienza .
culo
e occhi, sono in qualche modo elementi polari.
uno è la punta anteriore, l'altro quella
posteriore del corpo. l'occhio è il fronte
dell'io, il punto di tangenza col mondo, l'organo
attraverso cui lo controlliamo e possediamo;
la sua funzione, lo sguardo, è l'atto
che compie l'io nei confronti del mondo.
il culo è invece una massa inerme, molle,
cieca, rassegnata, totalmente disponibile e
passiva. come l'occhio è appuntito e
si insinua e immette nel mondo, il culo è
fatto solo per subirlo - scudisciate o palpate
d'amore - per sottomettersi e soggiacere ad
esso. il culo prende atto del mondo,
non agisce, lo verbalizza, ne è promulgato.
è una pellicola in cui il mondo si va
a imprimere, sotto forma d'amore o di rifiuto.
l'atto del culo è la presenza, la persistenza.
simboleggia forse la nostra esposizione all'altro.
è la materia indubbia, solida, persistente,
come l'occhio è l'offuscamento della
coscienza.
che
è la carne per me... l'altro... quei
due nei e quella schiena... quella vita... il
corpo vivo, animato, tiepido, debolmente pulsante...
gli occhi
8
luglio
la
bouganvillea esuberante e rosa, che rigurgita
dal suo stato cromatico, ma che non può
essere computata dal nostro occhio
la
linea interminabile del fianco di una donna,
alonata oltre il tessuto dell'abito
tutta
la nostra logica, la nostra coscienza, è
un sistema tautologico che non può darci
conto di ciò che siamo, che non può
portare a noi le cose. ma il nostro corpo, che
è dello stesso ordine delle cose, senza
poterle portare alla coscienza, nella sua cecità,
avverte le scosse, i sussulti, i movimenti che
provengono dall'alone che circonda il pensabile.
c'è
un'immensa, articolata, luminosa, gonfia forma,
ma inaccessibile, sprofondata in sé -
nel suo stato di forma
la
psiche può pattinare sul suo pelo, ma
non può conoscerla. nel momento in cui
la penetrasse, si disintegrerebbe
ci
sono crepe, discontinuità, faglie della
compattezza. la massa omogenea del tempo, il
suo corso continuo, sono interrotti
sono
attimi con donne dentro, o con cielo, o un movimento
sbagliato, o l'omogeneità assoluta di
un'emozione che si riflette fuori e dilaga da
sé, o può essere un gesto eroico,
o disperato
si
suppone allora il mondo che non siamo noi, il
mondo che è al di là della nostra
giurisdizione
l'automobile
è un intensificatore d'esistenza
31-7
il pene
il
pene come mostro, come coltello - ha esattamente
l'essenza formale di un coltello. per urinare
basterebbe un foro, altri usi - strutturali
e di sostegno, estetici, funzionali - non ne
ha. incongruo, estraneo al tronco cui è
esilmente collegato, un'ernia, un puro pendaglio
estroflesso da ogni altro apparato, morfologicamente
un puro utensile - il coltello del corpo, appunto.
ciò spiega quanto il taglio, l'incisione,
la lesione psichica siano fondamentali nella
dinamica amorosa.
il
pene è funzionalmente un coltello e morfologicamente
un mostro, un agglomerato scomposto, disarmonico
di tessuti penduli e flosci, di pelli grinzose
e annerite, radamente vegetate di peli contorti
- privo, nonché di una forma dinamica,
modellata dalla funzione, di una qualsivoglia
forma stabile e definita, flaccido come un mollusco,
cieco e inerte come una bestia priva di sensitività.
eretto, acquista almeno una bellezza plastica,
ma accentua altri caratteri mostruosi, la sproporzione
e estraneità al corpo, la rigidità
innaturale e quasi inorganica, insensibile,
la tumidità rubescente, infiammata della
carne carminio del glande - il senso di tumefatto,
di eroso, spellato, ulcerato del prepuzio, il
rilievo e l'oscenità della flagranza
anatomica - che lo rende ancora più scoperto
- di vene, rughe, nodosità
il
pene è deliberatamente mostruoso, deve
essere tale, un oggetto inspiegabile che non
si armonizza in nulla e con nulla, deve essere
orrido e affermare le ragioni della pura violenza,
della pura esuberanza, la legge oscura della
forza - è un mostro che impone la sua
presenza fuori da ogni regola umana - è
l'animale nascosto, è nefando - è
il non senso che vogliamo nascondere.
5-8-02
quella
donna è in possesso di un culo. quella
donna è un culo. questo albero è
legno, è foglie. quella donna è
cervello, molle, sfatto. quel corpo, sulle rocce,
si è condensato - si è ispessito
- da uno spazio. lì c'è il cervello,
la carne. ma tutto era nella mia carne che è
nella sua carne. l'azzurro dispiegato sdraiato,
liscio del cielo, il piano lacustre della luce,
è un ispessimento. tutto non può
che ritornare a me. il cervello, il verbo essere.
il
verde, un colore cedevole, cui cede la psiche.
lo sfatto l'asseconda, e l'essere si ferma,
si limita, finisce, si definisce - poi cede
al volume, alla luce, agli sviluppi del tempo.
il risultato è la carne, il movimento..
piombati,
precipitati qui da non si sa che cosa, allestiti
da non si sa che cosa.
ora
io, senza presa, scivolo sulla superficie frastagliata,
ma senza appigli, di questo allestimento. è
impenetrabile, miracolosamente o penosamente,
anche il polpo che ho mangiato, micronizzato,
e l'acqua in cui tento di diluirmi . questa
sostanza originaria che cerco, questo alimento
puro, perfettamente sano e assimilabile, questo
elisir, si produce forse nel momento stesso
in cui procedo, come una scia, a rigore invisibile
- di viso - solo notificabile, registrabile.
la
liturgia del mondo lo nasconde, lo celebra.
questa sostanza fa pressione, genera nelle densità
dei fiori colori infiammati, seducenti, chiassosi
- vuole farsi sentire, è forza, è
presenza che si impone. ci tende verso la carne
- io ci sbatto in tutta la sua superficie scabra,
sfrangiata smerlata, nei suoi pori senza potermi
confondere, identificare. divento a forma del
mondo, calco del mondo, ma inutilmente - sono
per giunta piuttosto solo. forse in due, la
soluzione - o la fine della liturgia - forse
in sogno. ora non ce la faccio.
l'acido
gallico dell'inchiostro, la chimica della scrittura.
la chimica logica, la cultura, gli innumerevoli
polimeri di linguaggio in cui mi dispongo
potremmo
essere meccanismi addestrati a eseguire un io
vorrei
vedere una volta il papa seduto su un muretto
con la testa bassa, e l'aria davvero disperata
funzioni
specifiche dell'uomo, che lo definiscono: il
riso, la masturbazione, il suicidio
l'io
è il residuo del mondo, è quella
cosa separata dal mondo che lo istituisce. così
è l'essere umano. l'uomo è una
frontiera, un fronte di separazione. è
quella cosa che distanzia a 100 metri il celeste
tenue e inammissibile del palazzo di fronte,
è il misterioso dispensatore d'azzurro
di cielo, e dei filamenti strinati, del cotone
delle nuvole. ma anche di questo spazio che
le perfora, di questa galleria dove schizza
e con un tonfo soffice o uno schianto si va
a perdere, fino all'acqua morta, alla pozza
inerte di questa parola
sono
stufo di scrivere - scrivo
i
fori del mondo, i pori del mondo. che ossessione.
io
sto al corpo come la campagna al fiore
persone
che litigano nel palazzo di fronte. arrivare
alle radici di quell'urlo, alla sua sacralità
(crepare,
fratturare la bolla sonora, il territorio fonetico,
sporgere, rigurgitare dal corpo)
il
signore con la canottiera, così ermeticamente
incapsulato nella sua forma, nelle piccole dimensioni
in cui lo genera e contiene il mio occhio, nelle
sue proprietà ottiche. quel signore è
inesorabilmente soltanto quella forma, soltanto
quella commessura visiva di una canottiera che
si trasmuta in corpo e torna canottiera, quei
comportamenti e quell'umanità.
questo
signore è inaccessibile, disperatamente
inaccessibile, io non potrò mai essere
null'altro che lo sguardo che lo contiene, potrò
urlargli nelle orecchie, amarlo, sodomizzarlo,
compatirlo, ucciderlo e cibarmene, e assimilarlo,
resterà sempre lontano tutto lo spazio
dell'universo, lo spazio che si sviluppa nel
momento in cui ne riconosco la presenza
il
cielo, liscio, compatto. è come se il
pensiero lo plastificasse orrendamente. è
la sua respirabilità che mi blocca? il
dio che è il suo colore, diffuso, il
dio che pervade i granuli omogeneizzati, intrisi
dalla luce, che sono il suo azzurro, cos'è?
non
avverto altro che un prurito, un prurito nelle
pareti del pensiero e della lingua, un prurito
incomprensibile e inammissibile - ma questa
prodigiosa volontà di salute, disperata
e in sé felice.
e
so che in questa impenetrabilità, insormontabilità,
incontenibilità dell'azzurro e del signore
con la canottiera è la radice dei mali,
è l'asimmetricità del mondo, degli
amori e dei desideri, è l'artificiosità
e lo scacco di tutti i sistemi di religioni,
che abbiano la forma di un dogma o di un sistema
di convenzioni quotidiane o di una programmazione
televisiva
fenomenologia
del fico sfracellato
cercando
la luce, era cresciuto sul ramo più alto,
ma lì nessuno l'ha colto. passato il
tempo, il suo compito nel mondo è consistito
in un fulmineo tragitto verso la condizione
di dolcezza sfracellata al suolo, dispersione
di marciume e semi, marmellata irrisolta
avere
un corpo è una bella responsabilità
nascendo,
acquisisco una licenza d'esistenza e sfruttamento
del mondo
il
vero modo di rispettare un animale è
mangiarselo
in
fondo le mie sigarette sono le passanti
amare,
attecchire nell'altro
il
corpo è personale, la psiche è
impersonale
la
risata di quel ragazzo, da cui è secreto
il corpo, la vitalità, è ugualmente
un affioramento, un fiotto
così
un urlo, o la bellezza religiosa di un fallo
nudo, o il bagliore meridiano che all'improvviso
fulmina le cose
ieri
la ragazza in paese - slip rientrato leggermente
nel solco. era il suo animale che inghiottiva
per qualche centimetro la sua donna, l'animale
prorompeva dalla donna - l'ontico attraverso
una complice elusione dello psichico, prorompeva
dal sociale (producendo l'erotico)
l'occhio
molle, umido, sfatto - sistema di espressione
istantanea del suo assetto psichico
occhi
e fallo, organi inutilizzati dell'amore, girano
a vuoto nella città
20.9
h16.55 rivedo lei, chiesa s.f., poi poi poi
poi poi
come
è possibile che talvolta i personaggi
del sogno agiscano indipendentemente dalla nostra
volontà, al punto che talvolta ci sorprendono?
dunque, o la decisione è un atto soltanto
meccanico - una semplice permutazione della
psiche - o attraverso il sogno la persona sognata
agisce in noi, noi siamo anche la persona sognata
e dentro il nostro corpo agisce la persona sognata.
scenari
del futuro
l'aumento
della selezione sessuale produrrà un
numero sempre maggiore di maschi frustrati,
vagando allo sbando nelle città, a cui
giocoforza sarà consentito di masturbarsi
davanti alle passanti più appetibili.
nelle
vie più centrali e piene di boutique
aleggerà costantemente un tanfo un po'
acre e dolciastro.
non
mi viene da chiamarti col tuo nome. nominarti
è già perderti, rinunciare alla
nube di eventi silenziosi e oscuri che sei,
barattarti col nome
io
che dovrei compiere solo gesti definitivi e
irrimediabili, come posso essermi adattato in
questo corpo? io che sono uno e indivisibile,
perché mi tollero nel parziale, nello
stentato?
ragioni
per suicidarsi:
per
eleganza
perché
la vita non è essenzialmente possibile
ragioni
per non suicidarsi:
per
non darla vinta a nessuno
per
non creare fastidi forse a 2,3 persone
perché comunque, in qualche modo, questa
pepita di piombo in mezzo alla carne non è
una cosa naturale
milano-parma-napoli
perché
io sto bene solo con una valigia leggera in
mano a una stazione?
tento
di ripulirmi col viaggio, col silenzio
dio,
se mi ascolti, dammi il mondo, dammi la sua
limpidezza
vago
alla cieca dove sento il vuoto, dove sento che
lo spazio è libero. ma sono un uccello
cieco, che non ha più orientamento e
direzione, e gode dell'ebbrezza dell'irresponsabilità
prima di schiantarsi.
sento
ancora l'azzurro nelle penne, la granulazione
delle nuvole, sento la luce sulla pelle, e sento
che c'è al di là qualcosa. mi
raffiguro la cavità del cielo slargata
dalla luce
mi
è stato revocato quel provvisorio assegnamento
del futuro che è un io, sono stato retrocesso
a una meccanica, a oggetto deciso dal mondo
io
credevo in una giustizia soprannaturale che
mi portasse, che mi salvasse, invece l'unica
legge cui soggiaciamo è la legge economica,
e io devo rendere, e smerciarmi e farmi fruttare
per esistere
h.
12
io
sto in questo pulviscolo di corpi nella loro
campana di segni
questa
è l'umanità di piazza duomo io
avverto la tensione dai corpi dei miei simili,
e mi immergo nell'aura di una ragazza, ma ora
non appartengo all'umano ricoperto di umano,
ne sono colato per una crepa da questo limite,
io vedo di qua e di là, sono e soffro
di non essere, per eccesso di umano depuro il
disumano delle linee e delle cose, ma mi sembra
di non sapere nemmeno che farmene
perché
sei sempre così taciturno?
ma
io... ho parlato un sacco di volte in vita mia
sab.
h 22,30 circa, 28.9
a
parma, al ristorante, ragazza splendida, tipico
animale emiliano, occhi accesi, fianchi ampi
ma insellati e appiombo perfetto delle cosce,
gesti nervosi, che mi mangiava con gli occhi,
sfrontatamente, oscenamente, come accade solo
da queste parti. questa sacerdotessa del biologico,
questa prostituta mistica dall'ovaia infiammata,
si è girata con ogni pretesto infinite
volte, le bollivano le surrenali, era gonfia
d'ormoni come un frutto troppo maturo - io ero
causato e munito di senso dal suo potente, insensato
e gratuito desiderio, e viceversa lei dal mio.
queste incidenze, queste intersezioni fatidiche,
in cui l'irrevocabilità e l'irremissibilità
dell'esistere precede e scalza la coscienza,
sono ciò che mi rigenera, ciò
che mi riporta al senso segreto delle cose
h.8,
stazione
incomincia
la sfilata dei corpi
nella
luce di prima mattina, i corpi sui marciapiedi
le leggi ottiche definiscono i pannelli di lamiera
dei treni e i corpi molli, l'indifferenza del
cielo e il sole che l'allaga di una pasta bianca
- e le piante
l'uccello
nell'aviario perfora la sostanza apparente che
è il cielo
un
signore col maglione blu, è stato umano
a tutti gli effetti aspettando il treno, ma
per un istante la luce ha dissimulato il tempo,
il prima e il dopo si sono staccati dalle sue
forme, e io l'ho visto in bilico sulla cresta
del suo divenire - i gesti il sentire le giornate
il campo d'azione - immobile, stagliato, librato
sul fondo bianco dello sguardo
ora,
andare a morire qui, alla fine di questo binario,
sacrificandomi a quel corpo sotto il cartello
PARMA (mentre certi uomini parlano), compiere
un gesto davvero dissennato e esatto, un gesto
che descriva finalmente il mondo
libidinosità
delle parmigiane, perfino la vecchia dell'albergo,
rinsecchita e spennata, ha cercato di concupirmi
- deve essere una cultura, una sedimentazione
storica
ma
perché la suggestione non c'è
stata, o c'è stata in forma molto depotenziata,
con la vecchia? la vanità è sempre
sospensione erotica?
la
bellezza indipendente dalla sessualità
- un operaio dal sorriso incurante, la bambina
trascinata dal padre - che può essere
altrettanto folgorante
il
linguaggio esclamazione (interiettivo) è
un carattere del corpo, una sua qualità
sonora. il linguaggio sintattico, da cui origina
la scrittura, è slogatura e frattura
dell'attimo, e dilazione del corpo nel tempo.
la
scrittura è sfocatura nel tempo, prolungamento
o stiramento, sostituzione del corpo nel tempo
alle
origini, il pittogramma interiettivo, è
duplicazione del numinoso - il principio della
cosa che sta per un'altra perché non
si capisce
ritorno
in una schiuma di nuvole ciclamino
per
3 giorni ho viaggiato, mi sono liberato dal
nome, dal ruolo, sono ritornato un pezzo di
carne vagante su un treno e nella città.
ogni
giorno io divento io, e riprendo ad essere dal
punto in cui mi sono lasciato. se mi spostassi
da questo punto, se perdessi questa continuità,
non sarei più riconosciuto come io, o
sopravviverei come uno sciamano. sarei mille
cose che forse non possono nemmeno più
scrivere, eppure sarei in un certo senso più
profondamente e pienamente un io, questa cosa
che accade in sé e per sé, senza
effetti
*
noi
siamo una specie di pasta, l'umano, addensato
qua e là nei corpi.
occupiamo
le città, e non ci rendiamo conto che
siamo una sola, collosa gelatina psichica
la
ragazza che ha attraversato le strisce ora ne
ha riassorbito impercettibilmente la disposizione,
e nell'aspettarla, io ho riconosciuto la nostra
solidarietà.
questo
umano, infiltrato nelle cavità squadrate
delle case, allungato nelle strade, dilatato
nell'aria, insufflato in continuazione dai segni
prodotti dalle menti, pervade tutto, avvolge
tutto. nei suoi punti nevralgici, gli uomini,
assume una consistenza e una densità
insostenibile. è qui che apparentemente
viene prodotto e immesso in un ambiente, ma
in realtà ha in essi solo la sua fisicità,
la sua motilità e attività. fra
questi il mio corpo, la mia carne, sensibile,
molle, soffre i riflessi e i sussulti di tutto
il resto
il
cielo è inumano, il fiore è inumano
- fin tanto che spicca con la propria tinta
netta e acuminata, con la propria imprevedibilità
e irrappresentabilità, dal linguaggio
quel
che non è umano, non sappiamo come chiamarlo.
esso preme, pulsa debolmente, irradia dall'umano,
si oscura infine alla soglia dello sguardo
tutto
fa capo al mio corpo
(qualsiasi
filamento, tentacolo percettivo o linguistico
che allungo nelle cose è fissato al mio
corpo)
il
mondo è una bolla immensa, indefinita,
dalla forma frastagliata, al cui centro sono
io
tutti
vivono su quella estremità delle cose
che sono i segni - l'umano
tutto
fa capo al mio corpo, il mio corpo è
il corpo del mondo
nel
buio, io solo, inglobo in me l'immenso respirare,
pulsare, delle cose - tutto comincia da me,
diverge da me, converge in me, si ritorce in
me. io ho questa immensa responsabilità,
la schiacciante e meravigliosa irresponsabilità
della mia solitudine
linguine
mare nel piatto, da me ideate
si
prepara max per 2 persone
su
una scogliera incontaminata si raccolgono 10
ricci e 5 piccole patelle di scoglio a testa,
e si riempie una pentola di acqua marina
si
fa soffriggere in olio di frantoio per 10 sec
appena qualche spicchio d'aglio tagliato a fette
sottilissime, e per qualche sec. in più
le patelle. si aggiunge qualche cima di finocchietto
selvatico tritato, e infine le uova di riccio
pressoché a crudo (come variante, del
peperoncino). si cuociono le linguine nell'acqua
di mare, diluita quanto basta, e si condisce.
da servire con vino bianco secco.
credo
che nel mondo ci sia poco di più estasiante
di queste linguine (forse a volte il corpo della
donna amata)
quale
forma assoluta ho aggiunto al mondo? che ho
aggiunto al mondo? eppure ogni uomo che pensa
il mondo è quel mondo, ed è responsabile
di tutto il mondo. un gesto pieno e definitivo,
questo dovrei compiere. non più meschini
calcoli di superflua sopravvivenza, ma una vita
che emani luce, forza, bellezza come una fiamma
i
corpi, nel mondo, che occupano il mondo.
le
espressioni degli occhi, nei corpi degli uomini
- delle donne
un
corpo che abbia la bellezza della fiamma
dom
h. 12.40
le
urla nella città sono qualcosa che restano
congelate, visibili nella luce cittadina, che
è una luce educata, direzionata
la
combinazione di sole e urla nella città,
crepa la bolla, fa stravasare i succhi. la città
per un attimo è svuotata da questa emorragia
picchi
della città in questo momento: il lenzuolo
che sventola, la luce, le urla , i bambini ignari
- col loro alto grado di ignoranza - il piccione
nell'istante in cui senza essere nell'aria non
è ancora sul tetto
in
alcuni casi sarebbe necessaria un'operazione
di estrazione dell'altro dall'io. con tecniche
di chirurgia simbolica, o con lavacri luminosi,
chimici, o di semplice flusso temporale, estrarre
neurone per neurone, dalle zone più colonizzate,
i segni, le immagini, le memorie dell'altro
che ormai intasa e incrosta i processi organici
la
psicanalisi, tecnica ingenua e rudimentale,
non potrebbe fare molto - almeno quella odierna.
l'altro metodo di guarigione sarebbe una specie
di cura intensiva di altro, che infine faccia
scoppiare e autodistruggere le capsule che lo
contengono, come per fatalità
la
realtà è una cosa immobile, che
però sembra muoversi trasportata in blocco
dal movimento degli istanti.
la
falsa idea che io sono il mio volto, il mio
occhio. se io sono, sono quest'entità
anonima, fisica, che è la mia carne,
e che nell'insieme produce la sensazione di
identità e individualità. ma produce
poi questa sensazione come composizione di tutto
ciò che è esterno ai limiti di
pelle e suoi annessi (la terra di nessuno, che
sono io ma non sente, dei peli, unghie ecc.
) del mio corpo.
localizzarsi
in tutti i tessuti e in tutti gli eventi del
corpo, poi annettere il resto, il tavolo, gli
altri, il tempo.
le
nuove fibre, sfilacciate, delle strie di cirri
del cielo. la loro levità, luminosità,
la loro grumosità e viscosità
traslucida sul pallore azzurrato. sentirle come
una propria carne gassosa.
io
sono un deposito decomposto di atti nel mondo,
che fanno capo a un corpo
il
paesaggio verde, circondato dal cielo molle
stare
nella vita, ci vuole un grado di ottusità
eccessivo
eppure
anch'io mi esaurisco nell'umano
il
mio vero nome doveva essere uno, uno b., oppure
quello, quello b.
io
ho questa deriva dell'umano
come
è possibile che un corpo che si arrabatta
nel cosmo riesca infine a pensare?
quella
ragazza, quella bella ragazza, ora vorrei tenerle
il corpo, mi gioverebbe, sarei più intriso
del mondo
la
vita è essenzialmente impossibile
io
vorrei vivere la sua incandescenza, il suo spasimo
ogni
comunicazione è un fraintendimento, perché
ogni corpo è irriducibile all'altro.
la cosa per cui sta ogni segno, trasferita all'altro,
viene riprodotta in un corpo diverso, nel quale
diventa una cosa diversa. ogni lingua è
radicalmente e essenzialmente insignificante.
io
sono quello che ho visto e udito (il mondo che
è passato in me) . quello che è
passato in questi occhi e queste
orecchie, e non altre, quello che è capitato
a questo corpo. e in questo senso io sono qualcosa
*
questa
che mi lancia sguardi con la palpebra bassa,
peccaminosa... quanto è ingiusta la loro
bellezza, è superficiale il mio desiderio
noi
che nasciamo nella carne e moriamo nella terra
non abbiamo mai un rapporto così intimo
col mondo come quando mangiamo.il cibo siamo
noi, è nostra carne, ancora smontata,
materia prima, precursore, né possiamo
stabilire il punto esatto (il tavolo, la bocca,
lo stomaco, il sangue?) in cui avviene il cambio
di identità.
il
nostro rapporto col mondo è crudele,
è famelico, è predatorio.
il
mondo è lontano, irraggiungibile, perduto
dall'altra parte del corpo.
il
corpo, questo organo con cui esisto tutto
io
esisto solo col corpo, e ciò che di me
non è corpo è appena una pressione,
un prurito
perché
fondamentalmente mi piace la fisicità
delle povere, la biologia depositatasi nei corpi,
nelle carni, negli sguardi delle povere?
quella
ragazza che mi ha scagliato addosso la sua debolezza
e la sua sudditanza - il suo abbandono
la
scintilla scoccata stamattina fra i luoghi lontani
sepolti in fondo agli occhi. da quella profondità
arcana, primitiva, da quella massa pesante,
inerte, oscura che è il corpo, è
affiorato per un istante chissà cosa,
un moto elettrico, una girandola chimica, un'increspatura
della corrente che trascina le cose.
era
tutto un velo, il corpo, un velo di tessuti
ed organi, ma si intravedeva quel qualcosa dietro:
come se un'altra sostanza l'abitasse, come se
dimorando nel corpo stesso non fosse in realtà
contenuta, racchiusa nel grande flusso delle
cose, due scarti del continuo materiale si sono
verificati in consonanza: il comprendersi di
due sguardi - uno, il mio, in me, a me coincidente,
incorporato nei segni della mia mente. l'altro,
ignoto, supposto nella dolcezza sfatta di un'iride,
nello struggersi, aprirsi, spogliarsi dello
sguardo .
che
cosa intrattabile è un corpo, la sua
vita, la sua separatezza dal mondo che lo circonda
nella sua capsula d'aria, l'arbitrarietà
di ogni atto che gli accade, anche il più
programmato e meccanico.
un
corpo è una rigenerazione continua, una
miracolosa e incessante ricostituzione di qualcosa
che non esiste come dato, ma solo come persistenza
nella memoria di stati successivi
l'uomo
più indifferente e asociale non riesce
a trovare un senso al di fuori dell'umano
notte
i
corpi
mattina
i
corpi oggi sono come macerati in una luce lenta,
statica
ogni
cosa è in una capsula mutevole, che è
la sua forma - ed è come se avesse un
contenuto, o rivela il fatto di averlo.
le
psichi vogliono uscire dai corpi. le psichi
è come se sbattessero continuamente la
testa nello spazio in cui sono sospese, come
se fossero cinetiche di per sé.
le
forme non sostengono più il mondo, il
suo bagliore o la sua concentrazione
io
resto in osservazione, in ascolto, ma schiacciato
sotto di esso. la scrittura è una specie
di fuoriuscita di corpo per lo schiacciamento,
come la polpa degli insetti
il
mondo è percorso come da nuvole da forme
abbaglianti (il punto vuoto che io avvolgo)
la
felicità è questo consentire alle
forme
nella
fisicità, io sento il distacco dal mondo.
per compensazione, sorgono parole filamentose
perché io, che ho un desiderio di non
essere quello che sono, lo sono
una
scrittura, come qualsiasi oggetto, deve avere
un manico per essere impugnata, e questo manico
è la forma
io
non sono meno stronzo degli altri, ma rivendico
una certa folle onestà delle parole
io
sono soffocato dai corpi, dagli oggetti, dagli
spazi, dalla loro incomprensibilità,
opacità, dalle strutture stesse dell'io.
peggio
del maschilismo, c'è solo il femminismo
nel
deserto del mondo appare un corpo, una cosa
che pesa, si delinea, ostruisce la linea dello
sguardo, ha bisogno di tempi molto lunghi per
decomporsi e svanire
è
una cosa mirabolante che esista questo oggetto
spesso
è
una cosa isolata, nei limiti dell'epidermide
biancastra, dall'aria e le altre cose circostanti
questa
sua insularità contiene di per se stessa
la tensione verso le altre cose
il
nostro stupore è il suo isolamento dal
mondo, dall'aria, dagli altri corpi
non
come è, ma che esista
quando
siamo nudi, quando siamo ridotti alla nostra
consistenza essenziale, noi possiamo provare
un bisogno di danzare, di sbattere e permutare
il nostro corpo
possiamo
anche avvertire un bisogno di piangere, di gocciolare
alla
fine guardiamo fissi nel vuoto
intanto
gli altri possono guardare i nostri occhi e
supporre un omuncolo in noi
la
vita inessenziale
bisogna
continuamente sgomitare e accapigliarsi nell'apparire,
bisogna continuamente perdersi.
eppure
io ho conosciuto, per qualche istante, la vita
essenziale...
strapparsi
dal petto la vita che non è vita, la
vita inessenziale
gli
altri esistono per deluderci, perché
sono altri proprio in quanto non sono quello
che vorremmo che fossero, e cioè noi
stessi
io
sono lo scrittore esemplare di un'epoca in cui
la letteratura non ha senso
pensieri
sulla giustizia
non
può esistere giurisprudenza che non si
fondi su una psicologia implicita, perché
il giudizio è parola dell'uomo sull'altro
uomo, perché umano è il giudice,
umano l'imputato, umana la vittima, umano il
testimone - e quel che esubera nell'uomo dall'animale,
è solo psiche.
il
problema non è negare una psicologia,
ma, consapevoli della sua imperfezione, approssimarla
quanto più possibile alla psiche, man
mano che questa è complicata e stratificata
dal progresso della conoscenza, o solo dal trascorrere
in sé del tempo, che ne approfondisce
incessantemente la memoria storica e culturale.
tutto
ciò riguarda particolarmente il problema
delle testimonianze, della loro attendibilità,
della necessità dei riscontri, e dei
rischi del pentitismo.
oggi
la mitomania supplisce alla mitologia.
viviamo
in un mondo in cui non conta l'innocenza, ma
la sua rappresentazione. la vera colpa di giovanni
scattone, e di tutte le vittime degli errori
giudiziari, è di non saper rappresentare
la propria innocenza
scattone
è come il colpevole di derrick. il colpevole
di derrick, essendo una figura di luci, non
ha commesso alcun delitto, ma la sua colpa consiste
nell'essere il classico tipo capace di un delitto.
è esattamente questa la colpa che hanno
accertato i giudici di scattone
la
giurisprudenza sembra fondarsi sul presupposto
che la menzogna sia una specie di incidente
di percorso della parola, ma la menzogna è
invece intrinseca alla parola stessa. è
la possibilità stessa dell'individualità,
di un io separato dall'esterno, che si fonda
sulla possibilità di mentire, di filtrare
il mondo escludendo l'altro attraverso una rete
di omissioni e rimozioni.
la
giurisprudenza fa per propria comodità
un uso fisico, materiale della testimonianza
che non è tecnicamente possibile, perché
essa è un prodotto umano, incerto, che
non ha la controllabilità dei materiali
rigidi ma è fatto della sostanza molle
e inaffidabile della psiche.
giudicare,
ius dicere, dire il giusto è difficile,
è porsi al di sopra dell'umano essendo
uomini, e non per nulla è funzione che
è sempre stata delegata in ultima istanza
alla divinità. proprio perciò,
essendo uomini, non c'è altro modo per
approssimarsi a una giustizia ideale, che l'essere
consapevoli della nostra limitatezza e fallibilità,
e dunque imparare a fondare il giudizio in quella
sua alonatura metafisica che è il dubbio.
vicino
al buio del mondo
tutto
è riconducibile a un sì e un no,
il sì è bello e il no è
brutto.
io
sono o non sono i miei peli, i capelli, le unghie?
in questi residui io contemplo la mia appartenenza
all'ordine simbolico del mondo
invocando
giustizia, per me, o per le vittime di errori
giudiziari (altre carni impotenti, prese dal
meccanismo), io rivendico un ordine divino del
mondo.
il
mondo è questo immenso, provvisorio tessuto
di luci e materiali, che non esistono più
al di là della gittata della nostra psiche.
la
sua essenza floreale e aurorale
la
giustizia è una pretesa puerile, quella
che il nostro sentimento del mondo sia corrisposto
la
giustizia è l'atto del riconoscere il
mondo è il modo in cui il singolo riconosce
il mondo
sotto
la mia pelle, c'è la mia carne viva,
sanguinolenta
x
è un deficiente
la
mia carne è di una specie di colore rosso,
granata, è umida, tiepida, floscia. l'interno
di questa carne, sono io. io sono una cosa sbiadita
sparsa in questa carne. le cose intorno a me
sono lisce. ogni grammo della mia carne, è
un prezioso elemento di me.
l'uso
che fanno gli esseri umani della loro complessità
psichica è piuttosto schifosetto
ho
conosciuto un tipo nipote del dott. ciccarelli,
quello della pasta del capitano. il mondo ha
assunto un'altra dimensione
hai
ancora una velleità di pressione, ancora
non sei aria insensibile. ancora rilasci, diffondi
parole - suoni contratti nell'inchiostro - li
spari in forma soffice, silenziata sul mondo.
sei diventato solo quest'inchiostro significante
- per qualcuno, per pochi, non per i ghepardi
e le foglie, non per l'aria, forse per dio -
quest'inchiostro alonato. sei questa lavatura
bluastra che fluisce dalla tua punta - continuamente
contro le fibre bianche pressate, senza trapassarle
(vorresti che il cono aperto di cui sei punta
si ribaltasse, si allargasse in una spirale
indefinitamente)
questo
coso che sono, gettato alla rinfusa con la sua
carne, le sue cortecce, le sue minute meccaniche
molli assemblate - fra le cose; sloggiandosi
dalle sedi di minuti, metri e altri termini
incessantemente; in ammollo perenne in questo
plasma coso incomprensibile, ignaro, debolmente
pulsante e come attaccato al mondo
il
mondo è pieno di cosi (quasi tutti nello
stesso strato) radenti il suolo, che si affaccendano,
costituiscono una specie di tessuto, di sistema
parallelo (nella psiche, nell'umano) nel quale
signoreggiano, e che ha una sua notevole importanza
- ma tutto l'assieme o i casi singoli a volte
si sfalsano leggermente, cozzano sulle pareti
o ne sbaffano.
suicidarsi
non è un partito conveniente perché
comunque poi che fai?
ogni
luce è luce di distruzione
ogni
luce del mondo, è luce di qualcosa che
brucia e si distrugge - il bagliore della fiamma,
l'incandescenza del tungsteno, la dissipazione
del fosforo
(e
anche la luce che dio riversò sul mondo,
non poteva che significare il sacrificio e la
catarsi di una distruzione, forse di un altro
dio, un dio andato a fuoco)
un
corpo smottato, sempre uguale a se stesso, sempre
attaccato nel suo divenire all'ultima cosa che
era stato, e che così scava un cunicolo
nel non ancora accaduto, e lascia e produce
nel nulla una scia fatta della sua propria forma
ripetuta, della sua riproduzione incessante.
quell'l.b.
il
sangue screziato del mondo - la luce, stamattina...
7.3
il
fatto è che dio non esiste ma come è
possibile che dio non esiste se c'è questa
scritta Banco di Napoli?
inoltre
il mio ragazzo passò dice la radio e
ci sono macchine nella piazza
14.3
il
mondo è pieno di queste persone
in
fondo alle strade si vede a volte una montagna
stamattina,
l'enorme ammasso celestino del grattacielo di
fronte - inumano, celestiale, con le sue ringhiere
metodiche e i mosaici anni 50
(la
scritta labor omnia vincit...è vero,
in fondo)
in
questa luce, in questo spazio, ci sono io. tutti
siamo un po' sfaldati a lamelle dalla luce,
e trascinati lungo le direttrici in cui di volta
in volta ci produciamo
alcuni
vanno in banca - e la banca c'era
la
luce, ora è violetta argentina per le
nuvole, ora si fa diffusa e primaverile, o a
volte compatta e levigata, di un azzurro di
smalto
tutto
splende, o nereggia, e basta
non
è una garanzia di realtà che la
realtà proceda come la realtà
da
una mano a un bicchiere, da una premessa a una
deduzione, noi avvertiamo una continuità
che basta una sostanza psicotropa, un paradosso
matematico, un sogno o un'emozione intensa a
rivelare illusoria, una patina inconsistente
che ricopre faglie e abissi vertiginosi
noi
ci sosteniamo sulla tenue trama di usi logici
che vi abbiamo tessuto, per non perderci nell'esistente
impensabile, inafferrabile, incompatibile con
la vita che tumultua sul fondo.
al
di sotto dei piccioni, al di sotto del dilagare
rossastro della luce, al di sotto dei corpi
e le loro potenti tensioni reciproche, c'è
questo qualcosa di tumultuante. è quest'essenza
che s'agita che devono far trasparire la nostra
percezione e le nostre parole - ma più
la depuriamo e apriamo più ne abbiamo
paura - perché è qualcosa che
non siamo noi, è dunque qualcosa di inaccettabile,
che ci limiterà per sempre
oggi
l'azzurro è un fluido denso, la vita
è un fluido denso, e io quasi sono fluido
nel fluido, del fluido. esisto come una live
rifrazione del tempo
voci
si sfaldano e dissolvono nell'etere acquamarina
ora
l'altro sta assorbendo la stessa luce intensa,
la stessa tintura concentrata. lui ora esiste
in questo mondo, in contemporanea, è
posseduto e violato dalle lunghe nervature prensili
dei miei segni, estensioni filiformi del mio
chiuso, locale corpo nel mondo. ma finché
è un'immagine, è afferrabile,
finché è luce, può essere
conosciuta.
24.3
oggi
sono stato al mare, c'era molta luce e molto
vento. a un certo punto, pensando a una cosa
divertente, mi sono fatto una risata io solo
di fronte al mare. poi con una canna ho scritto
sulla sabbia: spiaggia
questa
melma degli umani, con le loro bottiglie di
plastica, con i loro amori, con il loro tessuto
di rapporti che credono sia l'unica realtà
e l'unico valore esistente. io solo, nella luce
e nel vento, sono un elemento separato di questo
grande ammasso invisibile, ma anche un'interruzione
e una rifrazione di questa luce, una singolarità
misteriosa, definita da un recinto di segni
e parole, scagliata fuori da tutto in uno spazio
senza riferimenti - impensabile insospettabile
la
loro lingua - carni bovine ci vediamo
domani curiamo le malattie - da cui è
impossibile uscire
scrivere,
parlare, è gia perdersi, è già
esiliarsi, è già desistere da
ciò che siamo
la
letteratura è sempre una vita prolungata
artificialmente, una vita rifratta negli specchi.
ma io invece vorrei che fosse l'essenza stessa.
forse
questa luce non sarà mai altra luce.
ma lanciata dalla parola oltre il mio sguardo,
ricostituita nel corpo, sarà forse l'essenza
di quella luce, sarà quel che è
comune al corpo, alla parola e alla luce.
il
limite fra il gatto e il non-gatto, nell'erba
tutto
è esattamente contenuto nei suoi contorni,
nelle sue dimensioni, nelle sue disposizioni
tutto,
però, fa leggermente pressione fuori
da sé.
(III
- fine)