home home
idee per partire
col coltello
archivi
immagini
ZIB II serie
 Altre meraviglie
Notazioni imprevedibili  
 Estasi burocratiche
  di Mili Romano
Fotografia di Pino De Silva

        Certamente non conoscete la signora Evelina della segreteria dell'università, né il direttore del dipartimento di paleografia e medievistica dove lavora il mio amico Claudio, il cui massimo godimento è negare permessi ai subalterni, urlare lei non sa chi sono io, vedere in tutti sobillatori e rivoltosi contro la sua direzione e schiacciare la serpe del dubbio e della speculazione che s'insinua nelle menti dei suoi ricercatori, docenti e del personale non docente. Non conoscete neanche la signorina Emilia della banca commerciale, che non ti cambia un assegno fuori piazza neanche a morire, anche se ti conosce da vent'anni, perché il regolamento dice che prima lo devi versare sul tuo conto e poi lo puoi prelevare. E neanche il segretario amministrativo di una scuola d'arte dove ho insegnato io, tale Perrino Salvatore, che faceva dei gran segni col pennarello alle bottiglie dei detersivi, apponendovi la data e controllando le bottiglie ogni mattina e martirizzava i bidelli sgridandoli perché ne consumavano troppo. E certi prof. di liceo che quando si siedono nella "sala professori" hanno da anni ognuno la propria sedia fissa e guai a chi gliela tocca e fulminano con lo sguardo il primo malcapitato supplente non di ruolo appena arrivato, al primo cenno di ciò che essi considerano un furto, una mancanza di rispetto grave, una non considerazione della loro anzianità di servizio. Non vi sarete frequentemente imbattuti in un direttore inglese di università americana, con baffetto e smorfia di disgusto perenne stampata sulla faccia quando parla con terzi che non siano in qualche modo a lui superiori o possano essere utili per qualche ragione di prestigio o tornaconto economico e che so io, ma la cui espressione di sgrigno e il monotono ritmo del suo parlare senza alcuna inflessione emotiva sembra stia diventando di questi tempi molto politically correct. E il professor Angelino, ma come faccio a disegnarvi il prof. Angelino detto ghigno? Lui che interroga gli studenti di storia dell'arte rivolgendo glaciali ed ermetiche domande alle quali guarda con aria di sfida e con un cinico sorriso i malcapitati di turno per poi interromperli subito dopo proprio nell'istante in cui costoro cercano sudando di riorganizzare i pensieri per poter rispondere, e attacca a parlare lui per una ventina di minuti spiegando nel delirio cosa accomuna la coda del cane al guinzaglio di Balla al nudo che scende le scale di Duchamps, e poi passa alla domanda successiva.
        E il dottor F. che da quando ha vinto le elezioni ha comprato tre telefonini, quando aveva detto che non ne avrebbe mai posseduto uno manco a morire, e parla nello stesso momento su due linee più quella del lavoro mentre il terzo gli squilla in tasca trasmettendo gradevoli vibrazioni all'apparato genitale. E neanche Filippo il semplice conoscete, questo è sicuro, eletto all'unanimità sindaco del suo paese proprio per questa sua bella virtù che gli faceva dire le cose proprio così come sono, senza sotterfugi né diplomazie politiche e che da quando s'è seduto sulla poltrona gli è andato di volta il cervello e fa discorsi che non li capisce più nessuno.
        Non conoscerete queste persone e situazioni ma sicuramente ve ne verranno in mente tante altre. Chissà quante volte vi sarete trovati con il sangue in ebollizione nel vedere come si comportano oggi i vostri più cari amici e i vostri collaboratori di decenni solo perché oggi c'è più la mentalità "aziendale" e bisogna adeguarsi, e vi siete piegati in due dall'ulcera, o vi è venuto un attacco di emorroidi e crisi di palpitazioni nervose. Frugate un po' nella vostra memoria, vedrete che qualche situazione simile la troverete.
        Comunque, è così, come per una sorta di utopico riscatto per quelli che ogni giorno hanno a che fare con tipi del genere, e si rodono in silenzio, e si rifugiano con la memoria in tempi che sembrano remoti, e si darebbero le martellate sulle labbra che non riescono mai a schiudersi al momento opportuno. Bene, pensando a tutti quelli che non si pongono problemi di carriera né di azienda, che non credono di essere altro che "uno", assolutamente uno, umano e basta, e che avrebbero dunque il sacrosanto diritto di vivere in santa pace lasciandosi trasportare dallo scorrere del tempo e delle cose, con il sano principio di non essere altro in fondo, che cosa fra le cose, sono nate le pagine che seguono e che hanno come oggetto una patologia virale che si estende a macchia d'olio, dagli effetti divoranti e mortiferi e contro la quale non bastano quattro gocce sotto la lingua dei rimedi di Bach né cinque granuli di ignatia 5 CH o di gelsemium che placa il panico, e neanche un tavor ogni ora. Una patologia per cui ci vuole, oltre ad una gran dose di autoanalisi fin dai primi sintomi, un guardarsi allo specchio e saper dire ma che stai facendo? stiamo giocando? dove sei arrivato, dove sei sprofondato? Ma non ti vergogni? almeno per tentare di arginarla un po'.
        Tale patologia, in un momento di mania di grandezza, ho anche immaginato potesse entrare a far parte, con le firme di molti, delle voci del dizionario universale della Garzanti come nuova patologia antropologico-social-esistenziale, le cui origini sono rintracciabili sin dai lontani albori dell'epoca moderna e in quella nostra di nuovo cannibalismo. Sotto la E va cercata: ESTASI.
        "Anormale stato di coscienza, con senso di rapimento, di svincolamento dalla realtà, di entusiasmo fanatico e di commozione, a volte accompagnato da visioni e da sensazioni uditive allucinatorie"; "Estasi mistica: supremo grado dell'ascesi e dell'esperienza mistica, nel quale l'anima è rapita nella contemplazione di Dio", così dicono i dizionari.
        L'estasi in questione, tralasciando ogni riferimento a dio, che non è il caso in questa sede, ebbene quest'estasi è burocratica: ESTASI BUROCRATICA, ecco quale potrebbe essere il suo nome.


        L'estasi burocratica si consuma in uffici, scuole, ministeri, gabinetti dentistici, sportelli bancari, sedi USL, asili nido, assessorati, ambulatori veterinari, corsie di ospedali, scuole elementari, collegi docenti di scuole d'ogni ordine e grado, negozi di libri, nei quali commessi e padroni hanno bandito dalle loro labbra il sorriso gentile e l'affabilità e sembrano essere reclutati proprio per la loro scorbutaggine; e centri civici, biblioteche, e naturalmente, in linea con la tradizione, prefetture e tribunali. Dietro sportelli di segreterie, in piedi o attorno a tavoli rettangolari, ovali o sistemati a ferro di cavallo. Nelle redazioni e sulle pagine dei giornali, in occasione di vernissages, convegni e dibattiti vari.
        Di tale estasi hanno sofferto e soffrono personaggi grandi e piccoli della storia, di quella grande che ci passa sopra il capo e di quella piccola, quotidiana, della quale si vorrebbe dare inizio, dico inizio, solo inizio, qui, a catalogazione.
        Malattia non rara, segue flussi regolari ed alternati e si accompagna a sintomatologie di varia natura ed espressione, talmente differenti a volte da renderne non facile la diagnosi. Passiamone in rassegna alcune, sperando che il tempo e le esperienze in questo campo di ricerca possano arricchire la letteratura sulla malattia in questione e favorirne una diagnosi precoce ed una connessa tempestiva cura.


        Glaciali silenzi.
        Sguardo distaccato.
        Membra irrigidite.
        Il corpo è come mummificato, incartapecorito e bloccato e avanza con gesti meccanici se sta seduto è rigido, e le braccia, appoggiate al tavolo, formano un perfetto angolo retto. Se sta in piedi è impalato, quasi avesse ingoiato un bastone intero.
        Una stitichezza cronica, in senso lato e filosoficamente esteso a tutto il carattere, assilla il malato senza rimedio. Le feci ristagnano nell'intestino, pietrificate insieme ai pensieri e quando escono, a fatica si depositano, cadendo giù come piccoli e simmetrici macigni. Persone così non sorridono di frequente, sono parche nei gesti, appaiono gentili ma di una gentilezza formale che è posta quasi come uno scudo. Ai proseliti insegnano analisi rigorose, autocontrollo, conferme scientifiche, e a guardare dritto sempre di fronte a sé, ma senza mai scrutare l'altro negli occhi, dritto, ben dritto, senza distrazioni e ad apprendere ad essere sordi e ciechi. Il mondo va avanti in linea retta, non ci sono fughe né divagazioni, né mezzitoni, né sfumature, né labirinti. Si va avanti secondo rigidi tracciati di pensiero.
        Ad un più accurato esame fisiognomico s'è riscontrata in taluni malati di sesso maschile, oltre che una precoce calvizie, una protuberanza di carne, altresì definita "cuscinetto di Bounderby" che attraversa orizzontalmente la base della scatola cranica. Come una salsiccia, messa ancor più in evidenza, in costituzioni robuste, dal colletto della camicia che non riuscendo a contenerlo lo spinge in alto.
        Talvolta le labbra dei malati di estasi accennano ad un sorriso che è quasi una smorfia. Tipi del genere non si lasciano mai andare a gesti eccessivi, non esprimono entusiasmi. Quando cominciano a parlare guardano un qualche punto indefinito, un foglio o la punta delle loro dita. Prima accompagnano la riflessione con un mugugno sommesso, che esprime la fatica nel rimuginare del pensiero. Poi disegnano una griglia interpretativa che non lascia dubbi attorno a sé, che non conosce esitazioni. Tutto quadra di ciò che il malato profferisce, tutto è quadrato. Anche il suo volto, seguendo i suoi pensieri, si allarga in perfetti piani simmetrici, occhi compresi e naso e bocca. Il suo corpo non emette sudore. Il cuore non palpita mai agitato, non conosce extrasistole né provoca sudorazione eccessiva, vampate di calore e fitte allo stomaco. Il respiro, nel movimento dell'inspirazione e dell'espirazione non è mai accelerato, non si smorza emettendo suoni e non tradisce emozioni. Il volto è pallido. Ma di un pallore che gli è proprio, infatti il giallognolo sembra il suo tono naturale. Una sorta di livore il suo carattere essenziale. La trasformazione fisica segna il raggiungimento dell'acme dell'estasi. Da taluni tale trasformazione è considerata come segno imprescindibile di una raggiunta maturità, di saggezza e di quel distacco che permette di stare al mondo senza lasciarsi scalfire.
        Quando vanno a cena fuori in gruppo i malati di tale estasi entrano nel locale in fila silenziosa, si siedono disciplinatamente, studiano il menù e, in ordine alfabetico, ordinano pizze, dividendo poi il conto con calcoli accurati secondo quello che ognuno ha consumato.
        Sintomatologie di tal fatta sono state riscontrate spesso, oltre che fra taluni intellettuali, anche tra bancari, giovani scrittori e critici d'arte, direttori di dipartimenti di lingue e amministrativi universitari.


        Altra sintomatologia non rara, in malati di costituzione sanguigna, è lo sproloquio, sorta di diarrea del linguaggio. Quando il malato attacca a parlare non riesce più a fermarsi. Parla a macchinetta o a mitraglietta, e al parlare s'accompagna una sorta di nervosa eccitazione. Il volto, in malati di questo tipo, è rubizzo, sottopelle affiora una fitta rete di capillari. Gocce di sudore imperlano le tempie, cominciano a scorrere giù sugli zigomi, si riversano agli angoli del naso, sul labbro superiore. Lui parla, fa domande, con prontezza si risponde. Le narici si dilatano e si richiudono come a stantuffo. Lancia una battuta e accenna una risata. Un'altra battutina ed un ironico sorriso un po' furbetto si disegna sotto il baffetto biondiccio. A guardarlo si potrebbe pensare che ciò che dice sia rivolto a qualcuno, ad un interlocutore singolo o ad un gruppo, così almeno ognuno dei proseliti che gli sta di fronte ama credere compiaciuto, ma ad un più approfondito esame si percepisce che è come se parlasse da solo. Coloro che ha di fronte anche il malato di questo tipo d'estasi non li vede neanche, non li guarda mai in faccia. In quel momento la sua sedia è un palcoscenico dal quale si leva un roboante monologo. Se un interlocutore, credendo che costui si stia rivolgendo a lui ed è curioso della sua opinione, accenna una benché minima risposta, così, tanto per aprire un dialogo, un confronto di opinioni, ecco che lo sguardo del malato di estasi si fa opaco perché è come se il suo magico momento venisse interrotto, non riesce a sentire suoni differenti dai propri, altri toni. Le orecchie s'accartocciano, iniziano delle leggere vibrazioni, la testa rotea ravvoltolando il filo dei propri pensieri, sul viso si disegna un tratto arcigno, come di disappunto, di imbarazzo, le pupille di scatto saltano su e si nascondono sotto una mezza palpebra. L'occhio appare in tutto il suo biancore. Se l'interlocutore si protrae troppo ecco che il corpo comincia ad essere percorso da fremiti nervosi. Se costui è fumatore s'accenderà veloce una sigaretta per poi spegnerla subito dopo ed accenderne un'altra. Se invece ha smesso di fumare tamburella con le dita sul tavolo, cerca una mentina, poi alza una mano, s'accarezza i capelli, se li lancia indietro con un colpo solo, accompagnando il gesto con un secco movimento del capo. Dà dei rapidi colpetti di spalla, ora l'una ora l'altra. Le gambe cominciano ad agitarsi, dondolano nervose, immediatamente dopo il primo piede è come se battesse il ritmo dei pensieri pronti ad uscire, subito dopo comincia l'altro piede. La lingua si dimena nella bocca. A questo punto, se ha qualcuno accanto, ricomincia a parlare, a fare osservazioni, ammicca, ride, in sottotono. Tutto questo in attesa di ricominciare là dove sente di essere stato interrotto. Le parole dell'altro, che tante reazioni fisiche hanno scatenato, son scivolate, inaudite, incomprese, come pioggia di suoni, sul suo corpo, depositandosi ai suoi piedi.


        Quando parlano, alcuni dei malati scandiscono il pronome IO a chiare lettere e come soggetto potente dell'enunciato. Lo rimescolano nella bocca, l'io tocca tutti i denti e le gengive, accarezza gli spazi interdentali e poi esce possente e risonante. Altri lo celano con apparente riserbo, facendo notare con un disprezzo troppo forte per non apparire ideologico che dall'io troppo effusivo sono nati i disastri del secolo. Che "basta con tutti questi io prepotenti, che vogliono dire la loro, che si analizzano, fanno lo scavo, si confessano, basta con tutta questa paccottiglia narcisista ", eppure, se all'amico che ha appena finito di dire questo, amico caro sia ben inteso, all'amico che ha appena pubblica qualcosa lasci trapelare che c'è qualcosa nel suo scritto che ti piace meno, qualcosa che manca, sempre secondo la tua miserrima opinione, ecco che s'offende, e reagisce, e ti deve spiegare perché non è così e tu hai proprio frainteso. Così, altro che io cancellato, l'Io c'è comunque, è sempre lì che fa capolino e non sembra proprio rassegnato al silenzio. Entrambi comunque, io troppo pronunciati e io sedati, amano procedere di citazione in citazione, quasi avessero nella testa uno schedario computerizzato, devono far ricorso ad appigli e puntelli, c'è chi cita i regolamenti chi invece gli scrittori preferiti, ma un sorriso velato e un occhio infuocato anticipano quando la citazione, senza alcun dubbio quella preferita, viene fatta da se stessi. Persone di tal fatta non dicono mai " sono un po' demoralizzato", non soffrono di aerofagia né di agorafobia, né di claustrofobia, o forse piuttosto che ammetterlo si farebbero ammazzare. Sanno sempre tutto e non hanno lacune.


        I casi di estasi sin qui evidenziati possono essere accompagnati da altre sintomatologie quali prurito diffuso, macchie cutanee, tic nervosi e ossessivo ricorrere del connettore "evvero", o del suono "ssssseeehhh", accompagnato da una palpebra semichiusa e dalle labbra storte in una smorfia di disgusto.


        Ogni volta che gli si viene presentati i malati di entrambe le estasi allungano una mano che tocca appena e si ritira sguisciando come un'anguilla oppure afferrano potentemente la tua mano quasi la volessero stritolare. Ma l'intensità della stretta, laddove sopravvenga, non corrisponde a interesse sincero o ad umana curiosità. Inutile dire che è già la quinta volta forse che gli si viene presentati, ma essere fisionomisti non è una loro virtù, o forse è un vezzo anche la distrazione e molte volte incontrandoti per la strada non hanno mai nemmeno risposto al tuo saluto, perché troppo presi dalla propria persona, assorti nei propri pensieri.


        Malattia altamente contagiosa. Endemica in certe aree geografiche, stagionale in altre, l'estasi burocratica colpisce entrambi i sessi con eguale intensità. Ciò che dagli studi epidemiologici è risultato è una certa predisposizione genetica allo sviluppo del virus. La malattia non risulta letale per chi ne soffre. Molto di più per chi è a contatto costante col malato.
        L'antidoto più efficace sinora risulterebbe soltanto quello di evitare scrupolosamente il contagio: non sedersi nella stessa poltrona utilizzata dal malato; non baciarlo, evitare i rapporti sessuali i cui effetti risultano devastanti per il corpo e la mente del contagiato, evitare gli ambienti chiusi e surriscaldati, nonché le posizioni di potere che favoriscono il propagarsi di virus dal ceppo particolarmente virulento e farmacoresistente; tenersi un po' in disparte e rafforzare le proprie difese immunitarie con periodiche purificazioni del fegato e della milza. L'applicazione di impacchi freddi di argilla nella zona del plesso solare è risultata, non i sa perché, un utile strumento preventivo.
        Ci è pervenuta notizia di un caso di guarigione in individuo di sesso maschile, di media età e di professione "funzionario", il quale è stato udito cantare a squarciagola, secondo quanto hanno testimoniato i vicini di casa e la gente del quartiere, ad intervalli regolari di otto ore, per due cicli di tre mesi, la canzone "Pepito" (edizioni DECCA).
        Sul titolo della canzone in vero vi è un po' d'incertezza giacché alcuni asseriscono si trattasse di una canzone inglese, chi si arrabbia vengano messe in discussione le sue parole e la sua memoria e urla che la canzone era senza ombra di dubbio le mille bolle blu cantata da mina, un altro ancora punta i piedi con sdegno : " era acqua azzurra acqua chiara, ne sono più che sicuro", e un altro strepita che nella voce che cantava lui aveva senza esitazione riconosciuto Nicola di Bari, " che ci scommettiamo?".
        A proposito, ciò che distingue, secondo Ghigno, il nudo di Duchamp e il cane di Balla è la coda, che nel cane è riconoscibile ancora come elemento umano...



scarica in formato PDF