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Certamente
non conoscete la signora Evelina della segreteria
dell'università, né il direttore
del dipartimento di paleografia e medievistica
dove lavora il mio amico Claudio, il cui massimo
godimento è negare permessi ai subalterni,
urlare lei non sa chi sono io, vedere in tutti
sobillatori e rivoltosi contro la sua direzione
e schiacciare la serpe del dubbio e della speculazione
che s'insinua nelle menti dei suoi ricercatori,
docenti e del personale non docente. Non conoscete
neanche la signorina Emilia della banca commerciale,
che non ti cambia un assegno fuori piazza neanche
a morire, anche se ti conosce da vent'anni, perché
il regolamento dice che prima lo devi versare
sul tuo conto e poi lo puoi prelevare. E neanche
il segretario amministrativo di una scuola d'arte
dove ho insegnato io, tale Perrino Salvatore,
che faceva dei gran segni col pennarello alle
bottiglie dei detersivi, apponendovi la data e
controllando le bottiglie ogni mattina e martirizzava
i bidelli sgridandoli perché ne consumavano
troppo. E certi prof. di liceo che quando si siedono
nella "sala professori" hanno da anni
ognuno la propria sedia fissa e guai a chi gliela
tocca e fulminano con lo sguardo il primo malcapitato
supplente non di ruolo appena arrivato, al primo
cenno di ciò che essi considerano un furto,
una mancanza di rispetto grave, una non considerazione
della loro anzianità di servizio. Non vi
sarete frequentemente imbattuti in un direttore
inglese di università americana, con baffetto
e smorfia di disgusto perenne stampata sulla faccia
quando parla con terzi che non siano in qualche
modo a lui superiori o possano essere utili per
qualche ragione di prestigio o tornaconto economico
e che so io, ma la cui espressione di sgrigno
e il monotono ritmo del suo parlare senza alcuna
inflessione emotiva sembra stia diventando di
questi tempi molto politically correct.
E il professor Angelino, ma come faccio a disegnarvi
il prof. Angelino detto ghigno? Lui che interroga
gli studenti di storia dell'arte rivolgendo glaciali
ed ermetiche domande alle quali guarda con aria
di sfida e con un cinico sorriso i malcapitati
di turno per poi interromperli subito dopo proprio
nell'istante in cui costoro cercano sudando di
riorganizzare i pensieri per poter rispondere,
e attacca a parlare lui per una ventina di minuti
spiegando nel delirio cosa accomuna la coda del
cane al guinzaglio di Balla al nudo che scende
le scale di Duchamps, e poi passa alla domanda
successiva.
E
il dottor F. che da quando ha vinto le elezioni
ha comprato tre telefonini, quando aveva detto
che non ne avrebbe mai posseduto uno manco a morire,
e parla nello stesso momento su due linee più
quella del lavoro mentre il terzo gli squilla
in tasca trasmettendo gradevoli vibrazioni all'apparato
genitale. E neanche Filippo il semplice conoscete,
questo è sicuro, eletto all'unanimità
sindaco del suo paese proprio per questa sua bella
virtù che gli faceva dire le cose proprio
così come sono, senza sotterfugi né
diplomazie politiche e che da quando s'è
seduto sulla poltrona gli è andato di volta
il cervello e fa discorsi che non li capisce più
nessuno.
Non
conoscerete queste persone e situazioni ma sicuramente
ve ne verranno in mente tante altre. Chissà
quante volte vi sarete trovati con il sangue in
ebollizione nel vedere come si comportano oggi
i vostri più cari amici e i vostri collaboratori
di decenni solo perché oggi c'è
più la mentalità "aziendale"
e bisogna adeguarsi, e vi siete piegati in due
dall'ulcera, o vi è venuto un attacco di
emorroidi e crisi di palpitazioni nervose. Frugate
un po' nella vostra memoria, vedrete che qualche
situazione simile la troverete.
Comunque,
è così, come per una sorta di utopico
riscatto per quelli che ogni giorno hanno a che
fare con tipi del genere, e si rodono in silenzio,
e si rifugiano con la memoria in tempi che sembrano
remoti, e si darebbero le martellate sulle labbra
che non riescono mai a schiudersi al momento opportuno.
Bene, pensando a tutti quelli che non si pongono
problemi di carriera né di azienda, che
non credono di essere altro che "uno",
assolutamente uno, umano e basta, e che avrebbero
dunque il sacrosanto diritto di vivere in santa
pace lasciandosi trasportare dallo scorrere del
tempo e delle cose, con il sano principio di non
essere altro in fondo, che cosa fra le cose, sono
nate le pagine che seguono e che hanno come oggetto
una patologia virale che si estende a macchia
d'olio, dagli effetti divoranti e mortiferi e
contro la quale non bastano quattro gocce sotto
la lingua dei rimedi di Bach né cinque
granuli di ignatia 5 CH o di gelsemium che placa
il panico, e neanche un tavor ogni ora. Una patologia
per cui ci vuole, oltre ad una gran dose di autoanalisi
fin dai primi sintomi, un guardarsi allo specchio
e saper dire ma che stai facendo? stiamo giocando?
dove sei arrivato, dove sei sprofondato? Ma non
ti vergogni? almeno per tentare di arginarla un
po'.
Tale
patologia, in un momento di mania di grandezza,
ho anche immaginato potesse entrare a far parte,
con le firme di molti, delle voci del dizionario
universale della Garzanti come nuova patologia
antropologico-social-esistenziale, le cui origini
sono rintracciabili sin dai lontani albori dell'epoca
moderna e in quella nostra di nuovo cannibalismo.
Sotto la E va cercata: ESTASI.
"Anormale
stato di coscienza, con senso di rapimento, di
svincolamento dalla realtà, di entusiasmo
fanatico e di commozione, a volte accompagnato
da visioni e da sensazioni uditive allucinatorie";
"Estasi mistica: supremo grado dell'ascesi
e dell'esperienza mistica, nel quale l'anima è
rapita nella contemplazione di Dio", così
dicono i dizionari.
L'estasi
in questione, tralasciando ogni riferimento a
dio, che non è il caso in questa sede,
ebbene quest'estasi è burocratica: ESTASI
BUROCRATICA, ecco quale potrebbe essere il suo
nome.
L'estasi
burocratica si consuma in uffici, scuole, ministeri,
gabinetti dentistici, sportelli bancari, sedi
USL, asili nido, assessorati, ambulatori veterinari,
corsie di ospedali, scuole elementari, collegi
docenti di scuole d'ogni ordine e grado, negozi
di libri, nei quali commessi e padroni hanno bandito
dalle loro labbra il sorriso gentile e l'affabilità
e sembrano essere reclutati proprio per la loro
scorbutaggine; e centri civici, biblioteche, e
naturalmente, in linea con la tradizione, prefetture
e tribunali. Dietro sportelli di segreterie, in
piedi o attorno a tavoli rettangolari, ovali o
sistemati a ferro di cavallo. Nelle redazioni
e sulle pagine dei giornali, in occasione di vernissages,
convegni e dibattiti vari.
Di
tale estasi hanno sofferto e soffrono personaggi
grandi e piccoli della storia, di quella grande
che ci passa sopra il capo e di quella piccola,
quotidiana, della quale si vorrebbe dare inizio,
dico inizio, solo inizio, qui, a catalogazione.
Malattia
non rara, segue flussi regolari ed alternati e
si accompagna a sintomatologie di varia natura
ed espressione, talmente differenti a volte da
renderne non facile la diagnosi. Passiamone in
rassegna alcune, sperando che il tempo e le esperienze
in questo campo di ricerca possano arricchire
la letteratura sulla malattia in questione e favorirne
una diagnosi precoce ed una connessa tempestiva
cura.
Glaciali
silenzi.
Sguardo
distaccato.
Membra
irrigidite.
Il
corpo è come mummificato, incartapecorito
e bloccato e avanza con gesti meccanici se sta
seduto è rigido, e le braccia, appoggiate
al tavolo, formano un perfetto angolo retto. Se
sta in piedi è impalato, quasi avesse ingoiato
un bastone intero.
Una
stitichezza cronica, in senso lato e filosoficamente
esteso a tutto il carattere, assilla il malato
senza rimedio. Le feci ristagnano nell'intestino,
pietrificate insieme ai pensieri e quando escono,
a fatica si depositano, cadendo giù come
piccoli e simmetrici macigni. Persone così
non sorridono di frequente, sono parche nei gesti,
appaiono gentili ma di una gentilezza formale
che è posta quasi come uno scudo. Ai proseliti
insegnano analisi rigorose, autocontrollo, conferme
scientifiche, e a guardare dritto sempre di fronte
a sé, ma senza mai scrutare l'altro negli
occhi, dritto, ben dritto, senza distrazioni e
ad apprendere ad essere sordi e ciechi. Il mondo
va avanti in linea retta, non ci sono fughe né
divagazioni, né mezzitoni, né sfumature,
né labirinti. Si va avanti secondo rigidi
tracciati di pensiero.
Ad
un più accurato esame fisiognomico s'è
riscontrata in taluni malati di sesso maschile,
oltre che una precoce calvizie, una protuberanza
di carne, altresì definita "cuscinetto
di Bounderby" che attraversa orizzontalmente
la base della scatola cranica. Come una salsiccia,
messa ancor più in evidenza, in costituzioni
robuste, dal colletto della camicia che non riuscendo
a contenerlo lo spinge in alto.
Talvolta
le labbra dei malati di estasi accennano ad un
sorriso che è quasi una smorfia. Tipi del
genere non si lasciano mai andare a gesti eccessivi,
non esprimono entusiasmi. Quando cominciano a
parlare guardano un qualche punto indefinito,
un foglio o la punta delle loro dita. Prima accompagnano
la riflessione con un mugugno sommesso, che esprime
la fatica nel rimuginare del pensiero. Poi disegnano
una griglia interpretativa che non lascia dubbi
attorno a sé, che non conosce esitazioni.
Tutto quadra di ciò che il malato profferisce,
tutto è quadrato. Anche il suo volto, seguendo
i suoi pensieri, si allarga in perfetti piani
simmetrici, occhi compresi e naso e bocca. Il
suo corpo non emette sudore. Il cuore non palpita
mai agitato, non conosce extrasistole né
provoca sudorazione eccessiva, vampate di calore
e fitte allo stomaco. Il respiro, nel movimento
dell'inspirazione e dell'espirazione non è
mai accelerato, non si smorza emettendo suoni
e non tradisce emozioni. Il volto è pallido.
Ma di un pallore che gli è proprio, infatti
il giallognolo sembra il suo tono naturale. Una
sorta di livore il suo carattere essenziale. La
trasformazione fisica segna il raggiungimento
dell'acme dell'estasi. Da taluni tale trasformazione
è considerata come segno imprescindibile
di una raggiunta maturità, di saggezza
e di quel distacco che permette di stare al mondo
senza lasciarsi scalfire.
Quando
vanno a cena fuori in gruppo i malati di tale
estasi entrano nel locale in fila silenziosa,
si siedono disciplinatamente, studiano il menù
e, in ordine alfabetico, ordinano pizze, dividendo
poi il conto con calcoli accurati secondo quello
che ognuno ha consumato.
Sintomatologie
di tal fatta sono state riscontrate spesso, oltre
che fra taluni intellettuali, anche tra bancari,
giovani scrittori e critici d'arte, direttori
di dipartimenti di lingue e amministrativi universitari.
Altra
sintomatologia non rara, in malati di costituzione
sanguigna, è lo sproloquio, sorta di diarrea
del linguaggio. Quando il malato attacca a parlare
non riesce più a fermarsi. Parla a macchinetta
o a mitraglietta, e al parlare s'accompagna una
sorta di nervosa eccitazione. Il volto, in malati
di questo tipo, è rubizzo, sottopelle affiora
una fitta rete di capillari. Gocce di sudore imperlano
le tempie, cominciano a scorrere giù sugli
zigomi, si riversano agli angoli del naso, sul
labbro superiore. Lui parla, fa domande, con prontezza
si risponde. Le narici si dilatano e si richiudono
come a stantuffo. Lancia una battuta e accenna
una risata. Un'altra battutina ed un ironico sorriso
un po' furbetto si disegna sotto il baffetto biondiccio.
A guardarlo si potrebbe pensare che ciò
che dice sia rivolto a qualcuno, ad un interlocutore
singolo o ad un gruppo, così almeno ognuno
dei proseliti che gli sta di fronte ama credere
compiaciuto, ma ad un più approfondito
esame si percepisce che è come se parlasse
da solo. Coloro che ha di fronte anche il malato
di questo tipo d'estasi non li vede neanche, non
li guarda mai in faccia. In quel momento la sua
sedia è un palcoscenico dal quale si leva
un roboante monologo. Se un interlocutore, credendo
che costui si stia rivolgendo a lui ed è
curioso della sua opinione, accenna una benché
minima risposta, così, tanto per aprire
un dialogo, un confronto di opinioni, ecco che
lo sguardo del malato di estasi si fa opaco perché
è come se il suo magico momento venisse
interrotto, non riesce a sentire suoni differenti
dai propri, altri toni. Le orecchie s'accartocciano,
iniziano delle leggere vibrazioni, la testa rotea
ravvoltolando il filo dei propri pensieri, sul
viso si disegna un tratto arcigno, come di disappunto,
di imbarazzo, le pupille di scatto saltano su
e si nascondono sotto una mezza palpebra. L'occhio
appare in tutto il suo biancore. Se l'interlocutore
si protrae troppo ecco che il corpo comincia ad
essere percorso da fremiti nervosi. Se costui
è fumatore s'accenderà veloce una
sigaretta per poi spegnerla subito dopo ed accenderne
un'altra. Se invece ha smesso di fumare tamburella
con le dita sul tavolo, cerca una mentina, poi
alza una mano, s'accarezza i capelli, se li lancia
indietro con un colpo solo, accompagnando il gesto
con un secco movimento del capo. Dà dei
rapidi colpetti di spalla, ora l'una ora l'altra.
Le gambe cominciano ad agitarsi, dondolano nervose,
immediatamente dopo il primo piede è come
se battesse il ritmo dei pensieri pronti ad uscire,
subito dopo comincia l'altro piede. La lingua
si dimena nella bocca. A questo punto, se ha qualcuno
accanto, ricomincia a parlare, a fare osservazioni,
ammicca, ride, in sottotono. Tutto questo in attesa
di ricominciare là dove sente di essere
stato interrotto. Le parole dell'altro, che tante
reazioni fisiche hanno scatenato, son scivolate,
inaudite, incomprese, come pioggia di suoni, sul
suo corpo, depositandosi ai suoi piedi.
Quando
parlano, alcuni dei malati scandiscono il pronome
IO a chiare lettere e come soggetto potente dell'enunciato.
Lo rimescolano nella bocca, l'io tocca tutti i
denti e le gengive, accarezza gli spazi interdentali
e poi esce possente e risonante. Altri lo celano
con apparente riserbo, facendo notare con un disprezzo
troppo forte per non apparire ideologico che dall'io
troppo effusivo sono nati i disastri del secolo.
Che "basta con tutti questi io prepotenti,
che vogliono dire la loro, che si analizzano,
fanno lo scavo, si confessano, basta con tutta
questa paccottiglia narcisista ", eppure,
se all'amico che ha appena finito di dire questo,
amico caro sia ben inteso, all'amico che ha appena
pubblica qualcosa lasci trapelare che c'è
qualcosa nel suo scritto che ti piace meno, qualcosa
che manca, sempre secondo la tua miserrima opinione,
ecco che s'offende, e reagisce, e ti deve spiegare
perché non è così e tu hai
proprio frainteso. Così, altro che io cancellato,
l'Io c'è comunque, è sempre lì
che fa capolino e non sembra proprio rassegnato
al silenzio. Entrambi comunque, io troppo pronunciati
e io sedati, amano procedere di citazione in citazione,
quasi avessero nella testa uno schedario computerizzato,
devono far ricorso ad appigli e puntelli, c'è
chi cita i regolamenti chi invece gli scrittori
preferiti, ma un sorriso velato e un occhio infuocato
anticipano quando la citazione, senza alcun dubbio
quella preferita, viene fatta da se stessi. Persone
di tal fatta non dicono mai " sono un po'
demoralizzato", non soffrono di aerofagia
né di agorafobia, né di claustrofobia,
o forse piuttosto che ammetterlo si farebbero
ammazzare. Sanno sempre tutto e non hanno lacune.
I
casi di estasi sin qui evidenziati possono essere
accompagnati da altre sintomatologie quali prurito
diffuso, macchie cutanee, tic nervosi e ossessivo
ricorrere del connettore "evvero", o
del suono "ssssseeehhh", accompagnato
da una palpebra semichiusa e dalle labbra storte
in una smorfia di disgusto.
Ogni
volta che gli si viene presentati i malati di
entrambe le estasi allungano una mano che tocca
appena e si ritira sguisciando come un'anguilla
oppure afferrano potentemente la tua mano quasi
la volessero stritolare. Ma l'intensità
della stretta, laddove sopravvenga, non corrisponde
a interesse sincero o ad umana curiosità.
Inutile dire che è già la quinta
volta forse che gli si viene presentati, ma essere
fisionomisti non è una loro virtù,
o forse è un vezzo anche la distrazione
e molte volte incontrandoti per la strada non
hanno mai nemmeno risposto al tuo saluto, perché
troppo presi dalla propria persona, assorti nei
propri pensieri.
Malattia
altamente contagiosa. Endemica in certe aree geografiche,
stagionale in altre, l'estasi burocratica colpisce
entrambi i sessi con eguale intensità.
Ciò che dagli studi epidemiologici è
risultato è una certa predisposizione genetica
allo sviluppo del virus. La malattia non risulta
letale per chi ne soffre. Molto di più
per chi è a contatto costante col malato.
L'antidoto
più efficace sinora risulterebbe soltanto
quello di evitare scrupolosamente il contagio:
non sedersi nella stessa poltrona utilizzata dal
malato; non baciarlo, evitare i rapporti sessuali
i cui effetti risultano devastanti per il corpo
e la mente del contagiato, evitare gli ambienti
chiusi e surriscaldati, nonché le posizioni
di potere che favoriscono il propagarsi di virus
dal ceppo particolarmente virulento e farmacoresistente;
tenersi un po' in disparte e rafforzare le proprie
difese immunitarie con periodiche purificazioni
del fegato e della milza. L'applicazione di impacchi
freddi di argilla nella zona del plesso solare
è risultata, non i sa perché, un
utile strumento preventivo.
Ci
è pervenuta notizia di un caso di guarigione
in individuo di sesso maschile, di media età
e di professione "funzionario", il quale
è stato udito cantare a squarciagola, secondo
quanto hanno testimoniato i vicini di casa e la
gente del quartiere, ad intervalli regolari di
otto ore, per due cicli di tre mesi, la canzone
"Pepito" (edizioni DECCA).
Sul
titolo della canzone in vero vi è un po'
d'incertezza giacché alcuni asseriscono
si trattasse di una canzone inglese, chi si arrabbia
vengano messe in discussione le sue parole e la
sua memoria e urla che la canzone era senza ombra
di dubbio le mille bolle blu cantata da mina,
un altro ancora punta i piedi con sdegno : "
era acqua azzurra acqua chiara, ne sono più
che sicuro", e un altro strepita che nella
voce che cantava lui aveva senza esitazione riconosciuto
Nicola di Bari, " che ci scommettiamo?".
A
proposito, ciò che distingue, secondo Ghigno,
il nudo di Duchamp e il cane di Balla è
la coda, che nel cane è riconoscibile ancora
come elemento umano...
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