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ZIB II serie
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Romanzi in atto  
 Gino/ 5 - 8
  di Francesca Andreini

Fotografia di Pino De Silva

V.
Primi guadagni

        Si doveva essere addormentato dopo l'ultima scarica, lì sul bordo del ruscello.
        Poi la luce del mattino gli si era infilata fra le palpebre socchiuse e gli occhi acquosi di freddo. In mezzo secondo l'aveva strappato al sonno e l'aveva rimesso al suo posto: fra rametti e foglie secche, sassi, rugiada ghiaccia e puzzo di merda.
        A Gino gli venne il nodo alla gola a pensare a dov'era e come stava. Alla casa lontana, il letto, la mamma che gli avrebbe sentito la fronte con la mano grande e fresca, l'avrebbe rinvoltato nelle coperte, fatto bere acqua e limone...
        Si mise a piangere. Per come stava e per il fatto di piangere.
        La mamma lo assistette e lo coccolò ancora parecchio, prima che Gino riuscisse a staccarsi dalle foglie e dalle fantasie lacrimose. Si tirò su piano piano e sentiva le ossa scricchiolargli una per una, da come si era intirizzito nella notte. Le gambe, poi, erano così deboli che quasi gli si piegavano.
        Ma riuscì ad alzarsi e cominciò a districarsi fra rami bassi e cespugli di rovi. Gli sparassero se capiva come aveva fatto ad arrivare fino a lì.
        Ci mise un bel po' a tornare alla strada, che in confronto al bosco gli sembrò larga e comoda come un salotto.
        Era stanco e smencio. Trascinava i piedi e non riusciva nemmeno a tenere su la testa. C'aveva ancora tutte le budella in subbuglio. Vuote, secche e strizzate com'erano, ancora gli facevano male. Doveva essere stata la trippa.
        Chissà come, si era ricordato di prendere con sé la scatola, che ora gli pesava su un avambraccio, nemmeno fossero state pietre. Gli faceva male la pianta dei piedi per tutto il camminare del giorno prima. E dentro la testa, dietro gli occhi, sentiva arrivare la febbre.
        Misero, sporco e stracco come un sacco di canapa vuoto, sarebbe stato davvero meglio si fosse fermato ma invece continuava a camminare perché non c'aveva la testa a posto.
        Però quando vide, dietro una curva, un mucchietto di case in fila sulla strada, gli venne all'improvviso, la voglia di fermarsi. Gli rivennero le idee piagnucolose del mattino. Si immaginò di cadere davanti ai passanti. Subito circondato da due o tre comari che avrebbero posato in terra i cesti dei panni per soccorrerlo. "Ohhh, porino!!! Portiamolo dentro!" Sollevato da braccia morbide e profumate di farina, disteso su un lettone pulito. Alzato un braccio per volta, una gamba per volta "Fate piano, non vedete com'è ridotto!", lavato e cambiato. Poi lasciato riposare nella penombra della camera silenziosa.
        Intanto era arrivato davanti alle case e aveva capito subito che non avrebbe trovato nessuno per cadergli davanti. Passò fra le case e ne uscì senza che un cane attraversasse la strada, o che qualcuno si affacciasse a una finestra. Strano, proprio nessuno in giro. Nemmeno un carretto in lontananza o un rumore dentro una casa. Nessuno cantava, parlava, martellava. Belava o chiocciava. Nemmeno un muggito in una stalla distante.
        A Gino gli mancò qualche battito del cuore. Possibile... tutto il mondo risucchiato via... lui era rimasto solo, solo in tutta la terra... e si sentiva anche male.
        Camminò per delle ore. Se fosse stato un pochino in sé magari si sarebbe fermato a riposare, o avrebbe cercato davvero un po' d'aiuto. Ma ormai la febbre se lo mangiava e lui camminava senza capire cosa faceva. Sempre pensando che la gente era scomparsa dal mondo, che lui se ne andava nel vuoto e nel silenzio, con la testa che gli scoppiava e la pancia rattrappita.
        Aveva visto un gatto con le budella fuori, una volta. Un cane gli aveva sbranato il ventre e quello se ne stava in mezzo a una strada miagolando di strazio. Eppure cercava di alzarsi e di muoversi, chissà per andare dove. Come se volesse uscire, camminare fuori dal dolore. E a Gino gli sembrava di essere quel gatto. Gli sembrava in qualche parte molto in fondo al cervello, perché di idee vere e proprie ce n'aveva pochine, ridotto com'era.
        Camminò e camminò. E camminò ancora. Per tanta di quella strada che gli si era appiattito tutto dentro e non sapeva dire a se stesso nemmeno se era ancora sulla via, o su un campo, e in quale parte di mondo.
        Poi, senza sapere come, si ritrovò nel bel mezzo di un mercato. Dove stavano tutte le persone e gli animali che erano scomparsi dal resto della campagna. Gli ritornò un barlume di senso, nella testa in fiamme. Aveva ritrovato tutte le cose, lì. Tutte insieme.
        File di buoi in bella mostra, bianchi e pazienti, e il fattore accanto che guardava in giro chi andava e veniva. Un mucchio di mucche pasciute che scodinzolavano via le mosche. Un altro fattore che discuteva con un compratore e sembrava che stessero per scannarsi. E dappertutto un vocio e un muggito, odori, berci, richiami e risate.
        Un tipo smilzo col panciotto si mise una pentola accanto a una gota e cominciò a urlare "le son beeeeelleeeee!!! Donne venite a vedere!!! Venite donne, dentro alle mi' pentole ci potete cucinare la socera!!!" e ci batteva contro con un mestolo. Due donnine lo guardavano fisso e saltavano su a ogni colpo.
        Gino anche era preso dagli urli e dalle mestolate di quel tipo e non si sarebbe staccato più di lì, se non fosse stato per un branco di ragazzini che si avvicinò piano piano ai tori, legati distesi per terra. Tre di loro presero in fretta la mira e tirarono con le cerbottane alle grosse palle adagiate sui sanpietrini. Non si sapeva chi gridava di più, se i tori o il contadino o i ragazzini che correvano via.
        A Gino gli venne da ridere e da tremare al tempo stesso. Tremava così forte che quasi la scatola gli cadde dalle mani. Ma la voce, da sola, gli si accordò sulle note del mercato e gli uscì più forte e chiara di quanto aveva mai fatto.
        "Stringheee!!! Belle le stringhe di Firenzeeee!!! Venite a vedere le stringheee!!!"
        A Gino la febbre doveva essergli salita parecchio e nella confusione non sapeva più nemmeno se urlava o muggiva. Però, dopo pochi minuti, gli si cominciarono ad avvicinare le persone. Guardavano le stringhe che lui sventolava in aria, guardavano le stringhe nella scatola. Guardavano ascoltavano e ponderavano, poi andavano via.
        Poi uno che prima era già passato due volte, si fermò finalmente per comprare. Con le gambe larghe e la faccia concentrata indicò a Gino un paio blu. Ma dovette urlargli di chetarsi, per riuscire a farsele dare e a farsi dire il prezzo, che Gino ormai ci aveva preso un gusto strano, a gridare, e non gli riusciva più di fermarsi. Ansimando, districò quelle desiderate dalle altre, le porse al tipo, prese i soldi. E ancora se ne stava imbambolato a guardarsi nel palmo della mano quando arrivò il secondo cliente. Un negoziante azzimato che di stringhe di Firenze ne volle addirittura tre.
        Andò avanti così per un po', con Gino che urlava e attirava gente, e ogni tanto riusciva a vendere un paio di stringhe a qualcuno. Poi, quando gli affari stavano per chiudersi e il sole cominciava a calare, i primi sputi sulle mani, le strette e le bevute di vino a suggellare la vendita e chi cominciava già a trascinarsi via le bestie, nessuno c'ebbe più tempo per le stringhe.
        Gino smise di sgolarsi, tanto non serviva più, e rimase a intontirsi degli ultimi scintillii di luce sugli occhi caldi. I pantaloni gli stavano troppo larghi, dopo la diarrea e il digiuno, e le poche monete che ci aveva calato in tasca, col loro peso li tiravano tutti da una parte. Pensò a come dovesse essere malridotto. Tutto cencioso e sporco. E puzzolente. Giusto in mezzo al mercato poteva vendere qualcosa, che la piazza era talmente piena di cacche che la gente camminava a gambe larghe. Per la prima volta dopo tanti giorni, si considerò fortunato.
        Rimase a guardare il mercato che si smantellava, bestia per bestia, e le facce di quelli che andavano via, stanchi e ubriachi. Scoppiettando le bestemmie e le fruste. I ragazzini e le rondini per ultimi, poi la piazza rimase vuota.
        A Gino gli girava la testa, doveva avere un febbrone da cavallo. Aspettò che niente e nessuno si muovesse più per la strada. Si infilò in un portone e lì dentro si accoccolò stretto stretto, come un cucciolo di cane. Dentro la casa, in cima alle scale, c'era il rumore di piatti e di voci della sera. Il piagnucolio di un bambino sfinito dai giochi. E l'odore di zuppa di cipolle rotolava giù dagli scalini fino alla porta.
        A Gino gli venne un'altra volta da piangere, e coi singhiozzi questa volta. Un filino di voce rantolosa gli cadeva giù dalle labbra. Non riuscì a dormire proprio, ma c'ebbe tutta una notte di sogni fiochi e di risvegli pieni di paura di essere trovato lì e scambiato per un ladro, magari malmenato. Ci sarebbe mancato altro che quello!
        E infatti. Lo svegliarono peggio di un cane rognoso, con una pedata sulle costole stanche. Quello che gli fece più impressione fu il rumore di ossa vuote che rimbombò nell'ingresso. Poi il vocione di qualcuno che gli gridava: "fuori! O che ti credi, a casa tua? Via, fuori dai coglioni!"
        Si alzò alla bell'e meglio, tutto storto, insonnolito e offeso. L'omone lo spinse fuori dal portone e se ne andò borbottando. Gino si ritrovò di nuovo nella piazza. Dove tutto era vuoto e lento, rispetto al giorno prima. Pulito e silenzioso. Solo da una fontanella a un lato scrosciava un po' d'acqua. E una donna attraversava con le mani sotto il grembiule.
        A Gino la testa gli si era come svuotata, nella notte. Aveva sfebbrato con fiumi di sudore e adesso era più leggero dei suoi vestiti. Camminò un po' in giro per le stradine, senza un'idea o un bisogno. Finché, dopo qualche minuto, scorse un'insegna postale, su un muro. Gli disse qualcosa. Si avvicinò alle ante socchiuse della porta e guardò dai vetri. C'era un banco di legno alto, e nient'altro. Gino entrò. Chiamò e da dietro il banco sbucò l'impiegato, che faceva un pisolino e c'aveva ancora gli occhi tra i peli.
        "Vorrei mandare un telegramma".
        Disse Gino, sentendosi grande, importante e in viaggio tutto insieme.
        "E a chi lo vuoi mandare, il telegramma?"
        "Alla mia mamma".
        L'impiegato lo osservò un po' meglio e gli si piegarono le labbra dallo schifo.
        "Che sei, uno zingaro?"
        Gino si guardò. Altro che zingaro, sembrava uno che non si lavava da anni. Dettò il telegramma di corsa. "Sto bene. Non preoccupatevi per me. Viaggio e guadagno. Baci Gino".
        Poi uscì, e si andò a lavare alla fontana della piazza. A torso nudo, con l'acqua che gli si incanalava fra le costole sporgenti. Lavò la camicia, anche, e poi la stese su un muretto a farla asciugare. E si fece un pisolino.
        Un po' rimpulizzito e riposato riprese a gironzolare per le stradine. Ora che stava meglio poteva sentire tutta la fame che gli s'era annidata in corpo, in tante ore di cammino, lavoro, digiuno. Trovò una locanda. Stette parecchio davanti, a chiedersi cosa era giusto e cosa sbagliato. Si contorse fra i dubbi e i crampi finché si decise ad entrare. Fece un pasto decente che lo rimise del tutto a posto. E che gli finì tutti i primi guadagni.


VI.
La pazza

        Da quel giorno andò così. Di fiera in fiera, ogni mercato di bestie o sagra, santi patroni, raccolti, lui era lì a sgolarsi con la scatola di stringhe in mano. Chiedeva, prima di partire, dove era la prossima riunione di gente e di bestie e se non c'era proprio nulla si accontentava di una messa. Poi cominciava a scarpinare, la mattina ai quattro rintocchi di campana.
        Arrivava col sole alto, si sistemava vicino a qualcosa che attirasse la gente, una bancarella, una bella bestia o una fontana, e commerciava. Tre o quattro, a volte dieci paia. Poi, sfinito dalla fame, andava a mangiare. Se gli rimanevano dei decini, cercava di mandare una cartolina a casa, almeno una a settimana. Ogni volta da un posto diverso, in qua e là per la Toscana. "Sono a San Giovanni, sto bene, vi abbraccio tutti". A Greve, a San Casciano, Strada in Chianti. Paesi che non aveva mai sentito, frazioncine di cui non gli rimaneva in testa niente. E niente in tasca.
        Che a Gino, poi, in realtà, dei soldi non gliene importava quasi nulla. I soldi erano una cosa da grandi, una di quelle cose che i genitori ti devono insegnare a fare, come tagliare il pane o allacciarsi le scarpe. E che poi uno fa per i genitori, per far vedere che è cresciuto e che adesso non pesa più in casa e che anzi può aiutare.
        "Finché uno non guadagna non è un uomo", diceva sempre il babbo. E poi diceva che lui avrebbe potuto studiare, che suo padre l'aveva messo agli Scolopi. E che avrebbe potuto diventare un professore, un giorno, o un giornalista, qualcuno, insomma. Ma il padre poi gli era morto di polmonite e lui, dall'oggi al domani, s'era trovato a mantenere la madre e le sorelle. E da quel momento non era mai mancato un giorno, dal lavoro, e aveva sempre portato tutto in casa. Poi s'era sposato e da quel giorno, ai suoi, un piatto di minestra non l'aveva mai fatto mancare. E qui, di solito, alla mamma gli scivolava il cucito di mano, o si bucava, o pestava il gatto.
        A questo pensava Gino, sotto il caldo di un maggio caldo e le mosche delle due spaccate. Lo sapeva di preciso, che erano le due, perché il campanile del paese dove si trovava, san giocondo, o iracondo, non se lo ricordava nemmeno, era di quelli che battono le ore e le mezz'ore e anche i quarti e non gli riesce di lasciare in pace la giornata.
        S'era seduto su un sasso, all'entrata di un cortile polveroso dove dei bambini giocavano al barbiere. Si sputavano sulle gambe terrose e poi, con una canna tagliata a metà, si toglievano via il sudicio, che spariva a strisce dagli stinchi magri e si raggrumava intorno al legno con una schiumetta viscida.
        Che gioco da grulli. Del resto, quelli non erano che bambini. Avevano quasi quanto lui ma se ne stavano ancora lì, coi calzoni corti, a cincischiare. Mentre lui, vestito da uomo, andava in giro per il mondo a guadagnare.
        Che, fra l'altro, adesso li invidiava parecchio i ragazzi in calzoncini. A lui gli sudava le gambe peggio di un cavallo malato. Gino si arrotolò fino al ginocchio i pantaloni di fresco di lana che il babbo gli aveva comprato per metterlo allo studio.
        "Mica puoi andarci in calzoncini!" aveva detto, e l'aveva portato dal sarto di via Gioberti, che era un cugino della mamma e li trattava sempre bene col prezzo.
        "Con questa stoffa ci fa tutto l'anno!"
        Nando strizzava gli occhi dalla soddisfazione mentre guardava come gli cascavano bene. A forza di cucire era diventato curvo e il mento gli toccava il petto. Quando guardava in faccia doveva girare un po' la testa, come un uccello scemo.
        "E non si vede per niente la risvoltina che ci ho fatto dentro, bella lunga, così bastano per qualche anno".
        Le mani secche del babbo avevano palpato la stoffa dei pantaloni fino a trovare la "risvoltina" a metà stinco.
        "Bene, bene... almeno per tutto l'apprendistato, eh Gino?!"
        Gino era arrossito tanto che gli sembrava che gli orecchi gli si sarebbero squagliati giù per il collo.
        Poi avevano ringraziato, avevano dato la prima di quattro rate ed erano usciti nel freddo della sera. E Gino si era stupito di trovarsi così, con le gambe protette, per la prima volta. Niente più freddo, schizzi e cinghiate. Aveva sospirato di sollievo, mentre camminavano sul marciapiede. E il babbo anche, pensando alle soddisfazioni che gli sarebbero arrivate, un giorno, da quel figliolo. O forse pensando alle rate e al lavoro a cottimo che gli toccava fare.
        Ora, a ripensarci, a Gino gli era venuto un groppo forte come un nodo di marinaio, nella golaccia strinta. Non c'era verso di farlo andare né su né giù. Ma non voleva piangere. Era grande, ormai. E poi c'aveva una dozzina di occhi sgranati su di lui, che i bambini si erano accorti del forestiero che li guardava e avevano smesso di giocare. Gino battè le mani forte sulle cosce e si alzò. Si chinò a raccogliere la scatola e se ne andò.
        Gli affari erano finiti verso mezzogiorno. Poi c'era stata l'ora di pranzo. Chi era nei campi c'era rimasto. Chi era in casa stava in casa; per la strada più nessuno. Lui non ci aveva più nulla da fare e aveva cominciato a andare su e giù per le vie del paese, che erano proprio quattro messe in croce. E era passato e ripassato davanti alla chiesa grande, sproporzionata, con il campanile nuovo e pignolo. Non c'era nemmeno un albero per pisolarci sotto. E c'era da arrivare a sera. Siccome aveva deciso di restare lì a dormire, quella notte. Perché da quella prima volta, quando s'era sentito male colla pancia, c'aveva paura a stare solo dopo il tramonto.
        Tanto per cambiare giro, decise di percorrere una stradina fino in fondo, finché sfociava nei campi. Inseguito dal frinire del caldo e nessun'altro suono. Tutti dormivano, anche i cani da guardia. E tutto era fermo e opaco.
        La strada finì con un'ultima casa, isolata, sulla sinistra. Gino ci si accostò e camminò lungo il muro. Poi camminò lungo la staccionata che proseguiva oltre. Una staccionata ben chiusa, con una parete di bambù, all'interno, che nascondeva la vista. Ma non l'udito. E dopo poco Gino cominciò a sentire dei rumori che venivano da dietro: uno sciaguattio e delle risate.
        Posò la scatola e si mise a camminare lungo la staccionata, passo passo, per scoprire una fessura e sbirciare. Niente.
        Intanto, lì dietro, una ragazza batteva le mani sull'acqua e rideva da sola. Gino accelerò e scoprì che svoltato l'angolo, dalla parte dei campi, la staccionata era un po' meno serrata. Fra due assi discoste riuscì a guardare dentro. C'era un cortile piccolo e trasandato, con un vecchio vomere abbandonato e una botte sfondata nel mezzo. Da un traliccio mezzo marcio penzolava dell'uva acerba.
        Lì, in mezzo al cortile, doveva esserci la ragazza ma non si vedeva dove perché un rovo alto come un albero la copriva. Intanto l'acqua batteva sotto i palmi aperti e tracimava giù da qualcosa e la ragazza gorgogliava e rideva e spruzzava dalla bocca. Gino scavalcò.
        Si accostò al rovo, più cauto di un gatto, sudando e quasi stramazzando dalla paura. Si affacciò oltre il cespuglio e vide un grande orcio, proprio accanto alla vite. Un orcio enorme, pieno d'acqua, con una ragazza immersa fino al collo. Gino si asciugò il sudore della faccia coi polpastrelli.
        La ragazza infilava la testa sotto l'acqua e poi tornava su con le gote gonfie. Sputava in alto un getto d'acqua che gli ricadeva sulla faccia e allora lei rideva forte e si rituffava sotto. Continuò un po' così, poi cambiò gioco: si accovacciava tutta e di colpo, come un pesce, saltava fuori dall'acqua fino all'ombelico. Nuda come mamma l'aveva fatta. E continuò a saltare dentro e fuori per un pezzo, ridendo dell'acqua che gli scorreva addosso, coi piccoli seni che gli ballavano su e giù sul corpo magro.
        "Un po' troppo ossuto", pensò Gino. Ma fu tutt'uno col sentirsi stringere la pancia e annaspare, e avere il pisello che tirava tanto forte che sembrava gli volesse strappar fuori le budella.
        Intanto la ragazza continuava a saltare su e giù e la pelle gli brillava, lucida. E a volte saltava fuori tanto da scoprire i peletti neri.
        Gino non resse più, chiuse gli occhi e cominciò a toccarsi, dentro i pantaloni. Non aveva mai provato una cosa così forte, non aveva mai visto una donna nuda, prima.
        Pensò che non c'era una cosa più bella e che gli faceva pensare solo a cose belle e nello stesso momento lo faceva sgusciare fuori dal cervello e sperò di non svenire lì, dietro al rovo, in casa di chissà chi...
        Gli arrivò uno spruzzo sulla faccia. La ragazza gli stava lì davanti, tutta nuda e gocciolante. Rideva e gli spruzzava addosso dalla punta delle dita. A Gino il ruzzo gli passò di colpo. Mollò subito la presa, che tanto ormai fra le gambe c'aveva una specie di fico secco, e si risistemò bene la patta. Ma la ragazza l'aveva visto e lo guardava proprio lì. Gino avrebbe voluto sparire in uno sprofondo; si vergognava come un ladro e cominciò a balbettare pastrocchi mentre si fissava i piedi.
        Ma quando guardò di nuovo la ragazza lei era ancora lì con la stessa espressione precisa di quando era arrivata. Solo aveva smesso di spruzzarlo. A Gino gli si spalancò la bocca come un pesce e gli venne di pensare che chi li avesse visti così, in quel momento, non avrebbe capito chi dei due era più grullo.
        Poi, d'un tratto, come nulla fosse la ragazza gli prese le mani e se le mise sulle poppine. Stringendocele sopra parecchio forte. Gli si avvicinò, lo spinse contro la palizzata e continuò a spingere. Gino sentì il bambù frusciare e scricchiolare, tanto lei spingeva. Col ventre liscio e duro lei lo accarezzò sugli inguini, sulla pancia, dappertutto. A Gino gli si piegarono le gambe e venne.
        Lei non lo lasciò. Rideva a squarciagola e le mani, dai seni, gliele fece scendere fra le cosce. Gino voleva andarsene ma lei lo pigiava così forte contro la palizzata che lui non poteva quasi respirare. La pazza continuava a giocare con le sue mani fra le cosce e intanto faceva con la voce un ringhio basso, da gatta in calore. E anche tutta la pelle adesso, e il fiato, c'avevano un odore più dell'animale che dell'essere umano.
        Poi ci fu uno sparo. Un rumore tremendo, fortissimo, così vicino che a Gino gli rimbombò nella pancia come un tuono. La ragazza fece un balzo all'indietro e cominciò a urlare. Ferma, ritta in mezzo al cortile, urlava così forte che quasi coprì il rumore del secondo sparo. Gino guardò verso la casa e vide da dove sparavano: al secondo piano c'era un uomo in canottiera tutto rosso in faccia. Quando vide che Gino lo guardava si mise a urlare verso di lui, col pugno teso e tutto spenzoloni, che per poco non cadde giù.
        "Brutto maiale... vieni qui! sudicione, vigliacco!"
        Gino scavalcò la staccionata e si mise a correre verso la strada. Ci fu un altro sparo e una canna saltò in aria, proprio davanti a lui, a pochi passi.
        "Oh madonna, oh madonna..." qualcuno gridava da dentro la casa. E un vocio era cominciato anche dalle finestre delle case vicine e dalla strada.
        "I' che c'è?"
        "Qualcuno s'approfittava della Tosca!"
        I cani del paese si erano svegliati e arrabbiati tutti insieme e adesso sembrava che tutto il mondo latrasse e ringhiasse contro di lui.
        Gino ritrovò la scatola, la prese al volo e continuò a correre. Si buttò fra i campi, saltando come un grillo fra le piante e i canali e poi via, in un bosco di canne, a mezza coscia in un laghetto, via fra rocce e sterpi finché del paesino non si vedeva più nemmeno la punta del campanile.
        Vagolò sempre più lontano dalla campagna, lasciandosi alle spalle anche i campi a maggese. Fino a trovare la pace di un bosco grande e ombroso. Era sera, era fresco. Gino c'aveva ancora il cuore intorcigliato di rabbie e paure. Perché a sentirsi sparare addosso per non avere fatto nulla gli sembrava davvero brutto. Nemmeno avesse rubato un pollo.
        Si sa, i contadini t'impallinano per poco. C'era chi si beccava una rosa di piombo in una coscia, per aver grattato qualche grappolo d'uva. Bisognava stare attenti, coi contadini. Ma lui non gli aveva mica preso nulla. Era quella lì, che gli si strusciava, e lo pigiava. Che a ripensarci, nonostante l'angoscia, gli si rizzava ancora.
        Con queste rabbie in corpo gli veniva da andare e andare. Pestando forte in terra, saltando i cespugli bassi e le radici degli alberi. Borbottava anche, fra sé. Che non era giusto, e che avrebbe voluto tirargli un pugno in faccia, a quella carogna. Che sperava gli venisse un canchero da qualche parte. Sul pisello, magari. Gli cascasse in terra tutto avvizzito.
        Camminò senza sbollire fino a buio. Finché fu davvero stanco e la debolezza gli tolse le forze per essere arrabbiato. In mezzo alle querce alte e intricate, di foglioline piccole e ghiande secche ai piedi. Fra stanchezza e delusione si ritrovò per terra, lungo disteso. Per fortuna era asciutto. Sistemò la scatola di stringhe sotto il capo. Si fece piccolo, un mucchietto di panni e fame. E si addormentò sapendo di essere lontano, di essere perso. Di non avere di sicuro la forza, il giorno dopo, di arrivare a un altro paese per venderci le stringhe.


Fotografia di Pino De Silva

VII.
Gino dei boschi

        Furono giorni strani, dopo. Che Gino non si raccapezzava più tanto bene fra l'oggi e il domani. Non ci pensava più alle giornate e a cosa farsene. Il sole veniva su, fra le nebbioline dei primi caldi, e lui lo guardava senza pensare: oggi è lunedì, devo andare lì, devo fare questo e quest'altro. S'era ridotto come una bestiolina. Vedeva la palla gialla sempre più alta nel cielo ma finché non gli veniva fame, o gli scappava pipì, o un'altra cosa così, non pensava a muoversi, a decidersi. Anzi, non pensava proprio.
        In più, adesso gli era venuta la paura anche dei paesi, oltre che dei campi aperti. Adesso erano i boschi, il suo rifugio. Ci si muoveva sempre meglio. In mezzo all'odore dei castagni e il terreno soffice. Gli arbusti bassi fra i faggi. Il verde allegro e acquoso dei pioppi. Camminava alzando i piedi, a braccia larghe, cogli occhi bassi e il naso attento. Più veloce di un furetto.
        I boschi erano freschi e profumati. Vuoti di gente e d'affari. C'era il tempo per riposare e dormire e rosicchiare i pasti, incantarsi a guardare uno scoiattolo, o un termitaio, per ore.
        Ce l'aveva sempre avuto questo vizio di rimanere imbambolato a guardare le cose. Ragion per cui c'aveva sempre tutti addosso. Il babbo, la mamma, i professori, i passanti per strada.
        E anche fra l' ombra degli alberi o nelle piccole radure, dopo un po' che stava lì fisso con gli occhi su una pianta o un'animale e la testa chissà dove, ancora a un certo punto gli pigliava un sussulto, un languore improvviso di colpa e paura, perché chissà da quanto stava fermo a non far niente.
        Ma subito dopo si girava intorno e vedeva che nessuno lo guardava o si aspettava qualcosa da lui. Nessuno sapeva nemmeno che lui ci fosse, lì. Allora, dal sollievo, si metteva a saltare come un coniglio o si arrampicava su un albero. O si distendeva al sole e ci passava un'altra ora, a non far nulla.
        E anche la sera, ora che le sere erano lunghe, tiepide e profumate, Gino si lasciava andare a parecchie fantasie. Guardava le foglie sul suo capo cambiare colore: verde, verde scuro, ombre nere. Guardava gli uccelli rientrare nei nidi. Sentiva i rumori crescere e diminuire e il vento anche, fra le piante. Annusava gli odori di umido, di scorza, di selvatico. E non si immaginava chissà che. Non faceva sogni. Solo, con gli occhi, il naso e gli orecchi assaggiava tutto quello che c'aveva intorno.
        Però a una cosa ci pensava davvero. Nel senso che se la immaginava, la rivedeva in tutti i particolari, se la abbelliva anche, di tutto quanto non era successo ma che a lui gli sarebbe piaciuto. E questa cosa era la pazza. Gino si distendeva a faccia in giù sulle foglie e pensare alla pazza e toccarsi finché ne aveva forza.
        Non si ricordava mica più come era davvero. Perché nel frattempo l'aveva fatta nera come la notte di capelli e di pelo. E più grassa, parecchio. E gli faceva dire un sacco di cose, non quei suoni da bestia che aveva fatto. Lo chiamava, in un modo dolce da fargli sciogliere la pancia. Gli parlava e lo accarezzava, e lo spingeva solo un po', sulle canne, per avere un appiglio e darglisi con più agio.
        Al calar del sole Gino aveva imparato a fabbricarsi dei ripari di sterpi e rami legati insieme. Ci metteva poco, a farsene uno, e gli teneva caldo tutta la notte. Poi, aveva imparato a non far più caso al buio e ai rumori. Non vedeva più luccichii misteriosi. Appena poggiava il capo sul braccio cascava giù beato, dentro un imbuto di sonno come non aveva mai provato prima. E non lo svegliava più niente, fino al mattino.
        Fino all'alba, con gli alberi che frullavano le foglie fra le ali degli uccellini; e i cinguettii che scoppiavano sui rami, tutti insieme. Allora Gino sgusciava fuori dalla capanna e passava qualche minuto a stiracchiarsi.
        Appena le gambe si erano riprese e riuscivano di nuovo a camminare, che mica era semplice, dopo una notte rannicchiato come un baco nel bozzolo. Allora Gino cercava l'acqua e a volte ci metteva delle ore. Di solito trovava un piccolo ruscello, veloce e freddo come il ghiaccio. A volte era una fonte vera e propria, che sgusciava fra rocce ed era buona da bere. Spesso, non c'era che un rigagnolo che sostava in pozze piene di insetti e foglie morte. Gino le apriva con le mani e poi beveva l'acqua che sapeva di terra.
        Quanto a lavarsi, non si lavava di molto. Che l'acqua era parecchio fredda. In più, ormai non contava tanto come sembrava alla gente, siccome nei boschi non lo vedeva nessuno.
        Certo, a vederlo doveva fare spavento. Era pieno di morsi di insetti, bolle e pustole. Che si grattava le pinzature come un disgraziato e gli facevano tutte infezione. C'aveva la faccia striata di terra e sudore e i capelli a mazzette. In più, le pulci gli divoravano le ascelle e gli inguini gli erano gonfiati, a forza di strusciarsi.
        Eppure, nei boschi Gino era felice. E li lasciava solo quando la fame sembrava che gli staccasse lo stomaco un morso alla volta. Allora si faceva coraggio e si rimetteva in cammino verso gli esseri umani. Non gli importava più di vendere le stringhe, ormai. Gli bastava un gruppo di case, una stalla, un pozzo. Un posto dove ci fosse qualcuno con qualcosa da mangiare per lui.
        Di solito riusciva a rimediare un pezzo di pan secco e una cipolla. E era tutto contento. Si cercava un angolino comodo, lì vicino, e divorava anche le briciole.
        Ogni tanto gli chiedevano di dargli una mano, in cambio. E lui, volentieri, scaricava un carro, o portava un secchio, o spennava una gallina, a seconda. Gli era venuto anche in mente che in fondo ci si poteva campare, così. A fare lavoretti un po' qui un po' lì.
        Ma c'erano giornate piovose, o di vento. O in cui tutti lo scacciavano e non raccattava niente. E meno male, che c'erano. Così gli passavano quelle idee bislacche di vivere come un barbone. Oltretutto non c'aveva il fisico. Già era magro di suo. Adesso era secco come un chiodo. Secco, giallo in faccia, pieno di bolle.
        Una volta s'era visto riflesso in una specchiera, al pian terreno di una casa. E gli era presa una sincope. Nessuno l'avrebbe riconosciuto, ridotto così... sembrava un manico di scopa spelacchiato.
        Lo scacciarono, anche quella volta, abbaiandogli addosso di levarsi di torno. E lui se ne andò via, su per una collina. E in cima rimase a guardare il paesaggio. Tanto. Finché le cime delle montagne in lontananza non erano più verde scuro e grigio e violetto, ma solo nero porpora perché stava calando la notte. Dal quel giorno evitò gli specchi.
        Poi vennero giornate afose di caldo che non sembrava vero, da come era caldo. Tutto si appiccicava e si univa al corpo come il sudore e ci rimaneva attaccato. Le immagini, le impressioni, i ricordi, era come se non riuscissero nemmeno a uscire dalla testa. Allora era difficile muoversi e finanche respirare. Perché i movimenti e le idee restavano impigliate nella rete che ci si sentiva intorno al capo.
        Figuriamoci Gino, che già ci si fissava parecchio a star fermo e a non saper tirar fuori niente dal cervello. Non si muoveva quasi più, dai boschi. E si era scelto un gruppetto di noci belli folti per starci sotto. A guardare le barchette delle foglie di verde grasso, fisse, piantate fra lui e il cielo fosco. E non mangiava più che bacche, radici, fiori e foglie tenere.
        Non fosse stato per la fame, non si sarebbe proprio mosso, nemmeno quella mattina. Ma il languore gli si rigirava nella pancia già da un pezzo. Gli aveva disturbato il sonno nelle ultime ore e ora lo punzecchiava ben bene per farlo alzare. Ancora prima di aprire gli occhi decise che doveva trovare un tocco di pane.
        Si levò, si stiracchiò e respirò fino in fondo alla gola l'aria pesante d'umido dell'alba. Quasi non c'era luce, ancora. E già ci si spossava sotto i primi vapori caldi. Gino buttò all'aria con una pedata i resti del suo giaciglio e si incamminò a caso, vagamente verso la strada che aveva lasciato la mattina prima.
        Se ne andava già da un po' e si divertiva a dividere gli odori. Ormai sapeva distinguere i terricci uno dall'altro e anche le erbe e i cespugli e adesso che era mattina presto e così umido, c'era un profumo di tronchi e terra molle che quasi girava la testa.
        Solo che, invece di arrivare alla strada dopo poco, come si era immaginato, continuava a camminare nel bosco. Con le gambe avvolte fino ai polpacci in una nebbiolina spessa da cui sbucavano collane verdissime di piccole foglie di felce. E i soliti schiocchi e fruscii e aliti a cui si era abituato.
        Poco dopo si ritrovò in una radura. Dove le piante saltavano fuori dalla nebbia, alte fino alla sua vita. Così rigogliose, verdi e forti, che non se lo sarebbe mai aspettato. Così misteriose e appartate che gli sembrava un miracolo, un privilegio, averle trovate lui.
        Si fermò e cercò di non far rumore, perché gli sembrava grottesco e esagerato anche solo respirare forte. Per qualche minuto un cucù lontano fu l'unico suono.
        Poi si accoppiò a qualcosa di vago. Qualcosa di strascicato e cupo, quasi un languore. Un lamento. Senza nessuno però, che si lamentasse.
        A Gino gli si affastellarono in testa le streghe e le anime perse, i fuochi fatui e tutte le sorgenti da cui, in questo mondo, ci zampilla in casa quello dei morti. I laghi con gli annegati, gli alberi con gli impiccati, gli incroci col diavolo dietro...
        Gli venne da segnarsi ma non ebbe il coraggio, perché non era sicuro di averne diritto, alla protezione di Dio. Così perso e schivo, si era lasciato tutto indietro, anche la Chiesa e adesso, perché c'aveva paura, stare subito lì a chiedere aiuto...
"Ahhhhh".
        Il lamento era proprio un verso, una voce quasi umana che sembrava soffrisse di qualcosa.
        Gino rimase lì, piantato all'inizio della radura più fermo delle querce che stavano intorno.
        Dopo un po', gli sembrò di non sentire più niente. E quando il cucù si zittì, allora fu sicuro che non c'erano proprio suoni, a parte quello delle sue ossa che scricchiolavano dalla fatica di starsene impalato.
        Il cielo era chiuso. Geloso di tutta l'afa che era riuscito a ingabbiare sulla terra, non voleva lasciarne svaporare nemmeno un pochinino.
        Gino aspettò ancora qualche minuto e poi riprese a camminare. Ma aveva fatto si e no venti passi quando vide sbucare dalla nebbia un masso. Un masso strano, marrone e instabile. Gino lo fissò e ci mise un po' a far arrivare al cervello quello che gli occhi già avevano visto: c'era un uomo per terra, impietrito su un fianco.
        Scapparono da tutte le parti i diavoli, i fantasmi e i morti di morte violenta; il bosco rimase vuoto e pulito, familiare. Solo, c'era un essere umano che stava male, lì davanti. E invece del terrore a Gino gli venne la preoccupazione.
        Si avvicinò piano e si chinò. Poi fece il giro intorno all'uomo per vedergli la faccia. Dormiva. Era giovane, pulito e pettinato. Non era tanto che stava lì in terra. Gino fece un altro passo verso di lui e quello spalancò gli occhi e gridò. Anche Gino gridò e fece parecchi salti all'indietro.
        Ma il giovane si riprese subito dallo spavento, si rizzò su un gomito, lo chiamò.
        "Scusa... vieni qui... vieni, non ti fo nulla!"
        Gino lo guardava da dieci passi e non ci pensava nemmeno, ad andare lì. Se non era morto o moribondo era senz'altro pericoloso. Che ci faceva uno per bene disteso in un bosco?
        "Oh, senti... vieni... mi sono fatto male, aiutami...".
        Il giovane aveva provato a tirarsi un po' su, aveva cacciato un urlo e si era buttato all'indietro.
        "Aiutami... per piacere, non posso camminare...".
        Gino si era avvicinato un pochino e aveva visto gli stivali di cuoio lustro e i pantaloni larghi sui fianchi. A pochi passi c'era anche un frustino di crine attorcigliato con un bel manico lavorato. Gino lo raccolse e lo porse al giovane.
        "Grazie".
        Il giovane gli sorrise grato, anche se poi del frustino in quel momento non sapeva proprio che farsene.
        "C'era la nebbia, stamattina... e non ho visto la radice lì davanti...".
        Gino nemmeno, la vedeva. Probabilmente c'avrebbe inciampato, continuando a camminare, perché era ancora nascosta dalla foschia.
        "Il cavallo ha saltato e io sono caduto... credo di essermi slogato una caviglia."
        Gino gli si era avvicinato ancora e gli si era accoccolato accanto.
        Al giovane, di colpo, gli si smorzò la voce e l'entusiasmo di aver incontrato qualcuno. Da com'era sporco e smunto Gino poteva essere un tagliagole o un pazzo, o tutte e due le cose.
        Inoltre, Gino non c'aveva più l'abitudine di chiacchierare con la gente e se ne stava lì, con la faccia stupida da far paura e zitto. Anche il giovane stava zitto, cercando di capire quale fine avrebbe fatto in quel bosco, quella mattina.
        Ci sarebbero riamasti ancora un pezzo, fermi a scrutarsi in faccia se non ci fosse stato uno scalpiccio pesante fra gli alberi.
        "Il mio cavallo!"
        Il giovane balzò sul braccio, storcendo la faccia dal dolore.
        "Se riuscissi a rimontarci sopra potrei tornare a casa...".
        Gino si alzò e annusò l'aria. Sentiva bene l'odore di stalla e di cuoio del cavallo, il suo sudore di stanchezza e agitazione. Si voltò da quella parte e si slanciò nel bosco.
        "Ti prego, riportamelo!"
        Avrà pensato che glielo voleva rubare, dal tono preoccupato che aveva.
        Invece Gino era tutto preso da questa nuova avventura di riprendere un cavallo imbizzarrito. L'aveva visto fare tante volte ai carrettieri sul lungo l'Affrico. Bisognava stargli davanti senza guardarlo e prendergli la cavezza, se si poteva, o un orecchio, se proprio non si calmava. I carrettieri poi, una volta agguantato, giù botte sulla pancia coi pugni e coi piedi. Ma avrebbero dovuto parlargli, invece, e accarezzarlo sul muso, dargli piccole pacche sul collo.
        Gino si aggirò qualche minuto fra gli alberi, col passo leggero e attento che gli era venuto nei boschi e lo ritrovò subito. Era bello, grande, con le gambe tanto snelle che sembrava si spezzassero e una lunga criniera ondulata. Aveva l'occhio sgranato di paura, e schiuma bianca intorno alla bocca e sul collo. I muscoli gli torcevano a scatti la pelle.
        Gino si avvicinò lento, calmo, guardandogli una spalla e mormorando una ninna nanna. Gli sembrava che avrebbe potuto addormentare un cobra, con la sua bravura. E il cavallo sembrava calmarsi, poco a poco, ritrovare l'amico uomo. Gino pensava che gli sarebbe piaciuto fare lo stalliere, o anche il fantino. Avrebbe vinto un sacco di gare e sarebbe diventato ricco, l'avrebbero portato in trionfo sulle spalle.
        A due metri dalla bestia, allungò una mano verso la redine che pendeva giù dal collo. E il cavallo aspettò, paziente, finché Gino lo ebbe raggiunto. Poi, quando mancava solo che Gino stringesse le dita intorno al cuoio nero, il cavallo scivolò lentamente di lato. Gino gli vide uno scintillio di divertimento nell'occhione grande che si allontanava da lui. Il cavallo fece una mezza giravolta e, con calma, si mise a galoppare fra i cespugli.
        Bestie buone solo a farne bistecche, i cavalli. Stupidi e ingrati.
        Gino tornò dal giovane così torvo che quello si spaventò davvero e riuscì persino a mettersi in piedi, dalla paura.
        "Che hai fatto? Che è successo al cavallo?"
        "E' scappato, maledetto! L'avevo quasi preso...".
        Gino si voltò verso il bosco dove il cavallo era galoppato via. Per nascondere che gli veniva quasi da piangere, dalla delusione. Sentì una mano aggrapparglisi a una spalla e quando si voltò vide che il giovane era tutto accartocciato su di sé, dal dolore.
        "Senti... io senza cavallo non posso farcela. Non sto lontano... ti ricompenserò...".
        Gino aveva annuito e aveva messo un braccio sotto le spalle del giovane, per aiutarlo. Così si erano trascinati un paio d'ore, col giovane che gli pesava addosso e non smetteva un attimo di piagnucolare quanto soffriva. E Gino che pensava a quanto poco c'era mancato a afferrare il cavallo e a risparmiarsi quella via crucis. Col caldo che gli si spiaccicava addosso con cattiveria, e fumi di odore acido dalla terra. Senza una goccia da bere, si stavano sentendo male tutti e due; avevano il viso avvampato più d'una stufa e la lingua gonfia, ruvida contro il palato.
        Poi a Gino gli si piegarono le gambe dalla stanchezza. Allora si fece scivolare giù il giovane dalle spalle senza farlo cadere, e appena quello si fu sistemato a sedere lui si buttò sulla schiena e chiuse gli occhi sperando di svenire. Per non sentire più la gola secca, il sudore giù a rivoli dalla fronte, i vestiti appiccicati addosso, il male intorno alla testa come un cerchio di botte, il giovane che appena s'era fermato aveva rinforzato i lamenti e pareva una vecchia colla sciatica.
        Poco dopo sentì qualcosa di nuovo: uno schizzo di rumore fra le piante che lui aveva riconosciuto subito mentre il giovane ancora mugolava di avere sete. Gino saltò via e si infiltrò fra i cespugli belli grassi e fitti. Con l'odore dell'acqua su dal naso fino in fondo al cervello. Infatti dopo nemmeno venti metri trovò un ruscello largo e trasparente che procedeva tranquillo sui sassi. Gino ci si buttò dentro tutto vestito, a faccia in giù e batté i gomiti perché non era tanto fondo.
        Bevve a garganella e c'ebbe un sollievo immediato su da dentro il corpo a spandersi fin sulla pelle. Una gioia e una goduria che solo dopo parecchie sorsate si accorse di com'era fredda l'acqua, che gli aveva ghiacciato tutti i denti e rattrappito i muscoli. Eppure anche quel freddo era bello, dopo tutto il caldo e tutta la sete patiti.
        Ci stette un pezzo, nel ruscello. Dopo aver bevuto si mise a sguazzare come un'anatra e pensava che non avrebbe mai finito perché era troppo bello di farsi passare addosso quell'acqua fredda. Invece smise dopo poco, interrotto da un rumore forte vicino a lui. Qualcosa di pesante che sblosciava sui sassi fra l'acqua. Il cavallo!
        Quella bestia infame se ne stava beata, a testa china, a camminare in mezzo al ruscello cercando le acque più buone da bere. Solo a pochi metri da Gino si degnò di alzare lo sguardo e fissarlo. Era stanco e sudato e continuò a bere tutto il tempo. Mentre Gino si alzava, lo avvicinava, lo prendeva per le briglie e gli tirava una pedata nella pancia.
        Quando Gino sbucò da fra gli alberi gocciolante da capo a piedi, tirandosi dietro un mansueto castrone che strascicava gli zoccoli sull'erba, il giovane cacciò un grido stupito: "No!!! Il cavallo... l'hai trovato... t'è riuscito!" E tramenava per alzarsi e congratularsi con Gino, forse immaginandosi che avesse lottato nell'acqua con l'animale fino a domarlo.
        Gino lo raggiunse e lo riprese sotto le braccia, sentendolo molto più leggero di prima. Il giovane gli spiegò come fare un sostegno con le mani per poggiarci dentro un ginocchio e sollevarsi fino alla sella. Poi, inforcato il cavallo, riprese a lamentarsi e torcere la bocca dal dolore. C'aveva un piede in una staffa e l'altro, quello ferito, giù ciondoloni sulla pancia del cavallo. Gino prese le briglie in una mano e si rimise in cammino.


VIII.
Villa de' Cenci

        I boschi si aprirono dopo poco e fu una sciagura, perché a camminare così sotto il picchio del sole, fra le sterpaglie di mezza collina, gli si scorticavano le caviglie e il cervello.
        Gino non capiva più nulla dalla stanchezza. Il giovane s'era afflosciato sul collo del cavallo e non s'era più mosso. Solo, ogni tanto, alzava appena il capo e tirava in su il mento per controllare la direzione.
        "Manca di molto?" Gino chiedeva ogni dieci minuti. E fra i crini del cavallo il giovane gli rantolava di no.
        Il sole era alto da un pezzo e loro si trascinavano su un crinale brullo. Con sassi e serpi come unica decorazione. E qualche ginestra a spandere odore e giallo intorno. Alla loro destra, in fondo, c'era un ruscello secco e al di là un'altra collina come quella su cui camminavano. Niente da star allegri.
        Ma quando proprio non ci sperava più, di arrivare da qualche parte e gli pareva che se ne sarebbe andato per sempre così, con le briglie in mano e lo scalpiccio stanco del cavallo dietro, ecco che invece gli si aprì davanti una distesa di campi coltivati, gialli e verdi a scacchiera e vigne a non finire, belle pettinate in qua e in là. Coloniche sui poggi con accanto i granai. Lontano, in mezzo a una salita di zolle grasse, un aratro tirato da due buoi gialli. Le schioccate della frusta e le bestemmie arrivavano, col vento, fino a Gino. Dei puntini molto più in su forse falciavano o raccoglievano qualcosa, non si capiva.
        In mezzo alla tenuta c'era una bella strada sterrata, bianca e liscia. Gino discese la collina, raggiunse la strada e la imboccò, per il sollievo dei piedi. Passò fra fruscii verdi, fra spighe irsute e girasoli. Fra le vigne grappolose ma ancora verdi. Vicino a una cascina, con un bimbo piccino in ginocchioni sull'aia, una vecchia all'arcolaio sotto la loggia, i cani che partirono come fulimini da lontano per arrivare fin sotto le zampe del cavallo a ringhiare e abbaiare.
        Poi la strada si lasciò indietro i campi e si infilò fra due muretti di pietra grigia, poco più alti della testa del cavallo. Dietro quelli sbucavano i rami, in ordine, di ciliegi, peschi, albicocchi e peri. Gino si rese conto e si stupì di com'erano vaste quelle proprietà e chissà di chi erano. Poi gli faceva una certa impressione di ritrovarsi di nuovo fra cose ordinate, costruite, maneggiate. Tutto bello sistemato, che pareva qualcuno avesse anche deciso il colore dell'erba, tanto era intonato col resto.
        Gino ormai camminava come un fantoccio, coi piedi che andavano da sé e la coscienza che era solo un rigagnolino di sensazioni, sempre più sottile. Si accorse appena della strada che biforcava, col tabernacolo piantato a far la guardia all'incrocio e, dentro, una madonnina di gesso col mantello azzurro. La mano del giovane si alzò e puntò col dito a sinistra. Gino prese da quella parte, e la strada gli si lastricò sotto le suole. Il cavallo dava dei colpi risonanti ai propri passi stanchi.
        La strada proseguì fra i muri di pietra ma adesso, ai lati, sbucavano i rami sottili degli olivi, a ciuffi d'argento, per un tratto lungo lungo, che sembrava senza fine. Ma che poi finì, con un cancello di ferro alto e curvo in cima, retto da due colonne. Su quella a destra c'era una lastra di marmo corroso, verdognolo d'umido. E appena leggibile "Villa de' Cenci".
        Gino spinse un'anta del cancello appena appena lo spazio per passare, e si infilò dentro. La strada ridivenne sterrata ma bianca come il borotalco e ancora più liscia. Poi si mise a salire fra siepine di bosso squadrate e infilò sotto l'ombra di querce secolari. Proseguì così, all'ombra e in salita, fino a trovare uno spiazzo grande, aperto, tutto coperto di ghiaino fine, con una fontana al centro dove un putto si sputava l'acqua in testa.
        E una grande casa, dietro, con un portone alto al centro, finestre enormi ai lati e balconcini di pietra al primo piano. E Gente che accorreva gridando "il signorino, il signorino è tornato!" e che prese Gino per le ascelle un attimo prima che lui cascasse in terra, svenuto.
        Si svegliò chissà dopo quanto, con una cosa calda e buona che gli scivolava in gola. Ancora a occhi chiusi, afferrò le mani che tenevano la ciotola e si finì tutto il brodo, sentendosi riavere.
        Poi aprì gli occhi e vide che l'avevano sistemato su una seggiola, in mezzo a una cucina grande come una piazza d'armi e che c'erano una donnona rubizza e un ragazzetto della sua età che lo guardavano.
        "Va meglio?"
        Chiese la donnona. Gino annuì e si accorse che qualcuno lo stava tenendo, sulla seggiola, da dietro. Un giardiniere vecchio e rinsecchito ma con due mani forti come tenaglie. Si mise davanti a Gino e gli tirò uno schiaffetto, "brutta la fame, eh?" poi guardò la donnona "vado a vedere se c'hanno bisogno, fuori..." e uscì.
        "Vuoi bere?" e la donna già gli aveva riempito un bicchiere di rosso e glielo porgeva. Gino ne trangugiò mezzo e si sentì subito più forte e più leggero. Gli dettero anche due biscotti di Prato duri come il marmo da inzuppare. Poi la donna uscì e rimase solo il ragazzetto, che finalmente ebbe il coraggio di andargli vicino. Era piccolo di statura e scuro di carnato, secco forse anche più di Gino.
        "Sei te che hai trovato il signorino?"
        Gino annuì mentre rosicchiava un biscotto.
        "Qui eran tutti impazzati, stamani, quando non tornava...".
        Gino riuscì a buttar giù gli ultimi sorsi di vino e gli porse il bicchiere vuoto. Il ragazzino lo appoggiò su un tavolo e poi gli si rimise davanti.
        "Il padrone è già stato anche in paese, a vedere se lo trovava".
        Il ragazzino gli sgranava addosso gli occhi e tutto il suo mondo piccolo di cortile.
        "Questo qui ne sa quanto un pollo, della vita." Pensò Gino. E di nuovo, dopo tanti giorni, gli ritornò quell'orgoglio di avere fatto e visto tante cose, di già, che i ragazzi alla sua età se le scordavano. Allora si dette un contegno e si drizzò sulla sedia: "e il giovanotto, come sta?"
        Il ragazzino si strinse nelle spalle. Ma proprio in quel momento da sopra venne un urlo da far tremare i muri. Gino e il ragazzino rimasero zitti a guardarsi, contenti di non essere soli a sentire quello strazio.
        Poi entrò in cucina la donnona e gli fece il gesto che si fa alle galline, per levarsele di torno, battendo le mani davanti al suo grembiule.
        "Fuori, fuori che qui c'ho da fare".
        Gino e il ragazzino uscirono. In una corte grande, col pozzo e un fico accanto, e un orticello di odori tutti in riga. Dal secondo piano, da dentro una finestra spalancata, partì un altro urlo ma più umano.
        Gino e il ragazzino restarono un po' a guardare la finestra, dietro alla quale si agitava un trambusto misterioso. Poi si misero a gironzolare, nel frastuono delle cicale. Gino si mise a guardare in fondo al pozzo e il ragazzetto lo imitò.
        "Vuoi bere?"
        Il ragazzino tirò su un secchio intero d'acqua fredda e pulita. Gino bevve per mezz'ora. Poi il secchio venne lasciato cadere con uno stonfo. Cominciò una gara di sputi, a chi faceva più onde. E i raschii in gola, i colpi di lingua e le risate rimbombavano su e giù fra le pietre e l'acqua.
        Smisero di colpo, quando sentirono uno scalpiccio vicino a loro. Era il giardiniere che camminava curvo tenendo in una mano uno stivale squarciato e nell'altra un paio di grosse tronchesi. Dalla testa gli gocciolava il sudore in faccia e sul collo.
        I ragazzi lo seguirono per la corte fino a un casottino di legno, dove stavano appesi ai muri tutti i suoi attrezzi. Il giardiniere appoggiò lo stivale accanto alla porta e le tronchesi su un panchetto. Poi si sedette su una branda, tirò fuori di tasca un fazzolettone sudicio e si asciugò la faccia.
        "Maremma maiala, che faticata!"
        I ragazzi guardarono lo stivale, sconcio e penoso tutto sventrato a quel modo, e a tutti e due gli venne un brivido.
        "E la gamba?"
        Chiese Gino, che il vino lo aveva fatto coraggioso.
        Il giardiniere guardò i ragazzi e guardò lo stivale. Ridacchiò e disse "s'è buttata ai maiali, non serviva più a nulla...".
        A Gino gli si strinsero le budella ma cercò di controllarsi, anche perché non ci credeva del tutto. Al ragazzino invece il naso gli diventò tutto bianco e gli si stavano per piegare le gambe dall'impressione.
        "O grullo... non ti sentir male anche te, eh! Via, levatevi dai coglioni...".
        Gino prese il ragazzino per un braccio e lo trascinò fuori.
        "Ma un n'è mica vero! Mica gliela possano tagliare così...".
        Ma poi smise di parlarne perché al ragazzino gli bastava l'idea per star male.
        Invece andarono davanti alla casa, perché c'era un gran trambusto, da quella parte. Era arrivato un cavallo grosso e bolso, tutto schiumante di fatica, e ne era sceso un dottore ancora più grosso e stanco.
        "Fatemelo bere parecchio, eh... che vengo da Badia".
        Uno stalliere si tirò dietro la bestia.
        Una governante uscì svelta di casa e andò incontro al nuovo venuto, tutta trafelata.
        "Oh, signor dottore... che disgrazia! La signora non si ripiglia, c'ha già avuto due sturbi... il signorino c'ha la gamba tutta blu...".
        "Ora si vede...".
        Il dottore sparì dentro, e intanto si levava il cappello e si asciugava il crapone pelato con una mano, con l'altra trascinava un borsone nero e minaccioso.
        Da dentro la casa vennero suoni grevi di saluto, poi singhiozzi di donna e frasi rotte. Porte aperte e chiuse, scalpiccii rapidi.
        I ragazzi stavano coi piedi sulla ghiaia e la testa dentro l'ingresso. Sentirono due urli ben assestati, secchi e vigorosi. Con due urletti flebili e isterici a far da contrappunto. Poi ancora scalpiccii. La governante corse giù dalle scale con tonfi agitati e si precipitò dalla loro parte. Nella sua faccia c'erano due occhi così sgranati che loro non riuscirono a muoversi, nemmeno quando videro che veniva proprio lì. Gli si piantò di fronte, prese il ragazzino per un braccio: "vai a chiamare il So' Luigi, di corsa!" e subito si voltò per tornare su.
        Il ragazzino guardò Gino, tutto contento di avere anche lui una parte importante nella faccenda. Poi se ne scappò via.
        Avrà contato fino a dieci, Gino, e li vide subito riapparire. Con il So' Luigi che arrivava per primo, tutto curvo dallo sforzo. Si arrampicò sulle scale e di nuovo Gino contò fino a dieci, che era di nuovo giù, di nuovo sparito. E ne fece parecchie, di corse a quel modo, dentro e fuori casa, portando legni e attrezzi con sé.
        I ragazzi dopo un po' si stancarono di stare lì, seduti sul gradino, a guardare tutti quegli andi e rivieni che non capivano. Il Sole si era abbassato parecchio, e finalmente c'era una lieve brezzettina che passava su tutte le cose. Allora decisero di andare a fare un giro.
        Il ragazzino disse che si chiamava Italo e che era il figliolo della cuoca, la donna che aveva dato il brodo a Gino. La sua mamma era vedova e lui era nato lì, a villa de' Cenci. Il suo babbo era un contadino, uno che lavorava i poderi giù a valle, e era morto proprio una settimana prima che si sposassero. I padroni erano stati buoni con lei, e l'avevano tenuta lì con loro. Lui l'avevano dato a balia appena nato, ma ora la Tina era morta anche lei e allora la sua mamma l'aveva ripreso, da quasi un anno ormai.
        E mentre parlavano avevano fatto tutto il parco di querce. Poi avevano attraversato dei prati belli rasati e verdissimi, che il padrone era stato in Inghilterra, da giovane, e ci teneva ad avere l'erba come ce l'hanno gli inglesi. Che era un peccato perché per annaffiare quei prati si buttava via più acqua che tutti i poderi messi insieme, diceva il So' Luigi. Lui su quei prati ci passava quasi tutto il giorno, perché il padrone non ci voleva vedere erbacce, e nemmeno una margherita, sopra.
        I prati finivano con una lunghissima siepina di bosso, bassa e squadrata perfetta, che anche lì il So' Luigi doveva passarcene parecchio, di tempo. I ragazzi la scavalcarono e furono in un prato selvatico, pieno di gramigna e fiorellini di campo viola e gialli. Da lì era tutto in discesa ripida, per un quarto d'ora. E poi di nuovo il piano, sempre selvatico.
        Ci camminarono una decina di minuti, fino a un boschetto di canne. Gino si levò le scarpe, che ormai erano tutte sbucciate ma almeno non voleva inzaccherarle. Italo c'aveva già i piedi nudi e gli passò davanti. Lì, fra le canne, si sprofondava quasi fino al polpaccio nella mota e Gino si tirò su i pantaloni, che ancora ci teneva anche se erano tutti sporchi e sbrindellati.
        "Sembri una comare!" rise Italo e saltellò via lasciandolo indietro. Gino lo raggiunse dopo poco, e lo trovò accoccolato su uno spiazzetto di terraferma, proprio accanto all'acqua limacciosa. Lo stagno era piuttosto grande, bianco del riflesso del cielo nel centro e marrone di fango sulle rive. L'acqua trillava appena sotto il volo delle libellule, o vibrava a grumi, qua e là, per la schiusa delle zanzare. Ai loro piedi girovagavano i girini. Nell'imbrunire si faceva sempre più forte l'odore melmoso dell'acqua e il ronzare degli insetti. Italo guardava l'acqua e si dondolava, accoccolato sui polpacci.
        "Io ci vengo sempre qui... a te ti piace?"
        "Sì, è bello".
        Si alzarono le rondini, un po' alla volta, e cominciarono a abbassarsi sempre più gridando il loro grido di felicità lontana. Gino gli vedeva la pancina bianca e a qualcuna riusciva persino a vedergli l'insetto in bocca.
        "È tardi, bisogna tornare", disse Italo.
        E rifecero indietro le canne, poi il campo fiorito. Si fermarono a guardare il sole, che sembrava si fosse posato sulla cima di un faggio. E gli venne da trattenere il respiro, perché davvero sembrava c'avesse il nido lì, e non volesse più muoversi. Poi però si mosse, e proseguì a calare, rapido. Sparendo in una sbiascicata di vapore biancastro che non si poteva chiamare cielo e nemmeno era una nube. I grilli presero il sopravvento sulle cicale, l'odore di umido coprì ogni cosa e dalla terra salì l'esalazione di tutto il calore inspirato nel giorno. Il sole morì in modo inglorioso, senza tracce. La luce diminuì, sempre più grigina e spenta. Sul prato all'inglese già s'era formata una condensa e tutte le cose erano di nuovo calde stanche e appiccicose.
        Sotto le querce era già buio e Italo allungò il passo. Più s'avvicinavano alla villa e più lui correva e si agitava. Gino si ricordò d'un tratto le sue corse per rincasare. L'occhio sempre fisso al sole, alle finestre accese o spente, al cancellino di casa, che il babbo era l'unico a chiuderlo, quando rincasava. Gli sembrò strano e lontano, aver vissuto così. Sospirò di sollievo e trotterellò dietro a Italo.
        La villa era illuminata come per una festa, al piano di sopra, ma per il resto si capiva ch'era proprio il contrario di una festa. Non c'erano voci né suoni e anche se ormai era l'ora di desinare non c'era rumore di piatti.
        Appena entrato in casa a Italo gli schizzò il capo in avanti, che la manona grossa di sua mamma gli aveva tirato uno scappellotto.
        "Va' a prendere delle fascine, spicciati!"
        Italo schizzò fuori, sulla corte, col capo ancora piegato dalla botta. Gino si sedette su uno sgabello ritorto, nell'angolo più buio e nascosto della cucina.
        Luigi, la governante e un giovane in divisa da autista erano intorno al tavolo e sbocconcellavano pane, aspettando la minestra che ancora bolliva nel paiolo, sul camino. La cuoca ci rimestava dentro con gran fatica e spreco di sudore. C'aveva la camicia di garza leggera attaccata alle cicce grasse e ogni tanto si passava l'avambraccio sulla fronte.
        Mentre girava e rigirava il romaiolo, Gino la guardò bene, per la prima volta. All'inizio non l'aveva notato ma ora, a guardar meglio, vide che sopra le poppone tonde partiva un collo liscio liscio e che il viso era pieno, giovane e bello.
        Italo tornò carico di fasci sulle braccia e li mise a disposizione della mamma.
        "No qui, al forno!"
        Gino filò via e si sentì il tramestio delle fascine sulla pietra.
        "Il signorino c'ha voglia di pan fresco."
        Spiegò la cuoca agli altri. Per questo ora gli toccava accendere il forno, che era quasi notte.
        Intanto la minestra era pronta, scodellata e veniva mangiata a gran cucchiaiate. La cuoca si era seduta su un panchetto vicino al forno, che era subito fuori della porta, e si sventolava col grembiule, a gambe larghe.
        Aveva le braccia tonde e dure, che si scuotevano senza sballonzolare. E una pelle bianca che sapeva di fresco e pulito, a vederla. Solo la faccia era rossa, per lo sforzo di portarsi in giro il peso e di rimestare nei paioli. Italo gli si era accoccolato accanto, e dondolava sui polpacci.
        Quando tutti ebbero finito di mangiare, il pane era pronto. La governante lo mise in un fazzoletto di cotone ricamato, lo poggiò su un vassoietto di ceramica e lo portò via.
        L'uomo in divisa uscì sul davanti, il so' Luigi sul dietro.
        La cuoca mise in tavola la minestra avanzata, col pane scuro a galleggiare dentro. Poi ne servì tre scodelle e a Gino gli batté il cuore dalla gioia. Si misero a tavola e mangiarono in silenzio, col rumore dei grilli fuori che era l'unico rumore e l'odore della notte che era così forte da arrivare fino a lì dentro.
        Poi fu l'ora di dormire. La cuoca guardò Gino, lo squadrò da capo a piedi e disse a Italo di portarlo alle scuderie. Italo era stanco, mezzo addormentato. Si trascinò davanti a Gino, al buio, passando il pozzo, l'orto, la baracca del so' Luigi, il pollaio. Attraversarono uno spiazzo sterrato e arrivarono alla fila lunga e bassa di porticine dei cavalli. Passarono anche quella e giunsero a un piccolo fienile, dove Italo indicò la paglia e sbadigliò.
        Gino ci si buttò sopra e dormì subito, nemmeno sentì Italo che se ne andava.


(II - continua)

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