| 
V.
Primi guadagni
Si
doveva essere addormentato dopo l'ultima scarica,
lì sul bordo del ruscello.
Poi
la luce del mattino gli si era infilata fra le
palpebre socchiuse e gli occhi acquosi di freddo.
In mezzo secondo l'aveva strappato al sonno e
l'aveva rimesso al suo posto: fra rametti e foglie
secche, sassi, rugiada ghiaccia e puzzo di merda.
A
Gino gli venne il nodo alla gola a pensare a dov'era
e come stava. Alla casa lontana, il letto, la
mamma che gli avrebbe sentito la fronte con la
mano grande e fresca, l'avrebbe rinvoltato nelle
coperte, fatto bere acqua e limone...
Si
mise a piangere. Per come stava e per il fatto
di piangere.
La
mamma lo assistette e lo coccolò ancora
parecchio, prima che Gino riuscisse a staccarsi
dalle foglie e dalle fantasie lacrimose. Si tirò
su piano piano e sentiva le ossa scricchiolargli
una per una, da come si era intirizzito nella
notte. Le gambe, poi, erano così deboli
che quasi gli si piegavano.
Ma
riuscì ad alzarsi e cominciò a districarsi
fra rami bassi e cespugli di rovi. Gli sparassero
se capiva come aveva fatto ad arrivare fino a
lì.
Ci
mise un bel po' a tornare alla strada, che in
confronto al bosco gli sembrò larga e comoda
come un salotto.
Era
stanco e smencio. Trascinava i piedi e non riusciva
nemmeno a tenere su la testa. C'aveva ancora tutte
le budella in subbuglio. Vuote, secche e strizzate
com'erano, ancora gli facevano male. Doveva essere
stata la trippa.
Chissà
come, si era ricordato di prendere con sé
la scatola, che ora gli pesava su un avambraccio,
nemmeno fossero state pietre. Gli faceva male
la pianta dei piedi per tutto il camminare del
giorno prima. E dentro la testa, dietro gli occhi,
sentiva arrivare la febbre.
Misero,
sporco e stracco come un sacco di canapa vuoto,
sarebbe stato davvero meglio si fosse fermato
ma invece continuava a camminare perché
non c'aveva la testa a posto.
Però
quando vide, dietro una curva, un mucchietto di
case in fila sulla strada, gli venne all'improvviso,
la voglia di fermarsi. Gli rivennero le idee piagnucolose
del mattino. Si immaginò di cadere davanti
ai passanti. Subito circondato da due o tre comari
che avrebbero posato in terra i cesti dei panni
per soccorrerlo. "Ohhh, porino!!! Portiamolo
dentro!" Sollevato da braccia morbide e profumate
di farina, disteso su un lettone pulito. Alzato
un braccio per volta, una gamba per volta "Fate
piano, non vedete com'è ridotto!",
lavato e cambiato. Poi lasciato riposare nella
penombra della camera silenziosa.
Intanto
era arrivato davanti alle case e aveva capito
subito che non avrebbe trovato nessuno per cadergli
davanti. Passò fra le case e ne uscì
senza che un cane attraversasse la strada, o che
qualcuno si affacciasse a una finestra. Strano,
proprio nessuno in giro. Nemmeno un carretto in
lontananza o un rumore dentro una casa. Nessuno
cantava, parlava, martellava. Belava o chiocciava.
Nemmeno un muggito in una stalla distante.
A
Gino gli mancò qualche battito del cuore.
Possibile... tutto il mondo risucchiato via...
lui era rimasto solo, solo in tutta la terra...
e si sentiva anche male.
Camminò
per delle ore. Se fosse stato un pochino in sé
magari si sarebbe fermato a riposare, o avrebbe
cercato davvero un po' d'aiuto. Ma ormai la febbre
se lo mangiava e lui camminava senza capire cosa
faceva. Sempre pensando che la gente era scomparsa
dal mondo, che lui se ne andava nel vuoto e nel
silenzio, con la testa che gli scoppiava e la
pancia rattrappita.
Aveva
visto un gatto con le budella fuori, una volta.
Un cane gli aveva sbranato il ventre e quello
se ne stava in mezzo a una strada miagolando di
strazio. Eppure cercava di alzarsi e di muoversi,
chissà per andare dove. Come se volesse
uscire, camminare fuori dal dolore. E a Gino gli
sembrava di essere quel gatto. Gli sembrava in
qualche parte molto in fondo al cervello, perché
di idee vere e proprie ce n'aveva pochine, ridotto
com'era.
Camminò
e camminò. E camminò ancora. Per
tanta di quella strada che gli si era appiattito
tutto dentro e non sapeva dire a se stesso nemmeno
se era ancora sulla via, o su un campo, e in quale
parte di mondo.
Poi,
senza sapere come, si ritrovò nel bel mezzo
di un mercato. Dove stavano tutte le persone e
gli animali che erano scomparsi dal resto della
campagna. Gli ritornò un barlume di senso,
nella testa in fiamme. Aveva ritrovato tutte le
cose, lì. Tutte insieme.
File
di buoi in bella mostra, bianchi e pazienti, e
il fattore accanto che guardava in giro chi andava
e veniva. Un mucchio di mucche pasciute che scodinzolavano
via le mosche. Un altro fattore che discuteva
con un compratore e sembrava che stessero per
scannarsi. E dappertutto un vocio e un muggito,
odori, berci, richiami e risate.
Un
tipo smilzo col panciotto si mise una pentola
accanto a una gota e cominciò a urlare
"le son beeeeelleeeee!!! Donne venite a vedere!!!
Venite donne, dentro alle mi' pentole ci potete
cucinare la socera!!!" e ci batteva contro
con un mestolo. Due donnine lo guardavano fisso
e saltavano su a ogni colpo.
Gino
anche era preso dagli urli e dalle mestolate di
quel tipo e non si sarebbe staccato più
di lì, se non fosse stato per un branco
di ragazzini che si avvicinò piano piano
ai tori, legati distesi per terra. Tre di loro
presero in fretta la mira e tirarono con le cerbottane
alle grosse palle adagiate sui sanpietrini. Non
si sapeva chi gridava di più, se i tori
o il contadino o i ragazzini che correvano via.
A
Gino gli venne da ridere e da tremare al tempo
stesso. Tremava così forte che quasi la
scatola gli cadde dalle mani. Ma la voce, da sola,
gli si accordò sulle note del mercato e
gli uscì più forte e chiara di quanto
aveva mai fatto.
"Stringheee!!!
Belle le stringhe di Firenzeeee!!! Venite a vedere
le stringheee!!!"
A
Gino la febbre doveva essergli salita parecchio
e nella confusione non sapeva più nemmeno
se urlava o muggiva. Però, dopo pochi minuti,
gli si cominciarono ad avvicinare le persone.
Guardavano le stringhe che lui sventolava in aria,
guardavano le stringhe nella scatola. Guardavano
ascoltavano e ponderavano, poi andavano via.
Poi
uno che prima era già passato due volte,
si fermò finalmente per comprare. Con le
gambe larghe e la faccia concentrata indicò
a Gino un paio blu. Ma dovette urlargli di chetarsi,
per riuscire a farsele dare e a farsi dire il
prezzo, che Gino ormai ci aveva preso un gusto
strano, a gridare, e non gli riusciva più
di fermarsi. Ansimando, districò quelle
desiderate dalle altre, le porse al tipo, prese
i soldi. E ancora se ne stava imbambolato a guardarsi
nel palmo della mano quando arrivò il secondo
cliente. Un negoziante azzimato che di stringhe
di Firenze ne volle addirittura tre.
Andò
avanti così per un po', con Gino che urlava
e attirava gente, e ogni tanto riusciva a vendere
un paio di stringhe a qualcuno. Poi, quando gli
affari stavano per chiudersi e il sole cominciava
a calare, i primi sputi sulle mani, le strette
e le bevute di vino a suggellare la vendita e
chi cominciava già a trascinarsi via le
bestie, nessuno c'ebbe più tempo per le
stringhe.
Gino
smise di sgolarsi, tanto non serviva più,
e rimase a intontirsi degli ultimi scintillii
di luce sugli occhi caldi. I pantaloni gli stavano
troppo larghi, dopo la diarrea e il digiuno, e
le poche monete che ci aveva calato in tasca,
col loro peso li tiravano tutti da una parte.
Pensò a come dovesse essere malridotto.
Tutto cencioso e sporco. E puzzolente. Giusto
in mezzo al mercato poteva vendere qualcosa, che
la piazza era talmente piena di cacche che la
gente camminava a gambe larghe. Per la prima volta
dopo tanti giorni, si considerò fortunato.
Rimase
a guardare il mercato che si smantellava, bestia
per bestia, e le facce di quelli che andavano
via, stanchi e ubriachi. Scoppiettando le bestemmie
e le fruste. I ragazzini e le rondini per ultimi,
poi la piazza rimase vuota.
A
Gino gli girava la testa, doveva avere un febbrone
da cavallo. Aspettò che niente e nessuno
si muovesse più per la strada. Si infilò
in un portone e lì dentro si accoccolò
stretto stretto, come un cucciolo di cane. Dentro
la casa, in cima alle scale, c'era il rumore di
piatti e di voci della sera. Il piagnucolio di
un bambino sfinito dai giochi. E l'odore di zuppa
di cipolle rotolava giù dagli scalini fino
alla porta.
A
Gino gli venne un'altra volta da piangere, e coi
singhiozzi questa volta. Un filino di voce rantolosa
gli cadeva giù dalle labbra. Non riuscì
a dormire proprio, ma c'ebbe tutta una notte di
sogni fiochi e di risvegli pieni di paura di essere
trovato lì e scambiato per un ladro, magari
malmenato. Ci sarebbe mancato altro che quello!
E
infatti. Lo svegliarono peggio di un cane rognoso,
con una pedata sulle costole stanche. Quello che
gli fece più impressione fu il rumore di
ossa vuote che rimbombò nell'ingresso.
Poi il vocione di qualcuno che gli gridava: "fuori!
O che ti credi, a casa tua? Via, fuori dai coglioni!"
Si
alzò alla bell'e meglio, tutto storto,
insonnolito e offeso. L'omone lo spinse fuori
dal portone e se ne andò borbottando. Gino
si ritrovò di nuovo nella piazza. Dove
tutto era vuoto e lento, rispetto al giorno prima.
Pulito e silenzioso. Solo da una fontanella a
un lato scrosciava un po' d'acqua. E una donna
attraversava con le mani sotto il grembiule.
A
Gino la testa gli si era come svuotata, nella
notte. Aveva sfebbrato con fiumi di sudore e adesso
era più leggero dei suoi vestiti. Camminò
un po' in giro per le stradine, senza un'idea
o un bisogno. Finché, dopo qualche minuto,
scorse un'insegna postale, su un muro. Gli disse
qualcosa. Si avvicinò alle ante socchiuse
della porta e guardò dai vetri. C'era un
banco di legno alto, e nient'altro. Gino entrò.
Chiamò e da dietro il banco sbucò
l'impiegato, che faceva un pisolino e c'aveva
ancora gli occhi tra i peli.
"Vorrei
mandare un telegramma".
Disse
Gino, sentendosi grande, importante e in viaggio
tutto insieme.
"E
a chi lo vuoi mandare, il telegramma?"
"Alla
mia mamma".
L'impiegato
lo osservò un po' meglio e gli si piegarono
le labbra dallo schifo.
"Che
sei, uno zingaro?"
Gino
si guardò. Altro che zingaro, sembrava
uno che non si lavava da anni. Dettò il
telegramma di corsa. "Sto bene. Non preoccupatevi
per me. Viaggio e guadagno. Baci Gino".
Poi
uscì, e si andò a lavare alla fontana
della piazza. A torso nudo, con l'acqua che gli
si incanalava fra le costole sporgenti. Lavò
la camicia, anche, e poi la stese su un muretto
a farla asciugare. E si fece un pisolino.
Un
po' rimpulizzito e riposato riprese a gironzolare
per le stradine. Ora che stava meglio poteva sentire
tutta la fame che gli s'era annidata in corpo,
in tante ore di cammino, lavoro, digiuno. Trovò
una locanda. Stette parecchio davanti, a chiedersi
cosa era giusto e cosa sbagliato. Si contorse
fra i dubbi e i crampi finché si decise
ad entrare. Fece un pasto decente che lo rimise
del tutto a posto. E che gli finì tutti
i primi guadagni.
VI.
La pazza
Da
quel giorno andò così. Di fiera
in fiera, ogni mercato di bestie o sagra, santi
patroni, raccolti, lui era lì a sgolarsi
con la scatola di stringhe in mano. Chiedeva,
prima di partire, dove era la prossima riunione
di gente e di bestie e se non c'era proprio nulla
si accontentava di una messa. Poi cominciava a
scarpinare, la mattina ai quattro rintocchi di
campana.
Arrivava
col sole alto, si sistemava vicino a qualcosa
che attirasse la gente, una bancarella, una bella
bestia o una fontana, e commerciava. Tre o quattro,
a volte dieci paia. Poi, sfinito dalla fame, andava
a mangiare. Se gli rimanevano dei decini, cercava
di mandare una cartolina a casa, almeno una a
settimana. Ogni volta da un posto diverso, in
qua e là per la Toscana. "Sono a San
Giovanni, sto bene, vi abbraccio tutti".
A Greve, a San Casciano, Strada in Chianti. Paesi
che non aveva mai sentito, frazioncine di cui
non gli rimaneva in testa niente. E niente in
tasca.
Che
a Gino, poi, in realtà, dei soldi non gliene
importava quasi nulla. I soldi erano una cosa
da grandi, una di quelle cose che i genitori ti
devono insegnare a fare, come tagliare il pane
o allacciarsi le scarpe. E che poi uno fa per
i genitori, per far vedere che è cresciuto
e che adesso non pesa più in casa e che
anzi può aiutare.
"Finché
uno non guadagna non è un uomo", diceva
sempre il babbo. E poi diceva che lui avrebbe
potuto studiare, che suo padre l'aveva messo agli
Scolopi. E che avrebbe potuto diventare un professore,
un giorno, o un giornalista, qualcuno, insomma.
Ma il padre poi gli era morto di polmonite e lui,
dall'oggi al domani, s'era trovato a mantenere
la madre e le sorelle. E da quel momento non era
mai mancato un giorno, dal lavoro, e aveva sempre
portato tutto in casa. Poi s'era sposato e da
quel giorno, ai suoi, un piatto di minestra non
l'aveva mai fatto mancare. E qui, di solito, alla
mamma gli scivolava il cucito di mano, o si bucava,
o pestava il gatto.
A
questo pensava Gino, sotto il caldo di un maggio
caldo e le mosche delle due spaccate. Lo sapeva
di preciso, che erano le due, perché il
campanile del paese dove si trovava, san giocondo,
o iracondo, non se lo ricordava nemmeno, era di
quelli che battono le ore e le mezz'ore e anche
i quarti e non gli riesce di lasciare in pace
la giornata.
S'era
seduto su un sasso, all'entrata di un cortile
polveroso dove dei bambini giocavano al barbiere.
Si sputavano sulle gambe terrose e poi, con una
canna tagliata a metà, si toglievano via
il sudicio, che spariva a strisce dagli stinchi
magri e si raggrumava intorno al legno con una
schiumetta viscida.
Che
gioco da grulli. Del resto, quelli non erano che
bambini. Avevano quasi quanto lui ma se ne stavano
ancora lì, coi calzoni corti, a cincischiare.
Mentre lui, vestito da uomo, andava in giro per
il mondo a guadagnare.
Che,
fra l'altro, adesso li invidiava parecchio i ragazzi
in calzoncini. A lui gli sudava le gambe peggio
di un cavallo malato. Gino si arrotolò
fino al ginocchio i pantaloni di fresco di lana
che il babbo gli aveva comprato per metterlo allo
studio.
"Mica
puoi andarci in calzoncini!" aveva detto,
e l'aveva portato dal sarto di via Gioberti, che
era un cugino della mamma e li trattava sempre
bene col prezzo.
"Con
questa stoffa ci fa tutto l'anno!"
Nando
strizzava gli occhi dalla soddisfazione mentre
guardava come gli cascavano bene. A forza di cucire
era diventato curvo e il mento gli toccava il
petto. Quando guardava in faccia doveva girare
un po' la testa, come un uccello scemo.
"E
non si vede per niente la risvoltina che ci ho
fatto dentro, bella lunga, così bastano
per qualche anno".
Le
mani secche del babbo avevano palpato la stoffa
dei pantaloni fino a trovare la "risvoltina"
a metà stinco.
"Bene,
bene... almeno per tutto l'apprendistato, eh Gino?!"
Gino
era arrossito tanto che gli sembrava che gli orecchi
gli si sarebbero squagliati giù per il
collo.
Poi
avevano ringraziato, avevano dato la prima di
quattro rate ed erano usciti nel freddo della
sera. E Gino si era stupito di trovarsi così,
con le gambe protette, per la prima volta. Niente
più freddo, schizzi e cinghiate. Aveva
sospirato di sollievo, mentre camminavano sul
marciapiede. E il babbo anche, pensando alle soddisfazioni
che gli sarebbero arrivate, un giorno, da quel
figliolo. O forse pensando alle rate e al lavoro
a cottimo che gli toccava fare.
Ora,
a ripensarci, a Gino gli era venuto un groppo
forte come un nodo di marinaio, nella golaccia
strinta. Non c'era verso di farlo andare né
su né giù. Ma non voleva piangere.
Era grande, ormai. E poi c'aveva una dozzina di
occhi sgranati su di lui, che i bambini si erano
accorti del forestiero che li guardava e avevano
smesso di giocare. Gino battè le mani forte
sulle cosce e si alzò. Si chinò
a raccogliere la scatola e se ne andò.
Gli
affari erano finiti verso mezzogiorno. Poi c'era
stata l'ora di pranzo. Chi era nei campi c'era
rimasto. Chi era in casa stava in casa; per la
strada più nessuno. Lui non ci aveva più
nulla da fare e aveva cominciato a andare su e
giù per le vie del paese, che erano proprio
quattro messe in croce. E era passato e ripassato
davanti alla chiesa grande, sproporzionata, con
il campanile nuovo e pignolo. Non c'era nemmeno
un albero per pisolarci sotto. E c'era da arrivare
a sera. Siccome aveva deciso di restare lì
a dormire, quella notte. Perché da quella
prima volta, quando s'era sentito male colla pancia,
c'aveva paura a stare solo dopo il tramonto.
Tanto
per cambiare giro, decise di percorrere una stradina
fino in fondo, finché sfociava nei campi.
Inseguito dal frinire del caldo e nessun'altro
suono. Tutti dormivano, anche i cani da guardia.
E tutto era fermo e opaco.
La
strada finì con un'ultima casa, isolata,
sulla sinistra. Gino ci si accostò e camminò
lungo il muro. Poi camminò lungo la staccionata
che proseguiva oltre. Una staccionata ben chiusa,
con una parete di bambù, all'interno, che
nascondeva la vista. Ma non l'udito. E dopo poco
Gino cominciò a sentire dei rumori che
venivano da dietro: uno sciaguattio e delle risate.
Posò
la scatola e si mise a camminare lungo la staccionata,
passo passo, per scoprire una fessura e sbirciare.
Niente.
Intanto,
lì dietro, una ragazza batteva le mani
sull'acqua e rideva da sola. Gino accelerò
e scoprì che svoltato l'angolo, dalla parte
dei campi, la staccionata era un po' meno serrata.
Fra due assi discoste riuscì a guardare
dentro. C'era un cortile piccolo e trasandato,
con un vecchio vomere abbandonato e una botte
sfondata nel mezzo. Da un traliccio mezzo marcio
penzolava dell'uva acerba.
Lì,
in mezzo al cortile, doveva esserci la ragazza
ma non si vedeva dove perché un rovo alto
come un albero la copriva. Intanto l'acqua batteva
sotto i palmi aperti e tracimava giù da
qualcosa e la ragazza gorgogliava e rideva e spruzzava
dalla bocca. Gino scavalcò.
Si
accostò al rovo, più cauto di un
gatto, sudando e quasi stramazzando dalla paura.
Si affacciò oltre il cespuglio e vide un
grande orcio, proprio accanto alla vite. Un orcio
enorme, pieno d'acqua, con una ragazza immersa
fino al collo. Gino si asciugò il sudore
della faccia coi polpastrelli.
La
ragazza infilava la testa sotto l'acqua e poi
tornava su con le gote gonfie. Sputava in alto
un getto d'acqua che gli ricadeva sulla faccia
e allora lei rideva forte e si rituffava sotto.
Continuò un po' così, poi cambiò
gioco: si accovacciava tutta e di colpo, come
un pesce, saltava fuori dall'acqua fino all'ombelico.
Nuda come mamma l'aveva fatta. E continuò
a saltare dentro e fuori per un pezzo, ridendo
dell'acqua che gli scorreva addosso, coi piccoli
seni che gli ballavano su e giù sul corpo
magro.
"Un
po' troppo ossuto", pensò Gino. Ma
fu tutt'uno col sentirsi stringere la pancia e
annaspare, e avere il pisello che tirava tanto
forte che sembrava gli volesse strappar fuori
le budella.
Intanto
la ragazza continuava a saltare su e giù
e la pelle gli brillava, lucida. E a volte saltava
fuori tanto da scoprire i peletti neri.
Gino
non resse più, chiuse gli occhi e cominciò
a toccarsi, dentro i pantaloni. Non aveva mai
provato una cosa così forte, non aveva
mai visto una donna nuda, prima.
Pensò
che non c'era una cosa più bella e che
gli faceva pensare solo a cose belle e nello stesso
momento lo faceva sgusciare fuori dal cervello
e sperò di non svenire lì, dietro
al rovo, in casa di chissà chi...
Gli
arrivò uno spruzzo sulla faccia. La ragazza
gli stava lì davanti, tutta nuda e gocciolante.
Rideva e gli spruzzava addosso dalla punta delle
dita. A Gino il ruzzo gli passò di colpo.
Mollò subito la presa, che tanto ormai
fra le gambe c'aveva una specie di fico secco,
e si risistemò bene la patta. Ma la ragazza
l'aveva visto e lo guardava proprio lì.
Gino avrebbe voluto sparire in uno sprofondo;
si vergognava come un ladro e cominciò
a balbettare pastrocchi mentre si fissava i piedi.
Ma
quando guardò di nuovo la ragazza lei era
ancora lì con la stessa espressione precisa
di quando era arrivata. Solo aveva smesso di spruzzarlo.
A Gino gli si spalancò la bocca come un
pesce e gli venne di pensare che chi li avesse
visti così, in quel momento, non avrebbe
capito chi dei due era più grullo.
Poi,
d'un tratto, come nulla fosse la ragazza gli prese
le mani e se le mise sulle poppine. Stringendocele
sopra parecchio forte. Gli si avvicinò,
lo spinse contro la palizzata e continuò
a spingere. Gino sentì il bambù
frusciare e scricchiolare, tanto lei spingeva.
Col ventre liscio e duro lei lo accarezzò
sugli inguini, sulla pancia, dappertutto. A Gino
gli si piegarono le gambe e venne.
Lei
non lo lasciò. Rideva a squarciagola e
le mani, dai seni, gliele fece scendere fra le
cosce. Gino voleva andarsene ma lei lo pigiava
così forte contro la palizzata che lui
non poteva quasi respirare. La pazza continuava
a giocare con le sue mani fra le cosce e intanto
faceva con la voce un ringhio basso, da gatta
in calore. E anche tutta la pelle adesso, e il
fiato, c'avevano un odore più dell'animale
che dell'essere umano.
Poi
ci fu uno sparo. Un rumore tremendo, fortissimo,
così vicino che a Gino gli rimbombò
nella pancia come un tuono. La ragazza fece un
balzo all'indietro e cominciò a urlare.
Ferma, ritta in mezzo al cortile, urlava così
forte che quasi coprì il rumore del secondo
sparo. Gino guardò verso la casa e vide
da dove sparavano: al secondo piano c'era un uomo
in canottiera tutto rosso in faccia. Quando vide
che Gino lo guardava si mise a urlare verso di
lui, col pugno teso e tutto spenzoloni, che per
poco non cadde giù.
"Brutto
maiale... vieni qui! sudicione, vigliacco!"
Gino
scavalcò la staccionata e si mise a correre
verso la strada. Ci fu un altro sparo e una canna
saltò in aria, proprio davanti a lui, a
pochi passi.
"Oh
madonna, oh madonna..." qualcuno gridava
da dentro la casa. E un vocio era cominciato anche
dalle finestre delle case vicine e dalla strada.
"I'
che c'è?"
"Qualcuno
s'approfittava della Tosca!"
I
cani del paese si erano svegliati e arrabbiati
tutti insieme e adesso sembrava che tutto il mondo
latrasse e ringhiasse contro di lui.
Gino
ritrovò la scatola, la prese al volo e
continuò a correre. Si buttò fra
i campi, saltando come un grillo fra le piante
e i canali e poi via, in un bosco di canne, a
mezza coscia in un laghetto, via fra rocce e sterpi
finché del paesino non si vedeva più
nemmeno la punta del campanile.
Vagolò
sempre più lontano dalla campagna, lasciandosi
alle spalle anche i campi a maggese. Fino a trovare
la pace di un bosco grande e ombroso. Era sera,
era fresco. Gino c'aveva ancora il cuore intorcigliato
di rabbie e paure. Perché a sentirsi sparare
addosso per non avere fatto nulla gli sembrava
davvero brutto. Nemmeno avesse rubato un pollo.
Si
sa, i contadini t'impallinano per poco. C'era
chi si beccava una rosa di piombo in una coscia,
per aver grattato qualche grappolo d'uva. Bisognava
stare attenti, coi contadini. Ma lui non gli aveva
mica preso nulla. Era quella lì, che gli
si strusciava, e lo pigiava. Che a ripensarci,
nonostante l'angoscia, gli si rizzava ancora.
Con
queste rabbie in corpo gli veniva da andare e
andare. Pestando forte in terra, saltando i cespugli
bassi e le radici degli alberi. Borbottava anche,
fra sé. Che non era giusto, e che avrebbe
voluto tirargli un pugno in faccia, a quella carogna.
Che sperava gli venisse un canchero da qualche
parte. Sul pisello, magari. Gli cascasse in terra
tutto avvizzito.
Camminò
senza sbollire fino a buio. Finché fu davvero
stanco e la debolezza gli tolse le forze per essere
arrabbiato. In mezzo alle querce alte e intricate,
di foglioline piccole e ghiande secche ai piedi.
Fra stanchezza e delusione si ritrovò per
terra, lungo disteso. Per fortuna era asciutto.
Sistemò la scatola di stringhe sotto il
capo. Si fece piccolo, un mucchietto di panni
e fame. E si addormentò sapendo di essere
lontano, di essere perso. Di non avere di sicuro
la forza, il giorno dopo, di arrivare a un altro
paese per venderci le stringhe.

VII.
Gino dei boschi
Furono
giorni strani, dopo. Che Gino non si raccapezzava
più tanto bene fra l'oggi e il domani.
Non ci pensava più alle giornate e a cosa
farsene. Il sole veniva su, fra le nebbioline
dei primi caldi, e lui lo guardava senza pensare:
oggi è lunedì, devo andare lì,
devo fare questo e quest'altro. S'era ridotto
come una bestiolina. Vedeva la palla gialla sempre
più alta nel cielo ma finché non
gli veniva fame, o gli scappava pipì, o
un'altra cosa così, non pensava a muoversi,
a decidersi. Anzi, non pensava proprio.
In
più, adesso gli era venuta la paura anche
dei paesi, oltre che dei campi aperti. Adesso
erano i boschi, il suo rifugio. Ci si muoveva
sempre meglio. In mezzo all'odore dei castagni
e il terreno soffice. Gli arbusti bassi fra i
faggi. Il verde allegro e acquoso dei pioppi.
Camminava alzando i piedi, a braccia larghe, cogli
occhi bassi e il naso attento. Più veloce
di un furetto.
I
boschi erano freschi e profumati. Vuoti di gente
e d'affari. C'era il tempo per riposare e dormire
e rosicchiare i pasti, incantarsi a guardare uno
scoiattolo, o un termitaio, per ore.
Ce
l'aveva sempre avuto questo vizio di rimanere
imbambolato a guardare le cose. Ragion per cui
c'aveva sempre tutti addosso. Il babbo, la mamma,
i professori, i passanti per strada.
E
anche fra l' ombra degli alberi o nelle piccole
radure, dopo un po' che stava lì fisso
con gli occhi su una pianta o un'animale e la
testa chissà dove, ancora a un certo punto
gli pigliava un sussulto, un languore improvviso
di colpa e paura, perché chissà
da quanto stava fermo a non far niente.
Ma
subito dopo si girava intorno e vedeva che nessuno
lo guardava o si aspettava qualcosa da lui. Nessuno
sapeva nemmeno che lui ci fosse, lì. Allora,
dal sollievo, si metteva a saltare come un coniglio
o si arrampicava su un albero. O si distendeva
al sole e ci passava un'altra ora, a non far nulla.
E
anche la sera, ora che le sere erano lunghe, tiepide
e profumate, Gino si lasciava andare a parecchie
fantasie. Guardava le foglie sul suo capo cambiare
colore: verde, verde scuro, ombre nere. Guardava
gli uccelli rientrare nei nidi. Sentiva i rumori
crescere e diminuire e il vento anche, fra le
piante. Annusava gli odori di umido, di scorza,
di selvatico. E non si immaginava chissà
che. Non faceva sogni. Solo, con gli occhi, il
naso e gli orecchi assaggiava tutto quello che
c'aveva intorno.
Però
a una cosa ci pensava davvero. Nel senso che se
la immaginava, la rivedeva in tutti i particolari,
se la abbelliva anche, di tutto quanto non era
successo ma che a lui gli sarebbe piaciuto. E
questa cosa era la pazza. Gino si distendeva a
faccia in giù sulle foglie e pensare alla
pazza e toccarsi finché ne aveva forza.
Non
si ricordava mica più come era davvero.
Perché nel frattempo l'aveva fatta nera
come la notte di capelli e di pelo. E più
grassa, parecchio. E gli faceva dire un sacco
di cose, non quei suoni da bestia che aveva fatto.
Lo chiamava, in un modo dolce da fargli sciogliere
la pancia. Gli parlava e lo accarezzava, e lo
spingeva solo un po', sulle canne, per avere un
appiglio e darglisi con più agio.
Al
calar del sole Gino aveva imparato a fabbricarsi
dei ripari di sterpi e rami legati insieme. Ci
metteva poco, a farsene uno, e gli teneva caldo
tutta la notte. Poi, aveva imparato a non far
più caso al buio e ai rumori. Non vedeva
più luccichii misteriosi. Appena poggiava
il capo sul braccio cascava giù beato,
dentro un imbuto di sonno come non aveva mai provato
prima. E non lo svegliava più niente, fino
al mattino.
Fino
all'alba, con gli alberi che frullavano le foglie
fra le ali degli uccellini; e i cinguettii che
scoppiavano sui rami, tutti insieme. Allora Gino
sgusciava fuori dalla capanna e passava qualche
minuto a stiracchiarsi.
Appena
le gambe si erano riprese e riuscivano di nuovo
a camminare, che mica era semplice, dopo una notte
rannicchiato come un baco nel bozzolo. Allora
Gino cercava l'acqua e a volte ci metteva delle
ore. Di solito trovava un piccolo ruscello, veloce
e freddo come il ghiaccio. A volte era una fonte
vera e propria, che sgusciava fra rocce ed era
buona da bere. Spesso, non c'era che un rigagnolo
che sostava in pozze piene di insetti e foglie
morte. Gino le apriva con le mani e poi beveva
l'acqua che sapeva di terra.
Quanto
a lavarsi, non si lavava di molto. Che l'acqua
era parecchio fredda. In più, ormai non
contava tanto come sembrava alla gente, siccome
nei boschi non lo vedeva nessuno.
Certo,
a vederlo doveva fare spavento. Era pieno di morsi
di insetti, bolle e pustole. Che si grattava le
pinzature come un disgraziato e gli facevano tutte
infezione. C'aveva la faccia striata di terra
e sudore e i capelli a mazzette. In più,
le pulci gli divoravano le ascelle e gli inguini
gli erano gonfiati, a forza di strusciarsi.
Eppure,
nei boschi Gino era felice. E li lasciava solo
quando la fame sembrava che gli staccasse lo stomaco
un morso alla volta. Allora si faceva coraggio
e si rimetteva in cammino verso gli esseri umani.
Non gli importava più di vendere le stringhe,
ormai. Gli bastava un gruppo di case, una stalla,
un pozzo. Un posto dove ci fosse qualcuno con
qualcosa da mangiare per lui.
Di
solito riusciva a rimediare un pezzo di pan secco
e una cipolla. E era tutto contento. Si cercava
un angolino comodo, lì vicino, e divorava
anche le briciole.
Ogni
tanto gli chiedevano di dargli una mano, in cambio.
E lui, volentieri, scaricava un carro, o portava
un secchio, o spennava una gallina, a seconda.
Gli era venuto anche in mente che in fondo ci
si poteva campare, così. A fare lavoretti
un po' qui un po' lì.
Ma
c'erano giornate piovose, o di vento. O in cui
tutti lo scacciavano e non raccattava niente.
E meno male, che c'erano. Così gli passavano
quelle idee bislacche di vivere come un barbone.
Oltretutto non c'aveva il fisico. Già era
magro di suo. Adesso era secco come un chiodo.
Secco, giallo in faccia, pieno di bolle.
Una
volta s'era visto riflesso in una specchiera,
al pian terreno di una casa. E gli era presa una
sincope. Nessuno l'avrebbe riconosciuto, ridotto
così... sembrava un manico di scopa spelacchiato.
Lo
scacciarono, anche quella volta, abbaiandogli
addosso di levarsi di torno. E lui se ne andò
via, su per una collina. E in cima rimase a guardare
il paesaggio. Tanto. Finché le cime delle
montagne in lontananza non erano più verde
scuro e grigio e violetto, ma solo nero porpora
perché stava calando la notte. Dal quel
giorno evitò gli specchi.
Poi
vennero giornate afose di caldo che non sembrava
vero, da come era caldo. Tutto si appiccicava
e si univa al corpo come il sudore e ci rimaneva
attaccato. Le immagini, le impressioni, i ricordi,
era come se non riuscissero nemmeno a uscire dalla
testa. Allora era difficile muoversi e finanche
respirare. Perché i movimenti e le idee
restavano impigliate nella rete che ci si sentiva
intorno al capo.
Figuriamoci
Gino, che già ci si fissava parecchio a
star fermo e a non saper tirar fuori niente dal
cervello. Non si muoveva quasi più, dai
boschi. E si era scelto un gruppetto di noci belli
folti per starci sotto. A guardare le barchette
delle foglie di verde grasso, fisse, piantate
fra lui e il cielo fosco. E non mangiava più
che bacche, radici, fiori e foglie tenere.
Non
fosse stato per la fame, non si sarebbe proprio
mosso, nemmeno quella mattina. Ma il languore
gli si rigirava nella pancia già da un
pezzo. Gli aveva disturbato il sonno nelle ultime
ore e ora lo punzecchiava ben bene per farlo alzare.
Ancora prima di aprire gli occhi decise che doveva
trovare un tocco di pane.
Si
levò, si stiracchiò e respirò
fino in fondo alla gola l'aria pesante d'umido
dell'alba. Quasi non c'era luce, ancora. E già
ci si spossava sotto i primi vapori caldi. Gino
buttò all'aria con una pedata i resti del
suo giaciglio e si incamminò a caso, vagamente
verso la strada che aveva lasciato la mattina
prima.
Se
ne andava già da un po' e si divertiva
a dividere gli odori. Ormai sapeva distinguere
i terricci uno dall'altro e anche le erbe e i
cespugli e adesso che era mattina presto e così
umido, c'era un profumo di tronchi e terra molle
che quasi girava la testa.
Solo
che, invece di arrivare alla strada dopo poco,
come si era immaginato, continuava a camminare
nel bosco. Con le gambe avvolte fino ai polpacci
in una nebbiolina spessa da cui sbucavano collane
verdissime di piccole foglie di felce. E i soliti
schiocchi e fruscii e aliti a cui si era abituato.
Poco
dopo si ritrovò in una radura. Dove le
piante saltavano fuori dalla nebbia, alte fino
alla sua vita. Così rigogliose, verdi e
forti, che non se lo sarebbe mai aspettato. Così
misteriose e appartate che gli sembrava un miracolo,
un privilegio, averle trovate lui.
Si
fermò e cercò di non far rumore,
perché gli sembrava grottesco e esagerato
anche solo respirare forte. Per qualche minuto
un cucù lontano fu l'unico suono.
Poi
si accoppiò a qualcosa di vago. Qualcosa
di strascicato e cupo, quasi un languore. Un lamento.
Senza nessuno però, che si lamentasse.
A
Gino gli si affastellarono in testa le streghe
e le anime perse, i fuochi fatui e tutte le sorgenti
da cui, in questo mondo, ci zampilla in casa quello
dei morti. I laghi con gli annegati, gli alberi
con gli impiccati, gli incroci col diavolo dietro...
Gli
venne da segnarsi ma non ebbe il coraggio, perché
non era sicuro di averne diritto, alla protezione
di Dio. Così perso e schivo, si era lasciato
tutto indietro, anche la Chiesa e adesso, perché
c'aveva paura, stare subito lì a chiedere
aiuto...
"Ahhhhh".
Il
lamento era proprio un verso, una voce quasi umana
che sembrava soffrisse di qualcosa.
Gino
rimase lì, piantato all'inizio della radura
più fermo delle querce che stavano intorno.
Dopo
un po', gli sembrò di non sentire più
niente. E quando il cucù si zittì,
allora fu sicuro che non c'erano proprio suoni,
a parte quello delle sue ossa che scricchiolavano
dalla fatica di starsene impalato.
Il
cielo era chiuso. Geloso di tutta l'afa che era
riuscito a ingabbiare sulla terra, non voleva
lasciarne svaporare nemmeno un pochinino.
Gino
aspettò ancora qualche minuto e poi riprese
a camminare. Ma aveva fatto si e no venti passi
quando vide sbucare dalla nebbia un masso. Un
masso strano, marrone e instabile. Gino lo fissò
e ci mise un po' a far arrivare al cervello quello
che gli occhi già avevano visto: c'era
un uomo per terra, impietrito su un fianco.
Scapparono
da tutte le parti i diavoli, i fantasmi e i morti
di morte violenta; il bosco rimase vuoto e pulito,
familiare. Solo, c'era un essere umano che stava
male, lì davanti. E invece del terrore
a Gino gli venne la preoccupazione.
Si
avvicinò piano e si chinò. Poi fece
il giro intorno all'uomo per vedergli la faccia.
Dormiva. Era giovane, pulito e pettinato. Non
era tanto che stava lì in terra. Gino fece
un altro passo verso di lui e quello spalancò
gli occhi e gridò. Anche Gino gridò
e fece parecchi salti all'indietro.
Ma
il giovane si riprese subito dallo spavento, si
rizzò su un gomito, lo chiamò.
"Scusa...
vieni qui... vieni, non ti fo nulla!"
Gino
lo guardava da dieci passi e non ci pensava nemmeno,
ad andare lì. Se non era morto o moribondo
era senz'altro pericoloso. Che ci faceva uno per
bene disteso in un bosco?
"Oh,
senti... vieni... mi sono fatto male, aiutami...".
Il
giovane aveva provato a tirarsi un po' su, aveva
cacciato un urlo e si era buttato all'indietro.
"Aiutami...
per piacere, non posso camminare...".
Gino
si era avvicinato un pochino e aveva visto gli
stivali di cuoio lustro e i pantaloni larghi sui
fianchi. A pochi passi c'era anche un frustino
di crine attorcigliato con un bel manico lavorato.
Gino lo raccolse e lo porse al giovane.
"Grazie".
Il
giovane gli sorrise grato, anche se poi del frustino
in quel momento non sapeva proprio che farsene.
"C'era
la nebbia, stamattina... e non ho visto la radice
lì davanti...".
Gino
nemmeno, la vedeva. Probabilmente c'avrebbe inciampato,
continuando a camminare, perché era ancora
nascosta dalla foschia.
"Il
cavallo ha saltato e io sono caduto... credo di
essermi slogato una caviglia."
Gino
gli si era avvicinato ancora e gli si era accoccolato
accanto.
Al
giovane, di colpo, gli si smorzò la voce
e l'entusiasmo di aver incontrato qualcuno. Da
com'era sporco e smunto Gino poteva essere un
tagliagole o un pazzo, o tutte e due le cose.
Inoltre,
Gino non c'aveva più l'abitudine di chiacchierare
con la gente e se ne stava lì, con la faccia
stupida da far paura e zitto. Anche il giovane
stava zitto, cercando di capire quale fine avrebbe
fatto in quel bosco, quella mattina.
Ci
sarebbero riamasti ancora un pezzo, fermi a scrutarsi
in faccia se non ci fosse stato uno scalpiccio
pesante fra gli alberi.
"Il
mio cavallo!"
Il
giovane balzò sul braccio, storcendo la
faccia dal dolore.
"Se
riuscissi a rimontarci sopra potrei tornare a
casa...".
Gino
si alzò e annusò l'aria. Sentiva
bene l'odore di stalla e di cuoio del cavallo,
il suo sudore di stanchezza e agitazione. Si voltò
da quella parte e si slanciò nel bosco.
"Ti
prego, riportamelo!"
Avrà
pensato che glielo voleva rubare, dal tono preoccupato
che aveva.
Invece
Gino era tutto preso da questa nuova avventura
di riprendere un cavallo imbizzarrito. L'aveva
visto fare tante volte ai carrettieri sul lungo
l'Affrico. Bisognava stargli davanti senza guardarlo
e prendergli la cavezza, se si poteva, o un orecchio,
se proprio non si calmava. I carrettieri poi,
una volta agguantato, giù botte sulla pancia
coi pugni e coi piedi. Ma avrebbero dovuto parlargli,
invece, e accarezzarlo sul muso, dargli piccole
pacche sul collo.
Gino
si aggirò qualche minuto fra gli alberi,
col passo leggero e attento che gli era venuto
nei boschi e lo ritrovò subito. Era bello,
grande, con le gambe tanto snelle che sembrava
si spezzassero e una lunga criniera ondulata.
Aveva l'occhio sgranato di paura, e schiuma bianca
intorno alla bocca e sul collo. I muscoli gli
torcevano a scatti la pelle.
Gino
si avvicinò lento, calmo, guardandogli
una spalla e mormorando una ninna nanna. Gli sembrava
che avrebbe potuto addormentare un cobra, con
la sua bravura. E il cavallo sembrava calmarsi,
poco a poco, ritrovare l'amico uomo. Gino pensava
che gli sarebbe piaciuto fare lo stalliere, o
anche il fantino. Avrebbe vinto un sacco di gare
e sarebbe diventato ricco, l'avrebbero portato
in trionfo sulle spalle.
A
due metri dalla bestia, allungò una mano
verso la redine che pendeva giù dal collo.
E il cavallo aspettò, paziente, finché
Gino lo ebbe raggiunto. Poi, quando mancava solo
che Gino stringesse le dita intorno al cuoio nero,
il cavallo scivolò lentamente di lato.
Gino gli vide uno scintillio di divertimento nell'occhione
grande che si allontanava da lui. Il cavallo fece
una mezza giravolta e, con calma, si mise a galoppare
fra i cespugli.
Bestie
buone solo a farne bistecche, i cavalli. Stupidi
e ingrati.
Gino
tornò dal giovane così torvo che
quello si spaventò davvero e riuscì
persino a mettersi in piedi, dalla paura.
"Che
hai fatto? Che è successo al cavallo?"
"E'
scappato, maledetto! L'avevo quasi preso...".
Gino
si voltò verso il bosco dove il cavallo
era galoppato via. Per nascondere che gli veniva
quasi da piangere, dalla delusione. Sentì
una mano aggrapparglisi a una spalla e quando
si voltò vide che il giovane era tutto
accartocciato su di sé, dal dolore.
"Senti...
io senza cavallo non posso farcela. Non sto lontano...
ti ricompenserò...".
Gino
aveva annuito e aveva messo un braccio sotto le
spalle del giovane, per aiutarlo. Così
si erano trascinati un paio d'ore, col giovane
che gli pesava addosso e non smetteva un attimo
di piagnucolare quanto soffriva. E Gino che pensava
a quanto poco c'era mancato a afferrare il cavallo
e a risparmiarsi quella via crucis. Col caldo
che gli si spiaccicava addosso con cattiveria,
e fumi di odore acido dalla terra. Senza una goccia
da bere, si stavano sentendo male tutti e due;
avevano il viso avvampato più d'una stufa
e la lingua gonfia, ruvida contro il palato.
Poi
a Gino gli si piegarono le gambe dalla stanchezza.
Allora si fece scivolare giù il giovane
dalle spalle senza farlo cadere, e appena quello
si fu sistemato a sedere lui si buttò sulla
schiena e chiuse gli occhi sperando di svenire.
Per non sentire più la gola secca, il sudore
giù a rivoli dalla fronte, i vestiti appiccicati
addosso, il male intorno alla testa come un cerchio
di botte, il giovane che appena s'era fermato
aveva rinforzato i lamenti e pareva una vecchia
colla sciatica.
Poco
dopo sentì qualcosa di nuovo: uno schizzo
di rumore fra le piante che lui aveva riconosciuto
subito mentre il giovane ancora mugolava di avere
sete. Gino saltò via e si infiltrò
fra i cespugli belli grassi e fitti. Con l'odore
dell'acqua su dal naso fino in fondo al cervello.
Infatti dopo nemmeno venti metri trovò
un ruscello largo e trasparente che procedeva
tranquillo sui sassi. Gino ci si buttò
dentro tutto vestito, a faccia in giù e
batté i gomiti perché non era tanto
fondo.
Bevve
a garganella e c'ebbe un sollievo immediato su
da dentro il corpo a spandersi fin sulla pelle.
Una gioia e una goduria che solo dopo parecchie
sorsate si accorse di com'era fredda l'acqua,
che gli aveva ghiacciato tutti i denti e rattrappito
i muscoli. Eppure anche quel freddo era bello,
dopo tutto il caldo e tutta la sete patiti.
Ci
stette un pezzo, nel ruscello. Dopo aver bevuto
si mise a sguazzare come un'anatra e pensava che
non avrebbe mai finito perché era troppo
bello di farsi passare addosso quell'acqua fredda.
Invece smise dopo poco, interrotto da un rumore
forte vicino a lui. Qualcosa di pesante che sblosciava
sui sassi fra l'acqua. Il cavallo!
Quella
bestia infame se ne stava beata, a testa china,
a camminare in mezzo al ruscello cercando le acque
più buone da bere. Solo a pochi metri da
Gino si degnò di alzare lo sguardo e fissarlo.
Era stanco e sudato e continuò a bere tutto
il tempo. Mentre Gino si alzava, lo avvicinava,
lo prendeva per le briglie e gli tirava una pedata
nella pancia.
Quando
Gino sbucò da fra gli alberi gocciolante
da capo a piedi, tirandosi dietro un mansueto
castrone che strascicava gli zoccoli sull'erba,
il giovane cacciò un grido stupito: "No!!!
Il cavallo... l'hai trovato... t'è riuscito!"
E tramenava per alzarsi e congratularsi con Gino,
forse immaginandosi che avesse lottato nell'acqua
con l'animale fino a domarlo.
Gino
lo raggiunse e lo riprese sotto le braccia, sentendolo
molto più leggero di prima. Il giovane
gli spiegò come fare un sostegno con le
mani per poggiarci dentro un ginocchio e sollevarsi
fino alla sella. Poi, inforcato il cavallo, riprese
a lamentarsi e torcere la bocca dal dolore. C'aveva
un piede in una staffa e l'altro, quello ferito,
giù ciondoloni sulla pancia del cavallo.
Gino prese le briglie in una mano e si rimise
in cammino.
VIII.
Villa de' Cenci
I
boschi si aprirono dopo poco e fu una sciagura,
perché a camminare così sotto il
picchio del sole, fra le sterpaglie di mezza collina,
gli si scorticavano le caviglie e il cervello.
Gino
non capiva più nulla dalla stanchezza.
Il giovane s'era afflosciato sul collo del cavallo
e non s'era più mosso. Solo, ogni tanto,
alzava appena il capo e tirava in su il mento
per controllare la direzione.
"Manca
di molto?" Gino chiedeva ogni dieci minuti.
E fra i crini del cavallo il giovane gli rantolava
di no.
Il
sole era alto da un pezzo e loro si trascinavano
su un crinale brullo. Con sassi e serpi come unica
decorazione. E qualche ginestra a spandere odore
e giallo intorno. Alla loro destra, in fondo,
c'era un ruscello secco e al di là un'altra
collina come quella su cui camminavano. Niente
da star allegri.
Ma
quando proprio non ci sperava più, di arrivare
da qualche parte e gli pareva che se ne sarebbe
andato per sempre così, con le briglie
in mano e lo scalpiccio stanco del cavallo dietro,
ecco che invece gli si aprì davanti una
distesa di campi coltivati, gialli e verdi a scacchiera
e vigne a non finire, belle pettinate in qua e
in là. Coloniche sui poggi con accanto
i granai. Lontano, in mezzo a una salita di zolle
grasse, un aratro tirato da due buoi gialli. Le
schioccate della frusta e le bestemmie arrivavano,
col vento, fino a Gino. Dei puntini molto più
in su forse falciavano o raccoglievano qualcosa,
non si capiva.
In
mezzo alla tenuta c'era una bella strada sterrata,
bianca e liscia. Gino discese la collina, raggiunse
la strada e la imboccò, per il sollievo
dei piedi. Passò fra fruscii verdi, fra
spighe irsute e girasoli. Fra le vigne grappolose
ma ancora verdi. Vicino a una cascina, con un
bimbo piccino in ginocchioni sull'aia, una vecchia
all'arcolaio sotto la loggia, i cani che partirono
come fulimini da lontano per arrivare fin sotto
le zampe del cavallo a ringhiare e abbaiare.
Poi
la strada si lasciò indietro i campi e
si infilò fra due muretti di pietra grigia,
poco più alti della testa del cavallo.
Dietro quelli sbucavano i rami, in ordine, di
ciliegi, peschi, albicocchi e peri. Gino si rese
conto e si stupì di com'erano vaste quelle
proprietà e chissà di chi erano.
Poi gli faceva una certa impressione di ritrovarsi
di nuovo fra cose ordinate, costruite, maneggiate.
Tutto bello sistemato, che pareva qualcuno avesse
anche deciso il colore dell'erba, tanto era intonato
col resto.
Gino
ormai camminava come un fantoccio, coi piedi che
andavano da sé e la coscienza che era solo
un rigagnolino di sensazioni, sempre più
sottile. Si accorse appena della strada che biforcava,
col tabernacolo piantato a far la guardia all'incrocio
e, dentro, una madonnina di gesso col mantello
azzurro. La mano del giovane si alzò e
puntò col dito a sinistra. Gino prese da
quella parte, e la strada gli si lastricò
sotto le suole. Il cavallo dava dei colpi risonanti
ai propri passi stanchi.
La
strada proseguì fra i muri di pietra ma
adesso, ai lati, sbucavano i rami sottili degli
olivi, a ciuffi d'argento, per un tratto lungo
lungo, che sembrava senza fine. Ma che poi finì,
con un cancello di ferro alto e curvo in cima,
retto da due colonne. Su quella a destra c'era
una lastra di marmo corroso, verdognolo d'umido.
E appena leggibile "Villa de' Cenci".
Gino
spinse un'anta del cancello appena appena lo spazio
per passare, e si infilò dentro. La strada
ridivenne sterrata ma bianca come il borotalco
e ancora più liscia. Poi si mise a salire
fra siepine di bosso squadrate e infilò
sotto l'ombra di querce secolari. Proseguì
così, all'ombra e in salita, fino a trovare
uno spiazzo grande, aperto, tutto coperto di ghiaino
fine, con una fontana al centro dove un putto
si sputava l'acqua in testa.
E
una grande casa, dietro, con un portone alto al
centro, finestre enormi ai lati e balconcini di
pietra al primo piano. E Gente che accorreva gridando
"il signorino, il signorino è tornato!"
e che prese Gino per le ascelle un attimo prima
che lui cascasse in terra, svenuto.
Si
svegliò chissà dopo quanto, con
una cosa calda e buona che gli scivolava in gola.
Ancora a occhi chiusi, afferrò le mani
che tenevano la ciotola e si finì tutto
il brodo, sentendosi riavere.
Poi
aprì gli occhi e vide che l'avevano sistemato
su una seggiola, in mezzo a una cucina grande
come una piazza d'armi e che c'erano una donnona
rubizza e un ragazzetto della sua età che
lo guardavano.
"Va
meglio?"
Chiese
la donnona. Gino annuì e si accorse che
qualcuno lo stava tenendo, sulla seggiola, da
dietro. Un giardiniere vecchio e rinsecchito ma
con due mani forti come tenaglie. Si mise davanti
a Gino e gli tirò uno schiaffetto, "brutta
la fame, eh?" poi guardò la donnona
"vado a vedere se c'hanno bisogno, fuori..."
e uscì.
"Vuoi
bere?" e la donna già gli aveva riempito
un bicchiere di rosso e glielo porgeva. Gino ne
trangugiò mezzo e si sentì subito
più forte e più leggero. Gli dettero
anche due biscotti di Prato duri come il marmo
da inzuppare. Poi la donna uscì e rimase
solo il ragazzetto, che finalmente ebbe il coraggio
di andargli vicino. Era piccolo di statura e scuro
di carnato, secco forse anche più di Gino.
"Sei
te che hai trovato il signorino?"
Gino
annuì mentre rosicchiava un biscotto.
"Qui
eran tutti impazzati, stamani, quando non tornava...".
Gino
riuscì a buttar giù gli ultimi sorsi
di vino e gli porse il bicchiere vuoto. Il ragazzino
lo appoggiò su un tavolo e poi gli si rimise
davanti.
"Il
padrone è già stato anche in paese,
a vedere se lo trovava".
Il
ragazzino gli sgranava addosso gli occhi e tutto
il suo mondo piccolo di cortile.
"Questo
qui ne sa quanto un pollo, della vita." Pensò
Gino. E di nuovo, dopo tanti giorni, gli ritornò
quell'orgoglio di avere fatto e visto tante cose,
di già, che i ragazzi alla sua età
se le scordavano. Allora si dette un contegno
e si drizzò sulla sedia: "e il giovanotto,
come sta?"
Il
ragazzino si strinse nelle spalle. Ma proprio
in quel momento da sopra venne un urlo da far
tremare i muri. Gino e il ragazzino rimasero zitti
a guardarsi, contenti di non essere soli a sentire
quello strazio.
Poi
entrò in cucina la donnona e gli fece il
gesto che si fa alle galline, per levarsele di
torno, battendo le mani davanti al suo grembiule.
"Fuori,
fuori che qui c'ho da fare".
Gino
e il ragazzino uscirono. In una corte grande,
col pozzo e un fico accanto, e un orticello di
odori tutti in riga. Dal secondo piano, da dentro
una finestra spalancata, partì un altro
urlo ma più umano.
Gino
e il ragazzino restarono un po' a guardare la
finestra, dietro alla quale si agitava un trambusto
misterioso. Poi si misero a gironzolare, nel frastuono
delle cicale. Gino si mise a guardare in fondo
al pozzo e il ragazzetto lo imitò.
"Vuoi
bere?"
Il
ragazzino tirò su un secchio intero d'acqua
fredda e pulita. Gino bevve per mezz'ora. Poi
il secchio venne lasciato cadere con uno stonfo.
Cominciò una gara di sputi, a chi faceva
più onde. E i raschii in gola, i colpi
di lingua e le risate rimbombavano su e giù
fra le pietre e l'acqua.
Smisero
di colpo, quando sentirono uno scalpiccio vicino
a loro. Era il giardiniere che camminava curvo
tenendo in una mano uno stivale squarciato e nell'altra
un paio di grosse tronchesi. Dalla testa gli gocciolava
il sudore in faccia e sul collo.
I
ragazzi lo seguirono per la corte fino a un casottino
di legno, dove stavano appesi ai muri tutti i
suoi attrezzi. Il giardiniere appoggiò
lo stivale accanto alla porta e le tronchesi su
un panchetto. Poi si sedette su una branda, tirò
fuori di tasca un fazzolettone sudicio e si asciugò
la faccia.
"Maremma
maiala, che faticata!"
I
ragazzi guardarono lo stivale, sconcio e penoso
tutto sventrato a quel modo, e a tutti e due gli
venne un brivido.
"E
la gamba?"
Chiese
Gino, che il vino lo aveva fatto coraggioso.
Il
giardiniere guardò i ragazzi e guardò
lo stivale. Ridacchiò e disse "s'è
buttata ai maiali, non serviva più a nulla...".
A
Gino gli si strinsero le budella ma cercò
di controllarsi, anche perché non ci credeva
del tutto. Al ragazzino invece il naso gli diventò
tutto bianco e gli si stavano per piegare le gambe
dall'impressione.
"O
grullo... non ti sentir male anche te, eh! Via,
levatevi dai coglioni...".
Gino
prese il ragazzino per un braccio e lo trascinò
fuori.
"Ma
un n'è mica vero! Mica gliela possano tagliare
così...".
Ma
poi smise di parlarne perché al ragazzino
gli bastava l'idea per star male.
Invece
andarono davanti alla casa, perché c'era
un gran trambusto, da quella parte. Era arrivato
un cavallo grosso e bolso, tutto schiumante di
fatica, e ne era sceso un dottore ancora più
grosso e stanco.
"Fatemelo
bere parecchio, eh... che vengo da Badia".
Uno
stalliere si tirò dietro la bestia.
Una
governante uscì svelta di casa e andò
incontro al nuovo venuto, tutta trafelata.
"Oh,
signor dottore... che disgrazia! La signora non
si ripiglia, c'ha già avuto due sturbi...
il signorino c'ha la gamba tutta blu...".
"Ora
si vede...".
Il
dottore sparì dentro, e intanto si levava
il cappello e si asciugava il crapone pelato con
una mano, con l'altra trascinava un borsone nero
e minaccioso.
Da
dentro la casa vennero suoni grevi di saluto,
poi singhiozzi di donna e frasi rotte. Porte aperte
e chiuse, scalpiccii rapidi.
I
ragazzi stavano coi piedi sulla ghiaia e la testa
dentro l'ingresso. Sentirono due urli ben assestati,
secchi e vigorosi. Con due urletti flebili e isterici
a far da contrappunto. Poi ancora scalpiccii.
La governante corse giù dalle scale con
tonfi agitati e si precipitò dalla loro
parte. Nella sua faccia c'erano due occhi così
sgranati che loro non riuscirono a muoversi, nemmeno
quando videro che veniva proprio lì. Gli
si piantò di fronte, prese il ragazzino
per un braccio: "vai a chiamare il So' Luigi,
di corsa!" e subito si voltò per tornare
su.
Il
ragazzino guardò Gino, tutto contento di
avere anche lui una parte importante nella faccenda.
Poi se ne scappò via.
Avrà
contato fino a dieci, Gino, e li vide subito riapparire.
Con il So' Luigi che arrivava per primo, tutto
curvo dallo sforzo. Si arrampicò sulle
scale e di nuovo Gino contò fino a dieci,
che era di nuovo giù, di nuovo sparito.
E ne fece parecchie, di corse a quel modo, dentro
e fuori casa, portando legni e attrezzi con sé.
I
ragazzi dopo un po' si stancarono di stare lì,
seduti sul gradino, a guardare tutti quegli andi
e rivieni che non capivano. Il Sole si era abbassato
parecchio, e finalmente c'era una lieve brezzettina
che passava su tutte le cose. Allora decisero
di andare a fare un giro.
Il
ragazzino disse che si chiamava Italo e che era
il figliolo della cuoca, la donna che aveva dato
il brodo a Gino. La sua mamma era vedova e lui
era nato lì, a villa de' Cenci. Il suo
babbo era un contadino, uno che lavorava i poderi
giù a valle, e era morto proprio una settimana
prima che si sposassero. I padroni erano stati
buoni con lei, e l'avevano tenuta lì con
loro. Lui l'avevano dato a balia appena nato,
ma ora la Tina era morta anche lei e allora la
sua mamma l'aveva ripreso, da quasi un anno ormai.
E
mentre parlavano avevano fatto tutto il parco
di querce. Poi avevano attraversato dei prati
belli rasati e verdissimi, che il padrone era
stato in Inghilterra, da giovane, e ci teneva
ad avere l'erba come ce l'hanno gli inglesi. Che
era un peccato perché per annaffiare quei
prati si buttava via più acqua che tutti
i poderi messi insieme, diceva il So' Luigi. Lui
su quei prati ci passava quasi tutto il giorno,
perché il padrone non ci voleva vedere
erbacce, e nemmeno una margherita, sopra.
I
prati finivano con una lunghissima siepina di
bosso, bassa e squadrata perfetta, che anche lì
il So' Luigi doveva passarcene parecchio, di tempo.
I ragazzi la scavalcarono e furono in un prato
selvatico, pieno di gramigna e fiorellini di campo
viola e gialli. Da lì era tutto in discesa
ripida, per un quarto d'ora. E poi di nuovo il
piano, sempre selvatico.
Ci
camminarono una decina di minuti, fino a un boschetto
di canne. Gino si levò le scarpe, che ormai
erano tutte sbucciate ma almeno non voleva inzaccherarle.
Italo c'aveva già i piedi nudi e gli passò
davanti. Lì, fra le canne, si sprofondava
quasi fino al polpaccio nella mota e Gino si tirò
su i pantaloni, che ancora ci teneva anche se
erano tutti sporchi e sbrindellati.
"Sembri
una comare!" rise Italo e saltellò
via lasciandolo indietro. Gino lo raggiunse dopo
poco, e lo trovò accoccolato su uno spiazzetto
di terraferma, proprio accanto all'acqua limacciosa.
Lo stagno era piuttosto grande, bianco del riflesso
del cielo nel centro e marrone di fango sulle
rive. L'acqua trillava appena sotto il volo delle
libellule, o vibrava a grumi, qua e là,
per la schiusa delle zanzare. Ai loro piedi girovagavano
i girini. Nell'imbrunire si faceva sempre più
forte l'odore melmoso dell'acqua e il ronzare
degli insetti. Italo guardava l'acqua e si dondolava,
accoccolato sui polpacci.
"Io
ci vengo sempre qui... a te ti piace?"
"Sì,
è bello".
Si
alzarono le rondini, un po' alla volta, e cominciarono
a abbassarsi sempre più gridando il loro
grido di felicità lontana. Gino gli vedeva
la pancina bianca e a qualcuna riusciva persino
a vedergli l'insetto in bocca.
"È
tardi, bisogna tornare", disse Italo.
E
rifecero indietro le canne, poi il campo fiorito.
Si fermarono a guardare il sole, che sembrava
si fosse posato sulla cima di un faggio. E gli
venne da trattenere il respiro, perché
davvero sembrava c'avesse il nido lì, e
non volesse più muoversi. Poi però
si mosse, e proseguì a calare, rapido.
Sparendo in una sbiascicata di vapore biancastro
che non si poteva chiamare cielo e nemmeno era
una nube. I grilli presero il sopravvento sulle
cicale, l'odore di umido coprì ogni cosa
e dalla terra salì l'esalazione di tutto
il calore inspirato nel giorno. Il sole morì
in modo inglorioso, senza tracce. La luce diminuì,
sempre più grigina e spenta. Sul prato
all'inglese già s'era formata una condensa
e tutte le cose erano di nuovo calde stanche e
appiccicose.
Sotto
le querce era già buio e Italo allungò
il passo. Più s'avvicinavano alla villa
e più lui correva e si agitava. Gino si
ricordò d'un tratto le sue corse per rincasare.
L'occhio sempre fisso al sole, alle finestre accese
o spente, al cancellino di casa, che il babbo
era l'unico a chiuderlo, quando rincasava. Gli
sembrò strano e lontano, aver vissuto così.
Sospirò di sollievo e trotterellò
dietro a Italo.
La
villa era illuminata come per una festa, al piano
di sopra, ma per il resto si capiva ch'era proprio
il contrario di una festa. Non c'erano voci né
suoni e anche se ormai era l'ora di desinare non
c'era rumore di piatti.
Appena
entrato in casa a Italo gli schizzò il
capo in avanti, che la manona grossa di sua mamma
gli aveva tirato uno scappellotto.
"Va'
a prendere delle fascine, spicciati!"
Italo
schizzò fuori, sulla corte, col capo ancora
piegato dalla botta. Gino si sedette su uno sgabello
ritorto, nell'angolo più buio e nascosto
della cucina.
Luigi,
la governante e un giovane in divisa da autista
erano intorno al tavolo e sbocconcellavano pane,
aspettando la minestra che ancora bolliva nel
paiolo, sul camino. La cuoca ci rimestava dentro
con gran fatica e spreco di sudore. C'aveva la
camicia di garza leggera attaccata alle cicce
grasse e ogni tanto si passava l'avambraccio sulla
fronte.
Mentre
girava e rigirava il romaiolo, Gino la guardò
bene, per la prima volta. All'inizio non l'aveva
notato ma ora, a guardar meglio, vide che sopra
le poppone tonde partiva un collo liscio liscio
e che il viso era pieno, giovane e bello.
Italo
tornò carico di fasci sulle braccia e li
mise a disposizione della mamma.
"No
qui, al forno!"
Gino
filò via e si sentì il tramestio
delle fascine sulla pietra.
"Il
signorino c'ha voglia di pan fresco."
Spiegò
la cuoca agli altri. Per questo ora gli toccava
accendere il forno, che era quasi notte.
Intanto
la minestra era pronta, scodellata e veniva mangiata
a gran cucchiaiate. La cuoca si era seduta su
un panchetto vicino al forno, che era subito fuori
della porta, e si sventolava col grembiule, a
gambe larghe.
Aveva
le braccia tonde e dure, che si scuotevano senza
sballonzolare. E una pelle bianca che sapeva di
fresco e pulito, a vederla. Solo la faccia era
rossa, per lo sforzo di portarsi in giro il peso
e di rimestare nei paioli. Italo gli si era accoccolato
accanto, e dondolava sui polpacci.
Quando
tutti ebbero finito di mangiare, il pane era pronto.
La governante lo mise in un fazzoletto di cotone
ricamato, lo poggiò su un vassoietto di
ceramica e lo portò via.
L'uomo
in divisa uscì sul davanti, il so' Luigi
sul dietro.
La
cuoca mise in tavola la minestra avanzata, col
pane scuro a galleggiare dentro. Poi ne servì
tre scodelle e a Gino gli batté il cuore
dalla gioia. Si misero a tavola e mangiarono in
silenzio, col rumore dei grilli fuori che era
l'unico rumore e l'odore della notte che era così
forte da arrivare fino a lì dentro.
Poi
fu l'ora di dormire. La cuoca guardò Gino,
lo squadrò da capo a piedi e disse a Italo
di portarlo alle scuderie. Italo era stanco, mezzo
addormentato. Si trascinò davanti a Gino,
al buio, passando il pozzo, l'orto, la baracca
del so' Luigi, il pollaio. Attraversarono uno
spiazzo sterrato e arrivarono alla fila lunga
e bassa di porticine dei cavalli. Passarono anche
quella e giunsero a un piccolo fienile, dove Italo
indicò la paglia e sbadigliò.
Gino
ci si buttò sopra e dormì subito,
nemmeno sentì Italo che se ne andava.
(II
- continua)
|