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 Il giardino/ 2
  di Giorgio Messori
Fotografia di Pino De Silva

        XII.

        In Solaris, di Tarkovskij, un mare intelligente riesce a esplorare il cervello degli uomini da cui estrae delle isole della memoria che poi riprendono vita. Così il protagonista può riamare la moglie morta, ma poi non sa più se la donna che ama è un ricordo, o se ama invece il ricordo che è diventato vivo, presente. Come se un ricordo potesse diventare donna, una donna del tutto simile alla moglie ma che è già un'altra cosa. Ciò che permane è la stessa intensità, un'intensità possibile solo perché l'altra, nel fondo della coscienza, si sa che non c'è più.
        Forse la memoria funziona proprio così. Se rievoco A. e le sue visite a Zurigo, N. e gli interminabili pomeriggi passati con lei, o quando con M. ci hanno cacciato da una chiesa di Bologna perché ci abbracciavamo e baciavamo come se lì non ci fosse niente e nessuno, se rivedo questi momenti non è detto che ritrovi anche le persone. Rivedo dei ricordi, ricordi che però adesso non potrei più condividere con chi c'era, con chi era con me.
        Solo coi morti le rievocazioni diventano plausibili, vere e condivise. Perché i morti non possono accontentarsi di una sigla o di un momento buttato lì. E poi i morti hanno sempre un nome, perché se sparisse anche il nome sarebbe un'altra ingiustizia. Già la morte cancella troppe cose, perciò che almeno si conservi il nome, e che i nomi possano risuonare incorruttibili, nella loro interezza.


        Sono quasi vent'anni che è morta Elena. Eppure è stata lei l'unica che mi è venuta a visitare, in sogno, appena dopo che io e Ljuda abbiamo cominciato a vivere assieme. Solo lei, forse, poteva essere gelosa. Ma di una gelosia non possessiva, solo per dirmi di non dimenticarla. E io non la dimenticherò.
        Nel sogno mi aveva avvertito con una telefonata dicendo che voleva vedermi. Allora sono andato a trovarla e lei non era più come la ricordavo, perché nel frattempo era naturalmente invecchiata e aveva gli anni che dovrebbe avere, e che non ha mai avuto. I capelli erano molto più lunghi, grigi, e anche l'incarnato era grigio, come di chi è stato costretto da tempo a non vedere più il sole. Però gli occhi erano gli stessi, se no non l'avrei neppure riconosciuta.
        Elena mi ha spiegato che in tutti questi anni lei non era morta. D'accordo coi genitori avevano organizzato allora, quasi vent'anni fa, il suo funerale. Un funerale che ricordavo ancora benissimo, perché ricordavo ancora tutta la mia disperazione. E quest'imbroglio del finto funerale era stata un'idea loro, dei genitori, che avevano escogitato questo trucco per nasconderla a tutti. Solo per la vergogna avevano simulato la sua morte, perché per dei genitori è meglio una figlia morta che non una figlia che ha improvvisamente perduto la testa, la ragione. Era un modo per proteggerla, e lasciare a chi l'aveva conosciuta il ricordo di com'era e allontanarla dalla curiosità morbosa degli amici, dei parenti.
        Così in tutti questi anni Elena era stata internata, segregata chissà dove. Forse proprio a casa dei suoi, che però si erano trasferiti da un'altra parte, probabilmente in un'altra città e certo in un altro quartiere, perché ora abitavano in una casa del centro storico, non più nella villetta di periferia che conoscevo anch'io. Adesso stavano in un vecchio appartamento, con delle tende pesanti alle finestre.
        Al colloquio era presente anche il padre, che però è rimasto tutto il tempo distante, in penombra, come un secondino che si metta a sorvegliare il colloquio di un carcerato. Ma la cosa strana era che sentivo che il padre non era lì solo per fare la guardia, perché fra di loro, fra Elena e suo padre, era palpabile un'intesa molto forte, una complicità che mi metteva in imbarazzo e mi faceva sentire un intruso. Nell'atmosfera della casa c'era tutta la loro vita di quegli anni, la loro vita nell'ombra, di cui ora Elena voleva mettermi al corrente senza però rivelarmi nulla.
        Elena comunque aveva deciso di cercarmi perché nel frattempo era guarita e attraverso di me voleva riprendere contatto con la vita. Io ero stato scelto per introdurla a ciò che lei riusciva appena a immaginare, al mondo che stava oltre i tendaggi che coprivano le finestre. E lei adesso voleva rivedere quel mondo, la vita che era continuata anche senza di lei. Io ero il suo ponte con la vita, ma assolutamente non dovevo rivelare a nessuno il segreto della sua finta morte, che cioè in tutti questi anni lei aveva continuato a vivere.
        Perlomeno non dovevo rivelarlo subito, almeno non prima che lei fosse pronta a uscire. Perché ho anche avuto la sensazione che in quella casa lei ci fosse appena arrivata, che quella fosse appunto la casa della guarigione, di una convalescenza che doveva essere il primo passo di un ritorno. L'ho pensato perché la casa dava l'impressione d'essere stata a lungo disabitata e ancora nessuno aveva pensato ad arieggiarla, a portarci dentro qualche mobile in più. Ricordo solo una poltrona, dov'era seduta lei, e poi qualche sedia, la credenza a cui era appoggiato suo padre.
        Comunque ero io che dovevo prepararla, passo dopo passo, a riprendere contatto col mondo. Quello doveva essere solo il nostro primo incontro, perché lei mi ha chiesto subito di essere molto disponibile, disposto a incontrarla ogni qualvolta ne avesse bisogno. E me lo ha chiesto senza supplicarmi, col tono pacato e distratto di chi si è appena svegliato.
        Io non sono riuscito a dirle niente di me, non ho potuto dire a Elena che ora la mia vita era legata a un'altra persona. E naturalmente quel compito, quella responsabilità che mi veniva affidata, doveva per forza gravare sulla mia vita con Ljuda. Sarebbe stato un segreto troppo difficile da nascondere, peggio che un'amante segreta. Perché era un segreto molto più profondo, più intimo.
        D'altra parte non mi sentivo neanche di tradire Elena, l'affetto che ancora sentivo per lei. Perciò non avrei potuto raccontare a Ljuda di quell'incontro, sarebbe stato un modo di tradire Elena, la fiducia che lei aveva avuto in me. E naturalmente avrei tradito anche me stesso, la mia stessa vita, perché l'amore non ha mai proprietà transitive, perciò si può amare una persona e poi un'altra e poi un'altra ancora. Ma non è mai come cambiare un treno, o un autobus.
        Così di tutta questa vicenda ho deciso di parlarne a un amico, un vecchio amico che è arrivato nel sogno e che fra l'altro conosceva Elena e sapeva dell'affetto che avevo avuto per lei. Più che violare un segreto era un modo per chiedere un consiglio, un aiuto per uscire dall'impasse in cui mi sentivo imbrigliato.
        L'amico naturalmente mi è stato prezioso, come è sempre preziosa l'amicizia. Mi ha semplicemente spiegato che quello che io credevo di amare in Elena era ciò che avevo amato di lei, e neanch'io ero più lo stesso a cui Elena credeva di rivolgersi. Ciò che rimane del passato non corrisponde più alla realtà, solo ai nostri sogni o ai ricordi che crediamo di ricordare. Io non ero più io e lei non era più lei, e non era neppure detto che ciò che io credevo di ricordare di lei fosse mai esistito, fosse mai stato reale. Meglio credere a ciò che avevo, all'amore che avevo nel presente. Quella era l'unica realtà. Se si trattava di scegliere non dovevo avere dubbi. Anzi, mi ha persino avvertito di stare attento che quel turbamento non potesse rompere la serenità che cercavo.
        Sul momento il ragionamento mi ha convinto perché c'era indubbiamente molto buon senso, le parole giuste che uno si potrebbe aspettare da un amico. Perché era vero che Elena non era più la stessa, anche perché i morti quando vengono a trovarci sono dispettosi e ci fanno sempre vedere una faccia che non avevano. Ma è strano perché poi pure quella faccia possiamo amarla, perlomeno sentire che anche quello è un aspetto della persona che amavamo, e che non possiamo cessare di amare quella persona solo perché ci mostra il suo volto più nascosto.
        Ad ogni modo, dopo qualche giorno, ho deciso di raccontare il sogno a Ljuda. Gliel'ho detto dopo che avevamo appunto visto assieme Solaris. Ho avuto il coraggio di confessarle il sogno perché Ljuda mi aveva subito detto che quel film somigliava a un sonno triste. Proprio così: non una storia angosciante, tormentosa, ma una storia coi colori smorti che possono avere i sonni più tristi, quando facciamo quei sogni da cui ci risvegliamo credendoli ancora veri, tanto somigliano alla vita.
        Ed era vero che anche il mio non era stato proprio un incubo, perché durante il sogno non ho mai avuto paura. C'era solo un disagio, anche palpabile, per una penombra che m'invischiava e da cui mi sentivo attratto. Ne ero attratto perché nel sogno c'era naturalmente anche tutta la dolcezza che sentivo nel rivedere una persona che ormai da anni non vedevo più.
        Insomma Ljuda mi aveva aiutato a capire, con semplicità, che nella felicità ci può stare anche la tristezza, e che una felicità che non può contenere la tristezza non sarebbe neppure felice. Sarebbe solo una cosa falsa, come l'amore che si vede per televisione.


        Ovviamente ci sono anche ricordi più diretti, non mediati dalle ombre dei sogni. Per esempio l'unica volta che sono stato a casa di Elena, nella casa dei suoi, quella volta che i genitori non c'erano ed era un pomeriggio d'autunno e abbiamo ascoltato tante volte una canzone di Guccini che in quel momento ci diceva tante cose. Parlava dei mesi, del tempo che passa, e quella cantilena del tempo che passa portava un'atmosfera che addolciva i ricordi, anche quelli che si preferirebbe non ricordare.
        Allora lei mi aveva raccontato di quando era bambina, e il padre che anche di domenica le spalancava le finestre per svegliarla, perché credeva fosse giusto educare i figli alla vita di caserma, la vita che per lui era quella più vera, più giusta.
        Me lo ricordo ancora suo padre, al funerale della figlia, impettito in un dolore che aveva la rigidità della morte. Ma mi ricordo solo la postura, non saprei dire che espressione aveva o se non si fosse invece rifugiato in quella inespressività che m'immagino, per nascondere il dolore. Perciò posso dire di non conoscerlo, a parte quel gesto di spalancare le finestre anche la domenica, anche d'inverno, per far saltare Elena giù dal letto. E poi quando la sorvegliava in disparte, in quel sogno di Elena ch'era tornata a trovarmi.


        XIII.

        Chissà se l'ossessione dei padri, dal maestro di scuola in poi, mi ha portato naturalmente a fare un mestiere che fino adesso ho invece considerato casuale. Perché bene o male sono quasi vent'anni che insegno senza però mai sentirmi in quel mestiere. L'ho sempre pensata una scorciatoia per guadagnarmi da vivere. Ma quando le scorciatoie si allungano troppo diventano strade, e questa strada è già un bel po' che l'ho imboccata.
        L'inizio è stato l'anno dell'appartamentino di Cristoph, a Zurigo, quando ho incominciato con l'insegnare italiano ai figli degli emigrati. La scuola era in un paesino dell'hinterland, a neanche mezz'ora di treno da Oerlikon, una stazione vicino a casa.
        Lavoravo solo al pomeriggio. Dopo le lezioni regolari i figli degli italiani si fermavano ancora un paio d'ore per imparare una lingua che spesso non conoscevano. A casa c'era il dialetto e fra di loro soprattutto lo svizzero tedesco, solo qualche parolaccia in italiano per non farsi capire dagli altri. E non è che d'italiano ne volessero sapere di più. Quasi tutti erano nati lì ed erano infastiditi dalla nostalgia dei genitori per l'Italia, una nostalgia che non li faceva sentire mai sicuri del posto dove stavano. Loro si sentivano svizzeri, degli svizzeri con persino qualcosa in più che era un temperamento più focoso, meno spento.
        Infatti coi più grandi non riuscivo neppure a fare l'appello, e anche per gli altri ritrovarsi fra italiani voleva dire soprattutto far casino e divertirsi. Anche perché c'ero solo io, i loro insegnanti svizzeri coi voti sui registri se n'erano già andati. Allora finalmente si sfogavano.
        Il problema era che qualcuno c'era, il custode della scuola, un bidello zoppo che spesso entrava nell'aula gridando che gli italiani sono tutti dei maiali. Perché quando i miei studenti uscivano andavano a fumare e buttavano cicche e cartacce nei corridoi. Io naturalmente rispondevo al bidello che non potevo essere fuori e dentro l'aula contemporaneamente, che non potevo controllarli dappertutto. Però lui troncava subito il discorso dicendo che non mi credeva perché gli italiani sono tutti mafiosi.
        Così quando venivo via da quella scuola, una bella scuola piena di vetrate, ai margini del bosco, uscivo dalle urla e gli spintoni degli studenti, dalle ingiurie del bidello razzista e finalmente ritornavo in Svizzera, la Svizzera ideale delle chiesette e i campanili. Allora rallentavo il passo per godermi quel silenzio, per guardare quel nitore con gli occhi di un convalescente. E il venerdì sera andavo sempre a cena in uno dei migliori ristoranti della città, per festeggiare d'aver scampato un'altra settimana.
        Insomma la mia strada è cominciata lì. In un paesino che si chiama Wetzikon, cantone di Zurigo.


        È strano però che coi più grandi, quelli che mi davan più da fare, alla fine dell'anno sono andato a cena volentieri assieme a loro. Ma a tavola era già un'altra cosa. Potevamo fumare in pace senza che nessun bidello si mettesse a urlare, e anche loro erano molto più rilassati nel raccontarmi i loro sogni di aprire un negozio da parrucchiera, un'officina da meccanico. Discorsi che mi facevano star bene perché gli studenti preferivo immaginarmeli fuori, in futuri incontri casuali alla cassa di un supermercato o a gestire una loro bottega, a guidare un carro attrezzi. Volevo vederli già adulti, finalmente liberati dalle sofferenze della scuola.
        Certo che se ripenso agli inizi, ai tormenti patiti nell'aula di Wetzikon, allora adesso sono in paradiso. Perché qui invece gli studenti hanno un pudore che m'incanta e non è mai facile sapere quello che vogliono, quello che pensano. Anche i desideri più accesi si nascondono nella luce di uno sguardo.
        In un certo senso ho un problema opposto rispetto a Wetzikon. Adesso devo interpretare un silenzio, prima volevo fuggire dal chiasso per rifugiarmi in un ipotetico futuro o nella mia Svizzera ideale. In comune potrebbe esserci una diversa oscillazione del vuoto, e che fuori dal lavoro c'è comunque una compensazione. Qui per strada incontro un disordine che non riesce a prendere mai forma e tutto potrebbe sempre sgretolarsi da un momento all'altro. Dall'altra parte invece i boschi e le chiesette, la quieta castità del lago.
        E se poi questo mio mestiere è nato davvero dall'ossessione dei padri, allora sono capitato proprio nel paese dei senza padri. Non solo Ljuda con suo padre che non si è fatto più sentire da anni. Ma anche Vicka e la sua bambina avuta da un serbo che non si sa più dov'è, Saida e il padre perduto da tempo in America.
        Di recente anche Elena, la studentessa coreana, ha avuto una bambina da un italiano conosciuto l'estate scorsa a Perugia, e da quando ha partorito lui fa cadere la linea ogni volta che lei cerca di telefonargli. Basta che senta la sua voce che subito comincia a gridare pronto pronto, e poi riattacca.
        Già, Elena. Niente a che vedere con quella dei sogni, con l'Elena della mia vita. Mentalità e temperamenti quasi opposti. Solo una coincidenza che dopo aver ricordato quel sogno, l'Elena coreana mi abbia cercato per correggerle una lettera che voleva indirizzare all'ambasciata perché l'aiutassero a cercare il padre della figlia.
        Nella lettera raccontava tutta la sua storia, che con lui si erano conosciuti quasi subito, appena arrivata a Perugia che s'era fermata a chiedere informazioni a un passante. Probabile avesse un'aria smarrita, e lui si era subito offerto di proteggerla. E già nel giro di pochi giorni aveva composto persino delle poesie per lei, perché faceva il direttore di un'azienda ma l'amore richiama sempre la poesia. E poi messaggi sul telefonino, promesse di amore eterno.
        Quando poi lei ha scoperto di essere rimasta incinta, che era ancora in Italia, lui l'ha pregata di tornare al suo paese perché era giusto informarne i genitori. L'avrebbe raggiunta il più presto possibile. S'era anche informato quanto potesse costare un appartamento da queste parti, perché era impensabile che Elena rimanesse nella sua stanzetta da studentessa fuori sede.
        Naturalmente non è mai arrivato. E da quando lei ha partorito si è negato pure al telefono. Perciò adesso Elena ha pensato di darsi da fare, vorrebbe scovarlo per garantire un futuro alla bambina.


        XIV.

        Da qualche giorno abbiamo una gattina, Stjesha. L'abbiamo presa perché c'erano sempre dei topi che scorrazzavano per la casa. A dir la verità Stjesha è ancora troppo piccola per cacciarli, ma evidentemente è bastato il suo odore a spaventarli perché adesso i topi non si vedono più.
        Per la prima volta ho un animale domestico, se si eccettua il cane di quand'ero molto piccolo e che abbiamo dovuto dar via quando ci siamo trasferiti in città. Poi più niente. Pur amando la vita sedentaria ho sempre pensato che un animale fosse un impegno troppo gravoso, e io volevo sentirmi libero. Mi spaventava anche solo l'idea di quella piccola paternità a cui ti obbligano cani e gatti. E se era così per le bestie figuriamoci i figli.
        Ricorderò sempre quella settimana che F. temeva di essere rimasta incinta. Di notte non riuscivo a chiudere occhio e vedevo lei che dormiva, pacifica, con la sua faccia da bambina. E mi chiedevo come potesse essere così serena. Forse incoscienza, pensavo, e allora voleva dire che mi sarei messo in casa due bambini, lei appena un po' più grande di quello che sarebbe arrivato. E dire che non ero neppure sicuro di amarla, di amare F., anche perché lei era tanto più giovane di me e mi piaceva soprattutto guardarla, ero curioso dei suoi gesti, delle sue espressioni. In fondo non avevo mai sentito un vero legame, speravo che magari venisse col tempo. Però intanto quella situazione precipitava tutto, e io la vivevo come una punizione al mio orgoglio di avere scelto una ragazza così giovane e incosciente.
        Fra l'altro era impossibile che lei potesse abortire. Impensabile da una ragazza che si faceva il segno della croce prima di ogni pasto, che era una cosa che mi piaceva pure perché era un gesto antico, e lei non era bigotta. Ma di certo non avrebbe mai abortito, né certamente io l'avrei mai cacciata via. Non l'avrei fatto soprattutto perché era giusto espiare una colpa e non infliggere un dolore a chi non lo meritava. Insomma erano più o meno di questo tenore i miei ragionamenti da insonne.
        Poi l'allarme è stato scongiurato, solo un ritardo nel ciclo. Però lei chiaramente aveva visto i nuvoloni che mi erano passati per la testa, in quella settimana d'insonnia. E allora è stato inevitabile che nel giro di pochi mesi sia finito tutto.


        Intendiamoci, non è che odi i bambini. Ho una decina di nipoti con cui mi è sempre piaciuto giocare e scherzare, che anzi erano la mia salvezza nelle grandi riunioni di famiglia. Perché mi piaceva recitare la parte dello zio un po' strano e matto, anche un po' scemo. Ma mi bastava quell'ideale infantile di famiglia, tipo quella di Paperino.
        E adesso c'è Stjesha. E' una gattina bianca, con qualche macchia nera, ed è ancora così piccola che scivola sempre e va a sbattere dappertutto come nei cartoni animati. Se la vedo che gioca con Ljuda, sul divano, le chiamo per scherzo "le mie bambine". E devo anche ammettere che da quando c'è lei, da quando c'è Stjesha, questa casa così grande è meno vuota, è un po' più casa.


        Strano avere una casa, "la casa", in un posto che si sa di dovere prima o poi lasciare. Perché questo è il mio destino, sarebbe assurdo credere di piantar radici in questa terra. Anche perché il lavoro che faccio ha una scadenza, e forse neanch'io vorrei restare qui per sempre.
        In questo senso, allora, se adesso dovessi scegliermi la guida di un eroe preferirei senz'altro Enea che non Ulisse. Enea, l'esule che fonda città per poi andarsene. Poi ci sarà tempo per la mia odissea, quando fra un paio d'anni dovrei tornare in Europa, e poi in Italia.
        Ho sempre considerato Enea il vero eroe della nostalgia, molto di più che non Ulisse e il suo ostinato struggimento per la casa. Perché la nostalgia è un sentimento irrimediabile, non prevede un ritorno, non c'è alcun ritorno. E questo fra l'altro mi sembra il destino di tanti, per alcuni una direzione precisa della vita come, in modo esemplare, il vecchio greco-armeno da cui abbiamo preso la casa e che probabilmente vivrà quel che gli resta nel nord della Russia, in riva al Baltico. Perché questo è il destino di quasi tutti gli esuli, i pionieri, gli emigranti. Non solo quelli che hanno fatto l'America, anche quelli più dimenticati come i partigiani greci che hanno ancora qui il loro teatrino col ritratto di Marx e il busto di Lenin e l'insegna fuori con sopra il Partenone. Oppure i genitori dei miei studenti di Wetzikon, con dei figli ormai svizzeri che sentivano solo l'oppressione della nostalgia dei padri.
        Per questo mi chiedo come mai, nel linguaggio corrente, sia entrata la parola odissea e non eneide, che potrebbe descrivere meglio la storia di tanti. Non credo sia solo un problema fonetico. Più probabile sia la difficoltà d'accettare la nostalgia come sentimento irrimediabile. Molto meglio prevedere o anche solo desiderare un ritorno. Perché vagare senza mai figurarsi di tornare è troppo assurdo, insensato, inaccettabile. Troppo terribile la nostalgia di Enea per un posto che non c'è nemmeno più, a cui certamente non si potrà mai più far ritorno.


        Tornando definitivamente dalla Svizzera mi sono preso un appartamento, e ne ho scelto uno a un piano molto alto con una vista su una parte della città praticamente sconosciuta. Rispondeva a esigenze che allora consideravo primarie: tanta luce, con tante finestre esposte a est; l'anonimato del grande condominio; rendere il più possibile irriconoscibile la città in cui ero cresciuto. Anche se ero tornato volevo sentirmi ancora in viaggio, o forse da nessuna parte. Così per un bel po' non uscivo quasi mai da quel quartiere così poco famigliare. In centro ci andavo solo se era indispensabile.
        Se infatti penso alla città in cui dovrei tornare ne ritrovo almeno due. Non perché sia una metropoli, ma perché la città dell'infanzia e dell'adolescenza è sempre più sfuggente, rarefatta, e se percorro quelle stesse strade mi sembra di camminare in una miniatura. Perché trovarsi nei luoghi dei ricordi è spesso ridicolo. I ricordi hanno un'ampiezza che non può essere costretta dai muri delle case. A quei ricordi sono in effetti molto più vicino adesso, in questa città che giro da sonnambulo.
        L'altra città, quella della vita adulta nel quartiere anonimo, dove sono adesso non riesco a trovarla. Ancora troppo fresche le abitudini. Altri gli alberi del viale, l'ascensore, i marciapiedi, la pizzeria sotto casa. E sarebbe dunque quella la mia Itaca? Un posto che avevo scelto per non sentirmi da nessuna parte?


        Una cosa è certa. Se non sapessi di dover lasciare questa bella casa mi sentirei quasi in prigione. Anche se naturalmente m'immagino già di tornarci. Ma chissà quando, e chissà se poi capiterà davvero. Ed è in questo desiderio, alimentato dall'incertezza, che sta l'intima felicità del mio trovarmi qui, adesso.
        Nella vita c'è sempre stato qualcosa che mi spingeva a partire, qualcos'altro a restare. Perciò dopo un po' viaggiare non bastava più, e un vero viaggio doveva somigliare a un esilio. Così adesso ho trovato l'equilibrio di queste spinte opposte. Nel senso che non ho mai fatto vita più casalinga di adesso, e questa è senz'altro la casa più casa che abbia mai avuto. Anche perché non ho mai convissuto così a lungo con una donna, non ho mai avuto un giardino, un animale domestico, un portone da chiudere la sera per tenere fuori il mondo di fuori. Allo stesso tempo non mi sono mai trovato così lontano da "casa", ed è anche questa lontananza che mi fa credere che questa sia davvero "la casa", quella che ho cercato tanto a lungo.


Fotografia di Pino De Silva

        XV.

        Prima di arrivare a Zurigo ero stato un paio di mesi a Basilea, per fare dei corsi ad adulti che volevano prendere la licenza media. Questi adulti erano emigrati tutti da un paesino sulle pendici dell'Etna, e la sera andavo a fare lezione nel loro ritrovo dove avevano ricostituito, in piccolo, un ambiente che gli ricordasse il posto che avevano lasciato. Naturalmente c'erano le cartoline del paese, il mare di Sicilia, una carta dell'Italia appesa alla parete, mensole con sopra le bottiglie di vermut e di marsala, mazzi di carte, la radio per ascoltare le partite la domenica.
        È strano perché ho ancora davanti agli occhi quel piccolo ritrovo, un appartamentino di due stanze nella zona fiera, mentre ho scordato del tutto l'appartamento dove abitavo io. Se tornassi a Basilea saprei ritrovare il circolo dei siciliani, sempre che ci sia ancora, ma non saprei neppure che direzione prendere per tornare alla casa dove stavo. Dovrebbe essere in una periferia anonima e ordinata, coi praticelli e i giochi per bambini. Un posto come tanti, come ce ne sono migliaia in ogni città della Svizzera o dell'Europa più ricca.
        Se invece andavo dai siciliani entravo in una vera avventura. Allora fra l'altro leggevo molta fantascienza, e lì finalmente si rendeva visibile, reale, quella teoria dei mondi paralleli che mi era sembrata solo un'allucinazione ben riuscita. Perché quando varcavo la soglia del circolo siciliano, o meglio del paesino sulle pendici dell'Etna, allora entravo in una zona dove il mondo che rimaneva fuori diventava subito lontanissimo, molto distante nel tempo e nello spazio, in quanto non c'era niente che potesse ricordare il quartiere che avevo appena attraversato per andare lì dentro, con tutte le luci e i padiglioni avveniristici della Fiera di Basilea. Insomma cadevo in un buco spazio-temporale, perché non era solo la distanza dello spazio, la differenza fra un paesino della Sicilia e una moderna città svizzera, ma anche quella del tempo perché entravo in un'Italia che probabilmente non c'era già più, l'Italia che era stata lasciata da quegli emigranti quando erano partiti. E tutto là dentro odorava di quella nostalgia pietrificata, fossilizzata nei gesti e negli oggetti, nei tavoli e persino nelle sedie su cui ci sedevamo.
        Loro, i compaesani a cui facevo il corso, spesso dicevano che quando tornavano a casa non riconoscevano quasi più il paese che avevano lasciato, e poi si erano già abituati da anni alle comodità svizzere tipo i supermercati, le autostrade, gli ospedali. Uno ch'era andato in pensione al suo paese, nella casa che s'era tirato su coi suoi risparmi, era poi tornato indietro perché non accettava di sentirsi uno straniero a casa sua, e almeno a Basilea aveva gli amici del circolo, i nipotini d'accompagnare al parco. Così quel circolo era diventato per molti il paese in cui stare, un paese che ormai non c'era più da nessun altra parte.
        D'altronde anche nella mia città, adesso, la domenica ai giardini pubblici si ritrovano le donne russe e ucraine che sono arrivate per badare ai vecchi. Si mettono i vestiti belli e poi passeggiano o chiacchierano sedute sulle panchine. A passar di lì, la domenica, si attraversa un angolo di Russia perché il russo è l'unica lingua che si sente. E allora chissà come anche gli alberi, il parco giochi dove andavo da bambino, prendono subito altri colori e sembra che persino le forme siano cambiate. O perlomeno una luce che prima non c'era. Perché anche i sassi lo sanno che un paesaggio è fatto pure dalle voci, dai gesti e gli sguardi della gente.


        La noia. L'amica e la nemica. Non sopporto più tutti gli impegni che mi cascano addosso quando sono in Italia, e tutti gli amici e i parenti da incontrare. E spesso vacillo anche nel vuoto della mia vita di qua, nella mia vita da pensionato di lusso, che anche se esco è come prendere aria su una panchina perché la vita è uno spettacolo a cui non posso mai a partecipare fino in fondo, e non sempre riesco a godermi l'estraneità. Allora la noia, il tempo morto che può essere fecondo oppure soltanto morto, solo un'ansia, un'attesa. Attesa di niente, in fondo. Solo che passi.
        A volte può bastare un attimo, un secondo, che questo gironzolare a vuoto mi fa sentire libero come mai mi ero sentito. Perché la noia può essere anche molto eccitante, un'avventura dove tutto è possibile.
        Sarà per questo, allora, che il silenzio di qui mi ricorda l'infanzia, la prima adolescenza, i pomeriggi nella stanzetta a fare i compiti e quei fantasmi che non riuscivo mai ad afferrare, ma ne avvertivo la presenza. In quell'età della mia vita neanche lo spazio esisteva, non era una dimensione della realtà. La cosa più vera era il raccoglimento, uno stringersi assurdo dentro di sé.
        Forse dello spazio me ne sono accorto solo quando ho fatto la raccolta delle figurine del Risorgimento, con quelle scene di campi di battaglia dove s'indovinavano ancora dei soldati fin dove si distingueva una macchiolina di colore. Prospettive a perdita d'occhio, a volo d'uccello. Ma solo se rimanevano in piccolo, in qualcosa che riuscivo a tenere in mano.


        Che anche il mondo potesse somigliare a quelle figurine l'ho imparato da Luigi. Luigi andava in giro a fotografare il mondo come se fosse un album da sfogliare. E così è riuscito a farmi capire, meglio di tutti, che dal mondo è anche stupido difendersi. Tanto non siamo che passanti, siamo stranieri anche alla strada che percorriamo ogni giorno. E questo gioco di appropriazione, di sentire che qualcosa è nostro, è sempre qualcosa di momentaneo, una dolce illusione. L'importante è capire che questo gioco, questa illusione si può ripetere all'infinito e dappertutto, ed è forse questa la bellezza del sentirsi vivi.
        Così lo cerco spesso, Luigi, quando la noia mi acceca. Lo cerco anche se lui non c'è più da dieci anni. Ma è stato da lui che ho imparato che viviamo sempre in tanti mondi paralleli, e che basta aprire una finestra per ritrovarsi nella chioma di un albero, nel volo di un uccello; oppure che un paese della Sicilia lo puoi trovare anche in mezzo all'Asia, la strada che ricordavi da bambino in un'altra città, un altro paese.


        Un paio d'anni prima di morire Luigi era andato a stare in una casona di campagna assieme alla moglie. Poi gli era nata anche una bambina e nei suoi ultimi mesi si era messo in paternità, perché andava molto meno in giro per stare insieme alla figlia. Attraverso di lei riviveva i primi sguardi sul mondo, un mistero che non aveva mai dimenticato e che adesso poteva esplorare ancora.
        Ricordo anche che una volta, visto che adesso viveva pure in campagna, Luigi mi aveva detto che gli sarebbe piaciuto che la figlia da grande studiasse le piante e costruisse giardini. Perché era un bel mestiere, dove ci si poteva accorgere ancora delle stagioni, dei fiori che sbocciano e appassiscono, delle cose che muoiono per poi rinascere. Credeva che se molti adesso sono infelici è perché vivono fuori dal tempo delle stagioni.
        Davanti a questa casona di campagna c'era infatti un vecchio fienile che Luigi voleva mettere a posto per trasformarlo in uno spazio in cui invitare gli amici a esporre o creare cose, immagini, suoni, che però non si dimenticassero del passare delle stagioni. Aveva già pensato di chiamare questo posto, che poi non si è mai fatto, "La Casa e le Stagioni".
        Perciò credo che Luigi avrebbe amato il posto dove sto. Non solo per via del giardino. Ma anche perché pure in strada ci si accorge per forza della tristezza dell'inverno, del buio della notte, del sole che stordisce in estate e della primavera che esplode all'improvviso. E adesso che siamo in autunno le giornate sono così miti da non dare alcuna nostalgia dell'estate.
        Se esco in giardino mi capita spesso di evocarlo, Luigi, perché come uno sciamano sapeva riportare il presente a un tempo paradisiaco, e allora mi piace sentirmi custodito da lui nei momenti di pace. Quella pace lui sapeva fermarla in un'inquadratura, in un breve istante da rivedere nei colori di una stampa. E per me sedere in giardino è come entrare in un fotogramma fermo, in una pacata bellezza di cui sarebbe idiota non accorgersene.


        XVI.

        Appena arrivato a Zurigo mi aveva colpito vedere su tanti muri la fotografia di un pericoloso criminale che la polizia stava cercando. Il suo aspetto era tutt'altro che minaccioso: un biondino un po' stempiato, sguardo timido dietro degli occhiali dalla montatura leggera. Costui, i giornali ne parlavano continuamente, era un architetto del comune che si era sentito ingiustamente accusato per uno scandalo edilizio e allora, un bel giorno, era entrato nel municipio di Zurigo e aveva sparato a diversi assessori e funzionari, che a suo avviso gli avevano scaricato addosso delle responsabilità che non aveva. Ne aveva uccisi quasi una decina, poi s'era allontanato tranquillamente e nessuno l'aveva più visto.
        L'architetto aveva lasciato anche un elenco di altre persone con cui voleva regolare i conti, fra cui il sindaco della città. Perciò quell'anno hanno persino sospeso la principale festa comunale, che secondo antichi riti massonici prevede un corteo d'incappucciati. Avevano paura che sotto un cappuccio si potesse nascondere l'architetto.
        I giornali non sembravano neppure tanto stupiti di quant'era successo. E in effetti qualcosa di analogo è capitato anche di recente, con una strage al consiglio comunale di una città vicino a Zurigo. Quella volta i giornali erano semmai meravigliati che l'architetto non si fosse suicidato ancora, perché il senso di colpa, da quelle parti, dovrebbe avere un peso almeno pari al senso di giustizia che aveva armato la mano dell'assassino. Invece niente, se non qualche messaggio in cui l'architetto ribadiva la sua innocenza e la volontà di punire i veri responsabili dello scandalo edilizio.
        I giornali allora si erano spiegati il mancato suicidio col fatto che l'architetto aveva una madre cattolica, perciò la sua morale poteva avere quella doppiezza che è invece estranea all'etica protestante. E insomma il caso provocava dibattiti a cavallo tra psicologia e teologia, ma dell'architetto per un bel po' nessuna traccia.
        Poi l'hanno preso alcuni mesi dopo, in una cittadina della Francia, e così anche la sua immagine è scomparsa dai muri della città e mi è quasi dispiaciuto perché la sua faccia, e la sua storia, facevano ormai parte del mio romanzo di Zurigo. Parlo di quelle avventure che appassionano soprattutto quando si è soli, quando ci si sente un po' troppo soli e allora si cerca il filo di una storia che aiuti a sopportare meglio l'estraneità del mondo.


        Romanzi del genere qui non sarebbero possibili. Perché in questo paese non c'è praticamente informazione, e allora non si vivono quei romanzi della cronaca che nell'altra parte del mondo riempiono la solitudine di tanti. Perciò se mi rifugio nel giardino non è perché creda che qui è tutto rosa e fiori. In un certo senso è inevitabile. Vivendo qua le esperienze si riducono per forza al proprio campo visivo, o a quel che posso sentire parlando con gli stranieri che frequento, oppure chiacchierando con Ljuda o gli studenti. Ma pure i nativi sono stranieri a quel che succede e potrà capitare, e se anche nel sonno di questa città si agitano strane inquietudini, cercare di capirci qualcosa è roba da romanzo del mistero.
        L'altra notte, mi raccontava Paolo, mentre era affacciato alla finestra a fumarsi una sigaretta ha sentito due spari. Poi più niente. Silenzio assoluto. E già da tre mesi sono chiusi i bazar che vendono vestiti e altre cose che non siano quelle da mangiare. Questo per via di alcune riforme economiche che nessuno capisce. E poi si dice che nelle ultime settimane abbiano sostituito anche diversi direttori, ministri, rettori, e dall'alto sempre più spesso vengono impartiti ordini incomprensibili, crudelmente punitivi: i medici costretti a pulire gli ospedali di notte, i professori le loro scuole. Pare inoltre che il Presidente sia ammalato gravemente.
        Insomma il silenzio di questa città nasconde anche tanti mormorii, tante paure. Perciò non so mai quanto possa durare il mio gioco di stare nel silenzio, in questa vaghezza che come un mare di Solaris crea le isole della memoria che vado a visitare. Da un momento all'altro potrei essere costretto a tornare sulla terra. Poiché stare nella pausa di qualcosa non è solo un effetto della mia condizione di residente temporaneo, è anche la sensazione di tanti, l'aria stessa che si respira.
        Naturalmente nell'aria non è che ci sia un'immagine precisa. C'è il vuoto, naturalmente. Così nel vuoto anche il minimo bagliore diventa eterno, fermo. Può essere la paura e la rassegnazione della gente, o quel sonnambulismo a cui affido la forza incontrollata dei ricordi. Altrimenti non si spiegherebbero queste visite continue, queste processioni di fantasmi da pomeriggio domenicale, quando da bambino perfino il tramonto sembrava non volesse tramontare.


        Era una sera, a casa dei miei nonni, in campagna. Impossibile definire un momento preciso in quanto non ci sarebbe nessun fatto da raccontare, solo un'abitudine. E in quest'abitudine c'era il momento del commiato che era sempre il momento più lungo, con l'attesa del ritorno a casa e i saluti e le ultime chiacchiere da fare attorno a un tavolo. Alle chiacchiere non partecipavo mai, preso com'ero dall'attesa e il desiderio del ritorno. La consolazione poteva essere il buio che cresceva oltre la finestra, o alcuni rotocalchi da sfogliare più che altro per tenere la testa giù, fingendo l'interesse per qualcosa.
        Ecco, strano a dirsi, ma è stato sfogliando un rotocalco che ho vissuto l'unica esperienza memorabile di quelle sere interminabili. In copertina al rotocalco c'era la foto di un noto presentatore televisivo che aveva avuto un incidente che poi gli sarebbe stato fatale. Era caduto giù dall'impalcatura di un teatro, non ricordo più per quali motivi. Comunque l'altezza era considerevole, e nella foto si vedeva il momento in cui gli erano stati prestati i primi soccorsi.
        Il volto di questo presentatore mi era noto, tutti lo conoscevano. Una faccia gioviale e sorridente, da zio simpatico. Ma nella foto sul rotocalco c'era un'espressione stupita, spaventata, con gli occhi in fuori e una smorfia di dolore e di sorpresa. Nei suoi occhi vedevo, per la prima volta, la paura e il presagio della morte. Anche se avevo già assistito, in qualche film, alla morte di qualcuno, però mi rendevo conto che nessun attore, per quanto bravo, sarebbe mai riuscito ad avere un'espressione simile. Perché il dolore e la paura che vedevo in quella foto erano vere.
        Insomma, per caso, per vincere un po' la noia, mi ero trovato in mano la verità del morire. Una scoperta sconvolgente che da lì in poi avrebbe turbato la mia vita e, strano a dirsi, quando ancora adesso m'immagino la paura di morire mi torna in mente ancora quella foto. Non c'è più stata nessun altra immagine o nessuna delle tanti morti viste per televisione che abbia sostituito la forza di quella foto vista per caso su un rotocalco. Forse perché era la prima volta che intuivo questa verità. E la prima volta vuol dire quando ti capita qualcosa che nessuno ti ha spiegato, o che nessuna spiegazione può spiegare. Come la prima eiaculazione notturna, o la scoperta che i regali non li portano Gesù Bambino o Babbo Natale. Perché ogni scoperta, a una certa età, si accompagna sempre a una sorpresa di dolore e di vergogna.


        XVII.

        Le scoperte peggiori, da bambino, sono quelle rivelazioni che vengono fatte dando per scontato che tu le sappia già. Così bisogna assorbire solo il colpo, non facendo trapelare niente per non tradirsi. Ma dentro naturalmente s'implode, come si dice, e questa implosione rimbomba in un'anima che poi non sarà mai più la stessa.
        Che non era Gesù Bambino a portare i regali di natale l'ho imparato da un compagno delle elementari che prendeva in giro uno che ci credeva ancora e voleva condividere con altri la sua derisione. Io sull'argomento non m'ero pronunciato, perché allora non parlavo quasi mai. Però ricordo di aver partecipato alla discussione con un sorrisino di complicità, mentre dentro cadevo a pezzi. Perché in un attimo il mistero della vigilia di natale s'era dissolto, solo una messinscena ben orchestrata.
        Dunque si aspettava la fine della cena, di aver sparecchiato per bene la tavola, e quel campanello che sentivo dietro la porta di casa e dovevo subito rifugiarmi nella mia stanza perché Gesù Bambino non potevo vederlo di persona, se no niente regali e anche lui spariva, quel campanello era solamente la solita sveglia coperta da un panno per attutirle un suono altrimenti troppo riconoscibile. E le trepidazioni vissute nella stanza e quello scalpiccìo nel corridoio non erano i passi di Gesù Bambino che entrava a casa mia, erano i miei genitori e i fratelli più grandi che andavano a prendere i regali dagli armadi per farmeli trovare poi in sala, una volta che si fosse richiusa la porta di casa. Perché in questa messinscena c'era pure la promessa di una felicità futura: anch'io avrei potuto vedere Gesù Bambino quando avessi avuto l'età dei miei fratelli maggiori. E allora avrei potuto anche parlargli, incontrarlo, vederlo e forse anche toccarlo, stringergli la mano. E da adulto avrei potuto raccomandargli i miei figli. Invece niente: Gesù Bambino non esisteva, solo una statuetta del presepe o una storia vecchia di duemila anni. E questo lo dovevo scoprire da un compagno di scuola che faceva sempre il gradasso e voleva sentirsi solo un po' più grande degli altri.


        Quando m'immaginavo Gesù Bambino, dietro la porta della mia stanza, non lo collegavo affatto a un Cristo venuto sulla terra, a una rivelazione messianica. Era solo l'eterno bambino, il bambino angelicato, l'angelo custode dei bambini. Scoprire che non esisteva, ch'era solo una finzione, voleva dire sprofondare in una dimensione puramente corporea, nel peso delle braccia, delle gambe, della testa, e l'anima allora se andava via. Per anni la mia anima è sparita, si è eclissata chissà dove, e per ritrovarne qualche traccia ho dovuto aspettare molto tempo, quando un po' alla volta ho riscoperto il piacere d'indugiare in quel vuoto che c'è fra lo sguardo e una cosa guardata, fra un gesto e un'azione. Quando insomma non mi sono sentito più colpevole di soffermarmi nell'immaterialità del mondo, e allora è cominciato pure il lento riscatto di un'infanzia cancellata.
        A quest'infanzia, a questa dimensione incorporea darei adesso il nome di poesia, che è sempre una definizione buona per spiegare l'inspiegabile. Anche se di poesie non ne ho più scritte dopo i tentativi dell'adolescenza, né saprei tuttora come si possano scrivere. Ma non saprei neppure come definire altrimenti quegli istanti in cui ritorna il bambino che forse non sono mai stato. Quello che poteva essere, e che non c'è più eppure è ancora vivo, qualcosa che pulsa sotto la pelle delle cose.

        "Triste chi è felice!" dice un bel verso di Pessoa. Da tempo non invidio più la felicità degli altri, anzi ho cominciato a star meglio quando mi sono accorto che nella mia tristezza c'era una buona dose di felicità, e che la felicità dovevo cominciare a prendermela da lì, dalla mia tristezza, senza voler imitare la felicità degli altri che mi buttava solo nello sconforto.
        Per troppo tempo vivere mi è sembrata una maniera, qualcosa di totalmente estraneo, un'imitazione. Ma senza trovare neppure un modello, andando ora un po' di qua ora un po' di là. E se infatti non mi sono mai sentito un insegnante, non mi sono mai sentito in pieno neppure uno studente. Così poco dopo che m'ero iscritto all'università ho preferito cercarmi un lavoro e ho cominciato a vendere libri a rate. L'ho fatto per tre anni ma senza mai considerarlo un vero mestiere, solo un modo per guadagnarmi qualcosa e non impegnarmi troppo con gli studi. E poi mi piaceva passare i pomeriggi nell'agenzia della vendita rateale dei libri, spesso venivano gli amici a trovarmi e lì mi sentivo a casa.
        Purtroppo con me lavorava un collega che aveva già famiglia, e quando lui mi ha prospettato un suo piano di sviluppo io non me la sono sentita di diventare un vero venditore di libri a rate, così gli ho detto che non ci stavo più e sono tornato a fare lo studente a tempo pieno. Almeno esser studenti voleva dire non recitare nessun ruolo preciso, perché non mi dispiaceva il lavoro che facevo ma non volevo neppure considerarla una sistemazione definitiva. Essere qualcuno come un medico, un libraio, un ingegnere, mi sembrava una cosa insostenibile. Non riuscivo a immaginarmi di diventare uno che gli altri avrebbero potuto riconoscere in quel che faceva. E anche adesso se qualcuno mi saluta con "buongiorno professore" mi sembra di leggere il mio necrologio, e un necrologio triste.
        Fortunati gli attori, in questo senso. Soprattutto gli attori che muoiono sulla scena recitando il loro ruolo preferito, come un attore russo che piace molto a Ljuda e che è morto recitando il monologo finale di Figaro nella commedia sulle nozze scritta da Beaumarchais. In quella parte quest'attore era il più bravo di tutti, e alla fine era sempre molto stanco quando si trovava in scena da solo, estenuato dalla gelosia per Susanna e gli intrighi del Conte.
        L'ho visto anch'io questo monologo, in una cassetta che Ljuda ha preso per prepararsi meglio all'opera di Mozart che dovrà fare al conservatorio, e devo dire che pur sapendo pochissimo di russo, quando quest'attore recita la sua stanchezza è così convincente che non ci si aspetta neanche più il lieto fine che poi ci sarà. E la sua recita nel mondo quell'attore l'ha finita un bel giorno proprio su quel monologo, interrompendo una commedia che poteva benissimo fermarsi anche lì, sfociare in quel finale certo più vero, meno teatrale di quello previsto da Beaumarchais. Così morendo l'attore ha creato un'opera migliore di quella che già esisteva, e la sua morte è diventata un'illusione ben riuscita. Perché morire nella pelle di un altro, dentro un personaggio, dà anche alla morte quel carattere illusorio che può rendere più viva la vita stessa, che infatti non può mai definirsi in qualcosa di definito e definitivo. A meno che non si voglia rinunciare all'anima per diventare finalmente qualcuno come un medico o un mendicante, un notaio o uno scrittore.


        E se l'anima sta nella vaghezza, allora non c'è niente di meglio che una passeggiata di domenica mattina, quando è già novembre inoltrato e l'aria fredda è addolcita da un sole pallido che rischiara il vialone delle querce. In giro non c'è quasi nessuno perché è ancora troppo presto, e quei pochi che si vedono sono ancora presi dal loro borbottio interiore. Pure l'andatura ha la cautela di un sogno da cui non ci si vorrebbe svegliare.
        Ecco, l'immagine di un mattino domenicale è un buon esempio di tristezza felice, di un'eternità malinconica e felice. Ancora lontani i turbamenti del tramonto e della sera, ancora troppo vicino il tepore del sonno. E il risveglio domenicale non ha mai nessuna frenesia, si esce semplicemente perché ci si vuole svegliare in una giornata che inizia e si vorrebbe godere di questo inizio, come di una promessa a chissà cosa. Certo non è una felicità da salti di gioia. Ma la gioia spesso è crudele, non conosce il piacere di abbandonarsi alla malinconia che invece è molto più duratura, una sensazione molto più pacifica e pacificata.
        Così con Ljuda domenica mattina siamo arrivati fino alla Puškin, di fronte al vecchio conservatorio dove c'è il supermercato inglese che aveva appena aperto. Cercavamo scatolette per la gatta, ma entrare in quel piccolo supermercato vuoto era un'occasione da non consumare troppo in fretta, che quando vado con Ljuda a fare spesa "dagli stranieri" c'è già normalmente la curiosità per tutti i prodotti che lei non conosce. E poi quel giorno non c'era nessuno, così ci siamo fermati davanti a ogni scaffale per vedere tutto quello che c'era.
        E' strano ma sono sicuro che fra le tante nostalgie che avrò di questo posto ci saranno sicuramente anche le spese che vado a fare. Perché qui fare la spesa è una lenta esplorazione, niente a che vedere con quella frenesia nervosa che t'invade nei supermercati dell'altra parte del mondo. E qui bisogna anche tenersi a mente dove puoi trovarle, le cose: il detersivo buono da una parte, le scatolette per la gatta da un'altra, le viti in quel bazar, le pile in quell'altro. Come se il procurarsi qualcosa non si fosse ancora completamente dimenticato dell'istinto millenario della caccia, che presuppone sempre una buona conoscenza del territorio per arrivare a catturare una preda.


        XVIII.

        Un'altra nostalgia, che vivo già adesso, sul momento, è quando arrivano a cena le amiche di Ljuda, che hanno tutte le età di una figlia che non ho mai avuto. Ma la cosa che più mi meraviglia è che hanno quelle passioni che potevano animare anche mia madre: il melodramma, le vecchie commedie. Così con loro mi trovo sempre nella parte del padre e del figlio. Il padre per ragioni anagrafiche, e perché ci tengo ad essere servizievole e distaccato. Il figlio perché non faccio fatica a immaginarmi le amiche di mia madre, o quelle amiche che mia madre avrebbe voluto avere.
        A volte, è strano, ma anche con Ljuda mi capita di recitare la parte del giovane. Cioè faccio quello che s'interessa del futuro, dei destini del mondo. Ma basta che vengano a trovarla le sue amiche, e che le vedo appassionarsi per la voce di una cantante o il gesto di un attore, allora la parte del giovane mi sembra solo quella dell'idiota che pretende di saperne di più perché si tiene "aggiornato". Ma aggiornato a cosa? Agli attentati che succedono e alla guerre che potrebbero scoppiare? E questo solo per fare ogni tanto la faccia grave e sparare giudizi e previsioni catastrofiche?
        Mi accorgo, purtroppo, che rispetto a loro, a Ljuda e alla sue amiche, le informazioni e i destini del mondo mi assorbono fin troppo. Anche quando sono voluto uscire dalla mia adolescenza per entrare nel mondo, nel mondo che occupava le scuole e che voleva cambiare il mondo, però in questo ingresso in una vita cosciente da cittadino, in questo passaggio che ho sempre considerato provvidenziale ho sicuramente perso qualcosa. Qualcosa che qui vorrei ritrovare, che qui mi sembra di avere ancora a portata di mano.
        Un'illusione, certo, cioè l'illusione di vivere fuori da un tempo storico. Ma di questa illusione vorrei cibarmene finché campo, anche perché il tempo storico diventa troppo spesso la gabbia in cui ci s'imprigiona la vita.


        La Città del Pane e dei Postini. Si può immaginare un posto migliore di questo, tanto migliore in quanto nessuno saprebbe riconoscerlo, nessuno potrebbe neppure consigliarlo ad altri?


        È una cosa difficile da spiegare. Allora diciamo così: c'era un tempo in cui mi ricordavo di quello che facevo. Se ad esempio prendevo una sbronza potevo ricordarmela e questo ricordo mi accompagnava nei racconti da fare agli amici, amici con cui condividevo un'intimità esclusiva perché la vita era ancora un bel mistero, ed io, insieme a loro, eravamo i sacerdoti di quel mistero che volevamo mantenere nostro. Perché naturalmente non si condividono mai le cose che possono sapere tutti.
        Poi arriva il tempo in cui non ci si ricorda neppure più di una sbronza. Semmai diventa più importante la conseguenza, il mal di testa del giorno dopo. Ma quello che è successo prima non ha quasi più importanza. E questo, mi sembra, è il tempo in cui ci si prepara a morire. Paradossalmente è anche il tempo della coscienza, di una vita che vuole diventare adulta.
        Ora io non vorrei morire. Ho già avuto paura di morire quand'ero all'ospedale, solo pochi anni prima di arrivare in questo paese. E se sono arrivato fin qua è anche perché volevo tornare al tempo di un inizio, illudermi che esistesse ancora un tempo da ricordare. Così ad annotarmi piccoli accadimenti tipo la spesa con Ljuda al supermercato degli inglesi, o le cene con le sue amiche, non credo sia un atto di narcisismo. E' che certe cose voglio annotarmele perché vorrei imparare ancora qualcosa. O semplicemente perché penso che valgano la pena di essere ricordate.


        Allora tutta la gioventù via. Semmai essere sempre bambini, ragazzi, vecchi. Dimenticare il giovane che si vuole affacciare alla vita per prenderla a morsi. Molto meglio rammentare l'indicazione di Luigi: la Casa e le Stagioni. Perché lui aveva già capito come uscire vivi dalle gabbie della storia. Luigi sapeva che bisogna accordare sempre il tono della vita alle cadenze del tempo, e non è come per i giovani che sono sempre convinti che si debba vivere nel futuro, in quella che chiamano la storia del loro tempo. Molto meglio invece farsi trasparenti come l'acqua, bui come la notte. E d'autunno calpestare le foglie secche come fanno i cani, i gatti, i bambini; e la domenica mattina, in novembre, uscire a passeggio come una vecchia coppia di sposi che ha deciso d'andar fuori solo per guardare una giornata che inizia.


Fotografia di Pino De Silva

        XIX.

        Quando avevo più o meno sedicianni, e avevo già smesso di andare alla messa della domenica e di continuare ad essere quello che avrebbero desiderato i miei, con alcuni amici avevamo preso in affitto due stanzette in un vecchio casolare di periferia mezzo diroccato. Pagavamo solo diecimila lire al mese, che raccoglievamo facendo una colletta fra di noi.
        Queste due stanzette le avevamo battezzate Casa Nostra, un po' per fare il verso alla mafia, ma soprattutto perché così s'intitolava la canzone di un gruppo californiano che ci piaceva. E poi perché era anche il modo più chiaro per indicare uno spazio di cui rivendicavamo l'appartenenza esclusiva. In quel tempo c'erano solo le chiese e tantissimi circoli politici, ma noi non volevamo accasarci da nessuna parte, che anzi volevamo uscire dalle tante case che c'erano e pensavamo che la casa migliore in cui stare fosse l'amicizia che ci legava. Qualcuno poi ci veniva anche a trovare, ed era un piacere ricevere qualcuno a "casa nostra".
        Quando ebbi quel processo famigliare che ho già ricordato, la causa scatenante era stata proprio che i miei erano venuti a sapere di Casa Nostra, che naturalmente immaginavano un covo di terroristi e di drogati, visto che non faceva parte di quei circoli riconosciuti che invece i miei fratelli frequentavano. Dunque un luogo misterioso, clandestino. E per me era impossibile spiegargli che lì dentro non facevamo niente di speciale, che spesso facevamo solo delle gran chiacchiere e interminabili partite a carte. Insomma cose che si potevano fare anche a casa di uno o dell'altro, oppure in qualsiasi bar. Ma naturalmente avrebbero avuto un sapore diverso. Però, dal punto di vista dei miei, capivo anche che questa giustificazione non poteva essere convincente. Sotto ci doveva essere qualcos'altro.
        Allora naturalmente mi era impossibile difendere, se non col silenzio, quel mistero fatto di niente. E dopo un po' le domande che si facevano i miei se le son fatte anche alcuni di noi, perché non si riusciva a capire perché dovessimo tenere quelle stanze visto che non veniva mai una donna e non facevamo neppure quelle cose proibite che invece facevano quelli che avevano le stanze di sotto, che stavano sempre in penombra ad ascoltare musica e invitare amiche alle festine che organizzavano. E se quelli di sotto li incrociavamo fuori, in cortile, quando uscivano da una qualche festa per prendersi una boccata d'aria, allora facevano sempre strani discorsi che accompagnavano con sguardi e sorrisi che quelli sì erano anche per noi misteriosi. Inoltre da loro ci stava uno fisso, praticamente abitava lì e spesso anche la sua amica si fermava di notte. Insomma noi al confronto eravamo dei bambini che non sapevano cosa fare della loro vita, così nel giro di poco più di un anno abbiamo rinunciato a quel posto perché nel frattempo qualcuno si era già perso nel desiderio di un amore o di una storia un po' più vera.


        Io non so bene perché, ma a Casa Nostra ho resistito fino in fondo, sono stato fra gli ultimi "sfigati" rimasti. Forse per me in quella sconclusionata avventura c'era proprio il desiderio di congelare un'attesa, oltre naturalmente all'orgoglio di riconoscermi in uno spazio che non fosse la casa dei miei. Insomma avevo trovato uno sbocco alle ossessioni che da sempre mi tormentavano: non aver tanta voglia di crescere e trovarmi un angolo appartato di mondo. In più il bisogno di amicizia, l'unico posto in cui me la sarei sentita di accasarmi.
        Così una volta finita Casa Nostra rimaneva il vasto mondo oppure la stanza col divano rosso dai miei, che ho cominciato a considerare "casa mia" proprio dopo la conclusione di quell'esperienza. I miei d'altronde erano contenti di lasciarmi quello spazio che per loro voleva dire un ritorno a casa, sotto il loro controllo. Per me significava maggior solitudine, e l'affogare sempre più spesso in tanti libri che mi facessero il vuoto. Non mi bastava partecipare, seppur furtivamente, alla vita studentesca, alle riunioni politiche dove rimanevo ad ascoltare senza quasi mai intervenire. Alle riunioni ci andavo soprattutto per non sentirmi troppo isolato, anche solo per far numero, visto che in politica più si è e meglio è. Certo avrei preferito la compagnia di qualche donna, andare magari con la donna di quello che abitava sotto Casa Nostra, una ragazza mora un po' grassa che portava un nome da uomo e dei vestiti stravaganti e colorati. Ma quando m'era capitato d'incontrarla, in cortile, non ero riuscito neppure a incrociare il suo sguardo troppo profondo, scuro. Eppure tutti dicevano fosse una donna facile, che andava un po' con tutti. Ma per me era una conquista inconcepibile.
        Allora i libri, meglio se astrusi, che certo non mi davano le parole per parlare con le donne o alle riunioni politiche, anche perché io stesso facevo fatica a capire cosa dicessero. Però mi portavano lontano, dove gli altri non potevano toccarmi. Il miglior esempio era l'Ulisse di Joyce, letto con accanimento senza capirci quasi niente, a parte quei pochi momenti come quando Leopold Bloom viene ammaliato dai gesti maliziosi di Nausicaa, che anch'io avevo già intuito, ma nessun altro me lo aveva ancora detto che alle donne piaceva fare gesti per essere guardate, mostrando al tempo stesso il più totale disinteresse. Un po' come la donna di quello che abitava sotto Casa Nostra, che chissà se si era mai accorta della mia voglia nascosta in uno sguardo sempre basso, le poche volte che avevamo scambiato due parole assieme e lei mi parlava con tutta quella tranquillità, in un tono perfino affettuoso, amichevole.
        Dunque leggere era una rivincita e un rifugio, nella tana del divano rosso. E intanto potevo continuare ad alimentare un'attesa, annaspando fra parole che giravano nel vuoto ma non facevano come le parole della politica, che volevano rendere tutto troppo chiaro. Perché anche se avevo smesso di credere in Dio, soprattutto perché mi sembrava un grande imbroglio della Chiesa, però da qualche parte uno spirito doveva pur sopravvivere. Che se tutto il mondo fosse stato solo corpo e materia avrei potuto anche suicidarmi, perché dal mio stesso corpo ero distante anni luce, e figuriamoci raggiungere il corpo di una donna. Una cosa inimmaginabile fuori delle fantasie notturne, dai sogni da cui mi svegliavo tutto bagnato e umiliato.
        Ma ovviamente a spingermi verso i libri non c'erano soltanto dei motivi, delle ragioni. Anzi, poteva essere vero il contrario. Leggere per dimenticare tutto, per non essere più nessuno. Con un libro in mano anch'io mi dissolvevo, sparivo per molto più tempo di quanto non mi possa capitare adesso. E il divano fra l'altro era incassato in un armadio, così quando mi stendevo là sopra entravo in una scatola che mi conteneva e proteggeva. Quasi una culla, se vogliamo, il luogo di una possibile rinascita.


        Icaro. La prima cosa un po' seria che devo aver scritto era un dialogo con un Icaro piantato a terra, precipitato per non essere mai volato, per non aver mai preso il volo. E Icaro ero io, naturalmente, ma anche un mio sdoppiamento, quello che non ero mai stato. E quest'altro, che dentro di me sentivo anche più vero, era per forza qualcosa di sfuggente, che prendeva il volo proprio quando cercavo di avvicinarmi e allora la sua immagine sfocava, diventava appena il flash di un momento.
        Quella di Icaro è però una cosa scritta quando avevo già più di vent'anni, quando ero tornato al divano rosso dopo essere stato sfiorato dall'amore. E quando un amore finisce ci si sente soli come non si è mai stati prima. Una solitudine nuova, in questo caso, perché il dolore non è più astratto e allora si vorrebbe liberarlo, farlo uscire per dargli una forma. Così non mi accontentavo più dello spettacolo della finestra, volevo vedere qualcosa che non c'era, qualcosa che non si potesse trasfigurare nemmeno in un'immagine. O forse cercavo immagini impossibili, aleatorie, per dimenticare l'immagine che volevo dimenticare e neppure nominare.


        XX.

        Il tempo dei romanzi. Anche se in vita mia non ho mai scritto un romanzo, dopo i balbettii di Icaro e il primo amore finito ho cominciato una vita più romanzesca, una vita che fosse un po' più dentro all'avventura della vita. Intanto qualcuno cominciava già a considerarmi uno scrittore, perché qualcosina l'avevo scritta e pubblicata. E io a quel gioco ci stavo volentieri perché essere scrittori voleva anche dire che le delusioni e i fallimenti si potevano vivere come storie, persino quell'amore che non avrei mai potuto dimenticare. Insomma c'era d'aver meno paura della vita, meno paura di vivere. E se anche quello fosse stato solo un gioco, una commedia da recitare, se però bisognava scegliersi una parte tanto valeva recitare quella dello scrittore che "sperimenta" la vita.
        Con alcuni amici, in quegli anni, ho fatto anche una casa editrice. Da poco avevo smesso di vendere libri che poi mi sono trovato a farli. Economicamente un regresso, in altre cose forse un passo in avanti. In più c'era il fatto che se ancora non potevo considerarmi uno scrittore, in alternativa potevo giocare il ruolo dell'editore amico di poeti e di scrittori. Così mi spianavo la strada per la trafila degli amori clandestini che poi si sono succeduti, perché in fondo non consideravo quegli amori degni delle mie amicizie. Un orgoglio idiota, a ripensarci adesso. Ma in quel momento l'inganno funzionava.
        Anche negare di esserlo, uno scrittore, era quasi meglio che affermarlo, perché mi bastava sapere che gli altri lo pensassero. E se anche continuavo ad essere triste e silenzioso, almeno adesso una giustificazione c'era, o perlomeno non mi veniva più richiesta.
        Ma poi, soprattutto, dentro quei panni potevo vivere indisturbato in compagnia delle frasi, frasi da scrivere anche sopra il tovagliolino di carta di un bar, se una frase mi veniva in mente in quel momento lì. Perché uno scrittore è una persona che pensa sempre delle frasi, e se una frase gli sembra bella la vuole buttar giù prima di dimenticarla. Questo vuol dire dar valore a quello che ti passa per la testa. Il che non era poco, specie se riandavo all'infanzia e l'adolescenza, quando la testa mi sembrava solo un ingombro inutile.


        Se ripenso a quella vita me la raffiguro quasi tutta dentro un bar. Bar da frequentare la mattina, la sera, da solo o con gli amici. Ma senza prendere l'abitudine del solito bar, preferendo anzi sempre bar diversi, in città e quartieri sempre diversi. Anche i viaggi all'estero erano soprattutto viaggi dentro i bar. Potevano essere birrerie tedesche o locali di Amsterdam, caffè viennesi o baite di montagna, osterie di paese. Il bar era il mio orizzonte preferito, il posto in cui rifugiarsi anche un pomeriggio intero per farsi ipnotizzare dall'andirivieni di chi entrava e usciva. E se c'era una vetrata c'era anche lo spettacolo dei passanti su una strada di Bologna, di Parigi, di Dusseldorf, di Praga.
        In quel tempo perdere tempo era diventata un'attività di cui non vergognarsi, un esercizio mentale che magari non approdava a niente ma la cosa non era neppure così importante. Più importante era essere che fare, e nessun altro posto meglio del bar mi dava l'illusione di essere al mondo, senza con questo aver bisogno di sporcarmi troppo con la vita.
        I bar allora, e anche i cinema. Per anni l'ideale era uscire da un bar per entrare in un cinema e viceversa. La casa non aveva più una grande importanza. Ci si poteva arrangiare da qualche amico oppure tornare tardissimo a casa dei miei, perché tanto il giorno dopo non c'era più nessuna sveglia per la scuola. E la mattina mi sarei alzato quando gli altri se n'erano già andati. Poi, dopo colazione, ancora fuori.
        In casa ci rimanevo il meno possibile; anche gli esami li preparavo sempre in biblioteca per poter incontrare amici e conoscenti. Perciò anche la biblioteca era una specie di bar, in quel caso il bar degli habitué con cui scambiare qualche chiacchiera quando uscivo per fumare una sigaretta. E se anche non incontravo nessuno, la biblioteca era comunque un grande ricettacolo di solitudini. Tutti quei libri aperti erano campane di vetro così disponibili, trasparenti! Ed io, come al bar, amavo spiare la solitudine degli altri. Forse per sentirmi meno solo e scoprire, con sollievo, che l'essere soli era un filo che legava persone anche diverse. E io non volevo più sentirmi diviso da tutto e tutti, come quando non uscivo quasi mai dal bozzolo del divano rosso.


        Anche adesso, che pure non mi accanisco più nell'andirivieni di bar e città sempre diverse, mi è comunque rimasto il piacere di sparpagliarmi in luoghi d'intimità che però siano transitori, temporanei. E se sto fermo troppo a lungo ho poi la necessità di spostarmi, per rivedere un mondo che altrimenti scompare nelle abitudini. Ad esempio che io mi trovi ancora qui, in Uzbekistan, adesso me ne accorgo soprattutto se esco dalla città, perché la città diventa per forza, un po' alla volta, il percorso degli spostamenti abituali: casa, lavoro, bazar, la partitella a calcio del mercoledì.
        Invece mi sono meravigliato ancora di essere in questo paese quando l'altro giorno sono andato a Samarcanda, e una foschia azzurra offuscava i campi scuri, fangosi, da cui spuntavano gli ultimi fiori del cotone. Lungo i campi ogni tanto file di donne coperte da pesanti panni colorati. Gli uomini invece neri come corvi, accucciati sul ciglio della strada. E poi c'era quel ragazzo, in piedi sullo spartitraffico, che teneva in mano due grossi serpenti e non si capiva perché. Forse una minaccia? Una proposta di vendita? L'esibizione di un trofeo? Fatto sta che diventava il simbolo di quell'enigma che si potrebbe incontrare sempre, ogni volta che si esce di casa, ma è facile dimenticarsene quando si è convinti di fare una strada che si conosce già. E allora conviene uscire dal percorso per riscoprire l'inquietante (e confortante) varietà del mondo.

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        A dir la verità questa città non è fatta per bighellonare, non ci sono tanti bar e vetrate come in Europa. La città è un agglomerato di case e campagne nascoste, e per averne un'idea bisognerebbe vederla dall'alto, quando si arriva di notte con l'aereo e fin dalla prima volta sono rimasto colpito dalle tante lampadine annegate in un verde così scuro, profondo. E quando adesso sono lassù, che non c'è più lo stranezza della prima volta, allora penso che sotto una di quelle lampadine c'è casa mia, che perciò in un certo senso sto tornando a casa. E mi piace essere accolto da una lampadina accesa.


        XXI.

        In giardino adesso fa già freddo. Ci si sta bene solo di giorno, quando c'è il sole. Ma ora c'è la novità che Stjesha, la gatta, in due notti ha preso tre topi e allora chiede sempre di andare fuori per annusare tutto. E mi piace seguirla mentre esplora il giardino annusando le rose, le foglie secche e le radici, il prezzemolo. Qualche volta s'arrampica svelta sul ciliegio per spaventare gli uccelli. Perché uccidendo i topi ha scoperto l'aria aperta e la sua natura di cacciatrice.
        In fondo ogni giardino è una vetrata affacciata sulla natura. Una natura quasi finta, tanto è perfetta nel dosare tanti aspetti della natura vivente. Perché le foglie cadono davvero e l'erba cresce e i topi soccombono ai gatti e le gazze invece si beffano quasi sempre, dei gatti, perché loro vanno dove nessun altro può arrivare. Insomma un palcoscenico sempre aperto e disponibile, che è diventato il mio angolo preferito affacciato sul mondo.
        Un'altra prospettiva, rispetto ai bar d'Europa. Forse una prospettiva più interiore, perché qui non devo nascondere neppure la solitudine. Oppure no, è solo un altro punto di vista che mi porta a fare altri pensieri. Ma mi piace immaginare l'Asia, questo continente immenso e sconosciuto, come un grande oceano in cui nascondersi. Un oceano di terra con tanti isolotti che sono le case che non si riescono mai a indovinare, dalla strada.
        Nella strada c'è comunque il via vai della gente, lo spettacolo che altrove cercavo nei bar. Qui bisogna andare sulla strada o nei bazar, e fra i bazar il mio preferito è senz'altro Mirabadskij, perché non è così grande da stordirmi e di sera le voci dei mercanti scompaiono nel frastuono degli uccelli che si vanno a ficcare sotto la volta della cupola. Così la cupola diventa il cielo di una voliera che ha sotto la solita animazione del bazar, un bazar dove però non ci si riesce neanche più a sentire, come quando nei sogni si apre la bocca senza dire niente.


        Giacomo Leopardi, poco dopo aver scritto, a Recanati, il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, andò a Firenze e da lì incominciò un vagabondaggio quasi ininterrotto che si concluse, anni dopo, a Napoli. A Firenze conobbe fra l'altro Antonio Ranieri, l'amico con cui trascorse gli ultimi anni di vita e che fu anche la persona che più di tutti l'aiutò a uscire dalla protezione della famiglia.
        Per la sua poesia Leopardi si era ispirato a una notizia che aveva letto riguardo ad alcune usanze dei pastori turkmeni. Dunque la luna che s'immaginava a Recanati stava da queste parti, e i sassi acuti e l'alta rena dovrebbero essere quelli del deserto di Karakum (Sabbie Nere).
        Ora naturalmente non è così importante localizzare lo scenario di quella poesia, visto soprattutto che Leopardi descrive un paesaggio che non ha mai visto. Ma è appurato che si veda anche attraverso le parole, perciò anche la parola Asia dev'essere per forza un paesaggio. Forse un paesaggio che è anche la negazione del paesaggio, perché "Asia" non è parola da suscitare subito un'immaginazione ben definita. Almeno per quanto mi riguarda, Asia riesco tuttora a visualizzarla molto meno che non Africa o Europa. E se questo posso dirlo adesso che ci sto, a maggior ragione avrei potuto dirlo prima di arrivarci. In fondo non è cambiato molto, solo che adesso ne ho un'esperienza diretta e questo, per la coscienza, vuol dire sempre qualcosa.
        Ricordo che quando anch'io sono passato da un deserto, in quel caso quello uzbeko delle Sabbie Rosse, per me che non avevo mai visto un deserto quel deserto è stata quasi una delusione, anche perché chissà come l'icona che uno ha in testa è sempre quella del Sahara: sabbia fine e chiarissima, cieli blu. Lì invece c'era soprattutto terra secca e polverosa, arbusti e cielo incolore. Un deserto dove non c'era quella grandiosa spettacolarità del niente che uno si aspetterebbe da un deserto. Dunque un deserto che voleva spogliarsi persino dalla sua immagine più evidente, riconoscibile. In un certo senso un idillio impossibile, per usare una terminologia alla Leopardi.
        Per questo non so figurarmi un vero e proprio mal d'Asia, come invece si dice sempre per l'Africa. Non credo che questo sia un continente da nostalgie incurabili. Perlomeno dove sto adesso, perché forse lo stesso discorso non vale per le sue estremità orientali, dove è probabile ci siano posti in cui è più facile essere presi da esaltazioni più accese. Ma qui mi sembra improbabile. Anche gli europei innamorati di questo paese, e che periodicamente vengono a passarci un po' di tempo, in genere non tradiscono un eccessivo fanatismo, e quando ne parlano si riferiscono a qualche misteriosa ragione di benessere che li spinge a voler tornare ancora. Ma di solito lo dicono con un certo distacco, e potrebbe essere proprio questo distacco che cercano venendo fin qua.
        Forse il fascino di queste terre sta proprio nella loro indeterminatezza, in qualcosa che non può mai cristallizzarsi in un'immagine troppo forte e decisa. E mi piace pensare che il viaggio immaginario che Leopardi ha fatto fin qua, questo viaggio mi piace immaginarlo come un viatico che l'ha fatto uscire dagli idilli che rischiavano ormai di soffocarlo a casa sua. E infatti nelle peregrinazioni del suo pastore sono già sparite le stupefacenti miniature di Recanati. In quella poesia Leopardi è già uscito dall'idillio, perché quello che descrive è appunto un idillio impossibile: solo cielo, bestie e terra d'andare avanti. Per Leopardi anche il luogo di quella solitudine immensa che lo ha spinto a mettersi in cammino in modo più deciso, e col cuore alleggerito dal peso di troppe nostalgie. Perché, in fondo, quello della solitudine immensa è anche lo spazio di una maggiore libertà.


        "Sei solo. Quanto meno gesti. Nulla da mettere in mostra": per me sono indimenticabili questi versi che chiudono una poesia di Vladimìr Holan. Le ho sempre trovate le parole più semplici, e precise, per esprimere l'intimità della solitudine. Della solitudine ne mostrano la grazia più scarna, essenziale, quella grazia che arriva solo quando scompare la disgrazia del sentirsi soli. Quando perciò si liquida l'autocommiserazione, il pianto, e la solitudine non è più nessuno specchio (nulla da mettere in mostra).
        È rompendo lo specchio che il pastore può finalmente sciogliere i suoi lamenti nel canto, e il canto diventare quasi una preghiera. E si sa che quando si prega non è mai soli. Perlomeno si è in compagnia di una solitudine che non è più ostile.
        Allora via tutti gli specchi e gli orpelli della fantasia. Via anche tutti i voli di Icaro, i voli che precipitano per non avere mai volato.


        Poco fa è mancata la luce. Allora ho acceso una candela e mi sono affidato alle batterie del computer. Ljuda ha continuato a cantare nell'altra stanza, con un'altra candela sopra il pianoforte.
        Inutile lamentarsi del buio. Se c'è buio accendi una candela. (Erano più o meno queste le parole che mi aveva riferito Paola, la moglie di Luigi, dicendo che Luigi amava ripetere queste parole spesso, nei suoi ultimi giorni di vita. Forse le aveva anche annotate su un foglietto che aveva appoggiato alla credenza. E io non so se fossero parole prese da un libro o che aveva pensato lui. Ma non cambia niente perché erano comunque parole sue, e per me anche quelle ultime parole che si sentono ancora da chi non c'è più)


        Ora la luce è tornata. Se salterà ancora, la candela è già pronta.
        E fuori un cielo grigio annuncia la sua prima neve. Un cielo che di notte si sbianca.


 

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