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XII.
In
Solaris, di Tarkovskij, un mare intelligente
riesce a esplorare il cervello degli uomini da
cui estrae delle isole della memoria che poi riprendono
vita. Così il protagonista può riamare
la moglie morta, ma poi non sa più se la
donna che ama è un ricordo, o se ama invece
il ricordo che è diventato vivo, presente.
Come se un ricordo potesse diventare donna, una
donna del tutto simile alla moglie ma che è
già un'altra cosa. Ciò che permane
è la stessa intensità, un'intensità
possibile solo perché l'altra, nel fondo
della coscienza, si sa che non c'è più.
Forse
la memoria funziona proprio così. Se rievoco
A. e le sue visite a Zurigo, N. e gli interminabili
pomeriggi passati con lei, o quando con M. ci
hanno cacciato da una chiesa di Bologna perché
ci abbracciavamo e baciavamo come se lì
non ci fosse niente e nessuno, se rivedo questi
momenti non è detto che ritrovi anche le
persone. Rivedo dei ricordi, ricordi che però
adesso non potrei più condividere con chi
c'era, con chi era con me.
Solo
coi morti le rievocazioni diventano plausibili,
vere e condivise. Perché i morti
non possono accontentarsi di una sigla o di un
momento buttato lì. E poi i morti hanno
sempre un nome, perché se sparisse anche
il nome sarebbe un'altra ingiustizia. Già
la morte cancella troppe cose, perciò che
almeno si conservi il nome, e che i nomi possano
risuonare incorruttibili, nella loro interezza.
Sono
quasi vent'anni che è morta Elena. Eppure
è stata lei l'unica che mi è venuta
a visitare, in sogno, appena dopo che io e Ljuda
abbiamo cominciato a vivere assieme. Solo lei,
forse, poteva essere gelosa. Ma di una gelosia
non possessiva, solo per dirmi di non dimenticarla.
E io non la dimenticherò.
Nel
sogno mi aveva avvertito con una telefonata dicendo
che voleva vedermi. Allora sono andato a trovarla
e lei non era più come la ricordavo, perché
nel frattempo era naturalmente invecchiata e aveva
gli anni che dovrebbe avere, e che non ha mai
avuto. I capelli erano molto più lunghi,
grigi, e anche l'incarnato era grigio, come di
chi è stato costretto da tempo a non vedere
più il sole. Però gli occhi erano
gli stessi, se no non l'avrei neppure riconosciuta.
Elena
mi ha spiegato che in tutti questi anni lei non
era morta. D'accordo coi genitori avevano organizzato
allora, quasi vent'anni fa, il suo funerale. Un
funerale che ricordavo ancora benissimo, perché
ricordavo ancora tutta la mia disperazione. E
quest'imbroglio del finto funerale era stata un'idea
loro, dei genitori, che avevano escogitato questo
trucco per nasconderla a tutti. Solo per la vergogna
avevano simulato la sua morte, perché per
dei genitori è meglio una figlia morta
che non una figlia che ha improvvisamente perduto
la testa, la ragione. Era un modo per proteggerla,
e lasciare a chi l'aveva conosciuta il ricordo
di com'era e allontanarla dalla curiosità
morbosa degli amici, dei parenti.
Così
in tutti questi anni Elena era stata internata,
segregata chissà dove. Forse proprio a
casa dei suoi, che però si erano trasferiti
da un'altra parte, probabilmente in un'altra città
e certo in un altro quartiere, perché ora
abitavano in una casa del centro storico, non
più nella villetta di periferia che conoscevo
anch'io. Adesso stavano in un vecchio appartamento,
con delle tende pesanti alle finestre.
Al
colloquio era presente anche il padre, che però
è rimasto tutto il tempo distante, in penombra,
come un secondino che si metta a sorvegliare il
colloquio di un carcerato. Ma la cosa strana era
che sentivo che il padre non era lì solo
per fare la guardia, perché fra di loro,
fra Elena e suo padre, era palpabile un'intesa
molto forte, una complicità che mi metteva
in imbarazzo e mi faceva sentire un intruso. Nell'atmosfera
della casa c'era tutta la loro vita di quegli
anni, la loro vita nell'ombra, di cui ora Elena
voleva mettermi al corrente senza però
rivelarmi nulla.
Elena
comunque aveva deciso di cercarmi perché
nel frattempo era guarita e attraverso di me voleva
riprendere contatto con la vita. Io ero stato
scelto per introdurla a ciò che lei riusciva
appena a immaginare, al mondo che stava oltre
i tendaggi che coprivano le finestre. E lei adesso
voleva rivedere quel mondo, la vita che era continuata
anche senza di lei. Io ero il suo ponte con la
vita, ma assolutamente non dovevo rivelare a nessuno
il segreto della sua finta morte, che cioè
in tutti questi anni lei aveva continuato a vivere.
Perlomeno
non dovevo rivelarlo subito, almeno non prima
che lei fosse pronta a uscire. Perché ho
anche avuto la sensazione che in quella casa lei
ci fosse appena arrivata, che quella fosse appunto
la casa della guarigione, di una convalescenza
che doveva essere il primo passo di un ritorno.
L'ho pensato perché la casa dava l'impressione
d'essere stata a lungo disabitata e ancora nessuno
aveva pensato ad arieggiarla, a portarci dentro
qualche mobile in più. Ricordo solo una
poltrona, dov'era seduta lei, e poi qualche sedia,
la credenza a cui era appoggiato suo padre.
Comunque
ero io che dovevo prepararla, passo dopo passo,
a riprendere contatto col mondo. Quello doveva
essere solo il nostro primo incontro, perché
lei mi ha chiesto subito di essere molto disponibile,
disposto a incontrarla ogni qualvolta ne avesse
bisogno. E me lo ha chiesto senza supplicarmi,
col tono pacato e distratto di chi si è
appena svegliato.
Io
non sono riuscito a dirle niente di me, non ho
potuto dire a Elena che ora la mia vita era legata
a un'altra persona. E naturalmente quel compito,
quella responsabilità che mi veniva affidata,
doveva per forza gravare sulla mia vita con Ljuda.
Sarebbe stato un segreto troppo difficile da nascondere,
peggio che un'amante segreta. Perché era
un segreto molto più profondo, più
intimo.
D'altra
parte non mi sentivo neanche di tradire Elena,
l'affetto che ancora sentivo per lei. Perciò
non avrei potuto raccontare a Ljuda di quell'incontro,
sarebbe stato un modo di tradire Elena, la fiducia
che lei aveva avuto in me. E naturalmente avrei
tradito anche me stesso, la mia stessa vita, perché
l'amore non ha mai proprietà transitive,
perciò si può amare una persona
e poi un'altra e poi un'altra ancora. Ma non è
mai come cambiare un treno, o un autobus.
Così
di tutta questa vicenda ho deciso di parlarne
a un amico, un vecchio amico che è arrivato
nel sogno e che fra l'altro conosceva Elena e
sapeva dell'affetto che avevo avuto per lei. Più
che violare un segreto era un modo per chiedere
un consiglio, un aiuto per uscire dall'impasse
in cui mi sentivo imbrigliato.
L'amico
naturalmente mi è stato prezioso, come
è sempre preziosa l'amicizia. Mi ha semplicemente
spiegato che quello che io credevo di amare in
Elena era ciò che avevo amato di lei, e
neanch'io ero più lo stesso a cui Elena
credeva di rivolgersi. Ciò che rimane del
passato non corrisponde più alla realtà,
solo ai nostri sogni o ai ricordi che crediamo
di ricordare. Io non ero più io e lei non
era più lei, e non era neppure detto che
ciò che io credevo di ricordare di lei
fosse mai esistito, fosse mai stato reale. Meglio
credere a ciò che avevo, all'amore che
avevo nel presente. Quella era l'unica realtà.
Se si trattava di scegliere non dovevo avere dubbi.
Anzi, mi ha persino avvertito di stare attento
che quel turbamento non potesse rompere la serenità
che cercavo.
Sul
momento il ragionamento mi ha convinto perché
c'era indubbiamente molto buon senso, le parole
giuste che uno si potrebbe aspettare da un amico.
Perché era vero che Elena non era più
la stessa, anche perché i morti quando
vengono a trovarci sono dispettosi e ci fanno
sempre vedere una faccia che non avevano. Ma è
strano perché poi pure quella faccia possiamo
amarla, perlomeno sentire che anche quello è
un aspetto della persona che amavamo, e che non
possiamo cessare di amare quella persona solo
perché ci mostra il suo volto più
nascosto.
Ad
ogni modo, dopo qualche giorno, ho deciso di raccontare
il sogno a Ljuda. Gliel'ho detto dopo che avevamo
appunto visto assieme Solaris. Ho avuto il coraggio
di confessarle il sogno perché Ljuda mi
aveva subito detto che quel film somigliava a
un sonno triste. Proprio così: non una
storia angosciante, tormentosa, ma una storia
coi colori smorti che possono avere i sonni più
tristi, quando facciamo quei sogni da cui ci risvegliamo
credendoli ancora veri, tanto somigliano alla
vita.
Ed
era vero che anche il mio non era stato proprio
un incubo, perché durante il sogno non
ho mai avuto paura. C'era solo un disagio, anche
palpabile, per una penombra che m'invischiava
e da cui mi sentivo attratto. Ne ero attratto
perché nel sogno c'era naturalmente anche
tutta la dolcezza che sentivo nel rivedere una
persona che ormai da anni non vedevo più.
Insomma
Ljuda mi aveva aiutato a capire, con semplicità,
che nella felicità ci può stare
anche la tristezza, e che una felicità
che non può contenere la tristezza non
sarebbe neppure felice. Sarebbe solo una cosa
falsa, come l'amore che si vede per televisione.
Ovviamente
ci sono anche ricordi più diretti, non
mediati dalle ombre dei sogni. Per esempio l'unica
volta che sono stato a casa di Elena, nella casa
dei suoi, quella volta che i genitori non c'erano
ed era un pomeriggio d'autunno e abbiamo ascoltato
tante volte una canzone di Guccini che in quel
momento ci diceva tante cose. Parlava dei mesi,
del tempo che passa, e quella cantilena del tempo
che passa portava un'atmosfera che addolciva i
ricordi, anche quelli che si preferirebbe non
ricordare.
Allora
lei mi aveva raccontato di quando era bambina,
e il padre che anche di domenica le spalancava
le finestre per svegliarla, perché credeva
fosse giusto educare i figli alla vita di caserma,
la vita che per lui era quella più vera,
più giusta.
Me
lo ricordo ancora suo padre, al funerale della
figlia, impettito in un dolore che aveva la rigidità
della morte. Ma mi ricordo solo la postura, non
saprei dire che espressione aveva o se non si
fosse invece rifugiato in quella inespressività
che m'immagino, per nascondere il dolore. Perciò
posso dire di non conoscerlo, a parte quel gesto
di spalancare le finestre anche la domenica, anche
d'inverno, per far saltare Elena giù dal
letto. E poi quando la sorvegliava in disparte,
in quel sogno di Elena ch'era tornata a trovarmi.
XIII.
Chissà
se l'ossessione dei padri, dal maestro di scuola
in poi, mi ha portato naturalmente a
fare un mestiere che fino adesso ho invece considerato
casuale. Perché bene o male sono quasi
vent'anni che insegno senza però mai sentirmi
in quel mestiere. L'ho sempre pensata una scorciatoia
per guadagnarmi da vivere. Ma quando le scorciatoie
si allungano troppo diventano strade, e questa
strada è già un bel po' che l'ho
imboccata.
L'inizio
è stato l'anno dell'appartamentino di Cristoph,
a Zurigo, quando ho incominciato con l'insegnare
italiano ai figli degli emigrati. La scuola era
in un paesino dell'hinterland, a neanche mezz'ora
di treno da Oerlikon, una stazione vicino a casa.
Lavoravo
solo al pomeriggio. Dopo le lezioni regolari i
figli degli italiani si fermavano ancora un paio
d'ore per imparare una lingua che spesso non conoscevano.
A casa c'era il dialetto e fra di loro soprattutto
lo svizzero tedesco, solo qualche parolaccia in
italiano per non farsi capire dagli altri. E non
è che d'italiano ne volessero sapere di
più. Quasi tutti erano nati lì ed
erano infastiditi dalla nostalgia dei genitori
per l'Italia, una nostalgia che non li faceva
sentire mai sicuri del posto dove stavano. Loro
si sentivano svizzeri, degli svizzeri con persino
qualcosa in più che era un temperamento
più focoso, meno spento.
Infatti
coi più grandi non riuscivo neppure a fare
l'appello, e anche per gli altri ritrovarsi fra
italiani voleva dire soprattutto far casino e
divertirsi. Anche perché c'ero solo io,
i loro insegnanti svizzeri coi voti sui registri
se n'erano già andati. Allora finalmente
si sfogavano.
Il
problema era che qualcuno c'era, il custode della
scuola, un bidello zoppo che spesso entrava nell'aula
gridando che gli italiani sono tutti dei maiali.
Perché quando i miei studenti uscivano
andavano a fumare e buttavano cicche e cartacce
nei corridoi. Io naturalmente rispondevo al bidello
che non potevo essere fuori e dentro l'aula contemporaneamente,
che non potevo controllarli dappertutto. Però
lui troncava subito il discorso dicendo che non
mi credeva perché gli italiani sono tutti
mafiosi.
Così
quando venivo via da quella scuola, una bella
scuola piena di vetrate, ai margini del bosco,
uscivo dalle urla e gli spintoni degli studenti,
dalle ingiurie del bidello razzista e finalmente
ritornavo in Svizzera, la Svizzera ideale delle
chiesette e i campanili. Allora rallentavo il
passo per godermi quel silenzio, per guardare
quel nitore con gli occhi di un convalescente.
E il venerdì sera andavo sempre a cena
in uno dei migliori ristoranti della città,
per festeggiare d'aver scampato un'altra settimana.
Insomma
la mia strada è cominciata lì. In
un paesino che si chiama Wetzikon, cantone di
Zurigo.
È
strano però che coi più grandi,
quelli che mi davan più da fare, alla fine
dell'anno sono andato a cena volentieri assieme
a loro. Ma a tavola era già un'altra cosa.
Potevamo fumare in pace senza che nessun bidello
si mettesse a urlare, e anche loro erano molto
più rilassati nel raccontarmi i loro sogni
di aprire un negozio da parrucchiera, un'officina
da meccanico. Discorsi che mi facevano star bene
perché gli studenti preferivo immaginarmeli
fuori, in futuri incontri casuali alla cassa di
un supermercato o a gestire una loro bottega,
a guidare un carro attrezzi. Volevo vederli già
adulti, finalmente liberati dalle sofferenze della
scuola.
Certo
che se ripenso agli inizi, ai tormenti patiti
nell'aula di Wetzikon, allora adesso sono in paradiso.
Perché qui invece gli studenti hanno un
pudore che m'incanta e non è mai facile
sapere quello che vogliono, quello che pensano.
Anche i desideri più accesi si nascondono
nella luce di uno sguardo.
In
un certo senso ho un problema opposto rispetto
a Wetzikon. Adesso devo interpretare un silenzio,
prima volevo fuggire dal chiasso per rifugiarmi
in un ipotetico futuro o nella mia Svizzera ideale.
In comune potrebbe esserci una diversa oscillazione
del vuoto, e che fuori dal lavoro c'è comunque
una compensazione. Qui per strada incontro un
disordine che non riesce a prendere mai forma
e tutto potrebbe sempre sgretolarsi da un momento
all'altro. Dall'altra parte invece i boschi e
le chiesette, la quieta castità del lago.
E
se poi questo mio mestiere è nato davvero
dall'ossessione dei padri, allora sono capitato
proprio nel paese dei senza padri. Non solo Ljuda
con suo padre che non si è fatto più
sentire da anni. Ma anche Vicka e la sua bambina
avuta da un serbo che non si sa più dov'è,
Saida e il padre perduto da tempo in America.
Di
recente anche Elena, la studentessa coreana, ha
avuto una bambina da un italiano conosciuto l'estate
scorsa a Perugia, e da quando ha partorito lui
fa cadere la linea ogni volta che lei cerca di
telefonargli. Basta che senta la sua voce che
subito comincia a gridare pronto pronto, e poi
riattacca.
Già,
Elena. Niente a che vedere con quella dei sogni,
con l'Elena della mia vita. Mentalità e
temperamenti quasi opposti. Solo una coincidenza
che dopo aver ricordato quel sogno, l'Elena coreana
mi abbia cercato per correggerle una lettera che
voleva indirizzare all'ambasciata perché
l'aiutassero a cercare il padre della figlia.
Nella
lettera raccontava tutta la sua storia, che con
lui si erano conosciuti quasi subito, appena arrivata
a Perugia che s'era fermata a chiedere informazioni
a un passante. Probabile avesse un'aria smarrita,
e lui si era subito offerto di proteggerla. E
già nel giro di pochi giorni aveva composto
persino delle poesie per lei, perché faceva
il direttore di un'azienda ma l'amore richiama
sempre la poesia. E poi messaggi sul telefonino,
promesse di amore eterno.
Quando
poi lei ha scoperto di essere rimasta incinta,
che era ancora in Italia, lui l'ha pregata di
tornare al suo paese perché era giusto
informarne i genitori. L'avrebbe raggiunta il
più presto possibile. S'era anche informato
quanto potesse costare un appartamento da queste
parti, perché era impensabile che Elena
rimanesse nella sua stanzetta da studentessa fuori
sede.
Naturalmente
non è mai arrivato. E da quando lei ha
partorito si è negato pure al telefono.
Perciò adesso Elena ha pensato di darsi
da fare, vorrebbe scovarlo per garantire un futuro
alla bambina.
XIV.
Da
qualche giorno abbiamo una gattina, Stjesha. L'abbiamo
presa perché c'erano sempre dei topi che
scorrazzavano per la casa. A dir la verità
Stjesha è ancora troppo piccola per cacciarli,
ma evidentemente è bastato il suo odore
a spaventarli perché adesso i topi non
si vedono più.
Per
la prima volta ho un animale domestico, se si
eccettua il cane di quand'ero molto piccolo e
che abbiamo dovuto dar via quando ci siamo trasferiti
in città. Poi più niente. Pur amando
la vita sedentaria ho sempre pensato che un animale
fosse un impegno troppo gravoso, e io volevo sentirmi
libero. Mi spaventava anche solo l'idea di quella
piccola paternità a cui ti obbligano cani
e gatti. E se era così per le bestie figuriamoci
i figli.
Ricorderò
sempre quella settimana che F. temeva di essere
rimasta incinta. Di notte non riuscivo a chiudere
occhio e vedevo lei che dormiva, pacifica, con
la sua faccia da bambina. E mi chiedevo come potesse
essere così serena. Forse incoscienza,
pensavo, e allora voleva dire che mi sarei messo
in casa due bambini, lei appena un po' più
grande di quello che sarebbe arrivato. E dire
che non ero neppure sicuro di amarla, di amare
F., anche perché lei era tanto più
giovane di me e mi piaceva soprattutto guardarla,
ero curioso dei suoi gesti, delle sue espressioni.
In fondo non avevo mai sentito un vero legame,
speravo che magari venisse col tempo. Però
intanto quella situazione precipitava tutto, e
io la vivevo come una punizione al mio orgoglio
di avere scelto una ragazza così giovane
e incosciente.
Fra
l'altro era impossibile che lei potesse abortire.
Impensabile da una ragazza che si faceva il segno
della croce prima di ogni pasto, che era una cosa
che mi piaceva pure perché era un gesto
antico, e lei non era bigotta. Ma di certo non
avrebbe mai abortito, né certamente io
l'avrei mai cacciata via. Non l'avrei fatto soprattutto
perché era giusto espiare una colpa e non
infliggere un dolore a chi non lo meritava. Insomma
erano più o meno di questo tenore i miei
ragionamenti da insonne.
Poi
l'allarme è stato scongiurato, solo un
ritardo nel ciclo. Però lei chiaramente
aveva visto i nuvoloni che mi erano passati per
la testa, in quella settimana d'insonnia. E allora
è stato inevitabile che nel giro di pochi
mesi sia finito tutto.
Intendiamoci,
non è che odi i bambini. Ho una decina
di nipoti con cui mi è sempre piaciuto
giocare e scherzare, che anzi erano la mia salvezza
nelle grandi riunioni di famiglia. Perché
mi piaceva recitare la parte dello zio un po'
strano e matto, anche un po' scemo. Ma mi bastava
quell'ideale infantile di famiglia, tipo quella
di Paperino.
E
adesso c'è Stjesha. E' una gattina bianca,
con qualche macchia nera, ed è ancora così
piccola che scivola sempre e va a sbattere dappertutto
come nei cartoni animati. Se la vedo che gioca
con Ljuda, sul divano, le chiamo per scherzo "le
mie bambine". E devo anche ammettere che
da quando c'è lei, da quando c'è
Stjesha, questa casa così grande è
meno vuota, è un po' più casa.
Strano
avere una casa, "la casa", in un posto
che si sa di dovere prima o poi lasciare. Perché
questo è il mio destino, sarebbe assurdo
credere di piantar radici in questa terra. Anche
perché il lavoro che faccio ha una scadenza,
e forse neanch'io vorrei restare qui per sempre.
In
questo senso, allora, se adesso dovessi scegliermi
la guida di un eroe preferirei senz'altro Enea
che non Ulisse. Enea, l'esule che fonda città
per poi andarsene. Poi ci sarà tempo per
la mia odissea, quando fra un paio d'anni dovrei
tornare in Europa, e poi in Italia.
Ho
sempre considerato Enea il vero eroe della nostalgia,
molto di più che non Ulisse e il suo ostinato
struggimento per la casa. Perché la nostalgia
è un sentimento irrimediabile, non prevede
un ritorno, non c'è alcun ritorno. E questo
fra l'altro mi sembra il destino di tanti, per
alcuni una direzione precisa della vita come,
in modo esemplare, il vecchio greco-armeno da
cui abbiamo preso la casa e che probabilmente
vivrà quel che gli resta nel nord della
Russia, in riva al Baltico. Perché questo
è il destino di quasi tutti gli esuli,
i pionieri, gli emigranti. Non solo quelli che
hanno fatto l'America, anche quelli più
dimenticati come i partigiani greci che hanno
ancora qui il loro teatrino col ritratto di Marx
e il busto di Lenin e l'insegna fuori con sopra
il Partenone. Oppure i genitori dei miei studenti
di Wetzikon, con dei figli ormai svizzeri che
sentivano solo l'oppressione della nostalgia dei
padri.
Per
questo mi chiedo come mai, nel linguaggio corrente,
sia entrata la parola odissea e non eneide,
che potrebbe descrivere meglio la storia di tanti.
Non credo sia solo un problema fonetico. Più
probabile sia la difficoltà d'accettare
la nostalgia come sentimento irrimediabile. Molto
meglio prevedere o anche solo desiderare un ritorno.
Perché vagare senza mai figurarsi di tornare
è troppo assurdo, insensato, inaccettabile.
Troppo terribile la nostalgia di Enea per un posto
che non c'è nemmeno più, a cui certamente
non si potrà mai più far ritorno.
Tornando
definitivamente dalla Svizzera mi sono preso un
appartamento, e ne ho scelto uno a un piano molto
alto con una vista su una parte della città
praticamente sconosciuta. Rispondeva a esigenze
che allora consideravo primarie: tanta luce, con
tante finestre esposte a est; l'anonimato del
grande condominio; rendere il più possibile
irriconoscibile la città in cui ero cresciuto.
Anche se ero tornato volevo sentirmi ancora in
viaggio, o forse da nessuna parte. Così
per un bel po' non uscivo quasi mai da quel quartiere
così poco famigliare. In centro ci andavo
solo se era indispensabile.
Se
infatti penso alla città in cui dovrei
tornare ne ritrovo almeno due. Non perché
sia una metropoli, ma perché la città
dell'infanzia e dell'adolescenza è sempre
più sfuggente, rarefatta, e se percorro
quelle stesse strade mi sembra di camminare in
una miniatura. Perché trovarsi nei luoghi
dei ricordi è spesso ridicolo. I ricordi
hanno un'ampiezza che non può essere costretta
dai muri delle case. A quei ricordi sono in effetti
molto più vicino adesso, in questa città
che giro da sonnambulo.
L'altra
città, quella della vita adulta nel quartiere
anonimo, dove sono adesso non riesco a trovarla.
Ancora troppo fresche le abitudini. Altri gli
alberi del viale, l'ascensore, i marciapiedi,
la pizzeria sotto casa. E sarebbe dunque quella
la mia Itaca? Un posto che avevo scelto per non
sentirmi da nessuna parte?
Una
cosa è certa. Se non sapessi di dover lasciare
questa bella casa mi sentirei quasi in prigione.
Anche se naturalmente m'immagino già di
tornarci. Ma chissà quando, e chissà
se poi capiterà davvero. Ed è in
questo desiderio, alimentato dall'incertezza,
che sta l'intima felicità del mio trovarmi
qui, adesso.
Nella
vita c'è sempre stato qualcosa che mi spingeva
a partire, qualcos'altro a restare. Perciò
dopo un po' viaggiare non bastava più,
e un vero viaggio doveva somigliare a un esilio.
Così adesso ho trovato l'equilibrio di
queste spinte opposte. Nel senso che non ho mai
fatto vita più casalinga di adesso, e questa
è senz'altro la casa più casa che
abbia mai avuto. Anche perché non ho mai
convissuto così a lungo con una donna,
non ho mai avuto un giardino, un animale domestico,
un portone da chiudere la sera per tenere fuori
il mondo di fuori. Allo stesso tempo non mi sono
mai trovato così lontano da "casa",
ed è anche questa lontananza che mi fa
credere che questa sia davvero "la casa",
quella che ho cercato tanto a lungo.
 |
XV.
Prima
di arrivare a Zurigo ero stato un paio di mesi
a Basilea, per fare dei corsi ad adulti che volevano
prendere la licenza media. Questi adulti erano
emigrati tutti da un paesino sulle pendici dell'Etna,
e la sera andavo a fare lezione nel loro ritrovo
dove avevano ricostituito, in piccolo, un ambiente
che gli ricordasse il posto che avevano lasciato.
Naturalmente c'erano le cartoline del paese, il
mare di Sicilia, una carta dell'Italia appesa
alla parete, mensole con sopra le bottiglie di
vermut e di marsala, mazzi di carte, la radio
per ascoltare le partite la domenica.
È
strano perché ho ancora davanti agli occhi
quel piccolo ritrovo, un appartamentino di due
stanze nella zona fiera, mentre ho scordato del
tutto l'appartamento dove abitavo io. Se tornassi
a Basilea saprei ritrovare il circolo dei siciliani,
sempre che ci sia ancora, ma non saprei neppure
che direzione prendere per tornare alla casa dove
stavo. Dovrebbe essere in una periferia anonima
e ordinata, coi praticelli e i giochi per bambini.
Un posto come tanti, come ce ne sono migliaia
in ogni città della Svizzera o dell'Europa
più ricca.
Se
invece andavo dai siciliani entravo in una vera
avventura. Allora fra l'altro leggevo molta fantascienza,
e lì finalmente si rendeva visibile, reale,
quella teoria dei mondi paralleli che mi era sembrata
solo un'allucinazione ben riuscita. Perché
quando varcavo la soglia del circolo siciliano,
o meglio del paesino sulle pendici dell'Etna,
allora entravo in una zona dove il mondo che rimaneva
fuori diventava subito lontanissimo, molto distante
nel tempo e nello spazio, in quanto non c'era
niente che potesse ricordare il quartiere che
avevo appena attraversato per andare lì
dentro, con tutte le luci e i padiglioni avveniristici
della Fiera di Basilea. Insomma cadevo in un buco
spazio-temporale, perché non era solo la
distanza dello spazio, la differenza fra un paesino
della Sicilia e una moderna città svizzera,
ma anche quella del tempo perché entravo
in un'Italia che probabilmente non c'era già
più, l'Italia che era stata lasciata da
quegli emigranti quando erano partiti. E tutto
là dentro odorava di quella nostalgia pietrificata,
fossilizzata nei gesti e negli oggetti, nei tavoli
e persino nelle sedie su cui ci sedevamo.
Loro,
i compaesani a cui facevo il corso, spesso dicevano
che quando tornavano a casa non riconoscevano
quasi più il paese che avevano lasciato,
e poi si erano già abituati da anni alle
comodità svizzere tipo i supermercati,
le autostrade, gli ospedali. Uno ch'era andato
in pensione al suo paese, nella casa che s'era
tirato su coi suoi risparmi, era poi tornato indietro
perché non accettava di sentirsi uno straniero
a casa sua, e almeno a Basilea aveva gli amici
del circolo, i nipotini d'accompagnare al parco.
Così quel circolo era diventato per molti
il paese in cui stare, un paese che ormai non
c'era più da nessun altra parte.
D'altronde
anche nella mia città, adesso, la domenica
ai giardini pubblici si ritrovano le donne russe
e ucraine che sono arrivate per badare ai vecchi.
Si mettono i vestiti belli e poi passeggiano o
chiacchierano sedute sulle panchine. A passar
di lì, la domenica, si attraversa un angolo
di Russia perché il russo è l'unica
lingua che si sente. E allora chissà come
anche gli alberi, il parco giochi dove andavo
da bambino, prendono subito altri colori e sembra
che persino le forme siano cambiate. O perlomeno
una luce che prima non c'era. Perché anche
i sassi lo sanno che un paesaggio è fatto
pure dalle voci, dai gesti e gli sguardi della
gente.
La
noia. L'amica e la nemica. Non sopporto più
tutti gli impegni che mi cascano addosso quando
sono in Italia, e tutti gli amici e i parenti
da incontrare. E spesso vacillo anche nel vuoto
della mia vita di qua, nella mia vita da pensionato
di lusso, che anche se esco è come prendere
aria su una panchina perché la vita è
uno spettacolo a cui non posso mai a partecipare
fino in fondo, e non sempre riesco a godermi l'estraneità.
Allora la noia, il tempo morto che può
essere fecondo oppure soltanto morto, solo un'ansia,
un'attesa. Attesa di niente, in fondo. Solo che
passi.
A
volte può bastare un attimo, un secondo,
che questo gironzolare a vuoto mi fa sentire libero
come mai mi ero sentito. Perché la noia
può essere anche molto eccitante, un'avventura
dove tutto è possibile.
Sarà
per questo, allora, che il silenzio di qui mi
ricorda l'infanzia, la prima adolescenza, i pomeriggi
nella stanzetta a fare i compiti e quei fantasmi
che non riuscivo mai ad afferrare, ma ne avvertivo
la presenza. In quell'età della mia vita
neanche lo spazio esisteva, non era una dimensione
della realtà. La cosa più vera era
il raccoglimento, uno stringersi assurdo dentro
di sé.
Forse
dello spazio me ne sono accorto solo quando ho
fatto la raccolta delle figurine del Risorgimento,
con quelle scene di campi di battaglia dove s'indovinavano
ancora dei soldati fin dove si distingueva una
macchiolina di colore. Prospettive a perdita d'occhio,
a volo d'uccello. Ma solo se rimanevano in piccolo,
in qualcosa che riuscivo a tenere in mano.
Che
anche il mondo potesse somigliare a quelle figurine
l'ho imparato da Luigi. Luigi andava in giro a
fotografare il mondo come se fosse un album da
sfogliare. E così è riuscito a farmi
capire, meglio di tutti, che dal mondo è
anche stupido difendersi. Tanto non siamo che
passanti, siamo stranieri anche alla strada che
percorriamo ogni giorno. E questo gioco di appropriazione,
di sentire che qualcosa è nostro, è
sempre qualcosa di momentaneo, una dolce illusione.
L'importante è capire che questo gioco,
questa illusione si può ripetere all'infinito
e dappertutto, ed è forse questa la bellezza
del sentirsi vivi.
Così
lo cerco spesso, Luigi, quando la noia mi acceca.
Lo cerco anche se lui non c'è più
da dieci anni. Ma è stato da lui che ho
imparato che viviamo sempre in tanti mondi paralleli,
e che basta aprire una finestra per ritrovarsi
nella chioma di un albero, nel volo di un uccello;
oppure che un paese della Sicilia lo puoi trovare
anche in mezzo all'Asia, la strada che ricordavi
da bambino in un'altra città, un altro
paese.
Un
paio d'anni prima di morire Luigi era andato a
stare in una casona di campagna assieme alla moglie.
Poi gli era nata anche una bambina e nei suoi
ultimi mesi si era messo in paternità,
perché andava molto meno in giro per stare
insieme alla figlia. Attraverso di lei riviveva
i primi sguardi sul mondo, un mistero che non
aveva mai dimenticato e che adesso poteva esplorare
ancora.
Ricordo
anche che una volta, visto che adesso viveva pure
in campagna, Luigi mi aveva detto che gli sarebbe
piaciuto che la figlia da grande studiasse le
piante e costruisse giardini. Perché era
un bel mestiere, dove ci si poteva accorgere ancora
delle stagioni, dei fiori che sbocciano e appassiscono,
delle cose che muoiono per poi rinascere. Credeva
che se molti adesso sono infelici è perché
vivono fuori dal tempo delle stagioni.
Davanti
a questa casona di campagna c'era infatti un vecchio
fienile che Luigi voleva mettere a posto per trasformarlo
in uno spazio in cui invitare gli amici a esporre
o creare cose, immagini, suoni, che però
non si dimenticassero del passare delle stagioni.
Aveva già pensato di chiamare questo posto,
che poi non si è mai fatto, "La Casa
e le Stagioni".
Perciò
credo che Luigi avrebbe amato il posto dove sto.
Non solo per via del giardino. Ma anche perché
pure in strada ci si accorge per forza della tristezza
dell'inverno, del buio della notte, del sole che
stordisce in estate e della primavera che esplode
all'improvviso. E adesso che siamo in autunno
le giornate sono così miti da non dare
alcuna nostalgia dell'estate.
Se
esco in giardino mi capita spesso di evocarlo,
Luigi, perché come uno sciamano sapeva
riportare il presente a un tempo paradisiaco,
e allora mi piace sentirmi custodito da lui nei
momenti di pace. Quella pace lui sapeva fermarla
in un'inquadratura, in un breve istante da rivedere
nei colori di una stampa. E per me sedere in giardino
è come entrare in un fotogramma fermo,
in una pacata bellezza di cui sarebbe idiota non
accorgersene.
XVI.
Appena
arrivato a Zurigo mi aveva colpito vedere su tanti
muri la fotografia di un pericoloso criminale
che la polizia stava cercando. Il suo aspetto
era tutt'altro che minaccioso: un biondino un
po' stempiato, sguardo timido dietro degli occhiali
dalla montatura leggera. Costui, i giornali ne
parlavano continuamente, era un architetto del
comune che si era sentito ingiustamente accusato
per uno scandalo edilizio e allora, un bel giorno,
era entrato nel municipio di Zurigo e aveva sparato
a diversi assessori e funzionari, che a suo avviso
gli avevano scaricato addosso delle responsabilità
che non aveva. Ne aveva uccisi quasi una decina,
poi s'era allontanato tranquillamente e nessuno
l'aveva più visto.
L'architetto
aveva lasciato anche un elenco di altre persone
con cui voleva regolare i conti, fra cui il sindaco
della città. Perciò quell'anno hanno
persino sospeso la principale festa comunale,
che secondo antichi riti massonici prevede un
corteo d'incappucciati. Avevano paura che sotto
un cappuccio si potesse nascondere l'architetto.
I
giornali non sembravano neppure tanto stupiti
di quant'era successo. E in effetti qualcosa di
analogo è capitato anche di recente, con
una strage al consiglio comunale di una città
vicino a Zurigo. Quella volta i giornali erano
semmai meravigliati che l'architetto non si fosse
suicidato ancora, perché il senso di colpa,
da quelle parti, dovrebbe avere un peso almeno
pari al senso di giustizia che aveva armato la
mano dell'assassino. Invece niente, se non qualche
messaggio in cui l'architetto ribadiva la sua
innocenza e la volontà di punire i veri
responsabili dello scandalo edilizio.
I
giornali allora si erano spiegati il mancato suicidio
col fatto che l'architetto aveva una madre cattolica,
perciò la sua morale poteva avere quella
doppiezza che è invece estranea all'etica
protestante. E insomma il caso provocava dibattiti
a cavallo tra psicologia e teologia, ma dell'architetto
per un bel po' nessuna traccia.
Poi
l'hanno preso alcuni mesi dopo, in una cittadina
della Francia, e così anche la sua immagine
è scomparsa dai muri della città
e mi è quasi dispiaciuto perché
la sua faccia, e la sua storia, facevano ormai
parte del mio romanzo di Zurigo. Parlo di quelle
avventure che appassionano soprattutto quando
si è soli, quando ci si sente un po' troppo
soli e allora si cerca il filo di una storia che
aiuti a sopportare meglio l'estraneità
del mondo.
Romanzi
del genere qui non sarebbero possibili. Perché
in questo paese non c'è praticamente informazione,
e allora non si vivono quei romanzi della cronaca
che nell'altra parte del mondo riempiono la solitudine
di tanti. Perciò se mi rifugio nel giardino
non è perché creda che qui è
tutto rosa e fiori. In un certo senso è
inevitabile. Vivendo qua le esperienze si riducono
per forza al proprio campo visivo, o a quel che
posso sentire parlando con gli stranieri che frequento,
oppure chiacchierando con Ljuda o gli studenti.
Ma pure i nativi sono stranieri a quel che succede
e potrà capitare, e se anche nel sonno
di questa città si agitano strane inquietudini,
cercare di capirci qualcosa è roba da romanzo
del mistero.
L'altra
notte, mi raccontava Paolo, mentre era affacciato
alla finestra a fumarsi una sigaretta ha sentito
due spari. Poi più niente. Silenzio assoluto.
E già da tre mesi sono chiusi i bazar che
vendono vestiti e altre cose che non siano quelle
da mangiare. Questo per via di alcune riforme
economiche che nessuno capisce. E poi si dice
che nelle ultime settimane abbiano sostituito
anche diversi direttori, ministri, rettori, e
dall'alto sempre più spesso vengono impartiti
ordini incomprensibili, crudelmente punitivi:
i medici costretti a pulire gli ospedali di notte,
i professori le loro scuole. Pare inoltre che
il Presidente sia ammalato gravemente.
Insomma
il silenzio di questa città nasconde anche
tanti mormorii, tante paure. Perciò non
so mai quanto possa durare il mio gioco di stare
nel silenzio, in questa vaghezza che come un mare
di Solaris crea le isole della memoria
che vado a visitare. Da un momento all'altro potrei
essere costretto a tornare sulla terra. Poiché
stare nella pausa di qualcosa non è solo
un effetto della mia condizione di residente temporaneo,
è anche la sensazione di tanti, l'aria
stessa che si respira.
Naturalmente
nell'aria non è che ci sia un'immagine
precisa. C'è il vuoto, naturalmente. Così
nel vuoto anche il minimo bagliore diventa eterno,
fermo. Può essere la paura e la rassegnazione
della gente, o quel sonnambulismo a cui affido
la forza incontrollata dei ricordi. Altrimenti
non si spiegherebbero queste visite continue,
queste processioni di fantasmi da pomeriggio domenicale,
quando da bambino perfino il tramonto sembrava
non volesse tramontare.
Era
una sera, a casa dei miei nonni, in campagna.
Impossibile definire un momento preciso in quanto
non ci sarebbe nessun fatto da raccontare, solo
un'abitudine. E in quest'abitudine c'era il momento
del commiato che era sempre il momento più
lungo, con l'attesa del ritorno a casa e i saluti
e le ultime chiacchiere da fare attorno a un tavolo.
Alle chiacchiere non partecipavo mai, preso com'ero
dall'attesa e il desiderio del ritorno. La consolazione
poteva essere il buio che cresceva oltre la finestra,
o alcuni rotocalchi da sfogliare più che
altro per tenere la testa giù, fingendo
l'interesse per qualcosa.
Ecco,
strano a dirsi, ma è stato sfogliando un
rotocalco che ho vissuto l'unica esperienza memorabile
di quelle sere interminabili. In copertina al
rotocalco c'era la foto di un noto presentatore
televisivo che aveva avuto un incidente che poi
gli sarebbe stato fatale. Era caduto giù
dall'impalcatura di un teatro, non ricordo più
per quali motivi. Comunque l'altezza era considerevole,
e nella foto si vedeva il momento in cui gli erano
stati prestati i primi soccorsi.
Il
volto di questo presentatore mi era noto, tutti
lo conoscevano. Una faccia gioviale e sorridente,
da zio simpatico. Ma nella foto sul rotocalco
c'era un'espressione stupita, spaventata, con
gli occhi in fuori e una smorfia di dolore e di
sorpresa. Nei suoi occhi vedevo, per la prima
volta, la paura e il presagio della morte. Anche
se avevo già assistito, in qualche film,
alla morte di qualcuno, però mi rendevo
conto che nessun attore, per quanto bravo, sarebbe
mai riuscito ad avere un'espressione simile. Perché
il dolore e la paura che vedevo in quella foto
erano vere.
Insomma,
per caso, per vincere un po' la noia, mi ero trovato
in mano la verità del morire. Una scoperta
sconvolgente che da lì in poi avrebbe turbato
la mia vita e, strano a dirsi, quando ancora adesso
m'immagino la paura di morire mi torna in mente
ancora quella foto. Non c'è più
stata nessun altra immagine o nessuna delle tanti
morti viste per televisione che abbia sostituito
la forza di quella foto vista per caso su un rotocalco.
Forse perché era la prima volta che intuivo
questa verità. E la prima volta vuol dire
quando ti capita qualcosa che nessuno ti ha spiegato,
o che nessuna spiegazione può spiegare.
Come la prima eiaculazione notturna, o la scoperta
che i regali non li portano Gesù Bambino
o Babbo Natale. Perché ogni scoperta, a
una certa età, si accompagna sempre a una
sorpresa di dolore e di vergogna.
XVII.
Le
scoperte peggiori, da bambino, sono quelle rivelazioni
che vengono fatte dando per scontato che tu le
sappia già. Così bisogna assorbire
solo il colpo, non facendo trapelare niente per
non tradirsi. Ma dentro naturalmente s'implode,
come si dice, e questa implosione rimbomba in
un'anima che poi non sarà mai più
la stessa.
Che
non era Gesù Bambino a portare i regali
di natale l'ho imparato da un compagno delle elementari
che prendeva in giro uno che ci credeva ancora
e voleva condividere con altri la sua derisione.
Io sull'argomento non m'ero pronunciato, perché
allora non parlavo quasi mai. Però ricordo
di aver partecipato alla discussione con un sorrisino
di complicità, mentre dentro cadevo a pezzi.
Perché in un attimo il mistero della vigilia
di natale s'era dissolto, solo una messinscena
ben orchestrata.
Dunque
si aspettava la fine della cena, di aver sparecchiato
per bene la tavola, e quel campanello che sentivo
dietro la porta di casa e dovevo subito rifugiarmi
nella mia stanza perché Gesù Bambino
non potevo vederlo di persona, se no niente regali
e anche lui spariva, quel campanello era solamente
la solita sveglia coperta da un panno per attutirle
un suono altrimenti troppo riconoscibile. E le
trepidazioni vissute nella stanza e quello scalpiccìo
nel corridoio non erano i passi di Gesù
Bambino che entrava a casa mia, erano i miei genitori
e i fratelli più grandi che andavano a
prendere i regali dagli armadi per farmeli trovare
poi in sala, una volta che si fosse richiusa la
porta di casa. Perché in questa messinscena
c'era pure la promessa di una felicità
futura: anch'io avrei potuto vedere Gesù
Bambino quando avessi avuto l'età dei miei
fratelli maggiori. E allora avrei potuto anche
parlargli, incontrarlo, vederlo e forse anche
toccarlo, stringergli la mano. E da adulto avrei
potuto raccomandargli i miei figli. Invece niente:
Gesù Bambino non esisteva, solo una statuetta
del presepe o una storia vecchia di duemila anni.
E questo lo dovevo scoprire da un compagno di
scuola che faceva sempre il gradasso e voleva
sentirsi solo un po' più grande degli altri.
Quando
m'immaginavo Gesù Bambino, dietro la porta
della mia stanza, non lo collegavo affatto a un
Cristo venuto sulla terra, a una rivelazione messianica.
Era solo l'eterno bambino, il bambino angelicato,
l'angelo custode dei bambini. Scoprire che non
esisteva, ch'era solo una finzione, voleva dire
sprofondare in una dimensione puramente corporea,
nel peso delle braccia, delle gambe, della testa,
e l'anima allora se andava via. Per anni la mia
anima è sparita, si è eclissata
chissà dove, e per ritrovarne qualche traccia
ho dovuto aspettare molto tempo, quando un po'
alla volta ho riscoperto il piacere d'indugiare
in quel vuoto che c'è fra lo sguardo e
una cosa guardata, fra un gesto e un'azione. Quando
insomma non mi sono sentito più colpevole
di soffermarmi nell'immaterialità del mondo,
e allora è cominciato pure il lento riscatto
di un'infanzia cancellata.
A
quest'infanzia, a questa dimensione incorporea
darei adesso il nome di poesia, che è sempre
una definizione buona per spiegare l'inspiegabile.
Anche se di poesie non ne ho più scritte
dopo i tentativi dell'adolescenza, né saprei
tuttora come si possano scrivere. Ma non saprei
neppure come definire altrimenti quegli istanti
in cui ritorna il bambino che forse non sono mai
stato. Quello che poteva essere, e che non c'è
più eppure è ancora vivo, qualcosa
che pulsa sotto la pelle delle cose.
"Triste
chi è felice!" dice un bel verso di
Pessoa. Da tempo non invidio più la felicità
degli altri, anzi ho cominciato a star meglio
quando mi sono accorto che nella mia tristezza
c'era una buona dose di felicità, e che
la felicità dovevo cominciare a prendermela
da lì, dalla mia tristezza, senza voler
imitare la felicità degli altri che mi
buttava solo nello sconforto.
Per
troppo tempo vivere mi è sembrata una maniera,
qualcosa di totalmente estraneo, un'imitazione.
Ma senza trovare neppure un modello, andando ora
un po' di qua ora un po' di là. E se infatti
non mi sono mai sentito un insegnante, non mi
sono mai sentito in pieno neppure uno studente.
Così poco dopo che m'ero iscritto all'università
ho preferito cercarmi un lavoro e ho cominciato
a vendere libri a rate. L'ho fatto per tre anni
ma senza mai considerarlo un vero mestiere, solo
un modo per guadagnarmi qualcosa e non impegnarmi
troppo con gli studi. E poi mi piaceva passare
i pomeriggi nell'agenzia della vendita rateale
dei libri, spesso venivano gli amici a trovarmi
e lì mi sentivo a casa.
Purtroppo
con me lavorava un collega che aveva già
famiglia, e quando lui mi ha prospettato un suo
piano di sviluppo io non me la sono sentita di
diventare un vero venditore di libri a rate, così
gli ho detto che non ci stavo più e sono
tornato a fare lo studente a tempo pieno. Almeno
esser studenti voleva dire non recitare nessun
ruolo preciso, perché non mi dispiaceva
il lavoro che facevo ma non volevo neppure considerarla
una sistemazione definitiva. Essere qualcuno come
un medico, un libraio, un ingegnere, mi sembrava
una cosa insostenibile. Non riuscivo a immaginarmi
di diventare uno che gli altri avrebbero potuto
riconoscere in quel che faceva. E anche adesso
se qualcuno mi saluta con "buongiorno professore"
mi sembra di leggere il mio necrologio, e un necrologio
triste.
Fortunati
gli attori, in questo senso. Soprattutto gli attori
che muoiono sulla scena recitando il loro ruolo
preferito, come un attore russo che piace molto
a Ljuda e che è morto recitando il monologo
finale di Figaro nella commedia sulle
nozze scritta da Beaumarchais. In quella parte
quest'attore era il più bravo di tutti,
e alla fine era sempre molto stanco quando si
trovava in scena da solo, estenuato dalla gelosia
per Susanna e gli intrighi del Conte.
L'ho
visto anch'io questo monologo, in una cassetta
che Ljuda ha preso per prepararsi meglio all'opera
di Mozart che dovrà fare al conservatorio,
e devo dire che pur sapendo pochissimo di russo,
quando quest'attore recita la sua stanchezza è
così convincente che non ci si aspetta
neanche più il lieto fine che poi ci sarà.
E la sua recita nel mondo quell'attore l'ha finita
un bel giorno proprio su quel monologo, interrompendo
una commedia che poteva benissimo fermarsi anche
lì, sfociare in quel finale certo più
vero, meno teatrale di quello previsto
da Beaumarchais. Così morendo l'attore
ha creato un'opera migliore di quella che già
esisteva, e la sua morte è diventata un'illusione
ben riuscita. Perché morire nella pelle
di un altro, dentro un personaggio, dà
anche alla morte quel carattere illusorio che
può rendere più viva la vita stessa,
che infatti non può mai definirsi in qualcosa
di definito e definitivo. A meno che non si voglia
rinunciare all'anima per diventare finalmente
qualcuno come un medico o un mendicante, un notaio
o uno scrittore.
E
se l'anima sta nella vaghezza, allora non c'è
niente di meglio che una passeggiata di domenica
mattina, quando è già novembre inoltrato
e l'aria fredda è addolcita da un sole
pallido che rischiara il vialone delle querce.
In giro non c'è quasi nessuno perché
è ancora troppo presto, e quei pochi che
si vedono sono ancora presi dal loro borbottio
interiore. Pure l'andatura ha la cautela di un
sogno da cui non ci si vorrebbe svegliare.
Ecco,
l'immagine di un mattino domenicale è un
buon esempio di tristezza felice, di un'eternità
malinconica e felice. Ancora lontani i turbamenti
del tramonto e della sera, ancora troppo vicino
il tepore del sonno. E il risveglio domenicale
non ha mai nessuna frenesia, si esce semplicemente
perché ci si vuole svegliare in una giornata
che inizia e si vorrebbe godere di questo inizio,
come di una promessa a chissà cosa. Certo
non è una felicità da salti di gioia.
Ma la gioia spesso è crudele, non conosce
il piacere di abbandonarsi alla malinconia che
invece è molto più duratura, una
sensazione molto più pacifica e pacificata.
Così
con Ljuda domenica mattina siamo arrivati fino
alla Puškin, di fronte al vecchio conservatorio
dove c'è il supermercato inglese che aveva
appena aperto. Cercavamo scatolette per la gatta,
ma entrare in quel piccolo supermercato vuoto
era un'occasione da non consumare troppo in fretta,
che quando vado con Ljuda a fare spesa "dagli
stranieri" c'è già normalmente
la curiosità per tutti i prodotti che lei
non conosce. E poi quel giorno non c'era nessuno,
così ci siamo fermati davanti a ogni scaffale
per vedere tutto quello che c'era.
E'
strano ma sono sicuro che fra le tante nostalgie
che avrò di questo posto ci saranno sicuramente
anche le spese che vado a fare. Perché
qui fare la spesa è una lenta esplorazione,
niente a che vedere con quella frenesia nervosa
che t'invade nei supermercati dell'altra parte
del mondo. E qui bisogna anche tenersi a mente
dove puoi trovarle, le cose: il detersivo buono
da una parte, le scatolette per la gatta da un'altra,
le viti in quel bazar, le pile in quell'altro.
Come se il procurarsi qualcosa non si fosse ancora
completamente dimenticato dell'istinto millenario
della caccia, che presuppone sempre una buona
conoscenza del territorio per arrivare a catturare
una preda.
XVIII.
Un'altra
nostalgia, che vivo già adesso, sul momento,
è quando arrivano a cena le amiche di Ljuda,
che hanno tutte le età di una figlia che
non ho mai avuto. Ma la cosa che più mi
meraviglia è che hanno quelle passioni
che potevano animare anche mia madre: il melodramma,
le vecchie commedie. Così con loro mi trovo
sempre nella parte del padre e del figlio. Il
padre per ragioni anagrafiche, e perché
ci tengo ad essere servizievole e distaccato.
Il figlio perché non faccio fatica a immaginarmi
le amiche di mia madre, o quelle amiche che mia
madre avrebbe voluto avere.
A
volte, è strano, ma anche con Ljuda mi
capita di recitare la parte del giovane. Cioè
faccio quello che s'interessa del futuro, dei
destini del mondo. Ma basta che vengano a trovarla
le sue amiche, e che le vedo appassionarsi per
la voce di una cantante o il gesto di un attore,
allora la parte del giovane mi sembra solo quella
dell'idiota che pretende di saperne di più
perché si tiene "aggiornato".
Ma aggiornato a cosa? Agli attentati che succedono
e alla guerre che potrebbero scoppiare? E questo
solo per fare ogni tanto la faccia grave e sparare
giudizi e previsioni catastrofiche?
Mi
accorgo, purtroppo, che rispetto a loro, a Ljuda
e alla sue amiche, le informazioni e i destini
del mondo mi assorbono fin troppo. Anche quando
sono voluto uscire dalla mia adolescenza per entrare
nel mondo, nel mondo che occupava le scuole e
che voleva cambiare il mondo, però in questo
ingresso in una vita cosciente da cittadino, in
questo passaggio che ho sempre considerato provvidenziale
ho sicuramente perso qualcosa. Qualcosa che qui
vorrei ritrovare, che qui mi sembra di avere ancora
a portata di mano.
Un'illusione,
certo, cioè l'illusione di vivere fuori
da un tempo storico. Ma di questa illusione vorrei
cibarmene finché campo, anche perché
il tempo storico diventa troppo spesso la gabbia
in cui ci s'imprigiona la vita.
La
Città del Pane e dei Postini. Si può
immaginare un posto migliore di questo, tanto
migliore in quanto nessuno saprebbe riconoscerlo,
nessuno potrebbe neppure consigliarlo ad altri?
È
una cosa difficile da spiegare. Allora diciamo
così: c'era un tempo in cui mi ricordavo
di quello che facevo. Se ad esempio prendevo una
sbronza potevo ricordarmela e questo ricordo mi
accompagnava nei racconti da fare agli amici,
amici con cui condividevo un'intimità esclusiva
perché la vita era ancora un bel mistero,
ed io, insieme a loro, eravamo i sacerdoti di
quel mistero che volevamo mantenere nostro. Perché
naturalmente non si condividono mai le cose che
possono sapere tutti.
Poi
arriva il tempo in cui non ci si ricorda neppure
più di una sbronza. Semmai diventa più
importante la conseguenza, il mal di testa del
giorno dopo. Ma quello che è successo prima
non ha quasi più importanza. E questo,
mi sembra, è il tempo in cui ci si prepara
a morire. Paradossalmente è anche il tempo
della coscienza, di una vita che vuole diventare
adulta.
Ora
io non vorrei morire. Ho già avuto paura
di morire quand'ero all'ospedale, solo pochi anni
prima di arrivare in questo paese. E se sono arrivato
fin qua è anche perché volevo tornare
al tempo di un inizio, illudermi che esistesse
ancora un tempo da ricordare. Così ad annotarmi
piccoli accadimenti tipo la spesa con Ljuda al
supermercato degli inglesi, o le cene con le sue
amiche, non credo sia un atto di narcisismo. E'
che certe cose voglio annotarmele perché
vorrei imparare ancora qualcosa. O semplicemente
perché penso che valgano la pena di essere
ricordate.
Allora
tutta la gioventù via. Semmai essere sempre
bambini, ragazzi, vecchi. Dimenticare il giovane
che si vuole affacciare alla vita per prenderla
a morsi. Molto meglio rammentare l'indicazione
di Luigi: la Casa e le Stagioni. Perché
lui aveva già capito come uscire vivi dalle
gabbie della storia. Luigi sapeva che bisogna
accordare sempre il tono della vita alle cadenze
del tempo, e non è come per i giovani che
sono sempre convinti che si debba vivere nel futuro,
in quella che chiamano la storia del loro tempo.
Molto meglio invece farsi trasparenti come l'acqua,
bui come la notte. E d'autunno calpestare le foglie
secche come fanno i cani, i gatti, i bambini;
e la domenica mattina, in novembre, uscire a passeggio
come una vecchia coppia di sposi che ha deciso
d'andar fuori solo per guardare una giornata che
inizia.
XIX.
Quando
avevo più o meno sedicianni, e avevo già
smesso di andare alla messa della domenica e di
continuare ad essere quello che avrebbero desiderato
i miei, con alcuni amici avevamo preso in affitto
due stanzette in un vecchio casolare di periferia
mezzo diroccato. Pagavamo solo diecimila lire
al mese, che raccoglievamo facendo una colletta
fra di noi.
Queste
due stanzette le avevamo battezzate Casa Nostra,
un po' per fare il verso alla mafia, ma soprattutto
perché così s'intitolava la canzone
di un gruppo californiano che ci piaceva. E poi
perché era anche il modo più chiaro
per indicare uno spazio di cui rivendicavamo l'appartenenza
esclusiva. In quel tempo c'erano solo le chiese
e tantissimi circoli politici, ma noi non volevamo
accasarci da nessuna parte, che anzi volevamo
uscire dalle tante case che c'erano e pensavamo
che la casa migliore in cui stare fosse l'amicizia
che ci legava. Qualcuno poi ci veniva anche a
trovare, ed era un piacere ricevere qualcuno a
"casa nostra".
Quando
ebbi quel processo famigliare che ho già
ricordato, la causa scatenante era stata proprio
che i miei erano venuti a sapere di Casa Nostra,
che naturalmente immaginavano un covo di terroristi
e di drogati, visto che non faceva parte di quei
circoli riconosciuti che invece i miei fratelli
frequentavano. Dunque un luogo misterioso, clandestino.
E per me era impossibile spiegargli che lì
dentro non facevamo niente di speciale, che spesso
facevamo solo delle gran chiacchiere e interminabili
partite a carte. Insomma cose che si potevano
fare anche a casa di uno o dell'altro, oppure
in qualsiasi bar. Ma naturalmente avrebbero avuto
un sapore diverso. Però, dal punto di vista
dei miei, capivo anche che questa giustificazione
non poteva essere convincente. Sotto ci doveva
essere qualcos'altro.
Allora
naturalmente mi era impossibile difendere, se
non col silenzio, quel mistero fatto di niente.
E dopo un po' le domande che si facevano i miei
se le son fatte anche alcuni di noi, perché
non si riusciva a capire perché dovessimo
tenere quelle stanze visto che non veniva mai
una donna e non facevamo neppure quelle cose proibite
che invece facevano quelli che avevano le stanze
di sotto, che stavano sempre in penombra ad ascoltare
musica e invitare amiche alle festine che organizzavano.
E se quelli di sotto li incrociavamo fuori, in
cortile, quando uscivano da una qualche festa
per prendersi una boccata d'aria, allora facevano
sempre strani discorsi che accompagnavano con
sguardi e sorrisi che quelli sì erano anche
per noi misteriosi. Inoltre da loro ci stava uno
fisso, praticamente abitava lì e spesso
anche la sua amica si fermava di notte. Insomma
noi al confronto eravamo dei bambini che non sapevano
cosa fare della loro vita, così nel giro
di poco più di un anno abbiamo rinunciato
a quel posto perché nel frattempo qualcuno
si era già perso nel desiderio di un amore
o di una storia un po' più vera.
Io
non so bene perché, ma a Casa Nostra ho
resistito fino in fondo, sono stato fra gli ultimi
"sfigati" rimasti. Forse per me in quella
sconclusionata avventura c'era proprio il desiderio
di congelare un'attesa, oltre naturalmente all'orgoglio
di riconoscermi in uno spazio che non fosse la
casa dei miei. Insomma avevo trovato uno sbocco
alle ossessioni che da sempre mi tormentavano:
non aver tanta voglia di crescere e trovarmi un
angolo appartato di mondo. In più il bisogno
di amicizia, l'unico posto in cui me la sarei
sentita di accasarmi.
Così
una volta finita Casa Nostra rimaneva il vasto
mondo oppure la stanza col divano rosso dai miei,
che ho cominciato a considerare "casa mia"
proprio dopo la conclusione di quell'esperienza.
I miei d'altronde erano contenti di lasciarmi
quello spazio che per loro voleva dire un ritorno
a casa, sotto il loro controllo. Per me significava
maggior solitudine, e l'affogare sempre più
spesso in tanti libri che mi facessero il vuoto.
Non mi bastava partecipare, seppur furtivamente,
alla vita studentesca, alle riunioni politiche
dove rimanevo ad ascoltare senza quasi mai intervenire.
Alle riunioni ci andavo soprattutto per non sentirmi
troppo isolato, anche solo per far numero, visto
che in politica più si è e meglio
è. Certo avrei preferito la compagnia di
qualche donna, andare magari con la donna di quello
che abitava sotto Casa Nostra, una ragazza mora
un po' grassa che portava un nome da uomo e dei
vestiti stravaganti e colorati. Ma quando m'era
capitato d'incontrarla, in cortile, non ero riuscito
neppure a incrociare il suo sguardo troppo profondo,
scuro. Eppure tutti dicevano fosse una donna facile,
che andava un po' con tutti. Ma per me era una
conquista inconcepibile.
Allora
i libri, meglio se astrusi, che certo non mi davano
le parole per parlare con le donne o alle riunioni
politiche, anche perché io stesso facevo
fatica a capire cosa dicessero. Però mi
portavano lontano, dove gli altri non potevano
toccarmi. Il miglior esempio era l'Ulisse
di Joyce, letto con accanimento senza capirci
quasi niente, a parte quei pochi momenti come
quando Leopold Bloom viene ammaliato dai gesti
maliziosi di Nausicaa, che anch'io avevo già
intuito, ma nessun altro me lo aveva ancora detto
che alle donne piaceva fare gesti per essere guardate,
mostrando al tempo stesso il più totale
disinteresse. Un po' come la donna di quello che
abitava sotto Casa Nostra, che chissà se
si era mai accorta della mia voglia nascosta in
uno sguardo sempre basso, le poche volte che avevamo
scambiato due parole assieme e lei mi parlava
con tutta quella tranquillità, in un tono
perfino affettuoso, amichevole.
Dunque
leggere era una rivincita e un rifugio, nella
tana del divano rosso. E intanto potevo continuare
ad alimentare un'attesa, annaspando fra parole
che giravano nel vuoto ma non facevano come le
parole della politica, che volevano rendere tutto
troppo chiaro. Perché anche se avevo smesso
di credere in Dio, soprattutto perché mi
sembrava un grande imbroglio della Chiesa, però
da qualche parte uno spirito doveva pur sopravvivere.
Che se tutto il mondo fosse stato solo corpo e
materia avrei potuto anche suicidarmi, perché
dal mio stesso corpo ero distante anni luce, e
figuriamoci raggiungere il corpo di una donna.
Una cosa inimmaginabile fuori delle fantasie notturne,
dai sogni da cui mi svegliavo tutto bagnato e
umiliato.
Ma
ovviamente a spingermi verso i libri non c'erano
soltanto dei motivi, delle ragioni. Anzi, poteva
essere vero il contrario. Leggere per dimenticare
tutto, per non essere più nessuno. Con
un libro in mano anch'io mi dissolvevo, sparivo
per molto più tempo di quanto non mi possa
capitare adesso. E il divano fra l'altro era incassato
in un armadio, così quando mi stendevo
là sopra entravo in una scatola che mi
conteneva e proteggeva. Quasi una culla, se vogliamo,
il luogo di una possibile rinascita.
Icaro.
La prima cosa un po' seria che devo aver scritto
era un dialogo con un Icaro piantato a terra,
precipitato per non essere mai volato, per non
aver mai preso il volo. E Icaro ero io, naturalmente,
ma anche un mio sdoppiamento, quello che non ero
mai stato. E quest'altro, che dentro di me sentivo
anche più vero, era per forza qualcosa
di sfuggente, che prendeva il volo proprio quando
cercavo di avvicinarmi e allora la sua immagine
sfocava, diventava appena il flash di un momento.
Quella
di Icaro è però una cosa scritta
quando avevo già più di vent'anni,
quando ero tornato al divano rosso dopo essere
stato sfiorato dall'amore. E quando un amore finisce
ci si sente soli come non si è mai stati
prima. Una solitudine nuova, in questo caso, perché
il dolore non è più astratto e allora
si vorrebbe liberarlo, farlo uscire per dargli
una forma. Così non mi accontentavo più
dello spettacolo della finestra, volevo vedere
qualcosa che non c'era, qualcosa che non si potesse
trasfigurare nemmeno in un'immagine. O forse cercavo
immagini impossibili, aleatorie, per dimenticare
l'immagine che volevo dimenticare e neppure nominare.
XX.
Il
tempo dei romanzi. Anche se in vita mia non ho
mai scritto un romanzo, dopo i balbettii di Icaro
e il primo amore finito ho cominciato una vita
più romanzesca, una vita che fosse un po'
più dentro all'avventura della vita. Intanto
qualcuno cominciava già a considerarmi
uno scrittore, perché qualcosina l'avevo
scritta e pubblicata. E io a quel gioco ci stavo
volentieri perché essere scrittori voleva
anche dire che le delusioni e i fallimenti si
potevano vivere come storie, persino quell'amore
che non avrei mai potuto dimenticare. Insomma
c'era d'aver meno paura della vita, meno paura
di vivere. E se anche quello fosse stato solo
un gioco, una commedia da recitare, se però
bisognava scegliersi una parte tanto valeva recitare
quella dello scrittore che "sperimenta"
la vita.
Con
alcuni amici, in quegli anni, ho fatto anche una
casa editrice. Da poco avevo smesso di vendere
libri che poi mi sono trovato a farli. Economicamente
un regresso, in altre cose forse un passo in avanti.
In più c'era il fatto che se ancora
non potevo considerarmi uno scrittore, in alternativa
potevo giocare il ruolo dell'editore amico di
poeti e di scrittori. Così mi spianavo
la strada per la trafila degli amori clandestini
che poi si sono succeduti, perché in fondo
non consideravo quegli amori degni delle mie amicizie.
Un orgoglio idiota, a ripensarci adesso. Ma in
quel momento l'inganno funzionava.
Anche
negare di esserlo, uno scrittore, era quasi meglio
che affermarlo, perché mi bastava sapere
che gli altri lo pensassero. E se anche continuavo
ad essere triste e silenzioso, almeno adesso una
giustificazione c'era, o perlomeno non mi veniva
più richiesta.
Ma
poi, soprattutto, dentro quei panni potevo vivere
indisturbato in compagnia delle frasi, frasi da
scrivere anche sopra il tovagliolino di carta
di un bar, se una frase mi veniva in mente in
quel momento lì. Perché uno scrittore
è una persona che pensa sempre delle frasi,
e se una frase gli sembra bella la vuole buttar
giù prima di dimenticarla. Questo vuol
dire dar valore a quello che ti passa per la testa.
Il che non era poco, specie se riandavo all'infanzia
e l'adolescenza, quando la testa mi sembrava solo
un ingombro inutile.
Se
ripenso a quella vita me la raffiguro quasi tutta
dentro un bar. Bar da frequentare la mattina,
la sera, da solo o con gli amici. Ma senza prendere
l'abitudine del solito bar, preferendo anzi sempre
bar diversi, in città e quartieri sempre
diversi. Anche i viaggi all'estero erano soprattutto
viaggi dentro i bar. Potevano essere birrerie
tedesche o locali di Amsterdam, caffè viennesi
o baite di montagna, osterie di paese. Il bar
era il mio orizzonte preferito, il posto in cui
rifugiarsi anche un pomeriggio intero per farsi
ipnotizzare dall'andirivieni di chi entrava e
usciva. E se c'era una vetrata c'era anche lo
spettacolo dei passanti su una strada di Bologna,
di Parigi, di Dusseldorf, di Praga.
In
quel tempo perdere tempo era diventata un'attività
di cui non vergognarsi, un esercizio mentale che
magari non approdava a niente ma la cosa non era
neppure così importante. Più importante
era essere che fare, e nessun altro posto meglio
del bar mi dava l'illusione di essere al mondo,
senza con questo aver bisogno di sporcarmi troppo
con la vita.
I
bar allora, e anche i cinema. Per anni l'ideale
era uscire da un bar per entrare in un cinema
e viceversa. La casa non aveva più una
grande importanza. Ci si poteva arrangiare da
qualche amico oppure tornare tardissimo a casa
dei miei, perché tanto il giorno dopo non
c'era più nessuna sveglia per la scuola.
E la mattina mi sarei alzato quando gli altri
se n'erano già andati. Poi, dopo colazione,
ancora fuori.
In
casa ci rimanevo il meno possibile; anche gli
esami li preparavo sempre in biblioteca per poter
incontrare amici e conoscenti. Perciò anche
la biblioteca era una specie di bar, in quel caso
il bar degli habitué con cui scambiare
qualche chiacchiera quando uscivo per fumare una
sigaretta. E se anche non incontravo nessuno,
la biblioteca era comunque un grande ricettacolo
di solitudini. Tutti quei libri aperti erano campane
di vetro così disponibili, trasparenti!
Ed io, come al bar, amavo spiare la solitudine
degli altri. Forse per sentirmi meno solo e scoprire,
con sollievo, che l'essere soli era un filo che
legava persone anche diverse. E io non volevo
più sentirmi diviso da tutto e tutti, come
quando non uscivo quasi mai dal bozzolo del divano
rosso.
Anche
adesso, che pure non mi accanisco più nell'andirivieni
di bar e città sempre diverse, mi è
comunque rimasto il piacere di sparpagliarmi in
luoghi d'intimità che però siano
transitori, temporanei. E se sto fermo troppo
a lungo ho poi la necessità di spostarmi,
per rivedere un mondo che altrimenti scompare
nelle abitudini. Ad esempio che io mi trovi ancora
qui, in Uzbekistan, adesso me ne accorgo soprattutto
se esco dalla città, perché la città
diventa per forza, un po' alla volta, il percorso
degli spostamenti abituali: casa, lavoro, bazar,
la partitella a calcio del mercoledì.
Invece
mi sono meravigliato ancora di essere in questo
paese quando l'altro giorno sono andato a Samarcanda,
e una foschia azzurra offuscava i campi scuri,
fangosi, da cui spuntavano gli ultimi fiori del
cotone. Lungo i campi ogni tanto file di donne
coperte da pesanti panni colorati. Gli uomini
invece neri come corvi, accucciati sul ciglio
della strada. E poi c'era quel ragazzo, in piedi
sullo spartitraffico, che teneva in mano due grossi
serpenti e non si capiva perché. Forse
una minaccia? Una proposta di vendita? L'esibizione
di un trofeo? Fatto sta che diventava il simbolo
di quell'enigma che si potrebbe incontrare sempre,
ogni volta che si esce di casa, ma è facile
dimenticarsene quando si è convinti di
fare una strada che si conosce già. E allora
conviene uscire dal percorso per riscoprire l'inquietante
(e confortante) varietà del mondo.
.
A
dir la verità questa città non è
fatta per bighellonare, non ci sono tanti bar
e vetrate come in Europa. La città è
un agglomerato di case e campagne nascoste, e
per averne un'idea bisognerebbe vederla dall'alto,
quando si arriva di notte con l'aereo e fin dalla
prima volta sono rimasto colpito dalle tante lampadine
annegate in un verde così scuro, profondo.
E quando adesso sono lassù, che non c'è
più lo stranezza della prima volta, allora
penso che sotto una di quelle lampadine c'è
casa mia, che perciò in un certo senso
sto tornando a casa. E mi piace essere accolto
da una lampadina accesa.
XXI.
In
giardino adesso fa già freddo. Ci si sta
bene solo di giorno, quando c'è il sole.
Ma ora c'è la novità che Stjesha,
la gatta, in due notti ha preso tre topi e allora
chiede sempre di andare fuori per annusare tutto.
E mi piace seguirla mentre esplora il giardino
annusando le rose, le foglie secche e le radici,
il prezzemolo. Qualche volta s'arrampica svelta
sul ciliegio per spaventare gli uccelli. Perché
uccidendo i topi ha scoperto l'aria aperta e la
sua natura di cacciatrice.
In
fondo ogni giardino è una vetrata affacciata
sulla natura. Una natura quasi finta, tanto è
perfetta nel dosare tanti aspetti della natura
vivente. Perché le foglie cadono davvero
e l'erba cresce e i topi soccombono ai gatti e
le gazze invece si beffano quasi sempre, dei gatti,
perché loro vanno dove nessun altro può
arrivare. Insomma un palcoscenico sempre aperto
e disponibile, che è diventato il mio angolo
preferito affacciato sul mondo.
Un'altra
prospettiva, rispetto ai bar d'Europa. Forse una
prospettiva più interiore, perché
qui non devo nascondere neppure la solitudine.
Oppure no, è solo un altro punto di vista
che mi porta a fare altri pensieri. Ma mi piace
immaginare l'Asia, questo continente immenso e
sconosciuto, come un grande oceano in cui nascondersi.
Un oceano di terra con tanti isolotti che sono
le case che non si riescono mai a indovinare,
dalla strada.
Nella
strada c'è comunque il via vai della gente,
lo spettacolo che altrove cercavo nei bar. Qui
bisogna andare sulla strada o nei bazar, e fra
i bazar il mio preferito è senz'altro Mirabadskij,
perché non è così grande
da stordirmi e di sera le voci dei mercanti scompaiono
nel frastuono degli uccelli che si vanno a ficcare
sotto la volta della cupola. Così la cupola
diventa il cielo di una voliera che ha sotto la
solita animazione del bazar, un bazar dove però
non ci si riesce neanche più a sentire,
come quando nei sogni si apre la bocca senza dire
niente.
Giacomo
Leopardi, poco dopo aver scritto, a Recanati,
il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia,
andò a Firenze e da lì incominciò
un vagabondaggio quasi ininterrotto che si concluse,
anni dopo, a Napoli. A Firenze conobbe fra l'altro
Antonio Ranieri, l'amico con cui trascorse gli
ultimi anni di vita e che fu anche la persona
che più di tutti l'aiutò a uscire
dalla protezione della famiglia.
Per
la sua poesia Leopardi si era ispirato a una notizia
che aveva letto riguardo ad alcune usanze dei
pastori turkmeni. Dunque la luna che s'immaginava
a Recanati stava da queste parti, e i sassi
acuti e l'alta rena dovrebbero essere
quelli del deserto di Karakum (Sabbie Nere).
Ora
naturalmente non è così importante
localizzare lo scenario di quella poesia, visto
soprattutto che Leopardi descrive un paesaggio
che non ha mai visto. Ma è appurato che
si veda anche attraverso le parole, perciò
anche la parola Asia dev'essere per forza un paesaggio.
Forse un paesaggio che è anche la negazione
del paesaggio, perché "Asia"
non è parola da suscitare subito un'immaginazione
ben definita. Almeno per quanto mi riguarda, Asia
riesco tuttora a visualizzarla molto meno che
non Africa o Europa. E se questo posso dirlo adesso
che ci sto, a maggior ragione avrei potuto dirlo
prima di arrivarci. In fondo non è cambiato
molto, solo che adesso ne ho un'esperienza diretta
e questo, per la coscienza, vuol dire sempre qualcosa.
Ricordo
che quando anch'io sono passato da un deserto,
in quel caso quello uzbeko delle Sabbie Rosse,
per me che non avevo mai visto un deserto quel
deserto è stata quasi una delusione, anche
perché chissà come l'icona che uno
ha in testa è sempre quella del Sahara:
sabbia fine e chiarissima, cieli blu. Lì
invece c'era soprattutto terra secca e polverosa,
arbusti e cielo incolore. Un deserto dove non
c'era quella grandiosa spettacolarità del
niente che uno si aspetterebbe da un deserto.
Dunque un deserto che voleva spogliarsi persino
dalla sua immagine più evidente, riconoscibile.
In un certo senso un idillio impossibile, per
usare una terminologia alla Leopardi.
Per
questo non so figurarmi un vero e proprio mal
d'Asia, come invece si dice sempre per l'Africa.
Non credo che questo sia un continente da nostalgie
incurabili. Perlomeno dove sto adesso, perché
forse lo stesso discorso non vale per le sue estremità
orientali, dove è probabile ci siano posti
in cui è più facile essere presi
da esaltazioni più accese. Ma qui mi sembra
improbabile. Anche gli europei innamorati di questo
paese, e che periodicamente vengono a passarci
un po' di tempo, in genere non tradiscono un eccessivo
fanatismo, e quando ne parlano si riferiscono
a qualche misteriosa ragione di benessere che
li spinge a voler tornare ancora. Ma di solito
lo dicono con un certo distacco, e potrebbe essere
proprio questo distacco che cercano venendo fin
qua.
Forse
il fascino di queste terre sta proprio nella loro
indeterminatezza, in qualcosa che non può
mai cristallizzarsi in un'immagine troppo forte
e decisa. E mi piace pensare che il viaggio immaginario
che Leopardi ha fatto fin qua, questo viaggio
mi piace immaginarlo come un viatico che l'ha
fatto uscire dagli idilli che rischiavano ormai
di soffocarlo a casa sua. E infatti nelle peregrinazioni
del suo pastore sono già sparite le stupefacenti
miniature di Recanati. In quella poesia Leopardi
è già uscito dall'idillio, perché
quello che descrive è appunto un idillio
impossibile: solo cielo, bestie e terra d'andare
avanti. Per Leopardi anche il luogo di quella
solitudine immensa che lo ha spinto a
mettersi in cammino in modo più deciso,
e col cuore alleggerito dal peso di troppe nostalgie.
Perché, in fondo, quello della solitudine
immensa è anche lo spazio di una maggiore
libertà.
"Sei
solo. Quanto meno gesti. Nulla da mettere in mostra":
per me sono indimenticabili questi versi che chiudono
una poesia di Vladimìr Holan. Le ho sempre
trovate le parole più semplici, e precise,
per esprimere l'intimità della solitudine.
Della solitudine ne mostrano la grazia più
scarna, essenziale, quella grazia che arriva solo
quando scompare la disgrazia del sentirsi soli.
Quando perciò si liquida l'autocommiserazione,
il pianto, e la solitudine non è più
nessuno specchio (nulla da mettere in mostra).
È
rompendo lo specchio che il pastore può
finalmente sciogliere i suoi lamenti nel canto,
e il canto diventare quasi una preghiera. E si
sa che quando si prega non è mai soli.
Perlomeno si è in compagnia di una solitudine
che non è più ostile.
Allora
via tutti gli specchi e gli orpelli della fantasia.
Via anche tutti i voli di Icaro, i voli che precipitano
per non avere mai volato.
Poco
fa è mancata la luce. Allora ho acceso
una candela e mi sono affidato alle batterie del
computer. Ljuda ha continuato a cantare nell'altra
stanza, con un'altra candela sopra il pianoforte.
Inutile
lamentarsi del buio. Se c'è buio accendi
una candela. (Erano più o meno queste le
parole che mi aveva riferito Paola, la moglie
di Luigi, dicendo che Luigi amava ripetere queste
parole spesso, nei suoi ultimi giorni di vita.
Forse le aveva anche annotate su un foglietto
che aveva appoggiato alla credenza. E io non so
se fossero parole prese da un libro o che aveva
pensato lui. Ma non cambia niente perché
erano comunque parole sue, e per me anche quelle
ultime parole che si sentono ancora da
chi non c'è più)
Ora
la luce è tornata. Se salterà ancora,
la candela è già pronta.
E
fuori un cielo grigio annuncia la sua prima neve.
Un cielo che di notte si sbianca.
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