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"È
del tutto impossibile che
un uomo non porti incarnate
le qualità e le predilezioni
dei suoi genitori e dei suoi avi:
checché possa dire
in contrario l'apparenza"
(Nietzsche, Al di là del bene
e del male, afor. 264)
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Cerco
di risalire ai tempi in cui ebbero inizio le passeggiate
con papà, e mi ritrovo ancora ragazzo,
che guido la cinquecento L color blu di mia madre.
Un ragazzino senza patente se ne andava in giro
per il paese, attento a non incorrere in qualche
vigile, e desideroso di farsi vedere dai compagni
di scuola alla guida di un'auto. La tipica situazione
interpretabile in chiave edipica: ho approfittato
dell'handicap di mio padre, affetto da poliomielite
agli arti inferiori che gli impediva la guida,
per impossessarmi dell'auto di mia madre prima
del tempo, a quattordici, quindici anni appena.
Nella mia famiglia, difatti, guidava solo mia
madre, che si era dovuta accollare il compito
di autista: un ruolo maschile, secondo il suo
modo di pensare, cui lei si prestava a malincuore,
facendo di necessità virtù, perché,
insomma, in famiglia c'era proprio bisogno di
qualcuno che guidasse l'automobile. E allora,
visto che mio padre non poteva guidare e noi figli
eravamo ancora piccoli, aveva frequentato la scuola-guida,
lei che a scuola ci era andata molto tempo prima
e solo per pochissimi anni. Così, appena
io crebbi un po', e cominciai a rubarle l'auto,
lei mi sgridò, si preoccupò e alla
fine mi diede le chiavi. Infatti, la mia precocità
le ritornava utile, poiché la alleggerivo
di qualche incombenza, come andare a prendere
mio padre o accompagnarlo a scuola, fare la spesa,
o sbrigare le faccende in paese. I miei genitori
dimostravano molta apprensione ogni qual volta
chiedevo di guidare l'auto, e mi dicevano di tenermi
alla larga dai vigili urbani. Suppongo che essi
contassero anche su una certa indulgenza dei vigili
che, in una cittadina di piccole dimensioni com'era
la nostra, dove si conoscono tutti, si spera siano
un po' accondiscendenti e, se non la fai grossa,
che chiudano un occhio. Avevo esattamente quindici
anni - dunque siamo nel 1978 - quando facemmo
il quinto e ultimo trasloco nella casa finalmente
nostra, e in quell'occasione diedi in famiglia
più che una mano per trasportare tutto
ciò che una cinquecento L con portapacchi
comprato per l'occasione poteva trasportare da
una casa all'altra, comprese diverse centinaia
di libri e riviste di mio padre. Eravamo relativamente
poveri, ma i libri, essendo mio padre un professore,
non mancavano.
Se
ripenso alle case in affitto che abbiamo abitato,
me le vedo sfilare davanti una dopo l'altra come
pezzi del mio passato familiare, tante immagini
di ambienti diversi con le loro particolari luci
ed ombre nelle diverse ore del giorno. Nei miei
spostamenti quotidiani, ancor oggi mi capita di
passare in piazza Fortunato Cesari o per via Mazzini
oppure per via Val d'Aosta (tralascio le altre
case perché non ero ancora nato), e non
manco mai di sollevare lo sguardo a quelle finestre
da cui tante volte mi sono affacciato, e di guardare
la facciata della casa nella quale ho vissuto
per quattro, cinque anni; ma gli interni di quegli
edifici ormai mi sono preclusi, e certo farei
la figura del sentimentale se chiedessi ai padroni
di casa di poterli visitare. Alla fine, col lavoro
di mio padre e con le economie di mia madre, eccoci
pervenuti nella nostra casa di via Carlo Mauro
14, una vera conquista! Forse fu nella circostanza
dell'ultimo trasloco che decidemmo di buttare
via il ritratto fotografico del mio bisnonno paterno,
Fortunato, corroso irrimediabilmente dalle muffe
della umidissima cantina della casa che stavamo
lasciando. Se allora avessi immaginato che a distanza
di trent'anni i nuovi ritrovati della tecnica
avrebbero consentito il recupero di una fotografia
così malmessa com'era quella del mio bisnonno,
certamente mi sarei opposto a una simile decisione.
Nemmeno mio padre disse nulla, sebbene si trattasse
dell'unica foto di suo nonno paterno. Mia madre,
che allora era ancora una giovane sposa, l'aveva
confinata in cantina, perché mal tollerava
di vedersi davanti dei morti, diceva. Poi, col
passare degli anni, il comò della sua stanza
da letto si è riempito di ritratti funebri
(e da qualche tempo, ahimè, si è
aggiunto anche il suo), il che vuol dire che mia
madre si era abituata all'idea della morte, oppure
che ognuno ha i suoi morti e non tollera i morti
degli altri. In effetti, mia madre non aveva conosciuto
Fortunato, e dunque quasi non lo reputava uno
di famiglia. Del resto, lo stesso sentimento di
indifferenza mia madre nutriva nei confronti dei
suoi avi di cui non conservava alcun ricordo,
e a me che gli chiedevo cosa ne sapesse, rispondeva
di non saperne nulla e che i morti bisognava lasciarli
in pace. Intanto, di Fortunato, perduto quel ritratto,
non rimaneva - come ho detto - nessun'altra fotografia,
sicché io stesso, sebbene lo abbia visto
decine di volte, oggi non ricordo bene quale fosse
il vero volto del mio bisnonno, il cui ritratto
corroso dalle muffe, un bel giorno di primavera
dell'anno 1978, buttammo in pattumiera. Ricordo
solo che aveva un bel vestito nero, forse il vestito
della festa, con una bella cravatta, pure essa
nera, e che nell'insieme doveva somigliare a certi
ritratti di Giovanni Pascoli, in cui il poeta
ha l'aria di un fattore di campagna. Ogniqualvolta
mi capita sott'occhio una fotografia di Pascoli,
ripenso per una strana associazione di idee al
mio bisnonno Fortunato. Forse ciò accade
non senza motivo, perché quando si appartiene
ad una medesima generazione, è inevitabile
che ci siano delle somiglianze, anche somatiche.
Ma che io mi ricordi le fattezze precise del suo
volto, questo proprio non potrei dirlo.
Da
quel tempo datano le mie passeggiate con papà,
passeggiate domenicali, di mattina, verso la campagna
che circonda Galatina. Le prime volte che mi si
consentì di guidare l'auto, accompagnavo
mio padre al bar Ascalone, dove rimaneva un paio
d'ore a conversare con gli amici e a leggere il
giornale, e andavo a riprenderlo verso mezzogiorno,
all'ora di pranzo, imponendogli un giro largo
prima di ritornare a casa, per dimostrargli la
mia bravura nella guida. Questa sua frequentazione
del bar Ascalone per me si perde nella notte dei
tempi, quando l'attuale proprietario, che si chiama
Andrea, faceva ancora da garzone apprendista e
comandava lu Totu, suo padre, con la sorella Lucia,
che si alternava alla cassa alla sorella Nena,
entrambe zitelle, pronte entrambe a dare tutte
le informazioni di varia umanità a chi
gliene facesse richiesta: con la dovuta discrezione,
s'intende. Famiglia di pasticcieri, gli Ascalone,
con tanto di attestati ben incorniciati alle pareti,
che risalgono al secolo l'altro, quando la ditta
Ascalone rappresentava un'appendice culinaria
della ricca borghesia agraria cittadina e di tutto
il circondario. Che tipo bizzarro, il nostro pasticciere
Andrea! Ho assistito di persona ai suoi rimproveri
contro chi aveva osato spezzare in due un pasticciotto
come fa il prete col pane eucaristico, oppure
contro chi si era azzardato a chiedere paste secche
quando a causa dello scirocco il tasso di umidità
dell'aria quel giorno era elevato e solo un pasticciere
incosciente avrebbe potuto preparare paste di
quel tipo; e guai a chi avesse osato richiedergli
dolci con la ricotta d'estate quando la ricotta
non viene prodotta, almeno non con i sistemi artigianali
di un tempo. E una volta l'ho sentito sfottere
un parvenu reo d'aver dichiarato in pubblico
di spostarsi abitualmente in aereo: "Ma quiddhu
nu pija l'aèreu, pija l'aerèu!",
per fortuna quando l'avventore era già
lontano e non poteva più udirlo. Parlo
di Andrea, perché è ora lui che
porta avanti la pasticceria, con suo figlio Ninì
che gli dà una mano, ma mio padre conversava
soprattutto con gli altri Ascalone, i "vecchi",
nelle due ore domenicali che trascorreva nel bar,
seduto vicino alla cassa, e di tanto in tanto
con gli avventori, almeno con quelli che conosceva.
Io qualche volta mi fermavo con lui, ma dopo un
po' mi annoiavo, ed ero tentato di varcare la
soglia del laboratorio, dove solo pochi eletti
potevano entrare: gli addetti al lavoro e qualche
amico. Lì, tra pentoloni ancora sporchi
di crema e utensili vari, tra il forno sempre
acceso, da cui emanava un caldo asfissiante in
tutte le stagioni, e il piano da lavoro, si tenevano
le "riunioni politiche"; lì tutti
i politici d'Italia, dal presidente della Repubblica
all'ultimo assessore del Comune di Galatina erano
oggetto di critica, condita di vari racconti aneddotici.
Ed ecco, verso le dodici, numerosi fedeli riversarsi
nella caffetteria antistante il laboratorio, appena
finito di sentire la messa delle undici, quella
più seguita, nella vicina chiesa madre;
e qui sostare in attesa di essere serviti: bignè,
paste frolle, bocche di dama, fruttoni e fruttini,
arlecchini e strudel, per la delizia del palato
dei golosi galatinesi; e intanto parlare del più
e del meno, scambiandosi convenevoli come si fa
con le persone che per una superiore necessità
si incontrano almeno una volta la settimana; sorseggiando
il solito aperitivo con la complicità di
olive e stuzzichini vari che avrebbero dipoi favorito
una più intensa degustazione del pranzo
domenicale che, come si sa, è più
ricco e saporito di quello dei giorni feriali.
Dinanzi a quel ben di dio, chi avrebbe mai osato
discutere di politica? Chi rompere un'aura così
incantata?
"Papà,
andiamo?", lo supplicavo; e lui, appoggiandosi
al bastone e a me, salutava tutti e, con la sua
"Unità" nella tasca del soprabito,
prendeva congedo dal bar Ascalone, non senza avermi
prima affidato la guantierina dei dolci. Dopo
la ristrutturazione dei locali avvenuta nei primi
anni ottanta, la pasticceria ha assunto uno stile
tra liberty e impero e, a quanto mi è dato
notare, sono cessate le "riunioni politiche";
la gente entra e esce, compra, paga e se ne va.
Mio padre è nel frattempo invecchiato e,
dopo la morte della vecchia generazione degli
Ascalone, ha deciso di rinunciare alla sua sosta
domenicale nella pasticceria di Andrea, ma non
ai dolci. Pertanto, nella nostra passeggiata domenicale,
il rituale vuole che ci si fermi ancora davanti
alla pasticceria e che io vada a ritirare i dolci
che mio padre la sera prima con un colpo di telefono
ha ordinato ad Andrea, con tanto di saluti.
Col
passar del tempo, mio padre si sarà convinto
che guidavo bene, e allora ha autorizzato un'escursione
in campagna, per le vie ancora non asfaltate che
portavano ai filari di viti e di olivi. Lì
era sicuro che non avremmo trovato polizia o vigili.
Ora queste strade le hanno asfaltate, ma sono
sempre rotte e sporche perché vengono utilizzate
da grosse macchine da lavoro, trattori e trebbie
e carri da carico, a seconda delle stagioni, e
dai proprietari delle case di campagna. Allora
erano appena percorribili in auto, e bisognava
procedere a passo d'uomo, attenti a scansare le
buche profonde che s'aprivano numerose nella via
sterrata e piena di sassi. Non vi dico le condizioni
di quelle strade nel periodo delle piogge! Era
un piacere fare lo slalom tra le pozzanghere,
meglio se con un motorino o una vespa, come qualche
volta mi era capitato di fare con una mia compagna
di classe con cui marinavo la scuola.
La
campagna intorno a Galatina è assai varia
perché vario è l'uso che se ne fa.
Olivi e viti, ho detto, ma anche campi coltivati
a tabacco, che d'estate cresce alto due metri,
e in primavera appezzamenti di grano, d'orzo e
di mais, e poi in autunno le verdure, cicorie,
finocchi, rape e cavoli, che ogni giorno ricorrono
sulle mense dei cittadini. Ville e villette, villule,
villini e villoni, ville doppie, case villerecce,
ecc. ecc., per dirla alla maniera del Gadda brianzuolo,
disseminate qua e là, una miriade di costruzioni
che posano sotto un pino a ombrello, o che ricevono
ombra d'estate da una palma, oppure, più
semplicemente, da un paio di frondosi alberi di
loto - cui è devoluto anche un ruolo ornamentale
- che ogni padre di famiglia provvede a piantare
dinanzi a casa: sono le seconde case della piccola
e media borghesia cittadina, il cui status riconosci
facilmente dalla più o meno ricercata architettura,
che cambia col passare del tempo e degli stili.
Le casine dei primi anni del secolo scorso, ad
un piano solo, composte di poche stanze che s'affacciano
ai quattro venti, incorniciate di losanghe e triangoli
e sormontate da una balaustra a colonnine, suggeriscono
già a prima vista la voglia di ritrovare
in campagna lo stesso agio lasciato in città.
Se ne vedono qua e là, alcune ormai cadenti
e abbandonate, annerite dal tempo e dall'umidità,
altre invece ristrutturate di recente e tornate
a nuova vita. La casina di Vito Vallone, il sindaco
galatinese dell'epoca giolittiana e poi fascista,
ora circondata da una muraglia di tufo che la
toglie in parte alla vista e ne deturpa l'aspetto,
la casina degli Sciuga di Collepasso, quella dei
Vantaggiato, la casina degli Stasi e dei Dolce
e tante altre. E dal momento che tutte le epoche
hanno lasciato una loro traccia, è visibile
come un pugno nell'occhio anche qualche appartamento
stile anni settanta, posto in alto su colonne
sottili e squadrate come le torri di un grafico,
orribile e insensato! Poi, qua e là, in
lontananza, macchie di verde più intenso:
sono le ville più ricche, circondate dal
parco di pini, di eucalipti e di querce vallonee,
che chiazzano con i loro alberi frondosi tutta
la campagna. A sera le gazze solcano il cielo
che divide questi boschetti, in cerca di un riparo
per la notte.
Questa
che sto descrivendo in realtà non è
la generica campagna intorno a Galatina, ma una
sua precisa contrada. Andare in campagna con mio
padre non vuol dire prendere una qualsiasi direzione
che allontani dal centro cittadino (e qui la campagna
è sempre dietro l'angolo, alla fine di
ogni strada); vuol dir andare verso i Padùli,
la contrada che ho appena descritto, che poi significa
accompagnarlo indietro nel tempo, verso la sua
infanzia e adolescenza e prima giovinezza. Devo
dire che a lungo andare questa sua reiterata richiesta
di andare sempre nello stesso posto è stata
oggetto da parte mia di qualche scherzo, com'è
naturale nei confronti di chi si ostina a mostrare
una sua debolezza - e l'attaccamento alla propria
giovinezza è una debolezza -, ma questo,
sebbene glielo abbia fatto più volte notare,
non lo ha mai distolto dall'identificare la campagna
galatinese con i Padùli, e dal
chiedermi di ripercorrerne le strade, mentre ci
sono almeno altre quattro o cinque contrade che
si potrebbero visitare con piacere.
I
Padùli sono una vasta fascia di
campagna che all'incirca si estende tra i comuni
di Collepasso, Sogliano Cavour, Cutrofiano, Aradeo
e Noha. La attraversa la provinciale Noha-Collepasso
che, quasi a metà strada, s'incrocia con
la provinciale Cutrofiano-Aradeo. Queste sono
le strade principali; poi ve ne sono molte altre
che percorrono la campagna nell'interno e servono
per raggiungere tutti i fondi. In questa fascia
di territorio che appartiene ai comuni su elencati,
molte famiglie già da diversi secoli hanno
costruito le loro case di campagna. Insomma, si
tratta di una zona di antico insediamento, dove
il paesaggio rurale ha subito il maggior numero
di trasformazioni agrarie e, per questo motivo,
presenta una grande varietà di colture
e di appezzamenti poderali piccoli e medi. Manca
- ed è una gran fortuna! - il latifondo,
così presente ancor oggi in altre zone
del Salento. Lo riconosci dalla presenza della
monocultura, che annulla ogni varietà del
paesaggio in eterni sonnolenti boschi di ulivi,
che io non so proprio come i poeti possano celebrare
in versi senza addormentarsi. Ma qui, come dicevo,
la piccola e media borghesia cittadina già
da molto tempo ha rotto il latifondo e, pezzetti
e bocconi, se ne è impossessata, trasformando
il territorio in una delle più belle campagne
d'Italia.
Le
case più antiche, quelle che risalgono
al Settecento, le riconosci perché volgono
le spalle alla strada, come se coloro che le costruirono
avessero temuto l'arrivo da un momento all'altro
di un'orda di briganti. Le facciate di queste
case, ville a due piani - a pian terreno i depositi,
granai, frantoi, serbatoi e cisterne, al primo
piano la casa del padrone -, si aprono sugli spazi
ampi dei seminativi e delle colture. Un hortus
conclusus o, per dirla sempre alla latina,
un pomarium, perlopiù piantato
ad agrumi, ricinto di un muro con i soliti cocci
di bottiglia che servono a dissuadere chiunque
dallo scavalcarlo, divide queste case dai seminativi
o dai vigneti. L'olivo sembra essere respinto
sempre più indietro, a sud, verso il feudo
di Casarano. Ma la cosa che più colpisce
è, come ho detto, la facciata di queste
case padronali volta non verso la strada - come
sarebbe logico -, ma verso i campi. Probabilmente
l'architetto che pensò questa soluzione
veniva incontro ad una precisa richiesta del proprietario
che intendeva controllare meglio l'opera dei braccianti.
Oggi chi costruisce una villa la nasconde dietro
un alto muro lungo il quale di solito corre una
siepe di pino o di bosso, in un parco alberato,
il che è segno che il ricco teme sempre
le incursioni dei briganti, e non si sente mai
al sicuro. Infatti, nascondere un bene alla vista
degli altri rende esclusivo il possesso e tuttavia
scatena la cupidigia di chi ne rimane escluso,
e con essa la paura del proprietario. Meglio farebbero
i ricchi, dunque, a non nascondere troppo i loro
beni, e con ciò renderebbero partecipi
anche gli altri della prosperità e della
bellezza degli ambienti in cui vivono. Invece,
dove il ricco innalza un alto muro di cinta per
chiudere la sua proprietà, oppure un'alta
siepe per negarsi alla vista del passeggero, beh,
lì la campagna è rovinata, distrutta
da un corpo estraneo che ne deturpa la bellezza.
Anche il piccolo proprietario, nella smania di
attestare il suo possesso, contribuisce alla rovina
di questa campagna: vedi un podere di mezzo ettaro
tutto recintato con rete metallica, e non puoi
fare a meno di pensare che a volte l'uomo è
come un uccello che vuol vivere in gabbia, e,
una volta libero, morirebbe della sua stessa libertà.
Non sarebbe sufficiente delimitare solo l'ingresso
del proprio podere con un muricciolo non più
alto di tre linee di pietra, segnando i confini
con qualche grossa pietra o con una colonna? Almeno
in campagna sarebbe bello immaginare di vivere
all'aperto, e volgere lo sguardo fin dove la vista
può arrivare; e che importa se il luogo
dove si posa lo sguardo in lontananza non è
di tua proprietà!
Per
molti anni le nostre passeggiate si sono indirizzate
verso i Padùli. In realtà
i nomi dei luoghi che si attraversano seguendo
quelle strade sono numerosissimi e assai strani:
Le Giuse, La Cavallerizza, Lu Lardu, Sirgole,
sono toponimi vernacoli che col passar del tempo
vanno scomparendo, e molti giovani non li ricordano
più. Io li ho imparati da mio padre durante
le innumerevoli nostre abitudinarie passeggiate
in campagna. Passando, a destra e a manca, sa
dirti con precisione i nomi di tutti i proprietari,
a chi appartenga questa e quella casa o questo
e quel podere, e ha registrato persino i passaggi
di proprietà di due, tre generazioni. Io
capisco che la memoria che egli conserva dei particolari
più vari è il risultato del suo
amore per questa campagna, dove ha trascorso molte
estati della sua vita; e poi i suoi ottantatré
anni gli consentono di ricordare cose che sono
conservate negli archivi dei notai. Ma se mio
padre non avesse ripetuto a se stesso e ad altri
questi suoi ricordi, ora non potrebbe più
parlarne, perché non se ne ricorderebbe
più. Questo non toglie nulla all'amore
che mio padre prova per questa terra. Che cosa
significa, in realtà, amore per una terra,
se non parlarne e riparlarne, ripetendo a memoria
quanto si è già detto mille volte?
Anzi, penso che la ripetizione dei racconti sia
il frutto di un amore più puro, perché
è privo di qualunque elemento volontaristico
e intenzionale. Quando si racconta così,
per iterazione, vuol dire che non si vuol raggiungere
nessun'altro scopo, che non sia quello di esprimere
il proprio attaccamento alla terra, e basta.
 |
A
lungo, quand'ero ragazzo, mi sono interrogato
sul passato di mio padre. Cosa strana, ho sempre
pensato che di mia madre ci fosse ben poco da
sapere e che mio padre, invece, racchiudesse un
segreto che io avrei dovuto scoprire, perché
da questa scoperta sarebbe derivato a me un beneficio.
Se devo dire per quale motivo si è venuto
a formare in me questo pensiero, non saprei darmi
una spiegazione. Ma è certo che, col passar
degli anni, questa inchiesta ha cominciato ad
infastidire me per primo. Sentivo cioè
che, finché essa fosse durata, io non sarei
mai uscito dallo stato di immaturità nel
quale sapevo di trovarmi, come un investigatore
che si ostini irragionevolmente nella ricerca
di un colpevole che non troverà mai e non
si rassegni ad archiviare il caso. Qui la psicanalisi
potrebbe dire la sua. Ma io non ho voglia di impelagarmi
in simili discorsi. Altrimenti andrei da uno psicoanalista.
Invece mi basta scriverne, come sto facendo. Ora
so che tutto questo è frutto della mia
immaginazione giovanile e so anche che è
un grave errore voler conoscere il segreto di
una persona a cui si vuol bene, chiunque essa
sia, perché l'indagatore viola il confine
che segna l'identità di una persona, in
qualche modo violenta l'indagato, e per giunta
inutilmente. Difatti, quasi sempre non v'è
nessun segreto da scoprire, e quando ci si accorge
di questa elementare verità, allora vuol
dire che si è cresciuti a sufficienza,
cioè si è adulti, e che, per un
inevitabile contrappasso, avendo figli già
piuttosto grandi, si è divenuti oggetto
di indagini a tutto campo. Se servisse, io già
da oggi direi alle mie due figlie che non perdano
tempo a indagare su di me, perché quando
avranno la mia età capiranno che sarebbe
inutile. Ma servirebbe? Nei rapporti tra le generazioni,
purtroppo non v'è alcun progresso, ma solo
un continuo ripetersi infinito di errori, che
solo l'età adulta quasi sempre riesce a
eliminare. In ogni caso, con queste memorie le
mie figlie sappiano almeno che non ho intenzione
di sottrarmi alle loro eventuali indagini!
Mio
padre è stato un gran raccontatore orale,
tanto che io gli ho sempre rimproverato di non
aver messo per iscritto gli aneddoti che sapeva
molto bene raccontare oralmente. Questo non lo
ha mai voluto fare, preferendo scrivere altre
cose, gli avvenimenti storici di Galatina, rivisti
alla luce della grande storia letta sui libri.
E lui ci ha sempre tenuto a presentare i piccoli
eventi galatinesi come significativi all'interno
di una storia più grande, quella nazionale,
mentre a me piacciono le spigolature locali in
sé e per sé, senza altre connessioni
che non siano quelle che si ricavano naturalmente
dai racconti. Ora, essendo mio padre, come ho
detto, in età avanzata, egli parla molto
meno, e i suoi racconti sono più che altro
delle ripetizioni; non si cura più di variare
la storia, ma usa le stesse parole, le stesse
pause sintattiche, anche lo stesso tono di voce
che a me è diventato consueto, tanto che,
quando non gli viene la parola, sono io che gli
vado incontro, aiutandolo nel ricordo di un nome
o di un particolare che già conosco per
averlo sentito dalla sua voce chissà quante
volte. Così dovevano raccontare gli aedi
greci, con le loro formule sempre uguali relative
al repertorio mitico, con il coro degli ascoltatori
capace di colmare qualunque lacuna di memoria
del poeta invecchiato. La materia di cui discorre
mio padre non raggiunge queste altezze, ma riguarda
fatti e personaggi della provincia e soprattutto
di quella parte della provincia che gravita intorno
a Galatina. Ed io so per certo, avendone fatto
mille volte esperienza, che a mio padre non dispiace
affatto parlare di sé, raccontare le storie
della sua giovinezza e della sua prima maturità
- pochissimi sono i racconti relativi alla sua
età matura. Cosicché si comprende
come la conversazione con papà abbia corrisposto
bene al mio desiderio di conoscere il suo passato,
cioè quella parte della vita di mio padre
di cui io non posso avere memoria diretta perché
non ero ancora nato; e come noi due si avesse
di che parlare nelle nostre passeggiate in auto
nelle campagne intorno a Galatina, in direzione
dei Padùli.
Mio
padre ha attualmente ottantatré anni, essendo
nato nel 1921. Io sono nato quarantadue anni dopo,
nel 1963. Per me è veramente interessante,
direi quasi favoloso, riuscire ad apprendere un
aneddoto di cui mio padre conserva memoria, riguardante,
per esempio, il mio bisnonno, il trisavolo delle
mie figlie, che si chiamava Fortunato. Ascoltando
le parole di mio padre, mi sembra - almeno nel
tempo del racconto - di fare un salto indietro
di un secolo e più, e di vedere rivivere
un uomo dell'ottocento che nulla mai avrebbe saputo
di me, poiché sarebbe morto nel 1925.
Dice
mio padre che Fortunato era un servitore di una
ricca famiglia di agrari galatinesi, i Mezio,
una famiglia oggi estinta. Quando dice "ricca
famiglia di agrari" io so che mio padre vuole
suggerirmi che lo status del mio trisavolo
non era poi così basso. Servire presso
qualche potente, mi fa capire, significava pur
qualcosa. Un giorno il padrone gli chiese di avvicinarsi
perché voleva confidargli un segreto; e
mentre glielo chiedeva, lui stesso gli si avvicinava,
mentre Fortunato indietreggiava, mantenendo la
distanza tra sé e il padrone. E questi
insisteva perché Fortunato si avvicinasse,
ma non c'era niente da fare. Perché? Qualche
minuto prima Fortunato aveva bevuto un bicchiere
di vino, e non voleva che il padrone se ne accorgesse,
sentendone il respiro ancora impregnato dell'odore
di vino. Tutto questo sarà accaduto cento
anni fa, e mio padre l'avrà sentito raccontare
da suo padre o da qualche parente; fatto è
che il raccontino ha avuto la forza di raggiungere
me, che scrivo nel 2003, spalancandomi le porte
di un tempo che io credevo non mio, e che invece
mi riguarda personalmente.
Un
secondo aneddoto relativo a Fortunato l'ho appreso
quando frequentavo la scuola media, nei primi
anni settanta. In quel periodo mio padre portava
in tasca sempre un pezzetto di canfora, che -
lui diceva - gli serviva per respirare meglio,
e per dimenticare per sempre il vizio del fumo
che lo aveva fatto star male, e di cui si era
da poco, dietro imposizione dei medici, liberato.
Anch'io - preso dal demone dell'imitazione parentale
- portavo con me a scuola un pezzetto di canfora
e ogni tanto ne sentivo il profumo. Fu allora
che appresi da mio padre l'aneddoto secondo il
quale Fortunato attribuiva la propria sopravvivenza
durante l'imperversare della spagnola del 1918
proprio alla canfora, ch'egli si era procurato
a Lecce e di cui andava magnificando le proprietà
terapeutiche tra amici e conoscenti di Galatina.
Forse per questo motivo, insomma, come se glielo
avesse suggerito dalla tomba suo nonno, mio padre
ne faceva uso, per sfuggire alle grinfie del fumo
delle numerosissime sigarette che stava per soffocarlo,
come gli avevano prognosticato i dottori. Così
agivano i numi tutelari della casa nell'epoca
antica, probabilmente.
Come
si vede, indagando su mio padre, vengo scoprendo
cose che riguardano altri miei antenati, che da
qualche generazione, a quanto pare, appartengono
a questa terra salentina. La memoria di mio padre
non risale oltre Fortunato (di cui rimane una
tomba nel cimitero di Galatina, "costata
trecento lire", e alla quale il mio bisnonno
- dice mio padre - ha diritto perenne). Più
indietro, il buio, rischiarato per un perimetro
limitatissimo da un luce: un certo Tata Paulu,
di cui mio padre non sa dirmi proprio niente,
avendolo solo sentito nominare in circostanze
imprecisate in casa di alcuni parenti. Sicché
grande è stata la sua sorpresa quando un
bel giorno, qualche tempo fa, sono arrivato a
casa con la fotocopia del certificato di morte
di Fortunato che un gentile amico impiegato all'anagrafe
comunale mi aveva fornito: L'anno millenovecentoventicinque
addì ventitre di Dicembre a ore nove e
minuti ... nella Casa Comunale. Avanti di me Manganaro
Giovanni Segretario delegato Uffiziale dello Stato
Civile del Comune di Galatina, sono comparsi Ciccardi
Antonio di anni cinquanta, contadino, domiciliato
in Galatina, e Colaci Lorenzo, di anni sessanta,
becchino, domiciliato in Galatina, i quali mi
hanno dichiarato che alle ore dodici e minuti
trenta di ieri, nella casa posta in via di Galatone
al numero..., è morto Virgilio Fortunato,
di anni settantasei, contadino, residente in Galatina,
nato in Galatina, dal fu Donato, contadino, domiciliato
in Galatina, e da Giuppa Giovanna, contadina,
domiciliata in Galatina, vedovo di Vergaro Maria
Addolorata. A quest'atto sono stati presenti quali
testimoni Colaci Pantaleo, di anni settantacinque,
becchino, e Tafuri Giuseppe, di anni cinquanta,
becchino, entrambi residenti in questo Comune.
Letto il presente atto a tutti gli intervenuti
viene sottoscritto da me e non dai dichiaranti
e testimoni perché analfabeti. Giovanni
Manganaro.
Nessun
Tata Paulu, dunque; in compenso, ecco
aperto l'abisso delle generazioni, a cui mi sono
affacciato non senza un segreto tremore: ecco Donato, il mio trisavolo, che forse non avrà varcato la soglia del Novecento, e sua moglie Giuppa Giovanna, sposata in seconde nozze dopo che la prima moglie, Vergaro Maria Addolorata, lo aveva lasciato vedovo;
e poi i testimoni analfabeti, becchini e contadini
galatinesi, amici di Fortunato, nei quali sarà
stata qualche forma di pietà se decisero
di favorirlo nella denuncia dell'ultimo atto della
sua vita; questa gente improvvisamente comparsa
davanti a me, evocata dalla mia investigazione,
per non dirmi null'altro che il proprio nome,
il proprio status sociale, la propria
situazione di estrema ignoranza; tutte persone
ora già morte da molto tempo, ed io qui
nella parte del trascrittore, come se mi fossi
reincarnato nuovamente nel Segretario delegato
Giovanni Manganaro, per riscrivere quel momento
così solenne, pur nella sua vuota formalità
burocratica, un certificato di morte.
Di
tutte queste persone mio padre non aveva memoria.
Solo il nome di Donato, il suo bisnonno, non gli
è nuovo, poiché si conservava come
secondo nome nel padre di mio padre, Pietro Donato.
E così scopro - pur avendolo sempre saputo
- che i nostri avi avevano trovato un modo molto
semplice e ingegnoso di ricordare il nome degli
antenati, quello di conservarlo nel nome dei nipoti,
sicché ogni nipote sapeva chi era suo nonno
e, quindi, anche il bisnonno e il trisavolo, e
l'avo e l'avo degli avi. Come doveva apparire
insensato un albero genealogico ai contadini di
Galatina di non molto tempo fa! E improvvisamente
mi sovviene che io stesso di secondo nome mi chiamo
Pietro, come mio nonno.
Percorrendo
la strada dei Paduli, si vedono a poca
distanza, oltre la fila dei piccoli fondi, le
curve che disegna con i suoi canneti il Canale
dell'Asso, secolare opera di bonifica del
territorio, destinato ad accogliere le acque piovane,
e a liberare i campi dalle acque stagnanti. Ogni
anno con una macchina assai rumorosa una squadra
di operatori ecologici mandati dalla Provincia
provvede a ripulire il Canale dai rifiuti che
vi si accumulano, soprattutto nei tratti in cui
vi passa vicino la strada maestra, e a tagliare
le canne che vi crescono floride. In questi tratti
è facile riversare dalla strada frigoriferi
e lavastoviglie e televisori e oggetti desueti
d'ogni tipo! Immagino quale fauna vi potrebbe
vivere, se la macchina ecologica non passasse
in modo così fragoroso da spaventare ogni
creatura animale: anatre selvatiche, piccoli roditori,
e altri animali acquatici. Un tempo anche le volpi
vi facevano la loro tana. Rimangono solo rane
e rospi, al riparo delle pietre che formano il
terrapieno, che ogni tanto, per la sovrabbondanza
delle piogge, cede in qualche punto, inondando
la campagna, e deve essere riparato. D'inverno
il canale rimane visibile proprio per questo terrapieno
sinuoso che forma un piccola ruga sulla pianura
della spoglia campagna. Mio padre dice che quando
era bambino, nella bella stagione, qualche ragazzino
si faceva il bagno nell'acqua del Canale, cosa
che oggi non sarebbe possibile perché d'estate,
che io ricordi, non s'è mai visto un filo
d'acqua; e dice ancora che a sera migliaia di
rondini - oggi piuttosto rare - si fermavano tra
le canne per dormire. La funzione di quel Canale
deve essere stata davvero importante per questo
territorio, perché ha impedito il ristagno
delle acque e il formarsi della palude. Padùli
infatti è una metatesi del termine palùdi,
con cui l'uomo ha segnato l'appropriazione del
luogo e il suo risanamento. Né potevano
bastare le vore che si aprono qua e là
nella campagna, soprattutto d'inverno, e inghiottono
i fiumi d'acqua verso non si sa quale foce sotterranea.
Certo è che bisogna tenersene alla larga,
come tutti sanno, perché chi ci scivola
dentro è destinato a non tornare più
indietro.
Anch'io
posso narrare la mia esperienza relativa alle
acque che ristagnavano nella periferia galatinese,
precisamente in contrada Nachi, tra le
ultime case di Galatina e la Campina, quand'ero
ragazzo. Laddove oggi hanno costruito la nuova
pretura e un gran numero di palazzine e di case
popolari, trent'anni fa c'era un campo che nessuno
riusciva a coltivare, se non a partire dalla primavera
quando il sole lo asciugava. Prima, difatti, con
gli acquazzoni d'autunno, diventava una palude
piena di girini che non riuscivano a diventare
rane, un po' perché li pescavamo noi ragazzi,
e un po' perché, come ho detto, presto
il sole primaverile prosciugava il campo e la
terra veniva rivoltata dal trattore con tutto
quello che vi guizzava sopra. Un giorno tagliammo
la cappotta di una Seicento abbandonata in un
campo vicino, e la mettemmo in acqua rovesciandola.
Muniti di una pertica, ci imbarcavamo uno alla
volta, per un giro della palude. Una volta uno
di noi rimase incagliato in una secca, e ci volle
una fune per tirarlo a riva e metterlo in salvo.
C'era lì nei pressi, accanto ad una stanza
di quelle in cui gli operai dell'Enel custodiscono
chissà quale segreto, impedendone l'accesso
con la scritta PERICOLO DI MORTE, c'era, dicevo,
un'edicola votiva, con l'immagine di qualche santo.
Con le fionde uccidevamo le lucertole che vi prendevano
il sole, sbrecciando un po' alla volta la pietra
di Cursi - meglio conosciuta come pietra leccese
- di cui era fatta; poi finì di distruggerla
la solita ruspa, perché in quel luogo doveva
nascere un nuovo quartiere.
Un
altro breve aneddoto che mi ha spesso raccontato
mio padre mentre costeggiavamo il Canale dell'Asso
ha per protagonista un fratello di mio nonno,
di nome Antonio, morto per una caduta da un albero
prima della Grande Guerra in giovane età.
Per inciso, dice mio padre che tra il ceto contadino
due cause di morte erano ricorrenti, la caduta
da un albero e il calcio di un cavallo. Di Antonio
non rimane una tomba, perché negli anni
immediatamente seguenti la sua morte, fu inaugurato
il nuovo cimitero, dove furono trasferite solo
le spoglie dei ricchi. Chi non aveva denari a
sufficienza per trasferire i propri morti, deve
averli lasciati nel vecchio cimitero, dove a partire
dagli anni sessanta e fino a qualche anno fa c'era
il canile comunale, prima che gli animalisti insorgessero
contro il maltrattamento degli animali. L'aneddoto
che ha per protagonista il giovane Antonio dice
che questi dichiarava sempre che non si sarebbe
mai sposato se non avesse avuto a disposizione
non so quale numero di are di terra. Pare che
non si sia mai sposato, ma non perché la
sua ambizione fosse eccessiva, ma appunto perché
morì prima di averla realizzata col proprio
lavoro. Di lui non rimane nella memoria di mio
padre altro ricordo. Com'è strano tutto
ciò. La natura dei racconti è assai
varia, e nessuno riuscirebbe a spiegare a sufficienza
perché di questo fatto - le nozze mancate
di Antonio - si sia perpetuato il ricordo, mentre
di altri fatti non rimane proprio nulla. Nel caso
di Antonio, il racconto sembra quasi un compendio
del senso della sua vita, ma di questo non sono
certo.
Quel
che rimane di una vita ci giunge in ogni caso
in maniera fortunosa. In fondo, non è un
evento fortunoso che io mi sia messo a scrivere
queste cose che non riguardano altri che la mia
persona, e i miei cari, se un giorno vorranno
leggerle? Ma io sto ancora indagando nel passato,
e in più diffido dell'oralità, a
cui tutto ciò dovrebbe essere consegnato,
il che rivela in me ancora - sebbene abbia quarant'anni
- una certa ingenuità e, perché
no, immaturità. Dovrei sapere che la scrittura
non ha mai salvato niente e nessuno dall'oblio,
neppure la storia più bella. Le cose che
sto scrivendo dovrei semplicemente raccontarle
alle mie due bambine, e magari ripeterle pazientemente
cento volte, come ha fatto e continua a fare mio
padre con me, fino a ricordarle io stesso a memoria,
finché si sedimentino lentamente nella
memoria di Giulia e Sofia, e lasciare al caso
o al loro piacere che le mie bambine, da grandi,
le ripetano oppure no. So bene che, solo se esse
ripeteranno queste storie, la catena aneddotica
a cui sono appeso si prolungherà nelle
generazioni avvenire, e questo soltanto farebbe
di me un altro anello ben saldo nella catena delle
storie tramandate. Invece, scelgo di depositarle
in una scrittura familiare, e probabilmente chi
le leggerà attribuirà ad esse poca
o nulla importanza e non le ripeterà ad
altri. Scrivendo, a volte ho la sensazione che
certe storie siano giunte al loro capolinea e
abbiano finito di vivere. Sicché - concludo
- forse ha ragione mio padre quando dice che non
ha senso scrivere queste cose, e che basta raccontarle
a voce.
Non
si deve pensare che io e papà, durante
le nostre passeggiate, parliamo solo di aneddoti
familiari. L'aneddoto è sempre un racconto
incidentale, e nasce come un bel fiore in una
selva di discorsi comuni. La politica, per esempio,
è il piatto forte della nostra conversazione,
la politica che accende gli animi, soprattutto
quello di mio padre, e ci fa allontanare lo sguardo
dal paesaggio della campagna. Qualche contadino
intento al lavoro, levando gli occhi, avrà
visto non poche volte due signori di età
così diversa passare lentamente in auto
davanti al suo podere, gesticolando animatamente,
mentre discutevano di chissà quale importante
argomento e sembravano litigare. In realtà
le nostre discussioni sono rimaste sempre entro
il limite dell'urbanità e della correttezza
reciproca, anche se talvolta io mi sono spinto
un po' oltre, fino a provocare il risentimento
di mio padre. Una volta, per esempio, durante
una di queste discussioni politiche, ho sostenuto
che lui era un fascista, sebbene egli a lungo
abbia votato per il vecchio PCI, ed ancora oggi
ne rimpianga la fine. Quella volta, ricordo che
mio padre, sentendosi dare del fascista, stranamente
aveva assunto un'aria interlocutoria, come di
chi pazientemente si aspetta, dopo l'accusa infamante,
di sentirne le ragioni. Io argomentavo che il
suo tono asseverativo, che non ammette repliche
e non ascolta le ragioni dell'altro, beh, tutto
questo era tipico di un fascista, e che del resto
egli, essendo del '21, era nato e vissuto ed era
stato educato in pieno regime fascista, ed aveva
dunque assimilato lo spirito fascista come parte
integrante della sua cultura e del suo modo di
essere. A quel punto, non c'era più campagna,
né Canale dell'Asso, né
pensiero della giovinezza che potesse distrarre
lo sguardo e la mente di mio padre. Divenne paonazzo,
tanto che io, poiché papà allora
doveva avere più di settant'anni, temetti
per la sua salute, e giurai dentro di me che un
simile argomento non l'avrei mai più riproposto.
Per fortuna andò tutto bene, e dovetti
solo sorbirmi una requisitoria contro l'intera
generazione dei giovani che non conoscono la storia,
e contro il revisionismo, e De Felice, eccetera
eccetera.
Col
passare degli anni, in effetti, io ho dovuto modificare
molto il mio rapporto con mio padre. Ho sperimentato
l'insensatezza di certi rimproveri che un figlio
rivolge immancabilmente al proprio padre. Il conflitto
padre-figlio fa parte del rapporto naturale tra
generazioni diverse, e il perdente è sempre
il figlio, sebbene dapprima egli si senta più
forte di chi è al declinare della vita.
In realtà, accade proprio questo, che il
figlio, nel momento in cui matura una coscienza
di adulto, comprende la vanità e l'inconsistenza
del suo ruolo, poiché egli è già
divenuto padre, e questo lo conduce piano piano
a solidarizzare col proprio padre. D'altra parte
chi è già nonno non può che
guardare con una certa indulgenza ai fatti della
vita. Così le diverse generazioni, riconciliatesi,
si danno la mano, e procedono insieme per un pezzo
di strada, facendosi compagnia. Le nostre passeggiate
hanno forse questo significato, anche quando sono
state turbate per pochi minuti da una discussione
troppo accesa. Ma già stavamo passando
nei pressi del muricciolo della villa Greco, proprio
sul Canale dell'Asso, e mio padre non
poteva fare a meno di ricordare le soste d'estate
presso quel muricciolo all'ombra delle canne,
le chiacchierate con gli amici, il buon tempo
antico, insomma. E già eravamo sulla via
del ritorno, verso casa, dove la mamma aveva pronta
la tavola per il pranzo domenicale.
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