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Memorie familiari   
 Passeggiate con papà
  di Gianluca Virgilio
Fotografia di Pino De Silva

"È del tutto impossibile che
un uomo non porti incarnate
le qualità e le predilezioni
dei suoi genitori e dei suoi avi:
checché possa dire
in contrario l'apparenza"

(Nietzsche, Al di là del bene e del male, afor. 264)


        Cerco di risalire ai tempi in cui ebbero inizio le passeggiate con papà, e mi ritrovo ancora ragazzo, che guido la cinquecento L color blu di mia madre. Un ragazzino senza patente se ne andava in giro per il paese, attento a non incorrere in qualche vigile, e desideroso di farsi vedere dai compagni di scuola alla guida di un'auto. La tipica situazione interpretabile in chiave edipica: ho approfittato dell'handicap di mio padre, affetto da poliomielite agli arti inferiori che gli impediva la guida, per impossessarmi dell'auto di mia madre prima del tempo, a quattordici, quindici anni appena. Nella mia famiglia, difatti, guidava solo mia madre, che si era dovuta accollare il compito di autista: un ruolo maschile, secondo il suo modo di pensare, cui lei si prestava a malincuore, facendo di necessità virtù, perché, insomma, in famiglia c'era proprio bisogno di qualcuno che guidasse l'automobile. E allora, visto che mio padre non poteva guidare e noi figli eravamo ancora piccoli, aveva frequentato la scuola-guida, lei che a scuola ci era andata molto tempo prima e solo per pochissimi anni. Così, appena io crebbi un po', e cominciai a rubarle l'auto, lei mi sgridò, si preoccupò e alla fine mi diede le chiavi. Infatti, la mia precocità le ritornava utile, poiché la alleggerivo di qualche incombenza, come andare a prendere mio padre o accompagnarlo a scuola, fare la spesa, o sbrigare le faccende in paese. I miei genitori dimostravano molta apprensione ogni qual volta chiedevo di guidare l'auto, e mi dicevano di tenermi alla larga dai vigili urbani. Suppongo che essi contassero anche su una certa indulgenza dei vigili che, in una cittadina di piccole dimensioni com'era la nostra, dove si conoscono tutti, si spera siano un po' accondiscendenti e, se non la fai grossa, che chiudano un occhio. Avevo esattamente quindici anni - dunque siamo nel 1978 - quando facemmo il quinto e ultimo trasloco nella casa finalmente nostra, e in quell'occasione diedi in famiglia più che una mano per trasportare tutto ciò che una cinquecento L con portapacchi comprato per l'occasione poteva trasportare da una casa all'altra, comprese diverse centinaia di libri e riviste di mio padre. Eravamo relativamente poveri, ma i libri, essendo mio padre un professore, non mancavano.
        Se ripenso alle case in affitto che abbiamo abitato, me le vedo sfilare davanti una dopo l'altra come pezzi del mio passato familiare, tante immagini di ambienti diversi con le loro particolari luci ed ombre nelle diverse ore del giorno. Nei miei spostamenti quotidiani, ancor oggi mi capita di passare in piazza Fortunato Cesari o per via Mazzini oppure per via Val d'Aosta (tralascio le altre case perché non ero ancora nato), e non manco mai di sollevare lo sguardo a quelle finestre da cui tante volte mi sono affacciato, e di guardare la facciata della casa nella quale ho vissuto per quattro, cinque anni; ma gli interni di quegli edifici ormai mi sono preclusi, e certo farei la figura del sentimentale se chiedessi ai padroni di casa di poterli visitare. Alla fine, col lavoro di mio padre e con le economie di mia madre, eccoci pervenuti nella nostra casa di via Carlo Mauro 14, una vera conquista! Forse fu nella circostanza dell'ultimo trasloco che decidemmo di buttare via il ritratto fotografico del mio bisnonno paterno, Fortunato, corroso irrimediabilmente dalle muffe della umidissima cantina della casa che stavamo lasciando. Se allora avessi immaginato che a distanza di trent'anni i nuovi ritrovati della tecnica avrebbero consentito il recupero di una fotografia così malmessa com'era quella del mio bisnonno, certamente mi sarei opposto a una simile decisione. Nemmeno mio padre disse nulla, sebbene si trattasse dell'unica foto di suo nonno paterno. Mia madre, che allora era ancora una giovane sposa, l'aveva confinata in cantina, perché mal tollerava di vedersi davanti dei morti, diceva. Poi, col passare degli anni, il comò della sua stanza da letto si è riempito di ritratti funebri (e da qualche tempo, ahimè, si è aggiunto anche il suo), il che vuol dire che mia madre si era abituata all'idea della morte, oppure che ognuno ha i suoi morti e non tollera i morti degli altri. In effetti, mia madre non aveva conosciuto Fortunato, e dunque quasi non lo reputava uno di famiglia. Del resto, lo stesso sentimento di indifferenza mia madre nutriva nei confronti dei suoi avi di cui non conservava alcun ricordo, e a me che gli chiedevo cosa ne sapesse, rispondeva di non saperne nulla e che i morti bisognava lasciarli in pace. Intanto, di Fortunato, perduto quel ritratto, non rimaneva - come ho detto - nessun'altra fotografia, sicché io stesso, sebbene lo abbia visto decine di volte, oggi non ricordo bene quale fosse il vero volto del mio bisnonno, il cui ritratto corroso dalle muffe, un bel giorno di primavera dell'anno 1978, buttammo in pattumiera. Ricordo solo che aveva un bel vestito nero, forse il vestito della festa, con una bella cravatta, pure essa nera, e che nell'insieme doveva somigliare a certi ritratti di Giovanni Pascoli, in cui il poeta ha l'aria di un fattore di campagna. Ogniqualvolta mi capita sott'occhio una fotografia di Pascoli, ripenso per una strana associazione di idee al mio bisnonno Fortunato. Forse ciò accade non senza motivo, perché quando si appartiene ad una medesima generazione, è inevitabile che ci siano delle somiglianze, anche somatiche. Ma che io mi ricordi le fattezze precise del suo volto, questo proprio non potrei dirlo.

        Da quel tempo datano le mie passeggiate con papà, passeggiate domenicali, di mattina, verso la campagna che circonda Galatina. Le prime volte che mi si consentì di guidare l'auto, accompagnavo mio padre al bar Ascalone, dove rimaneva un paio d'ore a conversare con gli amici e a leggere il giornale, e andavo a riprenderlo verso mezzogiorno, all'ora di pranzo, imponendogli un giro largo prima di ritornare a casa, per dimostrargli la mia bravura nella guida. Questa sua frequentazione del bar Ascalone per me si perde nella notte dei tempi, quando l'attuale proprietario, che si chiama Andrea, faceva ancora da garzone apprendista e comandava lu Totu, suo padre, con la sorella Lucia, che si alternava alla cassa alla sorella Nena, entrambe zitelle, pronte entrambe a dare tutte le informazioni di varia umanità a chi gliene facesse richiesta: con la dovuta discrezione, s'intende. Famiglia di pasticcieri, gli Ascalone, con tanto di attestati ben incorniciati alle pareti, che risalgono al secolo l'altro, quando la ditta Ascalone rappresentava un'appendice culinaria della ricca borghesia agraria cittadina e di tutto il circondario. Che tipo bizzarro, il nostro pasticciere Andrea! Ho assistito di persona ai suoi rimproveri contro chi aveva osato spezzare in due un pasticciotto come fa il prete col pane eucaristico, oppure contro chi si era azzardato a chiedere paste secche quando a causa dello scirocco il tasso di umidità dell'aria quel giorno era elevato e solo un pasticciere incosciente avrebbe potuto preparare paste di quel tipo; e guai a chi avesse osato richiedergli dolci con la ricotta d'estate quando la ricotta non viene prodotta, almeno non con i sistemi artigianali di un tempo. E una volta l'ho sentito sfottere un parvenu reo d'aver dichiarato in pubblico di spostarsi abitualmente in aereo: "Ma quiddhu nu pija l'aèreu, pija l'aerèu!", per fortuna quando l'avventore era già lontano e non poteva più udirlo. Parlo di Andrea, perché è ora lui che porta avanti la pasticceria, con suo figlio Ninì che gli dà una mano, ma mio padre conversava soprattutto con gli altri Ascalone, i "vecchi", nelle due ore domenicali che trascorreva nel bar, seduto vicino alla cassa, e di tanto in tanto con gli avventori, almeno con quelli che conosceva. Io qualche volta mi fermavo con lui, ma dopo un po' mi annoiavo, ed ero tentato di varcare la soglia del laboratorio, dove solo pochi eletti potevano entrare: gli addetti al lavoro e qualche amico. Lì, tra pentoloni ancora sporchi di crema e utensili vari, tra il forno sempre acceso, da cui emanava un caldo asfissiante in tutte le stagioni, e il piano da lavoro, si tenevano le "riunioni politiche"; lì tutti i politici d'Italia, dal presidente della Repubblica all'ultimo assessore del Comune di Galatina erano oggetto di critica, condita di vari racconti aneddotici. Ed ecco, verso le dodici, numerosi fedeli riversarsi nella caffetteria antistante il laboratorio, appena finito di sentire la messa delle undici, quella più seguita, nella vicina chiesa madre; e qui sostare in attesa di essere serviti: bignè, paste frolle, bocche di dama, fruttoni e fruttini, arlecchini e strudel, per la delizia del palato dei golosi galatinesi; e intanto parlare del più e del meno, scambiandosi convenevoli come si fa con le persone che per una superiore necessità si incontrano almeno una volta la settimana; sorseggiando il solito aperitivo con la complicità di olive e stuzzichini vari che avrebbero dipoi favorito una più intensa degustazione del pranzo domenicale che, come si sa, è più ricco e saporito di quello dei giorni feriali. Dinanzi a quel ben di dio, chi avrebbe mai osato discutere di politica? Chi rompere un'aura così incantata?
        "Papà, andiamo?", lo supplicavo; e lui, appoggiandosi al bastone e a me, salutava tutti e, con la sua "Unità" nella tasca del soprabito, prendeva congedo dal bar Ascalone, non senza avermi prima affidato la guantierina dei dolci. Dopo la ristrutturazione dei locali avvenuta nei primi anni ottanta, la pasticceria ha assunto uno stile tra liberty e impero e, a quanto mi è dato notare, sono cessate le "riunioni politiche"; la gente entra e esce, compra, paga e se ne va. Mio padre è nel frattempo invecchiato e, dopo la morte della vecchia generazione degli Ascalone, ha deciso di rinunciare alla sua sosta domenicale nella pasticceria di Andrea, ma non ai dolci. Pertanto, nella nostra passeggiata domenicale, il rituale vuole che ci si fermi ancora davanti alla pasticceria e che io vada a ritirare i dolci che mio padre la sera prima con un colpo di telefono ha ordinato ad Andrea, con tanto di saluti.

        Col passar del tempo, mio padre si sarà convinto che guidavo bene, e allora ha autorizzato un'escursione in campagna, per le vie ancora non asfaltate che portavano ai filari di viti e di olivi. Lì era sicuro che non avremmo trovato polizia o vigili. Ora queste strade le hanno asfaltate, ma sono sempre rotte e sporche perché vengono utilizzate da grosse macchine da lavoro, trattori e trebbie e carri da carico, a seconda delle stagioni, e dai proprietari delle case di campagna. Allora erano appena percorribili in auto, e bisognava procedere a passo d'uomo, attenti a scansare le buche profonde che s'aprivano numerose nella via sterrata e piena di sassi. Non vi dico le condizioni di quelle strade nel periodo delle piogge! Era un piacere fare lo slalom tra le pozzanghere, meglio se con un motorino o una vespa, come qualche volta mi era capitato di fare con una mia compagna di classe con cui marinavo la scuola.

        La campagna intorno a Galatina è assai varia perché vario è l'uso che se ne fa. Olivi e viti, ho detto, ma anche campi coltivati a tabacco, che d'estate cresce alto due metri, e in primavera appezzamenti di grano, d'orzo e di mais, e poi in autunno le verdure, cicorie, finocchi, rape e cavoli, che ogni giorno ricorrono sulle mense dei cittadini. Ville e villette, villule, villini e villoni, ville doppie, case villerecce, ecc. ecc., per dirla alla maniera del Gadda brianzuolo, disseminate qua e là, una miriade di costruzioni che posano sotto un pino a ombrello, o che ricevono ombra d'estate da una palma, oppure, più semplicemente, da un paio di frondosi alberi di loto - cui è devoluto anche un ruolo ornamentale - che ogni padre di famiglia provvede a piantare dinanzi a casa: sono le seconde case della piccola e media borghesia cittadina, il cui status riconosci facilmente dalla più o meno ricercata architettura, che cambia col passare del tempo e degli stili. Le casine dei primi anni del secolo scorso, ad un piano solo, composte di poche stanze che s'affacciano ai quattro venti, incorniciate di losanghe e triangoli e sormontate da una balaustra a colonnine, suggeriscono già a prima vista la voglia di ritrovare in campagna lo stesso agio lasciato in città. Se ne vedono qua e là, alcune ormai cadenti e abbandonate, annerite dal tempo e dall'umidità, altre invece ristrutturate di recente e tornate a nuova vita. La casina di Vito Vallone, il sindaco galatinese dell'epoca giolittiana e poi fascista, ora circondata da una muraglia di tufo che la toglie in parte alla vista e ne deturpa l'aspetto, la casina degli Sciuga di Collepasso, quella dei Vantaggiato, la casina degli Stasi e dei Dolce e tante altre. E dal momento che tutte le epoche hanno lasciato una loro traccia, è visibile come un pugno nell'occhio anche qualche appartamento stile anni settanta, posto in alto su colonne sottili e squadrate come le torri di un grafico, orribile e insensato! Poi, qua e là, in lontananza, macchie di verde più intenso: sono le ville più ricche, circondate dal parco di pini, di eucalipti e di querce vallonee, che chiazzano con i loro alberi frondosi tutta la campagna. A sera le gazze solcano il cielo che divide questi boschetti, in cerca di un riparo per la notte.
        Questa che sto descrivendo in realtà non è la generica campagna intorno a Galatina, ma una sua precisa contrada. Andare in campagna con mio padre non vuol dire prendere una qualsiasi direzione che allontani dal centro cittadino (e qui la campagna è sempre dietro l'angolo, alla fine di ogni strada); vuol dir andare verso i Padùli, la contrada che ho appena descritto, che poi significa accompagnarlo indietro nel tempo, verso la sua infanzia e adolescenza e prima giovinezza. Devo dire che a lungo andare questa sua reiterata richiesta di andare sempre nello stesso posto è stata oggetto da parte mia di qualche scherzo, com'è naturale nei confronti di chi si ostina a mostrare una sua debolezza - e l'attaccamento alla propria giovinezza è una debolezza -, ma questo, sebbene glielo abbia fatto più volte notare, non lo ha mai distolto dall'identificare la campagna galatinese con i Padùli, e dal chiedermi di ripercorrerne le strade, mentre ci sono almeno altre quattro o cinque contrade che si potrebbero visitare con piacere.
        I Padùli sono una vasta fascia di campagna che all'incirca si estende tra i comuni di Collepasso, Sogliano Cavour, Cutrofiano, Aradeo e Noha. La attraversa la provinciale Noha-Collepasso che, quasi a metà strada, s'incrocia con la provinciale Cutrofiano-Aradeo. Queste sono le strade principali; poi ve ne sono molte altre che percorrono la campagna nell'interno e servono per raggiungere tutti i fondi. In questa fascia di territorio che appartiene ai comuni su elencati, molte famiglie già da diversi secoli hanno costruito le loro case di campagna. Insomma, si tratta di una zona di antico insediamento, dove il paesaggio rurale ha subito il maggior numero di trasformazioni agrarie e, per questo motivo, presenta una grande varietà di colture e di appezzamenti poderali piccoli e medi. Manca - ed è una gran fortuna! - il latifondo, così presente ancor oggi in altre zone del Salento. Lo riconosci dalla presenza della monocultura, che annulla ogni varietà del paesaggio in eterni sonnolenti boschi di ulivi, che io non so proprio come i poeti possano celebrare in versi senza addormentarsi. Ma qui, come dicevo, la piccola e media borghesia cittadina già da molto tempo ha rotto il latifondo e, pezzetti e bocconi, se ne è impossessata, trasformando il territorio in una delle più belle campagne d'Italia.
        Le case più antiche, quelle che risalgono al Settecento, le riconosci perché volgono le spalle alla strada, come se coloro che le costruirono avessero temuto l'arrivo da un momento all'altro di un'orda di briganti. Le facciate di queste case, ville a due piani - a pian terreno i depositi, granai, frantoi, serbatoi e cisterne, al primo piano la casa del padrone -, si aprono sugli spazi ampi dei seminativi e delle colture. Un hortus conclusus o, per dirla sempre alla latina, un pomarium, perlopiù piantato ad agrumi, ricinto di un muro con i soliti cocci di bottiglia che servono a dissuadere chiunque dallo scavalcarlo, divide queste case dai seminativi o dai vigneti. L'olivo sembra essere respinto sempre più indietro, a sud, verso il feudo di Casarano. Ma la cosa che più colpisce è, come ho detto, la facciata di queste case padronali volta non verso la strada - come sarebbe logico -, ma verso i campi. Probabilmente l'architetto che pensò questa soluzione veniva incontro ad una precisa richiesta del proprietario che intendeva controllare meglio l'opera dei braccianti. Oggi chi costruisce una villa la nasconde dietro un alto muro lungo il quale di solito corre una siepe di pino o di bosso, in un parco alberato, il che è segno che il ricco teme sempre le incursioni dei briganti, e non si sente mai al sicuro. Infatti, nascondere un bene alla vista degli altri rende esclusivo il possesso e tuttavia scatena la cupidigia di chi ne rimane escluso, e con essa la paura del proprietario. Meglio farebbero i ricchi, dunque, a non nascondere troppo i loro beni, e con ciò renderebbero partecipi anche gli altri della prosperità e della bellezza degli ambienti in cui vivono. Invece, dove il ricco innalza un alto muro di cinta per chiudere la sua proprietà, oppure un'alta siepe per negarsi alla vista del passeggero, beh, lì la campagna è rovinata, distrutta da un corpo estraneo che ne deturpa la bellezza. Anche il piccolo proprietario, nella smania di attestare il suo possesso, contribuisce alla rovina di questa campagna: vedi un podere di mezzo ettaro tutto recintato con rete metallica, e non puoi fare a meno di pensare che a volte l'uomo è come un uccello che vuol vivere in gabbia, e, una volta libero, morirebbe della sua stessa libertà. Non sarebbe sufficiente delimitare solo l'ingresso del proprio podere con un muricciolo non più alto di tre linee di pietra, segnando i confini con qualche grossa pietra o con una colonna? Almeno in campagna sarebbe bello immaginare di vivere all'aperto, e volgere lo sguardo fin dove la vista può arrivare; e che importa se il luogo dove si posa lo sguardo in lontananza non è di tua proprietà!
        Per molti anni le nostre passeggiate si sono indirizzate verso i Padùli. In realtà i nomi dei luoghi che si attraversano seguendo quelle strade sono numerosissimi e assai strani: Le Giuse, La Cavallerizza, Lu Lardu, Sirgole, sono toponimi vernacoli che col passar del tempo vanno scomparendo, e molti giovani non li ricordano più. Io li ho imparati da mio padre durante le innumerevoli nostre abitudinarie passeggiate in campagna. Passando, a destra e a manca, sa dirti con precisione i nomi di tutti i proprietari, a chi appartenga questa e quella casa o questo e quel podere, e ha registrato persino i passaggi di proprietà di due, tre generazioni. Io capisco che la memoria che egli conserva dei particolari più vari è il risultato del suo amore per questa campagna, dove ha trascorso molte estati della sua vita; e poi i suoi ottantatré anni gli consentono di ricordare cose che sono conservate negli archivi dei notai. Ma se mio padre non avesse ripetuto a se stesso e ad altri questi suoi ricordi, ora non potrebbe più parlarne, perché non se ne ricorderebbe più. Questo non toglie nulla all'amore che mio padre prova per questa terra. Che cosa significa, in realtà, amore per una terra, se non parlarne e riparlarne, ripetendo a memoria quanto si è già detto mille volte? Anzi, penso che la ripetizione dei racconti sia il frutto di un amore più puro, perché è privo di qualunque elemento volontaristico e intenzionale. Quando si racconta così, per iterazione, vuol dire che non si vuol raggiungere nessun'altro scopo, che non sia quello di esprimere il proprio attaccamento alla terra, e basta.

Fotografia di Pino De Silva

        A lungo, quand'ero ragazzo, mi sono interrogato sul passato di mio padre. Cosa strana, ho sempre pensato che di mia madre ci fosse ben poco da sapere e che mio padre, invece, racchiudesse un segreto che io avrei dovuto scoprire, perché da questa scoperta sarebbe derivato a me un beneficio. Se devo dire per quale motivo si è venuto a formare in me questo pensiero, non saprei darmi una spiegazione. Ma è certo che, col passar degli anni, questa inchiesta ha cominciato ad infastidire me per primo. Sentivo cioè che, finché essa fosse durata, io non sarei mai uscito dallo stato di immaturità nel quale sapevo di trovarmi, come un investigatore che si ostini irragionevolmente nella ricerca di un colpevole che non troverà mai e non si rassegni ad archiviare il caso. Qui la psicanalisi potrebbe dire la sua. Ma io non ho voglia di impelagarmi in simili discorsi. Altrimenti andrei da uno psicoanalista. Invece mi basta scriverne, come sto facendo. Ora so che tutto questo è frutto della mia immaginazione giovanile e so anche che è un grave errore voler conoscere il segreto di una persona a cui si vuol bene, chiunque essa sia, perché l'indagatore viola il confine che segna l'identità di una persona, in qualche modo violenta l'indagato, e per giunta inutilmente. Difatti, quasi sempre non v'è nessun segreto da scoprire, e quando ci si accorge di questa elementare verità, allora vuol dire che si è cresciuti a sufficienza, cioè si è adulti, e che, per un inevitabile contrappasso, avendo figli già piuttosto grandi, si è divenuti oggetto di indagini a tutto campo. Se servisse, io già da oggi direi alle mie due figlie che non perdano tempo a indagare su di me, perché quando avranno la mia età capiranno che sarebbe inutile. Ma servirebbe? Nei rapporti tra le generazioni, purtroppo non v'è alcun progresso, ma solo un continuo ripetersi infinito di errori, che solo l'età adulta quasi sempre riesce a eliminare. In ogni caso, con queste memorie le mie figlie sappiano almeno che non ho intenzione di sottrarmi alle loro eventuali indagini!
        Mio padre è stato un gran raccontatore orale, tanto che io gli ho sempre rimproverato di non aver messo per iscritto gli aneddoti che sapeva molto bene raccontare oralmente. Questo non lo ha mai voluto fare, preferendo scrivere altre cose, gli avvenimenti storici di Galatina, rivisti alla luce della grande storia letta sui libri. E lui ci ha sempre tenuto a presentare i piccoli eventi galatinesi come significativi all'interno di una storia più grande, quella nazionale, mentre a me piacciono le spigolature locali in sé e per sé, senza altre connessioni che non siano quelle che si ricavano naturalmente dai racconti. Ora, essendo mio padre, come ho detto, in età avanzata, egli parla molto meno, e i suoi racconti sono più che altro delle ripetizioni; non si cura più di variare la storia, ma usa le stesse parole, le stesse pause sintattiche, anche lo stesso tono di voce che a me è diventato consueto, tanto che, quando non gli viene la parola, sono io che gli vado incontro, aiutandolo nel ricordo di un nome o di un particolare che già conosco per averlo sentito dalla sua voce chissà quante volte. Così dovevano raccontare gli aedi greci, con le loro formule sempre uguali relative al repertorio mitico, con il coro degli ascoltatori capace di colmare qualunque lacuna di memoria del poeta invecchiato. La materia di cui discorre mio padre non raggiunge queste altezze, ma riguarda fatti e personaggi della provincia e soprattutto di quella parte della provincia che gravita intorno a Galatina. Ed io so per certo, avendone fatto mille volte esperienza, che a mio padre non dispiace affatto parlare di sé, raccontare le storie della sua giovinezza e della sua prima maturità - pochissimi sono i racconti relativi alla sua età matura. Cosicché si comprende come la conversazione con papà abbia corrisposto bene al mio desiderio di conoscere il suo passato, cioè quella parte della vita di mio padre di cui io non posso avere memoria diretta perché non ero ancora nato; e come noi due si avesse di che parlare nelle nostre passeggiate in auto nelle campagne intorno a Galatina, in direzione dei Padùli.
        Mio padre ha attualmente ottantatré anni, essendo nato nel 1921. Io sono nato quarantadue anni dopo, nel 1963. Per me è veramente interessante, direi quasi favoloso, riuscire ad apprendere un aneddoto di cui mio padre conserva memoria, riguardante, per esempio, il mio bisnonno, il trisavolo delle mie figlie, che si chiamava Fortunato. Ascoltando le parole di mio padre, mi sembra - almeno nel tempo del racconto - di fare un salto indietro di un secolo e più, e di vedere rivivere un uomo dell'ottocento che nulla mai avrebbe saputo di me, poiché sarebbe morto nel 1925.
        Dice mio padre che Fortunato era un servitore di una ricca famiglia di agrari galatinesi, i Mezio, una famiglia oggi estinta. Quando dice "ricca famiglia di agrari" io so che mio padre vuole suggerirmi che lo status del mio trisavolo non era poi così basso. Servire presso qualche potente, mi fa capire, significava pur qualcosa. Un giorno il padrone gli chiese di avvicinarsi perché voleva confidargli un segreto; e mentre glielo chiedeva, lui stesso gli si avvicinava, mentre Fortunato indietreggiava, mantenendo la distanza tra sé e il padrone. E questi insisteva perché Fortunato si avvicinasse, ma non c'era niente da fare. Perché? Qualche minuto prima Fortunato aveva bevuto un bicchiere di vino, e non voleva che il padrone se ne accorgesse, sentendone il respiro ancora impregnato dell'odore di vino. Tutto questo sarà accaduto cento anni fa, e mio padre l'avrà sentito raccontare da suo padre o da qualche parente; fatto è che il raccontino ha avuto la forza di raggiungere me, che scrivo nel 2003, spalancandomi le porte di un tempo che io credevo non mio, e che invece mi riguarda personalmente.
        Un secondo aneddoto relativo a Fortunato l'ho appreso quando frequentavo la scuola media, nei primi anni settanta. In quel periodo mio padre portava in tasca sempre un pezzetto di canfora, che - lui diceva - gli serviva per respirare meglio, e per dimenticare per sempre il vizio del fumo che lo aveva fatto star male, e di cui si era da poco, dietro imposizione dei medici, liberato. Anch'io - preso dal demone dell'imitazione parentale - portavo con me a scuola un pezzetto di canfora e ogni tanto ne sentivo il profumo. Fu allora che appresi da mio padre l'aneddoto secondo il quale Fortunato attribuiva la propria sopravvivenza durante l'imperversare della spagnola del 1918 proprio alla canfora, ch'egli si era procurato a Lecce e di cui andava magnificando le proprietà terapeutiche tra amici e conoscenti di Galatina. Forse per questo motivo, insomma, come se glielo avesse suggerito dalla tomba suo nonno, mio padre ne faceva uso, per sfuggire alle grinfie del fumo delle numerosissime sigarette che stava per soffocarlo, come gli avevano prognosticato i dottori. Così agivano i numi tutelari della casa nell'epoca antica, probabilmente.

        Come si vede, indagando su mio padre, vengo scoprendo cose che riguardano altri miei antenati, che da qualche generazione, a quanto pare, appartengono a questa terra salentina. La memoria di mio padre non risale oltre Fortunato (di cui rimane una tomba nel cimitero di Galatina, "costata trecento lire", e alla quale il mio bisnonno - dice mio padre - ha diritto perenne). Più indietro, il buio, rischiarato per un perimetro limitatissimo da un luce: un certo Tata Paulu, di cui mio padre non sa dirmi proprio niente, avendolo solo sentito nominare in circostanze imprecisate in casa di alcuni parenti. Sicché grande è stata la sua sorpresa quando un bel giorno, qualche tempo fa, sono arrivato a casa con la fotocopia del certificato di morte di Fortunato che un gentile amico impiegato all'anagrafe comunale mi aveva fornito: L'anno millenovecentoventicinque addì ventitre di Dicembre a ore nove e minuti ... nella Casa Comunale. Avanti di me Manganaro Giovanni Segretario delegato Uffiziale dello Stato Civile del Comune di Galatina, sono comparsi Ciccardi Antonio di anni cinquanta, contadino, domiciliato in Galatina, e Colaci Lorenzo, di anni sessanta, becchino, domiciliato in Galatina, i quali mi hanno dichiarato che alle ore dodici e minuti trenta di ieri, nella casa posta in via di Galatone al numero..., è morto Virgilio Fortunato, di anni settantasei, contadino, residente in Galatina, nato in Galatina, dal fu Donato, contadino, domiciliato in Galatina, e da Giuppa Giovanna, contadina, domiciliata in Galatina, vedovo di Vergaro Maria Addolorata. A quest'atto sono stati presenti quali testimoni Colaci Pantaleo, di anni settantacinque, becchino, e Tafuri Giuseppe, di anni cinquanta, becchino, entrambi residenti in questo Comune. Letto il presente atto a tutti gli intervenuti viene sottoscritto da me e non dai dichiaranti e testimoni perché analfabeti. Giovanni Manganaro.
        Nessun Tata Paulu, dunque; in compenso, ecco aperto l'abisso delle generazioni, a cui mi sono affacciato non senza un segreto tremore: ecco Donato, il mio trisavolo, che forse non avrà varcato la soglia del Novecento, e sua moglie Giuppa Giovanna, sposata in seconde nozze dopo che la prima moglie, Vergaro Maria Addolorata, lo aveva lasciato vedovo; e poi i testimoni analfabeti, becchini e contadini galatinesi, amici di Fortunato, nei quali sarà stata qualche forma di pietà se decisero di favorirlo nella denuncia dell'ultimo atto della sua vita; questa gente improvvisamente comparsa davanti a me, evocata dalla mia investigazione, per non dirmi null'altro che il proprio nome, il proprio status sociale, la propria situazione di estrema ignoranza; tutte persone ora già morte da molto tempo, ed io qui nella parte del trascrittore, come se mi fossi reincarnato nuovamente nel Segretario delegato Giovanni Manganaro, per riscrivere quel momento così solenne, pur nella sua vuota formalità burocratica, un certificato di morte.
        Di tutte queste persone mio padre non aveva memoria. Solo il nome di Donato, il suo bisnonno, non gli è nuovo, poiché si conservava come secondo nome nel padre di mio padre, Pietro Donato. E così scopro - pur avendolo sempre saputo - che i nostri avi avevano trovato un modo molto semplice e ingegnoso di ricordare il nome degli antenati, quello di conservarlo nel nome dei nipoti, sicché ogni nipote sapeva chi era suo nonno e, quindi, anche il bisnonno e il trisavolo, e l'avo e l'avo degli avi. Come doveva apparire insensato un albero genealogico ai contadini di Galatina di non molto tempo fa! E improvvisamente mi sovviene che io stesso di secondo nome mi chiamo Pietro, come mio nonno.

        Percorrendo la strada dei Paduli, si vedono a poca distanza, oltre la fila dei piccoli fondi, le curve che disegna con i suoi canneti il Canale dell'Asso, secolare opera di bonifica del territorio, destinato ad accogliere le acque piovane, e a liberare i campi dalle acque stagnanti. Ogni anno con una macchina assai rumorosa una squadra di operatori ecologici mandati dalla Provincia provvede a ripulire il Canale dai rifiuti che vi si accumulano, soprattutto nei tratti in cui vi passa vicino la strada maestra, e a tagliare le canne che vi crescono floride. In questi tratti è facile riversare dalla strada frigoriferi e lavastoviglie e televisori e oggetti desueti d'ogni tipo! Immagino quale fauna vi potrebbe vivere, se la macchina ecologica non passasse in modo così fragoroso da spaventare ogni creatura animale: anatre selvatiche, piccoli roditori, e altri animali acquatici. Un tempo anche le volpi vi facevano la loro tana. Rimangono solo rane e rospi, al riparo delle pietre che formano il terrapieno, che ogni tanto, per la sovrabbondanza delle piogge, cede in qualche punto, inondando la campagna, e deve essere riparato. D'inverno il canale rimane visibile proprio per questo terrapieno sinuoso che forma un piccola ruga sulla pianura della spoglia campagna. Mio padre dice che quando era bambino, nella bella stagione, qualche ragazzino si faceva il bagno nell'acqua del Canale, cosa che oggi non sarebbe possibile perché d'estate, che io ricordi, non s'è mai visto un filo d'acqua; e dice ancora che a sera migliaia di rondini - oggi piuttosto rare - si fermavano tra le canne per dormire. La funzione di quel Canale deve essere stata davvero importante per questo territorio, perché ha impedito il ristagno delle acque e il formarsi della palude. Padùli infatti è una metatesi del termine palùdi, con cui l'uomo ha segnato l'appropriazione del luogo e il suo risanamento. Né potevano bastare le vore che si aprono qua e là nella campagna, soprattutto d'inverno, e inghiottono i fiumi d'acqua verso non si sa quale foce sotterranea. Certo è che bisogna tenersene alla larga, come tutti sanno, perché chi ci scivola dentro è destinato a non tornare più indietro.
        Anch'io posso narrare la mia esperienza relativa alle acque che ristagnavano nella periferia galatinese, precisamente in contrada Nachi, tra le ultime case di Galatina e la Campina, quand'ero ragazzo. Laddove oggi hanno costruito la nuova pretura e un gran numero di palazzine e di case popolari, trent'anni fa c'era un campo che nessuno riusciva a coltivare, se non a partire dalla primavera quando il sole lo asciugava. Prima, difatti, con gli acquazzoni d'autunno, diventava una palude piena di girini che non riuscivano a diventare rane, un po' perché li pescavamo noi ragazzi, e un po' perché, come ho detto, presto il sole primaverile prosciugava il campo e la terra veniva rivoltata dal trattore con tutto quello che vi guizzava sopra. Un giorno tagliammo la cappotta di una Seicento abbandonata in un campo vicino, e la mettemmo in acqua rovesciandola. Muniti di una pertica, ci imbarcavamo uno alla volta, per un giro della palude. Una volta uno di noi rimase incagliato in una secca, e ci volle una fune per tirarlo a riva e metterlo in salvo. C'era lì nei pressi, accanto ad una stanza di quelle in cui gli operai dell'Enel custodiscono chissà quale segreto, impedendone l'accesso con la scritta PERICOLO DI MORTE, c'era, dicevo, un'edicola votiva, con l'immagine di qualche santo. Con le fionde uccidevamo le lucertole che vi prendevano il sole, sbrecciando un po' alla volta la pietra di Cursi - meglio conosciuta come pietra leccese - di cui era fatta; poi finì di distruggerla la solita ruspa, perché in quel luogo doveva nascere un nuovo quartiere.

        Un altro breve aneddoto che mi ha spesso raccontato mio padre mentre costeggiavamo il Canale dell'Asso ha per protagonista un fratello di mio nonno, di nome Antonio, morto per una caduta da un albero prima della Grande Guerra in giovane età. Per inciso, dice mio padre che tra il ceto contadino due cause di morte erano ricorrenti, la caduta da un albero e il calcio di un cavallo. Di Antonio non rimane una tomba, perché negli anni immediatamente seguenti la sua morte, fu inaugurato il nuovo cimitero, dove furono trasferite solo le spoglie dei ricchi. Chi non aveva denari a sufficienza per trasferire i propri morti, deve averli lasciati nel vecchio cimitero, dove a partire dagli anni sessanta e fino a qualche anno fa c'era il canile comunale, prima che gli animalisti insorgessero contro il maltrattamento degli animali. L'aneddoto che ha per protagonista il giovane Antonio dice che questi dichiarava sempre che non si sarebbe mai sposato se non avesse avuto a disposizione non so quale numero di are di terra. Pare che non si sia mai sposato, ma non perché la sua ambizione fosse eccessiva, ma appunto perché morì prima di averla realizzata col proprio lavoro. Di lui non rimane nella memoria di mio padre altro ricordo. Com'è strano tutto ciò. La natura dei racconti è assai varia, e nessuno riuscirebbe a spiegare a sufficienza perché di questo fatto - le nozze mancate di Antonio - si sia perpetuato il ricordo, mentre di altri fatti non rimane proprio nulla. Nel caso di Antonio, il racconto sembra quasi un compendio del senso della sua vita, ma di questo non sono certo.
        Quel che rimane di una vita ci giunge in ogni caso in maniera fortunosa. In fondo, non è un evento fortunoso che io mi sia messo a scrivere queste cose che non riguardano altri che la mia persona, e i miei cari, se un giorno vorranno leggerle? Ma io sto ancora indagando nel passato, e in più diffido dell'oralità, a cui tutto ciò dovrebbe essere consegnato, il che rivela in me ancora - sebbene abbia quarant'anni - una certa ingenuità e, perché no, immaturità. Dovrei sapere che la scrittura non ha mai salvato niente e nessuno dall'oblio, neppure la storia più bella. Le cose che sto scrivendo dovrei semplicemente raccontarle alle mie due bambine, e magari ripeterle pazientemente cento volte, come ha fatto e continua a fare mio padre con me, fino a ricordarle io stesso a memoria, finché si sedimentino lentamente nella memoria di Giulia e Sofia, e lasciare al caso o al loro piacere che le mie bambine, da grandi, le ripetano oppure no. So bene che, solo se esse ripeteranno queste storie, la catena aneddotica a cui sono appeso si prolungherà nelle generazioni avvenire, e questo soltanto farebbe di me un altro anello ben saldo nella catena delle storie tramandate. Invece, scelgo di depositarle in una scrittura familiare, e probabilmente chi le leggerà attribuirà ad esse poca o nulla importanza e non le ripeterà ad altri. Scrivendo, a volte ho la sensazione che certe storie siano giunte al loro capolinea e abbiano finito di vivere. Sicché - concludo - forse ha ragione mio padre quando dice che non ha senso scrivere queste cose, e che basta raccontarle a voce.

        Non si deve pensare che io e papà, durante le nostre passeggiate, parliamo solo di aneddoti familiari. L'aneddoto è sempre un racconto incidentale, e nasce come un bel fiore in una selva di discorsi comuni. La politica, per esempio, è il piatto forte della nostra conversazione, la politica che accende gli animi, soprattutto quello di mio padre, e ci fa allontanare lo sguardo dal paesaggio della campagna. Qualche contadino intento al lavoro, levando gli occhi, avrà visto non poche volte due signori di età così diversa passare lentamente in auto davanti al suo podere, gesticolando animatamente, mentre discutevano di chissà quale importante argomento e sembravano litigare. In realtà le nostre discussioni sono rimaste sempre entro il limite dell'urbanità e della correttezza reciproca, anche se talvolta io mi sono spinto un po' oltre, fino a provocare il risentimento di mio padre. Una volta, per esempio, durante una di queste discussioni politiche, ho sostenuto che lui era un fascista, sebbene egli a lungo abbia votato per il vecchio PCI, ed ancora oggi ne rimpianga la fine. Quella volta, ricordo che mio padre, sentendosi dare del fascista, stranamente aveva assunto un'aria interlocutoria, come di chi pazientemente si aspetta, dopo l'accusa infamante, di sentirne le ragioni. Io argomentavo che il suo tono asseverativo, che non ammette repliche e non ascolta le ragioni dell'altro, beh, tutto questo era tipico di un fascista, e che del resto egli, essendo del '21, era nato e vissuto ed era stato educato in pieno regime fascista, ed aveva dunque assimilato lo spirito fascista come parte integrante della sua cultura e del suo modo di essere. A quel punto, non c'era più campagna, né Canale dell'Asso, né pensiero della giovinezza che potesse distrarre lo sguardo e la mente di mio padre. Divenne paonazzo, tanto che io, poiché papà allora doveva avere più di settant'anni, temetti per la sua salute, e giurai dentro di me che un simile argomento non l'avrei mai più riproposto. Per fortuna andò tutto bene, e dovetti solo sorbirmi una requisitoria contro l'intera generazione dei giovani che non conoscono la storia, e contro il revisionismo, e De Felice, eccetera eccetera.
        Col passare degli anni, in effetti, io ho dovuto modificare molto il mio rapporto con mio padre. Ho sperimentato l'insensatezza di certi rimproveri che un figlio rivolge immancabilmente al proprio padre. Il conflitto padre-figlio fa parte del rapporto naturale tra generazioni diverse, e il perdente è sempre il figlio, sebbene dapprima egli si senta più forte di chi è al declinare della vita. In realtà, accade proprio questo, che il figlio, nel momento in cui matura una coscienza di adulto, comprende la vanità e l'inconsistenza del suo ruolo, poiché egli è già divenuto padre, e questo lo conduce piano piano a solidarizzare col proprio padre. D'altra parte chi è già nonno non può che guardare con una certa indulgenza ai fatti della vita. Così le diverse generazioni, riconciliatesi, si danno la mano, e procedono insieme per un pezzo di strada, facendosi compagnia. Le nostre passeggiate hanno forse questo significato, anche quando sono state turbate per pochi minuti da una discussione troppo accesa. Ma già stavamo passando nei pressi del muricciolo della villa Greco, proprio sul Canale dell'Asso, e mio padre non poteva fare a meno di ricordare le soste d'estate presso quel muricciolo all'ombra delle canne, le chiacchierate con gli amici, il buon tempo antico, insomma. E già eravamo sulla via del ritorno, verso casa, dove la mamma aveva pronta la tavola per il pranzo domenicale.


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