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 Spine
  di Davide Racca
Fotografia di Pino De Silva

Spine

        Si salutano, si chiamano per nome, giocano ai giardini pubblici con i bambini. Accompagnano le tue cambiali con cortesia da commesse.
        L'aria non passa attraverso le pietre, le serrande abbassate, i giardini chiusi dai cancelli alle vite estranee.

*

        Viviamo la condizione ausiliaria, apparteniamo alla funzionalità.
        Cadiamo vivi allo sportello nella richiesta in carta semplice per avere in cambio benefici d'assurdo .

*

        Di quante metamorfosi sono capace io non lo so e non me lo chiedere.
        Oggi vivo, domani pure.
        È necessità e lutto sfuggire in una nuova pelle.

*

        Tra mare e morte mi resta da chiedere il silenzio. Asciugo i miei panni al sole, raccolgo gli attimi di esperienza. Attendo, nella risposta sempre aperta, di essere una guerra.

*

        Credere in se stessi come uomini sembra la cosa più pacifica. Eppure non basta stropicciarsi gli occhi e dirsi stanco la sera, alzarsi la mattina bere un caffè, avere ciascuno i propri sfoghi lungo la giornata.
        Basterebbe dirsi amico o fedele, ma non Dio, credo.


Viene dal mare

        Si avvicina la barca e appena a riva la aiutiamo a risalire.
        L'uomo ci mostra il pescato, con calma ci parla della buona sorte, della pazienza e di come la moglie gli cucina il calamaro.
        Poi, dei suoi tre figli che sono tutti al nord (perché qui non c'è posto per loro) ma ogni tanto ritornano.
        Tu gli hai detto che qui lavori, quasi con la vergogna di startene a casa
        Io non ho parlato.
        Posati i remi e coperta la barca ci ringrazia e saluta alla buona sorte.

*

        Mi hai chiesto di aspettare prima di rincasare stasera che qualcosa ancora succede vedrai! e sono rimasto alla ringhiera.
        Il mare alle spalle e anche stavolta, a tarda ora, hai lasciato la mia schiena scoperta davanti al fremito delle barche.

*

        Hai tutto il giorno il mare di fronte e stasera senza voci e qualche luce nel mezzo è quasi una preghiera. Ma tu sei ateo e alla cosa non credi assolutamente. Eppure, guardati, sei appoggiato alla ringhiera mentre lo guardi con le gambe piegate e le mani giunte.

*

        Il lavoro ti si legge in faccia. Sotto le occhiaie la chiglia affonda nei giorni vuoti da prestazione di servizio. Così per divagare un po' hai gettato gli occhi nel mare per cercare la tua stella e maledirla.


Da solo, con te

        Rincasando ho preso le chiavi per aprire la porta e mi sono cadute. Sono tante, ma solo una combacia. Le altre le ho dimenticate, col loro senso, a fare numero.

*

        Mi sveglia il ronzare di un moscone nella stanza. È ora, mi alzo, apro la finestra e mi rifaccio il letto. Non c'è odore di caffè stamattina e nessuno si prende cura della cucina. Chiusa la finestra mi risiedo sul letto e resta l'impazzire del moscone sul vetro.

*

La notte che non ho osato dire, per essere meno atroce delle parole che stavo per dire, mi ha trovato con le mani in mano a sfregarsi per cancellarne anche l'intenzione.

*

        Mi sono ritrovato tra le carte e le lettere che non ho mai ricevuto. Ho provato in tutti i modi di dimenticarle ma sarebbe stato più facile leggerle e strapparle.

*

        Certe volte mi racconti di te quando siamo a tavola e non resta che sparecchiare. Mi dici quel che è successo, gli antefatti, le cose scoperte più tardi, quelle che vengono dal tempo. Poi alla cronologia seguono le ferite, le briciole e il tappo di sughero.

*

        A te avrei confidato tutto il vuoto con cui riempio il cassonetto dell'immondizia. Le pose di caffè e le cicche spente, i tovaglioli di raffreddore e i fogli che ho imbrattato tutto il giorno. Tu avresti chiuso il sacchetto alla sera per dirmi un po' di te e cucinarmi la tua presenza per cena.

*

        Sei il pube e l'anima dei nostri incontri. Certe volte la tua calma rasenta l'ombra dei muri per scomparirvi. E anche quando stai per dirmi basta sembri chiedermi come stai?


Black-out

        

Qui batte già da un po' di tempo la pioggia.
La luce se ne è andata prima a intermittenza
E poi nulla più. Il segnale è tutto coperto

Piove dal buio al buio della finestra
Viene da lì, ed è tutto lì
Non puoi chiedermi dove sia finita

La mia mano può dirti a tentoni dove siamo
Ma serve a poco se non ci vediamo.
Attenta solo a non scivolare.

Si smuovono le nubi e sono appena le cinque del mattino
La pioggia si ferma e lascia filtrare la luce
Toccando quello che c'è sotto la sua coperta
Senza svegliarlo

Le foglie sono cadute dove potevano
Ammuffite nel verde della terra
Squame di fossili
Odori di sottobosco

Sembra che l'abbiamo ritrovata insieme
Ma solo quelli che sono ancora svegli
Solo noi con le foglie lo sappiamo.

L'una di notte

        Mi chiedo perché usciamo all'una di notte con la scusa di una sigaretta.
        Tu hai le labbra ceree come il sigillo di una busta per lettere dal contenuto segreto, quasi una confessione.
        La trattieni un po' e la lasci andare quando sei fuori perché il postino a cui la hai affidata segua la bava di luce della luna che rende amico il mare.

*

        Tu porti il tuo segreto gelosamente, io il mio.
        Siamo due muti fra le labbra di queste pagine notturne.
        Eppure basta leggere il labiale senza aprire le lettere
        e ci troveremo sulla bocca di tutti.

*

        Chi ha confessato?
        Io lo tenevo chiuso fra i denti.
        Tu, nascosto tra i seni, non lasciavi trapelare un cenno, un indizio involontario.
        Forse qualche foglio sparso sulla scrivania
        O i raggiri di un delatore

        Forse siamo noi semplicemente confessati dalla luna.

 

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