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Spine
Si
salutano, si chiamano per nome, giocano ai giardini
pubblici con i bambini. Accompagnano le tue cambiali
con cortesia da commesse.
L'aria
non passa attraverso le pietre, le serrande abbassate,
i giardini chiusi dai cancelli alle vite estranee.
*
Viviamo
la condizione ausiliaria, apparteniamo alla funzionalità.
Cadiamo
vivi allo sportello nella richiesta in carta semplice
per avere in cambio benefici d'assurdo .
*
Di
quante metamorfosi sono capace io non lo so e
non me lo chiedere.
Oggi
vivo, domani pure.
È
necessità e lutto sfuggire in una nuova
pelle.
*
Tra
mare e morte mi resta da chiedere il silenzio.
Asciugo i miei panni al sole, raccolgo gli attimi
di esperienza. Attendo, nella risposta sempre
aperta, di essere una guerra.
*
Credere
in se stessi come uomini sembra la cosa più
pacifica. Eppure non basta stropicciarsi gli occhi
e dirsi stanco la sera, alzarsi la mattina bere
un caffè, avere ciascuno i propri sfoghi
lungo la giornata.
Basterebbe
dirsi amico o fedele, ma non Dio, credo.
Viene dal mare
Si
avvicina la barca e appena a riva la aiutiamo
a risalire.
L'uomo
ci mostra il pescato, con calma ci parla della
buona sorte, della pazienza e di come la moglie
gli cucina il calamaro.
Poi,
dei suoi tre figli che sono tutti al nord
(perché qui non c'è posto per loro)
ma ogni tanto ritornano.
Tu
gli hai detto che qui lavori, quasi con la vergogna
di startene a casa
Io
non ho parlato.
Posati
i remi e coperta la barca ci ringrazia e saluta
alla buona sorte.
*
Mi
hai chiesto di aspettare prima di rincasare stasera
che qualcosa ancora succede vedrai! e
sono rimasto alla ringhiera.
Il
mare alle spalle e anche stavolta, a tarda ora,
hai lasciato la mia schiena scoperta davanti al
fremito delle barche.
*
Hai
tutto il giorno il mare di fronte e stasera senza
voci e qualche luce nel mezzo è quasi una
preghiera. Ma tu sei ateo e alla cosa non credi
assolutamente. Eppure, guardati, sei appoggiato
alla ringhiera mentre lo guardi con le gambe piegate
e le mani giunte.
*
Il
lavoro ti si legge in faccia. Sotto le occhiaie
la chiglia affonda nei giorni vuoti da prestazione
di servizio. Così per divagare un po' hai
gettato gli occhi nel mare per cercare la tua
stella e maledirla.
Da solo, con te
Rincasando
ho preso le chiavi per aprire la porta e mi sono
cadute. Sono tante, ma solo una combacia. Le altre
le ho dimenticate, col loro senso, a fare numero.
*
Mi
sveglia il ronzare di un moscone nella stanza.
È ora, mi alzo, apro la finestra e mi rifaccio
il letto. Non c'è odore di caffè
stamattina e nessuno si prende cura della cucina.
Chiusa la finestra mi risiedo sul letto e resta
l'impazzire del moscone sul vetro.
*
La
notte che non ho osato dire, per essere meno atroce
delle parole che stavo per dire, mi ha trovato
con le mani in mano a sfregarsi per cancellarne
anche l'intenzione.
*
Mi
sono ritrovato tra le carte e le lettere che non
ho mai ricevuto. Ho provato in tutti i modi di
dimenticarle ma sarebbe stato più facile
leggerle e strapparle.
*
Certe
volte mi racconti di te quando siamo a tavola
e non resta che sparecchiare. Mi dici quel che
è successo, gli antefatti, le cose scoperte
più tardi, quelle che vengono dal tempo.
Poi alla cronologia seguono le ferite, le briciole
e il tappo di sughero.
*
A
te avrei confidato tutto il vuoto con cui riempio
il cassonetto dell'immondizia. Le pose di caffè
e le cicche spente, i tovaglioli di raffreddore
e i fogli che ho imbrattato tutto il giorno. Tu
avresti chiuso il sacchetto alla sera per dirmi
un po' di te e cucinarmi la tua presenza per cena.
*
Sei
il pube e l'anima dei nostri incontri. Certe volte
la tua calma rasenta l'ombra dei muri per scomparirvi.
E anche quando stai per dirmi basta sembri
chiedermi come stai?
Black-out
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Qui
batte già da un po' di tempo la pioggia.
La luce se ne è andata prima a intermittenza
E poi nulla più. Il segnale è
tutto coperto
Piove
dal buio al buio della finestra
Viene da lì, ed è tutto lì
Non puoi chiedermi dove sia finita
La
mia mano può dirti a tentoni dove
siamo
Ma serve a poco se non ci vediamo.
Attenta solo a non scivolare.
Si
smuovono le nubi e sono appena le cinque
del mattino
La pioggia si ferma e lascia filtrare la
luce
Toccando quello che c'è sotto la
sua coperta
Senza svegliarlo
Le
foglie sono cadute dove potevano
Ammuffite nel verde della terra
Squame di fossili
Odori di sottobosco
Sembra
che l'abbiamo ritrovata insieme
Ma solo quelli che sono ancora svegli
Solo noi con le foglie lo sappiamo.
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L'una di notte
Mi
chiedo perché usciamo all'una di notte
con la scusa di una sigaretta.
Tu
hai le labbra ceree come il sigillo di una busta
per lettere dal contenuto segreto, quasi una confessione.
La
trattieni un po' e la lasci andare quando sei
fuori perché il postino a cui la hai affidata
segua la bava di luce della luna che rende amico
il mare.
*
Tu
porti il tuo segreto gelosamente, io il mio.
Siamo
due muti fra le labbra di queste pagine notturne.
Eppure
basta leggere il labiale senza aprire le lettere
e
ci troveremo sulla bocca di tutti.
*
Chi
ha confessato?
Io
lo tenevo chiuso fra i denti.
Tu,
nascosto tra i seni, non lasciavi trapelare un
cenno, un indizio involontario.
Forse
qualche foglio sparso sulla scrivania
O
i raggiri di un delatore
Forse
siamo noi semplicemente confessati dalla luna.
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