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  di Angelo De Vivo

Fotografia di Pino De Silva


        A Firenze stavamo dalle parti della stazione.
        Io Firenze l'ho sempre sopportata poco. Innanzitutto per via dei turisti. Troppi, invadenti e rumorosi. Poi la gente: non mi è stata mai troppo simpatica: troppo burbera, anche se penso di essere burbero anch'io. Infine, perché quando ci sono venuto a stare non ho trovato la città che mi ero immaginato. Il centro è una specie di grosso centro commerciale a cielo aperto, percorso da centinaia di persone il cui unico scopo è fare shopping tra un monumento e l'altro. Le periferie sono caotiche, degradate e oramai incarognite vittime del traffico. Nell'aria la puzza di smog ti prende alla gola. Ci sono tanti soldi in giro, ma la felicità è un pezzo che non si fa vendere.


        La mattina Laura ed io ci alzavamo con addosso il sonno di un mese. Nemmeno buongiorno riuscivamo a dirci. Andavo a fare il caffè con in testa la stessa domanda, ogni mattina: perché? Avevo sonno, perché dovevo alzarmi così presto? Laura impiegava quasi un'ora a prepararsi, io rifacevo il letto e mettevo un po' di ordine. Poi l'accompagnavo alla fermata, la guardavo andare e tornavo lentamente verso casa. Solo una sosta a comprare il giornale. A casa passavo quasi un'ora a sfogliarlo, cercando qualcosa d'interessante per entrare nel mondo. Poi mi facevo un caffè e mi mettevo a leggere. A volte mi addormentavo, quando il sonno riusciva a prendere il sopravvento. Fino a qualche tempo fa mi piaceva alzarmi presto, lavorare quando anche il sole era appena sveglio. Non ero un grande amante del letto. Anzi, appena aprivo gli occhi dovevo alzarmi, ché proprio non mi riusciva di starmene sdraiato. Le cose migliori riuscivo sempre a farle di mattina presto, quando la mia mente era vuota e riposata e me la sentivo fresca come dopo una doccia, leggera leggera. Oggi, invece, ho sempre sonno. Fosse per me, mi alzerei a mezzogiorno... non ricordo più chi ha scritto che ci si stanca di tutto tranne che di dormire e di fantasticare... e chissà, forse questa mia spossatezza è una malattia, oppure uno stato dell'anima che finalmente si è manifestato in pieno.


        Alla Scuola avevamo come direttore un ometto buffo, il Busti, già giornalista Rai e responsabile dei servizi di cronaca della sede lombarda. Aveva un modo comico di parlare, anzi di biascicare, strascinando tutte le parole e provocando enormi sforzi di comprensione negli ascoltatori. Portava una scarpa ortopedica che gli dava un'andatura barcollante... a pensarci ora, parlava come camminava. Durante le settimanali riunioni di redazione, enormi perdite di tempo, ci faceva dei discorsi lunghi e fumosi, inframmezzati dai suoi ricordi personali e da piccole pillole di saggezza, almeno così dovevano parergli, che ci annoiavano terribilmente, poiché altro non erano che triti luoghi comuni. La sua ossessione era la Chiesa e, più in generale, il rispetto per le istituzioni, a prescindere. Certo, frequentando una scuola di dichiarato stampo cattolico, uno queste cose deve aspettarsele...
        Come ogni buon direttore, il Busti leggeva tutti i pezzi, correggendoli e decidendone la collocazione, in questo aiutato dal pio Larini. Questo Larini, anzi professor Larini, oltre ad essere il fedele aiutante di campo del generale Biasciconi, ci teneva lezioni di Metodologia ed Ermeneutica giornalistica: cosa fosse nessuno l'ha mai saputo, nemmeno lui, credo. Intanto, però, era riuscito a procurarsi una cattedra all'Università di Sassari, il che non era male, visto che, in fin dei conti, non era che un cretino senza alcun talento.
        Le ossessioni del Busti erano proverbiali e, sotto certi aspetti, anche abbastanza ridicole, avendole io, tra l'altro, sperimentate di persona. Una volta, infatti, mi capitò di intervistare un ricercatore di Trento autore di uno studio sui giovani e le loro abitudini. Tra le altre cose era venuto fuori che i sunnominati giovani non amavano andare a messa. Che ci volesse poi uno studio per queste cose... Il Busti, letto coscienziosamente il pezzo che ne avevo ricavato, quasi fu colto da un colpo a constatare questa cosa, ed io a dirgli che non l'avevo mica detto io, c'erano le virgolette, lo diceva lo studioso, e lui, no, no, non si può, non si può... Sembrava un disco incantato, e biascicava altre cose per me incomprensibili, che mi veniva voglia di cavargli la lingua e tagliargliela... Alla fine, a farla breve, pretese che eliminassi quella parte dal pezzo, io mi rifiutai, lo trovavo ingiusto, e così il mio articolo uscì senza firma.
        Nel mio piccolo, avevo fatto conoscenza con la censura, una censura biascicante.


        All'inizio ero andato a stare da un amico, Antonio. Studente alla Bocconi, aveva accettato di ospitarmi nella sua camera mentre lui andava all'estero per un paio di settimane. Ma quello che doveva essere un ricovero momentaneo divenne ben presto una ospitalità ininterrotta. Io facevo di tutto per pesare il meno possibile. Antonio non si lamentò mai della mia presenza, almeno non davanti a me, ma questo non faceva altro che acuire i miei sensi di colpa. Ero invadente, me ne rendevo conto, ma non avevo altro posto dove andare. Inoltre avevo, ovviamente, delle limitazioni come, ad esempio, non avere la chiave, per cui spesso, tornando la sera, se lui non c'era, mi toccava aspettare fuori dalla porta. Evitavo quanto più possibile di farmi vedere dal personale di servizio e, la mattina, cercavo sempre di uscire prima che la donna delle pulizie venisse a rimettere a posto la camera. Non potendo poi, la sera tardi, entrare dalla porta principale a causa del portiere, solitamente passavo da una entrata laterale, una uscita di emergenza lasciata sempre aperta, che mi permetteva di muovermi abbastanza liberamente. In seguito scoprii che anche altri "ospiti" utilizzavano quell'espediente e ne fui molto sollevato. L'ora di andare a letto era forse il momento più imbarazzante della giornata: dovevo prendere il mio sacco a pelo e distendermi sul pavimento. La stanza diventava una specie di accampamento e mi dava così la chiara dimostrazione di essere di troppo, di ingombrare. Il fine settimana andavo giù da Laura e così, almeno in quei giorni, mi sentivo più tranquillo. Tra l'andare su e giù avevo finito per passare non più di quattro giorni alla settimana da Antonio: tornavo il lunedì sera e ripartivo il venerdì. Era faticoso ma mi dava un senso di liberazione.
        Avevo anche tentato di trovare casa da qualche altra parte. Un giorno, insieme ad un collega, eravamo andati a vedere un appartamento. Avevo dei soldi da parte e mi ero deciso ad investirli in un affitto, almeno, mi ero detto, avrei avuto un posto tutto mio, ed una chiave di casa. Poi magari, risparmiando un po' sui viaggi, avrei potuto anche farcela. Grandini, il mio collega, aveva preso appuntamento con il padrone alle undici della mattina. Arrivammo puntuali e trovammo una signora che ci invitò a seguirla. Ci mostrò la casa, due stanze, un cucinotto ed un bagno, dall'aria appena decente. Quando le chiesi il prezzo disse che ne avremmo dovuto parlare col marito e così andammo a casa sua. Entrammo in questo appartamento enorme, elegantissimo, e a me, guardandoci, veniva da ridere, vista l'aria da sfigati che avevamo. Grandini dovette capirlo e disse, serafico: "qui dentro mi sa che stoniamo con l'arredamento". La signora ci aveva detto di attendere in un salottino mentre lei chiamava il marito. Io, con la mia solita mania di non stare mai fermo, appartengo purtroppo ad una specie di uomini naturalmente poco disciplinati, mi misi a girare per casa, fino a quando non mi trovai davanti ad una porta socchiusa, da dove veniva un vociare sommesso. Stavano a tavola, a mangiare, una decina di persone, li vedevo attraverso lo spiraglio della porta, sporto in avanti, con la gamba destra sollevata. Mangiavano e ridevano, ridevano e mangiavano. Una cameriera nera mi sorprese in quella postura. Ricordo ancora che mi guardò con degli occhi pieni di stupore, senza dire niente. La guardai a mia volta imbarazzato e tornai da Grandini.
        Non ricordo poi lui cosa fece, ma io rimasi da Antonio, a dormire per terra, nel mio sacco a pelo.


        Mi sento come un naufrago.
        Ieri sera passeggiavo per il centro, tra il luccichio delle vetrine ed il frastuono della gente. Mi sentivo come un estraneo, ero un estraneo, una specie di marziano capitato in un posto che non comprendeva. Ho avvertito come il montare di una nausea terribile. Tutta questa gente così diversa da me, tutta intenta ad essere felice, che anzi fa della felicità una specie di professione, un lavoro tanto più impegnativo in quanto comporta tutta una serie di faticosi adempimenti, come lo shopping ieri sera, nel freddo dell'aria e nel cicaleccio assordante del passeggio. Ed io ero così diverso. All'inizio, riflettendo, credevo fosse proprio per via del fatto che non ero come loro, insomma la vecchia storia della volpe e dell'uva; allora ridevo di me stesso pensando che fosse quello un modo poco dignitoso di comportarsi: disprezzare gli altri, perché alla fine di questo si trattava, credersi moralmente superiori, per nascondere l'invidia profonda, il mostro dagli occhi verdi, acquattata in me. Ma non era questo.
        Quest'ansia dentro, che da molto mi accompagna, credo discenda dalla consapevolezza di appartenere a quella razza di scartati dal destino, persone condannate ad essere sempre fuori posto, sempre scontente, sempre poco a loro agio dovunque. Scarti di un mondo che non sa che farsene di gente così, inutili pezzi di seconda mano, passati di moda, anzi che di moda non sono mai stati, che nessuno terrebbe mai e che vanno bene solo per la passione di qualche toccato collezionista.


        Le feste di Natale mi mettono tristezza. Credo dipenda dal fatto che è come se ci fosse l'obbligo di essere felici. Ecco, anche se è banale a dirsi, io non sopporto gli obblighi.
        Il primo Natale a Milano capitò durante un periodo decente. Attraverso una collega della Scuola avevo ottenuto un lavoretto per un'associazione che si occupava degli aspetti culturali e sociali della città, una di quelle congreghe i cui fini culturali somigliano inquietantemente a quelli delle logge massoniche, ma per me i soldi erano l'unica cosa che contava. Partecipai zelantemente a tutte le riunioni di preparazione dello studio che avremmo fatto sulle inchieste giornalistiche tenute dai giornali cittadini sulla città stessa (mi raccomando, mi disse al telefono la mia collega, non mancare ai brainstorm, sono importanti per tutta una serie di motivi, e me li elencò tutti. Ricordo solo che risposi: a cosa non devo mancare?). Per me scelsi di fare la ricerca nel giornale meno impegnativo, mentre gli altri "ricercatori" si accapigliarono per le testate più prestigiose. A queste riunioni l'imperativo era: non importa quello che dici, basta che lo dici con belle parole. Devi dimostrare che capisci l'importanza del lavoro che stai per intraprendere, della grossa responsabilità che avrai, del ruolo notevole che vai ad interpretare, della fiducia che in te è stata riposta. Insomma, quello che fai è inutile in ogni senso, non importa a nessuno, però bisogna farlo "seriamente": ecco, questa era la chiave. Mi toccò ascoltare una quantità inumana di discorsi seriosi, fumosi, che facevo fatica a seguire e che, non fosse stato per i soldi, mi sarei di certo risparmiato.
        L'impressione che puntualmente ricevevo all'uscita da queste riunioni consisteva in un senso di profonda frustrazione per il tempo perso e, allo stesso momento, appena messo il piede fuori dal portone, di felicità per essere ancora vivo, lì per la strada, e me ne stavo a tirare grandi boccate d'aria mentre la felicità mi invadeva.
        Una in particolare, di queste riunioni, mi è rimasta impressa in mente.
        Lo staff era al completo, c'erano tutti i cervelloni: il sociologo lo psicologo lo studioso dei media il professore universitario l'esperto di sondaggi e un paio di giornalisti di nome. Il comitato scientifico. E poi c'eravamo noi, quelli che avrebbero raccolto i dati, fatto il lavoro sporco. In tutto una ventina di persone.
        Seduti attorno ad un grosso tavolo ovale, ognuno con davanti la sua brava cartelletta, il suo bloc-notes e la sua matitina con la capocchia di gomma pronte per gli appunti, l'aria seria ed interessata. Cominciarono i discorsi. Dopo una decina di minuti non ce la facevo già più, non capivo più niente ed avevo un irrefrenabile impulso alla fuga - magari, per fare bella figura, all'inglese. Il pensiero su come riuscire a filarmela senza farmi scorgere mi occupò piacevolmente la mente sottraendola al martirio della discussione che avveniva sotto il mio naso. Ad un certo punto, durante una piccola pausa, entrò la segretaria con un carrello pieno di panini, tutti ordinatamente avvolti a due a due in candidi fazzoletti di carta e correttamente poggiati in piattini rossi. Fece il giro del tavolo col carrello lasciando davanti ad ognuno di noi il panino di spettanza più un bicchiere d'acqua e un succo d'arancio.
        I discorsi ripresero. Io avevo fame ma non avevo il coraggio di azzannare il mio panino per primo. Mi sembrava ineducato. All'improvviso uno dei cervelloni ruppe gli indugi e cominciò a mangiare, nel giro di un paio di secondi tutti gli altri lo imitarono, come se si fosse accesa la luce verde al semaforo e via, tutti a scattare, a mangiare, le parole lasciavano il passo agli stomaci, le bocche continuavano a muoversi, ma era cambiata la melodia. Ci furono una decina di minuti di assoluto silenzio. I soli rumori erano di origine mascellare. Me ne stetti imbambolato a guardare tutte quelle bocche muoversi, quelle mani andare su e giù con i bicchieri. Tutto quel trangugiare ed ingoiare mi ipnotizzava. Giravo il capo di qua e di là per non perdere nemmeno un fotogramma di quello che accadeva. Qualcuno allentò il nodo della cravatta, un altro stese rumorosamente le gambe, allentandosi la cintura. E poi tutte quelle briciole che uscivano dalle bocche, che cadevano in giro, rumori di mascelle, risucchi e colpi di glottide a non finire. Era meraviglioso, pensai, questa sì che sarebbe stata una ricerca interessante. Quanti panini si possono mangiare durante una di queste riunioni, anzi, di brainstorm?
        La mia vicina mi richiamò alla realtà toccandomi un braccio:
        - Non lo mangi? - mi fece indicando il piattino. Aveva uno sguardo famelico.
        Scossi la testa per dire no.
        - Posso?
        Senza neanche aspettare la mia risposta, si avventò sul panino e cominciò a morderlo.


        Una mattina mi sono reso conto di essere un fallito. Avevo una paura folle e mi mancava il respiro. Facevo meccanicamente le stesse cose, ma dentro era come se ci fosse stata un'esplosione. Tutto era distrutto, tutto era cambiato per sempre. Come avessi fatto a non accorgermene prima fu una cosa che mi meravigliò. Vi garantisco che non conviene farsi cogliere impreparati dinanzi al proprio fallimento. Bisogna coltivarlo con cura, seguirne gli sviluppi passo dopo passo in modo che il vigliacco non ci colga a tradimento e ci spezzi, non bisogna dargli tregua mai. Quante volte mi sono illuso, cullato nei sogni di quello che mi sarebbe spettato in virtù di non so quale confuso senso di giustizia che mi portavo appresso.


        Siamo seduti al tavolino del bar di fronte alla Scuola.
        - Ci vorrebbe davvero un colpo di fortuna.
        - Già.
        - Hai sentito Colti cosa ha detto? Ha detto che potrebbe parlare di me a qualcuno di Piacenza.
        - Quel lurido maiale, lo sai no che si portava a letto Martina?
        - Lo so, lo so...ma che me ne fotte...
        - Come? Non sai le promesse che gli aveva fatto e tutto il resto...
        - Si ma questo è diverso
        - Per te?
        - Sì, per me è diverso, non è la stessa cosa,
        - Come no.
        - Non è la stessa cosa ti dico. Io ne ho diritto.
        - Cazzate.
        - Ne ho diritto ti dico.


        Questo incessante blaterare vuoto, vacuo, senza scopo alcuno se non compiacere se stessi. Questo continuo dire "io" è forse il sintomo di una macerazione della morale, di un baratro di nulla che ci portiamo dentro, allegramente. Crediamo di essere originali, diciamo le più grandi fesserie, le più enormi banalità, con l'aria di quelli che dicono cose originali, intelligenti, belle, frutto di approfondite meditazioni.
        Ma pensiamo solo a noi stessi.
        C'è sempre il nostro "Io" al centro di tutto. Bisognerebbe essere capaci di annullarlo davanti alle persone che amiamo. È questo il vero segreto dell'amore?
        L'oblio è una terapia.


        Ma io e te siamo soli
        Come se fossimo stati creati
        Primi e per la prima volta;
        io e te siamo riemersi dal fango della folla
        e giornalmente tentiamo di rimanere soli
        in questa risma di carte
        che è il grande spettacolo dei vivi.
        (Alda Merini)


        La vita, all'interno della redazione del giornale della Scuola andava senza grandi scossoni. Era tutta una routine, rotta solo dalle manifestazioni di leccaculaggine dei vari allievi, ma anche a quelle oramai si faceva poco o per niente caso. Io intanto correvo da una parte all'altra, sempre in movimento, anche perché continuavo a non avere un posto mio. Avevo lasciato la casa di Antonio e adesso facevo il pendolare da Dalmine, triste paesone in provincia di Bergamo. Era un vivere in perenne movimento, faticoso non molto, ma che mi faceva sentire come avessi tutti i giorni uno scopo importante: andare e venire da Milano.
        Sul treno si incontra gente di tutti i tipi e, per me, andare su e giù era come avere la vita preordinata, molto vicina allo zero. Uno solo uno dei tanti: credo di aver compreso davvero in quel periodo il significato della parola massificazione. Come quando, subito dopo l'esame della maturità, lavorai per quindici giorni (di più non riuscii) in una fabbrica di conserve di pomodoro. Mi misero vicino ad una macchina detta girello che lavorava le scatole di latta. Il girello non si fermava mai, ruotava di continuo fornendo così, attraverso un tappeto rotante, le scatole alla macchina che provvedeva a riempirle di conserva. Il mio lavoro, che spartivo con un altro infelice per otto ore a al giorno, consisteva nel tenere sempre il girello pieno di scatole, che prelevavamo da un grossa pila di basi e inserivamo a ciclo continuo.
        In quel periodo, lavorando in quel posto, tra il caldo (era agosto), il rumore (le scatole sbattevano l'una contro l'altra fortissimamente) e la puzza (non avete idea di come possa puzzare il pomodoro), compresi le parole di Marx sull'alienazione.
        E compresi che era meglio studiare. Anche se, pur avendo studiato, non ho ancora scoperto che cosa bisogna fare per non finire stritolati.


        Gli anni dell'Università sono passati in un soffio, e a differenza che per altri, credo che non ci sia nulla degno di memoria. Alcuni episodi forse: la città bianca di neve il giorno del mio arrivo; i graffiti sulle pareti del bagno di via Guerrazzi; le passeggiate serali in estate lungo le stradine verdi di Casteldebole. E poi una moltitudine di facce di cui ho perso tutto. Frammenti, insomma, solo frammenti.

 

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