| 
A
Firenze stavamo dalle parti della stazione.
Io
Firenze l'ho sempre sopportata poco. Innanzitutto
per via dei turisti. Troppi, invadenti e rumorosi.
Poi la gente: non mi è stata mai troppo
simpatica: troppo burbera, anche se penso di essere
burbero anch'io. Infine, perché quando
ci sono venuto a stare non ho trovato la città
che mi ero immaginato. Il centro è una
specie di grosso centro commerciale a cielo aperto,
percorso da centinaia di persone il cui unico
scopo è fare shopping tra un monumento
e l'altro. Le periferie sono caotiche, degradate
e oramai incarognite vittime del traffico. Nell'aria
la puzza di smog ti prende alla gola. Ci sono
tanti soldi in giro, ma la felicità è
un pezzo che non si fa vendere.
La
mattina Laura ed io ci alzavamo con addosso il
sonno di un mese. Nemmeno buongiorno riuscivamo
a dirci. Andavo a fare il caffè con in
testa la stessa domanda, ogni mattina: perché?
Avevo sonno, perché dovevo alzarmi così
presto? Laura impiegava quasi un'ora a prepararsi,
io rifacevo il letto e mettevo un po' di ordine.
Poi l'accompagnavo alla fermata, la guardavo andare
e tornavo lentamente verso casa. Solo una sosta
a comprare il giornale. A casa passavo quasi un'ora
a sfogliarlo, cercando qualcosa d'interessante
per entrare nel mondo. Poi mi facevo un caffè
e mi mettevo a leggere. A volte mi addormentavo,
quando il sonno riusciva a prendere il sopravvento.
Fino a qualche tempo fa mi piaceva alzarmi presto,
lavorare quando anche il sole era appena sveglio.
Non ero un grande amante del letto. Anzi, appena
aprivo gli occhi dovevo alzarmi, ché proprio
non mi riusciva di starmene sdraiato. Le cose
migliori riuscivo sempre a farle di mattina presto,
quando la mia mente era vuota e riposata e me
la sentivo fresca come dopo una doccia, leggera
leggera. Oggi, invece, ho sempre sonno. Fosse
per me, mi alzerei a mezzogiorno... non ricordo
più chi ha scritto che ci si stanca di
tutto tranne che di dormire e di fantasticare...
e chissà, forse questa mia spossatezza
è una malattia, oppure uno stato dell'anima
che finalmente si è manifestato in pieno.
Alla
Scuola avevamo come direttore un ometto buffo,
il Busti, già giornalista Rai e responsabile
dei servizi di cronaca della sede lombarda. Aveva
un modo comico di parlare, anzi di biascicare,
strascinando tutte le parole e provocando enormi
sforzi di comprensione negli ascoltatori. Portava
una scarpa ortopedica che gli dava un'andatura
barcollante... a pensarci ora, parlava come camminava.
Durante le settimanali riunioni di redazione,
enormi perdite di tempo, ci faceva dei discorsi
lunghi e fumosi, inframmezzati dai suoi ricordi
personali e da piccole pillole di saggezza, almeno
così dovevano parergli, che ci annoiavano
terribilmente, poiché altro non erano che
triti luoghi comuni. La sua ossessione era la
Chiesa e, più in generale, il rispetto
per le istituzioni, a prescindere. Certo, frequentando
una scuola di dichiarato stampo cattolico, uno
queste cose deve aspettarsele...
Come
ogni buon direttore, il Busti leggeva tutti i
pezzi, correggendoli e decidendone la collocazione,
in questo aiutato dal pio Larini. Questo Larini,
anzi professor Larini, oltre ad essere il fedele
aiutante di campo del generale Biasciconi, ci
teneva lezioni di Metodologia ed Ermeneutica
giornalistica: cosa fosse nessuno l'ha mai
saputo, nemmeno lui, credo. Intanto, però,
era riuscito a procurarsi una cattedra all'Università
di Sassari, il che non era male, visto che, in
fin dei conti, non era che un cretino senza alcun
talento.
Le
ossessioni del Busti erano proverbiali e, sotto
certi aspetti, anche abbastanza ridicole, avendole
io, tra l'altro, sperimentate di persona. Una
volta, infatti, mi capitò di intervistare
un ricercatore di Trento autore di uno studio
sui giovani e le loro abitudini. Tra le altre
cose era venuto fuori che i sunnominati giovani
non amavano andare a messa. Che ci volesse poi
uno studio per queste cose... Il Busti, letto
coscienziosamente il pezzo che ne avevo ricavato,
quasi fu colto da un colpo a constatare questa
cosa, ed io a dirgli che non l'avevo mica detto
io, c'erano le virgolette, lo diceva lo studioso,
e lui, no, no, non si può, non si può...
Sembrava un disco incantato, e biascicava altre
cose per me incomprensibili, che mi veniva voglia
di cavargli la lingua e tagliargliela... Alla
fine, a farla breve, pretese che eliminassi quella
parte dal pezzo, io mi rifiutai, lo trovavo ingiusto,
e così il mio articolo uscì senza
firma.
Nel
mio piccolo, avevo fatto conoscenza con la censura,
una censura biascicante.
All'inizio
ero andato a stare da un amico, Antonio. Studente
alla Bocconi, aveva accettato di ospitarmi nella
sua camera mentre lui andava all'estero per un
paio di settimane. Ma quello che doveva essere
un ricovero momentaneo divenne ben presto una
ospitalità ininterrotta. Io facevo di tutto
per pesare il meno possibile. Antonio non si lamentò
mai della mia presenza, almeno non davanti a me,
ma questo non faceva altro che acuire i miei sensi
di colpa. Ero invadente, me ne rendevo conto,
ma non avevo altro posto dove andare. Inoltre
avevo, ovviamente, delle limitazioni come, ad
esempio, non avere la chiave, per cui spesso,
tornando la sera, se lui non c'era, mi toccava
aspettare fuori dalla porta. Evitavo quanto più
possibile di farmi vedere dal personale di servizio
e, la mattina, cercavo sempre di uscire prima
che la donna delle pulizie venisse a rimettere
a posto la camera. Non potendo poi, la sera tardi,
entrare dalla porta principale a causa del portiere,
solitamente passavo da una entrata laterale, una
uscita di emergenza lasciata sempre aperta, che
mi permetteva di muovermi abbastanza liberamente.
In seguito scoprii che anche altri "ospiti"
utilizzavano quell'espediente e ne fui molto sollevato.
L'ora di andare a letto era forse il momento più
imbarazzante della giornata: dovevo prendere il
mio sacco a pelo e distendermi sul pavimento.
La stanza diventava una specie di accampamento
e mi dava così la chiara dimostrazione
di essere di troppo, di ingombrare. Il fine settimana
andavo giù da Laura e così, almeno
in quei giorni, mi sentivo più tranquillo.
Tra l'andare su e giù avevo finito per
passare non più di quattro giorni alla
settimana da Antonio: tornavo il lunedì
sera e ripartivo il venerdì. Era faticoso
ma mi dava un senso di liberazione.
Avevo
anche tentato di trovare casa da qualche altra
parte. Un giorno, insieme ad un collega, eravamo
andati a vedere un appartamento. Avevo dei soldi
da parte e mi ero deciso ad investirli in un affitto,
almeno, mi ero detto, avrei avuto un posto tutto
mio, ed una chiave di casa. Poi magari, risparmiando
un po' sui viaggi, avrei potuto anche farcela.
Grandini, il mio collega, aveva preso appuntamento
con il padrone alle undici della mattina. Arrivammo
puntuali e trovammo una signora che ci invitò
a seguirla. Ci mostrò la casa, due stanze,
un cucinotto ed un bagno, dall'aria appena decente.
Quando le chiesi il prezzo disse che ne avremmo
dovuto parlare col marito e così andammo
a casa sua. Entrammo in questo appartamento enorme,
elegantissimo, e a me, guardandoci, veniva da
ridere, vista l'aria da sfigati che avevamo. Grandini
dovette capirlo e disse, serafico: "qui dentro
mi sa che stoniamo con l'arredamento". La
signora ci aveva detto di attendere in un salottino
mentre lei chiamava il marito. Io, con la mia
solita mania di non stare mai fermo, appartengo
purtroppo ad una specie di uomini naturalmente
poco disciplinati, mi misi a girare per casa,
fino a quando non mi trovai davanti ad una porta
socchiusa, da dove veniva un vociare sommesso.
Stavano a tavola, a mangiare, una decina di persone,
li vedevo attraverso lo spiraglio della porta,
sporto in avanti, con la gamba destra sollevata.
Mangiavano e ridevano, ridevano e mangiavano.
Una cameriera nera mi sorprese in quella postura.
Ricordo ancora che mi guardò con degli
occhi pieni di stupore, senza dire niente. La
guardai a mia volta imbarazzato e tornai da Grandini.
Non
ricordo poi lui cosa fece, ma io rimasi da Antonio,
a dormire per terra, nel mio sacco a pelo.
Mi
sento come un naufrago.
Ieri
sera passeggiavo per il centro, tra il luccichio
delle vetrine ed il frastuono della gente. Mi
sentivo come un estraneo, ero un estraneo, una
specie di marziano capitato in un posto che non
comprendeva. Ho avvertito come il montare di una
nausea terribile. Tutta questa gente così
diversa da me, tutta intenta ad essere felice,
che anzi fa della felicità una specie di
professione, un lavoro tanto più impegnativo
in quanto comporta tutta una serie di faticosi
adempimenti, come lo shopping ieri sera, nel freddo
dell'aria e nel cicaleccio assordante del passeggio.
Ed io ero così diverso. All'inizio, riflettendo,
credevo fosse proprio per via del fatto che non
ero come loro, insomma la vecchia storia della
volpe e dell'uva; allora ridevo di me stesso pensando
che fosse quello un modo poco dignitoso di comportarsi:
disprezzare gli altri, perché alla fine
di questo si trattava, credersi moralmente superiori,
per nascondere l'invidia profonda, il mostro dagli
occhi verdi, acquattata in me. Ma non era questo.
Quest'ansia
dentro, che da molto mi accompagna, credo discenda
dalla consapevolezza di appartenere a quella razza
di scartati dal destino, persone condannate ad
essere sempre fuori posto, sempre scontente, sempre
poco a loro agio dovunque. Scarti di un mondo
che non sa che farsene di gente così, inutili
pezzi di seconda mano, passati di moda, anzi che
di moda non sono mai stati, che nessuno terrebbe
mai e che vanno bene solo per la passione di qualche
toccato collezionista.
Le
feste di Natale mi mettono tristezza. Credo dipenda
dal fatto che è come se ci fosse l'obbligo
di essere felici. Ecco, anche se è banale
a dirsi, io non sopporto gli obblighi.
Il
primo Natale a Milano capitò durante un
periodo decente. Attraverso una collega della
Scuola avevo ottenuto un lavoretto per un'associazione
che si occupava degli aspetti culturali e sociali
della città, una di quelle congreghe i
cui fini culturali somigliano inquietantemente
a quelli delle logge massoniche, ma per me i soldi
erano l'unica cosa che contava. Partecipai zelantemente
a tutte le riunioni di preparazione dello studio
che avremmo fatto sulle inchieste giornalistiche
tenute dai giornali cittadini sulla città
stessa (mi raccomando, mi disse al telefono la
mia collega, non mancare ai brainstorm,
sono importanti per tutta una serie di motivi,
e me li elencò tutti. Ricordo solo che
risposi: a cosa non devo mancare?). Per me scelsi
di fare la ricerca nel giornale meno impegnativo,
mentre gli altri "ricercatori" si accapigliarono
per le testate più prestigiose. A queste
riunioni l'imperativo era: non importa quello
che dici, basta che lo dici con belle parole.
Devi dimostrare che capisci l'importanza del lavoro
che stai per intraprendere, della grossa responsabilità
che avrai, del ruolo notevole che vai ad interpretare,
della fiducia che in te è stata riposta.
Insomma, quello che fai è inutile in ogni
senso, non importa a nessuno, però bisogna
farlo "seriamente": ecco, questa era
la chiave. Mi toccò ascoltare una quantità
inumana di discorsi seriosi, fumosi, che facevo
fatica a seguire e che, non fosse stato per i
soldi, mi sarei di certo risparmiato.
L'impressione
che puntualmente ricevevo all'uscita da queste
riunioni consisteva in un senso di profonda frustrazione
per il tempo perso e, allo stesso momento, appena
messo il piede fuori dal portone, di felicità
per essere ancora vivo, lì per la strada,
e me ne stavo a tirare grandi boccate d'aria mentre
la felicità mi invadeva.
Una
in particolare, di queste riunioni, mi è
rimasta impressa in mente.
Lo
staff era al completo, c'erano tutti i cervelloni:
il sociologo lo psicologo lo studioso dei media
il professore universitario l'esperto di sondaggi
e un paio di giornalisti di nome. Il comitato
scientifico. E poi c'eravamo noi, quelli che avrebbero
raccolto i dati, fatto il lavoro sporco. In tutto
una ventina di persone.
Seduti
attorno ad un grosso tavolo ovale, ognuno con
davanti la sua brava cartelletta, il suo bloc-notes
e la sua matitina con la capocchia di gomma pronte
per gli appunti, l'aria seria ed interessata.
Cominciarono i discorsi. Dopo una decina di minuti
non ce la facevo già più, non capivo
più niente ed avevo un irrefrenabile impulso
alla fuga - magari, per fare bella figura, all'inglese.
Il pensiero su come riuscire a filarmela senza
farmi scorgere mi occupò piacevolmente
la mente sottraendola al martirio della discussione
che avveniva sotto il mio naso. Ad un certo punto,
durante una piccola pausa, entrò la segretaria
con un carrello pieno di panini, tutti ordinatamente
avvolti a due a due in candidi fazzoletti di carta
e correttamente poggiati in piattini rossi. Fece
il giro del tavolo col carrello lasciando davanti
ad ognuno di noi il panino di spettanza più
un bicchiere d'acqua e un succo d'arancio.
I
discorsi ripresero. Io avevo fame ma non avevo
il coraggio di azzannare il mio panino per primo.
Mi sembrava ineducato. All'improvviso uno dei
cervelloni ruppe gli indugi e cominciò
a mangiare, nel giro di un paio di secondi tutti
gli altri lo imitarono, come se si fosse accesa
la luce verde al semaforo e via, tutti a scattare,
a mangiare, le parole lasciavano il passo agli
stomaci, le bocche continuavano a muoversi, ma
era cambiata la melodia. Ci furono una decina
di minuti di assoluto silenzio. I soli rumori
erano di origine mascellare. Me ne stetti imbambolato
a guardare tutte quelle bocche muoversi, quelle
mani andare su e giù con i bicchieri. Tutto
quel trangugiare ed ingoiare mi ipnotizzava. Giravo
il capo di qua e di là per non perdere
nemmeno un fotogramma di quello che accadeva.
Qualcuno allentò il nodo della cravatta,
un altro stese rumorosamente le gambe, allentandosi
la cintura. E poi tutte quelle briciole che uscivano
dalle bocche, che cadevano in giro, rumori di
mascelle, risucchi e colpi di glottide a non finire.
Era meraviglioso, pensai, questa sì che
sarebbe stata una ricerca interessante. Quanti
panini si possono mangiare durante una di queste
riunioni, anzi, di brainstorm?
La
mia vicina mi richiamò alla realtà
toccandomi un braccio:
-
Non lo mangi? - mi fece indicando il piattino.
Aveva uno sguardo famelico.
Scossi
la testa per dire no.
-
Posso?
Senza
neanche aspettare la mia risposta, si avventò
sul panino e cominciò a morderlo.
Una
mattina mi sono reso conto di essere un fallito.
Avevo una paura folle e mi mancava il respiro.
Facevo meccanicamente le stesse cose, ma dentro
era come se ci fosse stata un'esplosione. Tutto
era distrutto, tutto era cambiato per sempre.
Come avessi fatto a non accorgermene prima fu
una cosa che mi meravigliò. Vi garantisco
che non conviene farsi cogliere impreparati dinanzi
al proprio fallimento. Bisogna coltivarlo con
cura, seguirne gli sviluppi passo dopo passo in
modo che il vigliacco non ci colga a tradimento
e ci spezzi, non bisogna dargli tregua mai. Quante
volte mi sono illuso, cullato nei sogni di quello
che mi sarebbe spettato in virtù di non
so quale confuso senso di giustizia che mi portavo
appresso.
Siamo
seduti al tavolino del bar di fronte alla Scuola.
-
Ci vorrebbe davvero un colpo di fortuna.
-
Già.
-
Hai sentito Colti cosa ha detto? Ha detto che
potrebbe parlare di me a qualcuno di Piacenza.
-
Quel lurido maiale, lo sai no che si portava a
letto Martina?
-
Lo so, lo so...ma che me ne fotte...
-
Come? Non sai le promesse che gli aveva fatto
e tutto il resto...
-
Si ma questo è diverso
-
Per te?
-
Sì, per me è diverso, non è
la stessa cosa,
-
Come no.
-
Non è la stessa cosa ti dico. Io ne ho
diritto.
-
Cazzate.
-
Ne ho diritto ti dico.
Questo
incessante blaterare vuoto, vacuo, senza scopo
alcuno se non compiacere se stessi. Questo continuo
dire "io" è forse il sintomo
di una macerazione della morale, di un baratro
di nulla che ci portiamo dentro, allegramente.
Crediamo di essere originali, diciamo le più
grandi fesserie, le più enormi banalità,
con l'aria di quelli che dicono cose originali,
intelligenti, belle, frutto di approfondite meditazioni.
Ma
pensiamo solo a noi stessi.
C'è
sempre il nostro "Io" al centro di tutto.
Bisognerebbe essere capaci di annullarlo davanti
alle persone che amiamo. È questo il vero
segreto dell'amore?
L'oblio
è una terapia.
Ma
io e te siamo soli
Come
se fossimo stati creati
Primi
e per la prima volta;
io
e te siamo riemersi dal fango della folla
e
giornalmente tentiamo di rimanere soli
in
questa risma di carte
che
è il grande spettacolo dei vivi.
(Alda
Merini)
La
vita, all'interno della redazione del giornale
della Scuola andava senza grandi scossoni. Era
tutta una routine, rotta solo dalle manifestazioni
di leccaculaggine dei vari allievi, ma anche a
quelle oramai si faceva poco o per niente caso.
Io intanto correvo da una parte all'altra, sempre
in movimento, anche perché continuavo a
non avere un posto mio. Avevo lasciato la casa
di Antonio e adesso facevo il pendolare da Dalmine,
triste paesone in provincia di Bergamo. Era un
vivere in perenne movimento, faticoso non molto,
ma che mi faceva sentire come avessi tutti i giorni
uno scopo importante: andare e venire da Milano.
Sul
treno si incontra gente di tutti i tipi e, per
me, andare su e giù era come avere la vita
preordinata, molto vicina allo zero. Uno solo
uno dei tanti: credo di aver compreso davvero
in quel periodo il significato della parola massificazione.
Come quando, subito dopo l'esame della maturità,
lavorai per quindici giorni (di più non
riuscii) in una fabbrica di conserve di pomodoro.
Mi misero vicino ad una macchina detta girello
che lavorava le scatole di latta. Il girello non
si fermava mai, ruotava di continuo fornendo così,
attraverso un tappeto rotante, le scatole alla
macchina che provvedeva a riempirle di conserva.
Il mio lavoro, che spartivo con un altro infelice
per otto ore a al giorno, consisteva nel tenere
sempre il girello pieno di scatole, che prelevavamo
da un grossa pila di basi e inserivamo a ciclo
continuo.
In
quel periodo, lavorando in quel posto, tra il
caldo (era agosto), il rumore (le scatole sbattevano
l'una contro l'altra fortissimamente) e la puzza
(non avete idea di come possa puzzare il pomodoro),
compresi le parole di Marx sull'alienazione.
E
compresi che era meglio studiare. Anche se, pur
avendo studiato, non ho ancora scoperto che cosa
bisogna fare per non finire stritolati.
Gli
anni dell'Università sono passati in un
soffio, e a differenza che per altri, credo che
non ci sia nulla degno di memoria. Alcuni episodi
forse: la città bianca di neve il giorno
del mio arrivo; i graffiti sulle pareti del bagno
di via Guerrazzi; le passeggiate serali in estate
lungo le stradine verdi di Casteldebole. E poi
una moltitudine di facce di cui ho perso tutto.
Frammenti, insomma, solo frammenti.
|