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ZIB II serie
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Racconti con angeli e santi  
 Tre storie
  di Rocco Brindisi

Fotografia di Pino De Silva

Calligrafia

        So di bambini che dicono 'mio' di tutto, pure del calice amaro di Gesù, del pennello da barba del padre e del mare, ma non direbbero mai, di una poesia che scrivono, di un colore che dipingono - mio -, perché sanno il mistero, il gioco. Amo i loro quaderni: qualche volta ne chiedo uno a quelli che conosco. Sono tentato di rubarli, quando mi capita l'occasione, ma preferisco che mi guardino negli occhi mentre me li porgono. Mi piacciono le copertine ruvide, nere, e quelle sottili, della mia infanzia, che illustravano racconti; così i nomi sulle finestrelle bianche, in alto, assieme alla classe che frequentano. Niente mi dà pace come il riassunto di un bambino negligente o distratto. La grafia dei bambini rimane l'unica cosa che non è possibile corrompere. Era una domenica di gennaio. Eravamo passati a salutare degli amici, in campagna. La bambina più grande ci confidò che la nonna, morta qualche giorno prima, le era venuta in sogno e le aveva chiesto un piatto di maccheroni. Il giorno appresso glielo aveva cucinato lei stessa e aveva lasciato il piatto davanti alla porta. La notte appresso se l'era sognata contenta, ma, prima di lasciarsi, la nonna faceva la dispiaciuta perché desiderava un coniglio con le patate. Carmela, così si chiamava la bambina, aveva fatto ammazzare un coniglio da sua madre e glielo aveva preparato come voleva lei. Una notte, la nonna non le chiese niente da mangiare; le voleva raccontare i suoi peccati, e lei rispose di no; ma quella teneva un brutto sorriso negli occhi e la minacciò che se non le faceva confessare i peccati, invece che in sogno, le compariva davanti quando era sveglia. La bambina, presa dallo spavento, si affrettò a dire: - Raccontami tutti i peccati che vuoi! Ma la nonna cacciò un sospiro e scomparve. Era morta in un momento, di notte, senza essere malata. Erano venute a guardarla le sorelle, a vedere se era rimasta bella. La bambina finì il suo racconto e disse che andava a scrivere una poesia. C'era mia figlia Angela, con lei, e la sorellina, una bambina tutta pepe, che chiamavamo Cecéglia, dal nome di una storia che ci aveva raccontato. Carmela si riaffacciò, correndo, così com'era sparita; mi consegnò, senza neanche guardarmi, un foglietto di quaderno dove c'era scritto qualcosa, e scappò via. Erano le tre compagne amate e di lì a poco non si sarebbero più viste. Ogni tanto si sarebbero pensate; col passare dei giorni sarebbe svanita anche la nostalgia. Nella poesia, messa sul foglio, con le parole incolonnate, proprio come una poesia, c'era scritta, tra l'altro "la morte, alta, sopra ottobre disfatto...". Conservai il foglietto e me ne ricordai a casa, prima di mettermi a letto. Mi venne la curiosità di rileggerlo: sapevo che i bambini scrivono cose che vogliono essere dimenticate, e quella lettura mi sembrò un tradimento, qualcosa che riguardava la mia vanità, e, più segretamente, il desiderio di passare una mano sul collo di quei versi. Decisi, comunque, di trascriverli a macchina, per averne una copia. Dopo aver battuto l'ultima parola, mi accorsi che i versi copiati a macchina avevano addosso l'orrore e la stupidità delle maschere. In quello stesso momento sentii una pressione sul petto, qualcosa che mi toglieva il respiro. Dopo mezzo minuto, la sensazione di soffocamento passò e con essa lo spavento. Ero stanco e volevo dormire. Mi tornò in mente, prima di perdere coscienza, l'unica cancellatura, appena accennata, sul foglio di quaderno, ed ora scomparsa. Sapevo che le cose scritte dai bambini non sopportano altro luogo se non quello che capita sotto le loro dita. E quel luogo detesta l'eternità, la memoria, o anche soltanto uno sguardo prolungato. Avevo creato una copia di quel dono e me ne vergognavo. Mi vennero in mente le facce di ragazzine pensierose e primaverili che mia figlia Anna metteva al mondo in un momento, nel suo album delle elementari. Ne conservavo un paio e avevo timore di andarle a guardare perché i nostri occhi rifanno il mondo e persino il dolore dei bambini. Mi addormentai con questi pensieri, e, non so quando, mi svegliai di soprassalto. Dovevo fare a pezzi quel foglio. Scesi dal letto, lo cercai tra i libri dello scaffale; lo presi con due dita, come fossero le ali di un pipistrello, aprii la finestra e lo strappai, attento che i pezzetti non volassero dentro. L'aria era dolce, aveva la calma di un libro sulla pancia di una ragazza, al sole.


Racconto del re che non riusciva a dormire

        Il sonno, che era un fiato di Dio, e che era affezionato al re, allo stesso modo di come amava i bambini e le pulci, quando le pulci si stancavano di saltare, abbandonò le stanze del sovrano, quella notte, e la notte appresso e altre, lunghissime notti. Il re cominciò a invidiare tutti quelli che vedeva dormire, che si appisolavano anche soltanto un minuto o che chiudevano gli occhi, semplicemente per concentrarsi meglio. Al colmo della rabbia e dello sconforto, ordinò che venisse frustato chiunque fosse stato sorpreso a dormire più o meno profondamente. Quando venne letto il bando, i sudditi pensarono a uno scherzo, perché il sovrano era solito giocare con il suo popolo. Ma dopo aver assistito alle prime frustate in pubblico, nessuno si mise più a letto con il piacere di una volta. La gente, naturalmente, continuava a dormire, ma ci riusciva in maniera sempre più avventurosa. Molti, all'inizio, trovarono la cosa divertente. E il re, che non poteva partecipare al gioco, si sentiva doppiamente infelice. Arrivarono maghi, sapienti, ma i loro consigli, le loro pozioni e i loro incantesimi si rivelarono inutili. Un poeta si addormentò, in piedi, mentre declamava il poema del Sonno Misericordioso, e il re lo punì costringendolo a fare tre giri del castello, nudo e con una candela accesa, infilata in mezzo alle chiappe. Ogni volta che la candela si spegneva, doveva riaccenderla lui stesso e rimetterla al posto dove il re l'aveva destinata. Quella punizione diede nuovo vigore alla sua fama di Re Pazziatore. Per allietargli le notti si presentavano musici, saltimbanchi, giocolieri. Ma, dacché siamo sulla faccia della terra, si sa, non c'è cosa più crudele che cercare di divertire un essere umano che abbia sonno. Così, quei signori venivano presi a calci e buttati fuori. Ma il re temeva di incattivirsi, e questo lo rendeva triste. Perseguitato dal sospetto che qualcuno, nella sua stessa casa, bene occultato alla sua vista, potesse beatamente dormire, sonnecchiare, fece acquistare, in un mercato orientale, una muta di cani addestrati a fiutare il sonno. Ma dopo qualche giorno, annoiato a morte dall loro bestialità, li fece scannare tutti. Bisogna dire, intanto, che il bando del Sovrano aveva ferito a morte la cultura dei sogni, che aveva profonde radici in quel paese: al punto dove erano arrivate le cose, nessuno si azzardava a raccontare i sogni. Il motivo di tanta precauzione era chiaro come il sole: raccontare un sogno significava ammettere di aver dormito. A onor del vero, lo scompiglio generato da quel proclama non arrecò mai alcuna vera consolazione al re; anche se, nella sua mai spenta inclinazione al gioco, il pensiero che qualcuno dei suoi stessi parenti e dei suoi più intimi amici si stesse arrovellando il cervello per ingannarlo e inventare qualcosa per dormire, gli procurava, a volte, una specie di ristoro, una sensazione di pace che somigliava alla vaga, fraterna incoscienza del sonno. Quando era solo e girava come un cane nella reggia, sulla terrazza o lungo i camminamenti, gli tornavano in mente vecchi, struggenti colpi di sonno a tradimento, che lo avevano inchiodato mentre leggeva un libro o recitava le preghiere, a letto, da bambino; mentre era intento a meditare una nuova legge, mentre faceva un po' d'acqua in faccia al sole o stava piegato per i bisogni pesanti; quando stava sotto le mani del barbiere o nella vasca da bagno. Questi ricordi gli accarezzavano il cervello, perché la memoria del sonno non può essere che il sonno stesso, o, almeno, la sua ombra più dolce. Ma, certi ricordi, diventavano sempre più fugaci. Nessuna cosa riusciva più a consolarlo. Gli amici più fedeli non facevano che tradirlo, dormendo o sognando di dormire. Un barone finse un incidente di caccia per fasciarsi un occhio e dormire almeno con quello, ma fu, per lui, una pietosa illusione, perché, dacché mondo è mondo, un occhio che dorme si tira nel sonno anche l'altro. Un astronomo, legato al re da un patto di sangue, si lasciò tagliare le palpebre per rassicurarlo della propria lealtà. A un banchetto di corte, molto affollato, un parente stretto della casa reale, suo coetaneo e compagno di baldorie, si presentò con una maschera che gli copriva la fronte e gli occhi. Si era sparsa la voce che il consanguineo del re avesse subito uno sfregio in un duello e che, essendo la ferita, ripugnante, avesse deciso di occultarla, per non turbare i convitati e non offendere la vista del sovrano, che stimò saggia quella decisione e, fedele, al proprio costume, evitò di informarsi sulle ragioni che avevano provocato il duello. Non disse nulla, anche quando si accorse che il cugino non apriva bocca, né per mangiare né per entrare in conversazione: l'uomo se ne stava dritto, nel suo scranno, con la testa poggiata allo schienale, incurante dei piatti che gli venivano serviti. Neanche beveva. A guardarlo, esprimeva qualcosa di maestoso in quel suo trascurare il ben di Dio che gli veniva messo sotto gli occhi. Nessuno lo interrogava su un così strano comportamento, un po' per non mortificarlo più di quanto già non lo si potesse immaginare per l'onta dello sfregio subito; un po', perché il vino faceva scivolare i commensali da un pensiero all'altro, proprio come bambini che non riescano a concentrarsi su nulla, così che ognuno sarebbe parsa onorevole persino una scoreggia, con alzata di chiappa, o un rutto devastatore. Quando ormai era notte, venne servito un brodo di piccione, delicatissimo e, dal momento che l'ospite mascherato, non aveva toccato ancora niente, gli venne poggiata davanti una zuppiera fumante, grossa tre volte quella degli altri invitati. Ma il cugino del re rimase impassibile: nella nuvola di vapore che lo avvolgeva, egli apparve, a tutti, un santo eremita. Ma quando tutti si erano ormai convinti che non battesse ciglio, pietrificato, com'era, dalla vergogna, egli si scosse, come succede, a volte, nei sogni che facciamo, dormendo: aprì gli occhi un momento; li richiuse, ma, in quel frattempo, si sbilanciò in avanti, finendo, con la sua testa enorme, nella zuppiera, dove rimase, ronfando e risucchiando, finché non lo tirò fuori un servo, prima che morisse soffocato. C'era chi dormiva sugli alberi, nelle grotte, dentro i pollai, assieme ai maiali, nei cimiteri, nelle cripte, vicino ai morti, e c'era la lotta a scegliersi il cadavere più fresco, per non essere disturbati dal fetore. Le guardie irrompevano dentro i conventi e avevano imparato a distinguere una estasi da sonno arretrato, da un rapimento dell'anima vero e proprio. La gente veniva tirata fuori dalle latrine, che erano diventate paradisi in terra, o strappata, di peso, ai cacaturi domestici. I giudici si addormentavano durante la lettura delle sentenze, e, nel bel mezzo di un torneo, i cavalieri calavano a sonno nelle armature. Le sentinelle sognavano di coricarsi come lune del cielo, e quelli che annunciavano le ore, sognavano di succhiare l'eternità come le mammelle, da bambini. Dopo l'affanno di corse, arrampicamenti, stratagemmi e inganni, quando finalmente si trovavano faccia a faccia, gli amanti si facevano il segno della croce e si addormentavano, uno sopra l'altro, uno dentro l'altro. I bambini erano incaricati di solleticare sotto le ascelle i fidanzati che si baciavano al buio, mentre i poeti che, al momento dell'ispirazione, si chiudevano nelle loro stanze, dovevano, per ordine del re, gettare un fischio, ogni tanti minuti, e battere i piedi. All'alba di un giorno d'estate, un messo del re, pazzo di sonno, con gli occhi che gli cadevano in bocca, gli annunciò la morte di un suo vecchio compagno d'armi. Il re montò a cavallo e trovò a vegliare la salma gran parte della suo seguito. Si accostò al letto e solo per un miracolo della sua maestà non scoppiò a piangere. Abbracciò la vedova e si appartò, in un angolo, dove rimase in silenzio. Quand'ecco che, in mezzo ai pianti e ai lamenti che si levavano, alti, nella stanza, si udì, ad un tratto, distintamente, un sospiro disumano, una specie di raglio, un verso inconfondibile e straziante: qualcuno aveva russato, e ci aveva messo, oltre alla bocca, il cuore, e forse qualcos'altro, lo sfiatatoio dolce che il Signore ci ha dato. In quello stesso momento, la vedova, che sedeva al capezzale dell'estinto, emise un grido talmente carnale, da cancellare da fare a pezzi il suo albero genealogico e la onorabilità delle discendenze a venire. Nonostante quel verso agghiacciante, nessuno dei presenti aveva smesso di pregare né di piangere; anzi, la recita delle orazioni si era infittita, e pareva uno sciame di vespe attorno al miele. La vedova, intanto, aveva ritrovato il filo, nella matassa ingarbugliata del proprio lignaggio, e se ne stava, pietrificata, accanto al morto, quando un nuovo, infido, terrificante raglio del marito la costrinse a gettare, lei stessa, un urlo, a dir poco, animalesco, per coprire quella patetica messinscena. Ella, poi, si lasciò cadere, esausta, sul petto del congiunto, e, dopo neanche un momento, si addormentò. Non passò un secondo e si mise a ronfare in maniera indecente, seguita dal suo consorte, in un controcanto perfetto. Fu allora che il re scoppiò a ridere, e la sua risata correva nella stanza come una ragazza nuda. I signori della corte, tornati bambini, si lasciarono andare a sussulti e accessi di riso davvero osceni, mentre il barone e la sua consorte stavano tranquilli negli abissi del più nero dei sonni. Il sovrano perdonò ai suoi amici quella recita. Fu anzi grato del divertimento che gli avevano procurato e che gli aveva fatto dimenticare per un po' la sua disgrazia, al punto che fece dono ai suoi sudditi di una intera giornata di sonno. Si poteva dormire sulla via, nei fossi, sopra i tetti, dappertutto, insomma, persino dentro i letti e sotto i balconi del sovrano. Ma il popolo si rallegrò tanto e fu talmente commosso della misericordia del Re, che nessuno volle sprecare la propria felicità dormendo, così che tutti, più o meno, fecero festa. Il mattino appresso furono in parecchi a essere frustati nella pubblica via perché, dopo il vino e i bagordi, quasi nessuno era rimasto in piedi. Ma né allora né mai vennero toccate le donne prene e i bambini, perché il re non invidiava il sonno dei bambini. Arrivò persino a tenerne qualcuno nel suo letto perché il loro sonno gli contagiasse i lenzuoli. I vecchi trovati a dormire si prendevano qualche sculacciata. Agli sposi freschi veniva comminata la pena di qualche carocchia in testa. Alle donne che allattavano veniva affibbiato qualche schiaffetto sulle mammelle dal primo bambino che si trovava a passare, e ai ragazzi e alle fanciulle veniva strappato, da un boia con gli occhi bendati, uno dei peli di sotto. Nel reame, comunque, la confusione era grande, e non solo nella realtà, ma anche nella finzione: si rappresentava una tragedia? Il primo attore, dopo tre, quattro battute, veniva ammazzato e rimaneva steso sul palco fino a quando calava il sipario. Le opere portate sulla scena erano spesso truculente e cominciavano quasi sempre con assassinii di massa. La protagonista femminile si avvelenava verso la fine del primo atto, prima ancora di essere stata tradito dal suo amante, e quando si riapriva il sipario, stava ancora là, distesa, senza che gli altri attori ci facessero caso. Qualche comparsa, per la disperazione, inscenava alla grande il proprio suicidio, proprio mentre porgeva una tazza di tè o spolverava un divano. Spuntavano come funghi scuole di Mimi e di Buffoni del Sonno, e le cose più esilaranti, sul palco, erano le scoregge degli attori dormienti. Si davano spettacoli appassionati, romantici, con attrici e attori che svenivano a ogni piè sospinto per amori impossibili; e non si trovavano mai i sali per farli rinvenire. Erano scomparsi i musicanti dalla fossa, perché il sonno gli incroccava le dita sul più bello. La gente affollava quei posti, non tanto per amore dell'arte, della poesia, ma per la semplice ragione che il re aveva mostrato, in più occasioni, una certa indulgenza per quelli che dormivano a teatro. Le guardie giravano notte e giorno per le perquisizioni, ma, alla vista di un letto, di un cuscino, di una culla, di una cassa da morto, vi rovinavano sopra per la nostalgia. I fornai stramazzavano nella farina; i contadini avevano allucinazioni e seminavano il grano sotto le coperte. Fu allora, che l'antica saggezza del re, prese il sopravvento sulla sua malinconia, e senza che venisse ufficialmente abrogata, quella legge decadde. I sudditi tornarono alle abitudini di una volta, prima, fra tutte, quella di addormentarsi con gusto. E il re, convinto di aver fatto patire il suo popolo, ma di averlo fatto anche spassare, non ritenne necessario chiedere scusa. E quando, un giorno, passeggiando nella città in festa, dopo una notte ancora una volta insonne, un cavaliere del seguito, trovando la cosa oltraggiosa, pestò di proposito un cane che dormiva senza rispetto alcuno, come dormono sempre i cani , il re sorrise, e in quello stesso momento, per incanto, sentì qualcosa carezzargli le tempie, riconobbe il sapore del sonno, bello come il respiro di certi racconti, e gli venne da piangere, e pianse, prima di scivolare a terra e addormentarsi.


Racconto della zucca
che andò a nascere nella mano di una figliola

        C'era una figliola di Potenza, che a furia di sentire favole e racconti, gli era nata una cocozza nel palmo di una mano. Lei se la rideva, di quel destino, pure perché con quella cocozza nella mano si risparmiava le fatiche pesanti. Tutti l'andavano a vedere, e lei non si copriva, perché non sapeva cosa fosse la vergogna. Le compagne, un po' la burlavano, un po' ne avevano compassione. La cocozza cresceva, com' è nella sua natura, e certe mattine era così gialla che pareva di oro. Un giovane di Lacedonia, che vendeva le stoffe a peso, perché si scordava ogni volta il centimetro e il metro, glie la mise sopra la bilancia e capì che non poteva essere di oro, perché era leggera proprio come Dio ha creato leggere cocozze. E se ne ripartì col dispiacere. A qualcuno, quando la cocozza si era fatta grande e grossa come un'arancia, gli era venuto in mente di spaccarla, perché si era sognato che là dentro c'era l'anello che San Giuseppe aveva regalato alla Madonna il giorno dello Sposalizio. La gente entrava in quella casa, di notte, mentre la figliola dormiva. E quella, quando calava a sonno, non sentiva neanche i cani che gli Angeli portano a cacare sopra la terra, per non sporcare in Paradiso. I bambini accostavano l'orecchio alla cocozza e gli pareva che sentivano il mare. Uno di loro, che gli usciva una materia puzzolente dall'orecchio, subito che si era accostato a quella mano guarì. Altri bambini sentivano là dentro i fiumi, il vento, i gelsi neri che si squagliavano nella bocca della Madonna. Quando si venne a sapere dell'orecchio sanato, cominciarono a pensare che in quella cocozza ci stavano i sospiri di Cristo. Chi teneva una piaga sopra la bocca, l'accostava, e quella piaga spariva. Un mulattiere di Dragonara, che teneva un bubbone sopra la schiena, si sentì alleggerire in un momento. C'era un giovane che stava sotto la Fossa dei Lupi e teneva una piaga sul cazzariello suo che spurgava veleno. E pure la Madonna di Fonti, dove era andato per avere la grazia, si era messa una mano davanti agli occhi, pure se teneva compassione. Era un giovane così vergognoso, che pure a dare un bacio alla statua aveva chiuso gli occhi. Questo giovane si metteva vergogna a far vedere la malattia sua, e la madre, che era una donna col giudizio e che se lo teneva come il cielo si tiene la terra, andò a parlare con quella Voluta Bene Da Dio. Alla fine si misero d'accordo e la notte appresso la figliola si fece trovare che dormiva con la mano benedetta stesa sopra i lenzuoli. La madre del malato spinse la porta, che era già aperta. Il figlio si calò i pantaloni, e siccome non gli diceva l'anima di appoggiarlo su quella mano beata, fu stesso la madre che glielo prese in mano, in un momento, e dopo che lo ebbe accostato alla cocozza, la bua sparì, come un'ombra quando fa scuro. E c'era una figliola, alle case di Ciunnella, che si era accasata da tre mesi e aveva una infezione alla natura, che la faceva soffrire pure quando rideva o camminava. E il marito, che era pieno di cuore, per non farla patire, non si prendeva più la gioia sua. Si fecero coraggio e andarono a trovare quella figliola, che li accolse con due biscotti e un bicchierino di rosolio. La malata si alzò la veste, mentre il marito guardava da un'altra parte, e la figliola gli passò la mano torno torno. Il bruciore sparì, come una scoreggia a lampo senza tuono. La cocozza maturava, ma solo piaghe guariva, foruncoli, bubboni. Chi aveva altre disgrazie, si sognava bubboni pure in mezzo alle chiappe. C'era chi raccontava che in quella cocozza ci stava la lingua di Cristo; altri dicevano che c'era un dito di San Rocco. Da quando era successo quel fatto, la figliola dormiva nel letto grande, dove poteva allargarsi come voleva. La cocozza, ormai, era grossa quanto una cocozza. Una mattina, la figliola la trovò spaccata. Forse era stata lei stessa a sbatterla contro il muro, nel sonno. Scoppiò a ridere e ne assaggiò un poco; poi uscì e la gettò ai porci, perché era troppo dolce.

 

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