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Calligrafia
So
di bambini che dicono 'mio' di tutto, pure del
calice amaro di Gesù, del pennello da barba
del padre e del mare, ma non direbbero mai, di
una poesia che scrivono, di un colore che dipingono
- mio -, perché sanno il mistero, il gioco.
Amo i loro quaderni: qualche volta ne chiedo uno
a quelli che conosco. Sono tentato di rubarli,
quando mi capita l'occasione, ma preferisco che
mi guardino negli occhi mentre me li porgono.
Mi piacciono le copertine ruvide, nere, e quelle
sottili, della mia infanzia, che illustravano
racconti; così i nomi sulle finestrelle
bianche, in alto, assieme alla classe che frequentano.
Niente mi dà pace come il riassunto di
un bambino negligente o distratto. La grafia dei
bambini rimane l'unica cosa che non è possibile
corrompere. Era una domenica di gennaio. Eravamo
passati a salutare degli amici, in campagna. La
bambina più grande ci confidò che
la nonna, morta qualche giorno prima, le era venuta
in sogno e le aveva chiesto un piatto di maccheroni.
Il giorno appresso glielo aveva cucinato lei stessa
e aveva lasciato il piatto davanti alla porta.
La notte appresso se l'era sognata contenta, ma,
prima di lasciarsi, la nonna faceva la dispiaciuta
perché desiderava un coniglio con le patate.
Carmela, così si chiamava la bambina, aveva
fatto ammazzare un coniglio da sua madre e glielo
aveva preparato come voleva lei. Una notte, la
nonna non le chiese niente da mangiare; le voleva
raccontare i suoi peccati, e lei rispose di no;
ma quella teneva un brutto sorriso negli occhi
e la minacciò che se non le faceva confessare
i peccati, invece che in sogno, le compariva davanti
quando era sveglia. La bambina, presa dallo spavento,
si affrettò a dire: - Raccontami tutti
i peccati che vuoi! Ma la nonna cacciò
un sospiro e scomparve. Era morta in un momento,
di notte, senza essere malata. Erano venute a
guardarla le sorelle, a vedere se era rimasta
bella. La bambina finì il suo racconto
e disse che andava a scrivere una poesia. C'era
mia figlia Angela, con lei, e la sorellina, una
bambina tutta pepe, che chiamavamo Cecéglia,
dal nome di una storia che ci aveva raccontato.
Carmela si riaffacciò, correndo, così
com'era sparita; mi consegnò, senza neanche
guardarmi, un foglietto di quaderno dove c'era
scritto qualcosa, e scappò via. Erano le
tre compagne amate e di lì a poco non si
sarebbero più viste. Ogni tanto si sarebbero
pensate; col passare dei giorni sarebbe svanita
anche la nostalgia. Nella poesia, messa sul foglio,
con le parole incolonnate, proprio come una poesia,
c'era scritta, tra l'altro "la morte, alta,
sopra ottobre disfatto...". Conservai il
foglietto e me ne ricordai a casa, prima di mettermi
a letto. Mi venne la curiosità di rileggerlo:
sapevo che i bambini scrivono cose che vogliono
essere dimenticate, e quella lettura mi sembrò
un tradimento, qualcosa che riguardava la mia
vanità, e, più segretamente, il
desiderio di passare una mano sul collo di quei
versi. Decisi, comunque, di trascriverli a macchina,
per averne una copia. Dopo aver battuto l'ultima
parola, mi accorsi che i versi copiati a macchina
avevano addosso l'orrore e la stupidità
delle maschere. In quello stesso momento sentii
una pressione sul petto, qualcosa che mi toglieva
il respiro. Dopo mezzo minuto, la sensazione di
soffocamento passò e con essa lo spavento.
Ero stanco e volevo dormire. Mi tornò in
mente, prima di perdere coscienza, l'unica cancellatura,
appena accennata, sul foglio di quaderno, ed ora
scomparsa. Sapevo che le cose scritte dai bambini
non sopportano altro luogo se non quello che capita
sotto le loro dita. E quel luogo detesta l'eternità,
la memoria, o anche soltanto uno sguardo prolungato.
Avevo creato una copia di quel dono e me ne vergognavo.
Mi vennero in mente le facce di ragazzine pensierose
e primaverili che mia figlia Anna metteva al mondo
in un momento, nel suo album delle elementari.
Ne conservavo un paio e avevo timore di andarle
a guardare perché i nostri occhi rifanno
il mondo e persino il dolore dei bambini. Mi addormentai
con questi pensieri, e, non so quando, mi svegliai
di soprassalto. Dovevo fare a pezzi quel foglio.
Scesi dal letto, lo cercai tra i libri dello scaffale;
lo presi con due dita, come fossero le ali di
un pipistrello, aprii la finestra e lo strappai,
attento che i pezzetti non volassero dentro. L'aria
era dolce, aveva la calma di un libro sulla pancia
di una ragazza, al sole.
Racconto del re che non riusciva a dormire
Il
sonno, che era un fiato di Dio, e che era affezionato
al re, allo stesso modo di come amava i bambini
e le pulci, quando le pulci si stancavano di saltare,
abbandonò le stanze del sovrano, quella
notte, e la notte appresso e altre, lunghissime
notti. Il re cominciò a invidiare tutti
quelli che vedeva dormire, che si appisolavano
anche soltanto un minuto o che chiudevano gli
occhi, semplicemente per concentrarsi meglio.
Al colmo della rabbia e dello sconforto, ordinò
che venisse frustato chiunque fosse stato sorpreso
a dormire più o meno profondamente. Quando
venne letto il bando, i sudditi pensarono a uno
scherzo, perché il sovrano era solito giocare
con il suo popolo. Ma dopo aver assistito alle
prime frustate in pubblico, nessuno si mise più
a letto con il piacere di una volta. La gente,
naturalmente, continuava a dormire, ma ci riusciva
in maniera sempre più avventurosa. Molti,
all'inizio, trovarono la cosa divertente. E il
re, che non poteva partecipare al gioco, si sentiva
doppiamente infelice. Arrivarono maghi, sapienti,
ma i loro consigli, le loro pozioni e i loro incantesimi
si rivelarono inutili. Un poeta si addormentò,
in piedi, mentre declamava il poema del Sonno
Misericordioso, e il re lo punì costringendolo
a fare tre giri del castello, nudo e con una candela
accesa, infilata in mezzo alle chiappe. Ogni volta
che la candela si spegneva, doveva riaccenderla
lui stesso e rimetterla al posto dove il re l'aveva
destinata. Quella punizione diede nuovo vigore
alla sua fama di Re Pazziatore. Per allietargli
le notti si presentavano musici, saltimbanchi,
giocolieri. Ma, dacché siamo sulla faccia
della terra, si sa, non c'è cosa più
crudele che cercare di divertire un essere umano
che abbia sonno. Così, quei signori venivano
presi a calci e buttati fuori. Ma il re temeva
di incattivirsi, e questo lo rendeva triste. Perseguitato
dal sospetto che qualcuno, nella sua stessa casa,
bene occultato alla sua vista, potesse beatamente
dormire, sonnecchiare, fece acquistare, in un
mercato orientale, una muta di cani addestrati
a fiutare il sonno. Ma dopo qualche giorno, annoiato
a morte dall loro bestialità, li fece scannare
tutti. Bisogna dire, intanto, che il bando del
Sovrano aveva ferito a morte la cultura dei sogni,
che aveva profonde radici in quel paese: al punto
dove erano arrivate le cose, nessuno si azzardava
a raccontare i sogni. Il motivo di tanta precauzione
era chiaro come il sole: raccontare un sogno significava
ammettere di aver dormito. A onor del vero, lo
scompiglio generato da quel proclama non arrecò
mai alcuna vera consolazione al re; anche se,
nella sua mai spenta inclinazione al gioco, il
pensiero che qualcuno dei suoi stessi parenti
e dei suoi più intimi amici si stesse arrovellando
il cervello per ingannarlo e inventare qualcosa
per dormire, gli procurava, a volte, una specie
di ristoro, una sensazione di pace che somigliava
alla vaga, fraterna incoscienza del sonno. Quando
era solo e girava come un cane nella reggia, sulla
terrazza o lungo i camminamenti, gli tornavano
in mente vecchi, struggenti colpi di sonno a tradimento,
che lo avevano inchiodato mentre leggeva un libro
o recitava le preghiere, a letto, da bambino;
mentre era intento a meditare una nuova legge,
mentre faceva un po' d'acqua in faccia al sole
o stava piegato per i bisogni pesanti; quando
stava sotto le mani del barbiere o nella vasca
da bagno. Questi ricordi gli accarezzavano il
cervello, perché la memoria del sonno non
può essere che il sonno stesso, o, almeno,
la sua ombra più dolce. Ma, certi ricordi,
diventavano sempre più fugaci. Nessuna
cosa riusciva più a consolarlo. Gli amici
più fedeli non facevano che tradirlo, dormendo
o sognando di dormire. Un barone finse un incidente
di caccia per fasciarsi un occhio e dormire almeno
con quello, ma fu, per lui, una pietosa illusione,
perché, dacché mondo è mondo,
un occhio che dorme si tira nel sonno anche l'altro.
Un astronomo, legato al re da un patto di sangue,
si lasciò tagliare le palpebre per rassicurarlo
della propria lealtà. A un banchetto di
corte, molto affollato, un parente stretto della
casa reale, suo coetaneo e compagno di baldorie,
si presentò con una maschera che gli copriva
la fronte e gli occhi. Si era sparsa la voce che
il consanguineo del re avesse subito uno sfregio
in un duello e che, essendo la ferita, ripugnante,
avesse deciso di occultarla, per non turbare i
convitati e non offendere la vista del sovrano,
che stimò saggia quella decisione e, fedele,
al proprio costume, evitò di informarsi
sulle ragioni che avevano provocato il duello.
Non disse nulla, anche quando si accorse che il
cugino non apriva bocca, né per mangiare
né per entrare in conversazione: l'uomo
se ne stava dritto, nel suo scranno, con la testa
poggiata allo schienale, incurante dei piatti
che gli venivano serviti. Neanche beveva. A guardarlo,
esprimeva qualcosa di maestoso in quel suo trascurare
il ben di Dio che gli veniva messo sotto gli occhi.
Nessuno lo interrogava su un così strano
comportamento, un po' per non mortificarlo più
di quanto già non lo si potesse immaginare
per l'onta dello sfregio subito; un po', perché
il vino faceva scivolare i commensali da un pensiero
all'altro, proprio come bambini che non riescano
a concentrarsi su nulla, così che ognuno
sarebbe parsa onorevole persino una scoreggia,
con alzata di chiappa, o un rutto devastatore.
Quando ormai era notte, venne servito un brodo
di piccione, delicatissimo e, dal momento che
l'ospite mascherato, non aveva toccato ancora
niente, gli venne poggiata davanti una zuppiera
fumante, grossa tre volte quella degli altri invitati.
Ma il cugino del re rimase impassibile: nella
nuvola di vapore che lo avvolgeva, egli apparve,
a tutti, un santo eremita. Ma quando tutti si
erano ormai convinti che non battesse ciglio,
pietrificato, com'era, dalla vergogna, egli si
scosse, come succede, a volte, nei sogni che facciamo,
dormendo: aprì gli occhi un momento; li
richiuse, ma, in quel frattempo, si sbilanciò
in avanti, finendo, con la sua testa enorme, nella
zuppiera, dove rimase, ronfando e risucchiando,
finché non lo tirò fuori un servo,
prima che morisse soffocato. C'era chi dormiva
sugli alberi, nelle grotte, dentro i pollai, assieme
ai maiali, nei cimiteri, nelle cripte, vicino
ai morti, e c'era la lotta a scegliersi il cadavere
più fresco, per non essere disturbati dal
fetore. Le guardie irrompevano dentro i conventi
e avevano imparato a distinguere una estasi da
sonno arretrato, da un rapimento dell'anima vero
e proprio. La gente veniva tirata fuori dalle
latrine, che erano diventate paradisi in terra,
o strappata, di peso, ai cacaturi domestici. I
giudici si addormentavano durante la lettura delle
sentenze, e, nel bel mezzo di un torneo, i cavalieri
calavano a sonno nelle armature. Le sentinelle
sognavano di coricarsi come lune del cielo, e
quelli che annunciavano le ore, sognavano di succhiare
l'eternità come le mammelle, da bambini.
Dopo l'affanno di corse, arrampicamenti, stratagemmi
e inganni, quando finalmente si trovavano faccia
a faccia, gli amanti si facevano il segno della
croce e si addormentavano, uno sopra l'altro,
uno dentro l'altro. I bambini erano incaricati
di solleticare sotto le ascelle i fidanzati che
si baciavano al buio, mentre i poeti che, al momento
dell'ispirazione, si chiudevano nelle loro stanze,
dovevano, per ordine del re, gettare un fischio,
ogni tanti minuti, e battere i piedi. All'alba
di un giorno d'estate, un messo del re, pazzo
di sonno, con gli occhi che gli cadevano in bocca,
gli annunciò la morte di un suo vecchio
compagno d'armi. Il re montò a cavallo
e trovò a vegliare la salma gran parte
della suo seguito. Si accostò al letto
e solo per un miracolo della sua maestà
non scoppiò a piangere. Abbracciò
la vedova e si appartò, in un angolo, dove
rimase in silenzio. Quand'ecco che, in mezzo ai
pianti e ai lamenti che si levavano, alti, nella
stanza, si udì, ad un tratto, distintamente,
un sospiro disumano, una specie di raglio, un
verso inconfondibile e straziante: qualcuno aveva
russato, e ci aveva messo, oltre alla bocca, il
cuore, e forse qualcos'altro, lo sfiatatoio dolce
che il Signore ci ha dato. In quello stesso momento,
la vedova, che sedeva al capezzale dell'estinto,
emise un grido talmente carnale, da cancellare
da fare a pezzi il suo albero genealogico e la
onorabilità delle discendenze a venire.
Nonostante quel verso agghiacciante, nessuno dei
presenti aveva smesso di pregare né di
piangere; anzi, la recita delle orazioni si era
infittita, e pareva uno sciame di vespe attorno
al miele. La vedova, intanto, aveva ritrovato
il filo, nella matassa ingarbugliata del proprio
lignaggio, e se ne stava, pietrificata, accanto
al morto, quando un nuovo, infido, terrificante
raglio del marito la costrinse a gettare, lei
stessa, un urlo, a dir poco, animalesco, per coprire
quella patetica messinscena. Ella, poi, si lasciò
cadere, esausta, sul petto del congiunto, e, dopo
neanche un momento, si addormentò. Non
passò un secondo e si mise a ronfare in
maniera indecente, seguita dal suo consorte, in
un controcanto perfetto. Fu allora che il re scoppiò
a ridere, e la sua risata correva nella stanza
come una ragazza nuda. I signori della corte,
tornati bambini, si lasciarono andare a sussulti
e accessi di riso davvero osceni, mentre il barone
e la sua consorte stavano tranquilli negli abissi
del più nero dei sonni. Il sovrano perdonò
ai suoi amici quella recita. Fu anzi grato del
divertimento che gli avevano procurato e che gli
aveva fatto dimenticare per un po' la sua disgrazia,
al punto che fece dono ai suoi sudditi di una
intera giornata di sonno. Si poteva dormire sulla
via, nei fossi, sopra i tetti, dappertutto, insomma,
persino dentro i letti e sotto i balconi del sovrano.
Ma il popolo si rallegrò tanto e fu talmente
commosso della misericordia del Re, che nessuno
volle sprecare la propria felicità dormendo,
così che tutti, più o meno, fecero
festa. Il mattino appresso furono in parecchi
a essere frustati nella pubblica via perché,
dopo il vino e i bagordi, quasi nessuno era rimasto
in piedi. Ma né allora né mai vennero
toccate le donne prene e i bambini, perché
il re non invidiava il sonno dei bambini. Arrivò
persino a tenerne qualcuno nel suo letto perché
il loro sonno gli contagiasse i lenzuoli. I vecchi
trovati a dormire si prendevano qualche sculacciata.
Agli sposi freschi veniva comminata la pena di
qualche carocchia in testa. Alle donne che allattavano
veniva affibbiato qualche schiaffetto sulle mammelle
dal primo bambino che si trovava a passare, e
ai ragazzi e alle fanciulle veniva strappato,
da un boia con gli occhi bendati, uno dei peli
di sotto. Nel reame, comunque, la confusione era
grande, e non solo nella realtà, ma anche
nella finzione: si rappresentava una tragedia?
Il primo attore, dopo tre, quattro battute, veniva
ammazzato e rimaneva steso sul palco fino a quando
calava il sipario. Le opere portate sulla scena
erano spesso truculente e cominciavano quasi sempre
con assassinii di massa. La protagonista femminile
si avvelenava verso la fine del primo atto, prima
ancora di essere stata tradito dal suo amante,
e quando si riapriva il sipario, stava ancora
là, distesa, senza che gli altri attori
ci facessero caso. Qualche comparsa, per la disperazione,
inscenava alla grande il proprio suicidio, proprio
mentre porgeva una tazza di tè o spolverava
un divano. Spuntavano come funghi scuole di Mimi
e di Buffoni del Sonno, e le cose più esilaranti,
sul palco, erano le scoregge degli attori dormienti.
Si davano spettacoli appassionati, romantici,
con attrici e attori che svenivano a ogni piè
sospinto per amori impossibili; e non si trovavano
mai i sali per farli rinvenire. Erano scomparsi
i musicanti dalla fossa, perché il sonno
gli incroccava le dita sul più bello. La
gente affollava quei posti, non tanto per amore
dell'arte, della poesia, ma per la semplice ragione
che il re aveva mostrato, in più occasioni,
una certa indulgenza per quelli che dormivano
a teatro. Le guardie giravano notte e giorno per
le perquisizioni, ma, alla vista di un letto,
di un cuscino, di una culla, di una cassa da morto,
vi rovinavano sopra per la nostalgia. I fornai
stramazzavano nella farina; i contadini avevano
allucinazioni e seminavano il grano sotto le coperte.
Fu allora, che l'antica saggezza del re, prese
il sopravvento sulla sua malinconia, e senza che
venisse ufficialmente abrogata, quella legge decadde.
I sudditi tornarono alle abitudini di una volta,
prima, fra tutte, quella di addormentarsi con
gusto. E il re, convinto di aver fatto patire
il suo popolo, ma di averlo fatto anche spassare,
non ritenne necessario chiedere scusa. E quando,
un giorno, passeggiando nella città in
festa, dopo una notte ancora una volta insonne,
un cavaliere del seguito, trovando la cosa oltraggiosa,
pestò di proposito un cane che dormiva
senza rispetto alcuno, come dormono sempre i cani
, il re sorrise, e in quello stesso momento, per
incanto, sentì qualcosa carezzargli le
tempie, riconobbe il sapore del sonno, bello come
il respiro di certi racconti, e gli venne da piangere,
e pianse, prima di scivolare a terra e addormentarsi.
Racconto della zucca
che andò a nascere nella mano di una figliola
C'era
una figliola di Potenza, che a furia di sentire
favole e racconti, gli era nata una cocozza nel
palmo di una mano. Lei se la rideva, di quel destino,
pure perché con quella cocozza nella mano
si risparmiava le fatiche pesanti. Tutti l'andavano
a vedere, e lei non si copriva, perché
non sapeva cosa fosse la vergogna. Le compagne,
un po' la burlavano, un po' ne avevano compassione.
La cocozza cresceva, com' è nella sua natura,
e certe mattine era così gialla che pareva
di oro. Un giovane di Lacedonia, che vendeva le
stoffe a peso, perché si scordava ogni
volta il centimetro e il metro, glie la mise sopra
la bilancia e capì che non poteva essere
di oro, perché era leggera proprio come
Dio ha creato leggere cocozze. E se ne ripartì
col dispiacere. A qualcuno, quando la cocozza
si era fatta grande e grossa come un'arancia,
gli era venuto in mente di spaccarla, perché
si era sognato che là dentro c'era l'anello
che San Giuseppe aveva regalato alla Madonna il
giorno dello Sposalizio. La gente entrava in quella
casa, di notte, mentre la figliola dormiva. E
quella, quando calava a sonno, non sentiva neanche
i cani che gli Angeli portano a cacare sopra la
terra, per non sporcare in Paradiso. I bambini
accostavano l'orecchio alla cocozza e gli pareva
che sentivano il mare. Uno di loro, che gli usciva
una materia puzzolente dall'orecchio, subito che
si era accostato a quella mano guarì. Altri
bambini sentivano là dentro i fiumi, il
vento, i gelsi neri che si squagliavano nella
bocca della Madonna. Quando si venne a sapere
dell'orecchio sanato, cominciarono a pensare che
in quella cocozza ci stavano i sospiri di Cristo.
Chi teneva una piaga sopra la bocca, l'accostava,
e quella piaga spariva. Un mulattiere di Dragonara,
che teneva un bubbone sopra la schiena, si sentì
alleggerire in un momento. C'era un giovane che
stava sotto la Fossa dei Lupi e teneva una piaga
sul cazzariello suo che spurgava veleno. E pure
la Madonna di Fonti, dove era andato per avere
la grazia, si era messa una mano davanti agli
occhi, pure se teneva compassione. Era un giovane
così vergognoso, che pure a dare un bacio
alla statua aveva chiuso gli occhi. Questo giovane
si metteva vergogna a far vedere la malattia sua,
e la madre, che era una donna col giudizio e che
se lo teneva come il cielo si tiene la terra,
andò a parlare con quella Voluta Bene Da
Dio. Alla fine si misero d'accordo e la notte
appresso la figliola si fece trovare che dormiva
con la mano benedetta stesa sopra i lenzuoli.
La madre del malato spinse la porta, che era già
aperta. Il figlio si calò i pantaloni,
e siccome non gli diceva l'anima di appoggiarlo
su quella mano beata, fu stesso la madre che glielo
prese in mano, in un momento, e dopo che lo ebbe
accostato alla cocozza, la bua sparì, come
un'ombra quando fa scuro. E c'era una figliola,
alle case di Ciunnella, che si era accasata da
tre mesi e aveva una infezione alla natura, che
la faceva soffrire pure quando rideva o camminava.
E il marito, che era pieno di cuore, per non farla
patire, non si prendeva più la gioia sua.
Si fecero coraggio e andarono a trovare quella
figliola, che li accolse con due biscotti e un
bicchierino di rosolio. La malata si alzò
la veste, mentre il marito guardava da un'altra
parte, e la figliola gli passò la mano
torno torno. Il bruciore sparì, come una
scoreggia a lampo senza tuono. La cocozza maturava,
ma solo piaghe guariva, foruncoli, bubboni. Chi
aveva altre disgrazie, si sognava bubboni pure
in mezzo alle chiappe. C'era chi raccontava che
in quella cocozza ci stava la lingua di Cristo;
altri dicevano che c'era un dito di San Rocco.
Da quando era successo quel fatto, la figliola
dormiva nel letto grande, dove poteva allargarsi
come voleva. La cocozza, ormai, era grossa quanto
una cocozza. Una mattina, la figliola la trovò
spaccata. Forse era stata lei stessa a sbatterla
contro il muro, nel sonno. Scoppiò a ridere
e ne assaggiò un poco; poi uscì
e la gettò ai porci, perché era
troppo dolce.
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