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ZIB II serie
 Fughe
 Due avventure di Pulcinella
  Roberto De Simone parafrasato da Enrico De Vivo

Fotografia di Pino De Silva

La morte di Pulcinella

        Un giorno Pulcinella andava a fare la legna sopra alla montagna, e si diceva il rosario, mentre andava a fare la legna, a cavallo di un ciuccio. Ma neanche il rosario si sapeva dire, era più ciuccio del ciuccio, e faceva così: invece di recitare la preghiera, prendeva i grani del rosario e gli dava a parlare. E gli diceva: "Tu sei piccirillo e scendi giù, tu pure sei piccirillo e scenditene giù pure tu, tu sei più piccirillo ancora, vattene giù..."; e così avanti fino al più grosso dei grani del rosario, che è il grano che quando ci si arriva bisogna recitare il Padre Nostro. Ma Pulcinella gli diceva così: "Tu sei il più grosso di tutti, e allora scendi in fondo a tutti, giù, più giù!"
        Proprio nel momento del grano più grosso di tutti, passava di là un monaco, che ascolta Pulcinella che dice come un ciuccio il rosario, e gli fa: "Sarai mica matto!? Mica si recita a questo modo il rosario! Mica si buttan giù i grani così! Bisogna dir le Avemarie e il Gloria al Padre!"
        "Ué, monacone" - rispondeva Pulcinella - "ti consiglierei di farti gli affari tuoi, "perché io me lo dico come me lo so dire, il rosario! Sciò!"
        E il monaco se ne andava. Pulcinella poi scendeva dal ciuccio per fare la legna e saliva sull'albero, e si metteva a cavallo di un ramo e dava accettate sul ramo stesso dove si era messo a cavallo. Torna a passare il monaco.
"Ehi, pirla!" - lo apostrofa - "Mica si taglia così la legna! Mica si dan le accettate da sopra l'albero! Le accettate le devi dar da sotto, altrimenti cadi e ti rompi le corna! Pirla!"
        "Ancora tu, monacone?! Io la legna me la taglio come me la so tagliare! Sciò!"
        E il monaco se ne scappa. Pulcinella invece continuava a suonare accettate da sopra l'albero, e dopo un poco, quando il ramo era quasi tutto tagliato, va giù. Non si faceva troppo male cadendo, Pulcinella, ma subito gli veniva in mente il monacone, che gli sembrava un indovino perché appunto gli aveva indovinato il destino. Allora esclama, Pulcinella: "Madonna santissima santa!" Corre dietro al monacone, lo chiama: "Monacone! Monacone! Sei il più grande e assolutamente esperto indovino del destino umano! Ti prego, indovinami quando devo morire!"
        Il monaco l'aveva capito subito che quello non doveva essere un individuo troppo sano di mente, e adesso si faceva lo scrupolo di rispondergli in maniera adeguata. Perciò pensava: "che gli rispondo?"
        Pulcinella insisteva e voleva sapere, e allora il monaco si inventa su due piedi questa profezia, pronunciata in modo solenne: "Il tuo destino si compirà definitivamente al momento dell'emissione dal deretano dell'animale che ti accompagna - e che non poco ti assomiglia nello spirito - di tre, e dico e sottolineo tre, rumori, non importa se puzzolenti!"
        "Santa, santissima, ancora più santa Madonna!" - esclama Pulcinella - "e che vuole dire questo?"
        "Vuole dire che morirai quando il culo del ciuccio che ti accompagna avrà fatto trombetta tre volte, ossia avrà fatto tre piriti!" - sentenziò il monaco.
        Adesso Pulcinella aveva capito; ringraziato il monaco, se ne tornava a far la legna, ma all'improvviso il ciuccio eccolo che emette il primo rumore profetico. Pulcinella ha un brivido che gli corre lungo la schiena in verticale fino al fondo e pensa: "la fine si avvicina, meno due!" Subito raccoglieva la legna e la stava caricando sul ciuccio, ma il ciuccio eccolo che fa un'altra emissione da dietro tale e quale alla precedente. Pulcinella esclama: "Addirittura così veloce si deve compiere il destino mio!? Già due piriti in pochi minuti!? Povero - povero - povero me!"
        Allora che fa, si mette a cavallo del ciuccio perché pensa che deve trovare un rimedio a non morire così in fretta. Manca un solo pirito ed è finito; quindi a cavallo del ciuccio si mette al contrario, con una mano a tenere alzata la coda e con l'altra a tappare il pertuso profetico per impedire che scocchi l'ora suprema. Il ciuccio così camminava e lui diceva stupito: "Ma questo ciuccio che fa, cammina al contrario?", perché non si accorgeva che era lui stesso medesimo a stare a cavallo al ciuccio al contrario e perciò il ciuccio camminava andando indietro. Ma Pulcinella gridava lo stesso al ciuccio: "O anime dei morti ciucci come te che sei il più ciuccio di tutti i ciucci mai esistiti! Cammina corretto e diritto!" Insomma, il ciuccio camminava e lui bestemmiava e cercava di correggerlo nell'andamento, ma il ciuccio andava al contrario lo stesso, e non capiva, anzi diciamo che erano proprio tutti e due insieme che non si capivano troppo bene. Pulcinella lo tirava per la coda, ma il ciuccio non ne voleva sapere di andare come chiedeva Pulcinella, ossia al contrario. Insomma, a un certo momento il ciuccio non ce la fa più per tutte quelle strapazzate, ed emette la sentenza definitiva: terzo pirito, è la fine! Pulcinella si butta a terra e dice: "Sono morto, portatemi al camposanto!"
        Passano due passanti, lo vedono lungo disteso per terra e gli dicono: "Ué, Pulcinella, ma che fai steso lungo lungo per terra?" E Pulcinella: "In verità ve lo voglio dire: sono morto!" "Come?! Sei morto e parli?" "E sono un morto che parla!"
        Allora i due passanti andavano dalla madre di Pulcinella e comunicavano la dolorosa notizia con una certa deferenza, e anche dispiaciuti, un poco: "Egregia signora Pulcinella, il vostro figliuolo non è più, giace lungo lungo disteso per terra in un fosso, morto".
        La mamma inviò i becchini - quattro - che arrivavano e lo prendevano da terra e lo sistemavano dentro una cassa da morto, poi lo alzavano, se lo caricavano sulle spalle e lo portavano via, e tutta la gente del paese che seguiva a fare la processione, dietro Pulcinella morto, piangendo e dicendo: "povero povero Pulcinella, morto giovane giovane giovane, gioia sua, che il Signore ne tenga pietà!"
        Tutta la processione del funerale arriva così a un punto della strada dove c'era un bivio e improvvisamente nessuno più si ricordava da che parte si doveva andare per andare al camposanto. Un becchino domandava: "Da che parte si va, di qua o di là?" A questo punto Pulcinella si alzava dalla cassa da morto, si metteva a sedere e indicava convinto verso destra, aggiungendo queste parole: "Quando io ero vivo, al camposanto si andava per di qua".
        "O per le anime dei morti tuoi, che non ti assistono mai abbastanza e ti fanno girare la testa a vuoto: ma tu sei vivo!" - esclama uno dei becchini. A questo punto tutti quanti erano stupiti più che mai, e allora la gente lo fa scendere, per non dire che lo tira giù dalla cassa da morto, spingendolo e sfottendolo con forti parole offensive ma anche scherzose, come ad esempio: "Ciuccio ciuccione sei un imbroglione Pulcinella mascalzone!" - e lo inseguono e gli danno calci e gli fanno dietro fischi e pernacchie fino alla fine del giorno, quando lo benedicono poi a pensarci bene, perché in fondo li ha fatti ridere tutti a crepapelle per la sua testa vuota e inconcludente, Pulcinella.

*

Pulcinella e la levatrice

        Un giorno Pulcinella andava cercando lavoro, e gira e rigira, pure riesce a trovare qualcuno che glielo dà. Trova cioè una levatrice, e le dice: "Mi vuoi prendere per garzone?" E la levatrice risponde: "Va bene, mi serve proprio un garzone, stasera stessa vieni a casa mia e metti mano".
        Proprio quella sera la levatrice ha una chiamata da una che stava per partorire e aveva i dolori, perciò doveva correre via e dice a Pulcinella: "Vuoi fare una cosa? Cucina due fave per stasera quando ritorno, che io ritorno tardi, così ci facciamo una bella mangiata".
        Lei uscì e Pulcinella si mette a cuocere le fave. Si mette e le cucina così buone che quando quella torna se ne mangiano insieme un gran piatto per ciascuno, e poi se ne vanno a dormire, sazi e soddisfatti. La levatrice dorme in una stanza e Pulcinella nella stanza accanto.
        Durante la notte la levatrice si sogna spesso e parla, e quella notte si sognava che stava a far partorire una, dicendo: "Spremiti, spremiti, spremiti!". Pulcinella dalla stanza accanto sentiva e pensava che era lui che si doveva spremere, pensava cioè che la levatrice ce l'avesse con lui, e si spremeva. Si spremeva mentre quella diceva sempre: "Spremiti, spremiti, spremiti che esce il figlio!" E Pulcinella rispondeva: "Signora cara, e se poi io spremo spremo spremo, e invece del figlio, caco tutto il letto?" Ma la levatrice, sempre sognandosi, insisteva: "Spremiti spremiti!" Finché Pulcinella si spremette così forte che fece un pirito tanto grande da far tremare le tavole del letto, il pavimento e la cristalliera della cucina.
        Fu talmente spaventoso il botto, che la levatrice da quell'altra parte cambiava sogno, e adesso si faceva un sogno più piacevole, si sognava le fave che si era mangiate. Diceva: "Pulcine', portami le fave!" E Pulcinella pensava: "Alla faccia! Se n'è mangiata un piatto gigantesco e ancora vuole fave!" Prese il piatto di fave e glielo portava nella stanza di là. La levatrice in realtà però dormiva, e Pulcinella, dentro al buio della stanza, invece che accostare il piatto alla faccia della levatrice, glielo accostava - con decenza parlando - al culo. Quella, continuando a dormire, chissà che cosa fece, comunque Pulcinella disse: "Signora cara, non soffiate che le fave sono fredde". Ma la levatrice tornò evidentemente a fare quello che aveva fatto prima, e allora Pulcinella si scoccia e dice: "Ma signora carissima, come ve lo devo dire che sono fredde queste fave, vedete qua!" - e prese il piatto e glielo spiattellò sulle pacche del semaforo, sempre con decenza parlando.
        Al mattino, quando la levatrice si sveglia, va a toccarsi dietro e si trova tutta sporca di fave. Pensa: "Alla faccia! Ho cacato tutte le fave che ho mangiato ieri sera!" Quindi per non fare una brutta figura con Pulcinella, pulì da sola tutto il letto.
        La sera dopo, la levatrice doveva uscire di nuovo per andare da un'altra che l'aveva chiamata perché aveva i dolori. Dice a Pulcinella: "Io stasera non torno, torno domani mattina. Buonanotte!"
        "Ah, finalmente!" - esclama Pulcinella - "Questa è la volta buona che mi faccio una mangiata eccezionalissima di zeppole fritte!" E prese l'olio e si mise a scaldarlo nella pentola. Ma dopo pochi minuti sente bussare alla porta: "Apri, sono io, sono tornata; a quella le sono passati i dolori!" Pulcinella non sapendo dove nascondere la pentola con l'olio bollente, la poggia sulla tazza del bagno e va ad aprire. La levatrice - ignara dell'ennesima sorpresa che attende il suo didietro - corre subito a fare un certo servizio del quale aveva urgenza. Entra nel bagno, si cala tutto quello che si deve calare e si siede sulla tazza... cioè sulla pentola bollente!
        Fu quella, comunque, la seconda e ultima volta che la levatrice dovette subire gli attacchi alla sua retroguardia da parte di Pulcinella, il quale infatti immediatamente, non appena la situazione si fu... raffreddata, fu licenziato.

(I testi in napoletano di queste storie sono in Fiabe campane, a cura di Roberto De Simone, Einaudi, 1998)

 

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