
La
morte di Pulcinella
Un
giorno Pulcinella andava a fare la legna sopra
alla montagna, e si diceva il rosario, mentre
andava a fare la legna, a cavallo di un ciuccio.
Ma neanche il rosario si sapeva dire, era più
ciuccio del ciuccio, e faceva così: invece
di recitare la preghiera, prendeva i grani del
rosario e gli dava a parlare. E gli diceva:
"Tu sei piccirillo e scendi giù,
tu pure sei piccirillo e scenditene giù
pure tu, tu sei più piccirillo ancora,
vattene giù..."; e così avanti
fino al più grosso dei grani del rosario,
che è il grano che quando ci si arriva
bisogna recitare il Padre Nostro. Ma Pulcinella
gli diceva così: "Tu sei il più
grosso di tutti, e allora scendi in fondo a
tutti, giù, più giù!"
Proprio
nel momento del grano più grosso di tutti,
passava di là un monaco, che ascolta
Pulcinella che dice come un ciuccio il rosario,
e gli fa: "Sarai mica matto!? Mica si recita
a questo modo il rosario! Mica si buttan giù
i grani così! Bisogna dir le Avemarie
e il Gloria al Padre!"
"Ué,
monacone" - rispondeva Pulcinella - "ti
consiglierei di farti gli affari tuoi, "perché
io me lo dico come me lo so dire, il rosario!
Sciò!"
E
il monaco se ne andava. Pulcinella poi scendeva
dal ciuccio per fare la legna e saliva sull'albero,
e si metteva a cavallo di un ramo e dava accettate
sul ramo stesso dove si era messo a cavallo.
Torna a passare il monaco.
"Ehi, pirla!" - lo apostrofa - "Mica
si taglia così la legna! Mica si dan
le accettate da sopra l'albero! Le accettate
le devi dar da sotto, altrimenti cadi e ti rompi
le corna! Pirla!"
"Ancora
tu, monacone?! Io la legna me la taglio come
me la so tagliare! Sciò!"
E
il monaco se ne scappa. Pulcinella invece continuava
a suonare accettate da sopra l'albero, e dopo
un poco, quando il ramo era quasi tutto tagliato,
va giù. Non si faceva troppo male cadendo,
Pulcinella, ma subito gli veniva in mente il
monacone, che gli sembrava un indovino perché
appunto gli aveva indovinato il destino. Allora
esclama, Pulcinella: "Madonna santissima
santa!" Corre dietro al monacone, lo chiama:
"Monacone! Monacone! Sei il più
grande e assolutamente esperto indovino del
destino umano! Ti prego, indovinami quando devo
morire!"
Il
monaco l'aveva capito subito che quello non
doveva essere un individuo troppo sano di mente,
e adesso si faceva lo scrupolo di rispondergli
in maniera adeguata. Perciò pensava:
"che gli rispondo?"
Pulcinella
insisteva e voleva sapere, e allora il monaco
si inventa su due piedi questa profezia, pronunciata
in modo solenne: "Il tuo destino si compirà
definitivamente al momento dell'emissione dal
deretano dell'animale che ti accompagna - e
che non poco ti assomiglia nello spirito - di
tre, e dico e sottolineo tre, rumori, non importa
se puzzolenti!"
"Santa,
santissima, ancora più santa Madonna!"
- esclama Pulcinella - "e che vuole dire
questo?"
"Vuole
dire che morirai quando il culo del ciuccio
che ti accompagna avrà fatto trombetta
tre volte, ossia avrà fatto tre piriti!"
- sentenziò il monaco.
Adesso
Pulcinella aveva capito; ringraziato il monaco,
se ne tornava a far la legna, ma all'improvviso
il ciuccio eccolo che emette il primo rumore
profetico. Pulcinella ha un brivido che gli
corre lungo la schiena in verticale fino al
fondo e pensa: "la fine si avvicina, meno
due!" Subito raccoglieva la legna e la
stava caricando sul ciuccio, ma il ciuccio eccolo
che fa un'altra emissione da dietro tale e quale
alla precedente. Pulcinella esclama: "Addirittura
così veloce si deve compiere il destino
mio!? Già due piriti in pochi minuti!?
Povero - povero - povero me!"
Allora
che fa, si mette a cavallo del ciuccio perché
pensa che deve trovare un rimedio a non morire
così in fretta. Manca un solo pirito
ed è finito; quindi a cavallo del ciuccio
si mette al contrario, con una mano a tenere
alzata la coda e con l'altra a tappare il pertuso
profetico per impedire che scocchi l'ora suprema.
Il ciuccio così camminava e lui diceva
stupito: "Ma questo ciuccio che fa, cammina
al contrario?", perché non si accorgeva
che era lui stesso medesimo a stare a cavallo
al ciuccio al contrario e perciò il ciuccio
camminava andando indietro. Ma Pulcinella gridava
lo stesso al ciuccio: "O anime dei morti
ciucci come te che sei il più ciuccio
di tutti i ciucci mai esistiti! Cammina corretto
e diritto!" Insomma, il ciuccio camminava
e lui bestemmiava e cercava di correggerlo nell'andamento,
ma il ciuccio andava al contrario lo stesso,
e non capiva, anzi diciamo che erano proprio
tutti e due insieme che non si capivano troppo
bene. Pulcinella lo tirava per la coda, ma il
ciuccio non ne voleva sapere di andare come
chiedeva Pulcinella, ossia al contrario. Insomma,
a un certo momento il ciuccio non ce la fa più
per tutte quelle strapazzate, ed emette la sentenza
definitiva: terzo pirito, è la fine!
Pulcinella si butta a terra e dice: "Sono
morto, portatemi al camposanto!"
Passano
due passanti, lo vedono lungo disteso per terra
e gli dicono: "Ué, Pulcinella, ma
che fai steso lungo lungo per terra?" E
Pulcinella: "In verità ve lo voglio
dire: sono morto!" "Come?! Sei morto
e parli?" "E sono un morto che parla!"
Allora
i due passanti andavano dalla madre di Pulcinella
e comunicavano la dolorosa notizia con una certa
deferenza, e anche dispiaciuti, un poco: "Egregia
signora Pulcinella, il vostro figliuolo non
è più, giace lungo lungo disteso
per terra in un fosso, morto".
La
mamma inviò i becchini - quattro - che
arrivavano e lo prendevano da terra e lo sistemavano
dentro una cassa da morto, poi lo alzavano,
se lo caricavano sulle spalle e lo portavano
via, e tutta la gente del paese che seguiva
a fare la processione, dietro Pulcinella morto,
piangendo e dicendo: "povero povero Pulcinella,
morto giovane giovane giovane, gioia sua, che
il Signore ne tenga pietà!"
Tutta
la processione del funerale arriva così
a un punto della strada dove c'era un bivio
e improvvisamente nessuno più si ricordava
da che parte si doveva andare per andare al
camposanto. Un becchino domandava: "Da
che parte si va, di qua o di là?"
A questo punto Pulcinella si alzava dalla cassa
da morto, si metteva a sedere e indicava convinto
verso destra, aggiungendo queste parole: "Quando
io ero vivo, al camposanto si andava per di
qua".
"O
per le anime dei morti tuoi, che non ti assistono
mai abbastanza e ti fanno girare la testa a
vuoto: ma tu sei vivo!" - esclama uno dei
becchini. A questo punto tutti quanti erano
stupiti più che mai, e allora la gente
lo fa scendere, per non dire che lo tira giù
dalla cassa da morto, spingendolo e sfottendolo
con forti parole offensive ma anche scherzose,
come ad esempio: "Ciuccio ciuccione sei
un imbroglione Pulcinella mascalzone!"
- e lo inseguono e gli danno calci e gli fanno
dietro fischi e pernacchie fino alla fine del
giorno, quando lo benedicono poi a pensarci
bene, perché in fondo li ha fatti ridere
tutti a crepapelle per la sua testa vuota e
inconcludente, Pulcinella.
*
Pulcinella
e la levatrice
Un
giorno Pulcinella andava cercando lavoro, e
gira e rigira, pure riesce a trovare qualcuno
che glielo dà. Trova cioè una
levatrice, e le dice: "Mi vuoi prendere
per garzone?" E la levatrice risponde:
"Va bene, mi serve proprio un garzone,
stasera stessa vieni a casa mia e metti mano".
Proprio
quella sera la levatrice ha una chiamata da
una che stava per partorire e aveva i dolori,
perciò doveva correre via e dice a Pulcinella:
"Vuoi fare una cosa? Cucina due fave per
stasera quando ritorno, che io ritorno tardi,
così ci facciamo una bella mangiata".
Lei
uscì e Pulcinella si mette a cuocere
le fave. Si mette e le cucina così buone
che quando quella torna se ne mangiano insieme
un gran piatto per ciascuno, e poi se ne vanno
a dormire, sazi e soddisfatti. La levatrice
dorme in una stanza e Pulcinella nella stanza
accanto.
Durante
la notte la levatrice si sogna spesso e parla,
e quella notte si sognava che stava a far partorire
una, dicendo: "Spremiti, spremiti, spremiti!".
Pulcinella dalla stanza accanto sentiva e pensava
che era lui che si doveva spremere, pensava
cioè che la levatrice ce l'avesse con
lui, e si spremeva. Si spremeva mentre quella
diceva sempre: "Spremiti, spremiti, spremiti
che esce il figlio!" E Pulcinella rispondeva:
"Signora cara, e se poi io spremo spremo
spremo, e invece del figlio, caco tutto il letto?"
Ma la levatrice, sempre sognandosi, insisteva:
"Spremiti spremiti!" Finché
Pulcinella si spremette così forte che
fece un pirito tanto grande da far tremare le
tavole del letto, il pavimento e la cristalliera
della cucina.
Fu
talmente spaventoso il botto, che la levatrice
da quell'altra parte cambiava sogno, e adesso
si faceva un sogno più piacevole, si
sognava le fave che si era mangiate. Diceva:
"Pulcine', portami le fave!" E Pulcinella
pensava: "Alla faccia! Se n'è mangiata
un piatto gigantesco e ancora vuole fave!"
Prese il piatto di fave e glielo portava nella
stanza di là. La levatrice in realtà
però dormiva, e Pulcinella, dentro al
buio della stanza, invece che accostare il piatto
alla faccia della levatrice, glielo accostava
- con decenza parlando - al culo. Quella, continuando
a dormire, chissà che cosa fece, comunque
Pulcinella disse: "Signora cara, non soffiate
che le fave sono fredde". Ma la levatrice
tornò evidentemente a fare quello che
aveva fatto prima, e allora Pulcinella si scoccia
e dice: "Ma signora carissima, come ve
lo devo dire che sono fredde queste fave, vedete
qua!" - e prese il piatto e glielo spiattellò
sulle pacche del semaforo, sempre con decenza
parlando.
Al
mattino, quando la levatrice si sveglia, va
a toccarsi dietro e si trova tutta sporca di
fave. Pensa: "Alla faccia! Ho cacato tutte
le fave che ho mangiato ieri sera!" Quindi
per non fare una brutta figura con Pulcinella,
pulì da sola tutto il letto.
La
sera dopo, la levatrice doveva uscire di nuovo
per andare da un'altra che l'aveva chiamata
perché aveva i dolori. Dice a Pulcinella:
"Io stasera non torno, torno domani mattina.
Buonanotte!"
"Ah,
finalmente!" - esclama Pulcinella - "Questa
è la volta buona che mi faccio una mangiata
eccezionalissima di zeppole fritte!" E
prese l'olio e si mise a scaldarlo nella pentola.
Ma dopo pochi minuti sente bussare alla porta:
"Apri, sono io, sono tornata; a quella
le sono passati i dolori!" Pulcinella non
sapendo dove nascondere la pentola con l'olio
bollente, la poggia sulla tazza del bagno e
va ad aprire. La levatrice - ignara dell'ennesima
sorpresa che attende il suo didietro - corre
subito a fare un certo servizio del quale aveva
urgenza. Entra nel bagno, si cala tutto quello
che si deve calare e si siede sulla tazza...
cioè sulla pentola bollente!
Fu
quella, comunque, la seconda e ultima volta
che la levatrice dovette subire gli attacchi
alla sua retroguardia da parte di Pulcinella,
il quale infatti immediatamente, non appena
la situazione si fu... raffreddata, fu licenziato.
(I
testi in napoletano di queste storie sono in
Fiabe campane, a cura di Roberto De
Simone, Einaudi, 1998)