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ZIB II serie
 Fughe
 Il cane selvatico
  di Gianluca Virgilio

Fotografia di Pino De Silva

        Ai piedi dell'ontano gli parve all'improvviso di risentire il suo vecchio odore, di quel giorno d'autunno d'un paio di mesi prima, quando il padrone lo aveva scaricato dall'auto, e l'aveva abbandonato lì, per terra, legato come un capretto destinato al macello. Era giunto nel luogo conosciuto, per caso, trascinando la zampa insanguinata, sfinito, dopo un lungo girovagare alla ricerca di un riparo, mentre una fitta nebbia avvolgeva rupi e alberi e cespugli sulle montagne desolate. La nevicata sarebbe stata abbondante. Il cane avvertì la stretta del gelo incipiente, che sembrava trattenere e fermare tutte le cose in un'involontaria immobilità. Ora rivedeva la mano del padrone, nella quale allora non aveva potuto discernere un'intenzione né un ordine, priva della gestualità consueta, che era solita renderlo triste o felice, e capiva, ora, che ben altra era stata la sua richiesta.
        L'aveva scaricato sotto l'ontano ancora frondoso due mesi prima, al principio di ottobre, semilegato, così che potesse liberarsi solo quando lui fosse già stato lontano con la sua auto, oltre la boscaglia. Così il cane si era sciolto troppo tardi dai legami, ma aveva ugualmente tentato una corsa attraversi frassini e sorbi, faggi e roverelle, carpini e betulle ancora verdeggianti nel pomeriggio assolato di ottobre. Ben presto aveva perso la traccia, confuso da odori nuovi e sconosciuti di erbe mai prima annusate. Poi, sopraggiunta la notte, si era fermato sotto una rupe, sfinito per l'inutile corsa, in attesa di qualcuno che non sarebbe venuto. La solitudine di quel luogo gli aveva provocato un tremito nelle membra e misteriose paure di invisibili pericoli. Nel bosco il silenzio dell'ora notturna era veramente spaventevole. All'alba aveva sentito il grido di un gheppio sopra di sé, e si era rincuorato. Poi, a poco a poco, altri versi sconosciuti nell'aria, e un muoversi e strisciare tra le foglie del sottobosco di qualche faina o di uno scoiattolo tra i rami degli alberi lo avevano certificato di non essere solo. Aveva bevuto ad una cascatella che scendeva rumorosa dal monte, bagnandosi tutto il manto. Allora per la prima volta i morsi della fame si erano fatti sentire. Da nessuna parte nel bosco avrebbe trovato una ciotola piena di cibo, ma solo prede in movimento che egli avrebbe dovuto cacciare. Si era sfinito dietro un fagiano che sembrava prendersi gioco di lui, poiché ad ogni assalto del cane l'uccello spiccava piccoli voli, ma sufficienti a sventare l'attacco. Alla fine il cane aveva avuto la meglio, e aveva mangiato la carne sanguinolenta dell'uccello, badando a eliminare i numerosi pallini di piombo che avevano ferito l'animale rendendolo fin troppo vulnerabile. Ma non sempre la fortuna gli era stata così favorevole. Inutilmente aveva dato l'assalto a una volpe e a una faina, non riconoscendole come sue concorrenti, e anche a un tasso, che se l'era svignata nel sottobosco entro una tana inaccessibile. La carogna di un capriolo l'aveva sostentato per una settimana, ma poi anche quella riserva di cibo era finita, e il cane aveva dovuto cercare un'altra preda, e poi un'altra ancora, patendo per giorni e giorni la fame, che lo rendeva inquieto e sempre più selvatico. In due mesi aveva perso gran parte del suo peso, poiché non gli riusciva di trovare prede a sufficienza.
        Quella sera, prima che nuvole bianche piene di neve riversassero il loro carico sul bosco, aveva percepito un rumore di sterpi schiantati nel sottobosco, a poca distanza da lui. Un ragazzetto di circa dieci anni, con un ramo sfrondato in mano, si faceva largo tra gli arbusti, picchiandoli. Gli ricordava la crudeltà immotivata del suo padroncino, quando lo minacciava col manico di una scopa fino a farlo ringhiare di paura, nel cortile di casa, e finiva poi col bastonarlo, durante pomeriggi lunghissimi nei quali era lasciato in sua balia. Il bastone agitato nell'aria colpiva i giovani arbusti, rovi e noccioli, fino a romperne le più tenere cime, una dopo l'altra, mentre il ragazzino avanzava verso il cane senza avvedersi della sua presenza. Improvvisamente, il cane lo aveva investito con un ringhio inferocito e selvatico, minacciandolo con la bianca chiostra di denti orribili. Un tremito di terrore aveva attraversato le membra del ragazzino, lo stesso tremito del cane, che intendeva difendersi da un'offesa immotivata. Per questo forse era stato scacciato via due mesi prima, sorpreso dal padrone a ringhiare contro il suo bambino. Ma un tempo non aveva mai dubitato di poter attaccare qualcuno, neppure quel bambino cattivo quando l'aveva ferito con l'attizzatoio del camino, facendolo zoppicare per lunghi mesi. Mai. Ora però tutti i freni inibitori erano venuti meno, e la fame rompeva ogni vincolo e spingeva a predare per avere salva la vita. Il ragazzino era immobile dinanzi al cane, e il cane già stava per spiccare un salto verso la preda, quando un colpo di fucile sparato in aria era rimbombato tutt'intorno, assordando le orecchie del cane, lo aveva messo in fuga. E nella fuga un secondo scoppio lo aveva ferito a un'anca, irrimediabilmente.
        Questo era accaduto. La neve attesa stava piombando sul bosco ridivenuto silenzioso e buio. Il cane rivide il cortile assolato della sua casa, la ciotola sempre piena, lo sguardo felice del suo padrone; e rivide anche la punta minacciosa di un bastone, un ferro acuminato, la mano inespressiva di chi non si sarebbe più preso cura di lui. Il gelo ora mitigava persino il dolore della ferita, trattenendone il fiotto di sangue. Ma s'insinuava anche nelle membra illese e le irrigidiva lentamente. Pensò che forse quel giorno di due mesi prima non avrebbe dovuto lottare per sciogliersi dai legami con cui il padrone lo aveva imprigionato, che forse era quello un ordine che avrebbe dovuto rispettare, di star lì, immobile, perché di sicuro avrebbe fatto ritorno; e che aveva sbagliato a inseguirlo, e poi ad andarsene in giro a cacciare come mai aveva fatto prima. Ed era contento ora che per caso - ma era proprio un caso? - si era ritrovato sotto l'ontano ormai carico di neve, nel posto in cui il padrone gli aveva ordinato di attenderlo, perché prima o poi sarebbe tornato a prenderlo, portandolo con sé. E non c'era più un bambino nervoso contro cui ringhiare, perché quel bambino si era trasferito nel bosco e lì sarebbe rimasto, al posto suo, mentre lui ritornava nel cortile col suo padrone. Così, felice, chiuse gli occhi e si addormentò. La neve, poi, fece il resto.

 

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