
Ai
piedi dell'ontano gli parve all'improvviso di
risentire il suo vecchio odore, di quel giorno
d'autunno d'un paio di mesi prima, quando il
padrone lo aveva scaricato dall'auto, e l'aveva
abbandonato lì, per terra, legato come
un capretto destinato al macello. Era giunto
nel luogo conosciuto, per caso, trascinando
la zampa insanguinata, sfinito, dopo un lungo
girovagare alla ricerca di un riparo, mentre
una fitta nebbia avvolgeva rupi e alberi e cespugli
sulle montagne desolate. La nevicata sarebbe
stata abbondante. Il cane avvertì la
stretta del gelo incipiente, che sembrava trattenere
e fermare tutte le cose in un'involontaria immobilità.
Ora rivedeva la mano del padrone, nella quale
allora non aveva potuto discernere un'intenzione
né un ordine, priva della gestualità
consueta, che era solita renderlo triste o felice,
e capiva, ora, che ben altra era stata la sua
richiesta.
L'aveva
scaricato sotto l'ontano ancora frondoso due
mesi prima, al principio di ottobre, semilegato,
così che potesse liberarsi solo quando
lui fosse già stato lontano con la sua
auto, oltre la boscaglia. Così il cane
si era sciolto troppo tardi dai legami, ma aveva
ugualmente tentato una corsa attraversi frassini
e sorbi, faggi e roverelle, carpini e betulle
ancora verdeggianti nel pomeriggio assolato
di ottobre. Ben presto aveva perso la traccia,
confuso da odori nuovi e sconosciuti di erbe
mai prima annusate. Poi, sopraggiunta la notte,
si era fermato sotto una rupe, sfinito per l'inutile
corsa, in attesa di qualcuno che non sarebbe
venuto. La solitudine di quel luogo gli aveva
provocato un tremito nelle membra e misteriose
paure di invisibili pericoli. Nel bosco il silenzio
dell'ora notturna era veramente spaventevole.
All'alba aveva sentito il grido di un gheppio
sopra di sé, e si era rincuorato. Poi,
a poco a poco, altri versi sconosciuti nell'aria,
e un muoversi e strisciare tra le foglie del
sottobosco di qualche faina o di uno scoiattolo
tra i rami degli alberi lo avevano certificato
di non essere solo. Aveva bevuto ad una cascatella
che scendeva rumorosa dal monte, bagnandosi
tutto il manto. Allora per la prima volta i
morsi della fame si erano fatti sentire. Da
nessuna parte nel bosco avrebbe trovato una
ciotola piena di cibo, ma solo prede in movimento
che egli avrebbe dovuto cacciare. Si era sfinito
dietro un fagiano che sembrava prendersi gioco
di lui, poiché ad ogni assalto del cane
l'uccello spiccava piccoli voli, ma sufficienti
a sventare l'attacco. Alla fine il cane aveva
avuto la meglio, e aveva mangiato la carne sanguinolenta
dell'uccello, badando a eliminare i numerosi
pallini di piombo che avevano ferito l'animale
rendendolo fin troppo vulnerabile. Ma non sempre
la fortuna gli era stata così favorevole.
Inutilmente aveva dato l'assalto a una volpe
e a una faina, non riconoscendole come sue concorrenti,
e anche a un tasso, che se l'era svignata nel
sottobosco entro una tana inaccessibile. La
carogna di un capriolo l'aveva sostentato per
una settimana, ma poi anche quella riserva di
cibo era finita, e il cane aveva dovuto cercare
un'altra preda, e poi un'altra ancora, patendo
per giorni e giorni la fame, che lo rendeva
inquieto e sempre più selvatico. In due
mesi aveva perso gran parte del suo peso, poiché
non gli riusciva di trovare prede a sufficienza.
Quella
sera, prima che nuvole bianche piene di neve
riversassero il loro carico sul bosco, aveva
percepito un rumore di sterpi schiantati nel
sottobosco, a poca distanza da lui. Un ragazzetto
di circa dieci anni, con un ramo sfrondato in
mano, si faceva largo tra gli arbusti, picchiandoli.
Gli ricordava la crudeltà immotivata
del suo padroncino, quando lo minacciava col
manico di una scopa fino a farlo ringhiare di
paura, nel cortile di casa, e finiva poi col
bastonarlo, durante pomeriggi lunghissimi nei
quali era lasciato in sua balia. Il bastone
agitato nell'aria colpiva i giovani arbusti,
rovi e noccioli, fino a romperne le più
tenere cime, una dopo l'altra, mentre il ragazzino
avanzava verso il cane senza avvedersi della
sua presenza. Improvvisamente, il cane lo aveva
investito con un ringhio inferocito e selvatico,
minacciandolo con la bianca chiostra di denti
orribili. Un tremito di terrore aveva attraversato
le membra del ragazzino, lo stesso tremito del
cane, che intendeva difendersi da un'offesa
immotivata. Per questo forse era stato scacciato
via due mesi prima, sorpreso dal padrone a ringhiare
contro il suo bambino. Ma un tempo non aveva
mai dubitato di poter attaccare qualcuno, neppure
quel bambino cattivo quando l'aveva ferito con
l'attizzatoio del camino, facendolo zoppicare
per lunghi mesi. Mai. Ora però tutti
i freni inibitori erano venuti meno, e la fame
rompeva ogni vincolo e spingeva a predare per
avere salva la vita. Il ragazzino era immobile
dinanzi al cane, e il cane già stava
per spiccare un salto verso la preda, quando
un colpo di fucile sparato in aria era rimbombato
tutt'intorno, assordando le orecchie del cane,
lo aveva messo in fuga. E nella fuga un secondo
scoppio lo aveva ferito a un'anca, irrimediabilmente.
Questo
era accaduto. La neve attesa stava piombando
sul bosco ridivenuto silenzioso e buio. Il cane
rivide il cortile assolato della sua casa, la
ciotola sempre piena, lo sguardo felice del
suo padrone; e rivide anche la punta minacciosa
di un bastone, un ferro acuminato, la mano inespressiva
di chi non si sarebbe più preso cura
di lui. Il gelo ora mitigava persino il dolore
della ferita, trattenendone il fiotto di sangue.
Ma s'insinuava anche nelle membra illese e le
irrigidiva lentamente. Pensò che forse
quel giorno di due mesi prima non avrebbe dovuto
lottare per sciogliersi dai legami con cui il
padrone lo aveva imprigionato, che forse era
quello un ordine che avrebbe dovuto rispettare,
di star lì, immobile, perché di
sicuro avrebbe fatto ritorno; e che aveva sbagliato
a inseguirlo, e poi ad andarsene in giro a cacciare
come mai aveva fatto prima. Ed era contento
ora che per caso - ma era proprio un caso? -
si era ritrovato sotto l'ontano ormai carico
di neve, nel posto in cui il padrone gli aveva
ordinato di attenderlo, perché prima
o poi sarebbe tornato a prenderlo, portandolo
con sé. E non c'era più un bambino
nervoso contro cui ringhiare, perché
quel bambino si era trasferito nel bosco e lì
sarebbe rimasto, al posto suo, mentre lui ritornava
nel cortile col suo padrone. Così, felice,
chiuse gli occhi e si addormentò. La
neve, poi, fece il resto.