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ZIB II serie
 Fughe
 La follia è necessaria
  di Raoul Precht
Fotografia di Pino De Silva

        Penserete che questo tizio che vi presento sia mio nonno, o meglio, mio bisnonno, e che io voglia farmi bello con le penne del pavone. In un paese come il nostro, in cui quasi tutte le persone famose sono figli o fratelli o nipoti di altre persone famose, non sarebbe poi così strano. Ebbene, siete fuori strada. Intanto, perché io mi chiamo Precht, e lui Brecht. "P" e non "B", dunque. L'unica cosa che abbiamo in comune è l'origine bavarese: lui è nato ad Augsburg (o Augusta), io, invece, i miei parenti, avoli e bisavoli li devo andare a cercare un po' più a nord, nella zona della Franconia, intorno a Bamberga, per capirci. Tutto qui.

        La differenza principale fra di noi - questioni generazionali a parte: Brecht è nato nel 1898! - è che lui è stato un grande autore drammatico, mentre io per il teatro non ho mai scritto una riga. O meglio, sì, a diciott'anni ci ho provato, poi ho capito che non era quella la mia strada, e ho lasciato perdere. Bertolt Brecht, invece, non solo ha scritto moltissimo per il teatro, ma in un certo senso ha cambiato, negli anni Cinquanta, la percezione che dello spettacolo teatrale aveva lo spettatore. Gli interessava far sì che lo spettatore riflettesse su quello che si svolgeva dinanzi ai suoi occhi, anziché immedesimarsi. Gli interessava suscitare nello spettatore un dubbio che lo inducesse a rimettersi in discussione, anziché accettare in modo acritico e passivo quanto gli veniva propinato. Se questo stesso discorso lo applicassimo, oggi, alla televisione, vedreste quant'è attuale!

        Di Brecht vi presenterò dunque un brano tratto da uno dei suoi drammi più famosi, la Vita di Galileo. Prima, però, ho voluto tradurre per voi una sua breve poesia, che al dramma su Galileo, secondo me, in qualche modo si riallaccia:

ULM

1592


"Bischof, ich kann fliegen",
Sagte der Schneider zum Bischof.
"Pass auf, wie ich's mach'!"
Und er stieg mit so nen Dingen,
Die aussahn wie Schwingen
Auf das grosse, grosse Kirchendach.
Der Bischof ging weiter.
"Das sind lauter so Lügen,
Der Mensch ist kein Vogel,
Es wird nie ein Mensch fliegen",
Sagte der Bischof vom Schneider.

"Der Schneider ist verschieden",
Sagten die Leute dem Bischof.
"Es war eine Hatz.
Seine Flügel sind zerspellet,
Und er liegt zerschellet
Auf dem harten, harten Kirchenplatz."
"Die Glocken sollen läuten,
Es waren nichts als Lügen,
Der Mensch ist kein Vogel,
Es wird nie ein Mensch fliegen",
Sagte der Bischof den Leuten.

ULM

1592


"Vescovo, so volare",
Il sarto disse al vescovo.
"Guarda come si fa!"
E salì con du' arnesi
Che parevano ali
Sull'alto campanile.
Fece spallucce il vescovo.
"Non sono che menzogne,
Mica è un uccello, l'uomo,
Mai l'uomo volerà",
Disse del sarto il vescovo.

"Il sarto è deceduto",
Disse la gente al vescovo.
"È stata una follia.
Le ali sono in pezzi,
E lui s'è sfracellato
Sui sassi del sagrato".
"Sciogliete le campane,
Non eran che menzogne,
Mica è un uccello, l'uomo,
Mai l'uomo volerà",
Disse alla gente il vescovo.

        Non vi stancherò con lunghe spiegazioni, anche perché si capisce perfettamente cosa Brecht voglia dire. Vorrei solo sottolineare la sua, chiamiamola così, "economia di mezzi": con poche parole non solo rappresenta una scena in modo chiarissimo, ma lascia al lettore il compito di riflettere su quanto ha letto e di formulare un giudizio. Ricapitoliamo: alla fine del '500 un sarto si costruisce un paio d'ali, credendo ingenuamente che così potrà volare; per dimostrare al vescovo perplesso e diffidente che ne è capace davvero, sale sul campanile della Chiesa, si libra in volo e - cade miseramente, morendo sul colpo. Il vescovo, che apparentemente è il detentore del buon senso, ne conclude che l'uomo non potrà mai volare. Partendo dal fallimento di un singolo individuo, stabilisce cioè una regola fissa e immutabile, da applicarsi a tutta l'umanità, che deve servire in primo luogo a frenare e impedire qualunque ricerca, qualunque volo della fantasia. Naturalmente, questa poesia noi la leggiamo più di quattrocento anni dopo quei fatti; oggi, sappiamo benissimo che, a certe condizioni, l'uomo può volare, eccome, ma di fronte ai suoi contemporanei - al suo pubblico - il vescovo parla la lingua dell'uomo comune. Quello che, di fronte alle stranezze dei visionari, scuote la testa e tira innanzi.

        Un altro esempio di scontro fra i progressi della scienza e il potere costituito (qualunque potere costituito, sia esso statale o ecclesiastico), che vuole impedire il diffondersi di certe scoperte, è rappresentato dalla scena seguente, tratta dalla Vita di Galileo: siamo a Firenze nel 1616, la Chiesa ha appena messo all'indice le teorie copernicane e decretato, ancora una volta, contro ogni certezza scientifica, che il Sole gira intorno alla Terra, vero centro del mondo. Galileo riceve la visita di un fraticello, Fulgenzio, combattuto fra la fedeltà all'istituzione (la Chiesa, di cui, in quanto frate, fa parte) e l'evidenza, fra la fede e le prove della fisica, due mondi contrapposti che non riesce più a conciliare:


Palazzo dell'ambasciata fiorentina a Roma
Galileo sta parlando con frate Fulgenzio.

Galileo Parlate pure: il vostro abito vi dà diritto di dire tutto quel che volete.
Fulgenzio Ho studiato matematica, signor Galilei.
Galileo Questo può tornarci utile, se vi induce ad ammettere che due e due possono anche fare quattro.
Fulgenzio Signor Galilei, non ho chiuso occhio da tre notti per tentar di conciliare il decreto, che ho letto, con le lune di Giove, che ho viste. Stamattina ho deciso di dire la messa e poi di venirvi a trovare.
Galileo Per dirmi che le lune di Giove non esistono?
Fulgenzio No. Sono riuscito a convincermi che il decreto è stato saggio. È servito a rivelarmi quanto possa essere rischiosa per l'umanità un'indagine libera da ogni freno: tanto, che ho preso la decisione di abbandonare l'astronomia. Ma ho pure sentito il bisogno di esporvi alcuni motivi che possono spingere anche un astronomo, quale ero io, a interrompere lo studio delle scienze esatte.
Galileo So benissimo quali sono questi motivi.
Fulgenzio Capisco la vostra amarezza. Alludete a certi poteri straordinari di cui dispone la Chiesa.
Galileo Chiamateli pure strumenti di tortura.
Fulgenzio Ma non si tratta solo di questo. Permettete che vi parli di me? Sono cresciuto in campagna, figlio di genitori contadini: gente semplice, che sa tutto della coltivazione dell'ulivo, ma del resto ben poco istruita. (...) Si son sentiti dire e ripetere che l'occhio di Dio è su di loro, indagatore e quasi ansioso; che intorno a loro è stato costruito il grande teatro del mondo perché vi facciano buona prova recitando ciascuno la grande o piccola parte che gli è assegnata... Come la prenderebbero ora, se andassi a dirgli che vivono su un frammento di roccia che rotola ininterrottamente attraverso lo spazio vuoto e gira intorno a un astro, uno fra tanti, e neppure molto importante? Che scopo avrebbe tutta la loro pazienza, la loro sopportazione di tanta infelicità? Quella Sacra Scrittura, che tutto spiega e di tutto mostra la necessità: il sudore, la pazienza, la fame, l'oppressione, a che potrebbe ancora servire se scoprissero che è piena di errori? (...) Dunque, dicono, non c'è nessun occhio sopra di noi? Siamo noi che dobbiamo provvedere a noi stessi, ignoranti, vecchi, logori come siamo? Non ci è stata assegnata altra parte che di vivere così, da miserabili abitanti di un minuscolo astro, privo di ogni autonomia e niente affatto al centro di tutte le cose? Dunque, la nostra miseria non ha alcun senso, la fame non è una prova di forza, è semplicemente non aver mangiato! E la fatica è piegar la schiena e trascinar pesi, non un merito! Così direbbero; ed ecco perché nel decreto del Sant'Uffizio ho scorto una nobile misericordia materna, una grande bontà d'animo.
Galileo Bontà d'animo! Forse intendete dire che, dal momento che non c'è più niente, che tutto il vino è bevuto e che le loro labbra sono secche, non gli resta che baciare la tonaca! Ma perché non c'è più niente? Perché mai l'ordine che regna in questo paese è l'ordine che esiste in un magazzino vuoto? Perché non v'è altra necessità che quella di lavorare fino a crepare? In mezzo a vigneti carichi di grappoli, ai campi folti di grano! Sono i vostri parenti contadini quelli che pagano le guerre scatenate dal vicario del pio Gesù in Spagna e in Germania! Perché Gesù ha posto la terra al centro dell'universo? Ma perché la cattedra di Pietro possa essere il centro della terra! È solo di questo che si tratta.
(...)  
Fulgenzio Signor Galilei, io sono un ecclesiastico.
Galileo Sei anche un fisico. E che le fasi di Venere esistono, lo vedi. (...) Come possiamo scoprire le macchine che regolano il corso dei fiumi, se ci si fa divieto di studiare la più grande macchina che sta innanzi ai nostri occhi, quella del firmamento! E la somma degli angoli di un triangolo non può variare a seconda degli interessi della Curia. E non posso calcolare le traiettorie dei corpi volanti in maniera da spiegare anche i voli delle streghe sui manici di scopa!
Fulgenzio Ma non credete che la verità - se verità è - si farà strada anche senza di noi?
Galileo No, no, no! La verità riesce ad imporsi solo nella misura in cui noi la imponiamo; la vittoria della ragione non può essere che la vittoria di coloro che ragionano. (...) (gettandogli un fascio di manoscritti) Sei o non sei un fisico, figlio mio? Qui sta scritto com'è che negli oceani avvengono le alte e le basse maree. Non lo puoi leggere, hai capito? To', e invece lo leggi? Sei un fisico, allora? (Frate Fulgenzio è sprofondato nella lettura) Il frutto dell'albero della conoscenza! Ecco, lo azzanna subito. Sarà dannato in eterno, ma non può far a meno di azzannarlo, sciagurato ghiottone! A volte penso che mi lascerei rinchiudere in una prigione dieci tese sotterra, dove non penetrasse un filo di luce, purché in cambio potessi scoprire di che cosa la luce è fatta. E il peggio è che, tutto quello che scopro, devo gridarlo intorno: come un amante, come un ubriaco, come un traditore. È un vizio maledetto, mi trascinerà alla rovina. Quanto potrò resistere a parlare solo coi muri? Questo è il problema.
Fulgenzio (indicando un passo del manoscritto) C'è una frase che non capisco.
Galileo Te la spiegherò. Te la spiegherò (1).


        Alla fine, questo piccolo, insignificante fraticello è talmente affascinato dalle teorie di Galileo da non poter resistere all'attrazione che la scienza esercita su di lui, sulla sua voglia di sapere. In lui la sete di conoscenza prevale sull'ortodossia. Nessun potere al mondo può infatti togliere all'uomo la libertà di fantasticare, di elucubrare, di ricercare - di spingersi agli estremi limiti delle sue capacità, sfidandole perennemente. Potremmo dire che alla fine della scena Fulgenzio si è definitivamente ammalato. Sì, è proprio malato di verità. La speranza è di contrarre, tutti insieme, questo morbo, sperando che ci accompagni sempre, nelle varie fasi della nostra vita. Questo, almeno, auguro a me stesso e al mio paziente e partecipe lettore.

*

(1) Da: Vita di Galileo (1955) in: I capolavori di Brecht (a cura di Cesare Cases), Torino, Einaudi, 19632 (traduzione di Emilio Castellani), pp. 70-74.

 

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