home home
idee per partire
col coltello
archivi
immagini
ZIB II serie
 Fughe
 Quattro inquietudini
  di Pierluigi Porazzi

Fotografia di Pino De Silva

Il dono

        Odiava farlo. Donare un suo gioco a un altro bambino.
        Era anche il giorno del suo compleanno. Perché avrebbe dovuto regalare qualcosa? Era lui che doveva ricevere i regali.
        Quella stupida maestra gli aveva rovinato il compleanno. Ma quando sarebbe arrivato suo padre a prenderlo, nel parco che la loro famiglia aveva donato al comune, gli avrebbe raccontato tutto, e lui avrebbe fatto licenziare quella maestra. Brutta strega. Cosa importava a lei di quel bambino cencioso? Tutto perché aveva raccontato ai suoi compagni di classe che cosa gli avevano regalato per il suo compleanno. Aveva raccontato della macchina, simile a un'auto vera, il primo modello lanciato sul mercato, e del campo da tennis che suo padre gli aveva fatto costruire, e dei soldatini che aveva ricevuto, e di tutti i giocattoli che aveva a casa.
        E quella stupida maestra si era permessa di dirgli di regalare il suo vecchio pupazzo a quel bambino. Solo perché era povero.
        Eccolo lì, con il mio pupazzo. Chissà cosa starà pensando.
        Il bambino povero stava ammirando il pupazzo che gli aveva regalato il suo nuovo amico. Era bellissimo. Non aveva mai avuto un giocattolo. Ogni tanto si sentiva male per questo. Ma poi sua mamma gli diceva che lui era speciale, che aveva qualcosa che nessun altro aveva. E allora era contento. Si era sentito in dovere di fare anche lui un regalo al suo nuovo amico. Anche se sua madre gli aveva detto di non farlo mai, lui aveva disubbidito. Aveva voluto donare al suo compagno di classe l'unica cosa che aveva, quello che lo rendeva così speciale, come diceva la sua mamma.
        Si era punto un dito e aveva lasciato cadere una goccia di sangue nel bicchiere del bambino ricco.
        Ecco, pensò, così sarai anche tu speciale come me.


24 dicembre

        Era morto la notte del 23 dicembre, sul marciapiedi della strada in cui era solito chiedere la carità. Sembrava che dormisse; era seduto con la schiena appoggiata al muro, stretto nel suo cappotto logoro, con accanto il suo vecchio berretto vuoto.
        Ma oggi era la Vigilia di Natale, e la gente era più buona. Delle centinaia di persone che passavano in quella via, molti lasciavano cadere qualcosa nel suo cappello: alcuni qualche moneta, altri (i più) una o due banconote. Perché si sa che a Natale la gente è più generosa. Poi, però, se ne andavano più felici, sentendo dentro di loro un benefico tepore.
        Ormai era passata la mezzanotte. Era il 25 dicembre, la strada era deserta e lui era ancora lì, stretto nel suo cappotto logoro, con accanto il suo vecchio berretto pieno di foglietti di carta rettangolari.


Mutazioni

        Era ancora un ragazzo quando vide quelle orrende escrescenze che spuntavano dalle sue braccia.
        Cercò di nascondere la sua deformità finché poté. Quando i vestiti non bastarono più a celare ciò che gli stava accadendo dovette esporsi alla curiosità e allo scherno della gente.
        Successe al college. Nel campo di football. Prima di un allenamento. Lui era al centro del terreno, e intorno i suoi compagni, che ridevano con un po' di orrore della sua deformità. Lo chiamavano Batman, per la forma che avevano assunto quelle che un tempo erano le sue braccia. Poi lui iniziò ad agitarle, piangendo. E ad alzarsi da terra.
        Fu il primo a stupirsi. Mai avrebbe pensato che quelle mostruosità avrebbero potuto farlo volare.
        E da lassù vide tutto con occhi diversi. E fu felice di possederle, e di poter volare, anche se questo lo rendeva diverso da tutti gli altri, anche se non aveva vissuto una vita normale e non avrebbe mai potuto farlo.
        E i suoi compagni di scuola, sul campo da gioco, lo guardavano. Nei loro occhi non c'erano più ribrezzo o scherno. Solo una grande ammirazione per quel ragazzo che era riuscito a solcare il cielo.


Lo spazzacamino

        Inghilterra. XVIII secolo.
        Una bambina è affacciata alla finestra della sua camera. Il paesaggio è ricoperto di neve, caduta abbondantemente per tutta la notte. Tutto fuori è bianco, tranne un puntino nero che si avvicina. È un ragazzo, tutto vestito di nero che si dirige verso il paese avanzando a fatica nella neve.
        "Vieni via di lì". Una mano afferra la bambina allontanandola dalla finestra bruscamente. "Quante volte te lo devo dire? Vuoi che l'uomo nero ti porti via?"
        Quell'uomo vestito di nero era uno spazzacamino. Viveva in una piccola casa di legno a circa un chilometro dal villaggio. Non ha potuto scegliere nella vita: suo padre era una spazzacamino, e lui, rimasto orfano a diciassette anni, aveva ricevuto in eredità il mestiere del padre riuscendo a malapena a sopravvivere con quello che gli abitanti del paese gli offrivano in cambio del suo lavoro. Non sarebbe stato un brutto ragazzo, tutt'altro. Ma nessuno guardava oltre quel vestito logoro e al di sotto del cappello; per tutti era solo lo spazzacamino. Adesso si sta recando al paese per lavoro, e non ne è certo entusiasta; è sempre stato un solitario e il contatto con la gente gli fa un po' paura.
        Terminato il lavoro si incammina, come tutte le sere, verso la sua piccola casa. E' quasi arrivato a destinazione quando sente lo scalpiccio di un cavallo. Si volta in direzione del rumore: uno splendido destriero al galoppo si sta dirigendo verso di lui; è imbizzarrito, e sulla groppa porta una persona distesa, forse svenuta. Lo spazzacamino cerca di fermare il cavallo, ma riesce solo a rallentarne la corsa e a far cadere il cavaliere. Quindi solleva da terra la persona caduta e la porta in spalla fina a casa sua. Qui la stende sul suo pagliericcio, e, togliendole il copricapo, si accorge che è una donna. E' molto bella: la pelle bianchissima, come il latte e i capelli biondi che le incorniciano il viso dai lineamenti delicati. Non ha mai visto una ragazza così. Non è solo svenuta, ha anche una freccia conficcata in un braccio. Cerca di curarla come può, assistendola tutta la notte, finché, a mattina inoltrata, lei si risveglia. Inizialmente è spaventata, poi si rassicura e gli racconta la sua storia. È la figlia del re della regione vicina, il quale è stato detronizzato dal fratellastro. Lei era riuscita a scappare per cercare di raggiungere un sovrano amico di suo padre e chiedergli aiuto, ma, inseguita dagli uomini dell'usurpatore, era stata ferita da loro prima di riuscire a seminarli. Ora deve arrivare a destinazione al più presto, prima che suo padre venga ucciso. Lo spazzacamino le dice di non muoversi: penserà lui ad aiutarla. Si dirige in paese la notte stessa, e, dalle stalle di un ricco fattore ruba il destriero più veloce. Ma il figlio del fattore lo vede e si getta al suo inseguimento. Giunto a casa, lo spazzacamino dà il cavallo alla ragazza, che, ormai guarita, in segno di gratitudine, gli regala il suo anello. La ragazza è appena partita quando arriva il fattore. Lo spazzacamino cerca di scappare, ma l'altro, sguainata la spada, lo trafigge; poi, cercato inutilmente il cavallo, dà fuoco alla casa. Quindi si dirige verso il corpo dello spazzacamino, e, vedendo qualcosa che luccica, si china: è l'anello della principessa. Il fattore cerca di toglierlo dalla mano dell'uomo riverso a terra, ma l'anello è stretto; allora, spazientito, il fattore estrae il coltello e taglia il dito dello spazzacamino.
        Passano alcuni mesi. Il padre della principessa ha riconquistato il suo trono, e ora, in tutto il regno, un banditore legge un regio avviso: chi riporterà il suo anello alla principessa avrà diritto di divenire suo sposo. Il fattore, venuto a conoscenza del bando, si presenta al castello. La principessa, seppure a malincuore, perché convinta che si sarebbe presentato lo spazzacamino, deve acconsentire alle nozze, non potendo smascherare l'impostore in quanto aveva taciuto al padre parte della sua avventura, e ben sapendo, oltretutto, che la parola di un re non si può ritrattare.
        È il giorno delle nozze: da tutto il regno i sudditi, festanti, portano doni per i futuri regnanti. Tra gli altri c'è anche un frate, con il cappuccio dell'abito che gli copre il volto. Quando arriva il suo turno, il frate porge il suo regalo allo sposo. È una piccola scatola di legno. Il fattore la apre, e, vistone il contenuto, la lascia cadere inorridito. Dalla scatola esce un dito. Il frate si toglie il cappuccio: è lo spazzacamino, che, la notte in cui era stato ferito, dopo aver ripreso i sensi, era riuscito a trascinarsi fino a un convento di frati, i quali lo avevano curato. Sentita la storia dello spazzacamino, il re ordinò che il fattore fosse messo a morte, e il matrimonio si celebrò il giorno stesso, cambiando solo lo sposo.
        Tempo dopo, lo spazzacamino fa ritorno al suo paese natale, che non vedeva ormai da molto tempo. Al passaggio del principe, su un cavallo bardato e tutto vestito di bianco, gli abitanti del villaggio si prostrano al suo passaggio. Solo una bambina l'ha riconosciuto, e, in piedi, saluta il suo vecchio spazzacamino. Ma la mano della madre la afferra, e, con uno strattone, cerca di farla stare in ginocchio come tutti. Allora il principe prende la bambina e la porta sul suo cavallo bianco.


 

scarica in formato PDF