
Il
dono
Odiava
farlo. Donare un suo gioco a un altro bambino.
Era
anche il giorno del suo compleanno. Perché
avrebbe dovuto regalare qualcosa? Era lui che
doveva ricevere i regali.
Quella
stupida maestra gli aveva rovinato il compleanno.
Ma quando sarebbe arrivato suo padre a prenderlo,
nel parco che la loro famiglia aveva donato
al comune, gli avrebbe raccontato tutto, e lui
avrebbe fatto licenziare quella maestra. Brutta
strega. Cosa importava a lei di quel bambino
cencioso? Tutto perché aveva raccontato
ai suoi compagni di classe che cosa gli avevano
regalato per il suo compleanno. Aveva raccontato
della macchina, simile a un'auto vera, il primo
modello lanciato sul mercato, e del campo da
tennis che suo padre gli aveva fatto costruire,
e dei soldatini che aveva ricevuto, e di tutti
i giocattoli che aveva a casa.
E
quella stupida maestra si era permessa di dirgli
di regalare il suo vecchio pupazzo a quel bambino.
Solo perché era povero.
Eccolo
lì, con il mio pupazzo. Chissà
cosa starà pensando.
Il
bambino povero stava ammirando il pupazzo che
gli aveva regalato il suo nuovo amico. Era bellissimo.
Non aveva mai avuto un giocattolo. Ogni tanto
si sentiva male per questo. Ma poi sua mamma
gli diceva che lui era speciale, che aveva qualcosa
che nessun altro aveva. E allora era contento.
Si era sentito in dovere di fare anche lui un
regalo al suo nuovo amico. Anche se sua madre
gli aveva detto di non farlo mai, lui aveva
disubbidito. Aveva voluto donare al suo compagno
di classe l'unica cosa che aveva, quello che
lo rendeva così speciale, come diceva
la sua mamma.
Si
era punto un dito e aveva lasciato cadere una
goccia di sangue nel bicchiere del bambino ricco.
Ecco,
pensò, così sarai anche tu speciale
come me.
24 dicembre
Era
morto la notte del 23 dicembre, sul marciapiedi
della strada in cui era solito chiedere la carità.
Sembrava che dormisse; era seduto con la schiena
appoggiata al muro, stretto nel suo cappotto
logoro, con accanto il suo vecchio berretto
vuoto.
Ma
oggi era la Vigilia di Natale, e la gente era
più buona. Delle centinaia di persone
che passavano in quella via, molti lasciavano
cadere qualcosa nel suo cappello: alcuni qualche
moneta, altri (i più) una o due banconote.
Perché si sa che a Natale la gente è
più generosa. Poi, però, se ne
andavano più felici, sentendo dentro
di loro un benefico tepore.
Ormai
era passata la mezzanotte. Era il 25 dicembre,
la strada era deserta e lui era ancora lì,
stretto nel suo cappotto logoro, con accanto
il suo vecchio berretto pieno di foglietti di
carta rettangolari.
Mutazioni
Era
ancora un ragazzo quando vide quelle orrende
escrescenze che spuntavano dalle sue braccia.
Cercò
di nascondere la sua deformità finché
poté. Quando i vestiti non bastarono
più a celare ciò che gli stava
accadendo dovette esporsi alla curiosità
e allo scherno della gente.
Successe
al college. Nel campo di football. Prima di
un allenamento. Lui era al centro del terreno,
e intorno i suoi compagni, che ridevano con
un po' di orrore della sua deformità.
Lo chiamavano Batman, per la forma che avevano
assunto quelle che un tempo erano le sue braccia.
Poi lui iniziò ad agitarle, piangendo.
E ad alzarsi da terra.
Fu
il primo a stupirsi. Mai avrebbe pensato che
quelle mostruosità avrebbero potuto farlo
volare.
E
da lassù vide tutto con occhi diversi.
E fu felice di possederle, e di poter volare,
anche se questo lo rendeva diverso da tutti
gli altri, anche se non aveva vissuto una vita
normale e non avrebbe mai potuto farlo.
E
i suoi compagni di scuola, sul campo da gioco,
lo guardavano. Nei loro occhi non c'erano più
ribrezzo o scherno. Solo una grande ammirazione
per quel ragazzo che era riuscito a solcare
il cielo.
Lo spazzacamino
Inghilterra.
XVIII secolo.
Una
bambina è affacciata alla finestra della
sua camera. Il paesaggio è ricoperto
di neve, caduta abbondantemente per tutta la
notte. Tutto fuori è bianco, tranne un
puntino nero che si avvicina. È un ragazzo,
tutto vestito di nero che si dirige verso il
paese avanzando a fatica nella neve.
"Vieni
via di lì". Una mano afferra la
bambina allontanandola dalla finestra bruscamente.
"Quante volte te lo devo dire? Vuoi che
l'uomo nero ti porti via?"
Quell'uomo
vestito di nero era uno spazzacamino. Viveva
in una piccola casa di legno a circa un chilometro
dal villaggio. Non ha potuto scegliere nella
vita: suo padre era una spazzacamino, e lui,
rimasto orfano a diciassette anni, aveva ricevuto
in eredità il mestiere del padre riuscendo
a malapena a sopravvivere con quello che gli
abitanti del paese gli offrivano in cambio del
suo lavoro. Non sarebbe stato un brutto ragazzo,
tutt'altro. Ma nessuno guardava oltre quel vestito
logoro e al di sotto del cappello; per tutti
era solo lo spazzacamino. Adesso si sta recando
al paese per lavoro, e non ne è certo
entusiasta; è sempre stato un solitario
e il contatto con la gente gli fa un po' paura.
Terminato
il lavoro si incammina, come tutte le sere,
verso la sua piccola casa. E' quasi arrivato
a destinazione quando sente lo scalpiccio di
un cavallo. Si volta in direzione del rumore:
uno splendido destriero al galoppo si sta dirigendo
verso di lui; è imbizzarrito, e sulla
groppa porta una persona distesa, forse svenuta.
Lo spazzacamino cerca di fermare il cavallo,
ma riesce solo a rallentarne la corsa e a far
cadere il cavaliere. Quindi solleva da terra
la persona caduta e la porta in spalla fina
a casa sua. Qui la stende sul suo pagliericcio,
e, togliendole il copricapo, si accorge che
è una donna. E' molto bella: la pelle
bianchissima, come il latte e i capelli biondi
che le incorniciano il viso dai lineamenti delicati.
Non ha mai visto una ragazza così. Non
è solo svenuta, ha anche una freccia
conficcata in un braccio. Cerca di curarla come
può, assistendola tutta la notte, finché,
a mattina inoltrata, lei si risveglia. Inizialmente
è spaventata, poi si rassicura e gli
racconta la sua storia. È la figlia del
re della regione vicina, il quale è stato
detronizzato dal fratellastro. Lei era riuscita
a scappare per cercare di raggiungere un sovrano
amico di suo padre e chiedergli aiuto, ma, inseguita
dagli uomini dell'usurpatore, era stata ferita
da loro prima di riuscire a seminarli. Ora deve
arrivare a destinazione al più presto,
prima che suo padre venga ucciso. Lo spazzacamino
le dice di non muoversi: penserà lui
ad aiutarla. Si dirige in paese la notte stessa,
e, dalle stalle di un ricco fattore ruba il
destriero più veloce. Ma il figlio del
fattore lo vede e si getta al suo inseguimento.
Giunto a casa, lo spazzacamino dà il
cavallo alla ragazza, che, ormai guarita, in
segno di gratitudine, gli regala il suo anello.
La ragazza è appena partita quando arriva
il fattore. Lo spazzacamino cerca di scappare,
ma l'altro, sguainata la spada, lo trafigge;
poi, cercato inutilmente il cavallo, dà
fuoco alla casa. Quindi si dirige verso il corpo
dello spazzacamino, e, vedendo qualcosa che
luccica, si china: è l'anello della principessa.
Il fattore cerca di toglierlo dalla mano dell'uomo
riverso a terra, ma l'anello è stretto;
allora, spazientito, il fattore estrae il coltello
e taglia il dito dello spazzacamino.
Passano
alcuni mesi. Il padre della principessa ha riconquistato
il suo trono, e ora, in tutto il regno, un banditore
legge un regio avviso: chi riporterà
il suo anello alla principessa avrà diritto
di divenire suo sposo. Il fattore, venuto a
conoscenza del bando, si presenta al castello.
La principessa, seppure a malincuore, perché
convinta che si sarebbe presentato lo spazzacamino,
deve acconsentire alle nozze, non potendo smascherare
l'impostore in quanto aveva taciuto al padre
parte della sua avventura, e ben sapendo, oltretutto,
che la parola di un re non si può ritrattare.
È
il giorno delle nozze: da tutto il regno i sudditi,
festanti, portano doni per i futuri regnanti.
Tra gli altri c'è anche un frate, con
il cappuccio dell'abito che gli copre il volto.
Quando arriva il suo turno, il frate porge il
suo regalo allo sposo. È una piccola
scatola di legno. Il fattore la apre, e, vistone
il contenuto, la lascia cadere inorridito. Dalla
scatola esce un dito. Il frate si toglie il
cappuccio: è lo spazzacamino, che, la
notte in cui era stato ferito, dopo aver ripreso
i sensi, era riuscito a trascinarsi fino a un
convento di frati, i quali lo avevano curato.
Sentita la storia dello spazzacamino, il re
ordinò che il fattore fosse messo a morte,
e il matrimonio si celebrò il giorno
stesso, cambiando solo lo sposo.
Tempo
dopo, lo spazzacamino fa ritorno al suo paese
natale, che non vedeva ormai da molto tempo.
Al passaggio del principe, su un cavallo bardato
e tutto vestito di bianco, gli abitanti del
villaggio si prostrano al suo passaggio. Solo
una bambina l'ha riconosciuto, e, in piedi,
saluta il suo vecchio spazzacamino. Ma la mano
della madre la afferra, e, con uno strattone,
cerca di farla stare in ginocchio come tutti.
Allora il principe prende la bambina e la porta
sul suo cavallo bianco.