S.
H.
*
GC
: Quando è scoppiata la guerra in Iraq
ero qui a Chicago, e per una settimana ho passato
le giornate guardando la televisione. C'erano
i reportages dal fronte, i responsi degli esperti,
i discorsi dei conduttori di trasmissioni, ma
per una settimana io non ho sentito una sola
frase che non fosse propaganda patriottica.
A un certo punto non ne potevo e dovevo scappar
fuori, anche perché quei giornalisti
non mi informavano su niente e parlavano solo
con frasi prescritte. La loro era una realtà
tutta fatta di parole e decisa in partenza,
che non doveva essere perturbata da niente.
Poi fuori c'era il mondo, le case, le vecchie
signore con l'artrite nel supermercato, i quartieri
disastrati del ghetto, i giovanotti neri che
ti chiedono degli spiccioli. Ma tutto questo
era come se non esistesse, spazzato via dalla
fiction della guerra. Era il modello d'una fiction
totalitaria, chiusa a tutto quello che può
succedere, che ha bisogno di sempre nuove rimozioni
e censure del pensiero. Con i documentari si
può almeno tentare di rimettere in gioco
uno scarto nella visione, in mezzo a tutti questi
spettacoli pubblicitari che sostituiscono e
sostituiranno sempre più ciò che
noi chiamavamo "vita".
SH
: Una volta tu hai detto che i documentari
sono "racconti come tutti gli altri".
Ma c'è qualcosa che distingue - se non
altro - un documentario da altre forme cinematografiche?
GC
: C'è un'aura di moralità che
avvolge il documentario e che lo pone in antitesi
con gli spettacoli del cinema. Il cinema sarebbe
la finzione e il documentario sarebbe la realtà
presentata senza infingimenti. Io però
non credo che filmando il mondo esterno qualcuno
mi documenti la cosiddetta realtà. Mi
mostra delle cose che esistono, ma non per questo
evade dalla finzione. Una macchina da presa
porta con sé tutto un modo di immaginare
il mondo, e trasforma ogni cosa osservata. Ogni
tipo di inquadratura è già un
tipo di finzione immaginativa o di messa in
scena. Dunque alla fine tra film e documentario
forse non c'è molta differenza nei modi
di manipolazione delle immagini, ma c'è
differenza nel grado di sorveglianza dei confini
del fittizio. Nel cinema ufficiale la dimensione
del fittizio è intoccabile, un vero tabù
professionale, tutto deve essere finto; il che
vuol dire che non c'è posto per imprevisti,
per l'apertura a situazioni esterne, contingenti
o qualsiasi. E questa mi pare l'essenza stessa
del documentario: l'esposizione all'inatteso,
al fuori, a una situazione contingente che diventa
come una dimensione esterna dell'inconscio.
SH
: Ma cosa "documenta" un documentario?
L'apertura all'imprevisto?
GC
: Secondo me, mostra l'esposizione a qualcosa
che può essere pensato come una zona
d'inconscio, fatta di tutte le cose quotidiane
nello spazio esterno - tutto quello che è
fuori di noi - qualcosa di anonimo e collettivo,
di esterno e contingente, che non può
essere controllato o presupposto, come non si
possono controllare o presupporre i sogni che
faremo. Il primo esempio di documentario, Nanuk
di Flaherty, non è tanto straordinario
perché ci mostri il "vero"
modo di vita d'una famiglia di eschimesi. Sappiamo
che Flaherty faceva recitare i suoi personaggi
come in un film e ricreava dei veri set (come
l'igloo spaccato a metà, per aver abbastanza
luce nelle riprese). Quello che è straordinario
e sempre sorprendente in Nanuk è
l'esposizione a una situazione che non può
essere finta, che è difficile da controllare,
da filmare, ma anche da capire, e dove i discorsi
che dovrebbero riportarla a significati previsti
si perdono per strada. Così nasce un
film senza discorsi, solo di immagini, che sembra
davvero un sogno, con quelle incredibili aperture
all'infinito.
SH
: A parte l'esempio di Nanuk, in
quali altri documentari hai trovato questo genere
di esposizione all'incontrollabile, all'inconscio
sociale dello spazio esterno?
GC
: Tra le cose più entusiasmanti nell'orizzonte
dei documentari c'è innanzi tutto L'uomo
con la macchina da presa di Dziga Vertov.
Raramente il cinema ha dato tante stimolazioni
alle nostre capacità percettive e capacità
di pensiero. La sua grandezza sta nel liquidare
l'idea che al mondo esista qualcosa di banale,
di poco interessante. È un esercizio
a guardare tutto, dove tutto diventa singolare,
come quando si visita una città in stato
di innamoramento. Questo rende qualsiasi aspetto
della città - Odessa, dall'alba alla
notte - commovente come la vita. Quello di Vertov
è un cosmo tutto pieno, vorticante, col
senso di un'armonia sotterranea negli insiemi
umani. Ed è la più pura visione
comunista della vita, dove il vivere e il lavorare
sembrano un moto armonico, un eros diffuso nei
corpi e nelle cose, senza niente che resti isolato
nel vuoto. L'altro esempio per me folgorante
è Pioggia di Joris Ivens, dove
l'idea di filmare i piedi dei passanti, le ruote
delle auto, le pozzanghere, le grondaie e gli
scoli d'acqua mentre sta piovendo, diventa la
scoperta d'una dimensione inesplorata - quella
delle cose qualsiasi. Queste sono colte in una
contingenza che le rende tutte esemplari, come
altrettante immagini dell'essere al mondo. La
pioggia richiama il sentimento d'essere al mondo,
assieme ai passanti, alle auto, ai gatti che
spiano l'acqua, etc.
SH
: E in Italia? Come vedi la tradizione del
documentario in Italia?
GC
: Fino a un certo punto da noi il documentario
è stato visto solo come testimonianza
su una realtà politica che non poneva
nessun problema percettivo o narrativo. Sembrava
che la realtà fosse una cosa ovvia e
pronta da catturare, e l'unico problema fosse
quello di metterci sopra un discorso ideologico.
Il dibattito sul realismo nella letteratura
e nel cinema negli anni 1945-55 verteva su questo
- sul discorso da fare, sul "messaggio
". Il che portava a una messa in posa dei
personaggi, come statue per rappresentare un
discorso politico, e una messa in posa dell'idea
stessa di realtà, data come puro meccanismo
economico. Questo si vede bene in un film come
La terra trema di Visconti, un film
che finge d'essere un documentario con finissimi
artifici di regia. Rossellini va in una direzione
opposta, adottando modi di regia più
semplici e casuali, ma mettendo in primo piano
il problema percettivo, ossia d'un modo più
naturale di guardare. E questo è stato
un cambiamento radicale, con cui Rossellini
ha insegnato a un paio di generazioni (dalla
nouvelle vague al nuovo cinema tedesco)
a ripensare il cinema attraverso le risorse
d'una visione documentaristica.
SH
: Tu parli d'una semplificazione nei modi
di regia di Rossellini. Potresti spiegare come
fa Rossellini a creare un modo di percezione
più naturale dentro all'artificio del
film?
GC
: Rossellini riduce la messa in scena al minimo,
e questo dà via libera a un modo visionario
di osservare tutto. All'inizio di Paisà,
l'incontro dei siciliani con gli americani si
risolve in poche battute, poi si fissa sul volto
della ragazza siciliana. Quel viso così
irregolare e così poco cinematografico
diventa l'immagine d'uno sguardo naturale sulle
cose. Non c'e altra messa in scena : il volto
della ragazza - con primi piani poco marcati
- risolve tutto il senso dell'episodio senza
forzature. Lo stesso nell'episodio delle paludi
vicino a Comacchio : un vuoto d'acqua che nessuno
avrebbe filmato, e il senso d'uno sguardo che
ispeziona l'aperto spazio fuori di noi, dove
può succedere di tutto. Da Paisà
alla trilogia del dopoguerra, si vede che Rossellini
non ha bisogno di tante trame o di tanti artifici
tecnici per mettere insieme un film, perché
con il suo trasporto visionario per tutto diventa
un documentario infinito sul mondo - dalla Berlino
bombardata in Germania anno zero a
una processione qualsiasi nel napoletano in
Viaggio in Italia, fino alle vedute
dell'India. Con Rossellini succede questo: che
la spettacolarità del cinema si rivela
meno emozionante della visione naturale, ossia
d'una visione naturale di ciò che semplicemente
esiste.
SH
: Ma cos'è uno "sguardo naturale"?
GC
: Se tu fai leggere un brano a un attore, di
solito ti accorgi che recita con la voce impostata,
perché quello è il modo professionale.
Mentre una voce non impostata di solito ti fa
sentire meglio le parole, basta che le articoli
bene e tenga i ritmi. Alla stessa maniera c'è
un modo impostato di guardare le cose con la
macchina da presa, ed è il modo professionale
che si riconosce subito come una retorica obbligata.
E qui, se cerchi uno sguardo non impostato che
abbandoni quella retorica professionale, devi
tornare a Rossellini - ed è appunto la
sua visione documentaristica.
SH
: Dopo Rossellini, chi ti sembra che abbia
questo sguardo nei film?
GC
: Dopo Rossellini, i debiti del nuovo cinema
con la visione documentaristica verranno fuori
chiaramente. In Antonioni prima di tutto, cominciando
con Gente del Po, un documentario dove
tutto sembra colto in un ultimo momento irripetibile,
come un'ultima visione d'un paesaggio selvatico.
La visività di Antonioni si rivolge alle
cose meno appariscenti, che si rivelano solo
ad uno sguardo un po' fisso ed eidetico. Ad
esempio nessuno avrebbe mai pensato di filmare
la distesa di sassi su un'isola vuota, come
nell'Avventura. Questo è un
modo del sentimento completamente nuovo, che
nasce da un'ottica documentaristica. Poi, senza
questa nuova idea della visione documentaristica,
i primi film di Jean-Luc Godard sarebbero incomprensibili.
Il che vale anche per il cinema tedesco degli
anni settanta. Ad esempio: Aguirre
di Herzog comincia con la ripresa della fila
di indios che salgono il costone della montagna,
ripresa lenta e decisamente documentaristica,
legata a una contingenza difficile. Ma poi tutto
il film non è che il documentario d'una
messa in scena sul grande fiume tropicale, con
gli indios e Klaus Kinsky. La cosa è
ancora più chiara in Fitzcarraldo,
che può esser visto come il documentario
d'una messa in scena quasi impossibile - la
nave da trasportare in cima alla montagna. Su
questa linea narrativa, l'azione, la trama,
diventano secondarie rispetto alla visione,
mentre la capacità visionaria che viene
in primo piano fa della messa in scena un oggetto
documentaristico. La cosa diventa emblematica
in due film di Fellini - Roma e Intervista
- che sono documentari d'un modo di mettere
in scena la vita.
SH
: Cosa vuoi dire quando dici "capacità
visionaria"?
GC
: Nelle vecchie comunità c'era spesso
qualcuno di cui si diceva che "avesse visto",
ossia che avesse avuto delle visioni. Sono percezioni
che si caricano di forti intensità affettive
o perturbanti, e diventano stati cosiddetti
allucinatori. Ma non sono fenomeni molto rari,
piuttosto sono continuamente rimossi, perché
dipendono da stati troppo intensi della sensibilità.
Leopardi diceva che agli occhi di un sensitivo
dietro ogni paesaggio c'è sempre un altro
paesaggio, che si percepisce con la vaghezza
o l'indefinitezza dei fatti immaginativi. Comunque
è la capacita visionaria che caratterizzi
la ricerca cinematografica e documentaristica,
da Rossellini fino a Herzog. Io direi che si
tratta di riuscire a servirsi delle immagini
filmate come se fossero le visioni di qualcun
altro, come se venissero da un fondo di visioni
anonimo e collettivo in cui ci si innesta.
SH
: È questo il tuo modo di lavorare?
GC
: Mah, non so. La mia idea è che bisogna
fare dei documentari imprevedibili come i sogni.
Imprevedibili non solo per gli spettatori, ma
anche e soprattutto per chi li fa. Bisogna restare
del tutto spiazzati, e dopo nel tormento del
montaggio viene fuori qualcosa di impensato.
SH
: Qual e il risultato di questi modi di
vedere il documentario? A cosa ti portano?
GC
: Nel documentario c'è la possibilità
di usare le immagini per compiere una ricerca
su quello che vediamo, su come vediamo, sulle
cose che ci trascinano o che paralizzano lo
sguardo. Un grande artista del XX secolo, Alberto
Giacometti, aveva questa idea : "Io disegno
per capire cosa vedo". Se copio un bicchiere
su un tavolo - diceva - non disegno che una
visione, cioè qualcosa che scomparirà
tra un attimo, sostituita da una visione diversa
di quel bicchiere. Dunque quello che si disegna
(o si filma) è solo la traccia di un'immagine
che arriva alla coscienza, ma appena c'è
un po' più di luce, o un colore diverso,
potrebbe risultare una cosa del tutto diversa.
Tutto quello che riguarda il vedere è
sempre sul punto di trasformarsi in qualcos'altro.
Giacometti diceva : "L'arte non è
che un mezzo per vedere. Qualunque cosa guardo
mi sbalordisce, e io non so esattamente cosa
vedo. Allora bisogna cercar di copiare semplicemente,
per rendersi un po' conto di cosa vediamo".
E un'altra cosa che diceva, in un'intervista
: "C'è molta gente che trova la
realtà banale e pensa che le opere d'arte
siano più belle. Una volta io andavo
al Louvre e i quadri mi davano sempre l'impressione
del sublime. Adesso vado al Louvre, e non posso
fare a meno di guardare la gente che guarda
le opere d'arte. Il sublime per me adesso sta
nelle facce di quelli che guardano".
SH
: La visione documentaristica porta a questo
tipo di ricerca, secondo te?
GC
: La visione documentaristica è legata
allo stretto necessario, cioè al fatto
che hai qualcosa davanti in un momento e poi
non l'avrai più, perché tutto
passa, e non è ricostruibile con le messe
in scena. Questa limitazione è anche
la grande virtù del documentario, cioè
di dover restare attaccati alla contingenza,
semplificando tutto, per tradurla o trasfigurarla
in esempi di qualcosa che allarghi il pensiero.
È quello che succede in ogni documentario
che continui la ricerca con questo mezzo espressivo
: si tratta sempre di pensare in modo meno astratto
e schematico lo spazio esterno, le situazioni
nello spazio, i momenti del mondo. Io dico che
si tratta di ritrovare quello sguardo impregiudicato
su tutte le cose, su tutte le forme di vita,
che è la grandezza di Vertov, di Ivens,
e di Rossellini. Questo tipo di ricerca nel
cinema ufficiale è diventata impossibile,
perché un film deve sfruttare i modi
di vedere già stabiliti, se vuol andare
incontro al pubblico e al gusto dei produttori.
Così ogni immagine diventa congelata
nel dovere di "fare il prodotto",
col massimo asservimento al capitalismo più
brigantesco e senza nessuna ricerca. E devo
anche dire che lo stesso succede nei prodotti
letterari, con questi infiniti romanzi per andare
incontro al pubblico e al gusto dell'editore.
SH
: E nel tuo caso, che cosa ti ha spinto
a metterti a fare dei documentari?
GC
: Più di dieci anni fa, mi era stato
proposto di usare un mio libro di esplorazioni
della valle del Po - Verso la foce
- per ricavarne un film o qualcosa del genere.
Dopo è venuta fuori un'idea tutta diversa,
ed io e il gruppo Pierrot e la Rosa
- con gli operatori Lamberto Borsetti e Paolo
Muran e Guglielmo Rossi, con cui lavoro anche
adesso - abbiamo fatto il nostro primo film-documentario.
S'è intitolato Strada provinciale
delle anime, prodotto per Rai Tre. È
così che abbiamo cominciato a studiare
le campagne e filmare le vecchie case che crollano
un po' dappertutto nella valle del Po. Le case
che crollano mi attiravano molto, ma poi non
abbiamo trovato i soldi per fare un altro documentario
e il materiale e rimasto lì inutilizzato.
Poi nel 1998 abbiamo fatto un documentario su
un nostro amico, il grande fotografo Luigi Ghirri,
morto prematuramente, e questo ci ha portato
di nuovo in giro per campagne a filmare altre
case in rovina. Il documentario su Ghirri ha
attirato l'attenzione di qualcuno e così
finalmente abbiamo trovato i soldi per fare
quest'ultimo.
SH
: Il lavoro fotografico di Ghirri, e le
ricerche sul paesaggio che avevi fatto insieme
a lui, in che misura hanno influenzato il tuo
modo di avvicinarti ai documentari?
GC
: Di sicuro l'impianto fotografico dei nostri
documentari deve molto alle foto di Luigi Ghirri,
ed a tutto quello che Ghirri ci ha insegnato
lavorando insieme. Io con lui ho lavorato a
tre libri fotografici, e negli anni Ottanta
abbiamo fatto delle ricerche collettive sul
nuovo paesaggio italiano, assieme ad altri fotografi
e scrittori. Poi Ghirri faceva parte del gruppo
di viaggianti in Strada provinciale delle
anime, dove tra l'altro fa un discorso
sulle campagne come "il luogo della distruzione".
Il suo ultimo progetto prima di morire era di
fotografare l'architettura rurale nelle zone
del reggiano, architettura che sta scomparendo
e tra pochi anni sarà svanita nel nulla.
Siamo ripartiti di lì anche noi, filmando
un repertorio di esempi di case in rovina. Ci
hanno aiutato in questa impresa due speciali
guide indigene sul territorio - uno è
Daniele Benati, autore d'uno straordinario libro
di racconti, Silenzio in Emilia, pubbblicato
da Feltrinelli; l'altro è Alfredo Gianolio,
un avvocato di Reggio Emilia che è stato
un amico e seguace di Cesare Zavattini.
SH
: Potresti dirmi come si è evoluto
il progetto di Visioni di case che crollano?
GC
: Ci ho pensato almeno cinque anni sulle case
in rovina che avevamo filmato. Ne era venuto
fuori una specie di archivio, con tanti esempi
tra cui non riuscivo più ad orientarmi.
Ho cominciato a orientarmi solo quando ho montato
un po' di materiale, e mi sono accorto che ogni
casa mostrava una sua fisionomia, una personalità
che ispirava da sola un nome, e dopo nello studio
ne parlavamo con quel nome. Una si chiamava
"La sospesa tra le acque", un'altra
"L'impaludata del Po", un'altra "Il
mostro di solitudine". Le case crollanti
non erano più reperti oggettivi, erano
diventate oggetti d'affezione, e tra noi ne
parlavamo come se si portassero dietro dei racconti
fantastici. Così ho capito che non bisognava
mostrarle come malinconici relitti del passato,
ma come uno tra i più sorprendenti aspetti
d'un paesaggio moderno. In un'epoca in cui si
tende a restaurare tutto per cancellare le tracce
del tempo, quelle case portavano i segni d'una
profondità del tempo e così ponevano
la domanda: cosa dobbiamo fare delle nostre
rovine? Cosa fare di tutto ciò che è
arcaico e sorpassato, e non può essere
smerciato come un altro articolo di consumo?
SH
: E queste sono domande che il film solleva.
GC
: Nel nostro film una donna (Marianne Schneider)
dice che "noi non siamo più abituati
a vivere tra crolli e distruzioni, dunque questi
ci sembrano la fine del mondo". Poi fa
un paragone con le situazioni in Africa e Medio
Oriente. Mi sembra sia questa l'idea che ha
guidato il nostro lavoro anche nei momenti di
dubbio massimo su quello che stavamo facendo.
È vero che c'è quella linea divisoria
netta, tra popoli che sono abituati a vivere
tra i crolli, nella penuria, dunque abituati
a prendere il mondo esterno così com'è,
e popoli ricchi che tendono a un restauro totale
del visibile, per farlo sempre più uguale
a un'immagine pubblicitaria. Il mondo occidentale
sta diventando sempre più dominato dal
fanatismo del far tutto nuovo di zecca, per
cancellare le tracce del tempo. Questo fanatismo
consiste nel trattare tutto come un prodotto
di consumo da gettare via appena è vecchio,
oppure da sostituire con un modello tecnologico
più avanzato
SH
: La premurosa attenzione del film per le
case crollanti, funziona, mi sembra, nei due
sensi: da una parte riflette e dall'altra contrasta
quella specie di fanatismo consumista.
GC
: L'altra riflessione che è venuta fuori
mentre facevamo il film, è quella espressa
da John Berger nella scena in riva al Po. Per
l'uomo moderno la vecchiaia e la malattia sono
una specie di scandalo: e tutto ciò che
crolla per vecchiaia - dalle case alle facce
- deve essere sottoposto a una forma di restauro
cosmetico. C'è da chiedersi se in tutto
ciò non vi sia un tremendo rifiuto del
mondo, che si spande con la produzione di immagini
spettacolari di consumo, senza più margine.
A partire dai segni del crollo nelle vecchie
case della valle del Po, noi - io e gli altri
della troupe, gli operatori in primis, e poi
John nel suo ruolo di narratore - abbiamo cercato
di fissare lo sguardo sulle rovine e di imparare
a guardarle non più come una malattia,
ma come un aspetto che non è necessario
nascondere sotto uno strato di maquillage. Si
trattava di riattivare la semplice percezione
delle cose poco osservate, la capacità
di guardare il mondo esterno così come
è. Forse il problema di fondo è
che noi non crediamo più veramente al
mondo esterno, crediamo solo a un'immagine di
noi stessi da proiettare in base all'estetica
spettacolare dei consumi. John Berger, nel suo
ultimo libro, The Shape of a Pocket,
ha parlato della "grande disfatta del mondo".
SH
: Di fronte a questa disfatta che dici,
cosa può fare il documentario?
GC
: Ormai l'obbligo principale in tutte le attività
è quello di fare dei prodotti di consumo
e di facile smercio. Il che vuole dire che non
può esserci alcuna ricerca se non nella
direzione del cosiddetto marketing. Nella letteratura
sta accadendo lo stesso e i libri diventano
sempre più tutti uguali, scritti nello
stesso modo. Mi sembra che il documentario rappresenti
ancora uno dei pochi spazi di lavoro e di pensiero
non completamente devastati, ancora un terreno
di ricerca, con una straordinaria fioritura
di esempi degli ultimi anni. Non so quanto durerà.