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 Taccuino di aforismi, frammenti, insolenze, tormenti
  di Stefano Zuccalà
Fotografia di Pino De Silva 

        L'ossessione della pagina non è forse la stessa della vita? Riempire, riempire, che sia inchiostro oppure sangue, continuare ad occupare spazio, scialacquare i propri segni con le proprie pulsioni. Alla fine ci si accorge di aver semplicemente occupato il tempo. La noia è la molla di tutto - quand'anche scrivere e vivere ci risultino noiosi.
        ("Che coli il mio sangue piuttosto che il mio inchiostro" - P. Drieu La Rochelle)


        Occorrerebbe sterilizzare i luoghi del commiato. Non più abbandoni crudeli, né lacrime o parole trasecolanti. Necessitiamo di addii più sobri e levigati, di gesti geometrici. Di recisioni in cui la temperatura emozionale non superi lo zero. In questo modo non avremo da rimpiangere nessuna sbavatura nel litigio. Semplicemente, crederemo che in fondo sia giusto così.


        Oggi non ho nient'altro da fare. Sono decisamente in anticipo sulla mia pigrizia.


        In tempi di poveri diavoli, non aspiro ad altro che ad essere un tenero diavolo, un malinconico groviglio di ghigni.


        Seduceva di continuo la morte, ma di continuo rimandava l'appuntamento con lei. Sapeva che sarebbe stato il primo e anche l'ultimo.


        Non chiediamo altro che amori, ma che siano rispettosi della sintassi.


        E se le foglie degli alberi, in questi autunni scomposti, cadessero tutte assieme? Invece che una alla volta, o in un turbine feroce, istante dopo istante? Ci sarebbe meno poesia, questo è evidente. Ma la natura viene sempre incontro ai nostri ingenui patetismi lirici: non possiamo far altro che ringraziarla.


        Giustifichiamo le menzogne degli altri soltanto nella misura in cui riusciamo ad esserne complici.


        Un semplice lapsus, se quella volta dicesti: "Dalla vita non mi aspetto che il giusto impensabile"?


        In quest'epoca di coscienze sporche e mani pulite, non uccideremmo il nostro peggior nemico soltanto per non macchiare di sangue la camicia - fedina penale estetizzata. Ciò che ancora argina il nostro desiderio di cattive azioni altro non è che il fastidio burocratico che ne deriverebbe, insieme con l'insofferenza alla popolarità che oramai si concede soprattutto ad asini e assassini.


        Il nostro posto non è da nessuna parte. Semplicemente adocchi una poltrona, ti ci butti di sopra, e la trovi più o meno comoda.


        In preda a una suggestione, a una moderata ossessione, possiamo ben dire di essere vivi. La ragionevolezza conduce alla morte, ed essere educati a forme che non ci appartengono è deleterio più di qualunque deragliamento di condotta. Svuotare la realtà dalla sostanza che finge di avere è l'unica cosa che convenga fare, sebbene i molti - per mancanza di fantasia - non facciano altro che perseguire una santità e una castità interiore da imbecilli. Vedi la luna, amico? Right, fanne ciò che vuoi. Frantuma la sveglia sul comodino e naviga nell'incenso, nel silenzio, e benedici ogni tuo errore perché soltanto l'errore ti appartiene.


        Per quanto mi riguarda, non mi interessa l'opinione pubblica. Ma l'opinione pubica, la risposta dei sensi.


        Certi giorni sono solo didascalie delle sere precedenti.


        Una cancellatura sul foglio nasconde un mondo sommerso; una carneficina di segni deliberatamente attuata - penna in mano - da chi scrive e comunque s'illude d'essere padrone della propria espressione. Ci si chiede: che piega avrebbe preso il discorso senza quella correzione? Dove ci avrebbe condotto la parola obliata, se non fossimo stati tanto incauti da stenderla sopra quel sudario di inchiostro?


        Qualcuno nasconde la propria infelicità non per salvaguardare l'intimità (che veramente gli appartiene), ma soltanto per non essere costretto ad ammettere che ciò che stringe in pugno (e che gli appartiene solo in apparenza) non vale proprio niente.


        Nei bigliettini della spesa è concentrata la nostra essenza di consumatori e viventi. Sono carichi di desideri e, proprio come noi, non durano che un attimo. Il tempo di bramare qualcosa, prima di finire accartocciati.


        Godere del vuoto spettacolo dei propri gesti, teatralizzarsi fino alla completa rarefazione...


        I funerali sono delle ottime occasioni per rinverdire le vecchie conoscenze. Nella bolgia del corteo si rivede Tizio dopo tanto tempo ("dopo una vita") e con grande meraviglia ci si sorprende a chiedersi: "Ma come? Tizio? Ma come? Non era morto lo scorso anno?" La nostra attenzione finisce così col concentrarsi più sulle silhouette dei presunti morti che non sullo stoccafisso nella bara.


        Questi continuano a fare figli soltanto perché strattonati dalla pubblicità dei pannolini. Questi si riproducono perché, al momento, si sentono esclusi da certi target.


        Ti dicevo: il caminetto è un imbuto all'incontrario, che porta alle stelle.


        I visi che si avviluppano lungo il corso del giorno, le mani, gli avambracci, le teste spettinate, i cani randagi, gli sguardi annoiati e i profili di donna, i cartelloni pubblicitari e i gatti che attraversano la strada poco sicuri di raggiungere la sponda opposta: ogni tanto ci si ricorda del vuoto che circonda queste presenze, ci si ricorda della noia e del senso del dovere buono solo a gettar terra sulle anime dei morti. La coscienza, infine, si pacifica con un "Così sia". Non sono ammesse repliche.


        Immagino un posto in cui ogni cosa sia in ordine. Immagino individui dai sorrisi teneri e scialbi, che non conoscano la potenzialità distruttiva di parole come odio e amore.


        Perdere un mazzo di chiavi è come perdere l'appartenenza ai propri luoghi, ai propri spazi. Le mani rivoltano le tasche con un sordo terrore, come fossimo stati cacciati dalla nostra tana per l'eternità. Si può ben impazzire per una perdita del genere, perché è una paura che viene dall'alto, che ci trascende.


        Al bar, qualche volta, il Signor Chicchessia ordina un caffè politicamente corretto.


        Non abbiamo che questo cuore. Sanguinante, come uno straccio usato per pulire i resti di una strage.


        Le beghe di coppia vissute dall'esterno sono quanto di più patetico si possa immaginare. Sono delle farse disgustose. Vissute dall'interno, viceversa, possiedono se non altro il fascino del martirio. O almeno così ci si sforza che risulti ai nostri occhi.

        Cuscini: vedendoli accavallati sui divani, morbidi ed indolenti, li desideriamo ardentemente alla mattina - prima di scappar via per le solite, stupide faccende.


        Qualcuno crede ancora che per restare bambini tutta la vita occorra ostentare comportamenti infantili, essere vezzosi e un tantino naif. In realtà un'infanzia che riesca a perpetuarsi nel tempo, malgrado gli accidenti del tempo, è qualcosa di estremamente serio: perché il bambino, a suo modo, ha fede in quel che fa ed è estremamente rigoroso nel disporre i soldatini prima che incominci una battaglia - l'inizio dell'adolescenza. Il bambino, senza dubbio, è milioni di volte più serio di noialtri idioti, che continuiamo a giocare per alleggerirci del peso della vita senza riuscire a capire che il gioco è la vita.



        Tornare a casa tardi. Con le scarpe ancora lucide e lo sguardo acquitrinoso. L'ombrello è posato al solito posto, le ultime sigarette sono strette nella tasca. Dissoluzione, sì. Aureo fatalismo e completo spappolamento spirituale.


        Il gorgo non è immerso nei campi, in una foresta, in una radura ostile e selvaggia. Il gorgo è quello perfettamente gelido, rapinoso ed alienante del lavandino del bagno. Ogni mattina, dopo il sonno, con gli occhi inadeguati e la pelle morbida del viso, ci gettiamo in quel gorgo. L'acqua ricompatta gli zigomi straziati dalla notte mentre fissiamo quel maelstrom, quell'imbuto, quel mulinare liquido che conduce chissà dove. Poi, forse, ritorniamo alla vita.


        Era fedele a Cristo, un po' meno a sua moglie.


        Talvolta non c'è niente di più caldo e pulsante di un gelido cerebralismo. Esso può condurre al cuore delle cose, e così divenire puro sentimento, emozione autentica. È una questione di percorso: chi parte dal pensiero, giunge al cuore. Chi parte dal cuore, giunge al buon senso. Il centro, il cuore come obbiettivo.


        La timidezza diventa un problema quando, pervertendosi, deraglia nell'estroversione a tutti i costi.


        Dopo la fine, amore, appropriati dei miei errori. Fanne pure quello che vuoi. Tramutali in animali da circo, meraviglia gli astanti esibendo i lapislazzuli delle mie mancanze...


        Le contingenze incalzano da dietro, le traveggole del cuore cominciano a puzzare di velleitarismo e la noia ti appare una festa sfrenata: inizi a biasimare il tuo corpo indaffarato, i tuoi pensieri improvvisi, i tuoi rimpianti da quattro soldi sperando di tornare quanto prima alla demenza dell'equilibrio, sola garante del tuo essere nel mondo...


        Credere nei sentimenti, sì: ma senza un briciolo di sentimentalismo. E con la fierezza impunita di chi, ossessionato dalla grazia, sa di non poter fare altro che annientarsi, rinascere, annientare, far rinascere.


        I piccoli dispiaceri sono come le punture di zanzara: li si sottovaluta fino a quando non superano un certo numero.


        Il nuovo Amleto ha unghie pulite e petto villoso. Crede che Jean Cocteau sia uno stilista francese. "Indossare questo o quell'abito?" - that is the question. Non è un'ostentazione di frivolezza, ma soltanto qualcosa che potrebbe decretare il buono o cattivo esito di una serata. E oggi non si vive che di serate, di sorrisi vuoti e moderati shock.


        Noia completa. Progetti per il futuro. Rivoltolarsi nella propria imbecillità. Seguire soap-opera. Sognare, dopo il matrimonio, un materasso ad acqua. La fine del mondo è partita da qui. È una conquista del progresso - ma, mon dieu, a sua totale insaputa.


        Feste di compleanno. Auguri, cicche di sigarette, molte risate. Per reazione uguale e contraria, una tristezza dolce e infinita. Queste occasioni fanno sentire spesso il peso della solitudine, la solitudine di tutti. Di quindici esseri messi lì a tentare di dimenticare. Anche soffiare sulle candeline è una maniera come un'altra per non pensare agli anni che piombano dall'alto come dardi, agli anni che cascano. Esorcizzare con presunta ironia il terrore della dissipazione mangiando una fetta di torta, benedicendo i propri o altrui petali caduti. Fotografie a concedere dignità al tutto, poi, così che un giorno si possa dire, sfogliandole: "Guarda te. Com'eravamo belli quando tentavamo di dimenticare i nostri stessi sogghigni, la menzogna che albeggiava dietro essi".


        I silenzi ci spaventano perché comunicano veramente qualcosa. E questo qualcosa, generalmente, potrebbe ben inghiottirci.


        La fantasia è una perversione della realtà, perversione senza la quale la realtà stessa non avrebbe per noi alcun interesse. Qui tutto è strumentale, quindi possiamo permetterci qualsiasi delirio: elefanti alati, amori eterni...


        Augurare del bene o del male a qualcuno non costa granché. In ogni caso, ci penserà il Signor Destino - questo nostro efficientissimo segretario.


        Si deve essere degni di sostare dietro una finestra. L'occhio deve essere puro come il vetro gocciolante di brina, deve avere il coraggio d'osservare la tempesta - impassibile come un cristallo, come le ante ben salde sui propri cardini.


        Generazioni. I bambini giocano per strada, rotolano, si picchiano. I loro genitori giocano fra quattro mura, si aggrovigliano, si feriscono.


        O si è in vacanza da una vita, o non lo si è stati e non lo si sarà mai.


        La notte è un'epidemia di cani che latrano, e ci si affina nel terrore di non essere poi troppo differenti da loro.


        Ultimo atto. Notti in soluzione liquida, tremende ed inermi come pesci in formalina. Torni a casa all'una, col freddo che mortifica l'epidermide, dopo l'ennesima serata d'azzardo. Questa volta sul piatto delle perdite si contano sorrisi, gesti, parole, sguardi. Hai i vestiti sgualciti. Il sonno porterà consiglio? Riuscirai a recuperare, durante la notte, la vita dispersa per mancanza d'abnegazione nel sottrarla? Un'auto sfreccia silenziosa, lucciola innocua, illudendosi di aprire un'altra ferita sul selciato. Cenerentola vaga in eterno rinchiusa nella sua carrozza, senza che questa ritorni una zucca. Componi la coreografia di tali forme con un movimento austero del braccio, accarezzi l'aria con la mano.


        La vecchiaia dei vecchi sembra essere il solo punto fermo della nostra giovinezza.


        Dopo una serata di sacrosanti bagordi, come puoi ancora essere convinto che la memoria abbia voce in capitolo? Ripeterai i tuoi sbagli, perché non si finisce mai di disimparare, e si può solo perfezionarsi nell'errore.


        Spesso occorre più forza di volontà per restare a guardare che per affondare le mani nella melma (ci siamo ormai talmente abituati...). L'attitudine all'azione ininterrotta è il sintomo di una debolezza necessaria, debolezza senza la quale non potremmo che dichiararci inutili. Ma proprio a un uomo che abbia il coraggio di dichiararsi tale dovremmo innalzare un monumento: mai nessuno, sino ad adesso, è stato talmente impudente da affermare con convinzione e senza patetismi "Io? Io non servo...".


        L'ipotesi meno appariscente, quella che si scarta sin dall'inizio, è in genere l'unica che si avvicini alla verità.


        Alcune donne sono vedove sin dalla nascita. Per un decreto che le trascende, sconteranno perennemente nella vita la perdita di qualcuno.


        Dal riscatto nell'espressione al ricatto dell'espressione: ogni vero artista ha varcato questo confine, ed è finito col trovarsi in balia della sua opera.


        Parlavano della necessità di evadere, di tanto in tanto, dalla solita vita, la solita routine. Senza accorgersene, utilizzando il termine evadere, ammettevano a voce alta di trovarsi in una prigione che era la loro stessa vita, lo schema che ad essa avevano sostituito.


        L'unico dandismo ancora possibile è il dandismo dello sguardo: approdo e deriva estrema di tutti i modi esteriori di cui il dandismo si nutrì prima che venisse stilato il suo certificato di morte. Oggi l'umoralità dandistica, come dopo una rapida implosione, sembra essersi addensata sulla punta di uno spillo, fra palpebra e pupilla. La ricercatezza nel vestire si è cristallizzata nella discrezione estetica, e al dandy non resta altro da fare che essenzializzarsi rasentando infinitamente la scomparsa in cui qualcuno (forse lui stesso) finse di seppellirlo.


        Contro la sciatteria turistica estiva, il mare dovrebbe essere rivalutato come luogo di espiazione. Dove il condannato sarà costretto, ganci agli occhi, a fissare il moto delle onde fino ad impazzire.


        Vivere in solitudine: forse è una cosa triste. Ma ancor più triste è vivere per solitudine.


        Dio è come un vecchio e cinico gentiluomo che abbia vissuto per tutta la vita chiuso in un castello. Nessuno lo ha mai visto, ma tutti spettegolano sui suoi presunti attributi perché dove non c'è chiarezza sboccia il fraintendimento, il gossip. Dio è quel vecchio e cinico gentiluomo divenuto, suo malgrado, un'icona pop. Cui si tributano denaro e preghiere, e moderati slanci di lirismo.


        Si muore per un niente. E si nasce per ancora meno.


        Se ti trattano male in quanto 'cittadino', in quanto 'marionetta burocratizzata', sei pronto ad impugnare la spada e ad avanzare pretese - ti cola il veleno dalla bocca. Se ti trattano male in quanto uomo, generalmente sorridi (o neppure te ne accorgi).


        In certi casi il matrimonio si riduce a una faccenda di figli e soprammobili. Il fatto che nessuno se ne accorga favorisce di molto la continuità della specie.


        Tutto scorre: ma la verità del panta rei, a dispetto di ciò che esprime, è completamente immobile.


        Gettai al fuoco le sue lettere d'amore quando m'accorsi di non essere più tanto paziente da rileggerle da cima a fondo. Avevo cominciato a farle passare fra le dita in maniera distratta, come si fa con i fogli di rivista in una sala d'attesa...


        Alcuni prodotti artistici acquistano attendibilità e fascino soltanto in base a ciò che si suppone del loro autore. Più di lui, conta il suo spettro. Gli autori osannati dalle masse sono coloro che rendono malleabile il proprio spettro ad uso e consumo del pubblico, oppure gli autori che scompaiono dentro l'opera, senza lasciare alcuna traccia di sé.
        Le librerie, i negozi di dischi? Moderni bordelli dell'anima...


        Dicerie. Potrebbero dire: ha fatto la barba come sempre, ha una leggera ferita sulla guancia. A volte l'inquietudine e l'insofferenza per gli spazi lo costringono a muoversi in lungo e in largo, in cerca di una sosta che potrebbe essere solo nella sua mente. Potrebbero dire: ha perso tempo, continua a perder tempo. Spreca denaro, fiori, amori. È orgoglioso di tutto questo oppure la sua è soltanto finzione? Che cosa rimane delle sue paradossali intransigenze? Potrebbero dire: la piccola ferita sulla guancia si riapre, di tanto in tanto, e sanguina soltanto aria. Quel che gli è rimasto in tasca non basterà per le prossime due serate, e sì che di soldi ne aveva. Dove saranno finiti? Si affonda di droghe? Di cosa? Gioca d'azzardo? Potrebbero dire: è un gran bevitore, non ci sono dubbi. Quando non può più trattenere l'ira di cui è fisiologicamente intriso, meglio scappare via. E quegli amabili sorrisi? I suoi amabili sorrisi? Potrebbero dire: è un ragazzo educato, composto. Che cosa lo trattiene dal diventare un assassino?


        L'amicizia pone le sue basi su una comune sconfitta. Quella sconfitta a cui si accenna segretamente, in silenzio, semplicemente guardandosi negli occhi. Due amici sono il rigoglio di quanto un giorno persero, e niente di più. Ma crediamo che questo possa bastare.


        In segreto ci piace pensare che tutto finirà, prima o dopo. Un raglio celeste, poi più nulla.


        Dopo aver subito uno scacco qualunque, cerco di rimettermi in forze. Ma il primo passo da compiere è anche il più difficile: rimettermi al forse...


        I migliori maestri sono i cattivi maestri. Loro ci educano alla luce e al fulgore sprigionati, più che da una stella, dal ridente e tragico annientamento dei buchi neri - questi collassi della materia e del senso. La luce più potente non ci rassicura circa lo spazio tutt'attorno, ma ci acceca. Eppure, per un infinitesimo di secondo, avremo veramente visto tutto...


        Un oggetto non si incancrenisce al cospetto di uno sguardo carico d'odio. Un oggetto si può anche distruggerlo, ma gli spettri dei suoi cocci saranno sempre lì a ricordarci che - beato lui - non poteva importargliene di meno.


        Morte: alla fin fine, l'unica cosa della quale non potremo mai essere sufficientemente convinti.


        Cerchiamo corrispondenze fra gli avvenimenti della nostra vita e quelli denunciati dagli oroscopi dei giornali. Sfogliamo i lunari, rimpinziamo le tasche delle fattucchiere. Crediamo nell'astrologia nella misura in cui potremmo, se ne avessimo voglia, credere in Dio: e cioè tentando di illuderci che qualcosa di superiore (le stelle) cospiri in qualche modo all'apparente dinamismo dei nostri giorni. Ecco un interessante metro di valutazione del nostro grado di essenziale disperazione: gli oroscopi. Dietro essi si cela la rovina della civiltà occidentale, con in più la consolante menzogna di essere coccolati dal cosmo. Mentre esso, amorevole, ci schiaccia. Ateismo all'ennesima potenza.


        Fuori dai coglioni. Ci sentiamo in diritto dirlo a chiunque perché noi stessi, ante litteram, fummo mandati fuori dai coglioni...


        Questa cosa umida e rossastra chiamata amore. Questo vaneggiare profondo, questo scontro d'anime e corpi, quest'improbabile geometria di pulsioni. Eppure, alla vista di certe coppie di innamorati, qualcosa si rivolta nello stomaco. È il disgusto per il luogo comune, il luogo comune della coppia come status, dovere sociale, necessità della Specie. Alcuni sono talmente tronfi ed ingrassati di sentimentalismo da non far pensare affatto all'amore, ma a qualcosa agli antipodi dell'amore: un compiacimento mediocre, come, una nauseabonda stucchevolezza da rivista o da soap-opera. Che qualcuno ci salvi dalla miseria dello schema.


        Passato: una costellazione di istantanee in disordine.


        L'eccentricità estetica di certi individui non vale a salvarli dalla loro costitutiva aridità interiore. Ho conosciuto persone con il corpo stravolto da tatuaggi e piercing, ma quando aprivano bocca era come se avessi davanti un consulente aziendale innestato sul tronco di una casalinga che pensa solo ai bigodini.


        Sono sempre stato sedotto dal fenomeno del poltergeist, dove gli oggetti, per una volta eroticamente disinibiti, scaricherebbero la propria ira sul malcapitato di turno.


        Balli di gruppo. L'ennesimo segnale dell'Apocalisse.


Fotografia di Pino De Silva

        Tanto più uno strumento musicale è sensibile, tanto più ricca e armoniosa sarà la musica che da esso potremmo trarre. Allo stesso modo, data la sensibilità delle componenti, sarà molto più facile che un errore di esecuzione influisca pesantemente sul risultato finale. Così per gli individui più delicati ed incoscienti: data la posta in gioco, essi dovranno comunque mantenere una costante attenzione su se stessi, dovranno gestirsi con maniacale accortezza per non rischiare di finire in pezzi, per non rischiare di cacciare fuori una nota stonata. Ma, nella migliore delle ipotesi, che musica, che musica, che splendore e che tenebra...


        Hanno la botte piena, e la moglie stronza. Gli va bene così.


        Le nuvole nel cielo, a volte, erano schiuma di cappuccino. Allora scioglievo le mani conserte, afferravo la tazza del cosmo e ingurgitavo tutto, dolcemente, ma... che amaro retrogusto.


        Crede in quello che fa, ma quello che fa non crede in lui.


        Una casa senza porte non è degna d'essere abitata. Tanto varrebbe, a questo punto, vivere per strada. Davanti ad una porta ci si sente sempre aldiquà, mai aldilà. Sovrani scricchiolii notturni si propagano, fantasmi la attraversano...


        Io: prima persona singolare. Ma veramente singolare...


        Se tutto è vano, è inutile prendersi troppo sul serio. Ma per giungere a capire che tutto è vano occorre molta, moltissima serietà.


        Le mezze tacche, gli imbroglioni, inneggiano al sistema perché esso permette loro di salvare il salvabile - cioè il culo e la faccia, o la faccia da culo. Il fine giustifica i mezzi-uomini ad affondare sorridenti le mani nella merda. La scambiano per una torta al cioccolato e ne vogliono ancora, ancora, ancora.


        Siamo animali da circo. Da millenni continuiamo nei nostri tripli salti mortali sul niente.


        Comitive di anziani in viaggio. Porteranno con sé, nella tomba, molti souvenir.


        Quando il pensiero procede a strappi è sicuramente in buona forma. Ma solo dopo, nella stasi dell'onda, potremo tirare fuori qualcosa di interessante. L'espressione è sempre postuma.


        Chi volontariamente percorra la strada dell'evanescenza apparirà quasi sempre inattendibile. Come potere, difatti, dare credibilità a uno spettro? Egli sarà sempre una fonte sgozzata, un assurdo grumo di verità e menzogna. Senza il conforto di un sistema, di uno scheletro etico che rassicuri circa la sua buona fede. Ma, intanto, lui si starà divertendo come un matto...


        Datemi quello al posto di questo. E questo al posto di quell'altro. Non si vive che di sostituzioni più o meno felici, di supposizioni sulle scelte già fatte. Siamo didascalie in margine a ciò che accade, a ciò che crediamo di possedere.


        Alcune storie d'amore lasciano addosso soltanto un gran mal di testa, e un po' di profumo sui vestiti.


        Prima di trascorrere una serata in compagnia, aveva l'abitudine di accordare le corde della propria interiorità per rendere più consona e armonica la propria esibizione. Tutto procedette per il meglio fin quando, all'improvviso, la cassa di risonanza non cadette in pezzi. Aveva evidentemente sbagliato tutto credendo che la cassa di risonanza fosse rappresentata dalla complicità che gli altri gli comunicavano. Anche la cassa di risonanza era invece all'interno di se stesso, ed egli l'aveva mandata in pezzi semplicemente ignorandola, confondendola con quei sorrisi di circostanza...
        Si prevede un futuro di crisi di identità per gli ingenui camaleonti sociali... Continuate pure ad essere forsennatamente compiacenti, sì... ma fate attenzione al ritorno di suono.


        Chi è talmente contemporaneo da combaciare in maniera perfetta col proprio tempo, avrà perso il meglio del proprio tempo.


        Essere periferici. Per riuscire a dare alle cose la loro esatta misura. Senza per questo essere ai margini: dove il pensiero si ottunde e l'occhio si gualcisce.


        Sigarette. Quando si getta via il mozzicone: allora si è completamente perduti. Ed occorre ritornare agli impicci con la specie, ai grumi di risentimenti appiccicati sul cuore...


        All'improvviso ti svegli, e ti accorgi di avere sbagliato tutto. Per la prima volta vorresti mutare il tuo sangue in combustibile, vorresti nutrire la fiamma totale che non avrai mai il coraggio d'appiccare. Ma la follia organizzata del calendario, la convenzione in cui hai cacciato dentro a forza tutta la tua argilla, ti ha sospinto troppo oltre: non serve a nulla lo scandalo rapinoso in cui sei caduto. È troppo tardi, amico. Beccati la tua vita.


        Carnevale. L'unico periodo dell'anno in cui, deliberatamente e per il puro gusto del travestimento, si sceglie di indossare una sola maschera...


        Fra la terra e il cielo. Oppure fra la terra e il vuoto di un burrone. Qualche volta tremando, qualche volta immobili come corpi minerali posati sulla riva di noi stessi.


        L'industria, a detta di qualcuno, ha reso i sogni pulsanti. Da quando non sono più delle sane vie di fuga fini a se stesse, da quando sono diventati tangibili, ne abbiamo perso il gusto. Un sogno coronato diviene una gabbia come tutto il resto. Incomincia ad avanzare pretese, fa invecchiare lo sguardo.


        Se l'erba del giardino del vicino è sempre più verde, la puzza della merda del suo cane supera di gran lunga in intensità quella della merda del nostro - sebbene il vicino non abbia un cane.


        Non passa giorno in cui io non smetta di dimenticare. Dimenticare la meraviglia per ritrovarla, ogni volta, intatta e più splendente. Contro l'oscurità che coltivo come un chierichetto umile, come un gatto alle due del mattino.


        Per un solo giorno sprecato, credere che tutta la vita vissuta sia stata sprecata. Questo è perfezionismo, questa maniacale attenzione ad ogni sfumatura del tempo...


        Alcuni sorrisi tendono insidie. Il sorriso s'è svuotato di se stesso, della propria spontanea ragion d'essere. Da qui la minaccia. Adesso si sorride per risultare gradevoli, per titillarsi a vicenda. Si sorride per completa mancanza di ironia, spesso per cattiveria, qualche volta per paura.


        La civiltà avanza in rettilineo, ma ruotando su se stessa come un cane che si morde la coda.


        Brancolo nel buio, e spero che ogni pietra in cui incespico sia in realtà un diamante che spunta dal suolo. Sono un cacciatore di barbagli casuali.


        Quando un sentimento si cristallizza in una forma meccanica, in un ferreo compenetrarsi di rotelle e rotelline, finisce col saltare in aria. Altro era il suo destino, ma la nostra sensibilità robotica e pantofolaia non smentì neanche questa volta il proprio essere sempre e comunque a caccia di noia.


        Poche gocce di pioggia in mezzo all'oceano, forse, non sono un granché significative. Ma se quelle stesse gocce ci sorprendono nel bel mezzo di una passeggiata, beh...c'è di che parlare, scrivere, imprecare. Uno sguardo si affina aderendo alla minuzia, al dettaglio, all'apparente insignificanza di un errore. Succosa polposità di un granello di polvere... di una sola giornata d'amore...


        I giovani d'oggi mancano d'argomenti. I giovani di ieri, pur abbondando d'argomenti, in seguito mancarono di portenti.


        La liquida e trasparente compostezza delle spazio tutt'intorno, per brevi bagliori, svela l'inconsistenza del mondo: tutto è vuota visione, bellezza e terrore, e si finisce con scendere a patti col proprio respiro, si firma il proprio assenso a questo gioco rapinoso che, malgrado continui a mietere vittime, trova sempre nuove biglie da far rotolare, vorticare, impazzire.


        Droga: per alcuni sancisce il delicato passaggio dal tempo delle mele a quello delle pere...


        Da millenni le verità banali sono quelle che fanno maggiormente rabbrividire. Ma ugualmente gli asini hanno bisogno di lunghi ghirigori perché esse si insinuino in loro, strattonandoli come un canto di sirene.


        Forse l'amore è solo la più bella posa che l'anima riesca ad assumere.


        Per supplire alla generale mancanza di talento, abbiamo finito con l'inventarci un talento della mancanza di talento. Questo ci permette di spacciare la nostra pochezza per perseveranza, in un gioioso ecumenismo delle teste vuote e delle mani indaffarate.


        Parlando con sincerità ad un amico, in realtà si comunica qualcosa a se stessi. L'altro è soltanto un pretesto perché il cerchio si chiuda, perché la confessione trovi uno sbocco oltre il confine e ci rimbocchi le coperte - adesso più leggere e con noi, sotto, liberati dal peccato.


        Possiamo conquistare solo ciò che siamo disposti a perdere.


        Guardati intorno: sei in una fossa comune. Tutti si riconoscono in tutti, in un felice e apparentemente incantato livellamento delle coscienze. Non sentirti escluso, questa sera: indossa piuttosto un'anima all'ultima moda e godi della tua ottusità. Ricorda: anche tu sei padrone del mondo, e qui è tutto splendido.


        Non perdiamo occasione di far sfoggio della nostra coerenza - in qualsiasi situazione e dopo l'ennesimo cambiamento di rotta.


        Senza il dolore, senza il suo mascara e la sua cipria, l'anima - da brava cocotte - specchiandosi avrebbe ripulsa di se stessa.


        Sarebbe già tanto riuscire a costruire la propria tragedia con le proprie mani, già tanto riuscire ad orchestrarla sin nei minimi particolari perché si abbia sempre un alibi dinanzi al confronto col mondo.


        Si può stare ad aspettare qualcosa per tutta la vita, ma forse ce l'avevamo già. Le nostre capacità di autofraintendimento vanno decisamente oltre ogni immaginazione.


        Osmosi. Si innamorò di me nell'istante in cui realizzò che avevo smesso di amarla.


        Al lacrimevole wertherismo adolescenziale, sostituimmo il biasimevole disfattismo dell'età annerita. Cominciammo ad arzigogolare il pensiero e ad ottunderlo nella ricerca di denaro, onori e oneri che non avrebbero fatto altro che rimpicciolirci in rapporto al baratro appena appena iniziato a scavare. Dicemmo di noi: abbiamo trovato il nostro posto nel mondo. Ma i petali dei fiori una volta freschi, adesso stracciati ai nostri piedi, ci fecero capire che in realtà avevamo sempre sbagliato tutto. Continuammo a consolarci a lungo, tentando di ricomporre il puzzle del nostro completo rincitrullimento.


        Garantire continuità ai propri giorni, trovare il filo rosso - quel rivolo di sangue...


        Siamo abitudinari, fatalmente aridi, perché il nostro elemento è la noia. L'imprevisto ci attrae solo da lontano, e riteniamo più giusto (più comodo) non distrarci dalla dolcezza monotona e soggettivamente esclusiva delle cose ripetute.


        Nei momenti di solitudine, di dolceamara solitudine, non si ha bisogno di una sola carezza. Si ha bisogno di tutte le carezze, tutte le carezze possibili. L'infinito desiderio di sbigottimento assume così la forma di mille zampilli, mille rivoli di desiderio che vanno alla fine a convergere in un unico punto. Questo punto è l'Assenza, il buco nero in centro al torace che portiamo a spasso, il più delle volte, senza accorgercene. Questo punto è la foce, il mare.


        Telefono. Ha rivoluzionato l'amore appesantendolo del fardello di molte parole. Ha prolungato i sacri tempi dell'attesa. Privati del corpo, con esso diveniamo pura voce, persistente fruscio, oracolo bugiardo. Questa attenzione ai minimi sospiri, questa accortezza nel calibrare gli accenti... Davanti ad una cornetta potremmo persino essere sinceri - ma a patto che dall'altro capo non ci sia nessuno.


        Con chi non conosciamo a fondo, ci sorprendiamo a parlare del tempo. Con chi conosciamo troppo a fondo, ci sorprendiamo a parlare del tempo. Deve essere, a quanto pare, qualcosa di fondamentale. Qualcosa che riesce, dopo amori andati a male, a farci battere il cuore.


        La vita dovrebbe essere trattata alla stessa stregua di un'amante troppo esigente. Bisognerebbe rifuggirla spesso, non concederle troppo, perché non diventi ingombrante e frivolmente lacrimosa. Pochi momenti di passione, sì. Ma ben calibrati e memorabili. Allora si seduca la vita coprendola di sviste, di errori, di mancanze. Se essa, da concubina, divenisse una moglie, tanto varrebbe affogarla in una vasca da bagno.


        Certe sere cristalline, serene e deliziose, sembrano palesarci l'obbiettivo al quale tutti dovremmo tendere: una silenziosa schizofrenia subacquea.


        Imperfetta forma di cinismo: sogghignare per la vanità delle altrui storie d'amore, e contemporaneamente confidare nelle proprie.


        La gioia si dà in maniera gratuita e improvvisa. Non si sa da dove essa provenga, né perché il niente in cui confidiamo abbia voluto concedercela ancora una volta - potrebbe essere l'ultima. Ma lo sapremo un momento dopo, o un giorno un mese un anno dopo: quando i nostri occhi finiranno col ricadere sulle solite mancanze insanguinate.


        Si finisce con l'accettare le proprie piccole nevrosi come fossero altrettanti inutili rituali quotidiani.


        Il pensiero d'essere eterni, in fondo, ci fa sentire impacciati. Saremo all'altezza del per sempre? Noi, soci onorari del Club dei Precari?


        Credere in se stessi, nella propria inavvertita virtualità, non basta, non è mai bastato. Una linfa sotterranea ci mantiene in vita, anche quand'è persa ogni speranza, un meccanismo che ci appartiene ma che, per fortuna, non riusciamo a controllare. La forza tellurica dell'ombra, la vera impronta del sangue, il nostro invisibile calco spettrale. Dio? Più che altro è l'astrazione di noi stessi, è la nostra solida evanescenza che, in occasioni innumerevoli, ci esime dal perire. Fantasmi, fantasmi, fantasmi......


        Era talmente succube della puntualità che quando arrivava in anticipo aveva il terrore d'essere in ritardo, e talvolta lo era.


        Se sbraiti, le tue sacrosante evidenze finiscono con l'essere seppellite dal rossore del tuo volto. Pacificati, allora. Affonda il bisturi del tuo giudizio, ma con dolcezza. Non si accorgeranno nemmeno che sono loro stessi ad essere messi in discussione dalle tue parole...


        Trucchetto del pessimista: penetrare con tutto il proprio essere una possibilità negativa per esorcizzarne la possibilità di realizzazione effettiva.


        La verità viene sempre a galla. Come i pesci morti.


        Sul comodino: una bottiglia d'acqua, un bicchiere, pochi libri. E forse un pacchetto di sigarette, un accendino colorato, un taccuino, una penna. L'indispensabile, insomma, per attraversare la notte. Per potersene difendere. (Quanto al giorno, non occorrerebbe meno di un revolver. E invece si è costretti ad accontentarsi dei propri sguardi accigliati, dei propri modi da scacciacani impenitenti.)


        La gioventù fugge via? Lasciamola andare: è troppo sanguinolenta...


        Arrivano i mostri. Loro chiamano realtà la loro mancanza di immaginazione, e ti giudicano dal modo in cui porti la macchina. Si sentono sempre al passo coi tempi, mentre il tempo li attraversa da parte a parte senza che nemmeno se ne accorgano. Sono felici quando scoreggiano in sincrono, si proteggono l'un l'altro perché in fondo si detestano. Sguazzano nel rimosso della carneficina che vorrebbero, in fondo in fondo, ma che non sarebbe vantaggioso attuare. Sono civili, millantatori, modernamente primitivi. Sono loro, i mostri, il futuro. Teneteveli.


        Ogni solitudine è una bolla di vetro: può essere opaca, o colorata, o trasparente.


        Un buon uso della sintassi, o dell'armonia in musica, non può far altro che incantare. Ma solo se il desiderio a monte di chi parla, scrive, fraseggia non è altro che quello di produrre nel fruitore una ribollente catalessi.


        Felicità è stringere nelle mani ciò che non si aveva, ma come se non lo si avesse. Come se non lo si avesse: cioè interponendo una finta distanza che permetta all'interiorità di produrre un'immagine di ciò che si possiede; perché la cosa, in se stessa, non vale proprio nulla.


        Il visconte dimezzato. Una metà buona, l'altra cattiva. Con una mano ti prodighi in carezze, nell'altra stringi un pugnale. Tu e il tuo Doppio.


        Tra il dire e il fare, c'è di mezzo il disfare. Un'azione è sempre preceduta dall'annientamento di uno stato di cose presente. Un'azione, a qualunque grado, è sempre una rivoluzione. Ma ugualmente non c'è da stupirsi di nulla.


        Pioggia fitta. Il matematico e imprevedibile intricarsi delle gocce, l'una dentro l'altra, come destini sparati a folle velocità che fatalmente si incrociano e, nello stesso istante, deflagrano. Quelle gocce: metafore di noi. Un cane randagio (Dio?) riparato sotto a una grondaia, indifferente osserva.


        Certi amori cominciano male, e finiscono male. Che cosa salvare? Bruciare, bruciare.


        Contro la pedagogia. L'immagine più pura che ho della mia infanzia è quella dei lombrichi che trafiggevo, chirurgicamente, con aghi di pino. Infanzia: crudeltà senza cattiveria, gelidi capricci, biciclettine sparate contro lo stellato...


        Non ci si sente mai abbastanza vicini, né mai abbastanza soli. Saremmo in pace con noi stessi soltanto se riuscissimo a vivere una condizione nella sua pienezza, nella sua interezza sferica, concettuale. Il quasi, in qualunque accezione, è sempre snervante. Siamo stanchi di essere quasi felici, o quasi disperati. Soltanto gli estremi appagano il respiro (e in questo senso l'idea del purgatorio è decisamente aberrante e scandalosa).


        Per un animale niente è più offensivo della nostra ostinazione a volerlo umanizzare.


        I romantici capirono che, a scapito di tutto il resto, si poteva ben vivere per flirtare con il cosmo e le sue pudiche indecenze.


        Dietro le quinte del palcoscenico-vita, rattoppare gli abiti logorati dai riflettori. Dietro le quinte, quindi sempre nella propria bistrattata interiorità. Perché è nell'intimo che, per quanto possibile, si recupera l'etimo. Fosse anche per poi mandarlo al diavolo.


        Una rosa andrebbe regalata per sancire un inizio, o per benedire un addio. Ma, nel secondo caso, il messaggio sarà tutto nelle spine.


        Certe strade, di notte, vanno percorse fino in fondo. La vera forma di un luogo si svela soltanto dopo lo scoccare dell'ora delle streghe. Bisognerebbe aspirare ad un'estetica del rovescio della medaglia, ad una morale che non disdegni di fare i conti con la corrosione di certe lande d'asfalto.


        Un appunto sull'ironia. L'ironia restituisce al mondo il suo giusto senso, il suo giusto peso. Ovvero, a conti fatti, il suo vuoto di senso, la sua assenza di peso. Ma un'ironia che non abbia prima fatto i conti con la disperazione, un'ironia che non si sia spezzata i denti contro il piombo del reale, non vale niente. Non si può sorridere di qualcosa di cui prima non si sia avvertito il dolore o, quantomeno, il terrore riflesso. Prima che la bocca si torca in un sorriso lieve come una piccola ferita in centro al viso, occorre aver vissuto quella ferita. Il sorriso, per così dire, è quella stessa ferita che rivive, ma svuotata del patimento. Il sorriso è una ferita divenuta pura immagine, una ferita incredibilmente accompagnata dal sollievo di poter rendere finalmente al mondo il peso di cui ci sobbarcò. E così, con quello stesso peso, schiacciarlo, seppure solo per un istante, come lui fece con noi. Il vero humour è sempre nero. Il resto è comicità cialtrona da spettacolo televisivo del sabato sera.


        Esistono due maniere per non restare succubi delle alterne ondate della vita. Una è non chiedere niente, l'altra è chiedere troppo. In entrambi i casi si sarà realizzato un scarto fra se stessi e la vita che, da buona massaia, non sa che concedere brodose vie di mezzo.


        I vecchi del paese indagano con scrupolosa attenzione qualunque manifesto mortuario gli capiti a tiro. Non solo per la curiosità di sapere se il defunto sia un loro conoscente, non solo. Soprattutto, seppure fra le righe, cercano qualche indizio che riguardi la propria morte - ma in una maniera misteriosa di cui la loro logica non partecipa.


        Finalmente è cambiato qualcosa: ho un paio di scarpe nuove.


        Ultimo atto (2). Ritorni dalle solite serate. Ritorni da una serata solita, come tante altre, senza sapere che cosa raccontare a te stesso. Dopo i molti sorrisi d'occasione, non ne hai neanche uno da esibire al tuo specchio. I tuoi passi, lungo la strada, sono esplosi come baci di cristallo nel silenzio della notte. Hai saputo come calibrare i movimenti prima di giungere sulla soglia di casa. Hai scorto un'auto in lontananza, quelle stelle che non guardi più da molto tempo. Hai pensato a quale abito indossare la mattina successiva, nel domani di un altro domani. Hai stretto forte gli occhi.


        Foglietto di diario. La gatta mi ha domandato se anch'io, qualche volta, ho terrore come lei degli scricchiolii che si producono nel legno delle porte. Non ho saputo cosa rispondere, e per nascondere ai suoi occhi il mio imbarazzo ho dovuto accarezzarle la testolina.


        L'importante è scrivere meglio di quel che si è.


        Siamo frutti di ferite aperte, ingressi da porte di cui non possediamo altro che pochissimi indizi. La vulva - porta suprema e suprema meta; le porte che attraversiamo - tinello, bagno, ripostiglio, salotto. Il cammino perenne, l'eterno incespicare da un'età all'altra, la ricerca di una chiave che conduca alle stanze ultime. Gli occhi che si aprono al mattino - varchi siderali ed inconclusi.


        Se a volte la sofferenza sembra reclamare solo altra sofferenza, è perché siamo fatalmente attratti dal comfort delle rovine.


        L'Io è una malattia con la quale, dopo lunghi sforzi cadute rinascite, alla fine si riesce a convivere. Un po' come avviene per tutto il resto, ma soltanto l'Io, a differenza di questo resto, ci appartiene veramente (per quanto possibile). Pazzia è spossessarsi del proprio Io, lasciare che la malattia rompa i confini consentiti. L'arte permette di avvicinarsi infinitesimamente ai propri limiti, senza per questo toccarli o renderli nulli. L'arte, in realtà, è solo un falso movimento liberatorio. È follia compressa.


        Parla come mangi: te lo intima chi mangiando non può fare a meno di sbrodolarsi, e continua a sbrodolarsi anche durante una conversazione.


        Essere dalla parte dell'eremita, o dell'agnostico mondano?


        Destini. I poveri del paese stendono i panni per strada. Esibiscono i propri capi d'abbigliamento ai tremori del vento stagionale, alle strette e fioche falcate del passante qualunque. È uno spettacolo che talvolta infastidisce, soprattutto quando durante una più o meno piacevole camminata si è costretti ad imbattersi in un paio di mutande slabbrate, logore ai bordi. Veramente tremendo.
        I poveri del paese stendono i panni per strada. Gli altri - quelli di una certa ed onestamente guadagnata levatura sociale (?) - stendono i panni su alte terrazzine, e lo spettacolo è non meno indecoroso.
        Forse il destino dell'uomo è racchiuso nel segreto delle proprie mutande appese.


        Non importa quanti anni hai, ma quanti ne rimpiangi.


(I - continua)

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