L'ossessione
della pagina non è forse la stessa della
vita? Riempire, riempire, che sia inchiostro
oppure sangue, continuare ad occupare spazio,
scialacquare i propri segni con le proprie pulsioni.
Alla fine ci si accorge di aver semplicemente
occupato il tempo. La noia è la molla
di tutto - quand'anche scrivere e vivere ci
risultino noiosi.
("Che
coli il mio sangue piuttosto che il mio inchiostro"
- P. Drieu La Rochelle)
Occorrerebbe
sterilizzare i luoghi del commiato. Non più
abbandoni crudeli, né lacrime o parole
trasecolanti. Necessitiamo di addii più
sobri e levigati, di gesti geometrici. Di recisioni
in cui la temperatura emozionale non superi
lo zero. In questo modo non avremo da rimpiangere
nessuna sbavatura nel litigio. Semplicemente,
crederemo che in fondo sia giusto così.
Oggi
non ho nient'altro da fare. Sono decisamente
in anticipo sulla mia pigrizia.
In
tempi di poveri diavoli, non aspiro
ad altro che ad essere un tenero diavolo,
un malinconico groviglio di ghigni.
Seduceva
di continuo la morte, ma di continuo rimandava
l'appuntamento con lei. Sapeva che sarebbe stato
il primo e anche l'ultimo.
Non
chiediamo altro che amori, ma che siano rispettosi
della sintassi.
E
se le foglie degli alberi, in questi autunni
scomposti, cadessero tutte assieme? Invece che
una alla volta, o in un turbine feroce, istante
dopo istante? Ci sarebbe meno poesia, questo
è evidente. Ma la natura viene sempre
incontro ai nostri ingenui patetismi lirici:
non possiamo far altro che ringraziarla.
Giustifichiamo
le menzogne degli altri soltanto nella misura
in cui riusciamo ad esserne complici.
Un
semplice lapsus, se quella volta dicesti: "Dalla
vita non mi aspetto che il giusto impensabile"?
In
quest'epoca di coscienze sporche e mani pulite,
non uccideremmo il nostro peggior nemico soltanto
per non macchiare di sangue la camicia - fedina
penale estetizzata. Ciò che ancora argina
il nostro desiderio di cattive azioni altro
non è che il fastidio burocratico che
ne deriverebbe, insieme con l'insofferenza alla
popolarità che oramai si concede soprattutto
ad asini e assassini.
Il
nostro posto non è da nessuna parte.
Semplicemente adocchi una poltrona, ti ci butti
di sopra, e la trovi più o meno comoda.
In
preda a una suggestione, a una moderata ossessione,
possiamo ben dire di essere vivi. La ragionevolezza
conduce alla morte, ed essere educati a forme
che non ci appartengono è deleterio più
di qualunque deragliamento di condotta. Svuotare
la realtà dalla sostanza che finge di
avere è l'unica cosa che convenga fare,
sebbene i molti - per mancanza di fantasia -
non facciano altro che perseguire una santità
e una castità interiore da imbecilli.
Vedi la luna, amico? Right, fanne ciò
che vuoi. Frantuma la sveglia sul comodino e
naviga nell'incenso, nel silenzio, e benedici
ogni tuo errore perché soltanto l'errore
ti appartiene.
Per
quanto mi riguarda, non mi interessa l'opinione
pubblica. Ma l'opinione pubica, la
risposta dei sensi.
Certi
giorni sono solo didascalie delle sere precedenti.
Una
cancellatura sul foglio nasconde un mondo sommerso;
una carneficina di segni deliberatamente attuata
- penna in mano - da chi scrive e comunque s'illude
d'essere padrone della propria espressione.
Ci si chiede: che piega avrebbe preso il discorso
senza quella correzione? Dove ci avrebbe condotto
la parola obliata, se non fossimo stati tanto
incauti da stenderla sopra quel sudario di inchiostro?
Qualcuno
nasconde la propria infelicità non per
salvaguardare l'intimità (che veramente
gli appartiene), ma soltanto per non essere
costretto ad ammettere che ciò che stringe
in pugno (e che gli appartiene solo in apparenza)
non vale proprio niente.
Nei
bigliettini della spesa è concentrata
la nostra essenza di consumatori e viventi.
Sono carichi di desideri e, proprio come noi,
non durano che un attimo. Il tempo di bramare
qualcosa, prima di finire accartocciati.
Godere
del vuoto spettacolo dei propri gesti, teatralizzarsi
fino alla completa rarefazione...
I
funerali sono delle ottime occasioni per rinverdire
le vecchie conoscenze. Nella bolgia del corteo
si rivede Tizio dopo tanto tempo ("dopo
una vita") e con grande meraviglia ci si
sorprende a chiedersi: "Ma come? Tizio?
Ma come? Non era morto lo scorso anno?"
La nostra attenzione finisce così col
concentrarsi più sulle silhouette dei
presunti morti che non sullo stoccafisso nella
bara.
Questi
continuano a fare figli soltanto perché
strattonati dalla pubblicità dei pannolini.
Questi si riproducono perché, al momento,
si sentono esclusi da certi target.
Ti
dicevo: il caminetto è un imbuto all'incontrario,
che porta alle stelle.
I
visi che si avviluppano lungo il corso del giorno,
le mani, gli avambracci, le teste spettinate,
i cani randagi, gli sguardi annoiati e i profili
di donna, i cartelloni pubblicitari e i gatti
che attraversano la strada poco sicuri di raggiungere
la sponda opposta: ogni tanto ci si ricorda
del vuoto che circonda queste presenze, ci si
ricorda della noia e del senso del dovere buono
solo a gettar terra sulle anime dei morti. La
coscienza, infine, si pacifica con un "Così
sia". Non sono ammesse repliche.
Immagino
un posto in cui ogni cosa sia in ordine. Immagino
individui dai sorrisi teneri e scialbi, che
non conoscano la potenzialità distruttiva
di parole come odio e amore.
Perdere
un mazzo di chiavi è come perdere l'appartenenza
ai propri luoghi, ai propri spazi. Le mani rivoltano
le tasche con un sordo terrore, come fossimo
stati cacciati dalla nostra tana per l'eternità.
Si può ben impazzire per una perdita
del genere, perché è una paura
che viene dall'alto, che ci trascende.
Al
bar, qualche volta, il Signor Chicchessia ordina
un caffè politicamente corretto.
Non
abbiamo che questo cuore. Sanguinante, come
uno straccio usato per pulire i resti di una
strage.
Le
beghe di coppia vissute dall'esterno sono quanto
di più patetico si possa immaginare.
Sono delle farse disgustose. Vissute dall'interno,
viceversa, possiedono se non altro il fascino
del martirio. O almeno così ci si sforza
che risulti ai nostri occhi.
Cuscini:
vedendoli accavallati sui divani, morbidi ed
indolenti, li desideriamo ardentemente alla
mattina - prima di scappar via per le solite,
stupide faccende.
Qualcuno
crede ancora che per restare bambini tutta la
vita occorra ostentare comportamenti infantili,
essere vezzosi e un tantino naif. In
realtà un'infanzia che riesca a perpetuarsi
nel tempo, malgrado gli accidenti del
tempo, è qualcosa di estremamente serio:
perché il bambino, a suo modo, ha fede
in quel che fa ed è estremamente rigoroso
nel disporre i soldatini prima che incominci
una battaglia - l'inizio dell'adolescenza. Il
bambino, senza dubbio, è milioni di volte
più serio di noialtri idioti, che continuiamo
a giocare per alleggerirci del peso della vita
senza riuscire a capire che il gioco è
la vita.
Tornare
a casa tardi. Con le scarpe ancora lucide e
lo sguardo acquitrinoso. L'ombrello è
posato al solito posto, le ultime sigarette
sono strette nella tasca. Dissoluzione, sì.
Aureo fatalismo e completo spappolamento spirituale.
Il
gorgo non è immerso nei campi, in una
foresta, in una radura ostile e selvaggia. Il
gorgo è quello perfettamente gelido,
rapinoso ed alienante del lavandino del bagno.
Ogni mattina, dopo il sonno, con gli occhi inadeguati
e la pelle morbida del viso, ci gettiamo in
quel gorgo. L'acqua ricompatta gli zigomi straziati
dalla notte mentre fissiamo quel maelstrom,
quell'imbuto, quel mulinare liquido che conduce
chissà dove. Poi, forse, ritorniamo alla
vita.
Era
fedele a Cristo, un po' meno a sua moglie.
Talvolta
non c'è niente di più caldo e
pulsante di un gelido cerebralismo. Esso può
condurre al cuore delle cose, e così
divenire puro sentimento, emozione autentica.
È una questione di percorso: chi parte
dal pensiero, giunge al cuore. Chi parte dal
cuore, giunge al buon senso. Il centro, il cuore
come obbiettivo.
La
timidezza diventa un problema quando, pervertendosi,
deraglia nell'estroversione a tutti i costi.
Dopo
la fine, amore, appropriati dei miei errori.
Fanne pure quello che vuoi. Tramutali in animali
da circo, meraviglia gli astanti esibendo i
lapislazzuli delle mie mancanze...
Le
contingenze incalzano da dietro, le traveggole
del cuore cominciano a puzzare di velleitarismo
e la noia ti appare una festa sfrenata: inizi
a biasimare il tuo corpo indaffarato, i tuoi
pensieri improvvisi, i tuoi rimpianti da quattro
soldi sperando di tornare quanto prima alla
demenza dell'equilibrio, sola garante del tuo
essere nel mondo...
Credere
nei sentimenti, sì: ma senza un briciolo
di sentimentalismo. E con la fierezza impunita
di chi, ossessionato dalla grazia, sa di non
poter fare altro che annientarsi, rinascere,
annientare, far rinascere.
I
piccoli dispiaceri sono come le punture di zanzara:
li si sottovaluta fino a quando non superano
un certo numero.
Il
nuovo Amleto ha unghie pulite e petto villoso.
Crede che Jean Cocteau sia uno stilista francese.
"Indossare questo o quell'abito?"
- that is the question. Non è un'ostentazione
di frivolezza, ma soltanto qualcosa che potrebbe
decretare il buono o cattivo esito di una serata.
E oggi non si vive che di serate, di sorrisi
vuoti e moderati shock.
Noia
completa. Progetti per il futuro. Rivoltolarsi
nella propria imbecillità. Seguire soap-opera.
Sognare, dopo il matrimonio, un materasso ad
acqua. La fine del mondo è partita da
qui. È una conquista del progresso -
ma, mon dieu, a sua totale insaputa.
Feste
di compleanno. Auguri, cicche di sigarette,
molte risate. Per reazione uguale e contraria,
una tristezza dolce e infinita. Queste occasioni
fanno sentire spesso il peso della solitudine,
la solitudine di tutti. Di quindici esseri messi
lì a tentare di dimenticare. Anche soffiare
sulle candeline è una maniera come un'altra
per non pensare agli anni che piombano dall'alto
come dardi, agli anni che cascano. Esorcizzare
con presunta ironia il terrore della dissipazione
mangiando una fetta di torta, benedicendo i
propri o altrui petali caduti. Fotografie a
concedere dignità al tutto, poi, così
che un giorno si possa dire, sfogliandole: "Guarda
te. Com'eravamo belli quando tentavamo di dimenticare
i nostri stessi sogghigni, la menzogna che albeggiava
dietro essi".
I
silenzi ci spaventano perché comunicano
veramente qualcosa. E questo qualcosa,
generalmente, potrebbe ben inghiottirci.
La
fantasia è una perversione della realtà,
perversione senza la quale la realtà
stessa non avrebbe per noi alcun interesse.
Qui tutto è strumentale, quindi possiamo
permetterci qualsiasi delirio: elefanti alati,
amori eterni...
Augurare
del bene o del male a qualcuno non costa granché.
In ogni caso, ci penserà il Signor Destino
- questo nostro efficientissimo segretario.
Si
deve essere degni di sostare dietro una finestra.
L'occhio deve essere puro come il vetro gocciolante
di brina, deve avere il coraggio d'osservare
la tempesta - impassibile come un cristallo,
come le ante ben salde sui propri cardini.
Generazioni.
I bambini giocano per strada, rotolano, si picchiano.
I loro genitori giocano fra quattro mura, si
aggrovigliano, si feriscono.
O
si è in vacanza da una vita, o non lo
si è stati e non lo si sarà mai.
La
notte è un'epidemia di cani che latrano,
e ci si affina nel terrore di non essere poi
troppo differenti da loro.
Ultimo
atto. Notti in soluzione liquida, tremende
ed inermi come pesci in formalina. Torni a casa
all'una, col freddo che mortifica l'epidermide,
dopo l'ennesima serata d'azzardo. Questa volta
sul piatto delle perdite si contano sorrisi,
gesti, parole, sguardi. Hai i vestiti sgualciti.
Il sonno porterà consiglio? Riuscirai
a recuperare, durante la notte, la vita dispersa
per mancanza d'abnegazione nel sottrarla? Un'auto
sfreccia silenziosa, lucciola innocua, illudendosi
di aprire un'altra ferita sul selciato. Cenerentola
vaga in eterno rinchiusa nella sua carrozza,
senza che questa ritorni una zucca. Componi
la coreografia di tali forme con un movimento
austero del braccio, accarezzi l'aria con la
mano.
La
vecchiaia dei vecchi sembra essere il solo punto
fermo della nostra giovinezza.
Dopo
una serata di sacrosanti bagordi, come puoi
ancora essere convinto che la memoria abbia
voce in capitolo? Ripeterai i tuoi sbagli, perché
non si finisce mai di disimparare, e si può
solo perfezionarsi nell'errore.
Spesso
occorre più forza di volontà per
restare a guardare che per affondare le mani
nella melma (ci siamo ormai talmente abituati...).
L'attitudine all'azione ininterrotta è
il sintomo di una debolezza necessaria, debolezza
senza la quale non potremmo che dichiararci
inutili. Ma proprio a un uomo che abbia il coraggio
di dichiararsi tale dovremmo innalzare un monumento:
mai nessuno, sino ad adesso, è stato
talmente impudente da affermare con convinzione
e senza patetismi "Io? Io non servo...".
L'ipotesi
meno appariscente, quella che si scarta sin
dall'inizio, è in genere l'unica che
si avvicini alla verità.
Alcune
donne sono vedove sin dalla nascita. Per un
decreto che le trascende, sconteranno perennemente
nella vita la perdita di qualcuno.
Dal
riscatto nell'espressione al ricatto
dell'espressione: ogni vero artista ha
varcato questo confine, ed è finito col
trovarsi in balia della sua opera.
Parlavano
della necessità di evadere, di tanto
in tanto, dalla solita vita, la solita routine.
Senza accorgersene, utilizzando il termine evadere,
ammettevano a voce alta di trovarsi in una prigione
che era la loro stessa vita, lo schema che ad
essa avevano sostituito.
L'unico
dandismo ancora possibile è il dandismo
dello sguardo: approdo e deriva estrema
di tutti i modi esteriori di cui il dandismo
si nutrì prima che venisse stilato il
suo certificato di morte. Oggi l'umoralità
dandistica, come dopo una rapida implosione,
sembra essersi addensata sulla punta di uno
spillo, fra palpebra e pupilla. La ricercatezza
nel vestire si è cristallizzata nella
discrezione estetica, e al dandy non resta altro
da fare che essenzializzarsi rasentando infinitamente
la scomparsa in cui qualcuno (forse lui stesso)
finse di seppellirlo.
Contro
la sciatteria turistica estiva, il mare dovrebbe
essere rivalutato come luogo di espiazione.
Dove il condannato sarà costretto, ganci
agli occhi, a fissare il moto delle onde fino
ad impazzire.
Vivere
in solitudine: forse è una cosa triste.
Ma ancor più triste è vivere per
solitudine.
Dio
è come un vecchio e cinico gentiluomo
che abbia vissuto per tutta la vita chiuso in
un castello. Nessuno lo ha mai visto, ma tutti
spettegolano sui suoi presunti attributi perché
dove non c'è chiarezza sboccia il fraintendimento,
il gossip. Dio è quel vecchio e cinico
gentiluomo divenuto, suo malgrado, un'icona
pop. Cui si tributano denaro e preghiere, e
moderati slanci di lirismo.
Si
muore per un niente. E si nasce per ancora meno.
Se
ti trattano male in quanto 'cittadino', in quanto
'marionetta burocratizzata', sei pronto ad impugnare
la spada e ad avanzare pretese - ti cola il
veleno dalla bocca. Se ti trattano male in quanto
uomo, generalmente sorridi (o neppure te ne
accorgi).
In
certi casi il matrimonio si riduce a una faccenda
di figli e soprammobili. Il fatto che nessuno
se ne accorga favorisce di molto la continuità
della specie.
Tutto
scorre: ma la verità del panta rei,
a dispetto di ciò che esprime, è
completamente immobile.
Gettai
al fuoco le sue lettere d'amore quando m'accorsi
di non essere più tanto paziente da rileggerle
da cima a fondo. Avevo cominciato a farle passare
fra le dita in maniera distratta, come si fa
con i fogli di rivista in una sala d'attesa...
Alcuni
prodotti artistici acquistano attendibilità
e fascino soltanto in base a ciò che
si suppone del loro autore. Più di lui,
conta il suo spettro. Gli autori osannati dalle
masse sono coloro che rendono malleabile il
proprio spettro ad uso e consumo del pubblico,
oppure gli autori che scompaiono dentro
l'opera, senza lasciare alcuna traccia di sé.
Le
librerie, i negozi di dischi? Moderni bordelli
dell'anima...
Dicerie.
Potrebbero dire: ha fatto la barba come sempre,
ha una leggera ferita sulla guancia. A volte
l'inquietudine e l'insofferenza per gli spazi
lo costringono a muoversi in lungo e in largo,
in cerca di una sosta che potrebbe essere solo
nella sua mente. Potrebbero dire: ha perso tempo,
continua a perder tempo. Spreca denaro, fiori,
amori. È orgoglioso di tutto questo oppure
la sua è soltanto finzione? Che cosa
rimane delle sue paradossali intransigenze?
Potrebbero dire: la piccola ferita sulla guancia
si riapre, di tanto in tanto, e sanguina soltanto
aria. Quel che gli è rimasto in tasca
non basterà per le prossime due serate,
e sì che di soldi ne aveva. Dove saranno
finiti? Si affonda di droghe? Di cosa? Gioca
d'azzardo? Potrebbero dire: è un gran
bevitore, non ci sono dubbi. Quando non può
più trattenere l'ira di cui è
fisiologicamente intriso, meglio scappare via.
E quegli amabili sorrisi? I suoi amabili sorrisi?
Potrebbero dire: è un ragazzo educato,
composto. Che cosa lo trattiene dal diventare
un assassino?
L'amicizia
pone le sue basi su una comune sconfitta. Quella
sconfitta a cui si accenna segretamente, in
silenzio, semplicemente guardandosi negli occhi.
Due amici sono il rigoglio di quanto un giorno
persero, e niente di più. Ma crediamo
che questo possa bastare.
In
segreto ci piace pensare che tutto finirà,
prima o dopo. Un raglio celeste, poi più
nulla.
Dopo
aver subito uno scacco qualunque, cerco di rimettermi
in forze. Ma il primo passo da compiere è
anche il più difficile: rimettermi al
forse...
I
migliori maestri sono i cattivi maestri.
Loro ci educano alla luce e al fulgore sprigionati,
più che da una stella, dal ridente e
tragico annientamento dei buchi neri - questi
collassi della materia e del senso. La luce
più potente non ci rassicura circa lo
spazio tutt'attorno, ma ci acceca. Eppure, per
un infinitesimo di secondo, avremo veramente
visto tutto...
Un
oggetto non si incancrenisce al cospetto di
uno sguardo carico d'odio. Un oggetto si può
anche distruggerlo, ma gli spettri dei suoi
cocci saranno sempre lì a ricordarci
che - beato lui - non poteva importargliene
di meno.
Morte:
alla fin fine, l'unica cosa della quale non
potremo mai essere sufficientemente convinti.
Cerchiamo
corrispondenze fra gli avvenimenti della nostra
vita e quelli denunciati dagli oroscopi dei
giornali. Sfogliamo i lunari, rimpinziamo le
tasche delle fattucchiere. Crediamo nell'astrologia
nella misura in cui potremmo, se ne avessimo
voglia, credere in Dio: e cioè tentando
di illuderci che qualcosa di superiore (le stelle)
cospiri in qualche modo all'apparente dinamismo
dei nostri giorni. Ecco un interessante metro
di valutazione del nostro grado di essenziale
disperazione: gli oroscopi. Dietro essi si cela
la rovina della civiltà occidentale,
con in più la consolante menzogna di
essere coccolati dal cosmo. Mentre esso, amorevole,
ci schiaccia. Ateismo all'ennesima potenza.
Fuori
dai coglioni. Ci sentiamo in diritto dirlo
a chiunque perché noi stessi, ante litteram,
fummo mandati fuori dai coglioni...
Questa
cosa umida e rossastra chiamata amore. Questo
vaneggiare profondo, questo scontro d'anime
e corpi, quest'improbabile geometria di pulsioni.
Eppure, alla vista di certe coppie di innamorati,
qualcosa si rivolta nello stomaco. È
il disgusto per il luogo comune, il luogo comune
della coppia come status, dovere sociale, necessità
della Specie. Alcuni sono talmente tronfi ed
ingrassati di sentimentalismo da non far pensare
affatto all'amore, ma a qualcosa agli antipodi
dell'amore: un compiacimento mediocre, come,
una nauseabonda stucchevolezza da rivista o
da soap-opera. Che qualcuno ci salvi dalla miseria
dello schema.
Passato:
una costellazione di istantanee in disordine.
L'eccentricità
estetica di certi individui non vale a salvarli
dalla loro costitutiva aridità interiore.
Ho conosciuto persone con il corpo stravolto
da tatuaggi e piercing, ma quando aprivano bocca
era come se avessi davanti un consulente aziendale
innestato sul tronco di una casalinga che pensa
solo ai bigodini.
Sono
sempre stato sedotto dal fenomeno del poltergeist,
dove gli oggetti, per una volta eroticamente
disinibiti, scaricherebbero la propria ira sul
malcapitato di turno.
Balli
di gruppo. L'ennesimo segnale dell'Apocalisse.
Tanto
più uno strumento musicale è sensibile,
tanto più ricca e armoniosa sarà
la musica che da esso
potremmo trarre. Allo stesso modo, data la sensibilità
delle componenti, sarà molto più
facile che un errore di esecuzione influisca
pesantemente sul risultato finale. Così
per gli individui più delicati ed incoscienti:
data la posta in gioco, essi dovranno comunque
mantenere una costante attenzione su se stessi,
dovranno gestirsi con maniacale accortezza per
non rischiare di finire in pezzi, per non rischiare
di cacciare fuori una nota stonata. Ma, nella
migliore delle ipotesi, che musica, che musica,
che splendore e che tenebra...
Hanno
la botte piena, e la moglie stronza. Gli va
bene così.
Le
nuvole nel cielo, a volte, erano schiuma di
cappuccino. Allora scioglievo le mani conserte,
afferravo la tazza del cosmo e ingurgitavo tutto,
dolcemente, ma... che amaro retrogusto.
Crede
in quello che fa, ma quello che fa non crede
in lui.
Una
casa senza porte non è degna
d'essere abitata. Tanto varrebbe, a questo punto,
vivere per strada. Davanti ad una porta ci si
sente sempre aldiquà, mai aldilà.
Sovrani scricchiolii notturni si propagano,
fantasmi la attraversano...
Io:
prima persona singolare. Ma veramente
singolare...
Se
tutto è vano, è inutile prendersi
troppo sul serio. Ma per giungere a capire che
tutto è vano occorre molta, moltissima
serietà.
Le
mezze tacche, gli imbroglioni, inneggiano al
sistema perché esso permette loro di
salvare il salvabile - cioè il culo e
la faccia, o la faccia da culo. Il fine giustifica
i mezzi-uomini ad affondare sorridenti le mani
nella merda. La scambiano per una torta al cioccolato
e ne vogliono ancora, ancora, ancora.
Siamo
animali da circo. Da millenni continuiamo nei
nostri tripli salti mortali sul niente.
Comitive
di anziani in viaggio. Porteranno con sé,
nella tomba, molti souvenir.
Quando
il pensiero procede a strappi è sicuramente
in buona forma. Ma solo dopo, nella stasi dell'onda,
potremo tirare fuori qualcosa di interessante.
L'espressione è sempre postuma.
Chi
volontariamente percorra la strada dell'evanescenza
apparirà quasi sempre inattendibile.
Come potere, difatti, dare credibilità
a uno spettro? Egli sarà sempre una fonte
sgozzata, un assurdo grumo di verità
e menzogna. Senza il conforto di un sistema,
di uno scheletro etico che rassicuri circa la
sua buona fede. Ma, intanto, lui si starà
divertendo come un matto...
Datemi
quello al posto di questo. E questo al posto
di quell'altro. Non si vive che di sostituzioni
più o meno felici, di supposizioni sulle
scelte già fatte. Siamo didascalie in
margine a ciò che accade, a ciò
che crediamo di possedere.
Alcune
storie d'amore lasciano addosso soltanto un
gran mal di testa, e un po' di profumo sui vestiti.
Prima
di trascorrere una serata in compagnia, aveva
l'abitudine di accordare le corde della propria
interiorità per rendere più consona
e armonica la propria esibizione. Tutto procedette
per il meglio fin quando, all'improvviso, la
cassa di risonanza non cadette in pezzi. Aveva
evidentemente sbagliato tutto credendo che la
cassa di risonanza fosse rappresentata dalla
complicità che gli altri gli comunicavano.
Anche la cassa di risonanza era invece all'interno
di se stesso, ed egli l'aveva mandata in pezzi
semplicemente ignorandola, confondendola con
quei sorrisi di circostanza...
Si
prevede un futuro di crisi di identità
per gli ingenui camaleonti sociali... Continuate
pure ad essere forsennatamente compiacenti,
sì... ma fate attenzione al ritorno di
suono.
Chi
è talmente contemporaneo da combaciare
in maniera perfetta col proprio tempo, avrà
perso il meglio del proprio tempo.
Essere
periferici. Per riuscire a dare alle
cose la loro esatta misura. Senza per questo
essere ai margini: dove il pensiero si ottunde
e l'occhio si gualcisce.
Sigarette.
Quando si getta via il mozzicone: allora si
è completamente perduti. Ed occorre ritornare
agli impicci con la specie, ai grumi di risentimenti
appiccicati sul cuore...
All'improvviso
ti svegli, e ti accorgi di avere sbagliato tutto.
Per la prima volta vorresti mutare il tuo sangue
in combustibile, vorresti nutrire la fiamma
totale che non avrai mai il coraggio d'appiccare.
Ma la follia organizzata del calendario, la
convenzione in cui hai cacciato dentro a forza
tutta la tua argilla, ti ha sospinto troppo
oltre: non serve a nulla lo scandalo rapinoso
in cui sei caduto. È troppo tardi, amico.
Beccati la tua vita.
Carnevale.
L'unico periodo dell'anno in cui, deliberatamente
e per il puro gusto del travestimento, si sceglie
di indossare una sola maschera...
Fra
la terra e il cielo. Oppure fra la terra e il
vuoto di un burrone. Qualche volta tremando,
qualche volta immobili come corpi minerali posati
sulla riva di noi stessi.
L'industria,
a detta di qualcuno, ha reso i sogni pulsanti.
Da quando non sono più delle sane vie
di fuga fini a se stesse, da quando sono diventati
tangibili, ne abbiamo perso il gusto. Un sogno
coronato diviene una gabbia come tutto il resto.
Incomincia ad avanzare pretese, fa invecchiare
lo sguardo.
Se
l'erba del giardino del vicino è sempre
più verde, la puzza della merda del suo
cane supera di gran lunga in intensità
quella della merda del nostro - sebbene il vicino
non abbia un cane.
Non
passa giorno in cui io non smetta di dimenticare.
Dimenticare la meraviglia per ritrovarla, ogni
volta, intatta e più splendente. Contro
l'oscurità che coltivo come un chierichetto
umile, come un gatto alle due del mattino.
Per
un solo giorno sprecato, credere che tutta la
vita vissuta sia stata sprecata. Questo è
perfezionismo, questa maniacale attenzione ad
ogni sfumatura del tempo...
Alcuni
sorrisi tendono insidie. Il sorriso s'è
svuotato di se stesso, della propria spontanea
ragion d'essere. Da qui la minaccia. Adesso
si sorride per risultare gradevoli, per titillarsi
a vicenda. Si sorride per completa mancanza
di ironia, spesso per cattiveria, qualche volta
per paura.
La
civiltà avanza in rettilineo, ma ruotando
su se stessa come un cane che si morde la coda.
Brancolo
nel buio, e spero che ogni pietra in cui incespico
sia in realtà un diamante che spunta
dal suolo. Sono un cacciatore di barbagli casuali.
Quando
un sentimento si cristallizza in una forma meccanica,
in un ferreo compenetrarsi di rotelle e rotelline,
finisce col saltare in aria. Altro era il suo
destino, ma la nostra sensibilità robotica
e pantofolaia non smentì neanche questa
volta il proprio essere sempre e comunque a
caccia di noia.
Poche
gocce di pioggia in mezzo all'oceano, forse,
non sono un granché significative. Ma
se quelle stesse gocce ci sorprendono nel bel
mezzo di una passeggiata, beh...c'è di
che parlare, scrivere, imprecare. Uno sguardo
si affina aderendo alla minuzia, al dettaglio,
all'apparente insignificanza di un errore. Succosa
polposità di un granello di polvere...
di una sola giornata d'amore...
I
giovani d'oggi mancano d'argomenti. I giovani
di ieri, pur abbondando d'argomenti, in seguito
mancarono di portenti.
La
liquida e trasparente compostezza delle spazio
tutt'intorno, per brevi bagliori, svela l'inconsistenza
del mondo: tutto è vuota visione, bellezza
e terrore, e si finisce con scendere a patti
col proprio respiro, si firma il proprio assenso
a questo gioco rapinoso che, malgrado continui
a mietere vittime, trova sempre nuove biglie
da far rotolare, vorticare, impazzire.
Droga:
per alcuni sancisce il delicato passaggio dal
tempo delle mele a quello delle pere...
Da
millenni le verità banali sono quelle
che fanno maggiormente rabbrividire. Ma ugualmente
gli asini hanno bisogno di lunghi ghirigori
perché esse si insinuino in loro, strattonandoli
come un canto di sirene.
Forse
l'amore è solo la più bella posa
che l'anima riesca ad assumere.
Per
supplire alla generale mancanza di talento,
abbiamo finito con l'inventarci un talento
della mancanza di talento. Questo ci permette
di spacciare la nostra pochezza per perseveranza,
in un gioioso ecumenismo delle teste vuote e
delle mani indaffarate.
Parlando
con sincerità ad un amico, in realtà
si comunica qualcosa a se stessi. L'altro è
soltanto un pretesto perché il cerchio
si chiuda, perché la confessione trovi
uno sbocco oltre il confine e ci rimbocchi le
coperte - adesso più leggere e con noi,
sotto, liberati dal peccato.
Possiamo
conquistare solo ciò che siamo disposti
a perdere.
Guardati
intorno: sei in una fossa comune. Tutti si riconoscono
in tutti, in un felice e apparentemente incantato
livellamento delle coscienze. Non sentirti escluso,
questa sera: indossa piuttosto un'anima all'ultima
moda e godi della tua ottusità. Ricorda:
anche tu sei padrone del mondo, e qui è
tutto splendido.
Non
perdiamo occasione di far sfoggio della nostra
coerenza - in qualsiasi situazione e dopo l'ennesimo
cambiamento di rotta.
Senza
il dolore, senza il suo mascara e la sua cipria,
l'anima - da brava cocotte - specchiandosi
avrebbe ripulsa di se stessa.
Sarebbe
già tanto riuscire a costruire la propria
tragedia con le proprie mani, già tanto
riuscire ad orchestrarla sin nei minimi particolari
perché si abbia sempre un alibi dinanzi
al confronto col mondo.
Si
può stare ad aspettare qualcosa per tutta
la vita, ma forse ce l'avevamo già. Le
nostre capacità di autofraintendimento
vanno decisamente oltre ogni immaginazione.
Osmosi.
Si innamorò di me nell'istante in cui
realizzò che avevo smesso di amarla.
Al
lacrimevole wertherismo adolescenziale, sostituimmo
il biasimevole disfattismo dell'età annerita.
Cominciammo ad arzigogolare il pensiero e ad
ottunderlo nella ricerca di denaro, onori e
oneri che non avrebbero fatto altro che rimpicciolirci
in rapporto al baratro appena appena iniziato
a scavare. Dicemmo di noi: abbiamo trovato il
nostro posto nel mondo. Ma i petali dei fiori
una volta freschi, adesso stracciati ai nostri
piedi, ci fecero capire che in realtà
avevamo sempre sbagliato tutto. Continuammo
a consolarci a lungo, tentando di ricomporre
il puzzle del nostro completo rincitrullimento.
Garantire
continuità ai propri giorni, trovare
il filo rosso - quel rivolo di sangue...
Siamo
abitudinari, fatalmente aridi, perché
il nostro elemento è la noia. L'imprevisto
ci attrae solo da lontano, e riteniamo più
giusto (più comodo) non distrarci dalla
dolcezza monotona e soggettivamente esclusiva
delle cose ripetute.
Nei
momenti di solitudine, di dolceamara solitudine,
non si ha bisogno di una sola carezza. Si ha
bisogno di tutte le carezze, tutte
le carezze possibili. L'infinito desiderio di
sbigottimento assume così la forma di
mille zampilli, mille rivoli di desiderio che
vanno alla fine a convergere in un unico punto.
Questo punto è l'Assenza, il buco nero
in centro al torace che portiamo a spasso, il
più delle volte, senza accorgercene.
Questo punto è la foce, il mare.
Telefono.
Ha rivoluzionato l'amore appesantendolo del
fardello di molte parole. Ha prolungato i sacri
tempi dell'attesa. Privati del corpo, con esso
diveniamo pura voce, persistente fruscio, oracolo
bugiardo. Questa attenzione ai minimi sospiri,
questa accortezza nel calibrare gli accenti...
Davanti ad una cornetta potremmo persino essere
sinceri - ma a patto che dall'altro capo non
ci sia nessuno.
Con
chi non conosciamo a fondo, ci sorprendiamo
a parlare del tempo. Con chi conosciamo troppo
a fondo, ci sorprendiamo a parlare del tempo.
Deve essere, a quanto pare, qualcosa di fondamentale.
Qualcosa che riesce, dopo amori andati a male,
a farci battere il cuore.
La
vita dovrebbe essere trattata alla stessa stregua
di un'amante troppo esigente. Bisognerebbe rifuggirla
spesso, non concederle troppo, perché
non diventi ingombrante e frivolmente lacrimosa.
Pochi momenti di passione, sì. Ma ben
calibrati e memorabili. Allora si seduca la
vita coprendola di sviste, di errori, di mancanze.
Se essa, da concubina, divenisse una moglie,
tanto varrebbe affogarla in una vasca da bagno.
Certe
sere cristalline, serene e deliziose, sembrano
palesarci l'obbiettivo al quale tutti dovremmo
tendere: una silenziosa schizofrenia subacquea.
Imperfetta
forma di cinismo: sogghignare per la vanità
delle altrui storie d'amore, e contemporaneamente
confidare nelle proprie.
La
gioia si dà in maniera gratuita e improvvisa.
Non si sa da dove essa provenga, né perché
il niente in cui confidiamo abbia voluto concedercela
ancora una volta - potrebbe essere l'ultima.
Ma lo sapremo un momento dopo, o un giorno un
mese un anno dopo: quando i nostri occhi finiranno
col ricadere sulle solite mancanze insanguinate.
Si
finisce con l'accettare le proprie piccole nevrosi
come fossero altrettanti inutili rituali quotidiani.
Il
pensiero d'essere eterni, in fondo, ci fa sentire
impacciati. Saremo all'altezza del per sempre?
Noi, soci onorari del Club dei Precari?
Credere
in se stessi, nella propria inavvertita virtualità,
non basta, non è mai bastato. Una linfa
sotterranea ci mantiene in vita, anche quand'è
persa ogni speranza, un meccanismo che ci appartiene
ma che, per fortuna, non riusciamo a controllare.
La forza tellurica dell'ombra, la vera impronta
del sangue, il nostro invisibile calco spettrale.
Dio? Più che altro è l'astrazione
di noi stessi, è la nostra solida evanescenza
che, in occasioni innumerevoli, ci esime dal
perire. Fantasmi, fantasmi, fantasmi......
Era
talmente succube della puntualità che
quando arrivava in anticipo aveva il terrore
d'essere in ritardo, e talvolta lo era.
Se
sbraiti, le tue sacrosante evidenze finiscono
con l'essere seppellite dal rossore del tuo
volto. Pacificati, allora. Affonda il bisturi
del tuo giudizio, ma con dolcezza. Non si accorgeranno
nemmeno che sono loro stessi ad essere messi
in discussione dalle tue parole...
Trucchetto
del pessimista: penetrare con tutto il proprio
essere una possibilità negativa per esorcizzarne
la possibilità di realizzazione effettiva.
La
verità viene sempre a galla. Come i pesci
morti.
Sul
comodino: una bottiglia d'acqua, un bicchiere,
pochi libri. E forse un pacchetto di sigarette,
un accendino colorato, un taccuino, una penna.
L'indispensabile, insomma, per attraversare
la notte. Per potersene difendere. (Quanto al
giorno, non occorrerebbe meno di un revolver.
E invece si è costretti ad accontentarsi
dei propri sguardi accigliati, dei propri modi
da scacciacani impenitenti.)
La
gioventù fugge via? Lasciamola andare:
è troppo sanguinolenta...
Arrivano
i mostri. Loro chiamano realtà la
loro mancanza di immaginazione, e ti giudicano
dal modo in cui porti la macchina. Si sentono
sempre al passo coi tempi, mentre il tempo li
attraversa da parte a parte senza che nemmeno
se ne accorgano. Sono felici quando scoreggiano
in sincrono, si proteggono l'un l'altro perché
in fondo si detestano. Sguazzano nel rimosso
della carneficina che vorrebbero, in fondo in
fondo, ma che non sarebbe vantaggioso attuare.
Sono civili, millantatori, modernamente primitivi.
Sono loro, i mostri, il futuro. Teneteveli.
Ogni
solitudine è una bolla di vetro: può
essere opaca, o colorata, o trasparente.
Un
buon uso della sintassi, o dell'armonia in musica,
non può far altro che incantare. Ma solo
se il desiderio a monte di chi parla, scrive,
fraseggia non è altro che quello di produrre
nel fruitore una ribollente catalessi.
Felicità
è stringere nelle mani ciò che
non si aveva, ma come se non lo si avesse. Come
se non lo si avesse: cioè interponendo
una finta distanza che permetta all'interiorità
di produrre un'immagine di ciò che si
possiede; perché la cosa, in se stessa,
non vale proprio nulla.
Il
visconte dimezzato. Una metà buona,
l'altra cattiva. Con una mano ti prodighi in
carezze, nell'altra stringi un pugnale. Tu e
il tuo Doppio.
Tra
il dire e il fare, c'è di mezzo il disfare.
Un'azione è sempre preceduta dall'annientamento
di uno stato di cose presente. Un'azione, a
qualunque grado, è sempre una rivoluzione.
Ma ugualmente non c'è da stupirsi di
nulla.
Pioggia
fitta. Il matematico e imprevedibile intricarsi
delle gocce, l'una dentro l'altra, come destini
sparati a folle velocità che fatalmente
si incrociano e, nello stesso istante, deflagrano.
Quelle gocce: metafore di noi. Un cane randagio
(Dio?) riparato sotto a una grondaia, indifferente
osserva.
Certi
amori cominciano male, e finiscono male. Che
cosa salvare? Bruciare, bruciare.
Contro
la pedagogia. L'immagine più pura
che ho della mia infanzia è quella dei
lombrichi che trafiggevo, chirurgicamente, con
aghi di pino. Infanzia: crudeltà senza
cattiveria, gelidi capricci, biciclettine sparate
contro lo stellato...
Non
ci si sente mai abbastanza vicini, né
mai abbastanza soli. Saremmo in pace con noi
stessi soltanto se riuscissimo a vivere una
condizione nella sua pienezza, nella sua interezza
sferica, concettuale. Il quasi, in
qualunque accezione, è sempre snervante.
Siamo stanchi di essere quasi felici,
o quasi disperati. Soltanto gli estremi
appagano il respiro (e in questo senso l'idea
del purgatorio è decisamente aberrante
e scandalosa).
Per
un animale niente è più offensivo
della nostra ostinazione a volerlo umanizzare.
I
romantici capirono che, a scapito di tutto il
resto, si poteva ben vivere per flirtare con
il cosmo e le sue pudiche indecenze.
Dietro
le quinte del palcoscenico-vita, rattoppare
gli abiti logorati dai riflettori. Dietro le
quinte, quindi sempre nella propria bistrattata
interiorità. Perché è nell'intimo
che, per quanto possibile, si recupera l'etimo.
Fosse anche per poi mandarlo al diavolo.
Una
rosa andrebbe regalata per sancire un inizio,
o per benedire un addio. Ma, nel secondo caso,
il messaggio sarà tutto nelle spine.
Certe
strade, di notte, vanno percorse fino in fondo.
La vera forma di un luogo si svela soltanto
dopo lo scoccare dell'ora delle streghe. Bisognerebbe
aspirare ad un'estetica del rovescio della medaglia,
ad una morale che non disdegni di fare i conti
con la corrosione di certe lande d'asfalto.
Un
appunto sull'ironia. L'ironia restituisce
al mondo il suo giusto senso, il suo giusto
peso. Ovvero, a conti fatti, il suo vuoto di
senso, la sua assenza di peso. Ma un'ironia
che non abbia prima fatto i conti con la disperazione,
un'ironia che non si sia spezzata i denti contro
il piombo del reale, non vale niente. Non si
può sorridere di qualcosa di cui prima
non si sia avvertito il dolore o, quantomeno,
il terrore riflesso. Prima che la bocca si torca
in un sorriso lieve come una piccola ferita
in centro al viso, occorre aver vissuto
quella ferita. Il sorriso, per così dire,
è quella stessa ferita che rivive, ma
svuotata del patimento. Il sorriso è
una ferita divenuta pura immagine, una ferita
incredibilmente accompagnata dal sollievo di
poter rendere finalmente al mondo il peso di
cui ci sobbarcò. E così, con quello
stesso peso, schiacciarlo, seppure solo per
un istante, come lui fece con noi. Il vero humour
è sempre nero. Il resto è
comicità cialtrona da spettacolo televisivo
del sabato sera.
Esistono
due maniere per non restare succubi delle alterne
ondate della vita. Una è non chiedere
niente, l'altra è chiedere troppo. In
entrambi i casi si sarà realizzato un
scarto fra se stessi e la vita che, da buona
massaia, non sa che concedere brodose vie di
mezzo.
I
vecchi del paese indagano con scrupolosa attenzione
qualunque manifesto mortuario gli capiti a tiro.
Non solo per la curiosità di sapere se
il defunto sia un loro conoscente, non solo.
Soprattutto, seppure fra le righe, cercano qualche
indizio che riguardi la propria morte
- ma in una maniera misteriosa di cui la loro
logica non partecipa.
Finalmente
è cambiato qualcosa: ho un paio di scarpe
nuove.
Ultimo
atto (2). Ritorni dalle solite serate.
Ritorni da una serata solita, come tante altre,
senza sapere che cosa raccontare a te stesso.
Dopo i molti sorrisi d'occasione, non ne hai
neanche uno da esibire al tuo specchio. I tuoi
passi, lungo la strada, sono esplosi come baci
di cristallo nel silenzio della notte. Hai saputo
come calibrare i movimenti prima di giungere
sulla soglia di casa. Hai scorto un'auto in
lontananza, quelle stelle che non guardi più
da molto tempo. Hai pensato a quale abito indossare
la mattina successiva, nel domani di un altro
domani. Hai stretto forte gli occhi.
Foglietto
di diario. La gatta mi ha domandato se
anch'io, qualche volta, ho terrore come lei
degli scricchiolii che si producono nel legno
delle porte. Non ho saputo cosa rispondere,
e per nascondere ai suoi occhi il mio imbarazzo
ho dovuto accarezzarle la testolina.
L'importante
è scrivere meglio di quel che si è.
Siamo
frutti di ferite aperte, ingressi da porte di
cui non possediamo altro che pochissimi indizi.
La vulva - porta suprema e suprema meta; le
porte che attraversiamo - tinello, bagno, ripostiglio,
salotto. Il cammino perenne, l'eterno incespicare
da un'età all'altra, la ricerca di una
chiave che conduca alle stanze ultime. Gli occhi
che si aprono al mattino - varchi siderali ed
inconclusi.
Se
a volte la sofferenza sembra reclamare solo
altra sofferenza, è perché siamo
fatalmente attratti dal comfort delle rovine.
L'Io
è una malattia con la quale, dopo lunghi
sforzi cadute rinascite, alla fine si riesce
a convivere. Un po' come avviene per tutto il
resto, ma soltanto l'Io, a differenza di questo
resto, ci appartiene veramente (per quanto possibile).
Pazzia è spossessarsi del proprio Io,
lasciare che la malattia rompa i confini consentiti.
L'arte permette di avvicinarsi infinitesimamente
ai propri limiti, senza per questo toccarli
o renderli nulli. L'arte, in realtà,
è solo un falso movimento liberatorio.
È follia compressa.
Parla
come mangi: te lo intima chi mangiando non può
fare a meno di sbrodolarsi, e continua a sbrodolarsi
anche durante una conversazione.
Essere
dalla parte dell'eremita, o dell'agnostico mondano?
Destini.
I poveri del paese stendono i panni per strada.
Esibiscono i propri capi d'abbigliamento ai
tremori del vento stagionale, alle strette e
fioche falcate del passante qualunque. È
uno spettacolo che talvolta infastidisce, soprattutto
quando durante una più o meno piacevole
camminata si è costretti ad imbattersi
in un paio di mutande slabbrate, logore ai bordi.
Veramente tremendo.
I
poveri del paese stendono i panni per strada.
Gli altri - quelli di una certa ed onestamente
guadagnata levatura sociale (?) - stendono i
panni su alte terrazzine, e lo spettacolo è
non meno indecoroso.
Forse
il destino dell'uomo è racchiuso nel
segreto delle proprie mutande appese.
Non
importa quanti anni hai, ma quanti ne rimpiangi.
(I
- continua)