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Scritture drammatiche  
 Animali parlanti
  di Gianfranco Anzini, Ugo Cornia, Alfredo Gianolio, Ivan Levrini, Paolo Morelli, Paolo Nori, Mario Valentini
"Crossing",  di Mili Romano - Stampa fotografica su alluminio, 2002.

Il morso della taranta
mantiene l'omo nel suo proponimento,
cioè quello che pensava quando fu morso.

Leonardo da Vinci

        Animali parlanti è uno spettacolo itinerante di letture, una sorta di parlamento animale che, fin dal 1998, è stato portato con successo in teatri, locali e biblioteche in ogni parte d'Italia. Facendo tabula rasa delle problematiche legate alla comunicazione animale, con spavalderia e un ampio volo di fantasia capace di superare una situazione apparentemente insuperabile, gli scrittori di Animali parlanti hanno inteso ridare la parola agli animali, dimostrando che essi non hanno eccessivi problemi di comunicazione, nonostante le imperfezioni nel linguaggio e della coscienza. I testi qui presentati, in cui i più diversi animali prendono la parola e parlano al pubblico in prima persona, sono solo una parte di quelli letti durante le rappresentazioni. Nel novembre prossimo usciranno un libro e un CD con una scelta più ampia, rispettivamente curati da Nottetempo edizioni e dall'editore Sossella.

        *

        (Entra un uomo anziano, con una cartella sotto il braccio. La appoggia sulla scrivania, prende un camice bianco da un attaccapanni e lo indossa. Siede alla scrivania e, dando un'occhiata agli appunti, si rivolge al pubblico.)

        Consentitemi di dire che nell'evidenziare il giusto rapporto tra gli uomini e gli animali, la nostra presa di posizione, filtrata attraverso una moltiplicità di analisi e di rilevazioni statistiche, ha attuato una vera e propria rivoluzione copernicana rispetto alle precedenti concezioni ossificatesi col tempo e ridotte alla stregua di un dogma.
        In che modo si è avuto questo salutare sconvolgimento? Ponendo in primo piano l'identità dell'animale che aveva subito un processo di snaturamento e di degrado per renderlo per tanti aspetti simile all'uomo. Abbiamo cercato di ristabilire un equilibrio con delle storie in cui gli autori, spogliandosi di boria e supponenza, si immedesimano negli animali dando a ciascuno di essi la propria inconfondibile voce.
        Grande importanza è stata giustamente data alla loro "voce" come fatto di comunicazione che, secondo la teoria semiotica di Umberto Eco, non può che essere retto da un codice di comportamento. Ci sono codici cromatici che trasmettono i messaggi attraverso i colori, codici mimico-visivi e codici fonico-acustici. E' a questi ultimi che ci siamo in particolare attenuti, senza trascurare gli altri, dando valore appunto al loro specifico linguaggio, alle loro "voci", dietro cui, come ci insegna Piaget, non può non esservi, come per l'uomo, il pensiero.
        Strano e altalenante è stato nel corso dei secoli, o per meglio dire, dei millenni, il comportamento degli uomini nei confronti degli animali, passati dalla zoolatria al disprezzo.
        Secondo la zoolatria erano visti come veicoli attraverso cui si manifesta la divintà, esprimendo in tal modo la potenza del sacro, ora tornato di moda. Secondo tale concezione, determinate divinità si manifestavano in forma di animali, Poseidone nel cavallo, Atena nella civetta e così via. Anche etimologicamente la parola animale indica la grande considerazione in cui originariamente era tenuto. Animale deriva infatti dal latino "anima", radice nel greco "anemos" (vento, spirito o pneuma ).
        Ma poi si introdusse una distinzione dovuta al fatto di ritenere che l'animale, a dispetto del significato della parola, fosse addirittura privo di anima. Anche l'uomo fu qualificato un animale ma un animale "ragionevole", il che è tutto da verificare. L'uomo, secondo Aristotele, avrebbe in esclusiva l'anima razionale. Ridotti a quelle misere condizioni di inferiorità e di degrado, quasi fossero delle cose insensibili, gli animali subirono maltrattamenti e torturte senza riguardo alcuno, come purtroppo accade anche oggi quando si sottopongono sadicamente a sevizie camuffate da esperimenti di laboratorio.
        Un tentativo non completamente riuscito di ridare dignità agli animali (a parte l'ammirevole ma isolato esempio del poverello d'Assisi) è stato compiuto nell'antichità dai favolisti Esopo e Fedro, che pagarono a caro prezzo il loro ardimento. Non a caso furono entrambi degli schiavi liberati, erano passati attraverso dolorose esperienze e il loro osservatorio basso, la loro umiltà consentì che potessero comprendere gli animali e scriverne con simpatia. Ma le loro storie ironiche e allusive vennero male interpretate e entrambi subirono pesanti conseguenze. Esopo fu ucciso a Delfi dai sacerdoti del sacrario di Apollo, perchè si sentirono presi in giro, mentre Fedro fu rovinato da un processo intentatogli nella Roma augustea dal potente Seiano, che si sentì anche lui offeso da allusioni ai suoi danni contenute nelle favole.
        Grande è stato il merito di Esopo e Fedro nella riabilitazione letteraria degli animali, ma con limiti evidenti per avere proiettato negli animali vizi (molti) e virtù (poche) degli uomini, umanizzando gli animali e quindi danneggianoli: la loro identità ne è uscita appannata, se non addirittura soppressa.
        Con le nostre Voci abbiamo superato questi limiti dando agli animali quello che è degli animali, ponendo dei paletti allo spazio riservato agli uomini e un freno alla loro smania onnivora e pervadente.

        *

        Tanto per cominciare, ecco un esempio di quanto la vicinanza di un poeta possa essere educativa per chi ha la fortuna di stargli accanto. Fra le carte di Giovanni Pascoli sono state ritrovate alcune poesie e biglietti scritti di propria mano dal suo cane, che si chiamava Gulì. Fra queste abbiamo scelto un saluto.

        Charri amicci io sobbravo dacquanto voi e vi salto e abracio
        Spero presto rivedervi a manciare una piccola bistecca con l'osso e il ventilatore. zio e mamma vi saltano e vabbracciano sono vostro

gulì pascoli

        dei biscottini mené tocchati poini. ne manciano molti zio e mamma e altri sechatori.

        *

        La prima cosa che abbiamo scoperto, durante le nostre indagini, è che alcuni animali prediligono i discorsi circolari, perché, dicono, tutto quel girare e girare gli dà tranquillità. Eccone alcuni esempi.
        Il primo viene dal periodo tra le due guerre, quando la gratitudine spinge un asino russo a scrivere una commovente lettera al suo padrone.

        Caro Nikandr Andreevic,
        ho ricevuto la mia carota e ho capito subito che era mia. All'inizio avevo pensato che magari poteva anche non essere mia, ma non appena l'ho assaggiata ho capito subito che era mia, altrimenti avrei potuto pensare che non fosse mia. Sono contento che già da un pezzo tu abbia un bastone nuovo, perché quando uno si procura quello che gli serve vuol dire che ha ottenuto quello che voleva. E dunque sono molto contento che tu abbia un bastone nuovo, perché quando uno si procura quello che gli serve vuol dire che ha ottenuto quello che voleva. Ieri ho ricevuto la mia carota e ho pensato che forse non era mia, ma l'ho assaggiata e ho visto che era proprio mia. Hai fatto proprio bene a darmi da mangiare. Prima non mi davi da mangiare, poi tutto in una volta hai cominciato a darmi da mangiare, benché anche prima, prima di stare un po' senza darmi da mangiare, tu m'avessi dato da mangiare. Subito, appena ricevuta la mia carota, ho deciso che era mia e poi sono molto contento che tu abbia un bastone nuovo. Perché se uno ha voglia di un bastone nuovo bisogna che lo ottenga a qualunque costo. Per questo sono molto contento che tu ti sia finalmente procurato un nuovo bastone e che abbia trovato proprio quello che volevi. E hai fatto proprio bene a darmi una carota. Sono stato davvero contento quando ho visto la mia carota, e ho perfino pensato subito che fosse mia. Per la verità, mentre l'annusavo mi è passato per la mente che non fosse mia, però poi ho deciso comunque che era mia. Grazie di avermi sfamato. Te ne ringrazio e sono molto contento per te. Forse tu non riesci a immaginare perché sono tanto contento per te, ma te lo dico subito, sono contento per te perché ti sei procurato un bastone nuovo e proprio il bastone che desideravi. E sai, è davvero una bella cosa procurarsi proprio quello che si desidera, perché è proprio così che si ottiene ciò che si voleva. E' appunto per questo che sono così contento per te. E sono contento anche perché mi hai dato la carota. Già da lontano avevo deciso che la carota doveva essere mia, ma come l'ho annusata ho pensato: e se magari non è mia? Poi ho pensato; ma no, naturale che è mia. Già la assaggio e al tempo stesso penso: è mia o non è mia? E' mia o non è mia? Be', appena l'ho assaggiata l'ho visto subito che era mia. Ne sono stato molto contento e ho deciso di scriverti una lettera. Ci sarebbero molte altre cose per cui ringraziarti, ma adesso proprio non ho tempo. Quello che ho potuto, te l'ho scritto in questa lettera, il resto te lo scriverò poi, adesso non ho proprio tempo. E' una bella cosa, intanto, che tu mi abbia dato una carota. Adesso so che già da un pezzo hai un nuovo bastone. Anche prima sapevo che avevi un bastone, ma adesso ne vedo uno nuovo: è proprio vero, hai un nuovo bastone. E sono molto contento che tu ti sia procurato un nuovo bastone e mi abbia dato una carota. Subito, appena ho visto la mia carota, ho deciso che ti eri procurato un nuovo bastone. Bene, ho pensato, è una bella cosa che tu ti sia procurato un nuovo bastone e che mi abbia dato una carota per farmelo sapere. Adesso fammi sentire com'è il tuo nuovo bastone e com'è che andrà d'ora innanzi la cosa. Saluta da parte mia il tuo nuovo bastone.

Il tuo asino

        25 settembre e ottobre 1933

        *

        Tutti la vogliono ma nessuno se la piglia. Si potrebbe così sintetizzare lo sfogo di una vongola napoletana, un po' troppo pudica, forse.

        Chell' che io proprio non riesco a capire, è chisto fatto strano degli spaghetti. Anzi nemmeno lo saccio a chi so 'sti spaghetti, né come sono fatti, però non sento dire altro che spaghetti cu le vongole, spaghetti cu le vongole, come sono bbuoni!, come stanno bene insieme!, si sposano meravigliosamente!, lo sento benissimo, perché nell'acqua i suoni si propagano meglio. Allora io me ne sto acquattata inta 'a sabbia, distintamente co' la lingu' e' fore, quando sento tutte chist' barche chiene chiene 'e gente in mutande, che parla e parla di quanto stanno bene insieme gli spaghetti e le vongole, è 'nu sfizio!, è 'na goduria!, so' meglio pure de 'e cozze! E io questa cosa non la metto in dubbio, e' cozze vuoi mettere... chill'svergognate!... Ma possibile che io soltanto non ne sappia niente, io che sono la diretta interessata, e anche ben disposta e aggraziata direi, che se me li presentassero chist' signure spaghetti non farei certo complimenti, certo non mi farei pregare per un'amicizia, e anche qualcosa di più se la fortuna vuole, e invece non saccio manco a chi so', e come so' fatt' chist' spaghetti, che secondo loro dovrei conoscere, e anche starci così bene insieme, che non c'è paragone!, dicono loro, è 'nu paradiso orientale! Sono alti, lunghi, neri, bianchi, gialli? So' simpatici, sanno cantà? Ma insomma, pe' 'a Maronna, come so' fatte?
        E' un'ingiustizia e una maldicenza, quanto è vero che songo 'na vongola verace, chi dice che io sto così bene con gli spaghetti dovrebbe pensarci due volte, lo dico a tutto tondo, non si butta a mare l'onore di una vongola signurina a chisto modo. E poi, con nu poco e' prezzemolo sento dire!... Ma con tutto il rispetto e prima di tutto, ma chi cazz'è 'sto prezzemmolo?, e lu peperoncino sento dire!, chi sarebbe costui? E' 'nu straniero? è nu principe forse? è 'n attore int'a lo cinematografo?
        Ma certamente non si mette a repentaglio l'onorabilità di una signurina senza farle nemmeno sapere, lasciandola del tutto all'oscuro, sul fondo, mentre di lei si dicono tali sconcezze, prima fai bollire gli spaghetti, poi riscaldi le vongole con tale prezzemolo e talaltro peperoncino sento dire!, poi mescoli tutti insieme inta' 'na padella come fosse 'nu canapè, come fosse 'n'orgia o 'nu baccanale, vergogna!

        *

        Gli scarabei stercorari sono animali sacri. Ma per chi? E soprattutto, perché?

        Per fortuna che c'è la merda...
        Ti fai due passi e trovi una palla di merda.
        Mia sorella dice: Vai sempre in giro a cercare la merda... Stai sempre a mangiare la merda.
        Ah perchè, te non la mangi la merda! Anche la mamma mangiava sempre la merda... A mio padre gli dicevo sempre: Papà, cosa faccio sto pomeriggio?
        Non ti lamentare. Va a trovare la merda. Fatti un giro nella sabbia, che se trovi la merda poi la rotoli fina a casa che dopo mangiamo. Ho detto a mia sorella: Ti ricordi quando siamo usciti dall'uovo... Stavamo al caldino nella palla di merda... Con tutto quella merda da mangiare... Quanta merda che abbiamo mangiato, era buonissima.
        Ti ricordi che sberla la luce quando abbiamo finito la merda... Siamo venuti al mondo... Come ti piaceva la merda... Ti ricordi... Il papà andava a prender la merda e la mamma ci faceva le uova dentro.
        Una volta ti piaceva la merda! Poi hai sentito le mantidi religiose che dicevano: Senti che puzza di merda... E dopo basta con la merda
        Ti ricordi quando la mamma ci diceva: Non lo vedete che il papà è stanco... Andateci voi a prendere la merda
        E te dicevi: Puzza la merda...
        Allora la mamma diceva: Ma no... Ma sei diventata matta... è buonissima la merda
        E poi han fatto quella massa di merda
        E sentivamo il papà che diceva alla mamma: Guarda che merda che ci siamo fatti. Che bella merda, per sempre. Adesso uno di questi giorni ci infiliamo nella merda... E chi s'è visto s'è visto.
        E poi cantava:

Magna e chega, chega e magna nella merda è una cuccagna.

        E poi son spariti nel cumulo di merda.

        Anche la zia c'aveva il suo cumulo di merda... ti ricordi... la mamma ci mandava sempre a portarle un po' di merda, della nostra, allora la zia ci dava un po' della sua, si era fatta quel monticello di merda bellissima.
        Poi un giorno... avevamo portato della merda così buona... zac... anche la zia si era infilata nella sua massa di merda.

        *

        La bulimia è una malattia che nasce dal mondo animale, l'anoressia no. Vorrà dire qualcosa? Vediamo se un coccodrillo ci chiarisce in qualche modo le idee.

        Vacca boia! Sempre fame! Mica normale, mangio e ci ho ancora più fame. Zio cane! Poi l'umidità! Ma come mai c'è tanto umido? Che mondo! Si capisce più niente!
        Comunque anche avere sempre fame! Sarò malato!

        Mmmh, che fame, che profumino! Come faccio a resistere?

        Quasi quasi me ne frego. E' colpa mia se ho fame a tutte le ore del giorno? Anche la notte! No! E' poi colpa loro, ve lo dico io. Non si può star sempre davanti a della roba da mangiare, per Dio! Son dei bei deficienti quelli lì. Ma se credono di fregarmi si sbagliano, e della grossa.

        - Andate via, ignoranti! Smettetela di girarmi attorno! Volete farmi scoppiare, eh? Ah lo so, lo so! Volete farmi saltare le bubella! Ma siete dei cioccati! Cosa credete, che ho il cervello piccolo? Che non me n'accorgo? Eh? Mi fate venire una rabbia che vi mangerei di colpo. Ma non ci cado, no! Piuttosto smetto di mangiare per sempre. Ecco, chiuso col mangiare, una pietra sopra, non ne parliamo più, d'ora in poi solo bere. Va mo là! Piuttosto che darvela vinta, non mangio più, passo all'acqua.

        M'hanno preso per stupido, quelli lì. Stupidi saran poi loro, che corrono su e giù, tutto il giorno, con quelle gambettine. Hanno sempre fretta, hanno! Per forza son magri! Io di fretta non ne ho mai, sto qui tranquillo, loro invece sempre a correre da un posto all'altro, a sgambettare. E lo stupido sarei poi io!

        Ah che fame! Proprio adesso che ho deciso di non mangiar più! Vacca d'un mondo ladro, che male! Ci ho i crampi, dalla fame.

        - Ohh, è poi colpa vostra, che Dio vi stramaledica! Dateci un taglio di girarmi attorno. Deficienti che non siete altro.

        Mah! Mi vengono su dei rutti e ci ho già fame, vacca cane. Chissà cos'ho addosso! Sarò malato! Ma che malattia sarà? Uno che mangia e dopo ha più fame di prima. Mai vista 'na malattia così! Tutta sta robaccia nuova che si mangia al giorno d'oggi! Oh, va be' che son grosso, ma neanche mangiare così tanto.

        - Comunque, non mi fate fesso, voialtri! La so più lunga io di tutti voi messi insieme! capito? Brutti ignoranti che non siete altro. Con quelle gambettine che avete, mingherline, che non tengono su niente, cosa credete di essere, dei cervelloni? Oh... ma lo sapete che io c'ero già all'età della pietra?

        *

        Pensavamo che gli scarabei avessero detto tutto quanto avevano da dire. Invece eccone un altro. O è lo stesso? No, questo qui è emiliano.

        Per fortuna che c'è stato il comunismo...
        Ti facevi due passi e trovavi il comunismo.
        Mia sorella diceva: Vai sempre in giro a cercare il comunismo... Stai sempre a discutere di comunismo.
        Ah perché, te non discuti di comunismo! Anche la mamma discuteva sempre di comunismo... A mio padre gli dicevo sempre: Papà, cosa faccio sto pomeriggio? Non ti lamentare. Va' a trovar dei comunisti. Fatti un giro nella sabbia, che se trovi i comunisti, poi li porti a casa che facciamo una comune.
        Ho detto a mia sorella: Ti ricordi quando siamo usciti dal comunismo... Stavamo al riparo nel comunismo... Con tutto quel comunismo da realizzare... Quanto comunismo che abbiamo realizzato.. Era l'abolizione della proprietà privata. Ti ricordi che sberla la democrazia quando abbiam finito il comunismo... Siamo finiti nel mercato... Come ti piaceva il comunismo... Ti ricordi... Il papà andava a prender i comunisti e la mamma gli raccontava le lotte partigiane.
        Una volta ti piaceva il comunismo! Poi hai sentito le mantidi religiose che dicevano: Senti che puzza di comunisti... I comunisti mangiano le larve... Dopo basta coi comunisti.
        Ti ricordi quando la mamma ci diceva: Non lo vedete che il papà è stanco... Andateci voi a prendere i comunisti.
        E te dicevi: puzzano I comunisti... I comunisti mangiano le larve.
        Allora la mamma diceva: ma no... Ma sei diventata matta... Sono compagni i comunisti.
        E poi han fatto quel gulag.
        E sentivamo il papà che diceva alla mamma: Guarda che gulag che ci siamo fatti. Che bel gulag, per sempre. Adesso uno di questi giorni ci infiliamo nel gulag, e chi s'è visto s'è visto.
        E poi cantava:

Avanti o popolo/ Alla riscossa / Bandiera rossa/ Trionferà.

        E poi son spariti nel gulag.

        Anche la zia c'aveva la sua idea del comunismo... ti ricordi... la mamma ci mandava sempre a portarle le bombe molotof, allora la zia ci dava un po' di calashnikov.
        Poi un giorno... avevamo portato delle molotof così esplosive... zac... anche la zia si era infilata nel suo gulag.

        *

        Andando avanti nelle nostre indagini abbiamo potuto appurare, e dovuto ammettere che, proprio come noi, pure gli animali hanno dei difetti e che, in particolare, posseggono una coscienza per molti versi difettosa.
        Come primo esempio abbiamo un cavallo. Chi lo direbbe, a vederli, che i cavalli sono così insoddisfatti e annoiati? E invece ci son cavalli a cui non va proprio bene niente.

        In libertà
        non dovevo rendere conto a nessuno.
        Dovevo solo andare di zoccoli. E andare.
        E vai e vai e vai.

        Certo,
        che scatole la prateria,
        non l'ho mai vista una volta
        finire da qualche parte,
        sempre la stessa minestra,
        erba secca,
        sterpi,
        spine
        i cancri dei rovi,
        e vai e vai e vai e vai.
        E non si conclude, mai.
        Prrrrrrr

        Dopo han cominciato
        che dovevo andare ai concorsi,
        e concorrenti da tutte le parti,
        certi stangoni!
        E addio prateria,
        che in fondo ci stavo benone,
        meglio che a fare i concorsi.
        Che neanche vincevo.
        Valli a capire,
        ma cos'han concluso
        gli starnazzoni, là?

        Però stavo comodo,
        mischiavano erbe, mangiavo bene,
        e poi sgambavo, pisciavo, guzzavo...
        Stavo un poco rinchiuso,
        ma stavo bene.
        Mi ricordo una volta
        un pus nella gamba
        allo zoccolo tre martellate,
        un male,
        ho scalciato ...
        C'erano urli, incazature ...
        ... prrrrrrrr.

        E dopo mandato di nuovo qua fuori,
        sconclusionato, scartabellato
        e erba e rovi
        e spine:
        chilometri di prateria.
        Ma cosa han concluso?
        Ma neanche loro lo sanno
        quello che fanno.
        Prrrrrrrrr, prr, pr.

        *

        Non tutti gli animali sono capaci di provare un autentico senso religioso. Non di rado sono miscredenti o atei. Fra i devoti troviamo certamente la mantide, di cui abbiamo qui l'esempio di una preghiera.

        Patr Trac che non Ti trov, sia sacrificat il Tuo nom, sogn il Tuo legn, così arriv un brezz che mi confort almen, fingon gli albr fin sulla sogl ess'allontann i nuvolon.
        Siafàtt la Tua volontà, così avant come dietr, e seppercas mi volt, non me fa trufà l precipiz definitiv ndò ncestà n'appigl manc a rimestà nell mundes, titic titic, titicche e titac.
        Anallag fringuell su la crap, indovin vincenz si s'ammag, intitl un form de Sempron costà sul limit sanz pensà andò 'sta. Dacc ogg lo 'nsett quotidian, daccen doie o treie o quatreme o cinquelle o sippe, Anassagora fattomme sill e colomb, bacarozz e formicc, tronc e cavallett, triturazz e mandibbole.
        E se doman, e sotolineo se, rimett annòi le nostr debb, ricord che i so pover in cann, mentr vincenz lassopp nun me vo ridà la mosc chemma fregat l'altrier, eì nuglie rimett propr nient.
        Comunq, non lindur l'uccell scacacc, né quell'altr a fa pestà da li scarpon, eppoi libberàcci deccicch acces, coragg maschie Crist che fà e simmevole sto qua, andovago mirtill e farfall, grillvesp e coccinell ronz lejour, vent maestral, fil d'erb fil d'erb essass, addestr ammanc, la nott fa frett eppoi si mor, ecc sisìa.

        *

        Niente di meglio di una riflessione teologica per mandare in circolo il cervello. E anche questo porco, senza offesa, la pensa così.

        Porco qui, porco là, porco su, porco giù!
        Porco mondo!
        Cosa vogliono dal porco?
        Non basta quello che hanno già? Porco mondo!
        Sempre il mio nome in bocca! Zio porco!
        Ma cosa vogliono, porco zio!
        Che poi ... questo zio..., mai conosciuto questo zio!
        Oh, è da quando son nato,
        zio qui,
        zio là,
        sta attento allo zio,
        chiedilo allo zio.
        Guarda che lo zio ti vede!
        Ma dov'è sto zio? Porca puttana!
        Puttana?
        Puttane ne ho viste, puttane, zio cane!
        Che poi anche il cane... Porco cane, sento dire.
        Oh! Badate che il cane e il porco siam mica parenti, il cane puzza!
        Poi arriva uno, zio bestia,
        lo zio è morto, si mette a urlare, lo zio è morto!
        Io non ci credo, porco Giuda.
        Fan presto loro.
        San sempre tutto, loro.
        Prima: chiedi allo zio, dillo allo zio,
        l'ha detto lo zio! Poi lo zio tutto d'un colpo è morto, porco Giuda!
        Porco Giuda?
        E chi sarebbe questo Giuda?

        *

        La filosofia di Martino Heidegger è un fatto importante nel novecento non solo per l'umanità, ma anche per il mondo animale. L'incontro nella foresta nera tra il grande filosofo e un montone è un fatto accertato storicamente.

        C'era uno, era sempre vestito alla tirolese, camicina alla tirolese, braghette alla tirolese, calzini alla tirolese. Veniva sempre da queste parti, andava avanti e indietro, boh, poi si metteva a parlare da solo.

        Esistentivo! Diceva. Destinale! Fatticità!
        Oh ma come parli! Va mo' ben da un'altra parte che mi passa la voglia, sentir queste parole.

        C'era anche una donna. Gli portava un berrettino, un berrettino alla tirolese. Metti il berrettino che c'è freddo! Metti la sciarpina! Anche la sciarpina era alla tirolese. Oh ma son due deficienti quelli lì? Intanto lui faceva certe domande che non erano neanche delle domande. Perché è meglio l'essere del non essere? Dico io, son domande queste? Non può stare a casa a farle?

        Poi la donna gli ha chiesto se aveva sete e lui ha risposto che quella non era neanche una domanda.

        Devi chiedere se il mio stato ontico esige un orientamento verso la radura, diceva quel tipo. Poi s'è messo a urlare. Quale radura? La radura dove già da sempre si trova raccolta nel suo fondamento la cosa stessa, la cosa da cui scaturisce sorgiva l'essenza imbrigliata dalla tecnica.

        Io non ci ho più visto. Ma chi è sto contadino? Cosa vuole?

        Allora la donna gli ha dato un boccale, un boccale alla tirolese. Bevi che c'è caldo, gli ha detto, e lui s'è arrabbiato ancora di più. Essere-nel-mondo! Urlava. Essere-gettato! Essere-già. Essere-già-stato.

        Patate, patatine, patate fritte, e ha cominciato un lungo discorso... che si deve distinguere fra il modo di essere dentro il mondo da parte degli utilizzabili e delle semplici-presenze, e l'essere dentro il mondo dell'ente che si apre all'Essere, cioè l'Esserci, dato che solo in riferimento a questo Esserci si poteva usare l'espressione essere-nel-mondo.

        Ma che mondo e mondo! Ma cos'è l'Esserci? Fortuna che è arrivato mio fratello. Son cinque anni che fa la monta! L'ha ascoltato un po', troia d'una vacca puttana, se non tace gli spacco il culo, mi diceva mio fratello. Ma quello continuava, allora mio fratello s'è messo a corna basse e ha preso la rincorsa. Quello là appena l'ha visto via che scappava e però intanto urlava, questa è la rivolta del mondo, diceva, è la fine della metafisica, ormai soltanto un Dio ci può salvare.

"Crossing",  di Mili Romano - Stampa fotografica su alluminio, 2002.

        *

        I cammelli a vederli sembrano animali meditativi. Quasi quasi ti viene in mente che siano in contatto diretto con la divinità, così imperturbabili... Proviamo a interrogarne uno, all'apparenza assai flemmatico.

        Io sono condotto dall'istinto, porca bestia!
        Io sono condotto dall'istinto, porca madosca!

        (Canticchia)

La puttana vien di notte...

        Porca merda, porca vacca
        La puttina porca merda...
        Ta ta ta, ta ta ta ...

        La puttana porca merda
        Vien di notte porca merda...

        Io credo nel rutto... ah ah ah... non credo a nient'altro!

        Ta ta ta ta ... porca merda...

        Io credo nel rutto ! Per me non c'è altro!

        Ta ta ta ta ...

        Io credo nel rutto ! e nella scoreggia...
        Merda e scoreggia...
        Ah ah ah...
        Per me non c'è altro! Merda e scoreggia...
        Ah ah ah... e scoreggia!
        Merda, rutto e scoreggia...
        Non credo in nient'altro! Porca madosca!

        *

        I tacchini non conoscono la frase. Hanno un'attività verbale e di pensiero che si ferma a livello nominale. E anche i nomi che usano (o gli aggettivi) gli circolano nella testa come suoni accattivanti ma lievemente incomprensibili.

        Tacchini stupiti

        - Cavoli
        - Capperi
        - Lamponi
        - Sorbole
        - Sorbole?
        - Sorbole!
        - Bietole
        - Ravanelli
        - Ravanelli?
        - Si, si, ravanelli.
        - Ravanelli! Ravanelli!


        Tacchini curiosi

        - Conosci cicoria?
        - Conosco conosco.
        - Vista acacia, vista?
        - Acacia?
        - Acacia! ...acacia, lavanda, tamerisco, cactus...
        - Cactus? Bello cactus, bello...


        Complimenti tra tacchini

        - Sontuoso
        - Impavido
        - Ingannevole
        - Genuino
        - Turbolento
        - Salutare, davvero salutare.
        - Simbolico, ecco, simbolico.
        - Simbolico? Grazie, simbolico.


        Argomenti sessuali tra tacchini

        - Figa, figa, figa, figa!
        - Cazz'in culo.
        - No cazz'in culo. Figa, figa, figa, figa!
        - Figa?
        - Figa!
        - Sarà... figa... sarà...

        *

        E ora occupiamoci di musica. Dalla vastissima produzione di musica popolare animale, abbiamo scelto il Canto popolare di un cigno di Villa Borghese (Roma).

        Zuppe zuppe ta
        si mme voi ammazzà
        io me ne frego

        Zuppe zuppe ta
        tanto nun me poi magnà
        manco pe sbieco

        Ohi, si me voi finì
        io, t'aspetto qua
        nun me ne vado
        che sguazz'ar lago
        che sguazza'ar lago

        Ohi, si me tiri er collo
        si te sembro 'n pollo
        vor di vor di vor di
        che te sei scemo

        gnappe gnappe eeehh
        ce n'hai da emarginà
        si nu me fai magnà
        io dimagrisco

        Seeeh, hai voglia a bastonà
        ride e cojonà
        ce provo gusto

        Sibbene che sei forte
        allora andrai alla morte
        mentre m'avveleni
        io dò 'n corpo de reni
        si la barca affonna
        io moro insieme a tte
        io moro insieme a tte
        a tte a tte a tteee

        alle alle ha
        io te guardo in faccia
        in tutta questa caccia
        mentre che me spari
        io manco nu lo so
        io manco nun lo so
        moro e nun lo so
        io non finisco

        Ma si proprio lo voi fa
        la chiami libbertà
        io dall'Ardilà
        si pure che ce sta
        quest'aria d'Ardilà
        te porto male
        
        Zuppe zuppe ta
        zuppe zuppe ta
        zuppe zuppe ta
        ohi ohi ohi

        *

        Dal canto popolare al melodramma, se così si può chiamare questo canto stonato, da parte di un pesce siluro del Po.

        Tutti mi chiamano Siluro, Siluro qua, Siluro là, fortunatissimo, eccomi qua, trallallera, trallallà, trallallà, trallallàaaa...
        Sono il Siluro, il signore del Po, il pesce mangione, di buona bocca, vorace. Non distinguo tra cavedani, gobbi, branzini, carpe ed anguille, tutto mi piace, tutto appetisco, anche molluschi, carogne e carcasse.
        Eccomi qua, in verità chi sono io non lo so, come veramente mi chiamo anche quello non so. Anch'io ho un nome, addirittura in latino, ma chi si ricorda?... Il latino non va bene nemmeno alla messa e per i pesci ancor meno.
        Chissà da dove vengo, chi dice dal Gange, chi dal Rio delle Amazzoni, chi dal Volga o dal Mississipì. Misteriosa è la mia vita e non ho alcuna voglia nè tempo di andare alla ricerca delle mie radici. Non dò mai le mie generalità a chi me le richiede anche perchè non le conosco e preferisco apparire arcano e inesplicabile. Ma non è per caso che mi chiamano Siluro, non mancherà il motivo. È un soprannome che è meglio di un nome. Mi calza a pennello, me lo sento cucito addosso su misura con maestria, come un abito di sartoria. Che mi chiamino Siluro mi piace tantissimo, dà tutto il senso della potenza dei miei attacchi improvvisi, fulminei, cui nessun pesce, grosso o piccolo, resistere può. Faccio paura per i miei denti aguzzi, per i miei occhi stralunati, il mio testone corazzato, tagliato da una bocca formato ciabatta, fatta apposta per ingurgitar del cibo.
        Anche se non so bene chi sono, con questo non soffro affatto di crisi d'identità o di altre consimili balle. Se mi guardo allo specchio mi riconosco per quello che appaio e null'altro può esservi all'incontrario, non c' è differenza tra fuori e dentro, tra forma e sostanza, perciò smettetela di fare i coglioni... So quello che so, so benissimo che spavento tutti, so che faccio man bassa di pesci, so che ho ripulito il Po da minutaglia insulsa e banale. Ingurgito, trangugio e ingollo come nessun altro prima di me, sono rimasto l'unico predone, il predone dei predoni, il divoratore dei lucci, divoratori di cavedani e di acquatiche larve.
        Ogni giorno mangio tanto quanto peso, divento sempre più grosso e nessun pesce ha la bocca tanto grande da potermi ingoiare. Sono fortunato anche perchè non solo nessuno mi può mangiare ma nessuno difficilmente mi può pescare. Ho la legge dalla mia parte. La pesca con la rete a strasico, l'unico modo per incastrarmi, è stata proibita. La rete, in uso in altri barbari tempi, di ben metri 150, con maglie dieci per dieci, era fiancheggiata da due barche dove i pescatori la trascinavano con una corda e i pesci, che si trovavano sulla rete, rimanevano intrappolati, poveretti.
        Gli sventurati storioni hanno fatto quella misera fine e ora non se ne trovano più. Noi siluri ci siamo salvati in tempo grazie a quella legge speciale e potremmo farle di nuovo da padroni continuando indisturbati a sbafare come tanti onorevoli tuttofare.
        Che bello essere siluri, che bello aver sempre appetito. Ma c'è un ma. Le risorse del grande fiume non sono inesauribili purtroppo. A forza di mangiare non resta più niente. Galleggia sull'acqua qualche carogna, qualche tanica vuota e al fondo si può trovare, ben che vada, una vecchia.scarpa. L'appetito cresce e non trovo più nulla di stuzzicante che mi invogli. Il Po non è più quello di una volta, mi ci trovo a disagio come fossi in prestito. Alla deriva, tra le canne palustri, sogno acque limpide e pescose ove sguazzarmi e di nuovo divorare ogni giorno tanto pesce quanto peso e satollo mettermi a cantare... Sono il Siluro, tutti mi vogliono, tutti mi cercano, Siluro qua, Siluro là, trallallera, trallallalla, trallallallà!

        *

        Dicono che gli animali non valgono niente perché non hanno ambizioni. Non è che non ce l'hanno, soltanto non sono pienamente convinti dei propri mezzi. Come ci dimostra questa gallina.

        Piuttosto che stare qui tutto il giorno a fare le uova, mi piacerebbe scrivere i libri, piuttosto. Che a me delle volte mi vengono in mente le storie bellissime, mi vengono in mente, che a raccontarle si vincono i premi.
        A me proprio una cosa come scrivere i libri mi piacerebbe da fare, piuttosto che stare, e quando mi vengono in mente le storie bellissime non vedo l'ora di raccontarle, poi me le scordo immediatamente, quando mi vengono in mente, ho poca memoria.
        Altro sarebbe che star qui tutto il giorno a farsi fiondare da un gallo che poi è sempre quello, altro, sarebbe. E invece sempre la stessa minestra, sempre la stessa, farsi fiondare, fare le uova, covare.
        Che a me viceversa mi piacerebbe essere uno scrittore partenopeo, mi piacerebbe, che poi vado a Roma, in una terrazza, a bere dell'acqua, che poi vado a stare, e dopo scrivo perfino una storia per un regista che fuma le sigarette col filtro senza parlare, scrivo perfino, e vinciamo un premio e ci chiamano a Orlinvud tutti, ci chiamano.
        Invece non tengo memoria, vacassa. Che delle volte ci provo a prendere appunti, ma ciò un scrittura che non ci capisco una minchia, quando rileggo, e allora sto qui a farmi fiondare da un gallo che poi è sempre quello: Palmiro.
        Pensa invece: scrivere affermazioni del tipo: "Tengo a mamma ammalata", pensa.

        *

        Il mulo è un animale a cui scappano i pensieri dalla testa. Sentiamo questi suoi ricordi, con una sorta di finale metafisico.

        Ma quante mosche ci sono in giro?
        Sono tante. Eh? Sono tante.
        Me lo diceva sempre anche mio padre.
        Non mi seccare mi diceva,
        fatti in là, non mi seccare!
        Ma che fine avrà fatto?
        Dove sarà finito?

        *

        Nell'ultima parte della nostra indagine, ci siamo accorti, non solo che gli animali sono rimasti gli ultimi ormai a parlare in dialetto, ma che oltretutto vi aggiungono dei gran bei difetti di pronuncia.
        Per esempio, se tutti hanno dei ricordi di infanzia legati a un parente che ci faceva giocare e divertire con particolare affetto e simpatia, anche questa cavalla ha le proprie preferenze.

        Eramo piccoli... stàvamo nei campi insemmola... i cucini, gli zii... c'era zio Ciovanni, Annamaria, mi ricordo tanti cosi... io andava dietro a zio Ciovanni, dietro 'u culu, a liccarici 'u culu, pe ischerzo... lui diceva Chi fai, sciemma, chi fai?
        ...

        Mia mamma mi dicia sempri... stai darreti a Zio Ciovanni... leccaci 'u culu a zio Ciovanni... a mia mi piacìa tanto zio Ciovanni chi ischerzava sempri... Chi fai strunza? Chi fai? Ci lecchi 'u culu a ziu Giuvanni?
        ...

        Zio Nino cumannava sempri... Corri! Strigati 'nterra! Alzati! Zio Nino cumanna a tutti... s'ave a facere quello che dici lui... Io prefero zio Ciovanni picchì pozzu leccarici 'u culu... E' bonu e ischerza sempri... C'è sempre i ridere cu ziu Ciuvanni.

        *

        A Parma, negli ultimi anni, ci sono problemi di sovraffollamento, soprattutto in centro, e ne risentono anche i piccioni.

        Oh, col lastròn chì al sarìs mé, par piésér. M'iv sentì? Chì l'é mé. Chì ag chèg mì e ag magn mì, par piésér. Ag cheg e ag magn, m'al fiv al piesèr? Par piesèr chì g'ho da cagher e da magner mì, par piesèr, ma angh'interésa a nisò. Gnienta, angh'interésa gnienta a nisò.

        E alora stì, stì pur lì, a son mì ca vag su, bruti bésti, con chil quator pèni, chi n'esiston gnianca.

        Mo rida ben chi rida ultom, ricordìvol, bruti bésti. I pàson chi sòta, i pàson.

        Con tut al trafic ca gh'è, le mmei al cornisò. A chèg dal cornisò, mì. A magna sul cornisò, mì. Adeésa a vag sul me cornisò, mì.

        Oooh, ma co ghé adésa? Tut adòs a mì? No che bruti bésti malduchèdi. Mo par piésér, moindondiv? Lilor iv dàn al gran gièld? Ma al capìv chi g'àn i scapròn timberla? I'v dàn in tésta un scapròn timberla. Un scapròn timberla in tésta, al vrìv capìr, al fa mèl. Al sèt il pèni chi sèlton, pr'un scapròn timberla? Tnija vuètor i gran gièld, co i vostor scapròn timberlan in tésta, sensa pèni brut e maledèt.

        A forsa d'ingiustìsi a fnisa chi ciapon un scapròn timberla in tésta. E a salut pèni.

        *

        Se le formiche sono arcinote come lavoratrici indefesse, figuriamoci se sono tedesche.

        - Uh, come il lavoro va?
        - Ih, a casa un chicco d'uva portato ho. Una lavorata fatto ho!
        - Uh, brava, brava. L'importante, che del lavoro siaci, è.
        - Ih, sì, ragione haici. Quest'inverno, ricordomi, ché poco lavoro eraci, sempre di cattivo umore,         trovavomi.
        - Uh, non a me dirlo. Io, senza far niente stare, a una larva, riducomi.
        - Ih, be', finché la bella stagione assisteci, del lavoro sempre avremone.
        -Uh, sì, l'importante, che del lavoro siaci, è.
        - Ih, già.
        -Uh, lunedì, sotto la pianta dei cachi andare voglio, magari qualcosa rimedio.
        - Ih, che brava, proprio bene, fai. Prima che il tempo guastisi.
        - Uh, be': sempre dei lavoretti da fare trovansi, anche se rannuvolasi.
        - Ih, sì, l'importante, che del lavoro siaci, è.
        - Uh, già.
        - Ih, una mano di bianco alle pareti del formicaio, questo week-end di dare pensavo.
        - Uh, che bella idea. Aiutare possoti? Io, senza far niente stare, sai...
        - Ih, figurati; se il lavoro fra noi non dividesi...
        - Uh, sì, l'importante, che del lavoro siaci, è.
        - Ih, già.

        *

        Da quando hanno inventato i vetri il volo delle mosche è diventato pericoloso. Sapendo di questa serata ci hanno fatto pervenire un loro comunicato ufficiale.

        Sì sì, saluto tutti, sono solidale con tutti, ma però dico subito che sono qui per la storia delle superficci trasparenti. Soprattutto la nostra generazione vuole protestare contro le superficci trasparenti. La nostra esigentza è che siano sempre segnate in modo chiaro, sempre comprensibile. Se no noi rischieremo di sbatterci contro, e di insistere e insistere, correndo gravissimi rischi. E' una nostra esigentza. Noi mosche soffriamo moltissimo a causa dell'aumento delle superfici vetrose, da noi non visibili. Un aumento indiscriminato. Le superficci vetrose invecce devono essere visibili. Sulla superficce vetrosa va fatto un segno. Vedete voi quale segno, decidete, eppoi fatelo. Volete segnarle con un graffio? Volete scriverci sopra? Volete segnarle con strissie coloratte sentza scriverci zù niente? A noi interessa che siano segni sempre visibili e comprensibili. E' chiaro, sì? Noi mosche siamo molto depresse. Succede che sbattiamo sopra un vetro anche per un intera giornata, sentza costrutto. E' comprensibile la nostra richiesta, sì?

        *

        E concludiamo in bellezza, con gli animali in due battute.

        Gli Uccelli di San Francesco:
        Ma chi lo capisce quello lì! Che lingua parla?

        Il Lupo di Gubbio:
        Per me, Dio non c'è.

        I Pesci della Moltiplicazione dei pesci:
        Ragazzi! Ma da dove venite? E dove andate?

        Il Passero solitario:
        Io? Solitario? Solitario sarà quello là.

        L'asino di Buridano:
        L'indeciso non ero io, era il mio padrone.

        Le Oche di Lorenz:
        Ha la barba ma sembra nostra madre.

        Il Cavallo di Attila:
        Dio bono! Sempre in giro, e nemmeno un filo d'erba da mangiare!

        Gli Elefanti di Annibale:
        Ohe! Siam mica dei pullman!

        Il Grillo Parlante:
        Io stavo anche zitto, se sapevo che aveva un martello.

        L'Idra di Lerna:
        Almeno me ne avesse lasciata una di teste, quell'esaltato.

        La Lupa di Romolo e Remo:
        Cosa succhi Remo! Va via, che non servi a niente.

        Cita:
        Sta a vedere che Tarzan è un uomo.

        Il Drago di San Giorgio:
        Se non c'ero io, lui, santo, neanche a morire.

        La Balena bianca:
        Che mal di testa! Sempre a piantarmi degli arpioni, vacca cane!

        Il Cane di Fogar:
        Meno male che s'è fatto male, così non rompe più il cazzo.

        Il Lupo di Capuccetto rosso:
        Manco er brodo ce se poteva fa', co' la nonna.

        Il Cavallo senatore di Caligola:
        Per me, al senato, son tutti asini.

        Il Bove di Carducci:
        Me? Proprio me? Ma lo sa che sono castrato?

        Il Gallo di Socrate:
        Socrate! Pensa mo bene ai cazzi tuoi!

        Il Verme solitario:
        Solitari sarete voi, noi siamo sempre in due.

        Le Oche del Campidoglio:
        Che strizza al culo, eh Brenno!

        La Cavallina storna:
        E se sparava a me? Piangevi?

        *

        Gli animali parlano con le voci di:

        Gianfranco Anzini (Cavallo, Piccione, Mosche)
        Ugo Cornia (Scarabei)
        Alfredo Gianolio (Siluro)
        Ivan Levrini (Coccodrillo, Porco, Montone)
        Paolo Morelli (Vongola, Mantide, Cigno)
        Paolo Nori (Asino, Gallina, Formiche)
        Mario Valentini (Tacchini, Mulo, Cavalla)

        Il cane Gulì è di Giovanni Pascoli, il Cammello di Ermanno Cavazzoni.
        L'introduzione è del dott. Alfredo Gianolio.

 

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