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Il
morso della taranta
mantiene l'omo nel suo proponimento,
cioè quello che pensava quando fu
morso.
Leonardo da Vinci
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Animali
parlanti è uno spettacolo itinerante
di letture, una sorta di parlamento animale che,
fin dal 1998, è stato portato con successo
in teatri, locali e biblioteche in ogni parte
d'Italia. Facendo tabula rasa delle problematiche
legate alla comunicazione animale, con spavalderia
e un ampio volo di fantasia capace di superare
una situazione apparentemente insuperabile, gli
scrittori di Animali parlanti hanno inteso
ridare la parola agli animali, dimostrando che
essi non hanno eccessivi problemi di comunicazione,
nonostante le imperfezioni nel linguaggio e della
coscienza. I testi qui presentati, in cui i più
diversi animali prendono la parola e parlano al
pubblico in prima persona, sono solo una parte
di quelli letti durante le rappresentazioni. Nel
novembre prossimo usciranno un libro e un CD con
una scelta più ampia, rispettivamente curati
da Nottetempo edizioni e dall'editore
Sossella.
*
(Entra
un uomo anziano, con una cartella sotto il braccio.
La appoggia sulla scrivania, prende un camice
bianco da un attaccapanni e lo indossa. Siede
alla scrivania e, dando un'occhiata agli appunti,
si rivolge al pubblico.)
Consentitemi
di dire che nell'evidenziare il giusto rapporto
tra gli uomini e gli animali, la nostra presa
di posizione, filtrata attraverso una moltiplicità
di analisi e di rilevazioni statistiche, ha attuato
una vera e propria rivoluzione copernicana rispetto
alle precedenti concezioni ossificatesi col tempo
e ridotte alla stregua di un dogma.
In
che modo si è avuto questo salutare sconvolgimento?
Ponendo in primo piano l'identità dell'animale
che aveva subito un processo di snaturamento e
di degrado per renderlo per tanti aspetti simile
all'uomo. Abbiamo cercato di ristabilire un equilibrio
con delle storie in cui gli autori, spogliandosi
di boria e supponenza, si immedesimano negli animali
dando a ciascuno di essi la propria inconfondibile
voce.
Grande
importanza è stata giustamente data alla
loro "voce" come fatto di comunicazione
che, secondo la teoria semiotica di Umberto Eco,
non può che essere retto da un codice di
comportamento. Ci sono codici cromatici che trasmettono
i messaggi attraverso i colori, codici mimico-visivi
e codici fonico-acustici. E' a questi ultimi che
ci siamo in particolare attenuti, senza trascurare
gli altri, dando valore appunto al loro specifico
linguaggio, alle loro "voci", dietro
cui, come ci insegna Piaget, non può non
esservi, come per l'uomo, il pensiero.
Strano
e altalenante è stato nel corso dei secoli,
o per meglio dire, dei millenni, il comportamento
degli uomini nei confronti degli animali, passati
dalla zoolatria al disprezzo.
Secondo
la zoolatria erano visti come veicoli attraverso
cui si manifesta la divintà, esprimendo
in tal modo la potenza del sacro, ora tornato
di moda. Secondo tale concezione, determinate
divinità si manifestavano in forma di animali,
Poseidone nel cavallo, Atena nella civetta e così
via. Anche etimologicamente la parola animale
indica la grande considerazione in cui originariamente
era tenuto. Animale deriva infatti dal latino
"anima", radice nel greco "anemos"
(vento, spirito o pneuma ).
Ma
poi si introdusse una distinzione dovuta al fatto
di ritenere che l'animale, a dispetto del significato
della parola, fosse addirittura privo di anima.
Anche l'uomo fu qualificato un animale ma un animale
"ragionevole", il che è tutto
da verificare. L'uomo, secondo Aristotele, avrebbe
in esclusiva l'anima razionale. Ridotti a quelle
misere condizioni di inferiorità e di degrado,
quasi fossero delle cose insensibili, gli animali
subirono maltrattamenti e torturte senza riguardo
alcuno, come purtroppo accade anche oggi quando
si sottopongono sadicamente a sevizie camuffate
da esperimenti di laboratorio.
Un
tentativo non completamente riuscito di ridare
dignità agli animali (a parte l'ammirevole
ma isolato esempio del poverello d'Assisi) è
stato compiuto nell'antichità dai favolisti
Esopo e Fedro, che pagarono a caro prezzo il loro
ardimento. Non a caso furono entrambi degli schiavi
liberati, erano passati attraverso dolorose esperienze
e il loro osservatorio basso, la loro umiltà
consentì che potessero comprendere gli
animali e scriverne con simpatia. Ma le loro storie
ironiche e allusive vennero male interpretate
e entrambi subirono pesanti conseguenze. Esopo
fu ucciso a Delfi dai sacerdoti del sacrario di
Apollo, perchè si sentirono presi in giro,
mentre Fedro fu rovinato da un processo intentatogli
nella Roma augustea dal potente Seiano, che si
sentì anche lui offeso da allusioni ai
suoi danni contenute nelle favole.
Grande
è stato il merito di Esopo e Fedro nella
riabilitazione letteraria degli animali, ma con
limiti evidenti per avere proiettato negli animali
vizi (molti) e virtù (poche) degli uomini,
umanizzando gli animali e quindi danneggianoli:
la loro identità ne è uscita appannata,
se non addirittura soppressa.
Con
le nostre Voci abbiamo superato questi limiti
dando agli animali quello che è degli animali,
ponendo dei paletti allo spazio riservato agli
uomini e un freno alla loro smania onnivora e
pervadente.
*
Tanto
per cominciare, ecco un esempio di quanto la vicinanza
di un poeta possa essere educativa per chi ha
la fortuna di stargli accanto. Fra le carte di
Giovanni Pascoli sono state ritrovate alcune poesie
e biglietti scritti di propria mano dal suo cane,
che si chiamava Gulì. Fra queste abbiamo
scelto un saluto.
Charri
amicci io sobbravo dacquanto voi e vi salto e
abracio
Spero
presto rivedervi a manciare una piccola bistecca
con l'osso e il ventilatore. zio e mamma vi saltano
e vabbracciano sono vostro
gulì
pascoli
dei
biscottini mené tocchati poini. ne manciano
molti zio e mamma e altri sechatori.
*
La
prima cosa che abbiamo scoperto, durante le nostre
indagini, è che alcuni animali prediligono
i discorsi circolari, perché,
dicono, tutto quel girare e girare gli dà
tranquillità. Eccone alcuni esempi.
Il
primo viene dal periodo tra le due guerre, quando
la gratitudine spinge un asino russo a scrivere
una commovente lettera al suo padrone.
Caro
Nikandr Andreevic,
ho
ricevuto la mia carota e ho capito subito che
era mia. All'inizio avevo pensato che magari poteva
anche non essere mia, ma non appena l'ho assaggiata
ho capito subito che era mia, altrimenti avrei
potuto pensare che non fosse mia. Sono contento
che già da un pezzo tu abbia un bastone
nuovo, perché quando uno si procura quello
che gli serve vuol dire che ha ottenuto quello
che voleva. E dunque sono molto contento che tu
abbia un bastone nuovo, perché quando uno
si procura quello che gli serve vuol dire che
ha ottenuto quello che voleva. Ieri ho ricevuto
la mia carota e ho pensato che forse non era mia,
ma l'ho assaggiata e ho visto che era proprio
mia. Hai fatto proprio bene a darmi da mangiare.
Prima non mi davi da mangiare, poi tutto in una
volta hai cominciato a darmi da mangiare, benché
anche prima, prima di stare un po' senza darmi
da mangiare, tu m'avessi dato da mangiare. Subito,
appena ricevuta la mia carota, ho deciso che era
mia e poi sono molto contento che tu abbia un
bastone nuovo. Perché se uno ha voglia
di un bastone nuovo bisogna che lo ottenga a qualunque
costo. Per questo sono molto contento che tu ti
sia finalmente procurato un nuovo bastone e che
abbia trovato proprio quello che volevi. E hai
fatto proprio bene a darmi una carota. Sono stato
davvero contento quando ho visto la mia carota,
e ho perfino pensato subito che fosse mia. Per
la verità, mentre l'annusavo mi è
passato per la mente che non fosse mia, però
poi ho deciso comunque che era mia. Grazie di
avermi sfamato. Te ne ringrazio e sono molto contento
per te. Forse tu non riesci a immaginare perché
sono tanto contento per te, ma te lo dico subito,
sono contento per te perché ti sei procurato
un bastone nuovo e proprio il bastone che desideravi.
E sai, è davvero una bella cosa procurarsi
proprio quello che si desidera, perché
è proprio così che si ottiene ciò
che si voleva. E' appunto per questo che sono
così contento per te. E sono contento anche
perché mi hai dato la carota. Già
da lontano avevo deciso che la carota doveva essere
mia, ma come l'ho annusata ho pensato: e se magari
non è mia? Poi ho pensato; ma no, naturale
che è mia. Già la assaggio e al
tempo stesso penso: è mia o non è
mia? E' mia o non è mia? Be', appena l'ho
assaggiata l'ho visto subito che era mia. Ne sono
stato molto contento e ho deciso di scriverti
una lettera. Ci sarebbero molte altre cose per
cui ringraziarti, ma adesso proprio non ho tempo.
Quello che ho potuto, te l'ho scritto in questa
lettera, il resto te lo scriverò poi, adesso
non ho proprio tempo. E' una bella cosa, intanto,
che tu mi abbia dato una carota. Adesso so che
già da un pezzo hai un nuovo bastone. Anche
prima sapevo che avevi un bastone, ma adesso ne
vedo uno nuovo: è proprio vero, hai un
nuovo bastone. E sono molto contento che tu ti
sia procurato un nuovo bastone e mi abbia dato
una carota. Subito, appena ho visto la mia carota,
ho deciso che ti eri procurato un nuovo bastone.
Bene, ho pensato, è una bella cosa che
tu ti sia procurato un nuovo bastone e che mi
abbia dato una carota per farmelo sapere. Adesso
fammi sentire com'è il tuo nuovo bastone
e com'è che andrà d'ora innanzi
la cosa. Saluta da parte mia il tuo nuovo bastone.
Il
tuo asino
25
settembre e ottobre 1933
*
Tutti
la vogliono ma nessuno se la piglia. Si potrebbe
così sintetizzare lo sfogo di una vongola
napoletana, un po' troppo pudica, forse.
Chell'
che io proprio non riesco a capire, è chisto
fatto strano degli spaghetti. Anzi nemmeno lo
saccio a chi so 'sti spaghetti, né come
sono fatti, però non sento dire altro che
spaghetti cu le vongole, spaghetti cu le vongole,
come sono bbuoni!, come stanno bene insieme!,
si sposano meravigliosamente!, lo sento benissimo,
perché nell'acqua i suoni si propagano
meglio. Allora io me ne sto acquattata inta 'a
sabbia, distintamente co' la lingu' e' fore, quando
sento tutte chist' barche chiene chiene 'e gente
in mutande, che parla e parla di quanto stanno
bene insieme gli spaghetti e le vongole, è
'nu sfizio!, è 'na goduria!, so' meglio
pure de 'e cozze! E io questa cosa non la metto
in dubbio, e' cozze vuoi mettere... chill'svergognate!...
Ma possibile che io soltanto non ne sappia niente,
io che sono la diretta interessata, e anche ben
disposta e aggraziata direi, che se me li presentassero
chist' signure spaghetti non farei certo complimenti,
certo non mi farei pregare per un'amicizia, e
anche qualcosa di più se la fortuna vuole,
e invece non saccio manco a chi so', e come so'
fatt' chist' spaghetti, che secondo loro dovrei
conoscere, e anche starci così bene insieme,
che non c'è paragone!, dicono loro, è
'nu paradiso orientale! Sono alti, lunghi, neri,
bianchi, gialli? So' simpatici, sanno cantà?
Ma insomma, pe' 'a Maronna, come so' fatte?
E'
un'ingiustizia e una maldicenza, quanto è
vero che songo 'na vongola verace, chi dice che
io sto così bene con gli spaghetti dovrebbe
pensarci due volte, lo dico a tutto tondo, non
si butta a mare l'onore di una vongola signurina
a chisto modo. E poi, con nu poco e' prezzemolo
sento dire!... Ma con tutto il rispetto e prima
di tutto, ma chi cazz'è 'sto prezzemmolo?,
e lu peperoncino sento dire!, chi sarebbe costui?
E' 'nu straniero? è nu principe forse?
è 'n attore int'a lo cinematografo?
Ma
certamente non si mette a repentaglio l'onorabilità
di una signurina senza farle nemmeno sapere, lasciandola
del tutto all'oscuro, sul fondo, mentre di lei
si dicono tali sconcezze, prima fai bollire gli
spaghetti, poi riscaldi le vongole con tale prezzemolo
e talaltro peperoncino sento dire!, poi mescoli
tutti insieme inta' 'na padella come fosse 'nu
canapè, come fosse 'n'orgia o 'nu baccanale,
vergogna!
*
Gli
scarabei stercorari sono animali sacri. Ma per
chi? E soprattutto, perché?
Per
fortuna che c'è la merda...
Ti
fai due passi e trovi una palla di merda.
Mia
sorella dice: Vai sempre in giro a cercare la
merda... Stai sempre a mangiare la merda.
Ah
perchè, te non la mangi la merda! Anche
la mamma mangiava sempre la merda... A mio padre
gli dicevo sempre: Papà, cosa faccio sto
pomeriggio?
Non
ti lamentare. Va a trovare la merda. Fatti un
giro nella sabbia, che se trovi la merda poi la
rotoli fina a casa che dopo mangiamo. Ho detto
a mia sorella: Ti ricordi quando siamo usciti
dall'uovo... Stavamo al caldino nella palla di
merda... Con tutto quella merda da mangiare...
Quanta merda che abbiamo mangiato, era buonissima.
Ti
ricordi che sberla la luce quando abbiamo finito
la merda... Siamo venuti al mondo... Come ti piaceva
la merda... Ti ricordi... Il papà andava
a prender la merda e la mamma ci faceva le uova
dentro.
Una
volta ti piaceva la merda! Poi hai sentito le
mantidi religiose che dicevano: Senti che puzza
di merda... E dopo basta con la merda
Ti
ricordi quando la mamma ci diceva: Non lo vedete
che il papà è stanco... Andateci
voi a prendere la merda
E
te dicevi: Puzza la merda...
Allora
la mamma diceva: Ma no... Ma sei diventata matta...
è buonissima la merda
E
poi han fatto quella massa di merda
E
sentivamo il papà che diceva alla mamma:
Guarda che merda che ci siamo fatti. Che bella
merda, per sempre. Adesso uno di questi giorni
ci infiliamo nella merda... E chi s'è visto
s'è visto.
E
poi cantava:
Magna
e chega, chega e magna nella merda è una
cuccagna.
E
poi son spariti nel cumulo di merda.
Anche
la zia c'aveva il suo cumulo di merda... ti ricordi...
la mamma ci mandava sempre a portarle un po' di
merda, della nostra, allora la zia ci dava un
po' della sua, si era fatta quel monticello di
merda bellissima.
Poi
un giorno... avevamo portato della merda così
buona... zac... anche la zia si era infilata nella
sua massa di merda.
*
La
bulimia è una malattia che nasce dal mondo
animale, l'anoressia no. Vorrà dire qualcosa?
Vediamo se un coccodrillo ci chiarisce in qualche
modo le idee.
Vacca
boia! Sempre fame! Mica normale, mangio e ci ho
ancora più fame. Zio cane! Poi l'umidità!
Ma come mai c'è tanto umido? Che mondo!
Si capisce più niente!
Comunque
anche avere sempre fame! Sarò malato!
Mmmh,
che fame, che profumino! Come faccio a resistere?
Quasi
quasi me ne frego. E' colpa mia se ho fame a tutte
le ore del giorno? Anche la notte! No! E' poi
colpa loro, ve lo dico io. Non si può star
sempre davanti a della roba da mangiare, per Dio!
Son dei bei deficienti quelli lì. Ma se
credono di fregarmi si sbagliano, e della grossa.
-
Andate via, ignoranti! Smettetela di girarmi attorno!
Volete farmi scoppiare, eh? Ah lo so, lo so! Volete
farmi saltare le bubella! Ma siete dei cioccati!
Cosa credete, che ho il cervello piccolo? Che
non me n'accorgo? Eh? Mi fate venire una rabbia
che vi mangerei di colpo. Ma non ci cado, no!
Piuttosto smetto di mangiare per sempre. Ecco,
chiuso col mangiare, una pietra sopra, non ne
parliamo più, d'ora in poi solo bere. Va
mo là! Piuttosto che darvela vinta, non
mangio più, passo all'acqua.
M'hanno
preso per stupido, quelli lì. Stupidi saran
poi loro, che corrono su e giù, tutto il
giorno, con quelle gambettine. Hanno sempre fretta,
hanno! Per forza son magri! Io di fretta non ne
ho mai, sto qui tranquillo, loro invece sempre
a correre da un posto all'altro, a sgambettare.
E lo stupido sarei poi io!
Ah
che fame! Proprio adesso che ho deciso di non
mangiar più! Vacca d'un mondo ladro, che
male! Ci ho i crampi, dalla fame.
-
Ohh, è poi colpa vostra, che Dio vi stramaledica!
Dateci un taglio di girarmi attorno. Deficienti
che non siete altro.
Mah!
Mi vengono su dei rutti e ci ho già fame,
vacca cane. Chissà cos'ho addosso! Sarò
malato! Ma che malattia sarà? Uno che mangia
e dopo ha più fame di prima. Mai vista
'na malattia così! Tutta sta robaccia nuova
che si mangia al giorno d'oggi! Oh, va be' che
son grosso, ma neanche mangiare così tanto.
-
Comunque, non mi fate fesso, voialtri! La so più
lunga io di tutti voi messi insieme! capito? Brutti
ignoranti che non siete altro. Con quelle gambettine
che avete, mingherline, che non tengono su niente,
cosa credete di essere, dei cervelloni? Oh...
ma lo sapete che io c'ero già all'età
della pietra?
*
Pensavamo
che gli scarabei avessero detto tutto quanto avevano
da dire. Invece eccone un altro. O è lo
stesso? No, questo qui è emiliano.
Per
fortuna che c'è stato il comunismo...
Ti
facevi due passi e trovavi il comunismo.
Mia
sorella diceva: Vai sempre in giro a cercare il
comunismo... Stai sempre a discutere di comunismo.
Ah
perché, te non discuti di comunismo! Anche
la mamma discuteva sempre di comunismo... A mio
padre gli dicevo sempre: Papà, cosa faccio
sto pomeriggio? Non ti lamentare. Va' a trovar
dei comunisti. Fatti un giro nella sabbia, che
se trovi i comunisti, poi li porti a casa che
facciamo una comune.
Ho
detto a mia sorella: Ti ricordi quando siamo usciti
dal comunismo... Stavamo al riparo nel comunismo...
Con tutto quel comunismo da realizzare... Quanto
comunismo che abbiamo realizzato.. Era l'abolizione
della proprietà privata. Ti ricordi che
sberla la democrazia quando abbiam finito il comunismo...
Siamo finiti nel mercato... Come ti piaceva il
comunismo... Ti ricordi... Il papà andava
a prender i comunisti e la mamma gli raccontava
le lotte partigiane.
Una
volta ti piaceva il comunismo! Poi hai sentito
le mantidi religiose che dicevano: Senti che puzza
di comunisti... I comunisti mangiano le larve...
Dopo basta coi comunisti.
Ti
ricordi quando la mamma ci diceva: Non lo vedete
che il papà è stanco... Andateci
voi a prendere i comunisti.
E
te dicevi: puzzano I comunisti... I comunisti
mangiano le larve.
Allora
la mamma diceva: ma no... Ma sei diventata matta...
Sono compagni i comunisti.
E
poi han fatto quel gulag.
E
sentivamo il papà che diceva alla mamma:
Guarda che gulag che ci siamo fatti. Che bel gulag,
per sempre. Adesso uno di questi giorni ci infiliamo
nel gulag, e chi s'è visto s'è visto.
E
poi cantava:
Avanti
o popolo/ Alla riscossa / Bandiera rossa/ Trionferà.
E
poi son spariti nel gulag.
Anche
la zia c'aveva la sua idea del comunismo... ti
ricordi... la mamma ci mandava sempre a portarle
le bombe molotof, allora la zia ci dava un po'
di calashnikov.
Poi
un giorno... avevamo portato delle molotof così
esplosive... zac... anche la zia si era infilata
nel suo gulag.
*
Andando
avanti nelle nostre indagini abbiamo potuto appurare,
e dovuto ammettere che, proprio come noi, pure
gli animali hanno dei difetti e che, in particolare,
posseggono una coscienza per molti versi
difettosa.
Come
primo esempio abbiamo un cavallo. Chi lo direbbe,
a vederli, che i cavalli sono così insoddisfatti
e annoiati? E invece ci son cavalli a cui non
va proprio bene niente.
In
libertà
non
dovevo rendere conto a nessuno.
Dovevo
solo andare di zoccoli. E andare.
E
vai e vai e vai.
Certo,
che
scatole la prateria,
non
l'ho mai vista una volta
finire
da qualche parte,
sempre
la stessa minestra,
erba
secca,
sterpi,
spine
i
cancri dei rovi,
e
vai e vai e vai e vai.
E
non si conclude, mai.
Prrrrrrr
Dopo
han cominciato
che
dovevo andare ai concorsi,
e
concorrenti da tutte le parti,
certi
stangoni!
E
addio prateria,
che
in fondo ci stavo benone,
meglio
che a fare i concorsi.
Che
neanche vincevo.
Valli
a capire,
ma
cos'han concluso
gli
starnazzoni, là?
Però
stavo comodo,
mischiavano
erbe, mangiavo bene,
e
poi sgambavo, pisciavo, guzzavo...
Stavo
un poco rinchiuso,
ma
stavo bene.
Mi
ricordo una volta
un
pus nella gamba
allo
zoccolo tre martellate,
un
male,
ho
scalciato ...
C'erano
urli, incazature ...
...
prrrrrrrr.
E
dopo mandato di nuovo qua fuori,
sconclusionato,
scartabellato
e
erba e rovi
e
spine:
chilometri
di prateria.
Ma
cosa han concluso?
Ma
neanche loro lo sanno
quello
che fanno.
Prrrrrrrrr,
prr, pr.
*
Non
tutti gli animali sono capaci di provare un autentico
senso religioso. Non di rado sono miscredenti
o atei. Fra i devoti troviamo certamente la mantide,
di cui abbiamo qui l'esempio di una preghiera.
Patr
Trac che non Ti trov, sia sacrificat il Tuo nom,
sogn il Tuo legn, così arriv un brezz che
mi confort almen, fingon gli albr fin sulla sogl
ess'allontann i nuvolon.
Siafàtt
la Tua volontà, così avant come
dietr, e seppercas mi volt, non me fa trufà
l precipiz definitiv ndò ncestà
n'appigl manc a rimestà nell mundes, titic
titic, titicche e titac.
Anallag
fringuell su la crap, indovin vincenz si s'ammag,
intitl un form de Sempron costà sul limit
sanz pensà andò 'sta. Dacc ogg lo
'nsett quotidian, daccen doie o treie o quatreme
o cinquelle o sippe, Anassagora fattomme sill
e colomb, bacarozz e formicc, tronc e cavallett,
triturazz e mandibbole.
E
se doman, e sotolineo se, rimett annòi
le nostr debb, ricord che i so pover in cann,
mentr vincenz lassopp nun me vo ridà la
mosc chemma fregat l'altrier, eì nuglie
rimett propr nient.
Comunq,
non lindur l'uccell scacacc, né quell'altr
a fa pestà da li scarpon, eppoi libberàcci
deccicch acces, coragg maschie Crist che fà
e simmevole sto qua, andovago mirtill e farfall,
grillvesp e coccinell ronz lejour, vent maestral,
fil d'erb fil d'erb essass, addestr ammanc, la
nott fa frett eppoi si mor, ecc sisìa.
*
Niente
di meglio di una riflessione teologica per mandare
in circolo il cervello. E anche questo porco,
senza offesa, la pensa così.
Porco
qui, porco là, porco su, porco giù!
Porco
mondo!
Cosa
vogliono dal porco?
Non
basta quello che hanno già? Porco mondo!
Sempre
il mio nome in bocca! Zio porco!
Ma
cosa vogliono, porco zio!
Che
poi ... questo zio..., mai conosciuto questo zio!
Oh,
è da quando son nato,
zio
qui,
zio
là,
sta
attento allo zio,
chiedilo
allo zio.
Guarda
che lo zio ti vede!
Ma
dov'è sto zio? Porca puttana!
Puttana?
Puttane
ne ho viste, puttane, zio cane!
Che
poi anche il cane... Porco cane, sento dire.
Oh!
Badate che il cane e il porco siam mica parenti,
il cane puzza!
Poi
arriva uno, zio bestia,
lo
zio è morto, si mette a urlare, lo zio
è morto!
Io
non ci credo, porco Giuda.
Fan
presto loro.
San
sempre tutto, loro.
Prima:
chiedi allo zio, dillo allo zio,
l'ha
detto lo zio! Poi lo zio tutto d'un colpo è
morto, porco Giuda!
Porco
Giuda?
E
chi sarebbe questo Giuda?
*
La
filosofia di Martino Heidegger è un fatto
importante nel novecento non solo per l'umanità,
ma anche per il mondo animale. L'incontro nella
foresta nera tra il grande filosofo e un montone
è un fatto accertato storicamente.
C'era
uno, era sempre vestito alla tirolese, camicina
alla tirolese, braghette alla tirolese, calzini
alla tirolese. Veniva sempre da queste parti,
andava avanti e indietro, boh, poi si metteva
a parlare da solo.
Esistentivo!
Diceva. Destinale! Fatticità!
Oh
ma come parli! Va mo' ben da un'altra parte che
mi passa la voglia, sentir queste parole.
C'era
anche una donna. Gli portava un berrettino, un
berrettino alla tirolese. Metti il berrettino
che c'è freddo! Metti la sciarpina! Anche
la sciarpina era alla tirolese. Oh ma son due
deficienti quelli lì? Intanto lui faceva
certe domande che non erano neanche delle domande.
Perché è meglio l'essere del non
essere? Dico io, son domande queste? Non può
stare a casa a farle?
Poi
la donna gli ha chiesto se aveva sete e lui ha
risposto che quella non era neanche una domanda.
Devi
chiedere se il mio stato ontico esige un orientamento
verso la radura, diceva quel tipo. Poi s'è
messo a urlare. Quale radura? La radura dove già
da sempre si trova raccolta nel suo fondamento
la cosa stessa, la cosa da cui scaturisce sorgiva
l'essenza imbrigliata dalla tecnica.
Io
non ci ho più visto. Ma chi è sto
contadino? Cosa vuole?
Allora
la donna gli ha dato un boccale, un boccale alla
tirolese. Bevi che c'è caldo, gli ha detto,
e lui s'è arrabbiato ancora di più.
Essere-nel-mondo! Urlava. Essere-gettato! Essere-già.
Essere-già-stato.
Patate,
patatine, patate fritte, e ha cominciato un lungo
discorso... che si deve distinguere fra il modo
di essere dentro il mondo da parte degli utilizzabili
e delle semplici-presenze, e l'essere dentro il
mondo dell'ente che si apre all'Essere, cioè
l'Esserci, dato che solo in riferimento a questo
Esserci si poteva usare l'espressione essere-nel-mondo.
Ma
che mondo e mondo! Ma cos'è l'Esserci?
Fortuna che è arrivato mio fratello. Son
cinque anni che fa la monta! L'ha ascoltato un
po', troia d'una vacca puttana, se non tace gli
spacco il culo, mi diceva mio fratello. Ma quello
continuava, allora mio fratello s'è messo
a corna basse e ha preso la rincorsa. Quello là
appena l'ha visto via che scappava e però
intanto urlava, questa è la rivolta del
mondo, diceva, è la fine della metafisica,
ormai soltanto un Dio ci può salvare.

*
I
cammelli a vederli sembrano animali meditativi.
Quasi quasi ti viene in mente che siano in contatto
diretto con la divinità, così imperturbabili...
Proviamo a interrogarne uno, all'apparenza assai
flemmatico.
Io
sono condotto dall'istinto, porca bestia!
Io
sono condotto dall'istinto, porca madosca!
(Canticchia)
La puttana vien di notte...
Porca
merda, porca vacca
La
puttina porca merda...
Ta
ta ta, ta ta ta ...
La
puttana porca merda
Vien
di notte porca merda...
Io
credo nel rutto... ah ah ah... non credo a nient'altro!
Ta
ta ta ta ... porca merda...
Io
credo nel rutto ! Per me non c'è altro!
Ta
ta ta ta ...
Io
credo nel rutto ! e nella scoreggia...
Merda
e scoreggia...
Ah
ah ah...
Per
me non c'è altro! Merda e scoreggia...
Ah
ah ah... e scoreggia!
Merda,
rutto e scoreggia...
Non
credo in nient'altro! Porca madosca!
*
I
tacchini non conoscono la frase. Hanno un'attività
verbale e di pensiero che si ferma a livello nominale.
E anche i nomi che usano (o gli aggettivi) gli
circolano nella testa come suoni accattivanti
ma lievemente incomprensibili.
Tacchini
stupiti
-
Cavoli
-
Capperi
-
Lamponi
-
Sorbole
-
Sorbole?
-
Sorbole!
-
Bietole
-
Ravanelli
-
Ravanelli?
-
Si, si, ravanelli.
-
Ravanelli! Ravanelli!
Tacchini
curiosi
-
Conosci cicoria?
-
Conosco conosco.
-
Vista acacia, vista?
-
Acacia?
-
Acacia! ...acacia, lavanda, tamerisco, cactus...
-
Cactus? Bello cactus, bello...
Complimenti
tra tacchini
-
Sontuoso
-
Impavido
-
Ingannevole
-
Genuino
-
Turbolento
-
Salutare, davvero salutare.
-
Simbolico, ecco, simbolico.
-
Simbolico? Grazie, simbolico.
Argomenti
sessuali tra tacchini
-
Figa, figa, figa, figa!
-
Cazz'in culo.
-
No cazz'in culo. Figa, figa, figa, figa!
-
Figa?
-
Figa!
-
Sarà... figa... sarà...
*
E
ora occupiamoci di musica. Dalla vastissima produzione
di musica popolare animale, abbiamo scelto il
Canto popolare di un cigno di Villa Borghese
(Roma).
Zuppe
zuppe ta
si
mme voi ammazzà
io
me ne frego
Zuppe
zuppe ta
tanto
nun me poi magnà
manco
pe sbieco
Ohi,
si me voi finì
io,
t'aspetto qua
nun
me ne vado
che
sguazz'ar lago
che
sguazza'ar lago
Ohi,
si me tiri er collo
si
te sembro 'n pollo
vor
di vor di vor di
che
te sei scemo
gnappe
gnappe eeehh
ce
n'hai da emarginà
si
nu me fai magnà
io
dimagrisco
Seeeh,
hai voglia a bastonà
ride
e cojonà
ce
provo gusto
Sibbene
che sei forte
allora
andrai alla morte
mentre
m'avveleni
io
dò 'n corpo de reni
si
la barca affonna
io
moro insieme a tte
io
moro insieme a tte
a
tte a tte a tteee
alle
alle ha
io
te guardo in faccia
in
tutta questa caccia
mentre
che me spari
io
manco nu lo so
io
manco nun lo so
moro
e nun lo so
io
non finisco
Ma
si proprio lo voi fa
la
chiami libbertà
io
dall'Ardilà
si
pure che ce sta
quest'aria
d'Ardilà
te
porto male
Zuppe
zuppe ta
zuppe
zuppe ta
zuppe
zuppe ta
ohi
ohi ohi
*
Dal
canto popolare al melodramma, se così si
può chiamare questo canto stonato, da parte
di un pesce siluro del Po.
Tutti
mi chiamano Siluro, Siluro qua, Siluro là,
fortunatissimo, eccomi qua, trallallera, trallallà,
trallallà, trallallàaaa...
Sono
il Siluro, il signore del Po, il pesce mangione,
di buona bocca, vorace. Non distinguo tra cavedani,
gobbi, branzini, carpe ed anguille, tutto mi piace,
tutto appetisco, anche molluschi, carogne e carcasse.
Eccomi
qua, in verità chi sono io non lo so, come
veramente mi chiamo anche quello non so. Anch'io
ho un nome, addirittura in latino, ma chi si ricorda?...
Il latino non va bene nemmeno alla messa e per
i pesci ancor meno.
Chissà
da dove vengo, chi dice dal Gange, chi dal Rio
delle Amazzoni, chi dal Volga o dal Mississipì.
Misteriosa è la mia vita e non ho alcuna
voglia nè tempo di andare alla ricerca
delle mie radici. Non dò mai le mie generalità
a chi me le richiede anche perchè non le
conosco e preferisco apparire arcano e inesplicabile.
Ma non è per caso che mi chiamano Siluro,
non mancherà il motivo. È un soprannome
che è meglio di un nome. Mi calza a pennello,
me lo sento cucito addosso su misura con maestria,
come un abito di sartoria. Che mi chiamino Siluro
mi piace tantissimo, dà tutto il senso
della potenza dei miei attacchi improvvisi, fulminei,
cui nessun pesce, grosso o piccolo, resistere
può. Faccio paura per i miei denti aguzzi,
per i miei occhi stralunati, il mio testone corazzato,
tagliato da una bocca formato ciabatta, fatta
apposta per ingurgitar del cibo.
Anche
se non so bene chi sono, con questo non soffro
affatto di crisi d'identità o di altre
consimili balle. Se mi guardo allo specchio mi
riconosco per quello che appaio e null'altro può
esservi all'incontrario, non c' è differenza
tra fuori e dentro, tra forma e sostanza, perciò
smettetela di fare i coglioni... So quello che
so, so benissimo che spavento tutti, so che faccio
man bassa di pesci, so che ho ripulito il Po da
minutaglia insulsa e banale. Ingurgito, trangugio
e ingollo come nessun altro prima di me, sono
rimasto l'unico predone, il predone dei predoni,
il divoratore dei lucci, divoratori di cavedani
e di acquatiche larve.
Ogni
giorno mangio tanto quanto peso, divento sempre
più grosso e nessun pesce ha la bocca tanto
grande da potermi ingoiare. Sono fortunato anche
perchè non solo nessuno mi può mangiare
ma nessuno difficilmente mi può pescare.
Ho la legge dalla mia parte. La pesca con la rete
a strasico, l'unico modo per incastrarmi, è
stata proibita. La rete, in uso in altri barbari
tempi, di ben metri 150, con maglie dieci per
dieci, era fiancheggiata da due barche dove i
pescatori la trascinavano con una corda e i pesci,
che si trovavano sulla rete, rimanevano intrappolati,
poveretti.
Gli
sventurati storioni hanno fatto quella misera
fine e ora non se ne trovano più. Noi siluri
ci siamo salvati in tempo grazie a quella legge
speciale e potremmo farle di nuovo da padroni
continuando indisturbati a sbafare come tanti
onorevoli tuttofare.
Che
bello essere siluri, che bello aver sempre appetito.
Ma c'è un ma. Le risorse del grande
fiume non sono inesauribili purtroppo. A forza
di mangiare non resta più niente. Galleggia
sull'acqua qualche carogna, qualche tanica vuota
e al fondo si può trovare, ben che vada,
una vecchia.scarpa. L'appetito cresce e non trovo
più nulla di stuzzicante che mi invogli.
Il Po non è più quello di una volta,
mi ci trovo a disagio come fossi in prestito.
Alla deriva, tra le canne palustri, sogno acque
limpide e pescose ove sguazzarmi e di nuovo divorare
ogni giorno tanto pesce quanto peso e satollo
mettermi a cantare... Sono il Siluro, tutti
mi vogliono, tutti mi cercano, Siluro qua, Siluro
là, trallallera, trallallalla, trallallallà!
*
Dicono
che gli animali non valgono niente perché
non hanno ambizioni. Non è che non ce l'hanno,
soltanto non sono pienamente convinti dei propri
mezzi. Come ci dimostra questa gallina.
Piuttosto
che stare qui tutto il giorno a fare le uova,
mi piacerebbe scrivere i libri, piuttosto. Che
a me delle volte mi vengono in mente le storie
bellissime, mi vengono in mente, che a raccontarle
si vincono i premi.
A
me proprio una cosa come scrivere i libri mi piacerebbe
da fare, piuttosto che stare, e quando mi vengono
in mente le storie bellissime non vedo l'ora di
raccontarle, poi me le scordo immediatamente,
quando mi vengono in mente, ho poca memoria.
Altro
sarebbe che star qui tutto il giorno a farsi fiondare
da un gallo che poi è sempre quello, altro,
sarebbe. E invece sempre la stessa minestra, sempre
la stessa, farsi fiondare, fare le uova, covare.
Che
a me viceversa mi piacerebbe essere uno scrittore
partenopeo, mi piacerebbe, che poi vado a Roma,
in una terrazza, a bere dell'acqua, che poi vado
a stare, e dopo scrivo perfino una storia per
un regista che fuma le sigarette col filtro senza
parlare, scrivo perfino, e vinciamo un premio
e ci chiamano a Orlinvud tutti, ci chiamano.
Invece
non tengo memoria, vacassa. Che delle volte ci
provo a prendere appunti, ma ciò un scrittura
che non ci capisco una minchia, quando rileggo,
e allora sto qui a farmi fiondare da un gallo
che poi è sempre quello: Palmiro.
Pensa
invece: scrivere affermazioni del tipo: "Tengo
a mamma ammalata", pensa.
*
Il
mulo è un animale a cui scappano i pensieri
dalla testa. Sentiamo questi suoi ricordi, con
una sorta di finale metafisico.
Ma
quante mosche ci sono in giro?
Sono
tante. Eh? Sono tante.
Me
lo diceva sempre anche mio padre.
Non
mi seccare mi diceva,
fatti
in là, non mi seccare!
Ma
che fine avrà fatto?
Dove
sarà finito?
*
Nell'ultima
parte della nostra indagine, ci siamo accorti,
non solo che gli animali sono rimasti gli ultimi
ormai a parlare in dialetto, ma che oltretutto
vi aggiungono dei gran bei difetti di pronuncia.
Per
esempio, se tutti hanno dei ricordi di infanzia
legati a un parente che ci faceva giocare e divertire
con particolare affetto e simpatia, anche questa
cavalla ha le proprie preferenze.
Eramo
piccoli... stàvamo nei campi insemmola...
i cucini, gli zii... c'era zio Ciovanni, Annamaria,
mi ricordo tanti cosi... io andava dietro a zio
Ciovanni, dietro 'u culu, a liccarici 'u culu,
pe ischerzo... lui diceva Chi fai, sciemma, chi
fai?
...
Mia
mamma mi dicia sempri... stai darreti a Zio Ciovanni...
leccaci 'u culu a zio Ciovanni... a mia mi piacìa
tanto zio Ciovanni chi ischerzava sempri... Chi
fai strunza? Chi fai? Ci lecchi 'u culu a ziu
Giuvanni?
...
Zio
Nino cumannava sempri... Corri! Strigati 'nterra!
Alzati! Zio Nino cumanna a tutti... s'ave a facere
quello che dici lui... Io prefero zio Ciovanni
picchì pozzu leccarici 'u culu... E' bonu
e ischerza sempri... C'è sempre i ridere
cu ziu Ciuvanni.
*
A
Parma, negli ultimi anni, ci sono problemi di
sovraffollamento, soprattutto in centro, e ne
risentono anche i piccioni.
Oh,
col lastròn chì al sarìs
mé, par piésér. M'iv sentì?
Chì l'é mé. Chì ag
chèg mì e ag magn mì, par
piésér. Ag cheg e ag magn, m'al
fiv al piesèr? Par piesèr chì
g'ho da cagher e da magner mì, par piesèr,
ma angh'interésa a nisò. Gnienta,
angh'interésa gnienta a nisò.
E
alora stì, stì pur lì, a
son mì ca vag su, bruti bésti, con
chil quator pèni, chi n'esiston gnianca.
Mo
rida ben chi rida ultom, ricordìvol, bruti
bésti. I pàson chi sòta,
i pàson.
Con
tut al trafic ca gh'è, le mmei al cornisò.
A chèg dal cornisò, mì. A
magna sul cornisò, mì. Adeésa
a vag sul me cornisò, mì.
Oooh,
ma co ghé adésa? Tut adòs
a mì? No che bruti bésti malduchèdi.
Mo par piésér, moindondiv? Lilor
iv dàn al gran gièld? Ma al capìv
chi g'àn i scapròn timberla? I'v
dàn in tésta un scapròn timberla.
Un scapròn timberla in tésta, al
vrìv capìr, al fa mèl. Al
sèt il pèni chi sèlton, pr'un
scapròn timberla? Tnija vuètor i
gran gièld, co i vostor scapròn
timberlan in tésta, sensa pèni brut
e maledèt.
A
forsa d'ingiustìsi a fnisa chi ciapon un
scapròn timberla in tésta. E a salut
pèni.
*
Se
le formiche sono arcinote come lavoratrici indefesse,
figuriamoci se sono tedesche.
-
Uh, come il lavoro va?
-
Ih, a casa un chicco d'uva portato ho. Una lavorata
fatto ho!
-
Uh, brava, brava. L'importante, che del lavoro
siaci, è.
-
Ih, sì, ragione haici. Quest'inverno, ricordomi,
ché poco lavoro eraci, sempre di cattivo
umore, trovavomi.
-
Uh, non a me dirlo. Io, senza far niente stare,
a una larva, riducomi.
-
Ih, be', finché la bella stagione assisteci,
del lavoro sempre avremone.
-Uh,
sì, l'importante, che del lavoro siaci,
è.
-
Ih, già.
-Uh,
lunedì, sotto la pianta dei cachi andare
voglio, magari qualcosa rimedio.
-
Ih, che brava, proprio bene, fai. Prima che il
tempo guastisi.
-
Uh, be': sempre dei lavoretti da fare trovansi,
anche se rannuvolasi.
-
Ih, sì, l'importante, che del lavoro siaci,
è.
-
Uh, già.
-
Ih, una mano di bianco alle pareti del formicaio,
questo week-end di dare pensavo.
-
Uh, che bella idea. Aiutare possoti? Io, senza
far niente stare, sai...
-
Ih, figurati; se il lavoro fra noi non dividesi...
-
Uh, sì, l'importante, che del lavoro siaci,
è.
-
Ih, già.
*
Da
quando hanno inventato i vetri il volo delle mosche
è diventato pericoloso. Sapendo di questa
serata ci hanno fatto pervenire un loro comunicato
ufficiale.
Sì
sì, saluto tutti, sono solidale con tutti,
ma però dico subito che sono qui per la
storia delle superficci trasparenti. Soprattutto
la nostra generazione vuole protestare contro
le superficci trasparenti. La nostra esigentza
è che siano sempre segnate in modo chiaro,
sempre comprensibile. Se no noi rischieremo di
sbatterci contro, e di insistere e insistere,
correndo gravissimi rischi. E' una nostra esigentza.
Noi mosche soffriamo moltissimo a causa dell'aumento
delle superfici vetrose, da noi non visibili.
Un aumento indiscriminato. Le superficci vetrose
invecce devono essere visibili. Sulla superficce
vetrosa va fatto un segno. Vedete voi quale segno,
decidete, eppoi fatelo. Volete segnarle con un
graffio? Volete scriverci sopra? Volete segnarle
con strissie coloratte sentza scriverci zù
niente? A noi interessa che siano segni sempre
visibili e comprensibili. E' chiaro, sì?
Noi mosche siamo molto depresse. Succede che sbattiamo
sopra un vetro anche per un intera giornata, sentza
costrutto. E' comprensibile la nostra richiesta,
sì?
*
E
concludiamo in bellezza, con gli animali in due
battute.
Gli
Uccelli di San Francesco:
Ma
chi lo capisce quello lì! Che lingua parla?
Il
Lupo di Gubbio:
Per
me, Dio non c'è.
I
Pesci della Moltiplicazione dei pesci:
Ragazzi!
Ma da dove venite? E dove andate?
Il
Passero solitario:
Io?
Solitario? Solitario sarà quello là.
L'asino
di Buridano:
L'indeciso
non ero io, era il mio padrone.
Le
Oche di Lorenz:
Ha
la barba ma sembra nostra madre.
Il
Cavallo di Attila:
Dio
bono! Sempre in giro, e nemmeno un filo d'erba
da mangiare!
Gli
Elefanti di Annibale:
Ohe!
Siam mica dei pullman!
Il
Grillo Parlante:
Io
stavo anche zitto, se sapevo che aveva un martello.
L'Idra
di Lerna:
Almeno
me ne avesse lasciata una di teste, quell'esaltato.
La
Lupa di Romolo e Remo:
Cosa
succhi Remo! Va via, che non servi a niente.
Cita:
Sta
a vedere che Tarzan è un uomo.
Il
Drago di San Giorgio:
Se
non c'ero io, lui, santo, neanche a morire.
La
Balena bianca:
Che
mal di testa! Sempre a piantarmi degli arpioni,
vacca cane!
Il
Cane di Fogar:
Meno
male che s'è fatto male, così non
rompe più il cazzo.
Il
Lupo di Capuccetto rosso:
Manco
er brodo ce se poteva fa', co' la nonna.
Il
Cavallo senatore di Caligola:
Per
me, al senato, son tutti asini.
Il
Bove di Carducci:
Me?
Proprio me? Ma lo sa che sono castrato?
Il
Gallo di Socrate:
Socrate!
Pensa mo bene ai cazzi tuoi!
Il
Verme solitario:
Solitari
sarete voi, noi siamo sempre in due.
Le
Oche del Campidoglio:
Che
strizza al culo, eh Brenno!
La
Cavallina storna:
E
se sparava a me? Piangevi?
*
Gli
animali parlano con le voci di:
Gianfranco
Anzini (Cavallo, Piccione, Mosche)
Ugo
Cornia (Scarabei)
Alfredo
Gianolio (Siluro)
Ivan
Levrini
(Coccodrillo, Porco, Montone)
Paolo
Morelli (Vongola, Mantide, Cigno)
Paolo
Nori (Asino, Gallina, Formiche)
Mario
Valentini (Tacchini, Mulo, Cavalla)
Il
cane Gulì è di Giovanni Pascoli,
il Cammello di Ermanno Cavazzoni.
L'introduzione
è del dott. Alfredo Gianolio.
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