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Ripulendo
un cassetto infrequentato da parecchi anni
ho ritrovato il testo riprodotto qui sotto
fedelmente. L'originale, in condizioni piuttosto
malandate, è un ciclostilato in tutto
di cinque pagine ripiegate in otto ed apribili
solo con estrema delicatezza, come fosse
rimasto nella tasca posteriore dei jeans
di un camionista per alcuni mesi. Esso pare
una sorta di circolare per chissà
quale ambito, certamente non una pubblicazione
vera e propria, e non so come sia finito
in casa mia. Pur essendo poco competente
in materia, capisco che trattasi di qualcosa
di veramente singolare, cioè di una
breve presentazione di due canti dell'Inferno
sinora ignoti e ritrovati dallo stesso recensore,
seguita dal testo dei due canti stessi.
Capisco anche, naturalmente, data la stessa
mia incompetenza, che potrebbe trattarsi
di cosa di poco conto. Lascio dunque al
lettore giudicare.
S.
N.
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***
Breve
introduzione del curatore
Il
lettore, specie il più appassionato, comprenderà
l'indicibile emozione di chi scrive nell'introdurlo
alla lettura di questi corposi frammenti che -
senza dubbio - appartengono all'integrale originaria
stesura dell'Inferno della Divina Commedia del
Sommo Poeta Dante Alighieri. Il loro recente ritrovamento
rende alfine il giusto attestato a chi sostenne,
a partire dalle più antiche lezioni, l'incompletezza
dell'Opera così come essa ci è pervenuta.
È
vero, l'entusiasmo, diciamo pure il tripudio di
tutti per il capolavoro ritrovato prevale su ogni
stimolo (e sono davvero innumerevoli) alla dissertazione
accademica e ha giustamente la meglio su ogni
freddo per quanto lucido genere - diciamolo pure
- di pedanteria. Ma la nostra intima essenza di
studiosi senza altri attributi - intendo, di estremi
appassionati di tanta grandezza - è proprio
il compito, quasi una regula, di arginare gli
eccessi nocivi dello slancio che ci implica -
ci si perdonerà la volgare distinzione
- l'essere anche meri fruitori d'arte.
Rimane
primaria, tuttavia, la necessità di sgombrare
il campo da obiezioni banali, anzi meglio, di
prevenire gli impulsi alle argomentazioni irriflettute,
sinanco al dubbio sull'autenticità stessa
del reperto. La prima banalità da prevenire
inerisce alla questione circa la pretesa inattendibilità
dei frammenti per l'anacronisticità delle
vicende evocatevi. Ma basti una sola considerazione:
di fronte alla Divina Commedia nella sua consistenza
cronistica, quale remora oscurantistica dovrebbe
impedirci di chiedere dove siano finiti i dannati,
i penitenti e i beati vissuti nei secoli successivi
al tredicesimo? Dovremmo forse concepire l'Inferno,
il Purgatorio ed il Paradiso sulla falsariga di
un carcere ottocentesco o di una più moderna
residenza estiva, dove gli ospiti arrivano alla
spicciolata, col procedere di quel limite superiore
rappresentato dall'adesso?
D'altro
canto, vorremmo davvero prendere a scavare la
Terra sino a disvelare l'Inferno, o esplorare
la sua superficie sino a scoprire in una sua recondita
landa la Montagna che sale ai Cieli? No di certo,
diremmo noi sorridendo. Perché le idee
di Inferno, Purgatorio e Paradiso hanno natura
divina e non possono che rifuggire tout court
da ben miseri vincoli - oltre che spaziali - cronologici.
La logica non ci lascia quindi altro se non configurare
idealmente che quei luoghi ci ospitino immancabilmente
tutti, nella divina contemporaneità di
Colui che li ha creati e ne dispone nei secoli
dei secoli.
Prima
di lasciarvi ai sublimi versi del Nostro, noto
doverosamente che i due canti qui appresso riportati
sono chiaramente integrali ed uno direttamente
successivo all'altro nell'esposizione dantesca.
Il loro argomento credo possa suggerire - senza
suscitare clamori o almeno quale ipotesi di partenza
- che essi possano ragionevolmente inserirsi (si
parla di barattieri) tra il XXII e il XXIII dei
canti "cronistici" dell'Inferno.
Gli
stessi vi sono di seguito proposti così
come rinvenuti, senza presunzione, braga o chiosa
di sorta, a parte queste poche righe introduttive
il cui intralcio confido saprete perdonare.
Buona lettura.
Esteban
Siriano
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Inferno
- Canto XXII/bis
Mentre
i demòni agivan lor canizza
Noi profittammo d'aggirar lo lago
Che ben altri dannati là n'attizza.
Molti di lor prendevansi lo svago
Di tôrsi for da la schifosa mota
Sin che la zuffa desse loro spago
E di ristarsi de la riva a rota.
Se pur in parte ne celò la fanga
Conobbi allor la ghirba piena e nota
Di quei che di sua parte fece ganga
Di preti catalani e cantautori,
Di giornalisti disertor di vanga,
Sarti, commercialisti, avvocatori,
Palazzinai, tuttologi, dietiste,
Registi, nani, ballerine e attori.
Lo qual, poscia ch'appress'a le sue
piste
Se mise alfin l'indagator sannita,
Condusse in salvo le sue chiappe triste
Ove Catòn tolse e onorò
sua vita.
"O tu che sì sever guati
mie spoglie -
Elli chiamò drizzando a me sue
dita -
Ch'io qui dannato sia mica non toglie
(Chè 'ntesi già l'etrusca
tua favella)
A te 'l dover di venerar le coglie
Del gran campion d'Italia a Sigonella!"
E 'l Duca "Alfine smorza la tua
boria -
Gli impose - ché, s'un dì
fuggisti cella,
Assai poco qui valgon la tua gloria
O i fondi helvezi o li favor numìdi
A te scampar al fin de la tua storia!".
I' dissi allor "Maestro che mi
guidi,
S'altro no'l vieta fa' ch'alcune cose
Quegli ci dica, fin che sta sui lidi".
"E sia - mirando a retro ei mi
rispuose -
Ch'ancor s'azzuffano laggiù i
dimòni".
M'appressai quinci a quelle membra rose
E dissi "Vedo che pur mo ne toni
Come caro ti fu nell'altro mondo
Usar se ti paravan microfòni.
Mi fu per certo il fato ben secondo
Se 'ncontrai te, fra tanta ladra gente,
Che non d'Italia ma de l'orbe a tondo
Se' lo campion de busta e de tangente".
Sì puntolo m'attesi ad udir quelli,
Lo qual si tacque invece, indi piangente
Rispuose "Col tuo dir mi rinnovelli
Lo dolce tempo de la mia possanza,
Pria che Mariolo et altri fresconcelli
Prendesse mano 'n sacco la Finanza.
Eh, sì, il ricordo è la
più dura pena
Tra quante Chi lo puote qui m'arranza!
Pensare a Valerìn Giscar De Stena,
A Regan, Kollo et alla consuetudo
Ch'i' avea con tai potenti a pranzo
e cena,
D'ogn'altro mio tormento più
m'è crudo.
Però ch'i' a tal giron non me
rassegno
Ove me strazio a ribollir ignudo,
Loco che solo di felloni è pregno.
La brama di vil conio o sinecure
Giammai non mosse su nel vivo regno
Sol un mio gesto, e men le mie premure,
Onde di barattier non merto bolla
Che m'affibiâr di molti l'imposture.
Mira tu a questi, tosco, che la colla
Avvinghia meco d'infernal marrana:
Quale giustizia rese Chi m'ammolla
Con loro, quasi fossi una puttana?"
Lo guardo posi allor su li fangosi
Ch'eran d'appresso all'alma siciliana
E ne conobbi assai più che non
osi
Contarne qui perché 'l papir
mi basti.
E scorsi il grugno e l'occhi vampirosi
Del canottier laziale (coglion tasti)
Con il paesano indegno a Federico
Che l'effe fu del trio e menò
i fasti
Di Scudo e de li scudi fu più
amico.
Appresso a lor veniva l'alma trista
Di Bossi col panzon di Ciarrapico,
E Poggiolin del puffo, e 'l Citarista
Che 'n terra pagò d'altri l'intascata
Ma si consola là d'averli a vista.
"Semmai ben altre fûr le
mie peccata -
Poscia riprese a dire l'Eccellenza -
Altra per cui meriteria purgata.
Primi l'orgoglio mio e la mia pendenza
Ad imperar, quel che ne costa costi,
Sia pur lo rinnegar la mia 'scendenza,
O ai vili riservar li miglior posti.
Poi, quando che mia stella declinava
E molti miei n'erano già deposti,
I' dissi all'assemblea che 'ntorno stava
Ch'ognun partito s'era fatto grasso,
Non solamente 'l mio e quel dei Gava,
E ognun dei senatori coll'incasso
Illecito di borse e coll'inganno.
Ma se nessuno allora scagliò
'l sasso
Quaggiù pur veggo che non tutti
stanno".
Gran pianto spense allor le sue parole.
Ah, Mediolano, mira al tuo gran danno,
Ch'ancor fidasti ben comune e prole
Dell'esule agli eredi e che l'onesti
Fuggisti preferendo De Caròle.
Movasi Resegòn, indi s'appresti
In Lario a se gittare e mandar l'onda
Che spazzi via di te puro li resti.
Spingati poscia Pado alla più
fonda
De le gran fosse che l'Oceano cela,
E là con te lo gnomo e la sua
bionda,
Versace, Armani, Prada e la sua vela,
Dolce & Gabbana, Fendi, la Gazzetta
E 'l Corrierone ch'ai potenti bela,
Cuccia, la Borsa e tutti i suoi fighetta.
Mentr'i' curava il pianto del dannato
Dissemi 'l Vate "Orsù mettiamo
fretta
Ai piedi nostri prima che 'l malnato
Stuolo infernal plachi laggiù
sua lite
E rechi impaccio al fin nostro agognato".
Poscia ne gimmo ver l'alto limìte
Onde scalarlo insino a lo cacume,
Mirando ancora giuso a l'alme assite.
Quali ranocchi che 'l timore assume
Della frusciante biscia che s'appressa
E allor se tuffan tosto nelle spume
De la palude, sì la gente lessa
S'immerse in fretta nella sua brodaglia
Onde s'ascondere sotto la stessa,
Ché alfin de li demòni
la ciurmaglia
Cessato 'l cozzo vide il lago vòto
E di suo errore colse l'avvisaglia.
Ma tardo, lento e vano fu lo moto
Del socialista ch'alla riva ancora
Primi ghermîr Cagnazzo et Andreoto.
Col suo piccon Kossigo le interiora
Aprinne poscia e 'l folle Rubicante
Gonfiòllo di suo cul con una
bora
Che a Monfalcone non ne vedon tante.
"Crepa pallone, chè non
è più l'era
Del camper ne lo quale tracotante
Me desti l'alma in cambio di nomera!"
Gridò Andreotto dal gobbone irsuto
Pria ch'esplodesse quella mongolfiera,
Sì che 'l maggior de' brani era
minuto
Che del Puzzone piovver ne la pappa.
Indi lo Duca me fe' 'l cenno muto
De continuar solleciti la tappa
Di nostro gir ne le piagnose fosse
Su pel costone che 'l giron ammappa.
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Inferno
- Canto XXII/ter
Quando
giugnemmo al fin de la salita
Ristammo un poco ad acchetar lo fiato,
Mirando ad altri spirti sanza vita
Che in guazzo stavan giuso, allo spianato
Loco che stava 'n fondo a nova balza
Speculo in tutto a quel de l'altro lato.
Tutti si stavan quelli nella salza
Ché ben guardato quivi era lo stagno
Da' diavoli, epperò veruna panza
Sporgerse ardiva da lo sozzo bagno.
"Maestro - dissi allotta al Duca
mio -
Quelli, che fan come alla mosca il ragno,
Permetteranno mai che spirto rio
Se mostri e conti de le sue peccate,
O accadrà ancor quello che già
vid'io?"
"Tu pur ben sai - rispuosemi lo Vate
-
Quanto s'innalza sopra a li demòni
Di Chi volle tuo gir la potestate,
Onde al desir ch'adesso tu me poni
Satisfazion capisci dar si possa,
Se pur le mie frattaglie coi rognoni
Meglio amerebbero più larga mossa
Che vicinar de' diaboli le picche".
Scegnemmo quinci ver la nova fossa
Che mille ancor ne tiene d'alme ricche,
Quai che divenner contra giuste iura,
Profittanno del voto e de le cricche.
Mentre che calavamo de l'altura,
Parve Andreotto con Kossigo il losco
Ghignando forte per quell'aria scura
In volo giù picchiando verso nosco,
Sì che se volse in gelo 'l nostro
passo
E 'l sangue mio nel core se fe' tosco.
Rise lanciando a li demòni un sasso
Lo Duca e a me ridando li colori.
Indi venimmo alfine giù da basso
Ov'aspettavan già i sorvolatori
Ver noi truci guatando ma dubbiosi,
Press'a lo brago de li barattori.
Tra quei, che nella mota eran ascosi
E che però congnoscer m'era 'scluso,
I' tuttavia 'ntravidi l'adiposi
Di quei che l'ore e l'alma mise ad uso
De cento duchi e coll'amerikano
A sua nazion istessa menò abuso.
"Duca - diss'io 'ndicando colla mano
-
Ben gradirei chiamar a noi quell'alma,
S'a li demòni ciò non paia
strano".
D'attender lì lo Vate colla palma
Allotta m'accennò e ai due cornuti
Avvicinossi e li ammonì con calma:
"Voler che d'obiettar tutti fa muti
Vuol l'andar nostro nel gran mondo morto,
Et anch'a voi s'impone darce aiuti...".
"A Virgì, che te serve? -
tagliò corto
La voce d'Andreotto blanda e pia -
Se me parli così tu me fai torto.
Dimme che vòi e 'l tuo dimando
fia
L'ordine espresso de chi te ce manna,
E l'espressi, lo sai, so' robba mia,
Lunghi, ristretti, co' drento... la panna".
Onde 'l Poeta per via più diretta
"Quel barbuto grasson che là
si danna -
Disse - quest'alma viva al Ciel diletta
Amerebbe rogar, se ciò vi piace,
Ché ne conobbe già la siluetta".
Sorrise allor e scintillò qual
brace
L'occhio del diavolon capitolino.
"Nosciam - rise Kossigo - il gran
battrace
Che 'n vita corse indarno lo destinno
De supperar le nostre dotti e famma
Ma che finnì col suo signor piccinno
A contemplare a scacchi il pannorramma!".
Indi col capo dieder nullaosta,
Sì che movemmo verso l'alma grama
Ch'ancor la fanga mantenea nascosta.
"Dunque quaggiù Giuliano tu
finisti
Et oramai - diss'io - poco ti costa
A noi contar de' l'intrallazzi tristi
Che tanto e atroce mollo ne fruttaro
A mille furbi, più che a Citaristi...".
Quelli, che 'ntero dentro a lo fognaro
Collame stava, ratto se ne trasse
E poi ch'emerse tutto il tafanaro
Accadde che la bobba non bastasse
Che per celar a pena li gambali
De ciascun'alma, pur de le più
basse.
Ahi, quanti tra i festosi spirti mali,
Se pur fangosi, scorsi d'italiani!
Politici, giuristi, liberali,
Chierci, qual lo pastor de li Campani
Che 'n vita dispregiò l'umano iure
Sì come amò pecunia e baciamani.
Trantin sabaudo pupo di congiure
Vidi e con lui lo gran Pallor gonfiato
Che nel piovoso lunigiano rure
D'infanti se nutrì e 'l podestato
Tenne per parte sua là press'Aulella,
Pria che ne fosse alfine scaricato
E che il vestino scolpitor Cascella
L'invenne e dusse a breganzola corte
Ove latrava già Mario Apicella.
Dei cortigiani vidi l'alme morte
Che là visser mercede la blandizia
All'onto riservata e stando accorte
A non parlar de tacchi e de calvizia.
D'essi era Letta 'l mestator cortese
Che mista al riso sparse sua tristizia
E lo censor prezioso che del mese
Soltanto un dì dicava al Ministero,
Ma assai di più alle donne e che
fraintese
Favor di meretrici amor sincero.
Guzzante il roscio, Feltri e lo Belpietro,
Gregati vidi ad altri adusi il vero
A ribaltar pria avanti e poi de retro,
Siccome al pagator ne conveneva,
Mastri qual furo nel peccar di Pietro.
La spocchia miseranda là emergeva
Della gran zucca vana d'Adornato,
Trinari già, che 'n vita deteneva
Del saltafogna triplo lo primato,
Cui tripudiaro li compagni adusi
Ma che 'ntristì lo novo comitato.
Segni superbo e Grillo centobusi
Vidi con elli assieme a Sconnamiglio,
Mastella, la Vandese et altri musi.
"O tu assassin linguistico vermiglio!"
Gridommi d'improvviso il mal trippone
"De cignal tosco e d'una cagna figlio,
Vil pederasta avanzo de torrione,
Morammazzato magnapane a scrocco.
Furba è tu' nonna, quel gran mignottone!
Sagace i' fui, semmai, dando l'imbocco
Che stolto è certo chi non cangia
parte,
Ch'è del predone e non d'onesto
sciocco
Ne li palazzi d'abitare l'arte.
Ah brutto frocio, hai d'abbassà
li toni
Se no t'abbasso a forza de mazzarte...".
Inavvertita allor ne li frastuoni
La picca de Kossigo alla sua schiena
Venne e schiantollo come i vitelloni:
Quelli in due mezze cadde e tosto piena
La pozza ritornò, per ricoprire
L'ingiusti che siffatta mèrtan
pena
Siccome in vita vollero apparire.
Lo gel ch'a tanta vista m'avea preso
Sciolse lo Duca che mi venne a dire:
"Santissimo è il terror che
ti fa teso:
Sola honestate teme sì la Legge.
Ma troppo indugio qui noi s'è già
speso
Appresso a tanto scelerato gregge,
Ché un lungo gire et aspro ancor
ne resta
A veder l'astro che su tutto regge".
Indi n'andammo come chi s'appresta.
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