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IX.
Il rogo
Il
giorno dopo, si interessarono a lui tutt'a un
tratto, proprio quando era riuscito a salire su
uno dei rami più alti dell'albicocco a
palpare i frutti più maturi.
Sentì
un gran vociare nei cortili e l'affanno di corse
a vuoto sul ghiaino.
"Dov'è?"
"È
con Italo".
"Italoooo!"
Italo
si staccò dal tronco e corse a mettersi
a disposizione.
Intanto
a Gino gli era cascata in mano un'albicocca grossa,
molle, arancione e rossa come un sole al tramonto.
"Gino...
Gino, scendi!"
Italo
e una serva trepidavano ai piedi dell'albero.
Gino
si cacciò l'albicocca tutta intera in bocca;
era così piena che quando la schiacciò
sul palato gli si spanse il succo sui labbri e
giù per il mento. Scese di corsa, graffiandosi
le mani sulla scorza spaccata, atterrò
con un salto e subito la serva lo agguantò
per un braccio, tirandoselo dietro verso la casa.
Gino
ebbe solo il tempo di pulirsi la faccia con la
manica della camicia e di sputare il nocciolo,
che già erano arrivati.
"Oh,
eccolo!"
C'erano
la governante e la cuoca, un cameriere e un paio
di sguattere.
"Madonna
beata! Così non si può mica farlo
entrare in casa".
La
governante lo guardava e gli si arricciava tutta
la faccia all'idea delle bestie, del sudicio e
del puzzo che ci doveva avere addosso Gino. Poi
si voltò verso una sguattera: "digli
a Beppe di fare il foco, subito!"
E
a Gino gli venne l'idea che lo volessero bruciare
vivo, perché era sudicio. Quindi si divincolò
come un matto mentre il cameriere e la cuoca lo
trascinavano di forza verso il lavatoio. E sospirò
di sollievo quando capì che era nell'acqua,
e non nel fuoco, che lo volevano buttare.
"Levati
codesta roba", disse la governante, schifandosi
anche di indicarli, i suoi vestiti.
Gino
si sfilò con cura i pantaloni e li piegò,
poi fece cenno per capire dove li doveva mettere.
"Buttali
in terra... poi ci si pensa noi".
Gino
obbedì, si sbottonò la camicia e
la lasciò cadere.
"Vai...
tutto!"
A
questo punto le serve si misero a ridere.
"C'avete
poco da ridere, voi, che tra un po' vi tocca pulirlo".
La
cuoca versò nel lavatoio un sacchetto di
lisciva e lo rimestò con un bastone.
Il
cameriere andò in casa a prendere un telo
e dei vestiti puliti. Italo si allontanò
con la mamma che rientrava in casa, per non vedere.
Le
sguattere lo infilarono fino alla testa e la governante
ce lo fece tenere ben sotto, che quasi non c'aveva
più fiato. Poi gli passarono addosso un
guanto di crine, che si impigliava di continuo
sulle croste e le pustole. Gino era così
secco e debole che lo sbatacchiavano qua e là
come un giunco, mentre lo strigliavano a dovere.
Il
cameriere tornò dopo poco, poggiò
un mucchio di roba pulita sul muretto, si arrotolò
ben bene le maniche della camicia, prese in mano
un paio di forbici scintillanti e poi disse a
Gino di star fermo, che gli doveva tagliare i
capelli.
Ci
stette un bel po', che Gino ce n'aveva tanti,
fitti e lunghi. E così arricciati che anche
le forbici, in certi punti, ci si incastravano.
E quando Gino credeva che avesse finito gli insaponò
la testa e cominciò a rasarlo.
"No!"
Le
serve lo presero una per braccio e lo tiravano
che sembrava lo dovessero squartare.
"Sta'
fermo, sennò ti taglio!"
A
rasare ci mise poco, poi lo lavò e lo rinsaponò
e questa volta a Gino la testa gli frizzò
da morire. Lo sciacquarono con acqua fresca, poi
lo avvolsero in un telo grande e pulito, che profumava
di lavanda. A Gino gli si piegarono le gambe.
"Lo
dicevo, io, che era troppo debole per fare il
bagno...".
Il
cameriere lo sostenne per le spalle e lo fece
sedere su una panca di pietra.
"Mica
lo potevo portare su a quel modo! Ora gli do un
cordiale".
La
governante sparì verso la casa portandosi
dietro le sguattere. Il cameriere gli disse di
aspettare fermo lì e se ne andò.
A
Gino gli formicolava tutto il corpo e gli sembrava
di non avere più pelle, tanto era sensibile.
Sulla testa rasata ora gli scorreva libera anche
la più lieve brezzettina e gli faceva freddo
nonostante fosse sotto il picchio del sole.
Dopo
pochi minuti arrivò il so' Luigi munito
di forcone. Prese i suoi vestiti di terra colle
punte e li portò via. Gino lo seguì,
curioso e con un presentimento d'angoscia.
Il
forcone portò in alto i suoi vestiti fino
a uno spiazzo dietro le stalle, dove c'era un
mucchio di foglie secche e legna che bruciava.
Gino non riuscì a muoversi né a
parlare mentre vide il forcone ruotare in aria
e schiantarsi fra le fiamme, sistemarci i vestiti,
alzarli un tantino perché prendessero bene.
Lasciò cadere il telo e si avvicinò
nudo alle fiamme, dove i pantaloni, la camicia
e tutti i suoi averi si contorcevano e si confondevano
insieme fra i gas bluastri del fuoco.
La
voce gli si impigliò nella strozza e gli
urli che avrebbe voluto fare gli uscirono invece
come goccioloni di pianto, grandi come chicchi
di grandine. Il petto gli faceva male, da come
gli s'era stretto.
Restò
lì a guardare le fiamme che ora erano parecchio
alte. C'aveva una rabbia dentro e un dispiacere
che aspettava solo che qualcuno gli s'avvicinasse,
per dargli un pugno in mezzo al grugno.
Però
il so' Luigi se l'aspettava che non gli sarebbe
andata bene quella storia del rogo. E si tenne
alla larga per un bel po', zitto e a braccia conserte,
come se guardassero un interramento.
Intanto
a Gino gli si striavano davanti un'infinità
di scene e di ricordi, di facce, odori, tutti
mescolati insieme come i colori delle fiamme.
Stava così vicino al fuoco che gli si bruciarono
anche le sopracciglia e i peletti delle braccia.
E gli si bruciarono anche le rabbie e le forze.
Quando, alla fine, arrivò la governante
urlando "sei qui! E' mezz'ora ti cerco!"
e se lo prese per mano, era come si tirasse dietro
un pulcino. Lo riportò al lavatoio, dove
c'erano di nuovo le serve.
"Sbrighiamoci,
è bell'e due volte che il signorino ce
lo domanda!"
Lo
infilarono in vestiti smessi del signorino: pantaloni
di gabardina grigi e camicia bianca, eleganti.
Anche le scarpe, appena un po' consumate in punta,
che il signorino era cresciuto così in
fretta che la roba non gli si finiva mai addosso.
Peccato fossero marroni che proprio non ci stavano
col resto.
Però
la sensazione di stare nella roba pulita non gli
dispiacque. E anche quella cosa strana che all'inizio
non capiva cosa fosse ma poi si rese conto...
sì, era che non si doveva grattare più
perché non c'aveva più pruriti,
nemmeno un pochino da nessuna parte.
"Ti
senti bene?"
Gino
annuì. Ma la governante non gli credette
e lo portò in cucina, lo fece sedere al
tavolo, gli fece portare cacio e pane fresco.
"Che
poi non gli dica che non s'è trattato bene...".
Mentre
mangiava a Gino, allora, gli guizzò questa
idea, fra i boli saporiti del cacio.
Eh
già, lui gli aveva salvato la vita, a quello
lì. Gli dovevano un po' di cibo e di rispetto,
certo. Non c'era bisogno si arrampicasse più
da nessuna parte, bastava chiedesse. Fece subito
la prova.
"Voglio
anche un po' di latte".
"Che?"
La
governante si fece rossa di rabbia.
"Non
siamo mica al grand'hotel! Ma guarda un pochino...".
"Non
so se ce la fo, a vedere il signorino, sono stanco...".
La
mano nervosa della governante saettò sul
suo orecchio e lo sollevò di peso dalla
sedia.
"Ora
moviti, che t'aspettano!"
La
seguì docile come un agnellino su per le
scale e in un corridoio lungo, alto, che odorava
di cera. Le finestre enormi erano tutte oscurate,
come per un lutto. E i loro passi risuonavano
in una mestizia ombrosa che gli ci calò
uno staio di uggia, in più a quella che
già c'aveva sul cuore.
Si
fermarono davanti a una porta chiusa, alta quanto
le finestre. Il cameriere, che ci montava la guardia,
li fermò.
"Aspettate,
c'è il dottore".
La
governante si mise in disparte, con le mani in
grembo e la faccia compunta. Gino vagolò
qualche passo in qua e là, poi si fermò
davanti a una specchiera. Enorme, roccocò.
Fra i ricci dorati della cornice sbucò
la sua crapa pelata, tonda e liscia perfetta,
striata qua e là di tagli di rasoio. Molto
più chiara del resto. La faccia era scura
e piena di graffi, macchie, bottoni rossi al posto
delle pustole scorticate. E sopra c'era ora quella
calotta di bianco tenero. Gino ci mise una mano.
Era morbida e calda, Come toccare la farina.
Poi
guardò la camicia nuova. Appena appena
consumata sul collo, bianca da abbagliare, bella
inamidata e profumata. Faceva un po' a cozzi con
la faccia malmessa. Era anche un po' grande e
sulle spalle gli cadeva troppo, però ci
faceva la sua figura.
Al
rumore della porta che si apriva Gino saltò
su e corse accanto alla governante. Il dottore
stava uscendo, con la faccia così stanca
che non si sapeva di che umore fosse.
La
governante gli andò incontro mentre lui
si rimboccava la borsa nel cavo della mano.
"Signor
dottore... va meglio?"
"Eh?
Sì... sì, va meglio. Aspettate,
prima d'entrare, lo stanno sistemando. Arrivederci".
Il
dottore se ne andò per il corridoio con
la fatica cadenzata sul peso della borsa e dei
grandi passi di chi c'ha ancora troppe cose da
fare.
Stettero
ancora qualche minuto, fermi e zitti e nervosi
nemmeno stessero aspettando l'udienza papale.
Anche a Gino gli montava la preoccupazione, non
sapeva di che. Possibile che ora gli desse tanta
soggezione quel giovanotto che aveva trovato fra
le felci? Doveva essere colpa della governante,
che nell'attesa si pizzicava la pelle del collo
fra due diti, sempre più veloce.
Poi,
finalmente, il cameriere disse: "secondo
me ora si può" e bussò piano
piano. All'"avanti" di dentro la governante
socchiuse la porta e infilò la testa nella
camera.
"Signorino...
ci sarebbe quel ragazzo...".
"Sì,
fatelo entrare".
La
governante si voltò verso Gino e gli fece
cenno di sbrigarsi dentro.
Gino
si tuffò nella stanza e sentì la
porta richiuderglisi dietro.
La
camera era in penombra, come il resto. E come
il resto era alta, vasta, odorosa di cera. Con
in più qualche puzzo aspro di medicinale.
Seguendo
la direzione della voce, Gino si accostò
lentamente. Intanto gli occhi gli si abituavano
e cominciava a distinguere il grande letto con
le spalliere alte e scure, le sedie di velluto
disposte ai lati, una figura distesa sul letto
e una dama seduta accanto.
Quando
fu abbastanza vicino il giovanotto sgranò
tanto d'occhi.
"Ma...
che hai fatto?"
Gino
arrossì e chinò la testa.
"Mi
hanno lavato".
Il
giovanotto continuò a squadrarlo per un
po' in silenzio e Gino anche, si mise a guardarlo.
Era pallido come un morto e c'aveva la bocca tirata
di chi ha patito parecchio. Sotto le lenzuola
si capiva che la gamba stava bloccata fra legni
e fasce, tenuta in alto dai cuscini.
Il
giovanotto seguì gli occhi di Gino e con
le dita indicò la gamba.
"Mi
sono rotto la caviglia...".
Poi
chiuse gli occhi e inghiottì male.
"Forse
non ci posso più andare, a cavallo.
Un
sospiro attirò Gino sulla dama. Era paffuta,
strizzata in un vestito grigio ricamato. C'aveva
sulla testa un'acconciatura che la faceva più
alta d'un pezzo. E un collo smencio che strabordava
sul cotone. Con un fazzoletto di fiandra si asciugava
di continuo le tempie. E, da quando era entrato,
fissava Gino con una smorfia.
"Mamma,
questo è il ragazzo che mi ha salvato".
S'era
aspettata di incontrare un portento, gli era arrivato
Gino lo Scorticato e ora non gli riusciva quasi
di sorridergli.
"Senza
di lui... sarei ancora là!"
La
madre annuì e riprese a guardarsi il figliolo,
questa volta con una lacrimuccia pendula dalle
ciglia.
Il
giovanotto sorrise per due.
"Avvicinati.
Come ti chiami?"
"Gino".
"Gino.
Ti voglio fare un regalo".
A
Gino tutte le idee si presero per mano a fare
il girotondo e non gli riuscì di rispondere
niente.
"Ti
hanno dato dei vestiti... ne vuoi ancora? Vuoi
dei soldi?"
Gino
si afferrò ai pantaloni, si gonfiò
d'aria e la risputò tutta insieme in un
bisbiglio.
"A
me... forse mi piacerebbe rimanere qui".
Il
giovanotto risquadrò Gino per bene.
"Ma...
non c'hai una casa?"
"Io,
non lo so...".
La
madre smise di palpeggiarsi e lo guardò
anche lei.
"Io...
è che la casa ce l'ho, ma mi sono perso".
Il
giovanotto pensò e considerò.
"Sei
scappato?"
"No,
no. E' il mio babbo, che m'ha mandato in giro
a lavorare e poi io mi sono perso. Poi sono rimasto
un po' nei boschi...".
Il
giovanotto grugnì per una stilettata di
dolore. Quando si riprese guardò sua madre
e lei gli prese una mano.
"Non
ti stancare, Filippo".
Filippo
chiuse gli occhi e parlò strozzato nella
sofferenza.
"Puoi
rimanere quanto vuoi... ne parlerò con
mio padre".
"Grazie.
E... vorrei scrivere a casa, per dirgli che non
si preoccupino...".
"Parlane
domani, con il segretario che viene la mattina".
Gino
avrebbe voluto anche chiedere una sommetta, da
mandare a casa, ma Filippo chiuse gli occhi e
sparì dietro ai suoi dispiaceri. La madre
gli si tuffò dietro.
Gino
rimase qualche minuto a guardare i drappeggi dei
lenzuoli, la caraffa sul comodino, il vaso sotto
il letto.
Poi
rinculò piano piano, trovò a tentoni
la porta, la maniglia e uscì facendo sembiante
d'entrare. Sbatté la schiena sul grugno
della governante, che s'era piegata a origliare,
e sulla spalla del cameriere, che era un po' più
alto.
I
due si imbarazzarono, si raddrizzarono, si sistemarono
sussiegosi i vestiti.
"Allora,
hai finito?"
La
governante all'improvviso c'aveva fretta e gli
faceva già cenno di andare.
Gino
annuì e si rimisero in cammino per i grandi
corridoi.
"Ma
che c'ha il signorino che sta così male?"
La
governante si coccolò un momento la notizia,
poi gliela sussurrò come se i muri potessero
sentirli.
"Non
si sa se potrà più camminare bene".
Poi,
pentendosi di aver ceduto alla tentazione, si
batté il petto e affrettò il passo.
"Ma
non sono affar tuoi. Se vuoi restare qui, ti devi
comportare, capito?"
Lo
lasciò alla cuoca, in cucina.
"Il
signorino ha deciso che rimarrà qui. Occupatevene
voi", e se ne andò veloce.
Da
accanto il caminetto gli balzò incontro
Italo e gli si mise a saltellare davanti.
"Rimani...
rimani... rimani...!"
La
mamma lo fermò con uno scappellotto.
"E
stai un po' fermo!"
Poi,
mentre si asciugava le mani al grembiule, pensava
ad alta voce.
"Dove
lo metto?"
X.
Solaio
In
un solaio pieno di mele e di noci. Di odore chiuso,
bacoso, buio.
Se
non altro era asciutto, perché le mettevano
lì proprio per questo, le frutte. Perché
era asciutto. E non c'erano topi perché
ci tenevano chiuso un gatto, e lo facevano uscire
solo la mattina per fare i bisogni. E d'ora in
poi toccava a lui di ricordarsene, visto che ci
dormiva.
Il
so' Luigi portò su un materasso di foglie
di granturco. Che non era pesante ma che lo fece
bestemmiare per tutto il percorso, a ogni scalino,
a ogni porta che si doveva abbassare per non sbatterci.
"Maremma
maiala, eccolo qui".
Lo
buttò all'entrata e restò ad annaspare
per ripigliarsi. C'aveva un'età, il so'
Luigi.
"Ora
ci se n'ha due, di signorini! La prossima volta
te lo vieni a prendere da te."
Gino
annuì con la faccia seria, ma intanto pensava
che era una bischerata, perché a lui di
certo non gli sarebbe mai più venuto in
mente di portare su e giù il materasso.
Mica era grullo.
Intanto
il so' Luigi guardava intorno e valutava, capiva
se tutto era a posto. Si avvicinò al mucchio
enorme di mele, che gli arrivava agli stinchi.
Si inginocchiò per terra e si mise a frugare
e frugare, lanciandosi le mele a destra e manca
via via che le trovava buone. Poi si bloccò,
ne tirò su una, se la girò fra le
mani e la mise da parte. C'aveva tutto un lato
marrone e mencio. Ne trovò altre due, così.
Poi ricontrollò qua e là; le altre
erano a posto e si rialzò.
Adesso
c'era anche l'odore del so' Luigi, nel solaio
basso. Odore di sforzo e di respiro.
Piegato
in avanti, con una mano su un ginocchio e una
sulla schiena, "madonna de' dolori..."
si tirò su pian pianino. "Pigliami
quelle", indicando le mele marce.
Gino
le raccolse e gliele dette. Il so' Luigi le mise
in tasca, finì di raddrizzarsi e se ne
andò via piegato, borbottando bestemmie
come quando era venuto.
Il
gatto, che s'era nascosto su una trave, saltò
giù, poi vide che c'era ancora Gino e riscappò
via, che non era abituato ad avere qualcuno con
lui.
Gino
si avvicinò alla finestra, fatta di mattoni
traforati, da cui entravano un filino di luce
e aria. Vide il cortile dietro la cucina, la sguattera
che attraversava con un catino pieno di panni
sporchi su una spalla. Italo che lo aspettava
seduto sul pozzo. Un cane che si grattava all'ombra.
Tornò
al materasso e lo provò. Era troppo morbido,
troppo scricchiolante, troppo profumato per dormirci.
Prese la coperta che gli avevano dato, la mise
in terra e ci si adagiò. Andava molto meglio.
Però
non riuscì mai a dormire bene, nel solaio,
perché le noci facevano i bachi e i bachi
facevano dei filamenti. Ne era pieno il soffitto,
di bachi e di ragnateli, e quando stava disteso
gli cascava in faccia una segatura fine fine di
noce. Per questo, la notte, invece di dormire,
prese il vizio di gironzolare. Perché le
notti erano calde e afose e si stava bene solo
fuori.
Adesso
che il signorino stava meglio e c'era meno l'aria
da lutto sulla casa, tutti i servitori la sera
stavano a veglia nel cortile. Fino a tardi, raccontavano
e sparlavano e ridevano. Il so' Luigi fumava una
pipa scalcagnata, il cameriere gli avanzi dei
sigari del signore. Le servette ciondolavano in
un angolo, stanche, finché la governante
le scacciava. E quelle se ne andavano strascicando
i piedi. Anche i garzoni di stalla se ne andavano
presto, e il contadino. Che era l'unico che stava
al podere e che non dormiva alla villa.
"Ora
vò", diceva ogni sera "che sennò
quella strega m'aspetta sull'uscio".
La
moglie era incinta e prossima al parto e c'aveva
paura a stare sola. Che poi che se ne faceva del
marito, per partorire, non si sa.
"Io
glie l'ho detto: è meglio che un ci sia,
che questo qui l'affogo appena nato, prima che
apra gli occhi!"
Ce
n'avevano già sette, di figlioli.
"Che
appena l'adopro, a quella gli si gonfia la pancia!"
Poi
il contadino rideva, si alzava, si aggiustava
le palle e andava via.
Alla
governante gli dava noia, il contadino. Lei era
signorina e davanti a lei nessuno parlava di parti,
di sesso e figlioli. Solo il contadino, perché
c'aveva la testa bacata.
"Povera
donna," diceva la governante, mentre agli
altri invece gli veniva da ridere.
La
governante faceva finta di scandalizzarsi di tutto,
e di non capire le barzellette sporche. Però
c'aveva sempre l'ultimo dei pettegolezzi del paese,
e la storia di tutti i torbidi dell'ultimo secolo.
Parlava poco, solo a fine serata. Quando rimanevano
solo lei, la cuoca, il cameriere e il so' Luigi.
Italo che dormiva su una panca e Gino accovacciato
nell'ombra. Parlava a voce bassa, chiudendosi
lo scialle stretto intorno al collo.
"Me
l'ha detto il farmacista: Ines, la più
giovane, quella che si doveva sposare a settembre...
dovranno anticipare!"
E
poi si raddrizzava, gongolando e riprovando, mentre
tutti ci ragionavano su. Poi, la cuoca sbottava.
"Hai
capito, la santerellina, quella che ha studiato
dalle suore!"
Il
so' Luigi rideva "l'ho sempre detto, io,
che le donne un son bone a altro! Ma che studiare...".
E
qui la governante si irrigidiva, "con permesso
parlando", aggiungeva il so' Luigi, divertendosi
un mondo.
E
andavano avanti così per un bel po'. Finché
le stelle rilucevano tanto che sembravano loro,
a frinire nell'aria invece dei grilli. Gino si
perdeva gli ultimi discorsi, di solito, perché
si sdraiava sulle pietre finalmente fresche e
guardava lo sbrilluccichio degli astri. Sentiva
i saluti, uno per volta, la buonanotte coi vari
toni di voce e gli "a domani", "mi
dorma bene", il tintinnio del rosario della
governante, che se lo cavava già di tasca
per guadagnar tempo. La cuoca che scrollava Italo
e lo trascinava dentro, con uno scapaccione, già
che c'era.
Gino
si stiracchiava sulle pietre, pieno di sonno e
di voglia di restare sveglio nello stesso tempo.
Aspettava che la cuoca ritornasse fuori. Perché
lei restava in casa proprio pochino, il tempo
di un'Avemaria. Riusciva subito, senza lume e
senza rumore. Si guardava intorno, faceva il giro
della casa e spariva.
Di
solito Gino lo prendeva come il segnale che era
l'ora di dormire, saliva in solaio, ci stava scomodo,
riscendeva e finiva la notte sulla panca lasciata
libera da Italo.
Ma,
una notte, si chiese "o dove va?". E,
dato che quella notte c'aveva ancora meno voglia
di dormire del solito, si mise a seguirla. Piano
piano, più piano di un gatto che ruba il
magro. La vide prendere una scala laterale, che
non sapeva dove portava. Era una scala ripida,
che finiva in una porta isolata, al secondo piano.
Senz'altre porte o finestre intorno. Proprio sopra
alla cucina. La cuoca la aprì frusciando
e ci sparì dietro.
Gino
la seguì col cuore che faceva rumore, tanto
batteva forte, senza respirare. In cima alla scala
si tolse le scarpe, aprì e si infilò
nel buio. Ci mise parecchio, prima di vedere qualcosa.
Quando il buio diventò ombre di vari grigi,
capì di essere in un corridoio stretto
e lungo. Con in fondo un chiarore. Scivolò
quatto quatto. L'unico rumore era la pelle dei
piedi che si appiccicava all'impiantito.
La
luce afona di uno stoppino basso usciva da un
uscio aperto, subito girato l'angolo in fondo
al corridoio. A Gino gli s'era bloccata anche
la paura, insieme alla saliva e il fiato. Si avvicinò
pian pianino alla porta e sbirciò dentro.
C'era uno studio grande, lindo e profumato. Pieno
di libri in fila, quadri, tappeti. E una grande
poltrona nel mezzo con un vecchino semidisteso,
pulito anche lui, tutto stirato e sistemato. I
capelli bianchissimi pettinati e lisciati all'indietro,
come fosse ancora un giovanotto. Ma era pieno
di grinze, profonde come crepe, e c'aveva gli
occhi opachi di chi c'ha parecchi anni.
La
cuoca comparve, da una porticina, con in mano
una coperta.
"Siete
sicuro di non volervi coricare?"
Il
vecchietto fece "no" col capo e indicò
alla cuoca le gambe perché lei le coprisse.
Anche se c'aveva già addosso una vestaglia
rossa, lunga fino ai piedi, dall'aria calda e
soffice.
La
cuoca gli si avvicinò, gli si distese addosso,
per coprirlo e rincalzarlo per benino. E allora
la mano del vecchio, lunga, grinzosa e vecchia
come una gallina da brodo. La mano schizzò
su e gli strinse una natica.
Gino
si sgranò tutto di meraviglia e oltre a
non inghiottire né respirare più
non riusciva nemmeno a muovere un muscolo. Sopratutto
perché la cuoca... non si muoveva. Non
protestava, non si spostava. Continuava a lisciare
e rimboccare la coperta, come se la mano fosse
sempre stata lì. E la mano palpava, lisciava,
pizzicava qua e là.
"Sempre
soda...".
Finalmente
la cuoca aveva finito, ma ancora non si mosse.
Lasciava che il vecchio se la gustasse pezzo pezzo.
Poi, il vecchio gli fece cenno di sedersi e la
cuoca ubbidì. Quando ce l'ebbe davanti
il vecchio spostò la mano su un seno e
ricominciò a palpeggiare, a lisciare, a
assaporare.
"Mmmm....
Adelina, mi farai morire!"
La
cuoca rideva e guardava il vecchio. Lo lasciò
armeggiare a lungo con la poppa, che s'era rizzata
e sollevava la stoffa di un tanto. Il vecchio
si mise a pizzicarla, lì dove s'era rizzata,
e poi tirò su anche l'altra mano e la mise
dall'altra parte.
"Adelina...".
"Sì...".
"Dài,
Adelina... ancora una volta...".
Adelina
si alzò di scatto e si allontanò
ridacchiando.
"Oh,
Fernando, ma che vi viene in mente...".
Fernando
rise, come se fosse stata una burla.
La
cuoca spolverò con l'avambraccio un mappamondo.
"Volete
un cordiale?"
"Macché
cordiale, voglio vent'anni! Porco mondo".
La
cuoca armeggiava in giro, spostava, riordinava.
"A
vent'anni sì, che t'avrei chiavata!"
"La
minestrina non la volete?"
"Allora
c'avevo una verga, mica questa fava rinseccolita!"
"E'
tardi, Fernando, io vado".
"No,
Adelina... voglio la minestra".
Adelina
tornò nella stanza accanto e ne uscì
con una scodella su un vassoio. Li appoggiò
sulle ginocchia del vecchio ma stando lontana,
questa volta.
Fernando
fece finta di mangiare per un po'. Poi posò
il braccio, floscio, sulla coperta.
"Sono
stanco".
Adelina
gli tolse di dosso l'impiccio e tornò di
là, poi ricomparve.
Fernando
la guardò e gli cadde dalle labbra un lamentino
flebile, che quasi non si sentiva.
"Adelina...
sono troppo vecchio. Che ci sto a fare?"
"Oh,
Fernando, non ricominciate, eh? Siete l'invidia
di tutti, per come li portate, gli anni!"
"Sì...
l'invidia".
"Adelina
prese un tovagliolo e gli asciugò bene
la faccia, che per mangiare tre cucchiaiate s'era
sputazzato di minestra dappertutto.
"Adelina...
il ragazzo, come sta?"
"Bene".
"Cresce
bene?"
"Fernando,
ve l'ho detto anche ieri, sta bene".
"Gli
lascerò qualcosa, sai?"
Adelina
lo rimboccò di nuovo, smorzò ancora
lo stoppino.
"Sì,
si. Dormite bene, torno domani".
Gli
sfiorò il braccio e lo lasciò.
Gino
era così stupito che la lasciò quasi
uscire, prima di staccarsi dallo stipite e correre
sulle punte, spalancare il portoncino, raccattare
le scarpe, precipitare sulle scale, ridistendersi
sulla panca con le scarpe ancora in mano.
C'aveva
il cuore come un tamburo il gola, e fiumi di sudore
giù per la faccia quando la cuoca gli passò
accanto, frusciando nel buio. Tirò a dritto,
lo superò, entrò in casa e tirò
il chiavistello.
Gino
restò disteso sulla panca e rimase sveglio
fino all'alba, a pensare e ripensare al vecchio,
alla mano sul sedere, sul seno, i discorsi, il
ragazzo... il ragazzo... chi?
E
mezzo pensava, mezzo sognava, il mappamondo, le
poppe, la minestra. Si addormentò con le
prime luci, nel fracasso della campagna che si
svegliava, e sognò la cuoca che gli si
distendeva sopra e lui era debole e si ritirava,
si restringeva come il cuoio bagnato, si stringeva
fino a scomparire nella sua camicetta.
Si
svegliò stanco e con un po' di febbre.
Con Italo che lo scuoteva.
"Gino,
si va allo stagno?"
Gino
si alzò, senza capire nulla, e si strusciò
gli occhi. Seguì Italo pei cortili, i prati
e i campi. Si accoccolò accanto all'acqua
torbida e guardò Italo che acchiappava
le rane. Poi le faceva volare più alto
che poteva e quelle tonfavano sull'acqua e sparivano
sotto. Italo seguitò un monte, poi era
tutto rosso e sudato. Allora si spogliò
nudo e camminò pianino sul fango, per non
scivolare. A braccia larghe e chiappe strette,
slittando i piedi sul fondo come desse la cera
sui pavimenti. Arrivato con l'acqua alle cosce
si tuffò sbattendo la pancia fra gli spruzzi.
"Dài,
Gino, vieni!"
Gino
si spogliò e si infilò anche lui
nell'acqua, ma solo fino ai polpacci. C'aveva
troppo freddo per fare il bagno e rimase fermo,
abbracciandosi le spalle, con la melma che si
infilava fra i diti dei piedi. Intanto Italo faceva
il morto.
"Gino,
non entri? Vieni che si sta bene!"
E
galleggiava, felice.
"Italo,
la tua mamma....".
Italo
sguazzava con gli occhi chiusi.
Gino
allungò i bracci sulla testa e si buttò
in avanti.
Nuotarono
parecchio, nello stagno. Galleggiarono e fecero
la gara a chi sputava più in alto. Poi
gli cominciò a brontolare la pancia a tutti
e due. Stettero a sgocciolare qualche minuto sulla
riva, si rivestirono e tornarono alla villa.
Dove
c'era tutta un'agitazione strana, e non si capiva
perché stavano tutti in cerchio nel cortile
davanti all'entrata e tutti zitti come all'elevazione,
ma nervosi e pesticciando in piedi. Gino e Italo
sgattaiolarono fra le gambe e si accovacciarono
in prima fila.
C'era
il signorino, al centro del cortile, sostenuto
dal dottore e dal padre. La madre a pochi passi
faceva il gesto di far piano, mordendosi i labbri.
Il signorino saltellava sul piede buono e quello
fasciato glielo reggeva il so' Luigi, tutto piegato
che per poco gli s'infilava il naso nel ghiaino.
C'era
anche un giovanotto mai visto, tutto scuro e serio,
che teneva aperta la portiera di un'auto.
"Quello
è Raffaello, il figlio maggiore, fa l'avvocato
a Siena...", bisbigliò Italo.
Il
signorino saltellava e a ogni saltello gli si
torceva la faccia dal male che sentiva alla gamba.
Era pallido e sudato, sembrava dovesse svenire
da un momento all'altro. Finalmente riuscirono
a caricarlo sulla vettura, adagiato sui posti
dietro. Davanti ci salì il dottore, il
fratello alla guida.
Il
padre e la madre fecero tre passi dietro la macchina
che scricchiolava via sul ghiaino. Poi si voltarono
e corsero in casa, che c'avevano tutti e due voglia
di piangere.
Intanto
un garzone spiegava a Italo: "il dottore
lo porta a un consulto, forse lo devono operare
a Bologna...".
Piano
piano il gruppo si sciolse e nel cortile non restarono
che i ragazzi. Ma Italo scappò subito verso
la cucina e l'odorino di sugo che usciva di lì.
Gino
gironzolò intorno, con la parola "avvocato"
che gli tentennava in testa. C'erano tante immagini
scure e chiuse attaccate a grappolo intorno a
quella parola. E ne scivolava un umore triste
e pesante che gli s'era invischiato intorno al
cuore e non voleva andare via.
Gino
si accorse di aver camminato fino alle ceneri
del rogo, ancora tutte lì ché non
c'era stato un alito di vento a disperderle. Si
chinò e cominciò a frugarci. Gli
rimase fra le dita un pezzo di colletto, una suola
ritorta, l'ultima moneta guadagnata con le stringhe.
"Le
stringhe!"
Gino
gridò e saltò su. Col cuore che
pompava al massimo, pronto a correre... dove?
Gino
provò e riprovò a pensare ai posti
dov'era stato, e dove c'aveva ancora la scatola
in mano e dove non ce l'aveva più. Ci pensò
e ripensò e intanto camminava su e giù.
Rivide
boschi, ruscelli, cascine e fienili. Aie, cisterne,
stalle e porcili. Aveva dormito dappertutto e
camminato per mezza Toscana. Valli e colline.
E in alcuni posti si vedeva con le stringhe sul
fianco, o sulle gambe se stava a sedere. Si ricordava
di averci ancora giocato, di averle annodate e
sciolte tante volte, di averle guardate, la sera,
prima di dormire. Si ricordava il colore e la
forma di ognuna e che impressione faceva tenerle
in mano, ma non si ricordava dove l'aveva lasciate.
XI.
Scherzi del caldo
Fra
ninnoli e nannoli Gino ci rimase tutta l'estate,
a Villa de' Cenci. Che ci stava bene. La notte
dormiva fuori, la mattina andava al solaio e faceva
uscire il gatto. Era l'unico lavoro, perché
nessuno gli dava niente da fare.
Il
signorino era prima a Bologna, poi a Siena dal
fratello. E anche i padroni facevano su e giù.
Non c'era nessuno per decidere se Gino doveva
restare o andare. Poi Gino era discreto, quasi
non si sentiva. Ascoltava i discorsi alle veglie,
andava a fare il bagno con Italo, guardava gli
stallieri occuparsi dei cavalli.
Che
adesso che non c'era più chi li montasse
erano nervosi e battevano gli zoccoli in terra.
Ogni giorno ne portavano fuori uno alla corda
e lo facevano camminare, trottare, galoppare in
circolo. Con la frusta lunga che serpeggiava in
terra dietro alle zampe.
Il
più bello era quello che Gino aveva trovato
nel bosco. Grande, scuro, con gli occhi agitati
e i muscoli a onde sotto la pelle. Anche alla
corda sgroppava e scalciava, perché era
il più vivace.
"Gliel'avevo
detto, al signorino, di non prendere Bulcefalo",
lo stalliere era basso e grosso ma faticava a
tenerlo. Invece di schioccare la frusta, come
con quegli altri, a Bulcefalo gli batteva il manico
su una spalla, perché faceva il verso di
andargli addosso.
"È
troppo insanguato... sta' lì, bestiaccia!
Meglio darlo via... e chi lo monta più,
questo?"
A
Gino gli veniva la tristezza, a pensare a quel
cavallo senza più padrone.
Una
volta, tanto per provare, ci s'era issato anche
sopra, a un cavallo. Magari gli sarebbe riuscito
di cavalcarlo, e allora poteva davvero diventare
un fantino.
Lo
stalliere ce l'aveva messo su di peso, sulla giumenta
più buona che avevano. Madre tante volte,
più larga che lunga. Trascinava gli zoccoli
e sollevava una nuvola di polvere a ogni passo.
Gino stava aggrappato alla criniera e, non fosse
stato per gli ossi della schiena che gli si snocciolavano
sotto, si sarebbe anche divertito.
Poi
lo stalliere dette una scrollatina alla corda,
gridò "trott" e quella si mise
a salterellare in tondo. Avrà retto sì
e no mezzo minuto, Gino. Poi scivolò di
lato sulla panciona grassa. Lento e inesorabile,
giù fino a fracassare in terra, fra le
zampe di dietro. Si alzò tutto impolverato,
sputazzando sabbia e accidenti. La giumenta s'era
fermata e si guardava intorno. Così buona
che a Gino gli prese la rabbia. Raccattò
una manciata di terra e gliela tirò sul
muso. Lo stalliere, piegato in due, ci mise qualche
minuto per ripigliarsi dal ridere.
A
fine agosto tornò il signorino. Panciotto
e maniche di camicia del padre da una parte, abito
scuro del fratello dall'altra, come stampelle.
Scese dalla macchina piano piano, come un cardinale,
sorretto, scrutato, incoraggiato.
Intorno
fremeva il silenzio di tutta la servitù
al gran completo e nelle divise migliori. Tirati
a nuovo e luccicanti di sorrisi d'emozione.
Il
signorino mosse i primi passi. Barcollava un po'
e gli tentennava la testa dalla debolezza. Era
magro e pallido, ma tutta la faccia s'era aperta
da parte a parte per la gioia d'essere a casa.
La
signora si buttò con tutti i capelli, i
vestiti e le onde di ciccia addosso al figlio.
Per poco non lo fece cascare lungo disteso, che
poi glielo dovevano rimontare daccapo. Il padre
e il fratello lo sostennero, si raccomandarono
sottovoce alla signora e intanto cercavano di
staccarla, che quella s'era appiccicata peggio
della cozza a una chiglia.
Poi,
in qualche modo aggrappati gli uni agli altri,
passarono fra le congratulazioni e i saluti di
tutti, annuirono e furono dentro. Scortati solo
dalla governante e il cameriere.
"Allora,
ci si sveglia?"
Il
so' Luigi era già accanto alla macchina,
aveva già aperto il baule e cominciato
a scaricare i bagagli del signorino. Corsero ad
aiutarlo due garzoni e tutti e tre si avviarono,
carichi come muli, verso il portone.
"Sembra
stia bene, vero, Gino?"
Italo
camminava serio serio accanto a Gino, con una
faccia di non si sa quale circostanza. Gli doveva
sembrare un momento parecchio solenne.
Gino
pensava a quanto tempo era passato, che lui nemmeno
se n'era accorto. Perché era stato bene
lì, sempre fuori a non far niente. Tornò
sui suoi passi, verso la casa. Si avvicinò
a una vetrata e si specchiò. Era in carne,
con un bel colorito sulla faccia. I capelli cresciuti
a spazzola sulla testa erano gialli come non mai
per tutto il sole che aveva preso. E le braccia
muscolose per le nuotate e le arrampicate sugli
alberi.
"Gino,
che fai?"
Gino
guardò Italo.
"Chissà
se mi fanno rimanere?"
Nemmeno
gli avesse dato un pugno nello stomaco. Italo
diventò bianco e curvo, sgranò la
bocca, spalancò gli occhi. Masticò
l'aria un paio di volte come per parlare ma non
gli venne fuori niente. Poi scappò in casa.
Nei
giorni seguenti il fratello maggiore, Raffaello,
ripartì. Il padre riprese a dirigere i
beni, la madre a girovagare dentro casa. Il signorino,
aiutato dal so' Luigi, camminava ogni giorno un
po' di più, zoppicando sempre meno.
Arrivavano
sui prati all'inglese, che erano belli morbidi
e lisci. Lì il signorino si levava le scarpe
e faceva degli esercizi che gli avevano detto
i dottori. Gino e Italo li spiavano di lontano,
e aspettavano solo di vedere quando il so' Luigi
afferrava il piede del signorino e gli spingeva
la punta in giù, in su, di qua, di là.
Il signorino si torceva e urlava di dolore, allora
il so' Luigi smetteva e quello urlava ancora più
forte di continuare. Italo e Gino sghignazzavano
per l'imbarazzo, scappavano via, si tuffavano
vestiti nello stagno.
Erano
giornate calde, era ogni giorno più caldo.
Le cicale pareva dovessero stramazzare dallo sfinimento
da quanto cantavano. Tutto il giorno. E anche
la notte, non smettevano un minuto.
L'aria
era vizza perché non pioveva da due mesi,
e su tutte le piante, sui muretti, sulle tettoie,
c'era un velo fino di polvere che non s'alzava
mai perché non tirava un alito di vento.
Nelle
ore più calde nessuno si muoveva, fuori.
Nemmeno le bestie, nemmeno gli insetti. Tutto
stava fermo a fibrillare nel sole.
Quelle
ore Gino e Italo le passavano accanto al pozzo,
sotto l'ombra rada di un albicocco. Erano gli
unici a stare fuori. A loro il caldo non gli dava
noia. Faceva parte della corte, come gli alberi,
l'erba secca, le cicale. Bastava non muoversi,
star sdraiati a guardare il cielo bianco. O fare
acrobazie di legnetti.
"Cecco
bilecco montava su uno stecco, lo stecco si rompe,
Cecco giù dal ponte...".
Non
c'era tanto da fare, a quell'ora, ma non si stava
male.
"Il
ponte va in rovina, Cecco sulla farina... la farina
la si schiaccia e Cecchino si sculaccia".
Italo
ridacchiava con gli occhi stretti.
"Me
la cantava sempre la Tina...".
Stavano
lì ore intere a aspettare che la gente,
le bestie, gli uccelli, i colori e i suoni si
ripigliassero. Verso le cinque. Quando la luce
era un po' più di sbieco.
Allora,
le piante si muovevano di un'aria impercettibile,
gli insetti ci ronzavano sopra e le rondini calavano
a papparseli. Le lucertole uscivano dai buchi,
ancheggiando per i cortili. I gatti si stiravano,
un cane abbaiava di lontano. Poco per volta, prima
un muggito, poi un nitrito, alcune voci dietro
ai lavori. Uno strumento che batteva alle scuderie,
fruscii e colpi in casa.
Italo
e Gino si muovevano, allora, e giravano per i
campi, scoprivano le tane, acchiappavano le farfalle,
si arrampicavano fino a un nido.
Un
giorno, saranno state le due, Gino e Italo stavano
con le spalle appoggiate al pozzo, a strappar
le ali a una mosca.
Sentirono
dei passi venire veloci verso di loro e subito
si alzarono, nessuno li cercava mai a quell'ora.
Videro l'Adelina che attraversava la corte. Si
capiva che voleva correre ma che c'aveva le gambe
impastate di sgomento.
Pallida,
con gli occhi persi, quando li raggiunse voleva
parlare in fretta ma incespicava nei suoi stessi
pensieri.
"Italo...
vai giù... vai, cerca il dottore, deve
stare giù al borro, vai presto. Digli di
venire subito... vai al borro, subito...".
Si
voltò e tornò alla casa.
A
Italo, senza lo scappellotto della mamma, gli
ci volle un po' per capire che doveva ubbidire.
Allora fu Gino a scuoterlo, picchiandolo sulla
schiena.
"Oh,
andiamo!"
Corsero
per il viale, fino alla strada fra i muri. La
presero verso il paese, giù in discesa.
Passando fra le pietre che rimbalzavano la luce
e il caldo. Poi lasciarono la strada, quando ormai
vedevano il paese poco avanti, a metà della
collina di fronte. Presero per un campo a maggese,
poi per uno tagliato da poco. Si graffiarono le
gambe nelle stoppie ma non si fermarono un momento.
Finalmente
entrarono nel buio di un bosco dove gli odori
secchi diventarono umidi. A Gino gli si riempirono
i polmoni di ricordi. Prese lui la guida, in giù,
fra il sottobosco intricato, dove si strappavano
i vestiti e le mani.
Italo
si fermava ogni tanto a liberarsi dai rami che
si attorcigliavano alle caviglie, o i pruni che
entravano nei bracci, o perché una ramo
spostato da Gino gli era scattato a molla sulla
faccia. Camminava impettito, con le braccia a
schermo in avanti e i piedi a incespicare sulle
radici.
Gino
invece procedeva acquattato, sicuro, saltellando
sugli ostacoli, schivando i rami e i cespugli.
Gli veniva da ridere, dalla gioia, e si chiedeva
come aveva fatto a stare tanto lontano dai boschi.
"Gino!
Di qua!"
Quando
si voltò Italo era su un sentiero che sprofondava
giù, oltre la vista, e ruotava il braccio
per fargli segno di andargli dietro.
Il
sentiero era piccolo, a momenti scompariva. Scendeva
a precipizio fra gli aceri, poi fra faggi e querce
sempre più fitti, in fondo i pioppi. Perché
il sentiero finiva in una gola stretta, bagnata
da un fiumiciattolo dove ancora scorreva un pisciolino
d'acqua, che nella stagione buona doveva essere
parecchio più grande.
Camminarono
rasente al fiume, dove il cammino era più
largo e battuto. Il cielo si vedeva solo di tanto
in tanto, perché gli alberi erano grandi
e alti, e si tenevano per i rami da una parte
all'altra del letto.
Finirono
di colpo, in un punto in cui il fiume si slargava
in un laghetto secco. E torno torno all'acqua
che ora non c'era stavano orticelli e qualche
albero da frutto. Davanti a loro, c'era una casa
di pietra marrone, tutto il lato a monte verde
di muschio. Poco più su, una antica ruota
di mulino abbandonata.
Gino
stava lì a chiedersi come poteva essere
vivere così, in una pozza d'acqua e di
luce, abbracciati dal bosco e dall'ombra tutto
l'anno. Guardava la casa col dirupo addosso, e
i rami degli alberi sporti sul tetto umido.
Intanto
Italo entrò e uscì dalla casa, col
dottore accanto che si srotolava le maniche della
camicia e si infilava la giacca scura. Italo teneva
con due mani la grande borsa di pelle e quasi
non ce la faceva a camminare. Il dottore scomparve
qualche minuto dietro la casa e ricomparve tenendo
il cavallo per le briglie. Lo mise vicino a una
pietra, si arrampicò sulla pietra e poi
sulla sella. Italo gli porse la borsa e il dottore
la fissò per i manici a una cinghia. Poi
trottò via lungo il sentiero; questione
di secondi e sparì fra gli alberi.
Italo
e Gino si guardarono. Ancora annaspavano per l'andata.
Avevano la gola riarsa, il petto caldo, le tempie
gonfie. Andarono fino al centro del laghetto secco,
si buttarono carponi e infilarono la faccia in
una pozza piena di girini. Stettero qualche minuto
a riprendere fiato. E intanto Gino continuava
a guardare il borro, con gli alberi talmente stretti
che sembrava stessero per chiuderglisi addosso.
"Ma
chi ci sta qui?"
Italo
lo guardò un po' sorpreso.
"Il
dottore!"
Gino
indicò il cielo striminzito.
"Ma...
proprio quaggiù?"
"E'
casa sua! Era il figlio del mugnaio".
"Ah...".
"L'ha
fatto studiare a Bologna. E gli è morto
di fatica, perché non c'aveva nessuno qui
a aiutarlo alla mola. Un giorno gli è schiantato
il cuore, mentre alzava un sacco di farina".
Italo
rituffò la testa nella pozza e scosse via
l'acqua come un cane dal pelo.
Gino
si riallaciò le scarpe, sempre fissando
lo straccio di celeste sulla loro testa.
Si
rimisero in piedi e corsero sul sentiero, saltellando
sulle impronte ferrate del cavallo. Rifecero il
lungo fiume e il bosco, in salita questa volta,
tenendosi ai rami e agli appigli ritorti delle
radici. Poi i campi, poi la strada. Dove però,
a un certo punto, gli venne a tutti e due male
ai fianchi e restarono qualche minuto piegati,
senza parlare, con le facce infuocate che si squagliavano
in sudore.
Quando
arrivarono alla villa c'erano dei gruppetti di
gente, raccolti ai lati della corte. E ce n'erano
anche girato la casa, ai piedi della scala che
portava al piano di sopra. Il cavallo del dottore
era legato poco oltre, al pozzo, e nessuno se
ne occupava.
Italo
entrò in cucina.
"Mamma!"
Non
c'era e tornarono fuori. Cercarono in dispensa,
in cantina, al lavatoio.
Davanti
alle stalle anche, dove ovviamente non c'era e
c'era invece il gruppetto degli stallieri che
non facevano niente.
"Avete
visto la mamma?"
Uno
stalliere giovane rispose: "mah... sarà
su anche lei, sarà salita da..." la
gomitata dello stalliere più anziano gli
tolse il fiato e la voglia di parlare.
Gino
guardò Italo. E mentre lo guardava sentì
tutte le idee rimescolarglisi, cambiar ordine
e senso. Finalmente capì: il ragazzo...
era lui! Perché non c'aveva pensato prima?
Il figlio illegittimo, la creatura misteriosa
del vecchio e della cuoca!
Italo
intanto aveva cominciato a cercare la mamma verso
lo stenditoio.
"Italo,
aspetta! Forse lo so, dov'è".
Gino
lo prese per un braccio e lo portò di nuovo
ai piedi della scala. Qui c'era il gruppetto delle
serve e dei garzoni, che si agitò e mormorò
quando li vide arrivare e imboccare veloci i gradini.
Gino aveva paura li fermassero. Ma tutti erano
troppo stupiti per muoversi.
Già
nel corridoio buio si sentivano dei sospiri e
un odore triste.
Si
affacciarono oltre l'angolo e videro lo studio.
Ordinato, pulito, vuoto. Lo percorsero piano piano
e si affacciarono alla porta. C'era una camera,
con un lettino stretto e un morto sopra. Il vecchio,
Fernando. Sempre pettinato e ordinato, composto
sulla coperta e un cuscino candido, in una camicia
da notte immacolata. Un angelo invecchiato.
C'era
il signore, accanto al letto, con gli occhi lucidi.
Stava con le mani conserte e guardava il petto
di suo padre. Accanto a lui la moglie, con le
cicce frementi di sdegno. Cercava di dare il più
possibile le spalle ad Adelina che, ai piedi del
letto, stava imbambolata a guardare i piedi del
morto. Il medico si teneva a qualche passo.
Non
l'avevano sentito arrivare, il so' Luigi. Gino
e Italo sentirono solo le sue nocche stringerglisi
sui muscoli delle spalle e dovettero sforzarsi
per non urlare. Li tirò via dalla porta,
poi li fece volare in un soffio per il corridoio,
giù per le scale, nel cortile, davanti
al gruppetto che non osò ridere o dir niente,
via di corsa fino al pozzo.
"Ma
che c'avete nel cervello, i bachi da sego?"
Il
so' Luigi era rosso in faccia e furioso. A Gino
gli sembrava che la sua rabbia li avrebbe potuti
schiacciare come un tacco su una formica.
Trattennero
il respiro per qualche secondo, prendendosi un
paio di bestemmie per uno. Poi il so' Luigi si
allontanò, entrò nella sua baracca
e sbattè la porta.
Italo
ridacchiò.
"L'abbiamo
fatta grossa, eh Gino?"
Gino
gli sorrise, poi si sedette con le spalle al pozzo.
Italo si sedette accanto a lui. Poi si rialzò,
calò un secchio e tirò su l'acqua,
bevve, si lavò la faccia, si buttò
quel che restava in testa. Poi si risedette, gocciolando.
Un
calabrone ronzava su un finocchio selvatico, un
merlo schioccava sull'albicocco. Gino cercò
di inghiottire senza saliva. Italo guardò
verso la casa.
"Ma
che ci fa lì la mamma?"
Il
calabrone volò via. Il merlo continuò
a schioccare. Il gatto gli balzò vicino
da chissà dove. Lottò un secondo,
zampettando con qualcosa nascosto fra l'erba,
poi tirò su la testa soddisfatto e corse
via con una lucertolina in bocca. Era due giorni
che Gino si dimenticava di riportarlo nel solaio
e quello si stava inselvatichendo.
Videro
il medico riprendersi il cavallo, scortato da
un capannello di gente. Lo videro montare e avviarsi
lemme lemme verso casa.
Fu
come il segnale del lutto. Tutta la villa diventò
silenziosa e torva. I gruppetti si addensarono
piano piano ai piedi della scala coi fazzoletti
in testa e i cappelli in mano. I signori scesero
dalla scala, ascoltarono le condoglianze e andarono
in casa. Il cameriere salì le scale coi
vestiti per il morto. La governante portò
le candele. La mamma di Italo non ricomparve.
Verso
l'imbrunire arrivò il prete. Coi paramenti
e due chierichetti, più un paio di vecchine
trinate di nero in testa.
I
signori li aspettarono davanti alla casa, li accolsero,
li portarono dentro a bere qualcosa. Due minuti,
giusto un cordiale e quattro rosoli.
Quando
il prete arrivò alla scala, Adelina comparve
in cima, scese di fretta, si genuflesse appena
e filò via.
Il
prete, i chierichetti, i signori e le vecchine
salirono in silenzio per l'estrema unzione.
Durò
pochino. Poi il prete se ne andò coi chierichetti
e cominciò la veglia. Tutti i servi si
dispersero senza rumore.
Gino
non aveva resistito ed era salito ancora una volta,
a spiare al piano di sopra.
Vide
il signore, seduto accanto al padre, che leggeva
un libro di preghiere. Accanto a lui la moglie,
tutta nera questa volta, dormiva con il mento
grasso appoggiato al petto. Le vecchine, sedute
su degli sgabelli ai piedi del letto, macinavano
Ave e Glorie a testa bassa e occhi chiusi, tentennando
appena la testa. Fra i mormorii di luce dei ceri,
Fernando era ancora più vecchio e più
bianco.
XII.
Casina rossa
Dovette
strapparsi alla scena triste, che il tremolio
delle voci l'aveva incollato lì peggio
d'un mastice. Barcollò lungo il corridoio
e cercò fuori, cercò respiro.
Invece
si ritrovò fra i vapori. Trasudati dalla
terra, ristagnavano a mezz'aria in una foschia
appiccicosa, impregnata dal biancore di luna piena.
Gino
si mise sulla solita panca, ma non riuscì
a dormire. Pensava a Italo, che credeva di aver
perso il babbo appena nato e invece gli era morto
solo poche ore prima. E pensava e ripensava, faceva
e disfaceva i calcoli. Essendo quello il vero
babbo... Italo era lo zio del signorino. Italo
era... il fratellastro del padrone!
Gino
si tirò su, a sedere, e si massaggiò
lo stomaco, che c'aveva voglia di vomitare. Eppure
non aveva mangiato nulla. Era che non gli tornavano
le età. Italo era troppo giovane, o era
troppo vecchio il signore. La sua mamma c'aveva
venticinque, no, vent'ott'anni; Italo dodici,
il vecchio almeno ottanta...
Gino
provò a ridistendersi sulla panca, a chiudere
gli occhi e dormire. Ma l'aria era troppo spessa
per riposare, quasi troppo acquosa per respirare.
Tanto valeva guardare il cielo.
Su,
in alto in alto, delle nuvole lontane correvano
su venti che lì in basso non arrivavano.
Sfinate dalle quote, luminose. Prendevano i raggi
più liberi di luna e li riberberavano a
basso.
Passarono
veloci e silenziose, inverosimili come fantasmi,
lanciate in una lunga migrazione. Verso un altro
continente, sopra un monte o un deserto e altra
gente, chissà che clima e che ora del giorno.
Poi
le nuvole alte sparirono e sparirono le luci.
Arrivarono nuvole basse, insieme a una brezza
fresca. Nuvole grasse e scure, con nel mezzo qualche
brontolio.
Gino
si strinse le braccia ma non si spostò.
Rimase a sentire il silenzio; di colpo non c'erano
più grilli né cicale. Nemmeno schiocchi
negli alberi. Nemmeno cani lontani.
Crebbe
il vento, le nubi scure coprirono la luna. In
pochi minuti arrivò un buio spesso, freddo
di vento grasso d'umido. E arrivò un rumore,
unico in tutta la campagna: gli alberi scrosciavano
al vento le foglie che sembrava stesse già
diluviando. Invece per un qualche minuto non ci
furono che lampi e gorgoglii fra le nubi.
L'acqua,
comunque, arrivò presto. Tutta insieme,
fredda, a ondate. Ruzzolava giù insieme
ai tuoni, che rimbombavano nel cervello. Gino
si sentiva come un granchio su uno scoglio, pronto
a essere spazzato via, e si aggrappò con
le mani ai bordi della panca, ghiacci e scivolosi.
I
fulmini presero a schiantarsi sui campi con dei
boati che esplodevano fin nella pancia. Mentre
le saette correvano sopra le nuvole. Parevano
forze sciagurate, in pena, che cercavano la strada
per arrivare sulla terra.
L'acqua
rinforzò e divenne così tanta da
schiacciare Gino sulla panca, impedendogli quasi
di respirare. Gli ci volle un grosso sforzo per
tirarsi su e per arrivare alla casa, al riparo
sotto la tettoia della cucina dove l'acqua arrivava
lo stesso, ma almeno non lo affogava.
Nella
cucina la luce a olio era accesa, bassa. C'era
la cuoca seduta accanto al tavolo, con le mani
stanche sul grembo e la stessa faccia naufraga
del giorno prima. Gino stette parecchio a guardarla
e lei non mosse un ciglio.
Poi
a Gino gli vennero dei brividi di freddo, corse
sul retro, prese l'ingresso di servizio, le scale,
arrivò tremando al solaio. C'era il gatto
che aspettava, con gli occhi sgranati e il pelo
gonfio. Appena Gino aprì la porta quello
si infilò dentro e sparì nel buio.
Gino
si spogliò alla luce dei fulmini e trovò
il suo materasso. Era tiepido e profumato. Per
la prima volta Gino ci dormì e ci dormì
anche bene, con la coperta tirata fin sopra la
testa. Per tutto un lunghissimo temporale che
rovesciò tegole, spezzò rami, ruppe
recinti e pali.
Nei
giorni seguenti il tempo fu di un bello soverchiante.
Giallo e blu, pulito, denso.
Gino
e Italo si godevano l'aria fresca e l'odore buono.
Camminavano ore, fino al paese, fino ai poderi.
Sulle colline. Tornarono anche al borro. Su e
giù fra le piante e a sguazzare coi piedi
nel fiume, ch'era riapparso. Poi, visto che n'era
venuta giù parecchia, d'acqua, andarono
fino al bosco di castagni a cercar porcini. Ma
non era ancora stagione. Però trovarono
un monte di altri funghi.
Stavano
via tutto il giorno. Anche perché, in villa,
tirava un'aria che era meglio star lontani. La
signora non s'era più vista, dal giorno
del funerale. Però si sentiva la sua voce
che tormentava qualcuno, fino a sera. Petepem,
petepem, acida e stridula, non dava pace.
Doveva
avercela col signore, che usciva di casa sempre
più torvo. Anche il signorino, appena poteva,
se ne andava a far esercizi. Pur zoppicando, andava
via pareva unto. La signora continuava ancora
un po', da sola. Poi si placava finché
qualcuno della famiglia non tornava a casa.
Poi,
c'era come l'impressione che tutti aspettassero
qualcosa. Niente più veglie, né
chiacchiere. Né di giorno né di
sera. Ognuno filava a lavorare, zitto come Lazzaro.
Poi andava a dormire, sempre zitto.
Gino
e Italo restavano soli, ora, dopo cena. Seduti
con le spalle al pozzo a fumare le cicche lasciate
in giro dal signorino, che fumava fuori, di nascosto
alla mamma. Ma nemmeno loro parlavano.
Dal
pozzo vedevano la luce della cucina, che non si
spengeva mai. E Italo stava a chiedersi in silenzio
tante cose. E Gino, in silenzio, avrebbe voluto
spiegargliele, ma non c'aveva il coraggio. Allora
fumavano.
Poi,
una mattina, si ritrovarono in cucina per la colazione
e c'era qualcosa di strano. Lo sentirono subito.
In casa c'era silenzio, e fuori un mormorio nascosto.
Parlavano tutti fra loro, e si zittivano appena
Gino e Italo arrivavano.
Italo
disse che quando s'era svegliato la sua mamma
non c'era. Quando aveva chiesto in giro gli avevano
detto che era su dai signori e poi, appena s'era
voltato, si erano messi a borbottare.
Tutti
aspettavano e biascicavano segreti. Non sapevano
con che faccia guardare Italo e allora lo evitavano.
Anche
Gino e Italo si misero ad aspettare e a gironzolare
a caso, per evitare di essere evitati. Finché,
dopo un po', videro arrivare il so' Luigi, curvo
e torvo, che sbuffava fra i labbri. Si soffermò
un momento a guardarli, prima di entrare nella
sua baracca e per questo loro lo seguirono dentro.
"O
che volete?"
Gino
e Italo trimpellarono un po' sulle gambe. Poi
Italo tirò fuori un vocino piccino picciò.
"So'
Luigi, che succede?"
Il
so' Luigi non s'arrabbiò e non bestemmiò.
Si sedette sulla branda e sospirò.
"Eh...
che succede...".
Raccattò
una falce col manico rotto e si mise ad aggeggiarci,
tanto per fare qualcosa.
"La
mia mamma...".
"E'
tornata giù, la tua mamma".
Italo
trattenne il respiro perché il so' Luigi
sembrava volesse dirgli qualcosa. Aveva aperto
la bocca e inspirato a lungo. Poi però,
invece di parlare, soffiò via tutta l'aria.
"So'
Luigi...".
Il
so' Luigi lo guardò e borbottò:
"vai da lei, spicciati".
Italo
schizzò fuori e corse verso casa, senza
aspettare Gino. Che rimase nella baracca. Il so'
Luigi non diceva niente, non lo scacciava. Armeggiava
con la falce, tanto per fare. Gino gli si accoccolò
davanti, facendo finta di seguire la riparazione.
Il
so' Luigi rigonfiò il petto, e questa volta
parlò.
"La
vita è proprio un bastone da pollaio: corta
e piena di merda".
Gino
meditò un po' su queste parole. Gli sembrò
conveniente sospirare. Poi osò.
"Che
gli succede adesso?"
Finalmente
arrivò una bestemmia, il so' Luigi si stava
rilassando.
"Li
mandano via, come cani!"
E
fece il gesto di mandar via un cane.
"E
quella è da quando c'ha quindici anni che
si tiene il vecchio sulla pancia"..
Il
so' Luigi si mise a guardare fuori dalla porta.
"Era
bella, quand'è arrivata... du' gote rosse,
bella piena...".
Il
so' Luigi riprese in mano la falce e cominciò
a piantare e a togliere la punta dal pavimento
di legno.
"Il
padrone, la vede, la fa salire in camera: eccola
lì. Pregna alla prima botta. Una donna
che avrebbe potuto fare chissà quanti figlioli...".
La
falce adesso gli si era incastrata e il so' Luigi
sbuffava nello sforzo di tirarla via. Partì
un altro moccolo.
"Gli
è toccato quel ragazzino rachitico... tutto
il su' babbo".
Il
so' Luigi buttò la falce in un angolo.
"Per
forza, a balia subito, appena nato! La padrona
il bastardo in casa non ce lo voleva...".
Il
so' Luigi s'era messo a girare fra i ricordi e
chissà quanto avrebbe continuato, ma Gino
voleva sapere.
"Ma
ora... di che campano?"
Il
so' Luigi sghignazzò senza divertirsi.
"A
sentir lei, ereditano mezza Villa de' Cenci...".
Il
so' Luigi sospirò e s'accasciò.
"Via,
ora... levati che c'ho da fare!"
Gino
si alzò e uscì, mentre il so' Luigi
non faceva proprio nulla.
Gino
attraversò il cortile e andò alla
cucina ma senza entrare. Guardò dalla porta.
Adelina stava coi gomiti sul tavolo e la testa
fra le mani. Italo le stava dietro le spalle e
non sapeva che fare. Appena vide Gino gli corse
incontro e annaspò un paio di volte, prima
di riuscire a parlare.
"Gino,
ci mandano via... ci mandano via!"
Gino
lo prese per un braccio e lo tirò al pozzo,
dove Italo si mise subito a piangere come un neonato,
rosso in faccia, singhiozzando e strozzandosi.
Senza nemmeno cercare di asciugarsi gli occhi,
e il naso che gli lumacava la faccia di moccio.
Cominciava
a arrivare qualcuno, a guardare. Gino riprese
Italo per il braccio e lo trascinò fino
al laghetto. Si accoccolarono sulla riva, ma a
vedere quel suo posto preferito a Italo gli prese
una crisi ancora peggio.
"Non
voglio andare via! Gino...".
E
gli si aggrappava a un braccio che pareva volesse
staccarglielo.
Gino
non poteva nemmeno parlare, dal magone che c'aveva.
Non riusciva nemmeno a piangere. Magari, almeno
si sarebbe sfogato un po'. Invece stava lì
a lasciarsi tirare il braccio e non riusciva più
nemmeno a inghiottire, da come gli s'era stretta
la gola.
Tornarono
per ora di pranzo. Nessuno mangiava. Stavano tutti
a guardare la porta della cucina, facendo finta
di non guardare. Adelina ne uscì carica
di un grosso telo, gonfio di roba. Dietro di lei
le sguattere portavano un baule. Comparve il contadino
con un carretto a due ruote, scese e aiutò
le donne a caricarci sopra i bagagli.
Adelina
fece il giro, con gli occhi, di tutti quelli che
stavano a guardarla. A partire dalla governante,
tutta contegnosa ma con le palpebre gonfie. Il
cameriere rigido come un palo. Le sguattere che
singhiozzavano, gli stallieri, i garzoni. Però
non si capiva se li vedeva davvero, perché
c'aveva l'aria svagata. Salì lenta lenta
sul carro, accanto al contadino, e Italo montò
dietro. Imboccarono il viale e lasciarono la villa,
con Gino che gli correva accanto.
Si
fermarono subito, appena fuori dal cancello, perché
c'era il signorino per strada, a aspettarli. Fece
un cenno e il contadino arrestò il carro,
levandosi il cappello. Il signorino si avvicinò
a Adelina ma non c'aveva il coraggio di guardarla.
Si guardava le mani. Poi frugò in tasca
e tirò fuori una busta, gliela mise in
grembo.
"Per
aiutarvi... in caso di bisogno...".
Poi
il signorino trovò il coraggio di fissare
Adelina, che invece guardava il cavallo e non
aveva nemmeno toccato la busta, che stava in mezzo
alla gonna.
Il
signorino guardò Italo, che lo fissava
completamente perso. Poi si voltò e scappò
via zoppicando.
Il
carro non si mosse subito e Gino ne approfittò
per salire anche lui e sistemarsi accanto a Italo.
Poi ripartirono. Standosene muti a salterellare
sulla strada sterrata, con il baule e il sacco
che gli ciottolavano accanto.
Passata
una mezz'oretta il contadino provò a fare
un po' di conversazione.
"M'è
nato, sapete? Un altro maschio".
Una
frustata, una bestemmia.
"Meno
male, perché le donne, con quel taglio
che c'hanno... solo guai sanno portare!"
Nel
silenzio si sentivano gli scricchiolii dei sassi
sotto le ruote.
"Domani
si comincia a fare la passata. Quest'anno verrà
proprio bene, coi pomodori rossi ch'è venuto,
con tutto quel sole...".
Nel
silenzio il cavallo fece un peto lungo e fino.
Finalmente
il contadino si zittì e da quel momento
in poi nessuno scambiò più una parola.
Italo
cercava di guardarsi intorno per distrarsi, e
inghiottiva in continuazione per mandar giù
il nodo in gola. Poi all'improvviso, dopo un pezzo,
si voltò e si mise a fissare Gino. Gino
pensò: "ecco, ha capito!" e cercò
di sorridergli.
Italo
sembrava carico di una gran pena e Gino sperava:
"dài, su... dillo: mi mandano via
perché sono il bastardo del padrone".
Italo
quasi si mise a piangere.
"Il
so' Luigi... il so' Luigi non c'era, a salutarci!"
Gino
si grattò un orecchio e si mise a guardare
il paesaggio.
Stavano
attraversando i poderi dei Cenci. La valle che
aveva visto Gino quando riportava il signorino
a casa. Che gli sembrava ancora più bella,
ora che quella bellezza pareva cattiva, tanto
non c'entrava nulla con lo strazio della circostanza.
I
casolari grandi, le aie coi polli, i campi pettinati,
i vigneti ormai carichi. Tutto riluceva di ordine
e ricchezza, natura molle e buona, lavoro, famiglie.
A Gino gli venne un languore piccoso, mai sentito
prima, per come il mondo era troppo bello e ingiusto.
Uscirono
dalla valle e si inerpicarono per una stradicciola
appena marcata fra le stoppie. Su una collinetta
incolta, con in cima il ciuffo di un bosco di
lerici. Una collina terrazzata, dove fra i mucchi
di rovi sbucavano qua e là i rami di alberi
da frutto, e qualche olivo.
Nemmeno
la videro, lì per lì. Ma sull'ultima
terrazza c'era una casina di pietra con qualche
brandello di intonaco rosato. Su per la strada
ripida dovettero tutti scendere, perché
al cavallo gli scivolavano gli zoccoli. Finalmente,
tira, spingi, su a inerpicarsi col fiatone, arrivarono
in cima. In un piccolo spiazzo che era stata l'aia,
e ora era coperta di polvere e erbacce. Il contadino
e i ragazzi scaricarono i bagagli, Adelina si
mise in piedi davanti alla porta, dando le spalle
alla casa. Non diceva e non faceva niente.
Il
contadino si levò il cappello e s'asciugò
la crapa con la mano tozza.
"Allora...
io... io ora vado".
C'erano
gli ultimi grilli della stagione, che cominciarono
a cantare in quel momento perché stava
facendosi sera. E le ultime rondini che sembrava
piangessero in cielo.
"Poi,
se c'è bisogno... poi torno".
Dal
paese la campana rintoccò i vespri.
Il
contadino risalì sul carro, sistemò
i testicoli sul legno e si buttò giù
di corsa per la discesa. Lo sentirono rullare
e rimbalzare svelto svelto, fino in lontananza.
Adelina
si sedette su una panca di pietra, accanto alla
porta, e non guardava la casa.
Il
sole si avvicinò un poco ai crinali dei
monti, dietro la valle. Allora, come un olio di
frantoio che scivola puro, la luce dorata coprì
il mondo intero. Le foglie dei boschi, i campi
e i tetti delle case, le nuvole rade, gli uccelli
in volo. Solo il cielo era rimasto blu, così
terso che veniva voglia di mangiarlo, o di respirarlo
tutto, fino a gonfiarsi come una mongolfiera.
Di
nuovo a Gino gli venne lo sgomento della vita,
perché era tutto troppo bello, per stare
così male.
Italo
s'era seduto sul baule e si guardava i piedi.
La sua mamma aveva cacciato gli occhi e la testa
nei suoi dispiaceri.
C'era
un vento fresco che veniva dai boschi alle loro
spalle. Profumato, portava il rumore delle foglie
e i versi dei cinghiali. Era un vento buono, nuovo.
Non lo sentivano?
Adelina
e Italo non si muovevano. Pareva quasi che non
respirassero più. Gino si avvicinò
a Italo e voleva prenderlo per le spalle, scuoterlo.
Era bello lì. Più bello della villa,
con la scala e lo studio e il vecchio...
Ma
in quel momento ci fu uno scalpiccio e tutti e
tre si misero in attesa. Che la strada era così
ripida che non si vedeva chi stava per arrivare.
Arrivò
il so' Luigi. Sbuffando fra i denti, ché
sulle spalle c'aveva un sacco più grosso
di lui.
Lo
scaraventò in terra con una sfilza di bestemmie
che parevano un rosario, tanto erano ben dette.
"Ora
te lo prendi te." Rivolto a Italo.
Che
però era come addormentato e non si muoveva
né sembrava capire.
"Oh!
Basta fare il signorino. Aprilo".
Italo
si chinò sul sacco e ne tirò fuori
un mucchio di roba. Tutta mezza rotta, riparata
alla bell'è meglio. C'era anche la falce
che aveva visto Gino, un po' rabberciata. Una
pala, un secchio, una roncola, un rotolo di filo
di ferro, un lume a olio, tre mezze candele, un
acciarino.
"Di
olio non ce n'è. Dovete farvi bastare quello
che sta dentro".
Il
so' Luigi fece cenno a Italo con la testa e entrarono.
Gino li seguì. Era buio e polveroso. Ma
asciutto, senza cattivi odori.
Il
so' Luigi aprì le imposte e subito entrò
luce e aria buona.
Gino
chiese di chi era, prima.
"La
casina rossa... il primo podere dei Cenci. Ma
da quando è morto il mezzadro non c'hanno
più coltivato... saranno dieci anni".
A
Gino gli piaceva, gli sarebbe piaciuto fosse casa
sua.
"L'ha
usata il padrone per la caccia. Qui c'è
il passo. Storni, più che altro".
Italo
era spaventato, aveva paura di toccarla, quella
casa, e il so' Luigi gli urlò addosso,
per convincerlo a muoversi. Allora Gino si mise
a aiutare. C'erano una cucina grande, appena entrati.
E una porta in fondo, dove si passava in una stanza
larga, e da lì in un'altra più piccola,
e poi un'altra ancora. Non c'erano mobili, solo
gli infissi con gli scuri pieni di fessure. E
ragnatele dappertutto, che levarono con un bastone.
Il
so' Luigi si allontanò qualche minuto fra
le stoppie e tornò indietro con un ciuffo
di saggina. Lo legò con una corda e lo
porse a Italo: "spazza".
Insieme
a Gino portarono dentro tutti i bagagli e quando
Italo ebbe finito di spazzare il so' Luigi li
mandò a fare legna.
Era
quasi buio e non se la sentirono di entrare nel
bosco. Raccattarono i rami più secchi,
li legarono in due fascine e se le buttarono sulle
spalle.
Quando
entrarono in casa il so' Luigi e Adelina stavano
aprendo il baule. Il sacco l'avevano già
disfatto e, adesso, sulla pietra del camino c'era
una grossa pignatta, piatti di coccio, mestoli
e romaioli.
Italo
sospirò. Sistemò le fascine accanto
al camino e cominciò a preparare il fuoco.
Ci
misero ancora un po', a sistemare tutto. Poi il
so' Luigi bestemmiò e disse che avevano
finito. Mentre usciva disse che magari sarebbe
tornato a aiutarli il giorno dopo, se ce la faceva.
Adelina
aprì un canovaccio e tirò fuori
pane e cipolla. Mangiarono in silenzio, fra gli
scoppiettii. Poi Adelina buttò le briciole
nelle fiamme, prese due coperte e le sistemò
in terra, nella stanza accanto.
"Vieni,
Italo".
Italo
la raggiunse.
Gino
rimase a guardare le fiamme e il cioppo che il
so' Luigi aveva trovato chissà dove, che
prendeva lentamente. Poi, senza accorgersene,
si addormentò.

XIII.
Addii
Non
ci aveva pensato, ad andare via. Aveva lavorato
con loro tutta la mattina a pulire gli sterpi,
fare legna, rimettere in fila le tegole che il
vento aveva smosso sul tetto. E aveva mangiato
sulla panca, accanto a Italo e la sua mamma.
Gli
piaceva quella casa e pensava che l'avrebbe curata,
insieme a Italo, fino a renderla bella e pulita.
Già ora, dopo una notte, era abitata; con
i primi oggetti e i primi odori in giro. La brace
sempre accesa e i profumi del legno che saltellavano
giù dal caminetto e tutto intorno per casa.
I panni sporchi, le cipolle, gli agli e i peperoncini
che pendevano dalle travi. A Gino piaceva e ci
sarebbe rimasto.
Ma,
subito dopo mangiato, Adelina si mise a contare
i soldi nella busta. Ci mise parecchio a fare
e disfare conti sull'orlo delle labbra mentre
fra le dita scorrevano i fogli. Ci doveva essere
un bel gruzzolo.
Dopo
un po' prese una moneta di carta grande come un
lenzuolo, ci avvolse intorno un fazzoletto e infilò
il malloppo nel petto. La busta andò a
nasconderla in camera. Fece stridere una mattonella
sul pavimento, seppellendoci il tesoro. Si riaffacciò
strusciandosi via la polvere dalle mani.
"Bisogna
andare in paese, a comprare delle cose".
Raddrizzata
la schiena, le poppone grandi e fiere fendevano
l'aria. Aveva la faccia liscia e luminosa, quasi
contenta.
Forse
per questo Italo scattò su in piedi subito,
prese il sacco che aveva portato il so' Luigi
e gli si mise a trottare dietro, senza nemmeno
voltarsi.
Gino
li guardò allontanarsi e sentì subito
che non li avrebbe rivisti. Anche dopo che Italo
si fu girato, in fondo alla discesa, a salutarlo
con un grande arco del braccio.
Però
aspettò, lo stesso. Aspettò diverse
ore, disteso sull'erba lunga e gialla, a cascata
giù da un balzo. Vide la luce cambiare
e diventare sempre più bella. Vide passare
degli uccelli, in formazione, alti sopra di lui.
Era un passo, quello; avesse avuto un fucile avrebbe
potuto prenderne parecchi.
Invece
li guardò volare, lontani e tremuli. Avvolti
di un azzurro brillante che esplodeva verso l'infinito.
Gino
si rifugiò in casa e aggrappò gli
occhi al camino, che gli piaceva tanto. La brace
era viva e schiantava dei pezzi di legno, di quando
in quando. Gino cercò di farsi prendere
dalle fiamme e gli sfiati gialli, di stare a guardare
senza pensare e senza provare niente. Ma non ci
riuscì: da fuori c'era la luce che entrava,
e tutti i suoni e i profumi di un autunno dolce
e denso come miele.
All'improvviso
gli sembrò che la casetta gli si chiudesse
sopra, che il camino stesse per risucchiarlo nella
cappa e stringerlo nella fuliggine. Gli agli,
le cipolle, gli schioppi e i ragni, tutti addosso.
Scattò
in piedi e uscì di corsa. Si soffermò
un attimo a guardare i monti e poi giù
a perdicollo ruzzolando sui sassi, cadendo, ridendo
e gridando. Con l'aria fresca e tutti i profumi
dei campi umidi, dei frutti maturi, del sole vicino
ai monti.
Corse
sulla strada, nella valle, fra i raccolti pronti
e le vigne gravide, le case tiepide e profumate.
Corse senza sentire stanchezza, nella terra sterrata,
fra i tonfi leggeri delle sue falcate.
E
mentre la terra voltava la faccia dal sole e diventava
più scura e più fredda, Gino correva
ancora più forte e gli uscivano dalla gola
dei versi e delle risate.
Arrivò
alla villa dei Cenci che era già buio.
C'erano luci accese qua e là, e le solite
voci e i soliti rumori della sera. La guardò,
nascosto dietro le querce, e la vide antica, lontana.
Sconosciuta. Ci aveva passato i mesi più
belli della sua vita, e ora non gli diceva più
niente.
Gino
aspettò che calasse la notte, che tutti
fossero a letto, che non ci fossero più
lumi in giro.
Poi
si avvicinò alla casa, salì le scale
e entrò nell'appartamento del morto. Pulito
e ordinato, così come l'aveva lasciato
l'Adelina.
Risplendente
di oggetti e ricchezze che lei aveva lustrato,
curato e amato per anni e anni. Spostati da qui
a lì, da lì a qui. Nei passettini
che aveva tracciato per metà della sua
vita, tutto intorno a quei tre mobili. Gino avrebbe
voluto portare via tutto e darlo a lei e Italo,
che era roba loro. Ma gliela avrebbero ripresa
e li avrebbero anche scacciati dalla casina rossa,
sicuro.
Allora
rubò qualcosa per sé. Un binocolo
da teatro, una tabacchiera d'argento, degli spiccioli,
la coperta di lana morbida, un maglione di lana
pura, pungente, uno zaino da montagna.
Corse
giù, andò in cucina. Stipò
nello zaino due salami, una forma di pecorino,
un filone di pane, un coltello, una fiaschetta
di vino.
Stava
per andarsene, poi ci ripensò. Tornò
nelle stanze del morto e prese anche due calze
di lana e un cappello, e dei pantaloni di flanella.
Poi, già che c'era, si cambiò la
camicia con una bella fresca e inamidata. E cambiò
anche i pantaloni e le scarpe. Trovò pure
degli scarponcelli, da montagna, e li legò
coi lacci allo zaino. Prese anche un'altra camicia.
E un acciarino. E dei sigari. E un orologio da
taschino. E una penna d'oro. E un anello a forma
di serpente, con l'occhio di rubino. E non si
sarebbe più fermato, ma nello zaino non
ci stava più niente e gli pareva di sentire
dei rumori, nella casa. Guardò i suoi vecchi
panni in terra, che erano come la firma del suo
misfatto, e se ne andò gonfio di soddisfazione.
Camminò
tutta la notte, sulla strada che si allontanava
dalla villa. Si fermò solo su un sasso,
dopo parecchie ore, per mangiare pane e salame.
E bere mezza fiaschetta di vino.
Coraggioso,
leggero, pensò che la notte era così:
o ti schiacciava di buio e suoni o ti faceva il
solletico su tutte le idee, rendendoti più
forte di un leone.
Gli
girava un po' la testa per tutte le avventure
passate e per il vino. Ripensò alla mattina
del giorno prima, che ancora stava alla villa,
e gli sembrò un ricordo così lontano
da non averlo potuto vivere lui.
Aveva
la strada buia, davanti. A curve fra le colline.
E lo scricchiolio della terra sotto i piedi. I
rumori della notte erano in un altro momento della
vita, gli arrivavano come dopo, o prima, di sentirli
davvero.
Solo
sul far dell'alba Gino uscì dalla strada,
trovò un riparo asciutto, sotto un albero,
si avvolse nella coperta e dormì. Per parecchie
ore.
E
poi ci mise parecchio a capire dov'era, quando
si svegliò. Dietro gli occhi socchiusi
gli scivolarono la panca fuori della villa, il
granaio, il camino della casina rossa. Aveva cambiato
troppe volte, in due giorni.
Poi
si ritrovò in un bosco e gli venne lo sgomento.
E poi gli venne lo sgomento dello sgomento. Perché
svegliarsi in un bosco, prima, gli era piaciuto
tanto. E ora no.
Si
tirò sui gomiti e stropicciò gli
occhi. Non aveva più la baldanza della
notte, aveva solo un dispiacere vago di aver dormito
così, all'addiaccio.
Si
guardò intorno. Gli alberi sbrilluccicavano,
nella tarda mattina, dei primi gialli e rossi
fra le foglie ancora folte. E odoravano di terra
e muschio. Perché non era contento? Era
come se, nella notte, gli fosse entrata da un
orecchio una formica di preoccupazione. Essere
così allo scoperto, lontano dalla villa,
da Italo. E cosa avrebbe mangiato, e chi avrebbe
incontrato e se avrebbe fatto freddo la notte
dopo.
Si
mise a sedere, ancora avvolto dalla coperta, e
rimase a pensare che era invecchiato. Di anni
e anni in pochi mesi. Adesso aveva paura. Ripensò
a come saltellava fra le piante mezzo nudo, sporco
e affamato, senza un pensiero nella zucca. A come
si trastullava le ore, fra le piante, e non desiderava
niente di più.
Pensò
al suo pisello rinseccolito di freddo, si sfiorò
i pantaloni nuovi e quasi gli venne la nausea,
da come non gli andava di toccarsi.
Poi
mangiò un po' di pane e bevve un po' di
vino, che a prendere l'acqua non ci aveva pensato.
Ripiegò
la coperta e si rimise sulla strada, cercando
di calcolare il cammino fatto la notte prima.
Tanto. Una ventina di chilometri, forse.
Camminò
fino a avere il sole in faccia e gli venne subito
fame. Prima, poteva stare un giorno intero senza
pensarci... s'era proprio rammollito.
E
siccome non ce la faceva proprio a camminare con
quello sciabordio di vuoto nello stomaco, appena
vide una locanda si fermò.
Era
vuota, pulita e profumata. Gino si sedette a un
tavolino a aspettare. Guardava gli scacchi bianchi
e rossi della tovaglia e aspettava tranquillo,
ché ora era diventato proprio un signorino,
che qualcuno venisse a servirlo.
Dal
retro sbucò un ragazzotto e Gino lo guardò,
tranquillo e composto.
"Mamma!
Vieni, c'è uno straniero".
Il
ragazzotto sparì e subito arrivò
una donna, bella in ciccia e emozionata.
Si
mosse lentamente verso il tavolo, mormorando qualcosa
fra sé e sé. No, non mormorava,
ripassava. Gino se ne accorse quando fu abbastanza
vicina da vedere che le labbra facevano e rifacevano
la stessa parola, senza suono, per prepararsi
a dirla bene. Poi l'ostessa gonfiò il grosso
petto d'aria e intanto arrossì come un
gambero.
"Gummò!"
gli sorrise in faccia, sgranando gli occhi.
"Gummò".
Rispose
Gino, dandosi ancora più contegno.
In
quel momento sbucò dalla porta un segaligno
dall'aria mesta, che era il marito. L'ostessa
gli si girò, fiera di annunciare il portento.
"Armando,
c'è un forestiero...".
Armando
fece un inchino, addirittura, facendo sbucare
una ad una le vertebre puntute da sotto il gilet.
Quando
si fu tirato su l'ostessa gli fece cenno di sbrigarsi.
"Porta
il vino. Quello allungato".
Armando
fece un altro piccolo inchino e andò sul
retro.
A
Gino gli veniva da ridere ma cercava di trattenersi,
per vedere che gli succedeva in questi casi a
un forestiero.
L'ostessa
lo guardava con amore.
"Ci
s'ha dei bei polli, capisce?"
Gino
ripeté fra le labbra "polli?"
strizzando gli occhi. La locandiera cominciò
a urlare "polli, p-o-l-l-i!" e a fare
il verso dei polli che beccano e che svolazzano
in giro.
"Ahhh!"
Gino
sorrise e fece segno di aver capito.
"Eh,
io mi fo intendere, dai forestieri. Qui ci se
n'ha tanti, che passano. Almeno un paio l'anno.
Inglesi, tedeschi. Inglesi, sopratutto. Tutti
signori..."
Gino
faceva finta di non capire e sorrideva con l'aria
spaesata.
Arrivò
Armando con il vino annacquato e un cesto di pan
duro.
"Portagli
un quarto di pollo, spezzettato per bene".
"Il
pollo a quest'ora?"
"Ma
sì, lo sai loro mangiano presto".
Armando
strascicò di là la sua mestizia
e si mise a ciottolare.
"Mio
marito... husbà, mi husbà".
Diceva
la locandiera e continuava a guardare Gino come
fosse il ninnolo più prezioso del mondo.
"Anche
voi andate in giro a piedi?", la locandiera
fece camminare due dita nell'aria.
"E
siete così giovane... però tutti
gli inglesi sembrano giovani...ce n'è stato
uno, la primavera scorsa, m'ha detto veniva dalla
Francia, quasi tutto a piedi. E era partito dall'Inghilterra".
La
locandiera si mise con le mani sul pancione.
"Gente
così per bene, che potrebbe girare in carrozza...
ma chi ve lo fa fare, eh?"
E
non si spostò dal tavolo, continuando a
parlare di forestieri e di gite e di stranezze,
come quella di mangiare presto e andare a piedi
e di una volta che gli avevano chiesto la marmellata
da mettere sull'arrosto, che era una cosa che
uno la fa per accontentare il cliente ma per l'amor
di Dio, pensare di mangiar quella roba...
Arrivò
Armando, con un pezzettino di pollicchio squartato
e spanto sul piatto, mescolato a delle patate
rifatte all'aglio e dei pezzi di cipolla arrosto.
"Sentite
un po' che profumino...".
Gino
mangiò il pollo facendo grandi gesti con
le mani per dire com'era buono. Finì tutto,
inzuppò il pane nel vino per ammorbidirlo
e poi bevve tutto a gran sorsate.
La
locandiera lo guardava beata e aveva già
cominciato a calcolare quanto spillargli. Gino
mise le dita sulle monete, e cominciava a pensare
se gli sarebbero bastate. Che per due ali di pollo
quella gli avrebbe chiesto una fortuna. In quel
momento arrivò Armando e si mise a parlottare
con la moglie a voce bassa.
Allora
Gino si alzò, con le mani sulla patta,
stringendo le gambe.
Armando
lo guardò un po' imbarazzato, senza capire.
L'ostessa era distratta a far conti.
Gino
mugolò verso di lei e si piegò quasi
in due, con le gambe a x.
"Ah,
vuol fare i bisogni".
L'ostessa
indicò con un dito la porta.
"Qui
fuori, a sinistra".
E
si rimise a parlottare col marito. Erano così
intenti a calcolare il ladrocinio che non ci fecero
caso, che Gino aveva preso lo zaino. E si fidavano
talmente tanto degli inglesi che stettero anche
ad aspettare un bel pezzo che lui tornasse.
Intanto
Gino aveva attraversato la strada e si era tuffato
nel bosco, e aveva cominciato a correre e ridere
così forte che per poco non gli tornò
su il pollo.
XIV.
Fra i frati
Le
cantilene gli si smoccolavano sul capo, parola
per parola, strisciavano lungo le volte del soffitto
alto, raggrumavano sulle pietre scure e pendevano
un po' nell'aria umida, prima di gocciolargli
in testa, sulla cocuzza e poi dentro al cervello.
Forse
erano le nuvole dell'incenso, forse il digiuno.
Forse il freddo della chiesa, come se lì
si fosse condensato l'inverno e non volesse mai
andare via, in nessuna stagione dell'anno.
E
poi le voci fonde e rauche dei frati, le loro
schiene curve sotto i sai sbiaditi. Le nuvolette
di fiato che sbuffavano davanti alle facce bianche
di freddo e di stenti.
Gino
non pregava e non cantava, ma era traforato di
ovazioni e musica sacra e si sentiva puro come
un angelo triste.
Gli
scricchiolii del legno e delle ossa rimbombavano
nei silenzi della meditazione. Gino li ascoltò
per un po' e poi non sentì e non pensò
più niente. Rimase in piedi, rigido come
un baccalà, fra gli spifferi d'aria, e
gli si formarono dietro gli occhi delle luci e
delle ombre.
Solo
dopo tanto gli riuscì di pensare e allora
ripensò all'incontro col frate incappucciato
che l'aveva portato fin lì.
La
sera tardi, già ai vespri, Gino era perso
su una stradina solitaria e a un certo punto aveva
visto correre verso di lui un fratino secco e
piccino, che caracollava sui sandali, con la sottana
in mano. Aveva fatto tardi a rientrare al convento
e sbatteva i passi in terra senza nemmeno guardare
dove andava. Gino, che era preoccupato di dove
passare la notte, gli si era parato davanti e
quello gli era andato a cozzare addosso.
"...'io
povero, figliolo, per poco mi fai cascare! Fatti
in là che c'ho furia...".
"Padre...
aspettate... padre, non ho un posto per dormire...".
Il
frate urlò all'indietro "vieni al
convento" e Gino via, dietro.
Le
gambe corte del fratino zampettavano veloci e
Gino gli dovette annaspare dietro per un quarto
d'ora, prima di arrivare.
Al
buio, intravide solo mura alte e muschiose, il
grigio di un portone antico, le pietre sconnesse
del chiostro.
Nello
stanzone destinato ai viandanti c'erano una decina
di brande vuote e Gino scelse la più pulita.
Ci sistemò sopra la sua coperta morbida
e al suo lato appoggiò lo zaino carico
di belle cose. Gli sembrava che il suo angolo
scintillasse di comodo e di lusso, nell'austerità
del posto.
Poi
cominciarono i canti e le litanie, le meditazioni,
il freddo in chiesa.
Ma
Gino non si lamentava, nemmeno con se stesso e
stava lì a fare quello che facevano gli
altri. Al mattino, si mise pure a zappare l'orto.
Non
l'aveva mai fatto e gli si riempirono subito le
mani di vesciche. Ma gli piaceva. Era l'unico
posto dove battesse il sole, il chiostro, e intorno
al pozzo qualche frate antico aveva piantato dei
rosi che adesso erano alti come alberi e quasi
impedivano di tirar su l'acqua. C'erano delle
roselline inselvatichite e profumatissime, arrampicate
sulle pietre, e Gino lavorava volentieri lì
intorno.
Tutto
lo spiazzo nel mezzo era un orto. Ai lati correva
il chiostro buio e nelle ore di riposo non c'era
un posto dove stare, se non ci si metteva a lavorare
nell'orto. Gino ci lavorava tutto il tempo.
Poi
c'era il refettorio, che anche era parecchio bello.
Grande, rimbombante, odoroso. C'era un affresco,
su una delle pareti, che non si capiva cosa volesse
dire. Forse la vita d'un santo. Ma era così
sbiadito e sporco che non si vedeva quasi più.
Col
cibo povero sul legno antico, che ogni noce e
ogni tozzo di pane sembrava diventasse importante
come l'ultima cena.
A
questo Gino non si abituava e gli faceva quasi
impressione, mangiare. Come fosse qualcosa di
esagerato. Sarebbe stato meglio rimanere lì
impalati a guardarlo, il cibo. E irrigidirsi ognuno
al suo posto, sempre più duri freddi e
bianchi. Poi, dopo dei secoli, li avrebbero trovati
lì dentro, mummificati, ancora davanti
ai loro malli e croste secche.
Sì,
ogni tanto a Gino la fame gli dava alla testa
e si metteva a pensare cose strane. Ma era contento,
del convento.
Era
anche comodo che non doveva parlare. Forse c'era
il voto del silenzio. Forse non c'era nulla da
dire. Fatto sta che si sentivano i legni scricchiolare
e i ronzii delle mosche, l'erba che strusciava
sul vento, lo zampettare di un uccello sul tetto.
E
gli piaceva. Già lui aveva sempre parlato
poco. Gli faceva fatica dover organizzare il cervello
invece di lasciarlo tutto spampanato, pieno di
grullate.
E
in convento, per la prima volta in mezzo agli
altri esseri umani, poteva farlo a suo agio per
ore, ore, giorni. Il cervello all'ammasso e la
lingua a riposo.
Era
ancora più impressionante, dopo tutto quel
silenzio, quando i frati si mettevano a cantare,
all'unisono, o a borbottare preghiere. A Gino
gli veniva ancora la pelle d'oca, tutte le volte.
E
fra l'orto, i canti e le preghiere ora tutti in
cappella, ora tutti in refettorio, via nelle celle,
e ora in chiesa, poi vai a zappare e così
via, Gino entrò in convento e nemmeno se
n'era accorto. Gli mancava solo di prendere i
voti.
Coi
muri alti alti intorno e le pietre a metri, grandi
e scure, sicure. Per passare da una stanza all'altra
c'era da attraversare un pertugio di pietra, che
era il muro. E in tutto quell'isolamento di pietra
non c'era suono dall'esterno. Quasi veniva il
dubbio, stando lì dentro, che fuori non
ci fosse nulla. Il convento una nuvola pesante
che galleggiava nel vuoto. Una volta l'aveva anche
sognato, di volare insieme alle pietre e i frati
e tutto il resto.
Però
ogni tanto qualche frate usciva, per chiedere
l'elemosina. E stava via tutto il giorno. Rientrava
un po' stordito e stanco. Gino si stupiva di non
invidiarlo e di tornare più volentieri
alla sua branda, come se fosse stato lui tutto
il giorno a pestar strade.
Poi
c'era un fratone grande, che quando si tirò
giù il cappuccio Gino vide che era biondo
e forse straniero. Ma non c'aveva accenti strani
e portava uno sguardo vivo che pareva di quelle
parti.
"Buongiorno,
fratacchio Gino!"
Era
il suo scherzo quando gli passava vicino.
Lui,
era l'unico che ogni tanto parlava, anche da solo,
e che ci metteva più fiato degli altri
nelle canzoni. Forse a lui, ogni tanto, gli sarebbe
piaciuto stare a discorrere un po', e per questo
guardava Gino con occhi di speranza. Ma a Gino,
a parte un sorriso, non gli riusciva di dire nulla.
Vuoto e sereno come una zucca, non sapeva che
raccontargli, al fratone.
Un
po' gli dispiaceva, quando lo vedeva borbottare
da solo nell'orto, di non sapergli fare compagnia.
Per questo lo evitava e non ricambiava nemmeno
i suoi sguardi. Non lo avvicinava neppure, se
poteva.
E
il fratone passava più tempo degli altri
in preghiera, così parlava con Dio. O forse
perché era in punizione per tutta la sua
loquacità. Quando entrava lui, Gino cercava
di uscire dalle stanze. Divenne un'abitudine per
lui, così per parecchio tempo non ebbe
più contatti, col fratone.
E
biascica, borbotta, trilla le preghiere, i canti
sommessi, i rimbombi delle raccomandazioni stanche.
A Gino gli si incantarono per un mese le stesse
note. Un grammofono di abitudini rarefatte, poche,
grevi.
Fino
alla notte dove incontrò di nuovo il fratone,
ma lui non lo sapeva.
Una
notte ferma ferma, di aria pulita e luminosa.
Così
bella, con la sua luna piena sopra al pozzo, che
Gino era tornato fuori, per godersela.
E
si stupiva che fosse così calda e serena,
nemmeno fosse primavera.
S'era
messo vicino alle rose, che si spremevano in canti
profumati alla notte.
Il
cielo senza stelle s'era appiattito intorno alla
luce della luna e pareva basso basso.
Gino
respirava i profumi e la luce e si sentiva perfetto,
come un roso piantato al plenilunio. Stette a
lungo così; tanto da avere la luna a perpendicolo
sopra di lui, con l'alone grande intorno e basso.
Se lo sentiva sul capo quasi fosse un' aureola.
Gino
era stanco e sarebbe voluto rientrare, ma gli
faceva fatica e allora restava accanto ai rosi.
Anche se sentiva che era tardi, che davvero avrebbe
dovuto rientrare. Come gli altri frati, silenziosi
nelle celle. Come gli insetti e gli uccelli, le
lucertole e i vermi. Che non si muovevano e non
frusciavano nemmeno.
Ci
fece caso d'un colpo, a com'era tutto silenzioso.
Nello stesso momento gli si rizzarono i peli della
nuca senza sapere perché.
E
le gambe gli diventarono molli molli, senza più
la forza di portarlo in salvo. Gino si accasciò
in terra, accoccolato sui polpacci, con le spalle
al roso.
Lo
vide, con la coda del cervello, ma non ne volle
sapere di riconoscerlo.
Con
l'aria ferma intorno e la notte tiepida che, adesso,
gli dava il voltastomaco. La luna sempre più
alta e il bagliore fermo intorno, senza uccelli,
senza suono.
E
quando finalmente arrivò un rumore lì
per lì Gino fu contento, prima di accorgersi
da dove veniva.
Dentro
l'ombra fonda del chiostro strusciava contro le
pietre e annaspava. Pesante e grosso. Poi balzò
nell'orto, tutto storto e ripiegato come c'avesse
il mal di pancia.
Gino
arretrò contro i rosi, ci conficcò
la schiena dentro e non sentì nemmeno male.
Il
fratone camminava rincarcato come un babbuino,
con la testa fra le braccia, sfiatando forte a
ogni passo. Con la schiena sbiancata dalla luna
e il saio senza corda strascinato sulle rape.
Girò
e girò per l'orto, sotto la luce forte
della luna, sempre più veloce, sempre rincarcato,
uggiolando d'agitazione peggio d'un cane.
Solo
una volta tirò fuori la testa dalle spalle.
Una facciona gonfia, scura, con due occhi enormi
e i capelli neri di sudore ammazzettati e ispidi
sul capo.
Senza
mai fermarsi, continuava a girare in tondo e pesticciare
ortaggi mentre gli rotolava addosso la luce, il
caldo della notte e tutti gli umori incattiviti
della terra, dandogli la smania come a una bestia.
Il
saio gli dava noia. Se lo artigliava con le due
mani e lo tirò e lo strappò finché
dalle maniche penzolarono due brandelli.
Poi
di colpo si bloccò. Si tirò su lento
e grande, più alto di come era mai stato.
Sotto lo scroscio di bianco, ritto in mezzo alle
verdure scempiate, fra i soffi e i sudori e i
bagliori animali della luna.
Si
illanguidì d'un colpo, buttò la
testa in alto, strinse la bocca e gli occhi a
due fessure e ululò. Lungo, roco e tenero.
Ululò,
ululò alla luna. Per qualche minuto soltanto,
che si distillò nel silenzio e l'aria ferma
fino a sembrare un'ora. Ululò finché
la luna gli pioveva addosso e lo lisciava.
Ma
poi la luna scivolò giù. Obliqua,
smorzata, coperta dalle prime pietre del muro.
E il frate cadde in terra a singhiozzare e annaspare.
Ancora
giù, un bagliore vaporoso nel cielo scuro.
Più giù, una piccola lumacatura
di luce inarcata. Poi solo il cielo di notte.
E
un mucchietto di canapa raggomitolato in un angolo.
E
Gino conficcato fra spine come la rondine famosa.
Nessuno
che si muoveva, nessuno faceva rumore.
Gino
aveva paura che le gocce di sudore facessero pic
in terra e attirassero la bestia da quella parte.
Se solo l'avesse guardato o annusato a lui gli
sarebbe scoppiato il cuore.
Ma
il sudore gli scorreva silenzioso, e il respiro
gli sibilava senza rumore nel naso spalancato.
Aspettò,
immobile, il freddo della notte fonda. E il primo
venticello, i primi trilli di uccelli. Le striature
sbiadite nel cielo, spinte sempre più su
dal sole nascente.
All'alba
si accorse che il lupo mannaro non c'era più.
Doveva essersi addormentato un tratto e non s'era
accorto di quando era andato via.
Sentì
di colpo la schiena trafitta e tutti i dolori
dei muscoli rattrappiti e ghiacci. Alzandosi lanciò
un grido, perché gli ossi gli s'erano anchilosati.
Si trascinò alla sua branda, storto come
un vecchio, e si buttò sulla coperta. Gli
frullarono per qualche minuto un po' di paure
per il capo, poi s'addormentò e dormì
fino al pomeriggio.
Lo
venne a cercare un frate. Entrò e si accostò
alla branda, si piegò un po' e lo guardò
inclinando la testa.
"Sei
malato?"
Gino
si tirò su e si accorse d'avere la febbre.
"Sì...".
Il
frate lo guardava.
Gino
schiarì la voce, che però gli uscì
lo stesso in un filino.
"Non
sono potuto rientrare, ieri sera... ho incontrato...
ho visto il...".
Il
frate spalancò gli occhi e si bloccò
a metà del gesto di toccargli la fronte.
"Con
la luna piena... c'era...".
Il
frate gli mise la mano sulla testa, poi lo rispinse
giù e gli fece cenno di aspettare.
Ritornò
dopo un sacco di tempo con una ciotola in mano
e un frate anziano accanto. Gino bevve una brodaglia
di erbe amare che per poco non lo fece vomitare.
Intanto i frati lo guardavano preoccupati. Gino
porse la ciotola al frate e lo ringraziò.
Si distese, ma quelli non andavano via. Allora
si rimise a sedere. L'anziano cavò di fra
la barba bianca un vocione roco. Non lo usava
quasi mai.
"Figliolo,
quello che hai visto...".
A
Gino gli batteva il cuore.
"Cosa...
cosa hai visto?"
"Ho
visto il frate, quello grande... che camminava
tutto piegato... e poi s'è messo a ululare...".
I
frati si fecero tutti e due il segno della croce.
Gino
si segnò anche lui e poi rimase a guardarli.
Il
vecchio sospirò.
"È
malato. Da anni".
A
Gino il cuore gli perse due colpi. Allora era
vero... allora era davvero lui...
"
Non uscire, stanotte".
...
E c'erano le creature della notte, le fiabe della
nonna, i mostri, i bui, gli angoli fondi del mondo...
Il
vecchio sospirò ancora.
"Riposa".
Gino
si distese ma non riposò. Ripensò
a quello che aveva visto, e ogni volta che lo
rivedeva lo rivedeva più cupo e pauroso.
Dopo
qualche ora gli portarono del pane ammorbidito
nell'acqua calda e un'altra tisana. Gino era stremato
a furia di pensare e ripensare sempre le stesse
cose. E quando i frati uscirono si riaddormentò.
Si
svegliò di notte, per dei rumori.
Era
lui, fuori, che ululava.
Lì
gli arrivavano i suoni smorzati ma, lo stesso,
Gino si raggomitolò nella branda e si coprì
gli orecchi. Gli riuscì di riaddormentarsi
solo al mattino.
Però
non era tanto malato; quando si svegliò,
a mezzodì, la febbre non c'era già
più. Era solo debole e spaventato. Pensava
sempre al fratone trasformato e più ci
pensava più si sentiva stanco.
Si
trascinò fino alla chiesa, per vedere di
sollevarsi un po'. Ma il crocefisso, i ceri, le
panche e le pietre, era tutto cambiato. Tutto
un po' beffardo e minaccioso, misterioso e malato.
I
frati lo guardavano, curiosi, e poi si guardavano
fra loro. Avrebbero voluto chiedergli, sapere
tutto del fenomeno che gli girava accanto la notte,
ma non potevano star lì in chiesa a chiacchierare
come fossero al caffé, e allora lo guardavano
soltanto.
Gino
pensò che forse avrebbe dovuto salire all'altare
e spiegare nei dettagli l'avvenuto. Si immaginò
in lungo e in largo la scena e pensò a
tutte le descrizioni agghiaccianti da dare, più
i particolari inventati da aggiungere come i peli
lunghi e le zanne. Li avrebbe aggiunti, sicuro.
Ormai era convinto anche lui, d'averli visti.
Però
non era proprio una cosa da fare, quella di raccontare
l'avvenuto in chiesa. Tantomeno al refettorio.
I frati pregavano sempre, mica stavano lì
a farsi raccontare le cose.
Poi
a Gino, nel bel mezzo del pasto, gli venne in
mente che prima o poi sarebbe ricomparso, il fratone.
Non sarebbe stato per sempre a ululare alla luna.
Sarebbe ricomparso in chiesa, e al refettorio,
nel chiostro a zappare e a cercar di attaccare
bottone. E poi, chissà dov'era nascosto.
Magari in una stanza segreta... magari vicino
alla foresteria. L'avrebbe raggiunto sulla sua
branda... "fratacchio Gino!" e lui sarebbe
morto di paura.
Appena
finito di mangiare Gino si precipitò alla
sua stanza e si mise a arrotolare la coperta,
poi la fissò allo zaino.
Trovò
il frate anziano, lo ringraziò, gli chiese
di uscire.
Il
frate anziano scosse la testa come dire "capisco",
poi sospirò e gli chiese se potesse lasciare
un obolo per i poveri. Che poi erano loro.
Gino
fu colto alla sprovvista, soldi n'aveva pochini.
Però c'aveva tutte quelle cose rubate,
nello zaino. Si chinò in terra e spostò,
rimestò, scartò roba finché
trovò l'anello col rubino e si rialzò
porgendolo al vecchio.
"Ma...
figliolo...".
Gino
guardò l'anello, vide com'era bello e un
po' gli pianse il cuore, ma lo voleva fare.
"E'
un gioiello di famiglia...".
Il
vecchio lo prese sul palmo di mano e guardò
Gino senza sospettare e senza capire.
Poi
un frate giovane aprì il portone, lasciò
uscire Gino e richiuse.
Gino
fu fuori, in un sole franco e caldo e di colpo
capì quanto freddo facesse in convento.
Era un bell'ottobre, fuori. Gino, che era arrivato
a buio, senza vedere niente, capì di trovarsi
a mezza collina, con una bella valle di boschi
davanti. Gialli, arancioni e marroni. Gli si aprì
il cuore dalla gioia, di vedere quell'arlecchino
di natura lì disteso davanti a lui. A perdita
d'occhio, c'era che boschi colorati e colline
dolci.
XV.
In salita
Gino
imboccò una stradicciola, subito fuori
dal convento, che lo portò veloce verso
i boschi. E poi ci passeggiò un giorno
intero, fra quei boschi, godendosi i colori maturi
e odorosi, fermandosi solo pochi minuti, per mangiare
il pane e le noci presi in convento. Gli piaceva
camminare dritto e senza fine, dopo tanti giorni
passati a andare in tondo come i ciuchi.
Passò
fra noci, salici, pioppi, betulle, carpini e castagni.
Rigoglio di fogliolone e foglioline, ramuzzi già
spogli, verdi tremuli, gialli e venature rosse.
C'era
un fiume, nascosto fra gli alberi, che mormorava
e chiacchierava e poi borbottava sempre più
forte via via che il cammino si faceva più
ripido. Forse la strada andava verso un passo,
diventava sempre più stretta e in salita,
ma sempre carica di foglie, colori e fruscii.
Proseguiva
più o meno dritta fra gli alberi e si diramava
solo, a volte a destra, a volte a sinistra, verso
sentieri da cinghiali.
Fu
proprio su uno di quei sentieri che Gino decise
di mettersi, quando il sole scollinò dallo
zenit. Perché gli sembrava un filino di
terra più largo degli altri, che portasse
a qualcosa che non era solo una tana di bestia.
Dopo
pochi minuti si trovò su una salita ripidissima,
faticosa e scabra. Con gli alberi sempre meno
grassi e fruscianti, sempre più distanti
fra loro, intramezzati di noccioli bassi. Finché
ci furono solo lecceti e qualche castagno, a crescere
sulle pietre. In una valle strinta intorno a un
fiume in secca; e pietre anche lì, sul
letto. Non doveva essere un gran fiume nemmeno
in piena, ché per passarci sopra bastava
fare un salto.
Era
un pezzo che saliva, nell'aria già un po'
fina per l'altezza, quando incontrò un
paesino piccolo e brutto. Case di sassi grigi,
strade di ciottoli sconnessi, campi stenti intorno
e vigne stitiche. Era aspra la terra, da quelle
parti. Chissà dov'era. Non l'aveva mai
vista, la campagna così.
Gino
era parecchio stanco e si buttò a sedere
su un grande sasso all'inizio del paese, in prossimità
di una fila d'orti rachitici.
Chissà
come gli capitava a uno di vivere lì. Perché
lì, di tutti i posti che c'era nel mondo.
Lui, Gino, cominciava ad averne già visti
un bel po', di posti nel mondo. Ma mai, mai finora
gli era venuto in mente che ce ne fosse di così
piccini, isolati e poveri.
C'era
una donnina, sull'orto più vicino. Curva
che sembrava un giunco piegato col fuoco. Zappettava
senza forza sempre lo stesso quadratino di terra
e riusciva solo a rivoltar sassolini senza arrivare
alle zolle vermose. Co' uno scialletto bucato
sulle spalle stondate e un fazzoletto bucato sulla
testa, legato sotto il mento. Sembrava quasi non
gliene importasse nemmeno, di riuscire a zappare
davvero. Sembrava rassegnata da secoli, ancora
prima di nascere, a raspare sassolini nell'orto.
Comunque,
per povera e mal messa che fosse, viveva, c'aveva
una casa, mangiava. Gino c'aveva bisogno anche
lui delle stesse cose e quindi gli si avvicinò.
"Buongiorno".
La
vecchina smise di zappettare e lo guardò
con diffidenza.
"Scusate...
io... vengo da lontano...".
Gino
esitava. Che gli doveva dire a una persa da sempre
lassù?
La
vecchina soffiò nella bocca sdentata.
"Ma
che vuoi? Fila via!"
"Io,
solo... solo... è dura, qui la terra per
voi...".
La
vecchina si raddrizzò più che poteva,
appoggiando una mano su un fianco e stiracchiandosi
un po'. Guardò Gino, contenta di fare una
pausa. Poi si incartapecorì tutta agli
angoli della bocca e la gola gli sussultò
in una risatina chioccia.
"Se
me la vuoi zappare te, la terra...".
E
gli porse la zappa.
Gino
non capì perché, ma si sfilò
lo zaino, si tolse il maglione, si sputò
in mano e afferrò la zappa. Poi alzò
l'attrezzo fino alla testa e si scagliò
con tutta la forza contro il terreno ostile. Che
gli resistette bloccandogli la zappa a metà
della lama e sputazzando un paio di scaglie di
pietra ai lati. Gino la sfilò, in uno scricchiolio
poco promettente e la rialzò. Mentre colpiva
di nuovo vide la vecchina stringersi lo scialletto
intorno alle nocche adunche, sul petto, e allontanarsi.
Ci
dette dentro fino a sera, Gino, e dissodò
un campo così grande che di sicuro era
andato oltre il terreno della vecchina, ma non
importava.
Quando
quella venne, con un pezzo di pane rinvoltato
in un tovagliolo, le cascò la bocca in
terra dalla sorpresa.
"Ma...
o i' che t'ha fatto... s'e' arrivato fino al campo
d'Achille...".
A
Gino, dopo la camminata e dopo aver rinvoltato
zolle tutto il pomeriggio, gli girava un po' la
testa dalla debolezza e riuscì solo a fare
un sorrisetto ebete.
La
vecchina lo guardò bene e poi guardò
il campo, poi lo guardò e guardò
il campo ancora.
"Che
vo' lavorare?"
A
Gino gli era di già passato un paio di
ombre buie sugli occhi. C'aveva proprio fame.
"Sì...
se ce n'è, di lavoro...".
La
vecchina ridacchiò.
"Eh,
per essercene...".
Si
mise il pane sotto il braccio e gli fece cenno
di seguirla.
La
sua casa non era attaccata al campo. Stava in
cima al paesino, sul cocuzzolo, fra prati incolti
e ginestre. C'aveva due piani, stretti e lunghi,
messi di sbieco rispetto alla strada, per tagliare
il vento. Che lassù ce ne doveva essere
parecchio, d'inverno. Non pareva essere mai stata
una bella casa, ma in più ora era sporca
e sbertucciata, piena di crepe invase di piante
e con le pietre del tetto tutte smosse.
La
vecchina entrò in un portoncino piccino
picciò, in una cucina piccina picciò
dove su una seggiolina piccina picciò c'era
seduto il suo maritino piccino picciò.
Secco
anche lui, rugoso, curvo e catarroso. Respirando
faceva il rumore di un soffietto bucato. Stava
appoggiato al bastone e guardava il fuoco.
Quando
la moglie entrò sussultò sulla sedia,
a vedere che c'era anche Gino.
"Oh
quello, chi l'è?"
"Sta'
bono, Egisto. È un ragazzo... dice c'ha
voglia di lavorare...".
A
Gino le gambe gli si ripiegarono sotto e se non
s'appoggiava al muro sarebbe cascato in terra.
"Oh
Rina, a me mi sembra che per ora c'abbia voglia
di mangiare!"
Egisto
ridacchiò e tossì e rantolò
e scaracchiò facendo sfrigolare il catarro
nel fuoco.
Rina
scostò una sedia per Gino e gli mise una
scodella davanti. Un'altra la mise a capotavola
per il marito, che si alzò a fatica dalla
sedia tossendo dallo sforzo.
Rina
staccò la pignatta dal gancio, l'appoggiò
vicino al fuoco e ci rimestò a lungo. A
Gino, che si era seduto buono buono al suo posto,
gli girava la testa per i profumi di cenere, pappa,
e aglio che salivano in aria. Poi, finalmente,
la Rina versò una romaiolata di minestra
nel piatto di Egisto, una nel suo e una nel piatto
di Gino.
Gino
non capì più nulla, si avventò
sopra e divorò tutto in pochi secondi.
Era da più di un mese che non sentiva dei
veri sapori. Quando ebbe finito la pappa strusciò
col cucchiaio ben bene e poi col pane, una scarpetta
al centro e via torno torno sui bordi che alla
fine la scodella era più pulita che fosse
stata passata nell'acquaio.
Gino
cercò di soffocare un rutto grosso come
un melone che nonostante i suoi sforzi uscì
sfiatando l'aglio. Allora, per scacciare un po'
l'aglio, afferrò il bicchiere di vino e
se lo trangugiò in un sol sorso. E il secondo
rutto non cercò nemmeno di nasconderlo.
Sorrise e si strisciò le mani sulla pancia.
Si sentiva bene, caldo, stanco e pieno come non
lo era mai stato. Poi alzò lo sguardo e
vide che i vecchini lo fissavano, fermi e stupiti.
Avevano ancora la prima cucchiaiata ferma a mezz'aria.
"Buon
pro ti faccia!"
Ridacchiò
la Rina. Anche Egisto ridacchiò e tossì,
poi si misero a succhiare piano piano dai cucchiai.
Gino
finì il pane e si servì dalla fiaschetta
ancora un mezzo bicchiere. Gli sembrava di sorridere
tutto e il tempo e non poteva farci niente.
Quando
ebbero finito, Rina sparecchiò e sciacquò
i piatti in un catino. In casa non c'era l'acqua.
Egisto
guardava Gino e tossicchiava. Quando Rina ebbe
finito prese un lume, accese lo stoppino basso
basso e si rimise a tavola con loro.
Egisto
si grattò le rughe della gota facendo il
rumore della carta vetrata e poi indicò
col mento verso il punto dove c'era stata la scodella.
"Era
tanto non vedevo uno con questa fame... da 'ndove
vieni?"
Rina
appoggiò i gomiti a punta sul tavolo e
lo fissò.
Gino
prese un bel respirone e sorrise, prima di parlare.
"Sono
stato in convento."
Poi
si godette l'effetto. I vecchini lo fissavano
con pena e rispetto.
"Ma
non c'avevo voglia di rimanere, e allora sono
partito".
Rina
e Egisto si guardarono fra loro, un po' imbarazzati.
"No,
ma io... non avevo mica preso i voti...".
Rina
e Egisto si voltarono.
"Non
ero un vero prete".
Fecero
"ahhhh" tutti e due insieme e poi ridacchiarono,
contenti.
"Brutta
cosa, gli spretati!"
Disse
Rina.
Egisto
lo fissò a lungo. Fuori si stava alzando
il vento e qualche battente, da qualche parte
della casa, colpiva un muro.
Rina
si guardava le mani, con le grosse nocche intrecciate
fra loro sul legno.
Gino
si appoggiò alla sedia e fissò il
tavolo di legno vecchio e unto. Le venature di
sugo e graffi, ombre vecchie di pasti a secoli
interi.
Intanto,
vicino a lui, marito e moglie si rimisero a guardarsi.
"Mi
pare ci sarebbe bisogno...".
"Eh,
per esserci bisogno...".
A
Gino gli arrivavano le parole insieme ai colori
del legno e altre tre o quattro scenette che erano
già l'inizio di chissà quale sogno.
"Ci
si potrà fidare... tenersi uno sconosciuto...".
"Che
vuoi ci pigli?! Tanto più ci ammazza...
e allora tanto meglio, così s'è
finito di patire!"
Risatine
roche e stridule da una distanza lunghissima.
Poi
i vecchini si alzarono, strusciando le sedie sul
pavimento, e aggeggiarono ancora un po' in giro.
Uno di loro strinse forte una spalla a Gino, per
svegliarlo e farlo alzare.
Poi
si incamminarono tutti e tre, in fila, per le
scale strinte e ripide. I vecchini sbuffando e
poggiandosi colle mani sulle ginocchia a ogni
scalino. Gino strisciando con una spalla al muro
e con gli occhi socchiusi.
Dopo
tanto tempo arrivarono in cima. I vecchini ansimarono
e si ripigliarono per qualche minuto. Poi Egisto
si avviò verso la sua camera e cominciò
a spogliarsi e tossire.
Rina
tirò Gino per una manica e lo condusse
in un'altra stanza, dove c'era un lettone matrimoniale
nel mezzo e tre brandine intorno.
"Mettiti
dove vuoi... era la camera dei mi' figlioli".
Gino
si buttò, vestito, sulla prima branda e
cominciò subito a sognare. Da lontano gli
arrivava la voce della Rina.
"Qui
c'è il cantero e lì una brocca d'acqua,
ma l'è vuota... poi domattina te la riempio...".
XVI.
Rina e Egisto
C'avevano
avuto otto figlioli ma due erano morti di febbre
spagnola e uno di polmonite, che era ancora in
fasce.
Quegli
altri cinque rimasti, tre erano maschi, e due
femmine. Due maschi erano andati a Arezzo, a lavorare
come braccianti. Uno era a fare il militare. Le
femmine s'erano sposate, e vivevano in dei casolari
lì vicino, nei monti intorno. Si vedevano,
ogni tanto.
In
paese erano in dodici in tutto perché qualcuno
era partito e parecchi erano morti. Però
loro erano gli unici vecchi a essere rimasti soli.
Ma ora c'era Gino, che in cambio di vitto e alloggio
si spaccava la schiena sulle pietre tutto il giorno.
S'avvicinava
l'inverno, i cieli a piombo, i venti grigi, l'aria
secca prima della neve.
Gino
era contento d'avere un tetto sulla testa. Un
letto tutto suo, in quella stanza piena di letti,
dove stare a lungo, lungo disteso. Guardare il
soffitto basso e la finestra piccola davanti al
grigio chiaro del cielo. Involtato nella coperta
morbida. Bozzo, fermo lunghissimo tempo. Respirava
l'aria fredda e si godeva i brividi fra i peli
caldi della coperta. Disagio fuori e batuffolo
comodo dentro. Ma fuori era ovunque oltre la coperta
e dentro era giusto sulla sua pelle, non oltre
la punta del naso.
Ci
passava gli interi pomeriggi, così.
A
volte pioveva e allora c'era il pillettio delle
gocce sul tetto e le corse lacrimose delle gocce
sul vetro. E odore di aria bagnata che entrava
dagli spifferi.
Lavorava
solo la mattina, col fiato rappreso a mezz'aria
e le dita rigide sul manico di legno. Poche ore
di vanga, alla fontana, fra le galline. Aggiustava
gli attrezzi con cura e li rimetteva a posto nel
casottino, accanto all'orto.
Non
aveva mai avuto tanto daffare e tante responsabilità.
Ne aveva le spalle rotte e l'animo un po' ingombro,
di questa sensazione. Che doveva andare avanti
e non guardarsi mai intorno. Lavorare, aggiustare,
rincasare, dormire e mangiare, alzarsi, lavorare
e via tutto così. Senza distrarsi e sperare,
con l'inverno addosso. Si era rinchiuso il cervello
in un puntino e non lo muoveva più di lì,
tanto non c'era dove potesse andare.
Egisto
stava sempre male. Tossiva e catarrava e tremava
accanto al fuoco. Tutto il giorno. La notte tossiva
e catarrava e tremava accanto alla moglie, nel
letto.
Rina
stava sempre a preparar scaldini e impiastri.
La casa odorava di carbonella e di semi di lino.
Per
ore e ore di buio, sempre più lunghe ogni
giorno.
Rina
e Egisto dormicchiavano, seduti nel camino. Gino
guardava il fuoco e il puntino del cervello gli
guizzava su e giù, senza spostarsi troppo.
I
primi giorni si era portato qualche legnetto da
tagliuzzare col temperino, ma non era bravo e
gli venivano fuori delle forme contorte e scheggiose
lì dove avrebbe voluto cavare un uccellino
o uno scoiattolo. Finiva sempre tutto nel fuoco.
Non
c'aveva tanta manualità e anche quella
volta che aveva voluto fare una scopa di rametti
legati col fil di ferro era finita allo stesso
modo, mangiata dalle fiamme.
La
Rina ogni tanto socchiudeva gli occhi e lo guardava
aggeggiare. Non diceva nulla ma gli doveva sembrare
una gran perdita di tempo. Tempo perso allo star
fermi a dormicchiare nel camino. E infatti, dopo
qualche settimana, anche Gino stava fermo ore,
a sedere nel camino. Dormicchiando e saltellando
intorno al suo minuscolo puntino di cervello.
Mentre
fuori l'inverno schiacciava il mondo coi suoi
piedi neri.
Poi,
almeno, fosse venuto fuori qualcosa di buono,
da tutto quel vangare. Ma più che cavolo
non c'era e quello mangiavano, insieme a tozzi
di pan secco che per farlo rinvenire doveva bollire
sul fuoco per ore.
Per
fortuna era morta una gallina, una volta, e c'avevano
fatto il brodo. Anche Egisto s'era sentito meglio.
Tutti avevano ciucciato gli ossicini a lungo e
s'erano fatti durare il lesso per due giorni.
Due giorni che il vino sembrava più buono
e ne avevano bevuto di più, il cielo s'era
placato e la notte era senza vento. A cena avevano
riso e Egisto s'era ricordato una canzoncina sconcia
di quand'era giovane e l'aveva canticchiata ma
piano, perché era timido. Poi era diventato
serio e aveva parlato a lungo di un suo amico
che c'aveva la malattia, delle donne e non ne
poteva proprio fare a meno e andava in città
apposta, per le feste, e visitava tutti i bordelli.
E s'era preso anche lo scolo, quel grullo, che
così oltre ai soldi ci aveva rimesso anche
l'uccello.
Qui
la Rina s'era un po' imbarazzata. Gli doveva parere
brutto parlare così a uno che aveva quasi
preso i voti. Ma quando disse "Ovvia, Egisto,
che ti paiono discorsi da farsi con un ragazzo...",
Egisto, che era un po' alticcio, continuò
come una trombetta. Che lui non aveva mai speso
soldi per le puttane, né per le sigarette.
A parte una volta sola, che s'era comprato una
sigaretta a una fiera e gli era andata di traverso
e allora aveva giurato che non ne avrebbe comprate
più. E così era stato. Una sigaretta
"Macedonia" in tutta la vita. E una
donna.
Per
cambiare l'argomento e stare più sul leggero
Rina aveva tirato fuori le storie di quelle parti.
Che alla sua vicina di casa, quando lei era bambina,
qualcuno gli aveva fatto il malocchio. E quella,
che c'aveva sette figlioloni uno più grande
e più sano dell'altro, gli si erano ammalati
tutti insieme e in pochi giorni stavano tutti
per morire. Allora la loro mamma, disperata, era
andata dalla più vecchia del paese, che
viveva da sola e c'aveva più di cent'anni.
E quella gli aveva detto: "guarda che te
li stanno ammazzando. Qualcuno ti invidia e gli
ha fatto il malocchio".
Allora,
pensa e ripensa, a quella e altre donne del paese
gli venne in mente chi poteva essere stato. C'era
la Ziba. Mai sposata. Senza figli. E guardava
tutti con l'occhio cattivo e nessuno l'avvicinava
mai e gli parlava nemmeno più. E che si
diceva che facesse le fatture e parlasse coi morti.
Allora, la mamma di quelli malati, tornò
dalla vecchia per sapere che doveva fare. La vecchia
gli disse: "prendi le camice dei tuoi ragazzi
e falle bollire in un pentolone d'acqua. Poi,
a mezzanotte, colpiscile con un forcone. Ma tanto,
finché ce la fai".
La
donna prese una camicia per uno e il pentolone,
e di notte si mise a fare il fuoco e a mezzanotte,
con l'acqua che bolliva, si mise a pigiare col
forcone sulle camice. Quelle bollivano e rimescolavano
nell'acqua e lei le colpiva colle punte, più
forte che poteva.
Dopo
pochi minuti sentì bussare e gridare alla
porta. Lei continuò a colpire. Allora i
gridi diventarono lamenti e i colpi sempre più
deboli. Non smise e continuò a pigiare
col forcone. Allora i colpi smisero e si sentiva
raspare alla porta con le unghie e un rantolo
come una bestia ferita. La donna colpì
ancora e continuò finché non sentì
più nulla. Allora mise giù il forcone
e andò a aprire la porta. Davanti a casa
c'era la Ziba, tutta contorta in terra, con la
faccia e i bracci coperti di graffi e buchi profondi.
E tutti i vestiti anche, strappati e bucati dappertutto.
I
ragazzi si rialzarono subito, guariti. E da quella
volta la Ziba non fece più male a nessuno.
Sì,
perché nel paesino, di dodici che erano,
anche adesso almeno due facevano le fatture e
si intendevano di pozioni e altre stregonerie.
A
Gino, verso gennaio, gli venne il fuoco di Sant'Antonio.
Bubboni gonfi sotto le ascelle e nella schiena
e rossore da carboni ardenti. Gino se l'aspettava,
tutti gli inverni a lui gli veniva qualcosa. Ma
questa volta era peggio, perché un dolore
come quello di avere il fuoco addosso lui non
l'aveva mai sentito. Aspettò qualche giorno
a dire che stava male. Poi, quando non ce la fece
a alzarsi la mattina e rimase disteso a digrignare
i denti contro il cuscino, la Rina gli alzò
le maglie e a lui gli sdrucciolò un lamento
fra i labbri.
"Oh
madonna, porino... guarda come s'è conciato...".
Dopo
pochi minuti era bell'e fuori, a chiamar la Tinta.
La
Tinta era una donnina piccina come lei, ma rossa
di capelli che pareva tinta. Per questo la chiamavano
così, da quando era bambina. La Tinta c'aveva
il tocco e poteva guarire la gente, anche di malattie
gravi.
Gino
ormai c'aveva la nebbia del dolore su tutte le
cose. Guardava e non vedeva bene quello che facevano
intorno. Vide le donnine, che gli sembravano minuscole
come bambine vecchie, che pregavano fitto fitto.
Vide la Tinta armeggiare con una bacinellina e
una fiaschetta d'olio. Sentì i diti steccherozzi
della Tinta duri e unti passargli su tutti i bozzi
gonfi e fra le fiamme sotto pelle. Scivolavano
su e giù insieme a parole strane, mai sentite.
Quando
ebbe finito, la Tinta mise via gli ammennicoli
che s'era portata dietro e si mise a parlare del
più e del meno con la Rita.
Gino
si addormentò.
Si
svegliò dopo parecchie ore e si impressionò
di qualcosa di diverso che c'aveva e che non capiva
cos'era. Scattò anche a sedere sul letto,
dallo spavento di sentirsi tutto d'un colpo bene.
Si
toccò e si guardò addosso. Senza
ponfi e senza dolore, solo appena appena un po'
di rossore qua e là. Saltò giù
mezzo gnudo com'era e scese in cucina, dove la
Rina preparava la cena.
"Rina...
sono guarito!"
La
Rina in piedi al lavello e Egisto seduto a tavola
lo guardarono sorridendo.
"Bene,
domani lo vo a dire alla Tinta".
La
Rina si rimise a girare nella pignatta, dove sbollottava
una minestra.
"Vestiti,
però, prima di venire a tavola".
Gino
vide che c'era già una scodella al suo
posto, la Rina sapeva. Si vestì per la
cena e mangiò per tre. E non ebbe più
fuochi addosso.
Poi
anche di un giradito, che gli venne il mese dopo,
la Tinta lo guarì con una frase e un unguento
misterioso che si passavano da almeno dugent'anni
nella sua famiglia. Invece quello che gli avevano
dato per il foco di Sant'Antonio era solo olio.
Lì erano le parole, a essere segrete perché
erano quelle che guarivano davvero.
Comunque,
in tre giorni la pomata gli fece passare il giradito.
Giradito che gli veniva sempre col freddo, sulle
nocche delle mani e che di solito gli rimaneva
tutto l'inverno.
Per
Egisto, invece, la Tinta non poteva fare niente.
Lei c'aveva il tocco per le cose della pelle e
dei nervi. Ma i polmoni...
C'era
stata la Bigia, fino a pochi anni prima, che salvava
la gente dalla tosse canina, il capogatto e anche
la tisi.
Ma
ora non c'era nessuno e il povero Egisto tossiva
e scatarrava ormai da quattro mesi.
"Si,
ma gli passa...", diceva la Rina, "gli
viene ogni inverno, poi guarisce".
Peccato,
però, perché quando era giovane
era un pezzo d'uomo che non si poteva immaginare,
a vederlo così. Andava fino ai boschi dell'Alpe
della Luna per trovare la legna e tornava con
dei tronchi interi sulle spalle. Lei, quando partoriva,
c'aveva sempre la casa che era un forno perché
Egisto passava tutto il giorno a fare il fuoco
con degli alberi interi. Da quando gli era morto
il bambino di polmonite, ogni parto che c'era
in casa poi per dei mesi si sudava, da quanto
faceva caldo.
E
era stato sempre così forte... quella volta
che un mulo carico di legna gli era sprofondato
nella neve non aveva fatto discorsi: aveva scavato
una buca sotto e poi se l'era preso sulle spalle,
il mulo e il carico insieme. E via! In un momento
tutto fuori dalla buca.
Gino
guardava il vecchino pallido finito dalla tosse
e quasi non ci credeva. Ma la Rina diceva sempre
la verità.
In
una foto tutta marrone e gialla, cogli angoli
mangiati dagli anni, c'erano loro sposini novelli.
Fatta in città, a Arezzo, un giorno che
erano andati per una fiera. E Egisto era un pezzo
d'uomo tarchiato, col collo di un toro, che teneva
la Rina bella in carne e tutta emozionata, seduta
su un avambraccio, come fosse una bambolina di
bisquit.
E
difatti, ai primi di marzo, fra gli umidicci un
po' meno freddi della stagione che finiva, Egisto
si riprese.
Non
tossicchiava più. Non sputacchiava nel
fuoco biglie verdi di catarro. Dormiva tutta la
notte e la mattina c'aveva un colorito rosina
sulla faccia. Poi gli si cominciarono a riempire
le buche nelle gote e anche la schiena gli si
raddrizzò un pochino.
Gino
si sentiva rimescolare di un'emozione che non
aveva mai sentito prima.
Andò
di nascosto nel pollaio, il pomeriggio, a strozzare
una gallina. Che se gli avesse torto il collo
la Rina se ne sarebbe accorta. Invece, così,
sembrava fosse morta anche quella di vecchiaia
e se la mangiarono di nuovo fra grandi chiacchiere
e contentezza. Ed Egisto rideva senza tossire
e si alzò anche un paio di volte da tavola,
per riattizzare il fuoco.
Gino
cominciò a cinguettare come un passero
e raccontava di qui, e di là. Dove era
stato e cosa aveva visto, e della ragazza pazza
e delle stringhe che non gli era riuscito di vendere,
il cavallo imbizzarrito, la villa de' Cenci, il
suo amico Italo scacciato.
Ci
mise fino a Aprile, per raccontare tutto quello
che aveva fatto. E a Aprile Egisto stava bene,
e lo accompagnava nell'orto per aiutarlo.
A
Gino, di colpo, gli si schiuse il puntino nella
testa. Un pomeriggio che era il primo di primavera,
agli inizi del mese. All'improvviso, senza volerlo,
si trovò ad annusare l'aria a occhi chiusi
e la testa gli scappò via, in un istante,
dietro gli odori portati dal vento.
Eppure
il cielo era ancora grigio, e la brezzettina fresca
e tesa. Faceva ancora buio presto e gli alberi
erano in ritardo sulla stagione.
Ma
quando riaprì gli occhi vide Egisto che
lo guardava un po' sorpreso. Chissà che
faccia doveva aver fatto.
Poi
venne l'ultima neve, a mucchi feroci contro i
muri delle case. Gelò qualche germoglio
che già spuntava sui rami e spezzò
qualche panno teso a asciugare, che si era gelato
e era diventato più fragile di una ragnatela.
Spezzò
anche la pazienza di Gino, che si trovò
a camminare fra il vento bianco, coi fiocchi che
sembrava gli si conficcassero in faccia come spilli.
E lui camminava nella neve sempre più alta,
furioso. Non gli riusciva più di rimettersi
buono ad aspettare. Doveva fare qualcosa subito,
sennò era meglio camminare nella neve fino
a congelarsi.
Dice
non faceva nemmeno male, morire così. A
Achille gli era successo, una volta, di trovarsi
nella tempesta. E non ci aveva nemmeno pensato.
S'era stretto nel mantello e s'era lasciato cadere
accanto a un masso. Poi s'era addormentato come
un bambino alla poppa della mamma, tutto confuso
dal freddo. Ma il suo mulo si era messo ad annusarlo
e morderlo sulla testa e lui si era svegliato.
Aveva levato le fascine di legna e s'era messo
a cavalcioni. Poi il mulo l'aveva riportato in
paese.
Gino
si mise contro il tronco di un albero e aspettò
che gli venisse quel torpore del freddo. Non per
morire, ma per vedere com'era. Ma non successe
nulla perché lui era troppo agitato e caldo
di rabbia per poter congelare nel sonno. Poi gli
aghetti dei fiocchi di neve continuavano a fargli
male sugli zigomi e sulla punta del naso, a entrargli
negli occhi e nel collo del maglione. Gino camminava
veloce a gran passi, alzando bene i piedi, sembrava
uno col ballo di San Vito. Anche perché
cambiava sempre direzione, un po' in qua, un po'
in là, per cercare di evitare gli spilli
di neve.
Finché
si trovò a pochi metri da un omone alto
e largo, coperto di neve sul mantello e sul cappello
nero.
Gino
scappò a gambe levate e andò a nascondersi
dietro un abete.
Quello
non l'aveva visto, perché c'aveva il capo
basso, contro il vento, e camminava piegato dallo
sforzo di tirare un mulo.
A
Gino gli si spalancò la bocca dalla paura.
In
quei monti c'era un brigante. Grande come una
montagna e spietato. Fermava tutte le carrozze
nelle valli, e le corriere e anche solo le file
di muli che portavano qualche merce. E aveva ammazzato
tutti quelli che avevano provato a fermarlo. Glielo
aveva raccontato la Rina, che diceva sempre la
verità.
Intanto
il brigante di Gino si reggeva con una mano il
cappello, con l'altra tirava un mulo stanco, carico
di roba coperta da una tela ormai bianca di neve.
Se
era il brigante di quei monti, e si accampava
lì, Gino non poteva muoversi né
farsi vedere. Allora davvero c'era il caso che
gli prendesse il sonno e poi si scordasse di tutto
e morisse senza accorgersene. Già non gli
facevano più male gli spilli di neve, e
se metteva un dito sul naso non sentiva né
l'uno né l'altro.
Sennò
doveva fare come Secondo, il fratello di Primo.
Lui l'aveva incontrato, il brigante, proprio sull'Alpe
della Luna. Di notte, mentre tornava da una fiera
col sacchetto dei soldi attaccato alla cintura.
Però Secondo era un gran pezzo d'uomo,
che col cappello a punta non passava dalla porta
d'un granaio. E che c'aveva sempre il trombone
con sé e non lo lasciava mai, nemmeno in
casa. Quando mangiava agganciava la tracolla alla
seggiola.
Secondo
si trovò il brigante davanti e i due erano
grossi uguale, col mantello buttato su una spalla
e il trombone bene in vista, sulla spalla scoperta.
La faccia nascosta dal cappello a punta.
Si
erano fissati un po', da sotto il cappellone,
fermi nel buio. Secondo non c'aveva paura, non
c'aveva paura di niente, lui. E quando il brigante,
con un vocione da orso, gli sbraitò addosso
"altolà, chi siete?" Secondo
gli urlò indietro "sono Secondo Milli,
e tu chi sei?" col trombone già in
mano.
Il
brigante non aveva risposto. Era rimasto qualche
momento a guardare il passante coraggioso e a
pensare. Poi aveva voltato le spalle e se n'era
sparito nel buio. Il buio freddo della notte...
"Chi
sei? Oh... oh!"
A
Gino gli arrivò più la manata sulla
spalla che la voce che lo chiamava.
Perché s'era accoccolato accanto all'albero
e aveva chiuso gli occhi e stava sognando il buio
nero in cui era sparito il brigante.
Non
c'ebbe nemmeno paura quando vide l'omone che lo
scuoteva. Perché c'aveva già tutta
la faccia, le mani, e mezzo cervello congelati.

XVII.
Franz Schneider
"Franz
Schneider, lo imbattibile, per servirvi...".
L'omone,
Franz, si inchinò col capo fino ai ginocchi
e il cappello in mano, che sventolava in fondo
al braccio. E rimase così un pezzo, perché
Egisto e la Rina erano stecchiti di stupore.
Fu
Gino, buttato nel camino, a parlare per primo.
Nonostante c'avesse i labbri torpidi e bluastri.
"L'ho
incontrato nel bosco... mi stavo addormentando...".
Franz
allora scattò su come una molla e batté
i tacchi alla prussiana.
"Appena
in tempo, per evitare morte congelata!"
Rina
si buttò su Gino, e cominciò a strofinarlo
tutto.
"Levagli
le scarpe!"
Egisto
si inginocchiò subito e gli sfilò
gli scarponi, poi si mise a massaggiargli i piedi.
Franz
stava accanto al camino, col cappello in mano,
così zitto e compito da farsi notare.
Dopo
qualche minuto a Gino gli prudeva la faccia, le
mani e i piedi così forte che pareva gli
fosse tornato il foco di sant'Antonio. Gridò
forte e scacciò le mani della Rina dai
suoi bracci.
"Bene,
è passata!"
La
Rina e Egisto si raddirizzarono lentamente, ansimando
un po'. Perché avevano massaggiato a lungo
e anche per prendersi il tempo di guardare Franz,
sempre fermo lì accanto, con la faccia
di circostanza. Che ora, dato il lieto fine, era
una faccia contentissima, tuta bianca di denti
e rossa di emozione.
Gino
si tirò fuori dal camino e porse la mano
a Franz.
"Grazie,
signore...".
"Oh,
ma non è stato niente... chiunque al posto
mio...".
"Ma
voi chi siete?"
La
Rina lo fissava con già una mezza idea
negli occhi.
Franz
fece un altro inchino.
"Franz
lo imbattibile, attore, saltimbanco, ammaestratore
e mago".
Egisto
si rallegrò subito e fece un sacco di festa
a Franz.
"Prego,
mettetevi comodo!" scostando una sedia dal
tavolo.
La
Rina non era tanto convinta e nascondeva le mani
sotto il grembiule.
"Rina,
o che aspetti! Porta il vino per il signor Franz!
Egisto
batté una manata sul tavolo che risuonò
forte. Segno che riprendeva le forze e il possesso
della casa.
La
Rina non si spostò di una virgola, sempre
con le mani in tasca.
"Allora...
Rina!"
Egisto
mostrava coi palmi delle mani l'ospite lasciato
a secco.
La
Rina sbuffò e si avviò alla credenza,
dove aveva nascosto il vino sotto chiave. Chiave
che teneva sempre con sé perché
da quando Egisto stava meglio, diceva, il vino
andava via peggio dell'acqua.
Comunque.
Il vino fu portato e bevuto, i visi tutti più
rossi e distesi, anche quello della Rina che si
mise a ridacchiare dopo il secondo bicchiere.
A
Gino gli avvampavano le gote, che gli pareva schizzassero
fuori dalla faccia. Franz era tutto lustro di
caldo e di sudore, perché non s'era ancora
levato la zimarra.
"È
bello essere qui! Dopo tanto viaggiare...".
Franz
fece la faccia stanca e persa del grande viaggiatore.
Franz riusciva a cambiare l'espressione della
faccia per ogni parola che diceva lui, o che veniva
detta da un'altro.
Veniva
da Bologna, dopo aver girato per tutto il nord
d'Italia. Era di un paesino vicino Stoccarda,
ma aveva lasciato da tanti anni la Germania, quando
aveva solo sedici anni.
Un
carrozzone di italiani che era passato vicino
al suo villaggio, lo spettacolo la sera, a lume
di fuochi. Facce come mascheroni che guizzavano
al ritmo delle fiamme e lingue strane, agitarsi
di vesti puzzolenti e stanche di troppi viaggi
fra scolli e poppe e bocche larghe di battute
sguaiate.
E
tutti i giorni lui, Franz, lasciava la bottega
e li spiava al mattino. Nelle nebbie intontiti
di freddo, perso il mascherone e le battute, i
nasi paonazzi piangevano miseria. A rimestar paioli
e scuotere coperte. Come gitani qualunque.
Poi
ci tornava la sera, a riveder le stesse facce
accese dal fuoco e dalla gioia di inventare davanti
ai bifolchi. Le donne bellissime, bianche e lisce,
strizzate nei vestiti variopinti. Gli uomini alteri
come i personaggi, o ridicoli, a seconda. Ma sempre
così troppo da essere soprannaturali.
Due
volte il padre, merciaio, l'aveva intercettato
fra le risate e i pesticcii nel fango. Afferrato
per i capelli e trascinato a casa. Poi cinghiate
e urla, la madre a mangiarsi le mani in un angolo,
i fratelli chiusi in camera dalla paura.
Ma
lui, al mattino, ci ritornava. A guardare le stesse
persone della notte e capire chi fosse il re e
chi l'amante pazza. Chi il giullare, e chissà
chi aveva fatto la questua, nell'intervallo.
Una
giovane dai capelli corvini lo aveva visto fin
dal primo giorno, e lo salutava con la mano. Si
spazzolava cento volte le ciocche lunghe al sedere.
E quasi ad ogni colpo di spazzola lo guardava.
Aveva le mani lunghe, lisce, dipinte di rosso.
Non le avevano mai viste, da quelle parti.
E
per una settimana fu così, spettacoli e
frustate, grida da spaccare gli orecchi in casa
e frasi che navigavano lontano la sera.
Poi,
una mattina, la giovane dai capelli neri si alzò
dallo sgabello dove si spazzolava e gli andò
incontro. Con la mano tesa, per conoscerlo. Lui
la toccò e capì che non avrebbe
mai più potuto lasciarla. Mai.
La
ragazza gli presentò tutti gli altri e
Franz capì che erano soltanto quattro.
Quattro guitti per una marea di intrecci. Come
potevano riuscirci?
E
il loro capo, il re, ma anche il buffone e l'uomo
che porgeva il piattino, lui gli si parò
davanti e gli sorrise nel mezzo a una barba da
profeta. Che era finta, perché si provava
un costume. Poi il re mise un braccio intorno
alla vita della ragazza e la baciò su un
orecchio e la ragazza gli si strinse vicina. Ma
guardando Franz, fisso fisso. E Franz corse via,
corse alla bottega fra i nastri e i metri del
padre e le pezze di stoffa, le trine e i fili
da ricamo. Entrò correndo e gli gridò
addosso che se ne andava, che lasciava tuto e
tutti per partire col carrozzone, quando se ne
sarebbe andato.
Poi
via a nascondersi fra le sottane delle attrici,
che lo chiusero in un baule quando il padre venne
a reclamarlo, un'ora dopo. E rimase lì
nascosto nel carrozzone per due giorni, e per
due giorni sentiva il padre che veniva a gridare
e gli attori che facevano gli gnorri, ridendo
e parlando in italiano, e canzonando, recitando
monologhi.
Poi,
al mattino del terzo giorno, gli attori raccolsero
le loro cianfrusaglie, attaccarono i cavalli e
lasciarono il campo.
Franz
si affacciò al carrozzone che s'era appena
mosso e lo vide lì, suo padre. Con la madre
accanto, fermi stecchiti di dolore.
Franz
li salutò con la mano ma loro non si mossero.
Lo guardavano fisso e piangevano senza rumore,
con le braccia senza forza lungo i fianchi.
E
anche lui pianse, tutto il mattino. Finché
la ragazza salì sul carrozzone, durante
una sosta, e venne a consolarlo. Lo consolò
fino a sera, e lui si dimenticò del padre
e della madre, delle feste consacrate e di tutto
quanto aveva detto e fatto fino a quel momento.
E
poi così, di anno in anno, di meta in viaggio,
di personaggio in personaggio. Franz imparò
l'italiano e il repertorio. Imparò un sacco
di posti e di strade, che non poteva nemmeno immaginare
esistessero nel mondo. Quando passarono le Alpi,
ed era già estate, a lui gli sembrò
di nascere solo in quel momento, e si mise a gridare
fra le vette. Che almeno l'eco poteva volare come
gli sarebbe piaciuto fare a lui.
La
ragazza però rimase poco, con loro. Diceva
che stava male e che doveva tornare al suo paese.
Per cui la lasciarono giù dalle parti di
Ravenna. E solo dopo tanti tanti anni a lui gli
si era snebbiata la mente e aveva capito che in
realtà lei era nei guai, chissà
da chi, e che si era fermata per liberarsi.
Seppe
un giorno che aveva ripreso la strada poche settimane
dopo, con un'altra compagnia che andava verso
sud.
E
ancora ci pensava spesso, al suo primo grande
amore.
Con
un gran sospiro Franz si zittì, e c'aveva
proprio il viso di chi è perso dietro memorie
troppo belle e dolorose per poterne parlare.
La
Rina russava col mento sul petto e Egisto stringeva
il bicchiere vuoto con l'occhio partecipe e stupido
di chi ha bevuto troppo.
Gino
stava ancora su una strada, a sballonzolare su
un carrozzone, a fare l'amore furiosamente con
una bellissima bruna dalle mani lisce lisce.
Così
Franz entrò anche lui nella casetta. Ospite
fisso, accomodante e non pagante.
Stava
tutta la mattina a letto, nel lettone matrimoniale
della stanza dei figli. Si alzava a mangiare,
curava il mulo nell'avanzo di stalla che ancora
stava al pian terreno della casa, leggeva delle
scartoffie che aveva sparso sulle brande.
"I
copioni!" aveva gridato sventolandone uno
"bisogna averli tutti qui!" s'era picchiato
il testone "sempre!"
E
s'era prodotto in un pezzo urlato e sospirato,
tutto curvo a tratti e poi slanciato verso il
cielo.
"L'Orlando
Furioso, mio preferito".
Gino
non ci aveva capito nulla ma applaudì a
lungo e rise. Franz si inchinò come davanti
a un capo di stato.
Il
giorno dopo Franz insistette perché la
Rina e Egisto lo seguissero, e si mise a urlare
in strada, a metà mattina. Le poche facce
che c'erano si affacciarono, l'unico passante,
Achille, si fermò.
C'erano
tutti, tutti e dodici più Gino.
Franz
salutò il pubblico, e il ridente paese
che lo accoglieva, e magnificò l'estro
dei poeti e la grande sublime opera dell'Ariosto,
che lui solo ed unicamente per quel pregiato pubblico
si stava mettendo a declamare.
E
fu magia, fin dai primi versi berciati per strada.
Mentre cavalieri e avventure, guerre amori e trabocchetti
si snocciolavano fra le labbra sapienti di Franz.
Gino e i vecchietti si erano persi fra le rime
e non cercavano nemmeno di salvarsi, lasciandosi
menare dove le sillabe portavano, una per una,
a seguire i suoni di vite bellissime.
Franz
recitò per quasi un'ora e non ci fu nemmeno
un sospiro.
Solo,
quando si inchinò, le mani dure e artritiche
dei vecchietti batterono le nocche gonfie le une
sulle altre e fu un applauso forte e sentito.
E
l'effetto durò abbastanza a lungo perché
Franz potesse raccogliere il suo cappellone e
passare davanti a tutti, col sorriso composto
e infiniti ringraziamenti. Raccolse una sola moneta,
da Gino. E poi una corda, un bottone, un pezzo
di pane. Alcune vecchine tornarono a casa apposta,
per portare qualcosa a Franz. Ma più in
là di un pezzo di cacio non si andò.
Franz
comunque sembrava contento, e esageratamente grato.
"Grazie
illustrissimo, Eccellenza grazie, oh... madama
grazie, grazie di sua gentilezza".
Poi
il gruppetto si sciolse, ma senza allontanarsi
troppo. Tutti a dire che era stato bello. Eh sì,
era sempre bello avere degli attori...
"Poi,
a me, di tutti è quello che mi piace di
più, l'Orlando Furioso".
Gino
si voltò a guardare Achille e d'un tratto
comprese. Comprese perché in paese c'erano
Achille e Egisto, Filandro, Parmenide e Amleto.
Mentre
rientravano a casa, Franz a guardare con faccia
schifata la roba raccattata nella colletta, Gino
chiese "ma che ci passano tanti attori, di
qua?"
"Eh...?
Attori... ah sì, certo. C'è il passo
qui. Chi viene da nord in Toscana, passa di qui,
anche. Io di solito no. Io prendo i fiumi. Ma
avevo deviato da solito itinerario, volevo comprare
una ragazza."
S'era
sbagliato, certo. Perché non sapeva l'italiano.
Eppure
Gino vagheggiò tutto il pomeriggio di una
bella attrice dalla pelle bianchissima chiusa
in un carrozzone e attaccata a catene d'oro.
Solo
che sarebbe stato difficile, legarla al mulo.
Gino
seguiva Franz alla stalla e lo guardava strigliare
e levare gli escrementi. Lavare il mulo con la
paglia e lisciargli la criniera con le dita, strecciando
i nodi e togliendo le pagliuzze.
"Lei
importante, per me." Allora era una mula!
Franz anche la accarezzava e la baciava sulla
fronte, quando aveva finito. "Lei deve portare
tutto mio sapere in giro, e tutti miei travestimenti!"
Che
stavano in due sacche logore e rattoppate, buttate
in un angolo della camera. Ne aveva tratto i copioni,
qand'era arrivato, e nient'altro fino a qual momento.
Ma ci doveva essere un mucchio di roba, affastellata
dentro.
Gino
non lavorava quasi più il campo. Egisto
s'era rimesso bene e ci lavorava volentieri, ormai.
In casa la Rina s'era messa anche lei a pulire,
spostare, bruschinare e ricucire.
Le
pulizie di primavera, certo. Tra un po' c'era
la Pasqua e la benedizione. Chissà quale
pretuncolo disperato si sarebbe inerpicato fin
lassù per benedire quelle quattro case.
Gino
passava le sere alla finestra per sentire arrivare
le rondini.
XVIII.
Il capanno
Eccoli
allora qua, sulla strada, e sassi avanti e dietro
e lacrime, come sassi a filare sotto i suoi piedi,
fra i suoi piedi. Una goccia su ogni grammo di
polvere e perché poi? Era quello che voleva,
Gino, di andare via. Gli avessero chiesto cosa
avrebbe dato per andarsene da quel buco sperduto
di posto avrebbe detto: un braccio! E ora era
lì a frignare come una donnetta, dietro
il culo grasso della mula che petava ogni quattro
passi.
Meno
male che Franz era a tirare la cavezza e bestemmiare
in tedesco davanti, e nemmeno lo sapeva, che lui
era lì a piagnucolare fra i miasmi del
mulo sfatto.
Ripensare
alla Rina, che torceva le mani e i nodi dell'artritre
e non diceva nulla perché era come perdere
un'altro figliolo.
Egisto
rosso rubizzo, in buona salute e pronto per la
pena. L'aveva fissato, gli aveva agguantato le
spalle e gliele aveva strinte nella morsa delle
sue mani forti. E gli aveva fatto un cenno della
testa come dire "non ti preoccupare di noi"
o forse anche "grazie di averci aiutato",
ma anche "mi sembrava di riavere i miei figlioli
qui a casa con me".
Giù
goccioloni di pianto. A ogni parola che Egisto
voleva dire con quel cenno di testa e che era
rimasta nel gozzo.
E
il cestino di vimini pieno di roba da mangiare.
Lui nemmeno lo voleva, perché gli pareva
di rubare in chiesa. Ma Franz l'aveva preso con
un inchino e l'aveva legato al basto ancora prima
che Gino riuscisse a dire: "no, grazie".
Anche
quello, a guardarlo ora, gli faceva una tenerezza
cattiva. Lì legato a sballottare chissà
verso dove. Il cestino fatto dalle dita nodose.
Tutte le cose preziose della Rina, il cacio stagionato,
il pane bianco, la boccetta dell'olio coi peperoncini
a mollo, e anche una fiaschetta di vino, ci aveva
messo dentro. Con un santino di chissà
chi, non se lo ricordava nemmeno lei. "Ma
sempre santo l'è, e ti benedica per il
viaggio".
E
un fazzoletto con dentro un vasetto d'argilla
datogli dalla Tinta, nel caso gli fosse tornato
il giradito, l'inverno dopo.
Gino
ricordò e pianse per tutta la strada che
l'aveva portato lì, che ora era facile,
in discesa. E veloce lo portava lontano. Troppo
veloce. Come se a un corteo funebre tutti si mettessero
a correre dietro alla bara e via il carro al galoppo,
pennacchi all'aria e gente che scappa ai lati
della strada. Lui, se era solo, se la sarebbe
fatta piano piano, voltandosi indietro. Magari
fermandosi a pensare se non era il caso di tornare
e riportare il cesto.
Ma
Franz s'era svegliato pieno di energia e aveva
detto: "oggi è giorno buono per partire".
S'era
messo a fischiettare mentre raccoglieva le sue
cose sparpagliate in giro per la stanza. Fischiettava
e si sbrigava, come se andarsene fosse la cosa
più bella del mondo.
Gino
s'era agitato e aveva detto, felice anche lui:
"parto anch'io!"
E
s'era messo a riordinare la roba nello zaino,
controllando che ci fosse tutto e che tutto fosse
pronto.
Ma
la Rina era entrata e aveva visto quella scena,
di loro due così indaffarati a andarsene
e per poco gli sveniva lì davanti. Tutta
pallida e arrabbiata "ma o che fai?"
aveva urlato. E era corsa giù a chiamare
Egisto "Egisto, Gino va via!"
Egisto
era arrivato poco dopo, era salito e aveva visto
Franz bell'e pronto, Gino seduto sul letto con
lo zaino fra i piedi e la faccia rossa.
"Non
ci fate caso, alla Rina. Lei, è come se
gli andasse via un altro figliolo...".
Poi
era sceso e l'aveva brontolata. "Che c'hai
da strillare come una gallina? Un poteva mica
rimanere qui!" e era tornato al campo.
La
Rina s'era messa a preparare il cestino, zitta
e lenta.
E
coi saluti a quei quattro gatti del paese, vecchi
cenciosi in malarnese stanchi, sbiaditi e catarrosi
tutti quanti quanti erano. Dopo l'inverno, c'avevano
da rimettersi dei freddi e della fame.
Tutti
per la strada, per l'appunto e per l'occasione.
Non era mica roba di tutti giorni di vedere partire
due forestieri insieme.
Franz
aveva salutato con inchini garbati e promesse
di tornare l'anno dopo e tanti saluti e buona
salute, ricchezza raccolti cibo per la primavera
che Dio benedica tutti.
Con
lo scilinguagnolo inesausto a contrappunto i borbottii
augurali dei montanari. Mezze mani levate, cenni
del capo, dondolii. Solo Achille aveva urlato
"ci porti la Gerusalemme Liberata, la prossima
volta!". Franz aveva sfiorato terra col capo
e finalmente s'era messo in marcia, tirando la
mula, già ritrosa a camminare anche se
era in discesa e non aveva fatto che quattro passi.
Che quella mula grassa e viziata c'aveva da essere
tirata tutto il tempo. Meno male che Gino non
capiva una parola sennò chissà che
viaggio balordo. Invece così, poco a poco,
le ingiurie di Franz erano diventate quasi un
ritornello bislacco che incespicava fra il fiatone
del tedesco e i peti e le scivolate degli zoccoli
della mula sui sassi.
La
prima sosta arrivò presto, con Franz squagliato
sul ciglio della strada, indicando con mano languida
il cesto: "ho bisogno di mangiare...".
Gino
anche c'aveva fame, nonostante il dispiacere.
O forse perché il dispiacere gli stava
di già passando. C'era una primavera rigogliante
di cinguettii e fruscii, saltelli di acque, chiocchi,
sterpi, cerbiatti e cinghiali a far capolino e
culetti di lepri in fuga. Frulli, luce fra le
foglie verdi chiare e incerte, bocci di fiori
e petali schiusi dappertutto. E gli odori, gli
odori mai così dolci giù nel naso
nella testa, nel petto e nella pancia. Aveva voglia
di toccarsi, da come erano forti quegli odori.
Gli sarebbe piaciuto essere ancora a saltellare
nei boschi come tanto tempo fa... "non c'era
anche salame?" con Franz accanto, c'era da
avere poche fantasie.
Però,
fra poco, ci sarebbe stata quella ragazza comprata
chissà dove. Legata, vestita di veli, con
seni piccoli coperti di borchie dorate. Pelle
di castagna, occhi grandi e neri, capelli ricci
giù fino ai grandi fianchi tondi...
Franz
già russava, appoggiato a un tronco, e
Gino fece una corsetta fin dentro nel bosco, per
pensare in pace alla ragazza, a faccia in giù
sulla terra soffice.
Camminarono
fino al tramonto, che fu lungo lungo, striato,
leggero di luci gialle e arancioni chiare. Pulitissimo
e tiepido tramonto di primavera, con tutti i canti
serali degli uccelli, entusiasmati dal tepore
e dagli odori. E tutti gli animali ancora a saltellare
nei boschi, fughe e lotte, zampettii nascosti
fra i cespugli. C'era tutto questo, nel tramonto
quella sera, e a Gino gli si strizzava così
forte il cuore che smaniava dalla voglia di buttarsi
anche lui nel bosco. Ma non gli sarebbe bastato
correrci o annusarlo. Avrebbe voluto assaggiarlo
in qualche modo, sguazzarci come in un lago profumato,
anzi avercelo dentro, riuscire a passarci in mezzo
al volo, contenerlo, sapere di tutti gli animali
in amore, e del tremore di ogni foglia. Tutto
insieme, dentro di lui.
Gino
spalancò gli occhi sui profili frastagliati
di luce degli alberi, verdi a perdita d'occhio
su e giù per i monti intorno. E si perse
un bel tratto in quei ritagli fogliosi teneri,
incandescenti.
Poi
guardò la figura già lontana di
Franz ma per qualche secondo non gli sembrò
che facesse più parte della sua vita. Lui
era diventato un pezzetto di primavera e gli sembrava
di potersi disperdere, da un momento all'altro,
insieme alla brezza lieve che scivolava sul sentiero.
Chissà
da quanto si sbracciava, il povero Franz, quando
Gino si riscosse e si mise a correre per raggiungerlo.
E mentre correva si rendeva conto di aver fatto
bene, a partire. Che non si sarebbe potuto sentire
un pezzetto di primavera, a casa di Egisto e della
Rina.
"Che
facevi, lì tutto fermo? Io ho fame".
Franz
si era di nuovo seduto sul ciglio della strada
e guardava diritto davanti a sé.
"Là,
andiamo là a passare notte".
In
un capanno a mezza collina, fra erba alta fino
al gomito. Non sarebbe stato difficile, senza
quella mula pigra. Dovettero tirarla in due, per
risalire fino al riparo. E arrivarono che era
quasi buio.
Giusto
il tempo di raccogliere un po' di legna e ripulire
un po' l'interno. Per fortuna la luce si ritirava
piano piano, e c'era ancora un vago riverbero
dietro i monti, quando il fuoco era già
acceso sulla porta e le coperte sistemate dentro.
Il cesto della Rina fu aperto e svuotato in men
che non si dica. Si tennero solo due tozzi di
pane, per sicurezza.
Ma
non dormirono bene. La capanna era piena di spifferi
freddini e di cigolii. Gino si girava e rigirava
per cercare il sonno e un po' di tepore. Ma non
c'era posizione che potesse riscaldare quella
notte di inizio primavera. Poi, gli animali fuori,
tutti in calore, non smettevano di far versi e
rumori fra le piante. Quanti uccelli notturni
ci sono sui monti? O erano quelli diurni che facevano
le ore piccole? E fruscii di tassi, o faine. Fruscii
cosí forti che sembrava stessero nella
capanna. A un certo punto a Gino gli era parso
proprio che un grosso animale gli passasse accanto,
verso il suo zaino. Ma era troppo stanco e infreddolito
per muoversi. Infilò anche la testa sotto
la coperta e si alitò fra le mani.
Fuori
c'era un rimestio troppo forte. Ma a quell'altezza
dovevano esserci anche i cervi. Un lupo lontano
lontano ululava. Gli fece scorrere un rivoletto
di paura su e giù per la schiena.
E
un animale parecchio grosso stava proprio lí
accanto alla capanna. Pesante e goffo scalciava,
sbuffava, ragliava.... ragliava!
Gino
saltò su in un momento e in un momento
capì tutti i rumori e gli struscii della
notte. Girò intorno alla capanna e capì
in un attimo che la mula non c'era più.
Nella notte fitta fitta senza stelle non c'era
che nero intorno. Gino riuscì a vedere
solo l'erba spostata e su quella si buttò.
Il mulo non era lontano, lo sentiva ragliare e
sentiva anche le bestemmie smorzate del ladro,
che non si aspettava di doversi trascinare in
giù quella bestia grassa.
"Franz!
Franz! Ti rubano la mula!!!!"
Gino
si precipitava fra l'erba morbida alla cieca,
col nero che sfrigolava intorno e gli entrava
nel naso, negli occhi, nelle orecchie, tanto era
spesso e scuro.
I
ragli e le bestemmie non ce l'aveva lontani, si
avvicinavano, si perdevano, poi smisero del tutto.
Gino si fermò perché era come se
il nero gli pizzicasse la faccia. Non riusciva
a correre così cieco in un posto che non
conosceva. Si fermò ad annaspare e a gocciolare.
Voleva tornare indietro ma si accorse di non sapere
dove andare. Da nessuna parte si vedeva niente.
Il nulla come la morte intorno, a Gino gli si
bloccarono le gambe. Adesso la sentiva di nuovo,
la mula. Ragliava lì vicino e qualcuno
lo picchiava sulle chiappe grosse per farla muovere.
Gino non si spostò molto, solo si girò
un pochino e cadde in un fosso lì accanto.
Sbucciandosi le mani e la fronte ma nient'altro.
Poi
Franz cominciò a chiamarlo e lui piano
piano strisciò fuori, si mise in piedi,
tornò alla capanna. Seguendo i versi di
Franz, che stava piangendo e si lamentava mentre
chiamava il suo nome.
Nella
capanna, al buio pesto, Franz lo prese per le
braccia gridando "la mia mula!" e scoppiò
a singhiozzare.
Gino
si divincolò e cercò a tentoni la
coperta per riprendersi dagli spaventi.
"Mi
sono fatto male, per cercare la tua mula!"
Franz
si impietosì e cercò di calmarsi.
Si sedette. "Hai male?"
"Sì,
sono cascato in una buca".
Franz
sospirò. "Io non ho sentito niente...
dormivo".
"Io
ho sentito qualcosa... ma credevo fossero gli
animali. I cervi fuori, e chissà cosa che
sembrava dentro...".
Gino
saltò di nuovo su e col cuore come un cencio
strizzato. Frugò nel buio, strusciando
le mani dappertutto. Sentendo ogni granellino
e sasso, e la polvere scorrere fra le dita come
una cattiveria.
"Lo
zaino! Hanno preso lo zaino!"
Gino
si buttò sulla coperta e gli girava la
testa. Ce l'aveva avuto lì, a un passo,
quel maledetto che gli aveva rubato tutto. E se
n'era anche accorto! Perché non aveva fatto
qualcosa?
Si
rivedeva a tirar su la coperta sulla testa, a
scaldarsi le mani. A oziare ascoltando il lupo
lontano che non faceva nulla di male mentre qualcuno
lì accanto gli prendeva tutto, tutto quello
che aveva.
Allora
per tutto quel che rimaneva della notte stette
a sentire il rumore, aspettare il momento propizio,
avventarsi sul ladro e picchiarlo come una furia
facendolo scappare fra i guaiti. Lo zaino e la
mula salvi, e il viaggio bello davanti con le
scoperte e i colori e i rumori.
Invece
della preoccupazione e quel peso sulla pancia
di qualcuno che gli aveva preso tutto.
XIX.
Muli
Non
dormirono nemmeno un po'. Tutti e due come cani
bastonati ad aspettare il più piccolo raggio
di luce. Fra i rumori così cupi del bosco
che ghignavano della tragedia e gliela facevano
sentire ancora più pesante. Aspettarono
non l'alba ma i primi biascichi lontani di luce.
Guardando continuamente la porta, pesticciando
con le chiappe sul pavimento di quel capanno maledetto.
Appena
una lumacatura biancastra fra le nebbie del mattino
e loro senza dire niente saltarono su. Gino con
la coperta arrotolata intorno al collo, Franz
con le sacche una per spalla e la schiena curva
per il peso.
A
testa china, ritrovarono l'erba pesticciata e
a Franz gli saltellarono dei guaiti fra le labbra.
Gino pensò che a lui non gli avevano solo
rubato qualcosa ma gli avevano proprio dato un
grosso dolore. Allora rimase indietro e zitto
mentre Franz si chinava fra le brume a rintracciare
i passi della sua mula perduta.
Zitti
nel silenzio iridato di umido. Fra i boschi verdissimi
e cupi senza luce ancora e senza gioia.
Solo
gli uccelli a far frastuono sui rami.
Loro
avanzavano sbattendo le cosce sull'erba, seguendo
il sentiero del mulo, bagnandosi delle gocce spesse
di rugiada.
Dopo
mezz'ora erano zuppi e stanchi e si accucciarono
fra l'erba a rimestare nelle loro rabbie.
Faceva
freddo, il sole ancora non era spuntato e c'avevano
già fame. Tutto era ancora silenzioso e
scuro. Un borro accanto a loro rompeva il prato
e si precipitava giù chissà per
quanto fino a un ruscello lontano, in basso, di
cui si sentiva a malapena lo sciacquettio.
Il
bosco alle spalle implacabile di uccelli indaffarati
all'inizio del giorno. La striscia d'erba fra
il bosco e il borro con la linea sottile della
fuga del ladro. La spaccatura nella terra, col
ruscello in fondo in fondo di cui non arrivava
quasi suono. E dall'altra parte un bosco fitto
e verdissimo, di cui non si vedevano tronchi ma
solo le foglie ammonticchiate a perdita di mente.
Franz
aveva la testa fra le mani e guardava le sacche
ai suoi piedi.
Gino
c'aveva un vuoto fra le tempie e freddo dappertutto.
Guardava il borro, tanto per guardar qualcosa.
Poi,
di colpo, al lato dello strapiombo vide un uomo.
Alto e magro, vestito tutto di nero, con un cappello
in testa. Troppo alto, troppo magro... si alzava
e allungava a ogni passo che faceva lungo il bordo,
avvicinandosi a loro. Dopo pochi metri era alto
come un albero e dopo poco ancora lo era molto
di più. Si fermò ad un tratto e
si voltò verso il borro. Sporse la lunghissima
gamba in avanti e lo attraversò. Così,
come avesse superato una pozzanghera. E appena
sull'altro bordo si rimpicciolì in fretta,
entrò fra le cime degli alberi e sparì.
Gino
restò chissà quanto a guardare il
prato e il borro e il bosco. Sbatteva gli occhi
e si strusciava le mani sulla faccia per vedere
se si era addormentato ma era sveglio e non aveva
l'impressione di essersi svegliato.
Si
voltò a guardare Franz. Franz aveva la
testa fra le mani e guardava le sacche ai suoi
piedi. Come se fosse passato solo un attimo. C
se non fosse passato il tempo.
Gino
pensò alla Rina. Che gli avrebbe saputo
dire chi era quell'uomo e chi l'aveva visto prima
di lui. E la Tinta avrebbe fatto qualche segno
se era cattivo, per scongiurare ogni male. E Egisto
avrebbe ridacchiato e scacciato ogni spirito con
una scureggia. Quello era il suo metodo e diceva
che era tanto efficace quanto quegli altri.
E
poi ne avrebbero parlato anche con altri, e ognuno
avrebbe preso per buono che c'era un tipo alto
e lungo che passeggiava fra i boschi.
"Franz,
ho visto qualcosa...".
Franz
spalancò gli occhi.
"La
mula?!"
"No,
no... solo... una cosa strana... camminava lì...".
Franz
si strusciò la faccia con tutt'e due le
mani.
"È
la fame".
Poi
si tirò su e si rimise a seguire il sentiero
di erba calpestata.
Gino
si voltò verso il borro. Da cui si alzava
adesso una nebbia fitta fitta che scivolava sull'erba.
Il
sole finalmente sorgeva e il caldo tirava su i
vapori.
Una
mezzaluna gialla splendente sbucò dai monti
dietro il prato. Si alzò veloce schizzando
luce chiarissima intorno che si sbiadì
subito dall'arancio al bianco e in pochi minuti
fu mattino.
Adesso
camminavano con un po' di tepore sulla faccia
e le spalle e una nebbia appiccicosa alta fino
al ginocchio.
Il
sentiero nell'erba sempre ben chiaro davanti a
loro. Nonostante la nebbia era facile indirizzare
i piedi fra le due pareti di erba alta ai lati.
Un
sentiero ben marcato, un passaggio.
Gino
ebbe un'impressione vaga di aver sbagliato qualcosa
ma c'aveva troppa fame freddo e sonno per pensarci.
Camminarono
un'ora almeno. L'erba diventò più
bassa. Più rada. La stradina saliva veloce
e diventò una striscia di gramigne abbattute
e finocchi selvatici.
A
un certo punto trovarono una cacca secca di mulo.
A
Gino l'impressione vaga cominciò a chiarirglisi
in testa. Forse anche Franz cominciava a dubitare
perché rallentò il passo e curvò
la schiena.
Adesso
i boschi ce li avevano alle spalle e in basso
mentre davanti salivano montagne ripide e brulle,
come quelle della Rina.
Franz
avanzava a testa bassa scacciando il terreno sotto
i passi, troppo curvo per guardare avanti.
Allora
non si accorse di quello che Gino già vedeva.
Un casolare largo di pietra con lunghe stalle
al piano terra e un fienile poco discosto. Dal
camino usciva fumo sventagliato da raffiche leggere
di vento e odore di legna profumata, di pino.
Il sentiero che avevano fatto diventava una stradicciola
di brecciato piena di impronte di muli e cacche
fresche e vecchie.
"Franz...".
Franz
alzò la testa e rimase di sasso.
"No!"
Gli
caddero le sacche dalle spalle e il coraggio dal
petto.
"Abbiamo
seguito sentiero sbagliato...".
Si
mise a piangere. Singhiozzando come un bambino,
mettendoci dentro tutta la foga della fame e il
freddo e le ossa rotte dal peso di tutta quella
roba che gli serviva per lavorare e vivere e che
ora, senza mula, diventava proprio difficile da
portare.
Gino
raccattò le sacche e se le mise in spalla.
"Andiamo
a vedere, comunque. Magari ci aiutano".
E
si incamminò curvo sotto i fogli e i costumi
di Franz.
Il
portone era socchiuso e da dentro usciva un filo
d'aria tiepido e profumato di bestie.
Gino
passò in un atrio grande, con a destra
e a sinistra stalle lunghe lunghe piene di animali
sonnecchianti col pelo che fumava leggermente
nel fresco del mattino. Le mucche da una parte
e dall'altra tanti muli, un asino e un cavallo.
Gino
sospirò e in quel momento arrivò
Franz. Che subito si gettò nella stalla
coi muli e li toccò uno per uno, gli fece
girare il muso guardandoli negli occhi, palpeggiò
groppe e criniere, orecchi, code.
Poi
tornò indietro con la faccia impietrita.
"Franz,
andiamo a chiedere qualcosa".
Gino
si affacciò alle scale.
"C'è
nessuno?"
Rispose
il frigno di un neonato.
Salirono
le scale sempre chiamando "permesso, si può?"
ma anche così, quando entrarono nella stanza
una donna mandò un urlo e fece un balzo
di spavento.
"Scusate...
noi abbiamo chiesto il permesso...".
La
donna era giovane e aveva un piccino al seno,
che aveva perso il capezzolo e strillava come
un'aquila.
La
donna si coprì e alzò in piedi.
"Chi
siete?"
Fra
gli urli sempre più arrabbiati del bimbo.
"Siamo...".
"Ruggero...
Ruggero!"
Arrivarono
dei passi pesanti e poi Ruggero, grande e grosso,
barbuto e scuro scuro. A torso nudo, si stava
lavando e le spalle gli fumavano come le bestie
nella stalla.
"Buongiorno,
scusate... non si voleva spaventare...".
Ruggero
guardava Gino con occhi neri, piccoli e scattanti,
persi fra i peli di ciglia lunghe e sopracciclia
folte.
A
Gino la voce gli rimase nella strozza perché
c'aveva l'impressione di non stargli per niente
simpatico, a Ruggero.
"Che
volete?"
Rimbombò
la voce nella grande cucina. Il bambino smise
di piangere.
Franz
scostò Gino e si inchinò alla sua
maniera.
"Siamo
due attori saltimbanchi, eccellentissimo, e chiediamo
solo poterci riscaldare un momento in questa bella
casa per riposarci da lungo viaggio...".
Franz
anche era grande e grosso, e adesso si erse in
tutta la sua possanza sventolando il cappello
più in alto possibile.
"Veniamo
da lontano, abbiamo visto gli arabi e i turchi,
il regno di Saba, le piramidi...".
Ruggero
e la donna non ci capivano nulla. Il neonato si
addormentò subito alla voce possente e
melodiosa di Franz.
"Passando
le catene montuose dell'Himalaia e attraversando
i deserti più impervi, dove i Tuareg regnano
sui cammelli e le donne danzano coperte solo di
sette veli...".
Ruggero
si asciugò il torso con uno straccio, la
donna si sedette col bimbo addormentato in grembo.
"Abbiamo
parlato col mandarino in Cina e ci promise un
regno nelle praterie della Manciuria ma una tempesta
colse la nostra comitiva e non riuscimmo a giungere...".
Ruggero
si infilò una camicia e fece cenno alla
donna, che depose il bimbo in un cesto per terra
e si mise a preparare il tavolo.
Franz
raccontava e Ruggero ascoltava, rapito, arrabbiato,
deluso e contento, secondo come andava il racconto.
Intanto la donna mise in tavola pane e formaggio
e latte e quattro ciotole. Franz riusciva a parlare
e mangiare, inventare e mai avere un attimo d'esitazione.
Gino
era sciolto dalla gioia del cibo e l'ammirazione
per Franz, che davvero si sapeva guadagnare da
vivere. A lui l'avrebbero cacciato peggio d'un
cane.
Il
racconto salì e scese per montagne e praterie,
si arrampicò sulle mura di castelli, ingaggiò
battaglie con saraceni e fu salvato dai crociati.
Duelli e fughe, amori e denaro. C'era davvero
tutto.
La
cucina era calda e il formaggio profumato. Il
latte cremoso e tiepido gli riempiva gli occhi
di sonno.
Gino
si addormentò sulla sedia, con la faccia
all'indietro e la bocca spalancata.
Lo
scosse Ruggero che gli indicò una panca
vicino al camino.
Ci
si buttò con gran sollievo e con mezzo
orecchio continuava a seguire il racconto di Franz
e le risate forti di Ruggero che doveva aver capito
che erano tutte balle e si divertiva un mondo.
Appena
appena si risvegliò quando Franz si distese
accanto a lui, in terra, gemendo dalla fatica
e dal sollievo.
"Io
vo giù a governare le bestie", disse
Ruggero. Il bimbo dormiva, il fuoco scoppiettava
e Gino e Franz sognavano bei sogni.
Gino
si svegliò per primo, dopo parecchie ore.
La
cucina era vuota, il fuoco appena una brace.
Gino
si stirò e si sgranchì, poi si mise
a gironzolare per la cucina a rubacchiare croste
e bucce. Prese anche un uovo da un cesto, lo bucò
sopra e sotto con un chiodo ficcato nel muro e
se lo bevve in un baleno. Poi gettò il
guscio nella brace e l'attizzò per benino
perché non si vedesse il furto.
Rimase
un po' accoccolato e non succedeva niente. Franz
russava forte da far tremare i mobili.
Allora
Gino uscì dalla cucina, a sbirciare intorno.
C'era
un corridoio largo come una stanza, da cui partiva
una scaletta di legno che andava alla piccionaia.
Si sentiva anche da lì il tramestio delle
zampette e il tubare continuo sopra il tetto E
dietro alla scaletta partiva la luce stretta di
una feritoia. Quella doveva essere una torre,
anticamente, e i contadini ci avevano costruito
intorno la casa.
In
fondo al corridoio, una grande porta a due ante
spalancata. Gino entrò curioso.
C'era
un letto di ferro battuto, enorme. E un armadio
pieno di termiti, che si mangiavano il legno facendo
scricchiolare tutto il mobile. Dalle ante socchiuse
si scorgevano quattro cianfrusaglie sparse nello
spazio vuoto all'interno.
E
sull'altra parete, alto come tutto il muro, un
affresco con un grande stemma dipinto. Uno scudo
rosso e nero, con un'aquila dimezzata e nera sul
rosso e un elmo dimezzato e grigio sul nero.
La
scritta sbiadita e arzigogolata non si leggeva
che in qualche punto........... Ruggero Milli.........creato
conte dall'Imperatore..........
Gino
rimase perplesso a guardare il muro.
Un
conte. Tanto tempo prima. Ma queste cose mica
finivano. Non era mica come avere la varicella,
che poi passa. Quindi quello era ancora un conte.
Male in arnese, però nobile. O magari lì
da quelle parti i nobili erano tutti così,
contadini e montanari che quando gli serviva all'imperatore
si mettevano la corazza e andavano in guerra...
A
Gino gli venne un brivido spesso come una coltellata
per la schiena. E se quello era ancora il conte
Ruggero del muro? Morto da tanti secoli, bloccato
fra le mura del castello da una maledizione, forse.
Entrò
in quel momento la ragazza e Gino cacciò
un urlo da far tremare le gambe. Anche Franz si
svegliò, nella cucina, e urlò.
La
ragazza, a sentire quei due, urlò più
di tutti. Poi, più forte ancora, urlò
il bambino sul suo fianco, che s'era svegliato
anche lui di soprassalto, poverino.
Ma
a sentire il bambino gridare a Gino gli passarono
le paure dei fantasmi e si mise a ridere come
un pazzo, con le lacrime agli occhi.
"Scusate...
io ho avuto paura... e il mio amico, di là...",
fra un singulto di riso e l'altro. La ragazza
lo guardava con gli occhi sgranati e intanto spalancava
la bocca "Ruggero!!!".
Forse
sapeva dire solo quello, non gli avevano insegnato
altro.
Questa
volta Ruggero non comparve ma comunque Gino considerò
opportuno tirarsi al più presto di là,
facendo anche un mezzo inchino alla contessa,
già che c'era.
"Ma
che avevi tu da urlare? Mi hai fatto paura!"
Pure
Franz piegava la schiena e le gambe, stendeva
le braccia, scrocchiava il collo, come aveva fatto
Gino poco prima.
"Aspettiamo
sera, poi ce ne andiamo".
"Ma
perché di sera?"
A
Gino non gli scompifferava tanto di andare in
giro col buio, da quelle parti. Però in
quel momento si sentirono i passi pesanti di Ruggero
sulle scale e Franz gli fece cenno di non dire
nulla.
A
Gino la situazione cominciava a andargli poco
a genio.
Ruggero
c'aveva un cappone grosso come un bove su una
spalla. Lo sbatté sul tavolo e subito comparve
la ragazza.
"Per
stasera, bollito. E un po' nelle sacche per il
viaggio. Loro cenano qui".
La
ragazza mise il bambino a frignare in terra e
uscì a spennare la bestia.
Gino
e Franz, invitati tanto gentilmente, non poterono
che ringraziare.
Ruggero
andò in camera a buttarsi sul letto. Si
sentì lo scricchiolio fino a lì.
Poi
ci fu da svenire dagli odori di brodo per almeno
un'ora. Gino non faceva che inghiottire litri
di saliva.
Franz
aveva tirato fuori una pipetta di argento sottile
sottile e fumava un tabacco che non c'aveva più
nemmeno profumo, da quanto era vecchio. Però
almeno c'aveva da armeggiare e fare qualcosa,
mentre aspettava. Gino gironzolò su e giù,
guardò fuori dalla finestra il sole che
aveva cominciato a scendere, sui monti alti e
scuri.
Poi
ci fu la cena e Gino mangiò come a Natale.
Col pane tanto quanto ne voleva e un coscio intero
di cappone e le cipolle bolllite e carote e patate.
Da stare male. Poi Ruggero c'aveva un vino schietto
e giovane che andava giù una meraviglia.
Franz
chiacchierò ancora e ancora. Recitò
interi pezzi di un principe pazzo. Declamò
anche la Divina Commedia, il canto del Conte Ugolino.
Era
un genio, Franz. Come poteva scegliere dei pezzi
così adatti? Doveva essere l'esperienza.
Ruggero
non capiva nulla, eppure si beava delle parole.
La ragazza e il bimbo dormivano vicino al fuoco.
Ruggero li svegliava di tanto in tanto, per essere
servito.
Dopo
cena c'erano sei occhi lucidi, intorno al tavolo,
tre nasi rossi e tre trippe piene.
Ruggero
si lisciò le mani sulla camicia e fece
cenno alla ragazza con la testa. La ragazza depose
il bimbo in terra e andò in camera.
"Bene!
Adesso io mi riposo, stasera devo partire".
Ruggerò
si alzò e si carezzò il barbone
unto.
"Se
ripassate da queste parti...".
Poi
rimase a fissarli finché loro raccattarono
le loro cose e si avviarono giù per le
scale.
Franz
coi soliti salamelecchi e infiniti ringraziamenti.
Gino di corsa perché era dalla mattina
che non pisciava.
Fuori
era il tramonto, rosso e spesso, veloce. Tutti
i boschi già bui e rumorosi.
Il
vento basso, su dalle gole, a raffiche ghiacce.
Non erano nemmeno arrivati al sentiero che già
sentivano il letto scricchiolare come schiantasse
e Ruggero grugnire come un maiale.
Appena
allontanati dalla casa si liberarono tutti e due,
fra sospiri di sollievo.
Poi
Gino avrebbe voluto continuare, e anche in fretta
per cercarsi almeno un riparo prima del buio.
Ma Franz lo tenne per una manica.
"Lei
è lì".
E
lo guardava negli occhi, con l'espressione più
disperata che gli avesse mai visto.
Gino
sbatteva gli occhi e cercava di capire chi era
"lei".
Franz
lo tirò sempre per la manica fino a dei
cespugli e lo fece accoccolare dietro.
"La
mula è nella stalla. Ruggero l'ha rubata!"
A
Gino gli tornò a gola il cappone e inghiottì
un grumo acido.
"Oh
no!"
Guardò
Franz con tanta compassione perché aveva
ritrovato la mula e l'aveva persa allo stesso
tempo, non c'era verso di riprendergliela a quel
bruto.
"Io
aspetto qui, e poi..."
Franz
fece il gesto di acchiappare una mosca al volo.
Gino
scosse il capo.
"Franz,
non puoi... ma l'hai visto? Quello ti ammazza!"
Franz
sorrise.
"Io
mica ci lotto! Non sono scemo. Lo seguo, aspetto,
quando dorme mi riprendo la mula. Tu intanto puoi
cercare tuo zaino!"
Gino
guardò la casa. Controluce sul cielo infuocato
e scuro, con il fumo a sventagliare sul tetto
e l'odore buono di pino. Le lunghe stalle sommesse
di muggiti pazienti.
E
il bruto portentoso, il conte, discendente di
guerrieri, bandito, grosso come un armadio...
A
pensare di rientrarci gli si stringeva la pancia.
"Lui
non ci sarà, sarà già partito...".
"Ma
è inutile, Franz. Ho già guardato
dappertutto!"
Stettero
un po' in attesa, raggrumati intorno alle loro
paure. Pallidi e tirati.
"Perché
non me l'hai detto?"
Franz
lo guardò ridacchiando.
"Tu
non sei attore, tu avresti fatto capire che sapevi...
zitto!"
Dal
portone uscì un cigolio basso e un uomo
col cappellone, e dietro una fila di muli legati
e pasciuti, alcuni carichi, altri no. E ultima,
con la corda tesa nel tentativo di non muoversi,
grassa e pigra, la mula di Franz.
L'uomo
col cappello fece un fischio e il primo mulo partì.
L'ultima dovette tornare indietro a bastonarla,
per farla decidere.
"Bastardo!"
Per
fortuna la mula ragliava forte, sennò capace
che lo sentiva, l'urlo di Franz.
La
carovana partì e si diresse diritta diritta
in giù, verso il bosco folto e già
buio.
Franz
si rincalzò le sacche sulle spalle e fece
cenno a Gino di seguirlo in silenzio.
Gino
cercava con tutte le forze di inghiottire.
XX.
In discesa
Che
c'aveva la luna da essere tutta brillante, quello
spicchietto antipatico strinto e bianco che sparava
nel cielo più luce dei lampioni del piazzale.
E giù a raggiera sui monti e i crinali,
sbatteva e sbrilluccicava sulle foglie, i cespugli,
le zolle e i sentieri. Sui muli a pesticciar nel
sonno, sulle sacche ammonticchiate in terra, sul
brigante avvolto come un baco nella coperta.
Gino
la guardava e la odiava. Un piccolo quartino striminzito,
bianchissimo, che pareva lo cercasse, proprio
lui, lí inguattato fra i biancospini e
lo volesse in tutti i modi far trovare.
Già
le bestie s'erano innervosite quando lui s'era
avvicinato e aveva dovuto aspettare almeno mezz'ora
prima si calmassero. Ora era tutto intirizzito
di freddo e di paura e non sapeva che fare.
"Ci
vado io, sono più agile, mi so muovere
in silenzio". Che gli era preso ? Poteva
lasciarci andare Franz, a riprendere quella stupida
mula grassa. Invece che star lí a infilarsi
gli spini nel sedere, con la pancia mezza sciolta
di paura.
Il
brigante si agitó nel sonno finché
una scoreggia rimbombó nella notte. Persino
i gufi s'azzittirono spaventati.
Questo
peró serví a dargli pace e un bel
sogno profondo. Non si muoveva più, il
sonno gli raschiava piano piano in gola.
Gli
uccelli ricominciarono a far versi nel bosco e
Gino a muoversi.
Allargó
le frasche intorno a lui piano piano, che bucavano.
Piano piano, passo passo, sgusció all'aperto.
Nudo nella luce della luna. Gli venivano i bordoni
sulla pelle a sentirsi la luna addosso.
I
muli tranquilli, con le cavezze a dondolare nella
notte. Grossi, bassi, larghi, secchi, col collo
lungo, la coda tagliata, gli zoccoli ferrati,
un orecchio monco... eccola! La più grassa
e pigra, già con l'occhio sgranato su di
lui "mi vorrà mica far muovere",
pensava quella vacca.
Gino
quatto quatto e più lento che poteva, fra
le cavezze, attento a non farsi pestare e a non
spaventare. La mula era legata insieme a un ciuchino.
Piccolo e magro, con un grande occhio cerchiato
di nero e il pelo morbidissimo. Gino lo accarezzó
sulla testa larga e quello gli batté col
muso sulla pancia. Era gentile.
Il
brigante tossí e si giró. I muli
erano nervosi, strusciavano gli zoccoli in terra
perché Gino aveva cominciato a sciogliere
la cavezza e non riusciva a non fare rumore.
"Chi
è là?!"
Il
vocione nella notte bloccó il cuore a tutti.
Gino s'impietrí con la corda in mano, la
schiena piegata e la testa accanto al naso della
mula.
Il
brigante si sedette, prese in mano il fucile.
Gino chiuse gli occhi e smise di respirare.
Il
brigante si scoprí e si alzó, piano
piano, senza far rumore, in ascolto.
Gino
si accucció fra le zampe e quello fu un
errore. La mula si scostó e sbatté
sul mulo vicino, che nitrí e scalció,
innervosendo quelli che gli stavano intorno che
si misero a sbuffare e zampettare.
Il
brigante si guardava intorno, guardava verso le
piante e fra i boschi più lontani. Doveva
aver paura dei lupi. Si avvicinó ai muli,
tirando la coperta quasi fra le zampe delle bestie.
Ora Gino lo poteva vedere davanti a sé,
pochi metri più in là. Accucciato
sulla coperta, col fucile in braccio.
Per
fortuna gli dava le spalle, e guardava sopratutto
fra gli alberi.
Gino
aspettó parecchio, che al brigante gli
venissero le cascaggini. Quando la testa nera
cominció a sbattere regolarmente sul petto
e rialzarsi di scatto, allora Gino cominció
a sfilarsi poco a poco. All'indietro, scivolando
fra le zampe e le pance nervose.
Piano
piano all'indietro, poi voltandosi e alzando bene
i passi. Attendo allle pietruzze, ai ramoscelli.
Con la bestia buona buona di seguito, che pareva
capisse di non dover far rumore e tonfava appena
i piedi senza ferri sulla terra.
Piano,
piano, per un tempo che non passava mai, insieme
all'aria trattenuta nei polmoni per cercare di
andar piano mentre il cuore batteva e tutti i
muscoli delle gambe dicevano: "corri!".
Dopo
un'eternità che camminava cosí sulle
uova si voltó. Non si vedeva più
il brigante e nemmeno i muli né i cespugli
di biancospino.
Gino
si mise ad andare un po' più svelto, coi
passi sempre meno attenti e la voglia di scappare
come un bisogno di respirare insieme al fiato
che si scioglieva in dei respironi pieni d'aria.
Sempre
meno lento, sempre più sciolto giù
per il terreno che adesso era un pendio piacevole,
su cui le gambe si alzavano senza sforzo, nella
luce tagliente dello spicchio, sull'erba soffice
giù sempre più veloce e la discesa
che gli portava i piedi e anche se avesse voluto
adesso non avrebbe più saputo come fermarsi.
Correva
a volo sull'erba e i sassi e i piedi a molla scattavano
su e su e su, saltando gli ostacoli, ruzzolando
per il monte ed era un peccato non poter cacciare
un bell'urlo da come si stava divertendo con la
bestia che galoppava leggera e felice dietro,
senza tirare la cavezza, senza nitrire.
Corsero
a lungo, portati dalla discesa, fino a trovare
la strada. La strada lasciata due giorni prima.
La strada dove s'erano trovati al tramonto e avevano
deciso di dormire nel capanno. Strada di massicciata
fina, dove i passi perdevano lena scricchiolando.
Gino rallentó scivolando qua e là
e l'animale dietro, anche lui docile sempre più
lento.
Gino
restó un pezzo a prender fiato, piegato
sulle gambe senza osare di sedersi per paura di
non riuscire più a rialzarsi.
Non
poté riposare a lungo, doveva andare avanti,
cercare Franz. Si sarebbero trovati al primo crocevia,
o alla prima deviazione. Insomma, dove ci si sarebbe
potuti sbagliare di strada.
Si
incontrarono verso l'alba, che quella strada correva
dritta e lunga e non andava da nessun'altra parte.
Franz
seduto ai piedi di un tabernacolo nell'unico incrocio
con una piccola mulattiera che partiva sulla destra.
C'era una madonnina di pietra a far la guardia,
senza fiori né candele sotto. Solo Franz
rigido e preoccupato che guardava in su da ore.
Per
paura di non ritrovarsi, anche lui aveva corso
come poteva, con quel peso delle sacche sulle
spalle. E incespicando sulle pietre e sulle bestemmie
era arrivato troppo presto ma sempre con la paura
di aver fatto troppo tardi e tante preoccupazioni
"e se non torna? E se il brigante lo sta
ammazzando? E se s'è perso nei boschi?"
e un magone che gli prendeva lo stomaco perché
ci sarebbe dovuto andare lui a riprendersi la
sua mula e se fosse stato un po' più coraggioso...
Poi
vide arrivare un ciucherello saltellante con un
ragazzo sopra, che altelenava i piedi a tamburellare
sul pancione tondo. Saltellava sulla schiena vuota
e faceva cenni con la mano... era Gino!
Franz
non sapeva se rallegrarsi o mettersi a urlare
allora prima di tutto, quando l'ebbe raggiunto,
dette una gran pacca sulla schiena di Gino "bravo,
sono cosí tanto felice che stai bene..."
e subito dopo chinato sull'animale "ma perché
cavolo hai preso questo ciuco?! Dov'è la
mia mula?!!!" e lo tiró giù
per una spalla come fosse un fuscello perché
in realtà era forte, Franz, come un tagliaboschi.
"Ma
Franz... era buio...".
"Non
si puó sbagliare una mula con asino!"
"Ma
non avevo tempo...".
"Tutto
questo per niente... niente! La mia mula....".
"Non
potevo...".
"L'avevo
ritrovata, e ora è persa... finita... mai
più!!!!"
Gino
rimase in silenzio. Inutile parlargli ora, che
c'aveva il dispiacere fresco. Poi avrebbe trovato
il modo di spiegargli che con quella sua mula
pigra e grassa non ce l'avrebbe mai fatta. Che
solo con quel ciuchino cosí docile c'aveva
avuto una possibilità e nemmeno lui sarebbe
riuscito a far di meglio.
Ma
non ce ne fu bisogno.
Dopo
essersi addormentati di sasso e risvegliati dopo
un'oretta, col sole ancora basso, si rimisero
in fretta in cammino. Franz caricó le sacche
sul ciuchino che se n'era stato lí buono
buono, anche se s'erano dimenticati di legarlo.
Prese in mano la cavezza e quello subito si mosse
senza farsi tirare, senza farlo bestemmiare e
gridare in tedesco.
Dopo
pochi passi Franz si voltó a sorridere
imbarazzato verso Gino.
E
non ne parlarono più.
Arrivarono
a mattina piena in un paesino. Coll'aria più
civile e meno derelitta di quelli dei monti. C'aveva
le case coi tegoli rossi e i muri intonacati e
su qualche davanzale c'erano i primi fiori.
Gino
si rallegró tutto, nemmeno fossero a Parigi.
È
che c'era una piazza, con una fontana nel mezzo
e le donne in fila a prender l'acqua. E Una mesticheria
in un angolo e anche un'osteria, in una stradina
di fronte, da cui veniva già un qualche
profumino sottile.
Lo
girarono in lungo e in largo, il paesino, e Franz
sorrideva a tutti e si inchinava. La gente lo
guardava ridacchiando e indicandoselo, oppure
con l'occhio un po' preoccupato. I vecchini seduti
davanti all'osteria lo salutarono col bastone.
Era
una ricognizione e finí al tocco. Poi non
ci fu più nessuno e Franz e Gino uscirono
dal paese, si misero a aspettare su un prato lí
vicino.
Franz
rovistava e rovesciava le sacche tirando fuori
spaghi, fazzoletti e un cappello ciancicato. Barattolini
di legno, dadi e monete finte, un mazzo di carte
bisunto dove si leggeva a malapena i numeri.
Ci
mise un paio d'ore a spolverare tutto con le maniche
e risistemare ogni cosa in un sacchetto piccolo,
di stoffa, che attaccó alla cinta.
Poi
si mise con la testa su un sasso e il cappello
sulla faccia e dormí delle ore.
Gino
portó il ciuchino a pascolare dove l'erba
era più verde. E mentre quello mangiava
beato lui strappó dei ciuffi teneri e glieli
passó sul pelo, sul muso, sulle orecchie.
Doveva essere bello, per lo spettacolo.
Quando
ebbe finito si mise accanto a Franz che russava
a masticare uno spigo, che c'aveva una fame da
addentarsi un braccio.
Franz
si sveglió che già il pomeriggio
s'inoltrava nella giornata.
Le
rondini impazzate sopra le loro teste si ubriacavano
di volare a cerchi e scatti stridendo nel blu.
C'erano
degli orti e degli alberi da frutto in fiore,
dietro le case.
Gino
sospirava e sorrideva e galleggiava in uno strano
sollievo come se non avesse avuto nemmeno il minimo
problema al mondo. E invece c'aveva lo stomaco
vuoto e nessun soldo per riempirlo. Per fortuna
c'era Franz. Che adesso, chissà perché,
aveva preso il ciuchino e ci sproloquiava sopra,
con grandi gesti delle mani e del cappello. La
bestiolina, tranquilla, continuava a brucare l'erba.
Franz
scese e caló il suo bagaglio. Poi cominció
a cavare gli oggetti dal sacchettino che aveva
in cinta e a disporli, con delicatezza, sulla
schiena dell'asino.
Quello
subito si scrolló tutto di dosso sparpagliando
di terra tutti gli aggeggi di Franz il prestigiatore.
"Non
c'è problema, la bestiuola è solo
un po' nervosa, sí?!"
Franz
sorrideva al pubblico immaginario e ricominció
varie volte a dispiegare il materiale sulla groppa,
che ogni volta se ne liberava con una scrollata.
E
allora di colpo Gino capí: la mula... era
addestrata! Per questo tutto quel tirare e soffrire,
quell'attaccamento... la mula gli serviva per
gli esercizi!
Rimase
a guardare Franz che chiedeva all'asino beffardo
di contare fino a sei, di rispondere sí
e no, di fare l'inchino.
E
si sentiva stringere dal rimorso e dal dispiacere.
Glielo doveva dire... si sarebbe fatto sparare
dal brigante piuttosto che scambiare la mula flaccida
e sapiente con quel buon ciuco ignorante!
Ma
perché insistere tanto, adesso, con quelle
prove ridicole... non l'aveva capito già
da un pezzo? Il ciuco non sapeva fare niente e
non sopportava che gli si aggeggiasse intorno.
Perché insisteva, per umiliarlo? Per fargli
rimordere per sempre la coscienza?
Gli
rispose la sera la piazza piena di gente, una
folla a cerchi di decine d'occhi spalancati e
braccia che spingevano per farsi posto. Ragazzini
inquieti che sgattaiolavano fra le gambe. Spose
grasse spalancate a ridere e paesani rubizzi usciti
dall'osteria apposta per non perdersi questa.
Franz
con un italiano incomprensibile armeggiava pazientemente
intorno all'asino ignorante. Scusandosi e inchinandosi
ogni volta che il ciuco buttava in terra gli attrezzi,
o fingendo di piangere e strapparsi i capelli
quando il ciuco lo guardava negli occhi invece
di contare fino a sei.
Sotto
le rondini basse sotto il cielo turchino fra le
tegole rosse e i muri gialli, la gente rossa di
risa e pance a sballonzolare tutto il paese risuonava
di un divertimento da crepar la pelle.
Tutti
dettero qualcosa, proprio tutti. E Gino c'aveva
le braccia cosí gonfie che gli ci sarebbe
voluto un sacco, per tenere le mance. Persino
i ragazzini dettero qualcosa, uno spago, un bottone,
una latta vuota.
Pochi
soldi, ma anche cosí ci fu un bel po' da
mangiare, quella sera, che mentre loro facevano
il giro del paese le finestre s'aprivano e le
donne si sporgevano a buttare pezzi di pane e
di formaggio, e dei bambini vennero spediti fuori
con le mani piene di ciliege.
Furono
quelle che gli ricordarono, d'un colpo, a Gino,
che in qualche giorno di quel periodo dell'anno
doveva essere stato o doveva ancora essere il
suo compleanno. Mangiava sempre le ciliege, per
il suo compleanno. Con lo zio e la mamma andavano
a comprare le più belle, al mercato di
sant'Ambrogio e lui se le poteva mangiare tutte,
da solo, che tanto portarle a casa avrebbe voluto
solo dire far arrabbiare il babbo...
"È
il mio compleanno...".
Franz
lo abbracció e si congratuló e gli
dette un'altra fetta di cacio.
Gino
lo ringrazió e si mise a piangere e Franz
lo strinse per le spalle, lo scrolló piano.
"Non
importa per mula... hai visto? Funziona anche
meglio, cosí... fa davvero pisciare addosso,
quello lí", e indicó l'asino
dal muso dolce, che dormicchiava placido all'ultimo
sole.
(III
- fine)
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