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Romanzi in atto  
 Gino/ 9 - 20
  di Francesca Andreini

"Crossing",  di Mili Romano - Stampa fotografica su alluminio, 2002.

IX.
Il rogo

        Il giorno dopo, si interessarono a lui tutt'a un tratto, proprio quando era riuscito a salire su uno dei rami più alti dell'albicocco a palpare i frutti più maturi.
        Sentì un gran vociare nei cortili e l'affanno di corse a vuoto sul ghiaino.
        "Dov'è?"
        "È con Italo".
        "Italoooo!"
        Italo si staccò dal tronco e corse a mettersi a disposizione.
        Intanto a Gino gli era cascata in mano un'albicocca grossa, molle, arancione e rossa come un sole al tramonto.
        "Gino... Gino, scendi!"
        Italo e una serva trepidavano ai piedi dell'albero.
        Gino si cacciò l'albicocca tutta intera in bocca; era così piena che quando la schiacciò sul palato gli si spanse il succo sui labbri e giù per il mento. Scese di corsa, graffiandosi le mani sulla scorza spaccata, atterrò con un salto e subito la serva lo agguantò per un braccio, tirandoselo dietro verso la casa.
        Gino ebbe solo il tempo di pulirsi la faccia con la manica della camicia e di sputare il nocciolo, che già erano arrivati.
        "Oh, eccolo!"
        C'erano la governante e la cuoca, un cameriere e un paio di sguattere.
        "Madonna beata! Così non si può mica farlo entrare in casa".
        La governante lo guardava e gli si arricciava tutta la faccia all'idea delle bestie, del sudicio e del puzzo che ci doveva avere addosso Gino. Poi si voltò verso una sguattera: "digli a Beppe di fare il foco, subito!"
        E a Gino gli venne l'idea che lo volessero bruciare vivo, perché era sudicio. Quindi si divincolò come un matto mentre il cameriere e la cuoca lo trascinavano di forza verso il lavatoio. E sospirò di sollievo quando capì che era nell'acqua, e non nel fuoco, che lo volevano buttare.
        "Levati codesta roba", disse la governante, schifandosi anche di indicarli, i suoi vestiti.
        Gino si sfilò con cura i pantaloni e li piegò, poi fece cenno per capire dove li doveva mettere.
        "Buttali in terra... poi ci si pensa noi".
        Gino obbedì, si sbottonò la camicia e la lasciò cadere.
        "Vai... tutto!"
        A questo punto le serve si misero a ridere.
        "C'avete poco da ridere, voi, che tra un po' vi tocca pulirlo".
        La cuoca versò nel lavatoio un sacchetto di lisciva e lo rimestò con un bastone.
        Il cameriere andò in casa a prendere un telo e dei vestiti puliti. Italo si allontanò con la mamma che rientrava in casa, per non vedere.
        Le sguattere lo infilarono fino alla testa e la governante ce lo fece tenere ben sotto, che quasi non c'aveva più fiato. Poi gli passarono addosso un guanto di crine, che si impigliava di continuo sulle croste e le pustole. Gino era così secco e debole che lo sbatacchiavano qua e là come un giunco, mentre lo strigliavano a dovere.
        Il cameriere tornò dopo poco, poggiò un mucchio di roba pulita sul muretto, si arrotolò ben bene le maniche della camicia, prese in mano un paio di forbici scintillanti e poi disse a Gino di star fermo, che gli doveva tagliare i capelli.
        Ci stette un bel po', che Gino ce n'aveva tanti, fitti e lunghi. E così arricciati che anche le forbici, in certi punti, ci si incastravano. E quando Gino credeva che avesse finito gli insaponò la testa e cominciò a rasarlo.
        "No!"
        Le serve lo presero una per braccio e lo tiravano che sembrava lo dovessero squartare.
        "Sta' fermo, sennò ti taglio!"
        A rasare ci mise poco, poi lo lavò e lo rinsaponò e questa volta a Gino la testa gli frizzò da morire. Lo sciacquarono con acqua fresca, poi lo avvolsero in un telo grande e pulito, che profumava di lavanda. A Gino gli si piegarono le gambe.
        "Lo dicevo, io, che era troppo debole per fare il bagno...".
        Il cameriere lo sostenne per le spalle e lo fece sedere su una panca di pietra.
        "Mica lo potevo portare su a quel modo! Ora gli do un cordiale".
        La governante sparì verso la casa portandosi dietro le sguattere. Il cameriere gli disse di aspettare fermo lì e se ne andò.
        A Gino gli formicolava tutto il corpo e gli sembrava di non avere più pelle, tanto era sensibile. Sulla testa rasata ora gli scorreva libera anche la più lieve brezzettina e gli faceva freddo nonostante fosse sotto il picchio del sole.
        Dopo pochi minuti arrivò il so' Luigi munito di forcone. Prese i suoi vestiti di terra colle punte e li portò via. Gino lo seguì, curioso e con un presentimento d'angoscia.
        Il forcone portò in alto i suoi vestiti fino a uno spiazzo dietro le stalle, dove c'era un mucchio di foglie secche e legna che bruciava. Gino non riuscì a muoversi né a parlare mentre vide il forcone ruotare in aria e schiantarsi fra le fiamme, sistemarci i vestiti, alzarli un tantino perché prendessero bene. Lasciò cadere il telo e si avvicinò nudo alle fiamme, dove i pantaloni, la camicia e tutti i suoi averi si contorcevano e si confondevano insieme fra i gas bluastri del fuoco.
        La voce gli si impigliò nella strozza e gli urli che avrebbe voluto fare gli uscirono invece come goccioloni di pianto, grandi come chicchi di grandine. Il petto gli faceva male, da come gli s'era stretto.
        Restò lì a guardare le fiamme che ora erano parecchio alte. C'aveva una rabbia dentro e un dispiacere che aspettava solo che qualcuno gli s'avvicinasse, per dargli un pugno in mezzo al grugno.
        Però il so' Luigi se l'aspettava che non gli sarebbe andata bene quella storia del rogo. E si tenne alla larga per un bel po', zitto e a braccia conserte, come se guardassero un interramento.
        Intanto a Gino gli si striavano davanti un'infinità di scene e di ricordi, di facce, odori, tutti mescolati insieme come i colori delle fiamme. Stava così vicino al fuoco che gli si bruciarono anche le sopracciglia e i peletti delle braccia. E gli si bruciarono anche le rabbie e le forze. Quando, alla fine, arrivò la governante urlando "sei qui! E' mezz'ora ti cerco!" e se lo prese per mano, era come si tirasse dietro un pulcino. Lo riportò al lavatoio, dove c'erano di nuovo le serve.
        "Sbrighiamoci, è bell'e due volte che il signorino ce lo domanda!"
        Lo infilarono in vestiti smessi del signorino: pantaloni di gabardina grigi e camicia bianca, eleganti. Anche le scarpe, appena un po' consumate in punta, che il signorino era cresciuto così in fretta che la roba non gli si finiva mai addosso. Peccato fossero marroni che proprio non ci stavano col resto.
        Però la sensazione di stare nella roba pulita non gli dispiacque. E anche quella cosa strana che all'inizio non capiva cosa fosse ma poi si rese conto... sì, era che non si doveva grattare più perché non c'aveva più pruriti, nemmeno un pochino da nessuna parte.
        "Ti senti bene?"
        Gino annuì. Ma la governante non gli credette e lo portò in cucina, lo fece sedere al tavolo, gli fece portare cacio e pane fresco.
        "Che poi non gli dica che non s'è trattato bene...".
        Mentre mangiava a Gino, allora, gli guizzò questa idea, fra i boli saporiti del cacio.
        Eh già, lui gli aveva salvato la vita, a quello lì. Gli dovevano un po' di cibo e di rispetto, certo. Non c'era bisogno si arrampicasse più da nessuna parte, bastava chiedesse. Fece subito la prova.
        "Voglio anche un po' di latte".
        "Che?"
        La governante si fece rossa di rabbia.
        "Non siamo mica al grand'hotel! Ma guarda un pochino...".
        "Non so se ce la fo, a vedere il signorino, sono stanco...".
        La mano nervosa della governante saettò sul suo orecchio e lo sollevò di peso dalla sedia.
        "Ora moviti, che t'aspettano!"
        La seguì docile come un agnellino su per le scale e in un corridoio lungo, alto, che odorava di cera. Le finestre enormi erano tutte oscurate, come per un lutto. E i loro passi risuonavano in una mestizia ombrosa che gli ci calò uno staio di uggia, in più a quella che già c'aveva sul cuore.
        Si fermarono davanti a una porta chiusa, alta quanto le finestre. Il cameriere, che ci montava la guardia, li fermò.
        "Aspettate, c'è il dottore".
        La governante si mise in disparte, con le mani in grembo e la faccia compunta. Gino vagolò qualche passo in qua e là, poi si fermò davanti a una specchiera. Enorme, roccocò. Fra i ricci dorati della cornice sbucò la sua crapa pelata, tonda e liscia perfetta, striata qua e là di tagli di rasoio. Molto più chiara del resto. La faccia era scura e piena di graffi, macchie, bottoni rossi al posto delle pustole scorticate. E sopra c'era ora quella calotta di bianco tenero. Gino ci mise una mano. Era morbida e calda, Come toccare la farina.
        Poi guardò la camicia nuova. Appena appena consumata sul collo, bianca da abbagliare, bella inamidata e profumata. Faceva un po' a cozzi con la faccia malmessa. Era anche un po' grande e sulle spalle gli cadeva troppo, però ci faceva la sua figura.
        Al rumore della porta che si apriva Gino saltò su e corse accanto alla governante. Il dottore stava uscendo, con la faccia così stanca che non si sapeva di che umore fosse.
        La governante gli andò incontro mentre lui si rimboccava la borsa nel cavo della mano.
        "Signor dottore... va meglio?"
        "Eh? Sì... sì, va meglio. Aspettate, prima d'entrare, lo stanno sistemando. Arrivederci".
        Il dottore se ne andò per il corridoio con la fatica cadenzata sul peso della borsa e dei grandi passi di chi c'ha ancora troppe cose da fare.
        Stettero ancora qualche minuto, fermi e zitti e nervosi nemmeno stessero aspettando l'udienza papale. Anche a Gino gli montava la preoccupazione, non sapeva di che. Possibile che ora gli desse tanta soggezione quel giovanotto che aveva trovato fra le felci? Doveva essere colpa della governante, che nell'attesa si pizzicava la pelle del collo fra due diti, sempre più veloce.
        Poi, finalmente, il cameriere disse: "secondo me ora si può" e bussò piano piano. All'"avanti" di dentro la governante socchiuse la porta e infilò la testa nella camera.
        "Signorino... ci sarebbe quel ragazzo...".
        "Sì, fatelo entrare".
        La governante si voltò verso Gino e gli fece cenno di sbrigarsi dentro.
        Gino si tuffò nella stanza e sentì la porta richiuderglisi dietro.
        La camera era in penombra, come il resto. E come il resto era alta, vasta, odorosa di cera. Con in più qualche puzzo aspro di medicinale.
        Seguendo la direzione della voce, Gino si accostò lentamente. Intanto gli occhi gli si abituavano e cominciava a distinguere il grande letto con le spalliere alte e scure, le sedie di velluto disposte ai lati, una figura distesa sul letto e una dama seduta accanto.
        Quando fu abbastanza vicino il giovanotto sgranò tanto d'occhi.
        "Ma... che hai fatto?"
        Gino arrossì e chinò la testa.
        "Mi hanno lavato".
        Il giovanotto continuò a squadrarlo per un po' in silenzio e Gino anche, si mise a guardarlo. Era pallido come un morto e c'aveva la bocca tirata di chi ha patito parecchio. Sotto le lenzuola si capiva che la gamba stava bloccata fra legni e fasce, tenuta in alto dai cuscini.
        Il giovanotto seguì gli occhi di Gino e con le dita indicò la gamba.
        "Mi sono rotto la caviglia...".
        Poi chiuse gli occhi e inghiottì male.
        "Forse non ci posso più andare, a cavallo.
        Un sospiro attirò Gino sulla dama. Era paffuta, strizzata in un vestito grigio ricamato. C'aveva sulla testa un'acconciatura che la faceva più alta d'un pezzo. E un collo smencio che strabordava sul cotone. Con un fazzoletto di fiandra si asciugava di continuo le tempie. E, da quando era entrato, fissava Gino con una smorfia.
        "Mamma, questo è il ragazzo che mi ha salvato".
        S'era aspettata di incontrare un portento, gli era arrivato Gino lo Scorticato e ora non gli riusciva quasi di sorridergli.
        "Senza di lui... sarei ancora là!"
        La madre annuì e riprese a guardarsi il figliolo, questa volta con una lacrimuccia pendula dalle ciglia.
        Il giovanotto sorrise per due.
        "Avvicinati. Come ti chiami?"
        "Gino".
        "Gino. Ti voglio fare un regalo".
        A Gino tutte le idee si presero per mano a fare il girotondo e non gli riuscì di rispondere niente.
        "Ti hanno dato dei vestiti... ne vuoi ancora? Vuoi dei soldi?"
        Gino si afferrò ai pantaloni, si gonfiò d'aria e la risputò tutta insieme in un bisbiglio.
        "A me... forse mi piacerebbe rimanere qui".
        Il giovanotto risquadrò Gino per bene.
        "Ma... non c'hai una casa?"
        "Io, non lo so...".
        La madre smise di palpeggiarsi e lo guardò anche lei.
        "Io... è che la casa ce l'ho, ma mi sono perso".
        Il giovanotto pensò e considerò.
        "Sei scappato?"
        "No, no. E' il mio babbo, che m'ha mandato in giro a lavorare e poi io mi sono perso. Poi sono rimasto un po' nei boschi...".
        Il giovanotto grugnì per una stilettata di dolore. Quando si riprese guardò sua madre e lei gli prese una mano.
        "Non ti stancare, Filippo".
        Filippo chiuse gli occhi e parlò strozzato nella sofferenza.
        "Puoi rimanere quanto vuoi... ne parlerò con mio padre".
        "Grazie. E... vorrei scrivere a casa, per dirgli che non si preoccupino...".
        "Parlane domani, con il segretario che viene la mattina".
        Gino avrebbe voluto anche chiedere una sommetta, da mandare a casa, ma Filippo chiuse gli occhi e sparì dietro ai suoi dispiaceri. La madre gli si tuffò dietro.
        Gino rimase qualche minuto a guardare i drappeggi dei lenzuoli, la caraffa sul comodino, il vaso sotto il letto.
        Poi rinculò piano piano, trovò a tentoni la porta, la maniglia e uscì facendo sembiante d'entrare. Sbatté la schiena sul grugno della governante, che s'era piegata a origliare, e sulla spalla del cameriere, che era un po' più alto.
        I due si imbarazzarono, si raddrizzarono, si sistemarono sussiegosi i vestiti.
        "Allora, hai finito?"
        La governante all'improvviso c'aveva fretta e gli faceva già cenno di andare.
        Gino annuì e si rimisero in cammino per i grandi corridoi.
        "Ma che c'ha il signorino che sta così male?"
        La governante si coccolò un momento la notizia, poi gliela sussurrò come se i muri potessero sentirli.
        "Non si sa se potrà più camminare bene".
        Poi, pentendosi di aver ceduto alla tentazione, si batté il petto e affrettò il passo.
        "Ma non sono affar tuoi. Se vuoi restare qui, ti devi comportare, capito?"
        Lo lasciò alla cuoca, in cucina.
        "Il signorino ha deciso che rimarrà qui. Occupatevene voi", e se ne andò veloce.
        Da accanto il caminetto gli balzò incontro Italo e gli si mise a saltellare davanti.
        "Rimani... rimani... rimani...!"
        La mamma lo fermò con uno scappellotto.
        "E stai un po' fermo!"
        Poi, mentre si asciugava le mani al grembiule, pensava ad alta voce.
        "Dove lo metto?"


X.
Solaio

        In un solaio pieno di mele e di noci. Di odore chiuso, bacoso, buio.
        Se non altro era asciutto, perché le mettevano lì proprio per questo, le frutte. Perché era asciutto. E non c'erano topi perché ci tenevano chiuso un gatto, e lo facevano uscire solo la mattina per fare i bisogni. E d'ora in poi toccava a lui di ricordarsene, visto che ci dormiva.
        Il so' Luigi portò su un materasso di foglie di granturco. Che non era pesante ma che lo fece bestemmiare per tutto il percorso, a ogni scalino, a ogni porta che si doveva abbassare per non sbatterci.
        "Maremma maiala, eccolo qui".
        Lo buttò all'entrata e restò ad annaspare per ripigliarsi. C'aveva un'età, il so' Luigi.
        "Ora ci se n'ha due, di signorini! La prossima volta te lo vieni a prendere da te."
        Gino annuì con la faccia seria, ma intanto pensava che era una bischerata, perché a lui di certo non gli sarebbe mai più venuto in mente di portare su e giù il materasso. Mica era grullo.
        Intanto il so' Luigi guardava intorno e valutava, capiva se tutto era a posto. Si avvicinò al mucchio enorme di mele, che gli arrivava agli stinchi. Si inginocchiò per terra e si mise a frugare e frugare, lanciandosi le mele a destra e manca via via che le trovava buone. Poi si bloccò, ne tirò su una, se la girò fra le mani e la mise da parte. C'aveva tutto un lato marrone e mencio. Ne trovò altre due, così. Poi ricontrollò qua e là; le altre erano a posto e si rialzò.
        Adesso c'era anche l'odore del so' Luigi, nel solaio basso. Odore di sforzo e di respiro.
        Piegato in avanti, con una mano su un ginocchio e una sulla schiena, "madonna de' dolori..." si tirò su pian pianino. "Pigliami quelle", indicando le mele marce.
        Gino le raccolse e gliele dette. Il so' Luigi le mise in tasca, finì di raddrizzarsi e se ne andò via piegato, borbottando bestemmie come quando era venuto.
        Il gatto, che s'era nascosto su una trave, saltò giù, poi vide che c'era ancora Gino e riscappò via, che non era abituato ad avere qualcuno con lui.
        Gino si avvicinò alla finestra, fatta di mattoni traforati, da cui entravano un filino di luce e aria. Vide il cortile dietro la cucina, la sguattera che attraversava con un catino pieno di panni sporchi su una spalla. Italo che lo aspettava seduto sul pozzo. Un cane che si grattava all'ombra.
        Tornò al materasso e lo provò. Era troppo morbido, troppo scricchiolante, troppo profumato per dormirci. Prese la coperta che gli avevano dato, la mise in terra e ci si adagiò. Andava molto meglio.
        Però non riuscì mai a dormire bene, nel solaio, perché le noci facevano i bachi e i bachi facevano dei filamenti. Ne era pieno il soffitto, di bachi e di ragnateli, e quando stava disteso gli cascava in faccia una segatura fine fine di noce. Per questo, la notte, invece di dormire, prese il vizio di gironzolare. Perché le notti erano calde e afose e si stava bene solo fuori.
        Adesso che il signorino stava meglio e c'era meno l'aria da lutto sulla casa, tutti i servitori la sera stavano a veglia nel cortile. Fino a tardi, raccontavano e sparlavano e ridevano. Il so' Luigi fumava una pipa scalcagnata, il cameriere gli avanzi dei sigari del signore. Le servette ciondolavano in un angolo, stanche, finché la governante le scacciava. E quelle se ne andavano strascicando i piedi. Anche i garzoni di stalla se ne andavano presto, e il contadino. Che era l'unico che stava al podere e che non dormiva alla villa.
        "Ora vò", diceva ogni sera "che sennò quella strega m'aspetta sull'uscio".
        La moglie era incinta e prossima al parto e c'aveva paura a stare sola. Che poi che se ne faceva del marito, per partorire, non si sa.
        "Io glie l'ho detto: è meglio che un ci sia, che questo qui l'affogo appena nato, prima che apra gli occhi!"
        Ce n'avevano già sette, di figlioli.
        "Che appena l'adopro, a quella gli si gonfia la pancia!"
        Poi il contadino rideva, si alzava, si aggiustava le palle e andava via.
        Alla governante gli dava noia, il contadino. Lei era signorina e davanti a lei nessuno parlava di parti, di sesso e figlioli. Solo il contadino, perché c'aveva la testa bacata.
        "Povera donna," diceva la governante, mentre agli altri invece gli veniva da ridere.
        La governante faceva finta di scandalizzarsi di tutto, e di non capire le barzellette sporche. Però c'aveva sempre l'ultimo dei pettegolezzi del paese, e la storia di tutti i torbidi dell'ultimo secolo. Parlava poco, solo a fine serata. Quando rimanevano solo lei, la cuoca, il cameriere e il so' Luigi. Italo che dormiva su una panca e Gino accovacciato nell'ombra. Parlava a voce bassa, chiudendosi lo scialle stretto intorno al collo.
        "Me l'ha detto il farmacista: Ines, la più giovane, quella che si doveva sposare a settembre... dovranno anticipare!"
        E poi si raddrizzava, gongolando e riprovando, mentre tutti ci ragionavano su. Poi, la cuoca sbottava.
        "Hai capito, la santerellina, quella che ha studiato dalle suore!"
        Il so' Luigi rideva "l'ho sempre detto, io, che le donne un son bone a altro! Ma che studiare...".
        E qui la governante si irrigidiva, "con permesso parlando", aggiungeva il so' Luigi, divertendosi un mondo.
        E andavano avanti così per un bel po'. Finché le stelle rilucevano tanto che sembravano loro, a frinire nell'aria invece dei grilli. Gino si perdeva gli ultimi discorsi, di solito, perché si sdraiava sulle pietre finalmente fresche e guardava lo sbrilluccichio degli astri. Sentiva i saluti, uno per volta, la buonanotte coi vari toni di voce e gli "a domani", "mi dorma bene", il tintinnio del rosario della governante, che se lo cavava già di tasca per guadagnar tempo. La cuoca che scrollava Italo e lo trascinava dentro, con uno scapaccione, già che c'era.
        Gino si stiracchiava sulle pietre, pieno di sonno e di voglia di restare sveglio nello stesso tempo. Aspettava che la cuoca ritornasse fuori. Perché lei restava in casa proprio pochino, il tempo di un'Avemaria. Riusciva subito, senza lume e senza rumore. Si guardava intorno, faceva il giro della casa e spariva.
        Di solito Gino lo prendeva come il segnale che era l'ora di dormire, saliva in solaio, ci stava scomodo, riscendeva e finiva la notte sulla panca lasciata libera da Italo.
        Ma, una notte, si chiese "o dove va?". E, dato che quella notte c'aveva ancora meno voglia di dormire del solito, si mise a seguirla. Piano piano, più piano di un gatto che ruba il magro. La vide prendere una scala laterale, che non sapeva dove portava. Era una scala ripida, che finiva in una porta isolata, al secondo piano. Senz'altre porte o finestre intorno. Proprio sopra alla cucina. La cuoca la aprì frusciando e ci sparì dietro.
        Gino la seguì col cuore che faceva rumore, tanto batteva forte, senza respirare. In cima alla scala si tolse le scarpe, aprì e si infilò nel buio. Ci mise parecchio, prima di vedere qualcosa. Quando il buio diventò ombre di vari grigi, capì di essere in un corridoio stretto e lungo. Con in fondo un chiarore. Scivolò quatto quatto. L'unico rumore era la pelle dei piedi che si appiccicava all'impiantito.
        La luce afona di uno stoppino basso usciva da un uscio aperto, subito girato l'angolo in fondo al corridoio. A Gino gli s'era bloccata anche la paura, insieme alla saliva e il fiato. Si avvicinò pian pianino alla porta e sbirciò dentro. C'era uno studio grande, lindo e profumato. Pieno di libri in fila, quadri, tappeti. E una grande poltrona nel mezzo con un vecchino semidisteso, pulito anche lui, tutto stirato e sistemato. I capelli bianchissimi pettinati e lisciati all'indietro, come fosse ancora un giovanotto. Ma era pieno di grinze, profonde come crepe, e c'aveva gli occhi opachi di chi c'ha parecchi anni.
        La cuoca comparve, da una porticina, con in mano una coperta.
        "Siete sicuro di non volervi coricare?"
        Il vecchietto fece "no" col capo e indicò alla cuoca le gambe perché lei le coprisse. Anche se c'aveva già addosso una vestaglia rossa, lunga fino ai piedi, dall'aria calda e soffice.
        La cuoca gli si avvicinò, gli si distese addosso, per coprirlo e rincalzarlo per benino. E allora la mano del vecchio, lunga, grinzosa e vecchia come una gallina da brodo. La mano schizzò su e gli strinse una natica.
        Gino si sgranò tutto di meraviglia e oltre a non inghiottire né respirare più non riusciva nemmeno a muovere un muscolo. Sopratutto perché la cuoca... non si muoveva. Non protestava, non si spostava. Continuava a lisciare e rimboccare la coperta, come se la mano fosse sempre stata lì. E la mano palpava, lisciava, pizzicava qua e là.
        "Sempre soda...".
        Finalmente la cuoca aveva finito, ma ancora non si mosse. Lasciava che il vecchio se la gustasse pezzo pezzo. Poi, il vecchio gli fece cenno di sedersi e la cuoca ubbidì. Quando ce l'ebbe davanti il vecchio spostò la mano su un seno e ricominciò a palpeggiare, a lisciare, a assaporare.
        "Mmmm.... Adelina, mi farai morire!"
        La cuoca rideva e guardava il vecchio. Lo lasciò armeggiare a lungo con la poppa, che s'era rizzata e sollevava la stoffa di un tanto. Il vecchio si mise a pizzicarla, lì dove s'era rizzata, e poi tirò su anche l'altra mano e la mise dall'altra parte.
        "Adelina...".
        "Sì...".
        "Dài, Adelina... ancora una volta...".
        Adelina si alzò di scatto e si allontanò ridacchiando.
        "Oh, Fernando, ma che vi viene in mente...".
        Fernando rise, come se fosse stata una burla.
        La cuoca spolverò con l'avambraccio un mappamondo.
        "Volete un cordiale?"
        "Macché cordiale, voglio vent'anni! Porco mondo".
        La cuoca armeggiava in giro, spostava, riordinava.
        "A vent'anni sì, che t'avrei chiavata!"
        "La minestrina non la volete?"
        "Allora c'avevo una verga, mica questa fava rinseccolita!"
        "E' tardi, Fernando, io vado".
        "No, Adelina... voglio la minestra".
        Adelina tornò nella stanza accanto e ne uscì con una scodella su un vassoio. Li appoggiò sulle ginocchia del vecchio ma stando lontana, questa volta.
        Fernando fece finta di mangiare per un po'. Poi posò il braccio, floscio, sulla coperta.
        "Sono stanco".
        Adelina gli tolse di dosso l'impiccio e tornò di là, poi ricomparve.
        Fernando la guardò e gli cadde dalle labbra un lamentino flebile, che quasi non si sentiva.
        "Adelina... sono troppo vecchio. Che ci sto a fare?"
        "Oh, Fernando, non ricominciate, eh? Siete l'invidia di tutti, per come li portate, gli anni!"
        "Sì... l'invidia".
        "Adelina prese un tovagliolo e gli asciugò bene la faccia, che per mangiare tre cucchiaiate s'era sputazzato di minestra dappertutto.
        "Adelina... il ragazzo, come sta?"
        "Bene".
        "Cresce bene?"
        "Fernando, ve l'ho detto anche ieri, sta bene".
        "Gli lascerò qualcosa, sai?"
        Adelina lo rimboccò di nuovo, smorzò ancora lo stoppino.
        "Sì, si. Dormite bene, torno domani".
        Gli sfiorò il braccio e lo lasciò.
        Gino era così stupito che la lasciò quasi uscire, prima di staccarsi dallo stipite e correre sulle punte, spalancare il portoncino, raccattare le scarpe, precipitare sulle scale, ridistendersi sulla panca con le scarpe ancora in mano.
        C'aveva il cuore come un tamburo il gola, e fiumi di sudore giù per la faccia quando la cuoca gli passò accanto, frusciando nel buio. Tirò a dritto, lo superò, entrò in casa e tirò il chiavistello.
        Gino restò disteso sulla panca e rimase sveglio fino all'alba, a pensare e ripensare al vecchio, alla mano sul sedere, sul seno, i discorsi, il ragazzo... il ragazzo... chi?
        E mezzo pensava, mezzo sognava, il mappamondo, le poppe, la minestra. Si addormentò con le prime luci, nel fracasso della campagna che si svegliava, e sognò la cuoca che gli si distendeva sopra e lui era debole e si ritirava, si restringeva come il cuoio bagnato, si stringeva fino a scomparire nella sua camicetta.
        Si svegliò stanco e con un po' di febbre. Con Italo che lo scuoteva.
        "Gino, si va allo stagno?"
        Gino si alzò, senza capire nulla, e si strusciò gli occhi. Seguì Italo pei cortili, i prati e i campi. Si accoccolò accanto all'acqua torbida e guardò Italo che acchiappava le rane. Poi le faceva volare più alto che poteva e quelle tonfavano sull'acqua e sparivano sotto. Italo seguitò un monte, poi era tutto rosso e sudato. Allora si spogliò nudo e camminò pianino sul fango, per non scivolare. A braccia larghe e chiappe strette, slittando i piedi sul fondo come desse la cera sui pavimenti. Arrivato con l'acqua alle cosce si tuffò sbattendo la pancia fra gli spruzzi.
        "Dài, Gino, vieni!"
        Gino si spogliò e si infilò anche lui nell'acqua, ma solo fino ai polpacci. C'aveva troppo freddo per fare il bagno e rimase fermo, abbracciandosi le spalle, con la melma che si infilava fra i diti dei piedi. Intanto Italo faceva il morto.
        "Gino, non entri? Vieni che si sta bene!"
        E galleggiava, felice.
        "Italo, la tua mamma....".
        Italo sguazzava con gli occhi chiusi.
        Gino allungò i bracci sulla testa e si buttò in avanti.
        Nuotarono parecchio, nello stagno. Galleggiarono e fecero la gara a chi sputava più in alto. Poi gli cominciò a brontolare la pancia a tutti e due. Stettero a sgocciolare qualche minuto sulla riva, si rivestirono e tornarono alla villa.
        Dove c'era tutta un'agitazione strana, e non si capiva perché stavano tutti in cerchio nel cortile davanti all'entrata e tutti zitti come all'elevazione, ma nervosi e pesticciando in piedi. Gino e Italo sgattaiolarono fra le gambe e si accovacciarono in prima fila.
        C'era il signorino, al centro del cortile, sostenuto dal dottore e dal padre. La madre a pochi passi faceva il gesto di far piano, mordendosi i labbri. Il signorino saltellava sul piede buono e quello fasciato glielo reggeva il so' Luigi, tutto piegato che per poco gli s'infilava il naso nel ghiaino.
        C'era anche un giovanotto mai visto, tutto scuro e serio, che teneva aperta la portiera di un'auto.
        "Quello è Raffaello, il figlio maggiore, fa l'avvocato a Siena...", bisbigliò Italo.
        Il signorino saltellava e a ogni saltello gli si torceva la faccia dal male che sentiva alla gamba. Era pallido e sudato, sembrava dovesse svenire da un momento all'altro. Finalmente riuscirono a caricarlo sulla vettura, adagiato sui posti dietro. Davanti ci salì il dottore, il fratello alla guida.
        Il padre e la madre fecero tre passi dietro la macchina che scricchiolava via sul ghiaino. Poi si voltarono e corsero in casa, che c'avevano tutti e due voglia di piangere.
        Intanto un garzone spiegava a Italo: "il dottore lo porta a un consulto, forse lo devono operare a Bologna...".
        Piano piano il gruppo si sciolse e nel cortile non restarono che i ragazzi. Ma Italo scappò subito verso la cucina e l'odorino di sugo che usciva di lì.
        Gino gironzolò intorno, con la parola "avvocato" che gli tentennava in testa. C'erano tante immagini scure e chiuse attaccate a grappolo intorno a quella parola. E ne scivolava un umore triste e pesante che gli s'era invischiato intorno al cuore e non voleva andare via.
        Gino si accorse di aver camminato fino alle ceneri del rogo, ancora tutte lì ché non c'era stato un alito di vento a disperderle. Si chinò e cominciò a frugarci. Gli rimase fra le dita un pezzo di colletto, una suola ritorta, l'ultima moneta guadagnata con le stringhe.
        "Le stringhe!"
        Gino gridò e saltò su. Col cuore che pompava al massimo, pronto a correre... dove?
        Gino provò e riprovò a pensare ai posti dov'era stato, e dove c'aveva ancora la scatola in mano e dove non ce l'aveva più. Ci pensò e ripensò e intanto camminava su e giù.
        Rivide boschi, ruscelli, cascine e fienili. Aie, cisterne, stalle e porcili. Aveva dormito dappertutto e camminato per mezza Toscana. Valli e colline. E in alcuni posti si vedeva con le stringhe sul fianco, o sulle gambe se stava a sedere. Si ricordava di averci ancora giocato, di averle annodate e sciolte tante volte, di averle guardate, la sera, prima di dormire. Si ricordava il colore e la forma di ognuna e che impressione faceva tenerle in mano, ma non si ricordava dove l'aveva lasciate.


XI.
Scherzi del caldo

        Fra ninnoli e nannoli Gino ci rimase tutta l'estate, a Villa de' Cenci. Che ci stava bene. La notte dormiva fuori, la mattina andava al solaio e faceva uscire il gatto. Era l'unico lavoro, perché nessuno gli dava niente da fare.
        Il signorino era prima a Bologna, poi a Siena dal fratello. E anche i padroni facevano su e giù. Non c'era nessuno per decidere se Gino doveva restare o andare. Poi Gino era discreto, quasi non si sentiva. Ascoltava i discorsi alle veglie, andava a fare il bagno con Italo, guardava gli stallieri occuparsi dei cavalli.
        Che adesso che non c'era più chi li montasse erano nervosi e battevano gli zoccoli in terra. Ogni giorno ne portavano fuori uno alla corda e lo facevano camminare, trottare, galoppare in circolo. Con la frusta lunga che serpeggiava in terra dietro alle zampe.
        Il più bello era quello che Gino aveva trovato nel bosco. Grande, scuro, con gli occhi agitati e i muscoli a onde sotto la pelle. Anche alla corda sgroppava e scalciava, perché era il più vivace.
        "Gliel'avevo detto, al signorino, di non prendere Bulcefalo", lo stalliere era basso e grosso ma faticava a tenerlo. Invece di schioccare la frusta, come con quegli altri, a Bulcefalo gli batteva il manico su una spalla, perché faceva il verso di andargli addosso.
        "È troppo insanguato... sta' lì, bestiaccia! Meglio darlo via... e chi lo monta più, questo?"
        A Gino gli veniva la tristezza, a pensare a quel cavallo senza più padrone.
        Una volta, tanto per provare, ci s'era issato anche sopra, a un cavallo. Magari gli sarebbe riuscito di cavalcarlo, e allora poteva davvero diventare un fantino.
        Lo stalliere ce l'aveva messo su di peso, sulla giumenta più buona che avevano. Madre tante volte, più larga che lunga. Trascinava gli zoccoli e sollevava una nuvola di polvere a ogni passo. Gino stava aggrappato alla criniera e, non fosse stato per gli ossi della schiena che gli si snocciolavano sotto, si sarebbe anche divertito.
        Poi lo stalliere dette una scrollatina alla corda, gridò "trott" e quella si mise a salterellare in tondo. Avrà retto sì e no mezzo minuto, Gino. Poi scivolò di lato sulla panciona grassa. Lento e inesorabile, giù fino a fracassare in terra, fra le zampe di dietro. Si alzò tutto impolverato, sputazzando sabbia e accidenti. La giumenta s'era fermata e si guardava intorno. Così buona che a Gino gli prese la rabbia. Raccattò una manciata di terra e gliela tirò sul muso. Lo stalliere, piegato in due, ci mise qualche minuto per ripigliarsi dal ridere.
        A fine agosto tornò il signorino. Panciotto e maniche di camicia del padre da una parte, abito scuro del fratello dall'altra, come stampelle. Scese dalla macchina piano piano, come un cardinale, sorretto, scrutato, incoraggiato.
        Intorno fremeva il silenzio di tutta la servitù al gran completo e nelle divise migliori. Tirati a nuovo e luccicanti di sorrisi d'emozione.
        Il signorino mosse i primi passi. Barcollava un po' e gli tentennava la testa dalla debolezza. Era magro e pallido, ma tutta la faccia s'era aperta da parte a parte per la gioia d'essere a casa.
        La signora si buttò con tutti i capelli, i vestiti e le onde di ciccia addosso al figlio. Per poco non lo fece cascare lungo disteso, che poi glielo dovevano rimontare daccapo. Il padre e il fratello lo sostennero, si raccomandarono sottovoce alla signora e intanto cercavano di staccarla, che quella s'era appiccicata peggio della cozza a una chiglia.
        Poi, in qualche modo aggrappati gli uni agli altri, passarono fra le congratulazioni e i saluti di tutti, annuirono e furono dentro. Scortati solo dalla governante e il cameriere.
        "Allora, ci si sveglia?"
        Il so' Luigi era già accanto alla macchina, aveva già aperto il baule e cominciato a scaricare i bagagli del signorino. Corsero ad aiutarlo due garzoni e tutti e tre si avviarono, carichi come muli, verso il portone.
        "Sembra stia bene, vero, Gino?"
        Italo camminava serio serio accanto a Gino, con una faccia di non si sa quale circostanza. Gli doveva sembrare un momento parecchio solenne.
        Gino pensava a quanto tempo era passato, che lui nemmeno se n'era accorto. Perché era stato bene lì, sempre fuori a non far niente. Tornò sui suoi passi, verso la casa. Si avvicinò a una vetrata e si specchiò. Era in carne, con un bel colorito sulla faccia. I capelli cresciuti a spazzola sulla testa erano gialli come non mai per tutto il sole che aveva preso. E le braccia muscolose per le nuotate e le arrampicate sugli alberi.
        "Gino, che fai?"
        Gino guardò Italo.
        "Chissà se mi fanno rimanere?"
        Nemmeno gli avesse dato un pugno nello stomaco. Italo diventò bianco e curvo, sgranò la bocca, spalancò gli occhi. Masticò l'aria un paio di volte come per parlare ma non gli venne fuori niente. Poi scappò in casa.
        Nei giorni seguenti il fratello maggiore, Raffaello, ripartì. Il padre riprese a dirigere i beni, la madre a girovagare dentro casa. Il signorino, aiutato dal so' Luigi, camminava ogni giorno un po' di più, zoppicando sempre meno.
        Arrivavano sui prati all'inglese, che erano belli morbidi e lisci. Lì il signorino si levava le scarpe e faceva degli esercizi che gli avevano detto i dottori. Gino e Italo li spiavano di lontano, e aspettavano solo di vedere quando il so' Luigi afferrava il piede del signorino e gli spingeva la punta in giù, in su, di qua, di là. Il signorino si torceva e urlava di dolore, allora il so' Luigi smetteva e quello urlava ancora più forte di continuare. Italo e Gino sghignazzavano per l'imbarazzo, scappavano via, si tuffavano vestiti nello stagno.
        Erano giornate calde, era ogni giorno più caldo. Le cicale pareva dovessero stramazzare dallo sfinimento da quanto cantavano. Tutto il giorno. E anche la notte, non smettevano un minuto.
        L'aria era vizza perché non pioveva da due mesi, e su tutte le piante, sui muretti, sulle tettoie, c'era un velo fino di polvere che non s'alzava mai perché non tirava un alito di vento.
        Nelle ore più calde nessuno si muoveva, fuori. Nemmeno le bestie, nemmeno gli insetti. Tutto stava fermo a fibrillare nel sole.
        Quelle ore Gino e Italo le passavano accanto al pozzo, sotto l'ombra rada di un albicocco. Erano gli unici a stare fuori. A loro il caldo non gli dava noia. Faceva parte della corte, come gli alberi, l'erba secca, le cicale. Bastava non muoversi, star sdraiati a guardare il cielo bianco. O fare acrobazie di legnetti.
        "Cecco bilecco montava su uno stecco, lo stecco si rompe, Cecco giù dal ponte...".
        Non c'era tanto da fare, a quell'ora, ma non si stava male.
        "Il ponte va in rovina, Cecco sulla farina... la farina la si schiaccia e Cecchino si sculaccia".
        Italo ridacchiava con gli occhi stretti.
        "Me la cantava sempre la Tina...".
        Stavano lì ore intere a aspettare che la gente, le bestie, gli uccelli, i colori e i suoni si ripigliassero. Verso le cinque. Quando la luce era un po' più di sbieco.
        Allora, le piante si muovevano di un'aria impercettibile, gli insetti ci ronzavano sopra e le rondini calavano a papparseli. Le lucertole uscivano dai buchi, ancheggiando per i cortili. I gatti si stiravano, un cane abbaiava di lontano. Poco per volta, prima un muggito, poi un nitrito, alcune voci dietro ai lavori. Uno strumento che batteva alle scuderie, fruscii e colpi in casa.
        Italo e Gino si muovevano, allora, e giravano per i campi, scoprivano le tane, acchiappavano le farfalle, si arrampicavano fino a un nido.
        Un giorno, saranno state le due, Gino e Italo stavano con le spalle appoggiate al pozzo, a strappar le ali a una mosca.
        Sentirono dei passi venire veloci verso di loro e subito si alzarono, nessuno li cercava mai a quell'ora. Videro l'Adelina che attraversava la corte. Si capiva che voleva correre ma che c'aveva le gambe impastate di sgomento.
        Pallida, con gli occhi persi, quando li raggiunse voleva parlare in fretta ma incespicava nei suoi stessi pensieri.
        "Italo... vai giù... vai, cerca il dottore, deve stare giù al borro, vai presto. Digli di venire subito... vai al borro, subito...".
        Si voltò e tornò alla casa.
        A Italo, senza lo scappellotto della mamma, gli ci volle un po' per capire che doveva ubbidire. Allora fu Gino a scuoterlo, picchiandolo sulla schiena.
        "Oh, andiamo!"
        Corsero per il viale, fino alla strada fra i muri. La presero verso il paese, giù in discesa. Passando fra le pietre che rimbalzavano la luce e il caldo. Poi lasciarono la strada, quando ormai vedevano il paese poco avanti, a metà della collina di fronte. Presero per un campo a maggese, poi per uno tagliato da poco. Si graffiarono le gambe nelle stoppie ma non si fermarono un momento.
        Finalmente entrarono nel buio di un bosco dove gli odori secchi diventarono umidi. A Gino gli si riempirono i polmoni di ricordi. Prese lui la guida, in giù, fra il sottobosco intricato, dove si strappavano i vestiti e le mani.
        Italo si fermava ogni tanto a liberarsi dai rami che si attorcigliavano alle caviglie, o i pruni che entravano nei bracci, o perché una ramo spostato da Gino gli era scattato a molla sulla faccia. Camminava impettito, con le braccia a schermo in avanti e i piedi a incespicare sulle radici.
        Gino invece procedeva acquattato, sicuro, saltellando sugli ostacoli, schivando i rami e i cespugli. Gli veniva da ridere, dalla gioia, e si chiedeva come aveva fatto a stare tanto lontano dai boschi.
        "Gino! Di qua!"
        Quando si voltò Italo era su un sentiero che sprofondava giù, oltre la vista, e ruotava il braccio per fargli segno di andargli dietro.
        Il sentiero era piccolo, a momenti scompariva. Scendeva a precipizio fra gli aceri, poi fra faggi e querce sempre più fitti, in fondo i pioppi. Perché il sentiero finiva in una gola stretta, bagnata da un fiumiciattolo dove ancora scorreva un pisciolino d'acqua, che nella stagione buona doveva essere parecchio più grande.
        Camminarono rasente al fiume, dove il cammino era più largo e battuto. Il cielo si vedeva solo di tanto in tanto, perché gli alberi erano grandi e alti, e si tenevano per i rami da una parte all'altra del letto.
        Finirono di colpo, in un punto in cui il fiume si slargava in un laghetto secco. E torno torno all'acqua che ora non c'era stavano orticelli e qualche albero da frutto. Davanti a loro, c'era una casa di pietra marrone, tutto il lato a monte verde di muschio. Poco più su, una antica ruota di mulino abbandonata.
        Gino stava lì a chiedersi come poteva essere vivere così, in una pozza d'acqua e di luce, abbracciati dal bosco e dall'ombra tutto l'anno. Guardava la casa col dirupo addosso, e i rami degli alberi sporti sul tetto umido.
        Intanto Italo entrò e uscì dalla casa, col dottore accanto che si srotolava le maniche della camicia e si infilava la giacca scura. Italo teneva con due mani la grande borsa di pelle e quasi non ce la faceva a camminare. Il dottore scomparve qualche minuto dietro la casa e ricomparve tenendo il cavallo per le briglie. Lo mise vicino a una pietra, si arrampicò sulla pietra e poi sulla sella. Italo gli porse la borsa e il dottore la fissò per i manici a una cinghia. Poi trottò via lungo il sentiero; questione di secondi e sparì fra gli alberi.
        Italo e Gino si guardarono. Ancora annaspavano per l'andata. Avevano la gola riarsa, il petto caldo, le tempie gonfie. Andarono fino al centro del laghetto secco, si buttarono carponi e infilarono la faccia in una pozza piena di girini. Stettero qualche minuto a riprendere fiato. E intanto Gino continuava a guardare il borro, con gli alberi talmente stretti che sembrava stessero per chiuderglisi addosso.
        "Ma chi ci sta qui?"
        Italo lo guardò un po' sorpreso.
        "Il dottore!"
        Gino indicò il cielo striminzito.
        "Ma... proprio quaggiù?"
        "E' casa sua! Era il figlio del mugnaio".
        "Ah...".
        "L'ha fatto studiare a Bologna. E gli è morto di fatica, perché non c'aveva nessuno qui a aiutarlo alla mola. Un giorno gli è schiantato il cuore, mentre alzava un sacco di farina".
        Italo rituffò la testa nella pozza e scosse via l'acqua come un cane dal pelo.
        Gino si riallaciò le scarpe, sempre fissando lo straccio di celeste sulla loro testa.
        Si rimisero in piedi e corsero sul sentiero, saltellando sulle impronte ferrate del cavallo. Rifecero il lungo fiume e il bosco, in salita questa volta, tenendosi ai rami e agli appigli ritorti delle radici. Poi i campi, poi la strada. Dove però, a un certo punto, gli venne a tutti e due male ai fianchi e restarono qualche minuto piegati, senza parlare, con le facce infuocate che si squagliavano in sudore.
        Quando arrivarono alla villa c'erano dei gruppetti di gente, raccolti ai lati della corte. E ce n'erano anche girato la casa, ai piedi della scala che portava al piano di sopra. Il cavallo del dottore era legato poco oltre, al pozzo, e nessuno se ne occupava.
        Italo entrò in cucina.
        "Mamma!"
        Non c'era e tornarono fuori. Cercarono in dispensa, in cantina, al lavatoio.
        Davanti alle stalle anche, dove ovviamente non c'era e c'era invece il gruppetto degli stallieri che non facevano niente.
        "Avete visto la mamma?"
        Uno stalliere giovane rispose: "mah... sarà su anche lei, sarà salita da..." la gomitata dello stalliere più anziano gli tolse il fiato e la voglia di parlare.
        Gino guardò Italo. E mentre lo guardava sentì tutte le idee rimescolarglisi, cambiar ordine e senso. Finalmente capì: il ragazzo... era lui! Perché non c'aveva pensato prima? Il figlio illegittimo, la creatura misteriosa del vecchio e della cuoca!
        Italo intanto aveva cominciato a cercare la mamma verso lo stenditoio.
        "Italo, aspetta! Forse lo so, dov'è".
        Gino lo prese per un braccio e lo portò di nuovo ai piedi della scala. Qui c'era il gruppetto delle serve e dei garzoni, che si agitò e mormorò quando li vide arrivare e imboccare veloci i gradini. Gino aveva paura li fermassero. Ma tutti erano troppo stupiti per muoversi.
        Già nel corridoio buio si sentivano dei sospiri e un odore triste.
        Si affacciarono oltre l'angolo e videro lo studio. Ordinato, pulito, vuoto. Lo percorsero piano piano e si affacciarono alla porta. C'era una camera, con un lettino stretto e un morto sopra. Il vecchio, Fernando. Sempre pettinato e ordinato, composto sulla coperta e un cuscino candido, in una camicia da notte immacolata. Un angelo invecchiato.
        C'era il signore, accanto al letto, con gli occhi lucidi. Stava con le mani conserte e guardava il petto di suo padre. Accanto a lui la moglie, con le cicce frementi di sdegno. Cercava di dare il più possibile le spalle ad Adelina che, ai piedi del letto, stava imbambolata a guardare i piedi del morto. Il medico si teneva a qualche passo.
        Non l'avevano sentito arrivare, il so' Luigi. Gino e Italo sentirono solo le sue nocche stringerglisi sui muscoli delle spalle e dovettero sforzarsi per non urlare. Li tirò via dalla porta, poi li fece volare in un soffio per il corridoio, giù per le scale, nel cortile, davanti al gruppetto che non osò ridere o dir niente, via di corsa fino al pozzo.
        "Ma che c'avete nel cervello, i bachi da sego?"
        Il so' Luigi era rosso in faccia e furioso. A Gino gli sembrava che la sua rabbia li avrebbe potuti schiacciare come un tacco su una formica.
        Trattennero il respiro per qualche secondo, prendendosi un paio di bestemmie per uno. Poi il so' Luigi si allontanò, entrò nella sua baracca e sbattè la porta.
        Italo ridacchiò.
        "L'abbiamo fatta grossa, eh Gino?"
        Gino gli sorrise, poi si sedette con le spalle al pozzo. Italo si sedette accanto a lui. Poi si rialzò, calò un secchio e tirò su l'acqua, bevve, si lavò la faccia, si buttò quel che restava in testa. Poi si risedette, gocciolando.
        Un calabrone ronzava su un finocchio selvatico, un merlo schioccava sull'albicocco. Gino cercò di inghiottire senza saliva. Italo guardò verso la casa.
        "Ma che ci fa lì la mamma?"
        Il calabrone volò via. Il merlo continuò a schioccare. Il gatto gli balzò vicino da chissà dove. Lottò un secondo, zampettando con qualcosa nascosto fra l'erba, poi tirò su la testa soddisfatto e corse via con una lucertolina in bocca. Era due giorni che Gino si dimenticava di riportarlo nel solaio e quello si stava inselvatichendo.
        Videro il medico riprendersi il cavallo, scortato da un capannello di gente. Lo videro montare e avviarsi lemme lemme verso casa.
        Fu come il segnale del lutto. Tutta la villa diventò silenziosa e torva. I gruppetti si addensarono piano piano ai piedi della scala coi fazzoletti in testa e i cappelli in mano. I signori scesero dalla scala, ascoltarono le condoglianze e andarono in casa. Il cameriere salì le scale coi vestiti per il morto. La governante portò le candele. La mamma di Italo non ricomparve.
        Verso l'imbrunire arrivò il prete. Coi paramenti e due chierichetti, più un paio di vecchine trinate di nero in testa.
        I signori li aspettarono davanti alla casa, li accolsero, li portarono dentro a bere qualcosa. Due minuti, giusto un cordiale e quattro rosoli.
        Quando il prete arrivò alla scala, Adelina comparve in cima, scese di fretta, si genuflesse appena e filò via.
        Il prete, i chierichetti, i signori e le vecchine salirono in silenzio per l'estrema unzione.
        Durò pochino. Poi il prete se ne andò coi chierichetti e cominciò la veglia. Tutti i servi si dispersero senza rumore.
        Gino non aveva resistito ed era salito ancora una volta, a spiare al piano di sopra.
        Vide il signore, seduto accanto al padre, che leggeva un libro di preghiere. Accanto a lui la moglie, tutta nera questa volta, dormiva con il mento grasso appoggiato al petto. Le vecchine, sedute su degli sgabelli ai piedi del letto, macinavano Ave e Glorie a testa bassa e occhi chiusi, tentennando appena la testa. Fra i mormorii di luce dei ceri, Fernando era ancora più vecchio e più bianco.


XII.
Casina rossa

        Dovette strapparsi alla scena triste, che il tremolio delle voci l'aveva incollato lì peggio d'un mastice. Barcollò lungo il corridoio e cercò fuori, cercò respiro.
        Invece si ritrovò fra i vapori. Trasudati dalla terra, ristagnavano a mezz'aria in una foschia appiccicosa, impregnata dal biancore di luna piena.
        Gino si mise sulla solita panca, ma non riuscì a dormire. Pensava a Italo, che credeva di aver perso il babbo appena nato e invece gli era morto solo poche ore prima. E pensava e ripensava, faceva e disfaceva i calcoli. Essendo quello il vero babbo... Italo era lo zio del signorino. Italo era... il fratellastro del padrone!
        Gino si tirò su, a sedere, e si massaggiò lo stomaco, che c'aveva voglia di vomitare. Eppure non aveva mangiato nulla. Era che non gli tornavano le età. Italo era troppo giovane, o era troppo vecchio il signore. La sua mamma c'aveva venticinque, no, vent'ott'anni; Italo dodici, il vecchio almeno ottanta...
        Gino provò a ridistendersi sulla panca, a chiudere gli occhi e dormire. Ma l'aria era troppo spessa per riposare, quasi troppo acquosa per respirare. Tanto valeva guardare il cielo.
        Su, in alto in alto, delle nuvole lontane correvano su venti che lì in basso non arrivavano. Sfinate dalle quote, luminose. Prendevano i raggi più liberi di luna e li riberberavano a basso.
        Passarono veloci e silenziose, inverosimili come fantasmi, lanciate in una lunga migrazione. Verso un altro continente, sopra un monte o un deserto e altra gente, chissà che clima e che ora del giorno.
        Poi le nuvole alte sparirono e sparirono le luci. Arrivarono nuvole basse, insieme a una brezza fresca. Nuvole grasse e scure, con nel mezzo qualche brontolio.
        Gino si strinse le braccia ma non si spostò. Rimase a sentire il silenzio; di colpo non c'erano più grilli né cicale. Nemmeno schiocchi negli alberi. Nemmeno cani lontani.
        Crebbe il vento, le nubi scure coprirono la luna. In pochi minuti arrivò un buio spesso, freddo di vento grasso d'umido. E arrivò un rumore, unico in tutta la campagna: gli alberi scrosciavano al vento le foglie che sembrava stesse già diluviando. Invece per un qualche minuto non ci furono che lampi e gorgoglii fra le nubi.
        L'acqua, comunque, arrivò presto. Tutta insieme, fredda, a ondate. Ruzzolava giù insieme ai tuoni, che rimbombavano nel cervello. Gino si sentiva come un granchio su uno scoglio, pronto a essere spazzato via, e si aggrappò con le mani ai bordi della panca, ghiacci e scivolosi.
        I fulmini presero a schiantarsi sui campi con dei boati che esplodevano fin nella pancia. Mentre le saette correvano sopra le nuvole. Parevano forze sciagurate, in pena, che cercavano la strada per arrivare sulla terra.
        L'acqua rinforzò e divenne così tanta da schiacciare Gino sulla panca, impedendogli quasi di respirare. Gli ci volle un grosso sforzo per tirarsi su e per arrivare alla casa, al riparo sotto la tettoia della cucina dove l'acqua arrivava lo stesso, ma almeno non lo affogava.
        Nella cucina la luce a olio era accesa, bassa. C'era la cuoca seduta accanto al tavolo, con le mani stanche sul grembo e la stessa faccia naufraga del giorno prima. Gino stette parecchio a guardarla e lei non mosse un ciglio.
        Poi a Gino gli vennero dei brividi di freddo, corse sul retro, prese l'ingresso di servizio, le scale, arrivò tremando al solaio. C'era il gatto che aspettava, con gli occhi sgranati e il pelo gonfio. Appena Gino aprì la porta quello si infilò dentro e sparì nel buio.
        Gino si spogliò alla luce dei fulmini e trovò il suo materasso. Era tiepido e profumato. Per la prima volta Gino ci dormì e ci dormì anche bene, con la coperta tirata fin sopra la testa. Per tutto un lunghissimo temporale che rovesciò tegole, spezzò rami, ruppe recinti e pali.
        Nei giorni seguenti il tempo fu di un bello soverchiante. Giallo e blu, pulito, denso.
        Gino e Italo si godevano l'aria fresca e l'odore buono. Camminavano ore, fino al paese, fino ai poderi. Sulle colline. Tornarono anche al borro. Su e giù fra le piante e a sguazzare coi piedi nel fiume, ch'era riapparso. Poi, visto che n'era venuta giù parecchia, d'acqua, andarono fino al bosco di castagni a cercar porcini. Ma non era ancora stagione. Però trovarono un monte di altri funghi.
        Stavano via tutto il giorno. Anche perché, in villa, tirava un'aria che era meglio star lontani. La signora non s'era più vista, dal giorno del funerale. Però si sentiva la sua voce che tormentava qualcuno, fino a sera. Petepem, petepem, acida e stridula, non dava pace.
        Doveva avercela col signore, che usciva di casa sempre più torvo. Anche il signorino, appena poteva, se ne andava a far esercizi. Pur zoppicando, andava via pareva unto. La signora continuava ancora un po', da sola. Poi si placava finché qualcuno della famiglia non tornava a casa.
        Poi, c'era come l'impressione che tutti aspettassero qualcosa. Niente più veglie, né chiacchiere. Né di giorno né di sera. Ognuno filava a lavorare, zitto come Lazzaro. Poi andava a dormire, sempre zitto.
        Gino e Italo restavano soli, ora, dopo cena. Seduti con le spalle al pozzo a fumare le cicche lasciate in giro dal signorino, che fumava fuori, di nascosto alla mamma. Ma nemmeno loro parlavano.
        Dal pozzo vedevano la luce della cucina, che non si spengeva mai. E Italo stava a chiedersi in silenzio tante cose. E Gino, in silenzio, avrebbe voluto spiegargliele, ma non c'aveva il coraggio. Allora fumavano.
        Poi, una mattina, si ritrovarono in cucina per la colazione e c'era qualcosa di strano. Lo sentirono subito. In casa c'era silenzio, e fuori un mormorio nascosto. Parlavano tutti fra loro, e si zittivano appena Gino e Italo arrivavano.
        Italo disse che quando s'era svegliato la sua mamma non c'era. Quando aveva chiesto in giro gli avevano detto che era su dai signori e poi, appena s'era voltato, si erano messi a borbottare.
        Tutti aspettavano e biascicavano segreti. Non sapevano con che faccia guardare Italo e allora lo evitavano.
        Anche Gino e Italo si misero ad aspettare e a gironzolare a caso, per evitare di essere evitati. Finché, dopo un po', videro arrivare il so' Luigi, curvo e torvo, che sbuffava fra i labbri. Si soffermò un momento a guardarli, prima di entrare nella sua baracca e per questo loro lo seguirono dentro.
        "O che volete?"
        Gino e Italo trimpellarono un po' sulle gambe. Poi Italo tirò fuori un vocino piccino picciò.
        "So' Luigi, che succede?"
        Il so' Luigi non s'arrabbiò e non bestemmiò. Si sedette sulla branda e sospirò.
        "Eh... che succede...".
        Raccattò una falce col manico rotto e si mise ad aggeggiarci, tanto per fare qualcosa.
        "La mia mamma...".
        "E' tornata giù, la tua mamma".
        Italo trattenne il respiro perché il so' Luigi sembrava volesse dirgli qualcosa. Aveva aperto la bocca e inspirato a lungo. Poi però, invece di parlare, soffiò via tutta l'aria.
        "So' Luigi...".
        Il so' Luigi lo guardò e borbottò: "vai da lei, spicciati".
        Italo schizzò fuori e corse verso casa, senza aspettare Gino. Che rimase nella baracca. Il so' Luigi non diceva niente, non lo scacciava. Armeggiava con la falce, tanto per fare. Gino gli si accoccolò davanti, facendo finta di seguire la riparazione.
        Il so' Luigi rigonfiò il petto, e questa volta parlò.
        "La vita è proprio un bastone da pollaio: corta e piena di merda".
        Gino meditò un po' su queste parole. Gli sembrò conveniente sospirare. Poi osò.
        "Che gli succede adesso?"
        Finalmente arrivò una bestemmia, il so' Luigi si stava rilassando.
        "Li mandano via, come cani!"
        E fece il gesto di mandar via un cane.
        "E quella è da quando c'ha quindici anni che si tiene il vecchio sulla pancia"..
        Il so' Luigi si mise a guardare fuori dalla porta.
        "Era bella, quand'è arrivata... du' gote rosse, bella piena...".
        Il so' Luigi riprese in mano la falce e cominciò a piantare e a togliere la punta dal pavimento di legno.
        "Il padrone, la vede, la fa salire in camera: eccola lì. Pregna alla prima botta. Una donna che avrebbe potuto fare chissà quanti figlioli...".
        La falce adesso gli si era incastrata e il so' Luigi sbuffava nello sforzo di tirarla via. Partì un altro moccolo.
        "Gli è toccato quel ragazzino rachitico... tutto il su' babbo".
        Il so' Luigi buttò la falce in un angolo.
        "Per forza, a balia subito, appena nato! La padrona il bastardo in casa non ce lo voleva...".
        Il so' Luigi s'era messo a girare fra i ricordi e chissà quanto avrebbe continuato, ma Gino voleva sapere.
        "Ma ora... di che campano?"
        Il so' Luigi sghignazzò senza divertirsi.
        "A sentir lei, ereditano mezza Villa de' Cenci...".
        Il so' Luigi sospirò e s'accasciò.
        "Via, ora... levati che c'ho da fare!"
        Gino si alzò e uscì, mentre il so' Luigi non faceva proprio nulla.
        Gino attraversò il cortile e andò alla cucina ma senza entrare. Guardò dalla porta. Adelina stava coi gomiti sul tavolo e la testa fra le mani. Italo le stava dietro le spalle e non sapeva che fare. Appena vide Gino gli corse incontro e annaspò un paio di volte, prima di riuscire a parlare.
        "Gino, ci mandano via... ci mandano via!"
        Gino lo prese per un braccio e lo tirò al pozzo, dove Italo si mise subito a piangere come un neonato, rosso in faccia, singhiozzando e strozzandosi. Senza nemmeno cercare di asciugarsi gli occhi, e il naso che gli lumacava la faccia di moccio.
        Cominciava a arrivare qualcuno, a guardare. Gino riprese Italo per il braccio e lo trascinò fino al laghetto. Si accoccolarono sulla riva, ma a vedere quel suo posto preferito a Italo gli prese una crisi ancora peggio.
        "Non voglio andare via! Gino...".
        E gli si aggrappava a un braccio che pareva volesse staccarglielo.
        Gino non poteva nemmeno parlare, dal magone che c'aveva. Non riusciva nemmeno a piangere. Magari, almeno si sarebbe sfogato un po'. Invece stava lì a lasciarsi tirare il braccio e non riusciva più nemmeno a inghiottire, da come gli s'era stretta la gola.
        Tornarono per ora di pranzo. Nessuno mangiava. Stavano tutti a guardare la porta della cucina, facendo finta di non guardare. Adelina ne uscì carica di un grosso telo, gonfio di roba. Dietro di lei le sguattere portavano un baule. Comparve il contadino con un carretto a due ruote, scese e aiutò le donne a caricarci sopra i bagagli.
        Adelina fece il giro, con gli occhi, di tutti quelli che stavano a guardarla. A partire dalla governante, tutta contegnosa ma con le palpebre gonfie. Il cameriere rigido come un palo. Le sguattere che singhiozzavano, gli stallieri, i garzoni. Però non si capiva se li vedeva davvero, perché c'aveva l'aria svagata. Salì lenta lenta sul carro, accanto al contadino, e Italo montò dietro. Imboccarono il viale e lasciarono la villa, con Gino che gli correva accanto.
        Si fermarono subito, appena fuori dal cancello, perché c'era il signorino per strada, a aspettarli. Fece un cenno e il contadino arrestò il carro, levandosi il cappello. Il signorino si avvicinò a Adelina ma non c'aveva il coraggio di guardarla. Si guardava le mani. Poi frugò in tasca e tirò fuori una busta, gliela mise in grembo.
        "Per aiutarvi... in caso di bisogno...".
        Poi il signorino trovò il coraggio di fissare Adelina, che invece guardava il cavallo e non aveva nemmeno toccato la busta, che stava in mezzo alla gonna.
        Il signorino guardò Italo, che lo fissava completamente perso. Poi si voltò e scappò via zoppicando.
        Il carro non si mosse subito e Gino ne approfittò per salire anche lui e sistemarsi accanto a Italo. Poi ripartirono. Standosene muti a salterellare sulla strada sterrata, con il baule e il sacco che gli ciottolavano accanto.
        Passata una mezz'oretta il contadino provò a fare un po' di conversazione.
        "M'è nato, sapete? Un altro maschio".
        Una frustata, una bestemmia.
        "Meno male, perché le donne, con quel taglio che c'hanno... solo guai sanno portare!"
        Nel silenzio si sentivano gli scricchiolii dei sassi sotto le ruote.
        "Domani si comincia a fare la passata. Quest'anno verrà proprio bene, coi pomodori rossi ch'è venuto, con tutto quel sole...".
        Nel silenzio il cavallo fece un peto lungo e fino.
        Finalmente il contadino si zittì e da quel momento in poi nessuno scambiò più una parola.
        Italo cercava di guardarsi intorno per distrarsi, e inghiottiva in continuazione per mandar giù il nodo in gola. Poi all'improvviso, dopo un pezzo, si voltò e si mise a fissare Gino. Gino pensò: "ecco, ha capito!" e cercò di sorridergli.
        Italo sembrava carico di una gran pena e Gino sperava: "dài, su... dillo: mi mandano via perché sono il bastardo del padrone".
        Italo quasi si mise a piangere.
        "Il so' Luigi... il so' Luigi non c'era, a salutarci!"
        Gino si grattò un orecchio e si mise a guardare il paesaggio.
        Stavano attraversando i poderi dei Cenci. La valle che aveva visto Gino quando riportava il signorino a casa. Che gli sembrava ancora più bella, ora che quella bellezza pareva cattiva, tanto non c'entrava nulla con lo strazio della circostanza.
        I casolari grandi, le aie coi polli, i campi pettinati, i vigneti ormai carichi. Tutto riluceva di ordine e ricchezza, natura molle e buona, lavoro, famiglie. A Gino gli venne un languore piccoso, mai sentito prima, per come il mondo era troppo bello e ingiusto.
        Uscirono dalla valle e si inerpicarono per una stradicciola appena marcata fra le stoppie. Su una collinetta incolta, con in cima il ciuffo di un bosco di lerici. Una collina terrazzata, dove fra i mucchi di rovi sbucavano qua e là i rami di alberi da frutto, e qualche olivo.
        Nemmeno la videro, lì per lì. Ma sull'ultima terrazza c'era una casina di pietra con qualche brandello di intonaco rosato. Su per la strada ripida dovettero tutti scendere, perché al cavallo gli scivolavano gli zoccoli. Finalmente, tira, spingi, su a inerpicarsi col fiatone, arrivarono in cima. In un piccolo spiazzo che era stata l'aia, e ora era coperta di polvere e erbacce. Il contadino e i ragazzi scaricarono i bagagli, Adelina si mise in piedi davanti alla porta, dando le spalle alla casa. Non diceva e non faceva niente.
        Il contadino si levò il cappello e s'asciugò la crapa con la mano tozza.
        "Allora... io... io ora vado".
        C'erano gli ultimi grilli della stagione, che cominciarono a cantare in quel momento perché stava facendosi sera. E le ultime rondini che sembrava piangessero in cielo.
        "Poi, se c'è bisogno... poi torno".
        Dal paese la campana rintoccò i vespri.
        Il contadino risalì sul carro, sistemò i testicoli sul legno e si buttò giù di corsa per la discesa. Lo sentirono rullare e rimbalzare svelto svelto, fino in lontananza.
        Adelina si sedette su una panca di pietra, accanto alla porta, e non guardava la casa.
        Il sole si avvicinò un poco ai crinali dei monti, dietro la valle. Allora, come un olio di frantoio che scivola puro, la luce dorata coprì il mondo intero. Le foglie dei boschi, i campi e i tetti delle case, le nuvole rade, gli uccelli in volo. Solo il cielo era rimasto blu, così terso che veniva voglia di mangiarlo, o di respirarlo tutto, fino a gonfiarsi come una mongolfiera.
        Di nuovo a Gino gli venne lo sgomento della vita, perché era tutto troppo bello, per stare così male.
        Italo s'era seduto sul baule e si guardava i piedi. La sua mamma aveva cacciato gli occhi e la testa nei suoi dispiaceri.
        C'era un vento fresco che veniva dai boschi alle loro spalle. Profumato, portava il rumore delle foglie e i versi dei cinghiali. Era un vento buono, nuovo. Non lo sentivano?
        Adelina e Italo non si muovevano. Pareva quasi che non respirassero più. Gino si avvicinò a Italo e voleva prenderlo per le spalle, scuoterlo. Era bello lì. Più bello della villa, con la scala e lo studio e il vecchio...
        Ma in quel momento ci fu uno scalpiccio e tutti e tre si misero in attesa. Che la strada era così ripida che non si vedeva chi stava per arrivare.
        Arrivò il so' Luigi. Sbuffando fra i denti, ché sulle spalle c'aveva un sacco più grosso di lui.
        Lo scaraventò in terra con una sfilza di bestemmie che parevano un rosario, tanto erano ben dette.
        "Ora te lo prendi te." Rivolto a Italo.
        Che però era come addormentato e non si muoveva né sembrava capire.
        "Oh! Basta fare il signorino. Aprilo".
        Italo si chinò sul sacco e ne tirò fuori un mucchio di roba. Tutta mezza rotta, riparata alla bell'è meglio. C'era anche la falce che aveva visto Gino, un po' rabberciata. Una pala, un secchio, una roncola, un rotolo di filo di ferro, un lume a olio, tre mezze candele, un acciarino.
        "Di olio non ce n'è. Dovete farvi bastare quello che sta dentro".
        Il so' Luigi fece cenno a Italo con la testa e entrarono. Gino li seguì. Era buio e polveroso. Ma asciutto, senza cattivi odori.
        Il so' Luigi aprì le imposte e subito entrò luce e aria buona.
        Gino chiese di chi era, prima.
        "La casina rossa... il primo podere dei Cenci. Ma da quando è morto il mezzadro non c'hanno più coltivato... saranno dieci anni".
        A Gino gli piaceva, gli sarebbe piaciuto fosse casa sua.
        "L'ha usata il padrone per la caccia. Qui c'è il passo. Storni, più che altro".
        Italo era spaventato, aveva paura di toccarla, quella casa, e il so' Luigi gli urlò addosso, per convincerlo a muoversi. Allora Gino si mise a aiutare. C'erano una cucina grande, appena entrati. E una porta in fondo, dove si passava in una stanza larga, e da lì in un'altra più piccola, e poi un'altra ancora. Non c'erano mobili, solo gli infissi con gli scuri pieni di fessure. E ragnatele dappertutto, che levarono con un bastone.
        Il so' Luigi si allontanò qualche minuto fra le stoppie e tornò indietro con un ciuffo di saggina. Lo legò con una corda e lo porse a Italo: "spazza".
        Insieme a Gino portarono dentro tutti i bagagli e quando Italo ebbe finito di spazzare il so' Luigi li mandò a fare legna.
        Era quasi buio e non se la sentirono di entrare nel bosco. Raccattarono i rami più secchi, li legarono in due fascine e se le buttarono sulle spalle.
        Quando entrarono in casa il so' Luigi e Adelina stavano aprendo il baule. Il sacco l'avevano già disfatto e, adesso, sulla pietra del camino c'era una grossa pignatta, piatti di coccio, mestoli e romaioli.
        Italo sospirò. Sistemò le fascine accanto al camino e cominciò a preparare il fuoco.
        Ci misero ancora un po', a sistemare tutto. Poi il so' Luigi bestemmiò e disse che avevano finito. Mentre usciva disse che magari sarebbe tornato a aiutarli il giorno dopo, se ce la faceva.
        Adelina aprì un canovaccio e tirò fuori pane e cipolla. Mangiarono in silenzio, fra gli scoppiettii. Poi Adelina buttò le briciole nelle fiamme, prese due coperte e le sistemò in terra, nella stanza accanto.
        "Vieni, Italo".
        Italo la raggiunse.
        Gino rimase a guardare le fiamme e il cioppo che il so' Luigi aveva trovato chissà dove, che prendeva lentamente. Poi, senza accorgersene, si addormentò.

"Crossing",  di Mili Romano - Stampa fotografica su alluminio, 2002.


XIII.
Addii

        Non ci aveva pensato, ad andare via. Aveva lavorato con loro tutta la mattina a pulire gli sterpi, fare legna, rimettere in fila le tegole che il vento aveva smosso sul tetto. E aveva mangiato sulla panca, accanto a Italo e la sua mamma.
        Gli piaceva quella casa e pensava che l'avrebbe curata, insieme a Italo, fino a renderla bella e pulita. Già ora, dopo una notte, era abitata; con i primi oggetti e i primi odori in giro. La brace sempre accesa e i profumi del legno che saltellavano giù dal caminetto e tutto intorno per casa. I panni sporchi, le cipolle, gli agli e i peperoncini che pendevano dalle travi. A Gino piaceva e ci sarebbe rimasto.
        Ma, subito dopo mangiato, Adelina si mise a contare i soldi nella busta. Ci mise parecchio a fare e disfare conti sull'orlo delle labbra mentre fra le dita scorrevano i fogli. Ci doveva essere un bel gruzzolo.
        Dopo un po' prese una moneta di carta grande come un lenzuolo, ci avvolse intorno un fazzoletto e infilò il malloppo nel petto. La busta andò a nasconderla in camera. Fece stridere una mattonella sul pavimento, seppellendoci il tesoro. Si riaffacciò strusciandosi via la polvere dalle mani.
        "Bisogna andare in paese, a comprare delle cose".
        Raddrizzata la schiena, le poppone grandi e fiere fendevano l'aria. Aveva la faccia liscia e luminosa, quasi contenta.
        Forse per questo Italo scattò su in piedi subito, prese il sacco che aveva portato il so' Luigi e gli si mise a trottare dietro, senza nemmeno voltarsi.
        Gino li guardò allontanarsi e sentì subito che non li avrebbe rivisti. Anche dopo che Italo si fu girato, in fondo alla discesa, a salutarlo con un grande arco del braccio.
        Però aspettò, lo stesso. Aspettò diverse ore, disteso sull'erba lunga e gialla, a cascata giù da un balzo. Vide la luce cambiare e diventare sempre più bella. Vide passare degli uccelli, in formazione, alti sopra di lui. Era un passo, quello; avesse avuto un fucile avrebbe potuto prenderne parecchi.
        Invece li guardò volare, lontani e tremuli. Avvolti di un azzurro brillante che esplodeva verso l'infinito.
        Gino si rifugiò in casa e aggrappò gli occhi al camino, che gli piaceva tanto. La brace era viva e schiantava dei pezzi di legno, di quando in quando. Gino cercò di farsi prendere dalle fiamme e gli sfiati gialli, di stare a guardare senza pensare e senza provare niente. Ma non ci riuscì: da fuori c'era la luce che entrava, e tutti i suoni e i profumi di un autunno dolce e denso come miele.
        All'improvviso gli sembrò che la casetta gli si chiudesse sopra, che il camino stesse per risucchiarlo nella cappa e stringerlo nella fuliggine. Gli agli, le cipolle, gli schioppi e i ragni, tutti addosso.
        Scattò in piedi e uscì di corsa. Si soffermò un attimo a guardare i monti e poi giù a perdicollo ruzzolando sui sassi, cadendo, ridendo e gridando. Con l'aria fresca e tutti i profumi dei campi umidi, dei frutti maturi, del sole vicino ai monti.
        Corse sulla strada, nella valle, fra i raccolti pronti e le vigne gravide, le case tiepide e profumate. Corse senza sentire stanchezza, nella terra sterrata, fra i tonfi leggeri delle sue falcate.
        E mentre la terra voltava la faccia dal sole e diventava più scura e più fredda, Gino correva ancora più forte e gli uscivano dalla gola dei versi e delle risate.
        Arrivò alla villa dei Cenci che era già buio. C'erano luci accese qua e là, e le solite voci e i soliti rumori della sera. La guardò, nascosto dietro le querce, e la vide antica, lontana. Sconosciuta. Ci aveva passato i mesi più belli della sua vita, e ora non gli diceva più niente.
        Gino aspettò che calasse la notte, che tutti fossero a letto, che non ci fossero più lumi in giro.
        Poi si avvicinò alla casa, salì le scale e entrò nell'appartamento del morto. Pulito e ordinato, così come l'aveva lasciato l'Adelina.
        Risplendente di oggetti e ricchezze che lei aveva lustrato, curato e amato per anni e anni. Spostati da qui a lì, da lì a qui. Nei passettini che aveva tracciato per metà della sua vita, tutto intorno a quei tre mobili. Gino avrebbe voluto portare via tutto e darlo a lei e Italo, che era roba loro. Ma gliela avrebbero ripresa e li avrebbero anche scacciati dalla casina rossa, sicuro.
        Allora rubò qualcosa per sé. Un binocolo da teatro, una tabacchiera d'argento, degli spiccioli, la coperta di lana morbida, un maglione di lana pura, pungente, uno zaino da montagna.
        Corse giù, andò in cucina. Stipò nello zaino due salami, una forma di pecorino, un filone di pane, un coltello, una fiaschetta di vino.
        Stava per andarsene, poi ci ripensò. Tornò nelle stanze del morto e prese anche due calze di lana e un cappello, e dei pantaloni di flanella. Poi, già che c'era, si cambiò la camicia con una bella fresca e inamidata. E cambiò anche i pantaloni e le scarpe. Trovò pure degli scarponcelli, da montagna, e li legò coi lacci allo zaino. Prese anche un'altra camicia. E un acciarino. E dei sigari. E un orologio da taschino. E una penna d'oro. E un anello a forma di serpente, con l'occhio di rubino. E non si sarebbe più fermato, ma nello zaino non ci stava più niente e gli pareva di sentire dei rumori, nella casa. Guardò i suoi vecchi panni in terra, che erano come la firma del suo misfatto, e se ne andò gonfio di soddisfazione.
        Camminò tutta la notte, sulla strada che si allontanava dalla villa. Si fermò solo su un sasso, dopo parecchie ore, per mangiare pane e salame. E bere mezza fiaschetta di vino.
        Coraggioso, leggero, pensò che la notte era così: o ti schiacciava di buio e suoni o ti faceva il solletico su tutte le idee, rendendoti più forte di un leone.
        Gli girava un po' la testa per tutte le avventure passate e per il vino. Ripensò alla mattina del giorno prima, che ancora stava alla villa, e gli sembrò un ricordo così lontano da non averlo potuto vivere lui.
        Aveva la strada buia, davanti. A curve fra le colline. E lo scricchiolio della terra sotto i piedi. I rumori della notte erano in un altro momento della vita, gli arrivavano come dopo, o prima, di sentirli davvero.
        Solo sul far dell'alba Gino uscì dalla strada, trovò un riparo asciutto, sotto un albero, si avvolse nella coperta e dormì. Per parecchie ore.
        E poi ci mise parecchio a capire dov'era, quando si svegliò. Dietro gli occhi socchiusi gli scivolarono la panca fuori della villa, il granaio, il camino della casina rossa. Aveva cambiato troppe volte, in due giorni.
        Poi si ritrovò in un bosco e gli venne lo sgomento. E poi gli venne lo sgomento dello sgomento. Perché svegliarsi in un bosco, prima, gli era piaciuto tanto. E ora no.
        Si tirò sui gomiti e stropicciò gli occhi. Non aveva più la baldanza della notte, aveva solo un dispiacere vago di aver dormito così, all'addiaccio.
        Si guardò intorno. Gli alberi sbrilluccicavano, nella tarda mattina, dei primi gialli e rossi fra le foglie ancora folte. E odoravano di terra e muschio. Perché non era contento? Era come se, nella notte, gli fosse entrata da un orecchio una formica di preoccupazione. Essere così allo scoperto, lontano dalla villa, da Italo. E cosa avrebbe mangiato, e chi avrebbe incontrato e se avrebbe fatto freddo la notte dopo.
        Si mise a sedere, ancora avvolto dalla coperta, e rimase a pensare che era invecchiato. Di anni e anni in pochi mesi. Adesso aveva paura. Ripensò a come saltellava fra le piante mezzo nudo, sporco e affamato, senza un pensiero nella zucca. A come si trastullava le ore, fra le piante, e non desiderava niente di più.
        Pensò al suo pisello rinseccolito di freddo, si sfiorò i pantaloni nuovi e quasi gli venne la nausea, da come non gli andava di toccarsi.
        Poi mangiò un po' di pane e bevve un po' di vino, che a prendere l'acqua non ci aveva pensato.
        Ripiegò la coperta e si rimise sulla strada, cercando di calcolare il cammino fatto la notte prima. Tanto. Una ventina di chilometri, forse.
        Camminò fino a avere il sole in faccia e gli venne subito fame. Prima, poteva stare un giorno intero senza pensarci... s'era proprio rammollito.
        E siccome non ce la faceva proprio a camminare con quello sciabordio di vuoto nello stomaco, appena vide una locanda si fermò.
        Era vuota, pulita e profumata. Gino si sedette a un tavolino a aspettare. Guardava gli scacchi bianchi e rossi della tovaglia e aspettava tranquillo, ché ora era diventato proprio un signorino, che qualcuno venisse a servirlo.
        Dal retro sbucò un ragazzotto e Gino lo guardò, tranquillo e composto.
        "Mamma! Vieni, c'è uno straniero".
        Il ragazzotto sparì e subito arrivò una donna, bella in ciccia e emozionata.
        Si mosse lentamente verso il tavolo, mormorando qualcosa fra sé e sé. No, non mormorava, ripassava. Gino se ne accorse quando fu abbastanza vicina da vedere che le labbra facevano e rifacevano la stessa parola, senza suono, per prepararsi a dirla bene. Poi l'ostessa gonfiò il grosso petto d'aria e intanto arrossì come un gambero.
        "Gummò!" gli sorrise in faccia, sgranando gli occhi.
        "Gummò".
        Rispose Gino, dandosi ancora più contegno.
        In quel momento sbucò dalla porta un segaligno dall'aria mesta, che era il marito. L'ostessa gli si girò, fiera di annunciare il portento.
        "Armando, c'è un forestiero...".
        Armando fece un inchino, addirittura, facendo sbucare una ad una le vertebre puntute da sotto il gilet.
        Quando si fu tirato su l'ostessa gli fece cenno di sbrigarsi.
        "Porta il vino. Quello allungato".
        Armando fece un altro piccolo inchino e andò sul retro.
        A Gino gli veniva da ridere ma cercava di trattenersi, per vedere che gli succedeva in questi casi a un forestiero.
        L'ostessa lo guardava con amore.
        "Ci s'ha dei bei polli, capisce?"
        Gino ripeté fra le labbra "polli?" strizzando gli occhi. La locandiera cominciò a urlare "polli, p-o-l-l-i!" e a fare il verso dei polli che beccano e che svolazzano in giro.
        "Ahhh!"
        Gino sorrise e fece segno di aver capito.
        "Eh, io mi fo intendere, dai forestieri. Qui ci se n'ha tanti, che passano. Almeno un paio l'anno. Inglesi, tedeschi. Inglesi, sopratutto. Tutti signori..."
        Gino faceva finta di non capire e sorrideva con l'aria spaesata.
        Arrivò Armando con il vino annacquato e un cesto di pan duro.
        "Portagli un quarto di pollo, spezzettato per bene".
        "Il pollo a quest'ora?"
        "Ma sì, lo sai loro mangiano presto".
        Armando strascicò di là la sua mestizia e si mise a ciottolare.
        "Mio marito... husbà, mi husbà".
        Diceva la locandiera e continuava a guardare Gino come fosse il ninnolo più prezioso del mondo.
        "Anche voi andate in giro a piedi?", la locandiera fece camminare due dita nell'aria.
        "E siete così giovane... però tutti gli inglesi sembrano giovani...ce n'è stato uno, la primavera scorsa, m'ha detto veniva dalla Francia, quasi tutto a piedi. E era partito dall'Inghilterra".
        La locandiera si mise con le mani sul pancione.
        "Gente così per bene, che potrebbe girare in carrozza... ma chi ve lo fa fare, eh?"
        E non si spostò dal tavolo, continuando a parlare di forestieri e di gite e di stranezze, come quella di mangiare presto e andare a piedi e di una volta che gli avevano chiesto la marmellata da mettere sull'arrosto, che era una cosa che uno la fa per accontentare il cliente ma per l'amor di Dio, pensare di mangiar quella roba...
        Arrivò Armando, con un pezzettino di pollicchio squartato e spanto sul piatto, mescolato a delle patate rifatte all'aglio e dei pezzi di cipolla arrosto.
        "Sentite un po' che profumino...".
        Gino mangiò il pollo facendo grandi gesti con le mani per dire com'era buono. Finì tutto, inzuppò il pane nel vino per ammorbidirlo e poi bevve tutto a gran sorsate.
        La locandiera lo guardava beata e aveva già cominciato a calcolare quanto spillargli. Gino mise le dita sulle monete, e cominciava a pensare se gli sarebbero bastate. Che per due ali di pollo quella gli avrebbe chiesto una fortuna. In quel momento arrivò Armando e si mise a parlottare con la moglie a voce bassa.
        Allora Gino si alzò, con le mani sulla patta, stringendo le gambe.
        Armando lo guardò un po' imbarazzato, senza capire. L'ostessa era distratta a far conti.
        Gino mugolò verso di lei e si piegò quasi in due, con le gambe a x.
        "Ah, vuol fare i bisogni".
        L'ostessa indicò con un dito la porta.
        "Qui fuori, a sinistra".
        E si rimise a parlottare col marito. Erano così intenti a calcolare il ladrocinio che non ci fecero caso, che Gino aveva preso lo zaino. E si fidavano talmente tanto degli inglesi che stettero anche ad aspettare un bel pezzo che lui tornasse.
        Intanto Gino aveva attraversato la strada e si era tuffato nel bosco, e aveva cominciato a correre e ridere così forte che per poco non gli tornò su il pollo.


XIV.
Fra i frati

        Le cantilene gli si smoccolavano sul capo, parola per parola, strisciavano lungo le volte del soffitto alto, raggrumavano sulle pietre scure e pendevano un po' nell'aria umida, prima di gocciolargli in testa, sulla cocuzza e poi dentro al cervello.
        Forse erano le nuvole dell'incenso, forse il digiuno. Forse il freddo della chiesa, come se lì si fosse condensato l'inverno e non volesse mai andare via, in nessuna stagione dell'anno.
        E poi le voci fonde e rauche dei frati, le loro schiene curve sotto i sai sbiaditi. Le nuvolette di fiato che sbuffavano davanti alle facce bianche di freddo e di stenti.
        Gino non pregava e non cantava, ma era traforato di ovazioni e musica sacra e si sentiva puro come un angelo triste.
        Gli scricchiolii del legno e delle ossa rimbombavano nei silenzi della meditazione. Gino li ascoltò per un po' e poi non sentì e non pensò più niente. Rimase in piedi, rigido come un baccalà, fra gli spifferi d'aria, e gli si formarono dietro gli occhi delle luci e delle ombre.
        Solo dopo tanto gli riuscì di pensare e allora ripensò all'incontro col frate incappucciato che l'aveva portato fin lì.
        La sera tardi, già ai vespri, Gino era perso su una stradina solitaria e a un certo punto aveva visto correre verso di lui un fratino secco e piccino, che caracollava sui sandali, con la sottana in mano. Aveva fatto tardi a rientrare al convento e sbatteva i passi in terra senza nemmeno guardare dove andava. Gino, che era preoccupato di dove passare la notte, gli si era parato davanti e quello gli era andato a cozzare addosso.
        "...'io povero, figliolo, per poco mi fai cascare! Fatti in là che c'ho furia...".
        "Padre... aspettate... padre, non ho un posto per dormire...".
        Il frate urlò all'indietro "vieni al convento" e Gino via, dietro.
        Le gambe corte del fratino zampettavano veloci e Gino gli dovette annaspare dietro per un quarto d'ora, prima di arrivare.
        Al buio, intravide solo mura alte e muschiose, il grigio di un portone antico, le pietre sconnesse del chiostro.
        Nello stanzone destinato ai viandanti c'erano una decina di brande vuote e Gino scelse la più pulita. Ci sistemò sopra la sua coperta morbida e al suo lato appoggiò lo zaino carico di belle cose. Gli sembrava che il suo angolo scintillasse di comodo e di lusso, nell'austerità del posto.
        Poi cominciarono i canti e le litanie, le meditazioni, il freddo in chiesa.
        Ma Gino non si lamentava, nemmeno con se stesso e stava lì a fare quello che facevano gli altri. Al mattino, si mise pure a zappare l'orto.
        Non l'aveva mai fatto e gli si riempirono subito le mani di vesciche. Ma gli piaceva. Era l'unico posto dove battesse il sole, il chiostro, e intorno al pozzo qualche frate antico aveva piantato dei rosi che adesso erano alti come alberi e quasi impedivano di tirar su l'acqua. C'erano delle roselline inselvatichite e profumatissime, arrampicate sulle pietre, e Gino lavorava volentieri lì intorno.
        Tutto lo spiazzo nel mezzo era un orto. Ai lati correva il chiostro buio e nelle ore di riposo non c'era un posto dove stare, se non ci si metteva a lavorare nell'orto. Gino ci lavorava tutto il tempo.
        Poi c'era il refettorio, che anche era parecchio bello. Grande, rimbombante, odoroso. C'era un affresco, su una delle pareti, che non si capiva cosa volesse dire. Forse la vita d'un santo. Ma era così sbiadito e sporco che non si vedeva quasi più.
        Col cibo povero sul legno antico, che ogni noce e ogni tozzo di pane sembrava diventasse importante come l'ultima cena.
        A questo Gino non si abituava e gli faceva quasi impressione, mangiare. Come fosse qualcosa di esagerato. Sarebbe stato meglio rimanere lì impalati a guardarlo, il cibo. E irrigidirsi ognuno al suo posto, sempre più duri freddi e bianchi. Poi, dopo dei secoli, li avrebbero trovati lì dentro, mummificati, ancora davanti ai loro malli e croste secche.
        Sì, ogni tanto a Gino la fame gli dava alla testa e si metteva a pensare cose strane. Ma era contento, del convento.
        Era anche comodo che non doveva parlare. Forse c'era il voto del silenzio. Forse non c'era nulla da dire. Fatto sta che si sentivano i legni scricchiolare e i ronzii delle mosche, l'erba che strusciava sul vento, lo zampettare di un uccello sul tetto.
        E gli piaceva. Già lui aveva sempre parlato poco. Gli faceva fatica dover organizzare il cervello invece di lasciarlo tutto spampanato, pieno di grullate.
        E in convento, per la prima volta in mezzo agli altri esseri umani, poteva farlo a suo agio per ore, ore, giorni. Il cervello all'ammasso e la lingua a riposo.
        Era ancora più impressionante, dopo tutto quel silenzio, quando i frati si mettevano a cantare, all'unisono, o a borbottare preghiere. A Gino gli veniva ancora la pelle d'oca, tutte le volte.
        E fra l'orto, i canti e le preghiere ora tutti in cappella, ora tutti in refettorio, via nelle celle, e ora in chiesa, poi vai a zappare e così via, Gino entrò in convento e nemmeno se n'era accorto. Gli mancava solo di prendere i voti.
        Coi muri alti alti intorno e le pietre a metri, grandi e scure, sicure. Per passare da una stanza all'altra c'era da attraversare un pertugio di pietra, che era il muro. E in tutto quell'isolamento di pietra non c'era suono dall'esterno. Quasi veniva il dubbio, stando lì dentro, che fuori non ci fosse nulla. Il convento una nuvola pesante che galleggiava nel vuoto. Una volta l'aveva anche sognato, di volare insieme alle pietre e i frati e tutto il resto.
        Però ogni tanto qualche frate usciva, per chiedere l'elemosina. E stava via tutto il giorno. Rientrava un po' stordito e stanco. Gino si stupiva di non invidiarlo e di tornare più volentieri alla sua branda, come se fosse stato lui tutto il giorno a pestar strade.
        Poi c'era un fratone grande, che quando si tirò giù il cappuccio Gino vide che era biondo e forse straniero. Ma non c'aveva accenti strani e portava uno sguardo vivo che pareva di quelle parti.
        "Buongiorno, fratacchio Gino!"
        Era il suo scherzo quando gli passava vicino.
        Lui, era l'unico che ogni tanto parlava, anche da solo, e che ci metteva più fiato degli altri nelle canzoni. Forse a lui, ogni tanto, gli sarebbe piaciuto stare a discorrere un po', e per questo guardava Gino con occhi di speranza. Ma a Gino, a parte un sorriso, non gli riusciva di dire nulla. Vuoto e sereno come una zucca, non sapeva che raccontargli, al fratone.
        Un po' gli dispiaceva, quando lo vedeva borbottare da solo nell'orto, di non sapergli fare compagnia. Per questo lo evitava e non ricambiava nemmeno i suoi sguardi. Non lo avvicinava neppure, se poteva.
        E il fratone passava più tempo degli altri in preghiera, così parlava con Dio. O forse perché era in punizione per tutta la sua loquacità. Quando entrava lui, Gino cercava di uscire dalle stanze. Divenne un'abitudine per lui, così per parecchio tempo non ebbe più contatti, col fratone.
        E biascica, borbotta, trilla le preghiere, i canti sommessi, i rimbombi delle raccomandazioni stanche. A Gino gli si incantarono per un mese le stesse note. Un grammofono di abitudini rarefatte, poche, grevi.
        Fino alla notte dove incontrò di nuovo il fratone, ma lui non lo sapeva.
        Una notte ferma ferma, di aria pulita e luminosa.
        Così bella, con la sua luna piena sopra al pozzo, che Gino era tornato fuori, per godersela.
        E si stupiva che fosse così calda e serena, nemmeno fosse primavera.
        S'era messo vicino alle rose, che si spremevano in canti profumati alla notte.
        Il cielo senza stelle s'era appiattito intorno alla luce della luna e pareva basso basso.
        Gino respirava i profumi e la luce e si sentiva perfetto, come un roso piantato al plenilunio. Stette a lungo così; tanto da avere la luna a perpendicolo sopra di lui, con l'alone grande intorno e basso. Se lo sentiva sul capo quasi fosse un' aureola.
        Gino era stanco e sarebbe voluto rientrare, ma gli faceva fatica e allora restava accanto ai rosi. Anche se sentiva che era tardi, che davvero avrebbe dovuto rientrare. Come gli altri frati, silenziosi nelle celle. Come gli insetti e gli uccelli, le lucertole e i vermi. Che non si muovevano e non frusciavano nemmeno.
        Ci fece caso d'un colpo, a com'era tutto silenzioso. Nello stesso momento gli si rizzarono i peli della nuca senza sapere perché.
        E le gambe gli diventarono molli molli, senza più la forza di portarlo in salvo. Gino si accasciò in terra, accoccolato sui polpacci, con le spalle al roso.
        Lo vide, con la coda del cervello, ma non ne volle sapere di riconoscerlo.
        Con l'aria ferma intorno e la notte tiepida che, adesso, gli dava il voltastomaco. La luna sempre più alta e il bagliore fermo intorno, senza uccelli, senza suono.
        E quando finalmente arrivò un rumore lì per lì Gino fu contento, prima di accorgersi da dove veniva.
        Dentro l'ombra fonda del chiostro strusciava contro le pietre e annaspava. Pesante e grosso. Poi balzò nell'orto, tutto storto e ripiegato come c'avesse il mal di pancia.
        Gino arretrò contro i rosi, ci conficcò la schiena dentro e non sentì nemmeno male.
        Il fratone camminava rincarcato come un babbuino, con la testa fra le braccia, sfiatando forte a ogni passo. Con la schiena sbiancata dalla luna e il saio senza corda strascinato sulle rape.
        Girò e girò per l'orto, sotto la luce forte della luna, sempre più veloce, sempre rincarcato, uggiolando d'agitazione peggio d'un cane.
        Solo una volta tirò fuori la testa dalle spalle. Una facciona gonfia, scura, con due occhi enormi e i capelli neri di sudore ammazzettati e ispidi sul capo.
        Senza mai fermarsi, continuava a girare in tondo e pesticciare ortaggi mentre gli rotolava addosso la luce, il caldo della notte e tutti gli umori incattiviti della terra, dandogli la smania come a una bestia.
        Il saio gli dava noia. Se lo artigliava con le due mani e lo tirò e lo strappò finché dalle maniche penzolarono due brandelli.
        Poi di colpo si bloccò. Si tirò su lento e grande, più alto di come era mai stato. Sotto lo scroscio di bianco, ritto in mezzo alle verdure scempiate, fra i soffi e i sudori e i bagliori animali della luna.
        Si illanguidì d'un colpo, buttò la testa in alto, strinse la bocca e gli occhi a due fessure e ululò. Lungo, roco e tenero.
        Ululò, ululò alla luna. Per qualche minuto soltanto, che si distillò nel silenzio e l'aria ferma fino a sembrare un'ora. Ululò finché la luna gli pioveva addosso e lo lisciava.
        Ma poi la luna scivolò giù. Obliqua, smorzata, coperta dalle prime pietre del muro. E il frate cadde in terra a singhiozzare e annaspare.
        Ancora giù, un bagliore vaporoso nel cielo scuro. Più giù, una piccola lumacatura di luce inarcata. Poi solo il cielo di notte.
        E un mucchietto di canapa raggomitolato in un angolo.
        E Gino conficcato fra spine come la rondine famosa.
        Nessuno che si muoveva, nessuno faceva rumore.
        Gino aveva paura che le gocce di sudore facessero pic in terra e attirassero la bestia da quella parte. Se solo l'avesse guardato o annusato a lui gli sarebbe scoppiato il cuore.
        Ma il sudore gli scorreva silenzioso, e il respiro gli sibilava senza rumore nel naso spalancato.
        Aspettò, immobile, il freddo della notte fonda. E il primo venticello, i primi trilli di uccelli. Le striature sbiadite nel cielo, spinte sempre più su dal sole nascente.
        All'alba si accorse che il lupo mannaro non c'era più. Doveva essersi addormentato un tratto e non s'era accorto di quando era andato via.
        Sentì di colpo la schiena trafitta e tutti i dolori dei muscoli rattrappiti e ghiacci. Alzandosi lanciò un grido, perché gli ossi gli s'erano anchilosati. Si trascinò alla sua branda, storto come un vecchio, e si buttò sulla coperta. Gli frullarono per qualche minuto un po' di paure per il capo, poi s'addormentò e dormì fino al pomeriggio.
        Lo venne a cercare un frate. Entrò e si accostò alla branda, si piegò un po' e lo guardò inclinando la testa.
        "Sei malato?"
        Gino si tirò su e si accorse d'avere la febbre.
        "Sì...".
        Il frate lo guardava.
        Gino schiarì la voce, che però gli uscì lo stesso in un filino.
        "Non sono potuto rientrare, ieri sera... ho incontrato... ho visto il...".
        Il frate spalancò gli occhi e si bloccò a metà del gesto di toccargli la fronte.
        "Con la luna piena... c'era...".
        Il frate gli mise la mano sulla testa, poi lo rispinse giù e gli fece cenno di aspettare.
        Ritornò dopo un sacco di tempo con una ciotola in mano e un frate anziano accanto. Gino bevve una brodaglia di erbe amare che per poco non lo fece vomitare. Intanto i frati lo guardavano preoccupati. Gino porse la ciotola al frate e lo ringraziò. Si distese, ma quelli non andavano via. Allora si rimise a sedere. L'anziano cavò di fra la barba bianca un vocione roco. Non lo usava quasi mai.
        "Figliolo, quello che hai visto...".
        A Gino gli batteva il cuore.
        "Cosa... cosa hai visto?"
        "Ho visto il frate, quello grande... che camminava tutto piegato... e poi s'è messo a ululare...".
        I frati si fecero tutti e due il segno della croce.
        Gino si segnò anche lui e poi rimase a guardarli.
        Il vecchio sospirò.
        "È malato. Da anni".
        A Gino il cuore gli perse due colpi. Allora era vero... allora era davvero lui...
        " Non uscire, stanotte".
        ... E c'erano le creature della notte, le fiabe della nonna, i mostri, i bui, gli angoli fondi del mondo...
        Il vecchio sospirò ancora.
        "Riposa".
        Gino si distese ma non riposò. Ripensò a quello che aveva visto, e ogni volta che lo rivedeva lo rivedeva più cupo e pauroso.
        Dopo qualche ora gli portarono del pane ammorbidito nell'acqua calda e un'altra tisana. Gino era stremato a furia di pensare e ripensare sempre le stesse cose. E quando i frati uscirono si riaddormentò.
        Si svegliò di notte, per dei rumori.
        Era lui, fuori, che ululava.
        Lì gli arrivavano i suoni smorzati ma, lo stesso, Gino si raggomitolò nella branda e si coprì gli orecchi. Gli riuscì di riaddormentarsi solo al mattino.
        Però non era tanto malato; quando si svegliò, a mezzodì, la febbre non c'era già più. Era solo debole e spaventato. Pensava sempre al fratone trasformato e più ci pensava più si sentiva stanco.
        Si trascinò fino alla chiesa, per vedere di sollevarsi un po'. Ma il crocefisso, i ceri, le panche e le pietre, era tutto cambiato. Tutto un po' beffardo e minaccioso, misterioso e malato.
        I frati lo guardavano, curiosi, e poi si guardavano fra loro. Avrebbero voluto chiedergli, sapere tutto del fenomeno che gli girava accanto la notte, ma non potevano star lì in chiesa a chiacchierare come fossero al caffé, e allora lo guardavano soltanto.
        Gino pensò che forse avrebbe dovuto salire all'altare e spiegare nei dettagli l'avvenuto. Si immaginò in lungo e in largo la scena e pensò a tutte le descrizioni agghiaccianti da dare, più i particolari inventati da aggiungere come i peli lunghi e le zanne. Li avrebbe aggiunti, sicuro. Ormai era convinto anche lui, d'averli visti.
        Però non era proprio una cosa da fare, quella di raccontare l'avvenuto in chiesa. Tantomeno al refettorio. I frati pregavano sempre, mica stavano lì a farsi raccontare le cose.
        Poi a Gino, nel bel mezzo del pasto, gli venne in mente che prima o poi sarebbe ricomparso, il fratone. Non sarebbe stato per sempre a ululare alla luna. Sarebbe ricomparso in chiesa, e al refettorio, nel chiostro a zappare e a cercar di attaccare bottone. E poi, chissà dov'era nascosto. Magari in una stanza segreta... magari vicino alla foresteria. L'avrebbe raggiunto sulla sua branda... "fratacchio Gino!" e lui sarebbe morto di paura.
        Appena finito di mangiare Gino si precipitò alla sua stanza e si mise a arrotolare la coperta, poi la fissò allo zaino.
        Trovò il frate anziano, lo ringraziò, gli chiese di uscire.
        Il frate anziano scosse la testa come dire "capisco", poi sospirò e gli chiese se potesse lasciare un obolo per i poveri. Che poi erano loro.
        Gino fu colto alla sprovvista, soldi n'aveva pochini. Però c'aveva tutte quelle cose rubate, nello zaino. Si chinò in terra e spostò, rimestò, scartò roba finché trovò l'anello col rubino e si rialzò porgendolo al vecchio.
        "Ma... figliolo...".
        Gino guardò l'anello, vide com'era bello e un po' gli pianse il cuore, ma lo voleva fare.
        "E' un gioiello di famiglia...".
        Il vecchio lo prese sul palmo di mano e guardò Gino senza sospettare e senza capire.
        Poi un frate giovane aprì il portone, lasciò uscire Gino e richiuse.
        Gino fu fuori, in un sole franco e caldo e di colpo capì quanto freddo facesse in convento. Era un bell'ottobre, fuori. Gino, che era arrivato a buio, senza vedere niente, capì di trovarsi a mezza collina, con una bella valle di boschi davanti. Gialli, arancioni e marroni. Gli si aprì il cuore dalla gioia, di vedere quell'arlecchino di natura lì disteso davanti a lui. A perdita d'occhio, c'era che boschi colorati e colline dolci.


XV.
In salita

        Gino imboccò una stradicciola, subito fuori dal convento, che lo portò veloce verso i boschi. E poi ci passeggiò un giorno intero, fra quei boschi, godendosi i colori maturi e odorosi, fermandosi solo pochi minuti, per mangiare il pane e le noci presi in convento. Gli piaceva camminare dritto e senza fine, dopo tanti giorni passati a andare in tondo come i ciuchi.
        Passò fra noci, salici, pioppi, betulle, carpini e castagni. Rigoglio di fogliolone e foglioline, ramuzzi già spogli, verdi tremuli, gialli e venature rosse.
        C'era un fiume, nascosto fra gli alberi, che mormorava e chiacchierava e poi borbottava sempre più forte via via che il cammino si faceva più ripido. Forse la strada andava verso un passo, diventava sempre più stretta e in salita, ma sempre carica di foglie, colori e fruscii.
        Proseguiva più o meno dritta fra gli alberi e si diramava solo, a volte a destra, a volte a sinistra, verso sentieri da cinghiali.
        Fu proprio su uno di quei sentieri che Gino decise di mettersi, quando il sole scollinò dallo zenit. Perché gli sembrava un filino di terra più largo degli altri, che portasse a qualcosa che non era solo una tana di bestia.
        Dopo pochi minuti si trovò su una salita ripidissima, faticosa e scabra. Con gli alberi sempre meno grassi e fruscianti, sempre più distanti fra loro, intramezzati di noccioli bassi. Finché ci furono solo lecceti e qualche castagno, a crescere sulle pietre. In una valle strinta intorno a un fiume in secca; e pietre anche lì, sul letto. Non doveva essere un gran fiume nemmeno in piena, ché per passarci sopra bastava fare un salto.
        Era un pezzo che saliva, nell'aria già un po' fina per l'altezza, quando incontrò un paesino piccolo e brutto. Case di sassi grigi, strade di ciottoli sconnessi, campi stenti intorno e vigne stitiche. Era aspra la terra, da quelle parti. Chissà dov'era. Non l'aveva mai vista, la campagna così.
        Gino era parecchio stanco e si buttò a sedere su un grande sasso all'inizio del paese, in prossimità di una fila d'orti rachitici.
        Chissà come gli capitava a uno di vivere lì. Perché lì, di tutti i posti che c'era nel mondo. Lui, Gino, cominciava ad averne già visti un bel po', di posti nel mondo. Ma mai, mai finora gli era venuto in mente che ce ne fosse di così piccini, isolati e poveri.
        C'era una donnina, sull'orto più vicino. Curva che sembrava un giunco piegato col fuoco. Zappettava senza forza sempre lo stesso quadratino di terra e riusciva solo a rivoltar sassolini senza arrivare alle zolle vermose. Co' uno scialletto bucato sulle spalle stondate e un fazzoletto bucato sulla testa, legato sotto il mento. Sembrava quasi non gliene importasse nemmeno, di riuscire a zappare davvero. Sembrava rassegnata da secoli, ancora prima di nascere, a raspare sassolini nell'orto.
        Comunque, per povera e mal messa che fosse, viveva, c'aveva una casa, mangiava. Gino c'aveva bisogno anche lui delle stesse cose e quindi gli si avvicinò.
        "Buongiorno".
        La vecchina smise di zappettare e lo guardò con diffidenza.
        "Scusate... io... vengo da lontano...".
        Gino esitava. Che gli doveva dire a una persa da sempre lassù?
        La vecchina soffiò nella bocca sdentata.
        "Ma che vuoi? Fila via!"
        "Io, solo... solo... è dura, qui la terra per voi...".
        La vecchina si raddrizzò più che poteva, appoggiando una mano su un fianco e stiracchiandosi un po'. Guardò Gino, contenta di fare una pausa. Poi si incartapecorì tutta agli angoli della bocca e la gola gli sussultò in una risatina chioccia.
        "Se me la vuoi zappare te, la terra...".
        E gli porse la zappa.
        Gino non capì perché, ma si sfilò lo zaino, si tolse il maglione, si sputò in mano e afferrò la zappa. Poi alzò l'attrezzo fino alla testa e si scagliò con tutta la forza contro il terreno ostile. Che gli resistette bloccandogli la zappa a metà della lama e sputazzando un paio di scaglie di pietra ai lati. Gino la sfilò, in uno scricchiolio poco promettente e la rialzò. Mentre colpiva di nuovo vide la vecchina stringersi lo scialletto intorno alle nocche adunche, sul petto, e allontanarsi.
        Ci dette dentro fino a sera, Gino, e dissodò un campo così grande che di sicuro era andato oltre il terreno della vecchina, ma non importava.
        Quando quella venne, con un pezzo di pane rinvoltato in un tovagliolo, le cascò la bocca in terra dalla sorpresa.
        "Ma... o i' che t'ha fatto... s'e' arrivato fino al campo d'Achille...".
        A Gino, dopo la camminata e dopo aver rinvoltato zolle tutto il pomeriggio, gli girava un po' la testa dalla debolezza e riuscì solo a fare un sorrisetto ebete.
        La vecchina lo guardò bene e poi guardò il campo, poi lo guardò e guardò il campo ancora.
        "Che vo' lavorare?"
        A Gino gli era di già passato un paio di ombre buie sugli occhi. C'aveva proprio fame.
        "Sì... se ce n'è, di lavoro...".
        La vecchina ridacchiò.
        "Eh, per essercene...".
        Si mise il pane sotto il braccio e gli fece cenno di seguirla.
        La sua casa non era attaccata al campo. Stava in cima al paesino, sul cocuzzolo, fra prati incolti e ginestre. C'aveva due piani, stretti e lunghi, messi di sbieco rispetto alla strada, per tagliare il vento. Che lassù ce ne doveva essere parecchio, d'inverno. Non pareva essere mai stata una bella casa, ma in più ora era sporca e sbertucciata, piena di crepe invase di piante e con le pietre del tetto tutte smosse.
        La vecchina entrò in un portoncino piccino picciò, in una cucina piccina picciò dove su una seggiolina piccina picciò c'era seduto il suo maritino piccino picciò.
        Secco anche lui, rugoso, curvo e catarroso. Respirando faceva il rumore di un soffietto bucato. Stava appoggiato al bastone e guardava il fuoco.
        Quando la moglie entrò sussultò sulla sedia, a vedere che c'era anche Gino.
        "Oh quello, chi l'è?"
        "Sta' bono, Egisto. È un ragazzo... dice c'ha voglia di lavorare...".
        A Gino le gambe gli si ripiegarono sotto e se non s'appoggiava al muro sarebbe cascato in terra.
        "Oh Rina, a me mi sembra che per ora c'abbia voglia di mangiare!"
        Egisto ridacchiò e tossì e rantolò e scaracchiò facendo sfrigolare il catarro nel fuoco.
        Rina scostò una sedia per Gino e gli mise una scodella davanti. Un'altra la mise a capotavola per il marito, che si alzò a fatica dalla sedia tossendo dallo sforzo.
        Rina staccò la pignatta dal gancio, l'appoggiò vicino al fuoco e ci rimestò a lungo. A Gino, che si era seduto buono buono al suo posto, gli girava la testa per i profumi di cenere, pappa, e aglio che salivano in aria. Poi, finalmente, la Rina versò una romaiolata di minestra nel piatto di Egisto, una nel suo e una nel piatto di Gino.
        Gino non capì più nulla, si avventò sopra e divorò tutto in pochi secondi. Era da più di un mese che non sentiva dei veri sapori. Quando ebbe finito la pappa strusciò col cucchiaio ben bene e poi col pane, una scarpetta al centro e via torno torno sui bordi che alla fine la scodella era più pulita che fosse stata passata nell'acquaio.
        Gino cercò di soffocare un rutto grosso come un melone che nonostante i suoi sforzi uscì sfiatando l'aglio. Allora, per scacciare un po' l'aglio, afferrò il bicchiere di vino e se lo trangugiò in un sol sorso. E il secondo rutto non cercò nemmeno di nasconderlo. Sorrise e si strisciò le mani sulla pancia. Si sentiva bene, caldo, stanco e pieno come non lo era mai stato. Poi alzò lo sguardo e vide che i vecchini lo fissavano, fermi e stupiti. Avevano ancora la prima cucchiaiata ferma a mezz'aria.
        "Buon pro ti faccia!"
        Ridacchiò la Rina. Anche Egisto ridacchiò e tossì, poi si misero a succhiare piano piano dai cucchiai.
        Gino finì il pane e si servì dalla fiaschetta ancora un mezzo bicchiere. Gli sembrava di sorridere tutto e il tempo e non poteva farci niente.
        Quando ebbero finito, Rina sparecchiò e sciacquò i piatti in un catino. In casa non c'era l'acqua.
        Egisto guardava Gino e tossicchiava. Quando Rina ebbe finito prese un lume, accese lo stoppino basso basso e si rimise a tavola con loro.
        Egisto si grattò le rughe della gota facendo il rumore della carta vetrata e poi indicò col mento verso il punto dove c'era stata la scodella.
        "Era tanto non vedevo uno con questa fame... da 'ndove vieni?"
        Rina appoggiò i gomiti a punta sul tavolo e lo fissò.
        Gino prese un bel respirone e sorrise, prima di parlare.
        "Sono stato in convento."
        Poi si godette l'effetto. I vecchini lo fissavano con pena e rispetto.
        "Ma non c'avevo voglia di rimanere, e allora sono partito".
        Rina e Egisto si guardarono fra loro, un po' imbarazzati.
        "No, ma io... non avevo mica preso i voti...".
        Rina e Egisto si voltarono.
        "Non ero un vero prete".
        Fecero "ahhhh" tutti e due insieme e poi ridacchiarono, contenti.
        "Brutta cosa, gli spretati!"
        Disse Rina.
        Egisto lo fissò a lungo. Fuori si stava alzando il vento e qualche battente, da qualche parte della casa, colpiva un muro.
        Rina si guardava le mani, con le grosse nocche intrecciate fra loro sul legno.
        Gino si appoggiò alla sedia e fissò il tavolo di legno vecchio e unto. Le venature di sugo e graffi, ombre vecchie di pasti a secoli interi.
        Intanto, vicino a lui, marito e moglie si rimisero a guardarsi.
        "Mi pare ci sarebbe bisogno...".
        "Eh, per esserci bisogno...".
        A Gino gli arrivavano le parole insieme ai colori del legno e altre tre o quattro scenette che erano già l'inizio di chissà quale sogno.
        "Ci si potrà fidare... tenersi uno sconosciuto...".
        "Che vuoi ci pigli?! Tanto più ci ammazza... e allora tanto meglio, così s'è finito di patire!"
        Risatine roche e stridule da una distanza lunghissima.
        Poi i vecchini si alzarono, strusciando le sedie sul pavimento, e aggeggiarono ancora un po' in giro. Uno di loro strinse forte una spalla a Gino, per svegliarlo e farlo alzare.
        Poi si incamminarono tutti e tre, in fila, per le scale strinte e ripide. I vecchini sbuffando e poggiandosi colle mani sulle ginocchia a ogni scalino. Gino strisciando con una spalla al muro e con gli occhi socchiusi.
        Dopo tanto tempo arrivarono in cima. I vecchini ansimarono e si ripigliarono per qualche minuto. Poi Egisto si avviò verso la sua camera e cominciò a spogliarsi e tossire.
        Rina tirò Gino per una manica e lo condusse in un'altra stanza, dove c'era un lettone matrimoniale nel mezzo e tre brandine intorno.
        "Mettiti dove vuoi... era la camera dei mi' figlioli".
        Gino si buttò, vestito, sulla prima branda e cominciò subito a sognare. Da lontano gli arrivava la voce della Rina.
        "Qui c'è il cantero e lì una brocca d'acqua, ma l'è vuota... poi domattina te la riempio...".


XVI.
Rina e Egisto

        C'avevano avuto otto figlioli ma due erano morti di febbre spagnola e uno di polmonite, che era ancora in fasce.
        Quegli altri cinque rimasti, tre erano maschi, e due femmine. Due maschi erano andati a Arezzo, a lavorare come braccianti. Uno era a fare il militare. Le femmine s'erano sposate, e vivevano in dei casolari lì vicino, nei monti intorno. Si vedevano, ogni tanto.
        In paese erano in dodici in tutto perché qualcuno era partito e parecchi erano morti. Però loro erano gli unici vecchi a essere rimasti soli. Ma ora c'era Gino, che in cambio di vitto e alloggio si spaccava la schiena sulle pietre tutto il giorno.
        S'avvicinava l'inverno, i cieli a piombo, i venti grigi, l'aria secca prima della neve.
        Gino era contento d'avere un tetto sulla testa. Un letto tutto suo, in quella stanza piena di letti, dove stare a lungo, lungo disteso. Guardare il soffitto basso e la finestra piccola davanti al grigio chiaro del cielo. Involtato nella coperta morbida. Bozzo, fermo lunghissimo tempo. Respirava l'aria fredda e si godeva i brividi fra i peli caldi della coperta. Disagio fuori e batuffolo comodo dentro. Ma fuori era ovunque oltre la coperta e dentro era giusto sulla sua pelle, non oltre la punta del naso.
        Ci passava gli interi pomeriggi, così.
        A volte pioveva e allora c'era il pillettio delle gocce sul tetto e le corse lacrimose delle gocce sul vetro. E odore di aria bagnata che entrava dagli spifferi.
        Lavorava solo la mattina, col fiato rappreso a mezz'aria e le dita rigide sul manico di legno. Poche ore di vanga, alla fontana, fra le galline. Aggiustava gli attrezzi con cura e li rimetteva a posto nel casottino, accanto all'orto.
        Non aveva mai avuto tanto daffare e tante responsabilità. Ne aveva le spalle rotte e l'animo un po' ingombro, di questa sensazione. Che doveva andare avanti e non guardarsi mai intorno. Lavorare, aggiustare, rincasare, dormire e mangiare, alzarsi, lavorare e via tutto così. Senza distrarsi e sperare, con l'inverno addosso. Si era rinchiuso il cervello in un puntino e non lo muoveva più di lì, tanto non c'era dove potesse andare.
        Egisto stava sempre male. Tossiva e catarrava e tremava accanto al fuoco. Tutto il giorno. La notte tossiva e catarrava e tremava accanto alla moglie, nel letto.
        Rina stava sempre a preparar scaldini e impiastri. La casa odorava di carbonella e di semi di lino.
        Per ore e ore di buio, sempre più lunghe ogni giorno.
        Rina e Egisto dormicchiavano, seduti nel camino. Gino guardava il fuoco e il puntino del cervello gli guizzava su e giù, senza spostarsi troppo.
        I primi giorni si era portato qualche legnetto da tagliuzzare col temperino, ma non era bravo e gli venivano fuori delle forme contorte e scheggiose lì dove avrebbe voluto cavare un uccellino o uno scoiattolo. Finiva sempre tutto nel fuoco.
        Non c'aveva tanta manualità e anche quella volta che aveva voluto fare una scopa di rametti legati col fil di ferro era finita allo stesso modo, mangiata dalle fiamme.
        La Rina ogni tanto socchiudeva gli occhi e lo guardava aggeggiare. Non diceva nulla ma gli doveva sembrare una gran perdita di tempo. Tempo perso allo star fermi a dormicchiare nel camino. E infatti, dopo qualche settimana, anche Gino stava fermo ore, a sedere nel camino. Dormicchiando e saltellando intorno al suo minuscolo puntino di cervello.
        Mentre fuori l'inverno schiacciava il mondo coi suoi piedi neri.
        Poi, almeno, fosse venuto fuori qualcosa di buono, da tutto quel vangare. Ma più che cavolo non c'era e quello mangiavano, insieme a tozzi di pan secco che per farlo rinvenire doveva bollire sul fuoco per ore.
        Per fortuna era morta una gallina, una volta, e c'avevano fatto il brodo. Anche Egisto s'era sentito meglio. Tutti avevano ciucciato gli ossicini a lungo e s'erano fatti durare il lesso per due giorni. Due giorni che il vino sembrava più buono e ne avevano bevuto di più, il cielo s'era placato e la notte era senza vento. A cena avevano riso e Egisto s'era ricordato una canzoncina sconcia di quand'era giovane e l'aveva canticchiata ma piano, perché era timido. Poi era diventato serio e aveva parlato a lungo di un suo amico che c'aveva la malattia, delle donne e non ne poteva proprio fare a meno e andava in città apposta, per le feste, e visitava tutti i bordelli. E s'era preso anche lo scolo, quel grullo, che così oltre ai soldi ci aveva rimesso anche l'uccello.
        Qui la Rina s'era un po' imbarazzata. Gli doveva parere brutto parlare così a uno che aveva quasi preso i voti. Ma quando disse "Ovvia, Egisto, che ti paiono discorsi da farsi con un ragazzo...", Egisto, che era un po' alticcio, continuò come una trombetta. Che lui non aveva mai speso soldi per le puttane, né per le sigarette. A parte una volta sola, che s'era comprato una sigaretta a una fiera e gli era andata di traverso e allora aveva giurato che non ne avrebbe comprate più. E così era stato. Una sigaretta "Macedonia" in tutta la vita. E una donna.
        Per cambiare l'argomento e stare più sul leggero Rina aveva tirato fuori le storie di quelle parti. Che alla sua vicina di casa, quando lei era bambina, qualcuno gli aveva fatto il malocchio. E quella, che c'aveva sette figlioloni uno più grande e più sano dell'altro, gli si erano ammalati tutti insieme e in pochi giorni stavano tutti per morire. Allora la loro mamma, disperata, era andata dalla più vecchia del paese, che viveva da sola e c'aveva più di cent'anni. E quella gli aveva detto: "guarda che te li stanno ammazzando. Qualcuno ti invidia e gli ha fatto il malocchio".
        Allora, pensa e ripensa, a quella e altre donne del paese gli venne in mente chi poteva essere stato. C'era la Ziba. Mai sposata. Senza figli. E guardava tutti con l'occhio cattivo e nessuno l'avvicinava mai e gli parlava nemmeno più. E che si diceva che facesse le fatture e parlasse coi morti.
Allora, la mamma di quelli malati, tornò dalla vecchia per sapere che doveva fare. La vecchia gli disse: "prendi le camice dei tuoi ragazzi e falle bollire in un pentolone d'acqua. Poi, a mezzanotte, colpiscile con un forcone. Ma tanto, finché ce la fai".
        La donna prese una camicia per uno e il pentolone, e di notte si mise a fare il fuoco e a mezzanotte, con l'acqua che bolliva, si mise a pigiare col forcone sulle camice. Quelle bollivano e rimescolavano nell'acqua e lei le colpiva colle punte, più forte che poteva.
        Dopo pochi minuti sentì bussare e gridare alla porta. Lei continuò a colpire. Allora i gridi diventarono lamenti e i colpi sempre più deboli. Non smise e continuò a pigiare col forcone. Allora i colpi smisero e si sentiva raspare alla porta con le unghie e un rantolo come una bestia ferita. La donna colpì ancora e continuò finché non sentì più nulla. Allora mise giù il forcone e andò a aprire la porta. Davanti a casa c'era la Ziba, tutta contorta in terra, con la faccia e i bracci coperti di graffi e buchi profondi. E tutti i vestiti anche, strappati e bucati dappertutto.
        I ragazzi si rialzarono subito, guariti. E da quella volta la Ziba non fece più male a nessuno.
        Sì, perché nel paesino, di dodici che erano, anche adesso almeno due facevano le fatture e si intendevano di pozioni e altre stregonerie.
        A Gino, verso gennaio, gli venne il fuoco di Sant'Antonio. Bubboni gonfi sotto le ascelle e nella schiena e rossore da carboni ardenti. Gino se l'aspettava, tutti gli inverni a lui gli veniva qualcosa. Ma questa volta era peggio, perché un dolore come quello di avere il fuoco addosso lui non l'aveva mai sentito. Aspettò qualche giorno a dire che stava male. Poi, quando non ce la fece a alzarsi la mattina e rimase disteso a digrignare i denti contro il cuscino, la Rina gli alzò le maglie e a lui gli sdrucciolò un lamento fra i labbri.
        "Oh madonna, porino... guarda come s'è conciato...".
        Dopo pochi minuti era bell'e fuori, a chiamar la Tinta.
        La Tinta era una donnina piccina come lei, ma rossa di capelli che pareva tinta. Per questo la chiamavano così, da quando era bambina. La Tinta c'aveva il tocco e poteva guarire la gente, anche di malattie gravi.
        Gino ormai c'aveva la nebbia del dolore su tutte le cose. Guardava e non vedeva bene quello che facevano intorno. Vide le donnine, che gli sembravano minuscole come bambine vecchie, che pregavano fitto fitto. Vide la Tinta armeggiare con una bacinellina e una fiaschetta d'olio. Sentì i diti steccherozzi della Tinta duri e unti passargli su tutti i bozzi gonfi e fra le fiamme sotto pelle. Scivolavano su e giù insieme a parole strane, mai sentite.
        Quando ebbe finito, la Tinta mise via gli ammennicoli che s'era portata dietro e si mise a parlare del più e del meno con la Rita.
        Gino si addormentò.
        Si svegliò dopo parecchie ore e si impressionò di qualcosa di diverso che c'aveva e che non capiva cos'era. Scattò anche a sedere sul letto, dallo spavento di sentirsi tutto d'un colpo bene.
        Si toccò e si guardò addosso. Senza ponfi e senza dolore, solo appena appena un po' di rossore qua e là. Saltò giù mezzo gnudo com'era e scese in cucina, dove la Rina preparava la cena.
        "Rina... sono guarito!"
        La Rina in piedi al lavello e Egisto seduto a tavola lo guardarono sorridendo.
        "Bene, domani lo vo a dire alla Tinta".
        La Rina si rimise a girare nella pignatta, dove sbollottava una minestra.
        "Vestiti, però, prima di venire a tavola".
        Gino vide che c'era già una scodella al suo posto, la Rina sapeva. Si vestì per la cena e mangiò per tre. E non ebbe più fuochi addosso.
        Poi anche di un giradito, che gli venne il mese dopo, la Tinta lo guarì con una frase e un unguento misterioso che si passavano da almeno dugent'anni nella sua famiglia. Invece quello che gli avevano dato per il foco di Sant'Antonio era solo olio. Lì erano le parole, a essere segrete perché erano quelle che guarivano davvero.
        Comunque, in tre giorni la pomata gli fece passare il giradito. Giradito che gli veniva sempre col freddo, sulle nocche delle mani e che di solito gli rimaneva tutto l'inverno.
        Per Egisto, invece, la Tinta non poteva fare niente. Lei c'aveva il tocco per le cose della pelle e dei nervi. Ma i polmoni...
        C'era stata la Bigia, fino a pochi anni prima, che salvava la gente dalla tosse canina, il capogatto e anche la tisi.
        Ma ora non c'era nessuno e il povero Egisto tossiva e scatarrava ormai da quattro mesi.
        "Si, ma gli passa...", diceva la Rina, "gli viene ogni inverno, poi guarisce".
        Peccato, però, perché quando era giovane era un pezzo d'uomo che non si poteva immaginare, a vederlo così. Andava fino ai boschi dell'Alpe della Luna per trovare la legna e tornava con dei tronchi interi sulle spalle. Lei, quando partoriva, c'aveva sempre la casa che era un forno perché Egisto passava tutto il giorno a fare il fuoco con degli alberi interi. Da quando gli era morto il bambino di polmonite, ogni parto che c'era in casa poi per dei mesi si sudava, da quanto faceva caldo.
        E era stato sempre così forte... quella volta che un mulo carico di legna gli era sprofondato nella neve non aveva fatto discorsi: aveva scavato una buca sotto e poi se l'era preso sulle spalle, il mulo e il carico insieme. E via! In un momento tutto fuori dalla buca.
        Gino guardava il vecchino pallido finito dalla tosse e quasi non ci credeva. Ma la Rina diceva sempre la verità.
        In una foto tutta marrone e gialla, cogli angoli mangiati dagli anni, c'erano loro sposini novelli. Fatta in città, a Arezzo, un giorno che erano andati per una fiera. E Egisto era un pezzo d'uomo tarchiato, col collo di un toro, che teneva la Rina bella in carne e tutta emozionata, seduta su un avambraccio, come fosse una bambolina di bisquit.
        E difatti, ai primi di marzo, fra gli umidicci un po' meno freddi della stagione che finiva, Egisto si riprese.
        Non tossicchiava più. Non sputacchiava nel fuoco biglie verdi di catarro. Dormiva tutta la notte e la mattina c'aveva un colorito rosina sulla faccia. Poi gli si cominciarono a riempire le buche nelle gote e anche la schiena gli si raddrizzò un pochino.
        Gino si sentiva rimescolare di un'emozione che non aveva mai sentito prima.
        Andò di nascosto nel pollaio, il pomeriggio, a strozzare una gallina. Che se gli avesse torto il collo la Rina se ne sarebbe accorta. Invece, così, sembrava fosse morta anche quella di vecchiaia e se la mangiarono di nuovo fra grandi chiacchiere e contentezza. Ed Egisto rideva senza tossire e si alzò anche un paio di volte da tavola, per riattizzare il fuoco.
        Gino cominciò a cinguettare come un passero e raccontava di qui, e di là. Dove era stato e cosa aveva visto, e della ragazza pazza e delle stringhe che non gli era riuscito di vendere, il cavallo imbizzarrito, la villa de' Cenci, il suo amico Italo scacciato.
        Ci mise fino a Aprile, per raccontare tutto quello che aveva fatto. E a Aprile Egisto stava bene, e lo accompagnava nell'orto per aiutarlo.
        A Gino, di colpo, gli si schiuse il puntino nella testa. Un pomeriggio che era il primo di primavera, agli inizi del mese. All'improvviso, senza volerlo, si trovò ad annusare l'aria a occhi chiusi e la testa gli scappò via, in un istante, dietro gli odori portati dal vento.
        Eppure il cielo era ancora grigio, e la brezzettina fresca e tesa. Faceva ancora buio presto e gli alberi erano in ritardo sulla stagione.
        Ma quando riaprì gli occhi vide Egisto che lo guardava un po' sorpreso. Chissà che faccia doveva aver fatto.
        Poi venne l'ultima neve, a mucchi feroci contro i muri delle case. Gelò qualche germoglio che già spuntava sui rami e spezzò qualche panno teso a asciugare, che si era gelato e era diventato più fragile di una ragnatela.
        Spezzò anche la pazienza di Gino, che si trovò a camminare fra il vento bianco, coi fiocchi che sembrava gli si conficcassero in faccia come spilli. E lui camminava nella neve sempre più alta, furioso. Non gli riusciva più di rimettersi buono ad aspettare. Doveva fare qualcosa subito, sennò era meglio camminare nella neve fino a congelarsi.
        Dice non faceva nemmeno male, morire così. A Achille gli era successo, una volta, di trovarsi nella tempesta. E non ci aveva nemmeno pensato. S'era stretto nel mantello e s'era lasciato cadere accanto a un masso. Poi s'era addormentato come un bambino alla poppa della mamma, tutto confuso dal freddo. Ma il suo mulo si era messo ad annusarlo e morderlo sulla testa e lui si era svegliato. Aveva levato le fascine di legna e s'era messo a cavalcioni. Poi il mulo l'aveva riportato in paese.
        Gino si mise contro il tronco di un albero e aspettò che gli venisse quel torpore del freddo. Non per morire, ma per vedere com'era. Ma non successe nulla perché lui era troppo agitato e caldo di rabbia per poter congelare nel sonno. Poi gli aghetti dei fiocchi di neve continuavano a fargli male sugli zigomi e sulla punta del naso, a entrargli negli occhi e nel collo del maglione. Gino camminava veloce a gran passi, alzando bene i piedi, sembrava uno col ballo di San Vito. Anche perché cambiava sempre direzione, un po' in qua, un po' in là, per cercare di evitare gli spilli di neve.
        Finché si trovò a pochi metri da un omone alto e largo, coperto di neve sul mantello e sul cappello nero.
        Gino scappò a gambe levate e andò a nascondersi dietro un abete.
        Quello non l'aveva visto, perché c'aveva il capo basso, contro il vento, e camminava piegato dallo sforzo di tirare un mulo.
        A Gino gli si spalancò la bocca dalla paura.
        In quei monti c'era un brigante. Grande come una montagna e spietato. Fermava tutte le carrozze nelle valli, e le corriere e anche solo le file di muli che portavano qualche merce. E aveva ammazzato tutti quelli che avevano provato a fermarlo. Glielo aveva raccontato la Rina, che diceva sempre la verità.
        Intanto il brigante di Gino si reggeva con una mano il cappello, con l'altra tirava un mulo stanco, carico di roba coperta da una tela ormai bianca di neve.
        Se era il brigante di quei monti, e si accampava lì, Gino non poteva muoversi né farsi vedere. Allora davvero c'era il caso che gli prendesse il sonno e poi si scordasse di tutto e morisse senza accorgersene. Già non gli facevano più male gli spilli di neve, e se metteva un dito sul naso non sentiva né l'uno né l'altro.
        Sennò doveva fare come Secondo, il fratello di Primo. Lui l'aveva incontrato, il brigante, proprio sull'Alpe della Luna. Di notte, mentre tornava da una fiera col sacchetto dei soldi attaccato alla cintura. Però Secondo era un gran pezzo d'uomo, che col cappello a punta non passava dalla porta d'un granaio. E che c'aveva sempre il trombone con sé e non lo lasciava mai, nemmeno in casa. Quando mangiava agganciava la tracolla alla seggiola.
        Secondo si trovò il brigante davanti e i due erano grossi uguale, col mantello buttato su una spalla e il trombone bene in vista, sulla spalla scoperta. La faccia nascosta dal cappello a punta.
        Si erano fissati un po', da sotto il cappellone, fermi nel buio. Secondo non c'aveva paura, non c'aveva paura di niente, lui. E quando il brigante, con un vocione da orso, gli sbraitò addosso "altolà, chi siete?" Secondo gli urlò indietro "sono Secondo Milli, e tu chi sei?" col trombone già in mano.
        Il brigante non aveva risposto. Era rimasto qualche momento a guardare il passante coraggioso e a pensare. Poi aveva voltato le spalle e se n'era sparito nel buio. Il buio freddo della notte...
        "Chi sei? Oh... oh!"
        A Gino gli arrivò più la manata sulla spalla che la voce che lo chiamava.
Perché s'era accoccolato accanto all'albero e aveva chiuso gli occhi e stava sognando il buio nero in cui era sparito il brigante.
        Non c'ebbe nemmeno paura quando vide l'omone che lo scuoteva. Perché c'aveva già tutta la faccia, le mani, e mezzo cervello congelati.

"Crossing",  di Mili Romano - Stampa fotografica su alluminio, 2002.


XVII.
Franz Schneider

        "Franz Schneider, lo imbattibile, per servirvi...".
        L'omone, Franz, si inchinò col capo fino ai ginocchi e il cappello in mano, che sventolava in fondo al braccio. E rimase così un pezzo, perché Egisto e la Rina erano stecchiti di stupore.
        Fu Gino, buttato nel camino, a parlare per primo. Nonostante c'avesse i labbri torpidi e bluastri.
        "L'ho incontrato nel bosco... mi stavo addormentando...".
        Franz allora scattò su come una molla e batté i tacchi alla prussiana.
        "Appena in tempo, per evitare morte congelata!"
        Rina si buttò su Gino, e cominciò a strofinarlo tutto.
        "Levagli le scarpe!"
        Egisto si inginocchiò subito e gli sfilò gli scarponi, poi si mise a massaggiargli i piedi.
        Franz stava accanto al camino, col cappello in mano, così zitto e compito da farsi notare.
        Dopo qualche minuto a Gino gli prudeva la faccia, le mani e i piedi così forte che pareva gli fosse tornato il foco di sant'Antonio. Gridò forte e scacciò le mani della Rina dai suoi bracci.
        "Bene, è passata!"
        La Rina e Egisto si raddirizzarono lentamente, ansimando un po'. Perché avevano massaggiato a lungo e anche per prendersi il tempo di guardare Franz, sempre fermo lì accanto, con la faccia di circostanza. Che ora, dato il lieto fine, era una faccia contentissima, tuta bianca di denti e rossa di emozione.
        Gino si tirò fuori dal camino e porse la mano a Franz.
        "Grazie, signore...".
        "Oh, ma non è stato niente... chiunque al posto mio...".
        "Ma voi chi siete?"
        La Rina lo fissava con già una mezza idea negli occhi.
        Franz fece un altro inchino.
        "Franz lo imbattibile, attore, saltimbanco, ammaestratore e mago".
        Egisto si rallegrò subito e fece un sacco di festa a Franz.
        "Prego, mettetevi comodo!" scostando una sedia dal tavolo.
        La Rina non era tanto convinta e nascondeva le mani sotto il grembiule.
        "Rina, o che aspetti! Porta il vino per il signor Franz!
        Egisto batté una manata sul tavolo che risuonò forte. Segno che riprendeva le forze e il possesso della casa.
        La Rina non si spostò di una virgola, sempre con le mani in tasca.
        "Allora... Rina!"
        Egisto mostrava coi palmi delle mani l'ospite lasciato a secco.
        La Rina sbuffò e si avviò alla credenza, dove aveva nascosto il vino sotto chiave. Chiave che teneva sempre con sé perché da quando Egisto stava meglio, diceva, il vino andava via peggio dell'acqua.
        Comunque. Il vino fu portato e bevuto, i visi tutti più rossi e distesi, anche quello della Rina che si mise a ridacchiare dopo il secondo bicchiere.
        A Gino gli avvampavano le gote, che gli pareva schizzassero fuori dalla faccia. Franz era tutto lustro di caldo e di sudore, perché non s'era ancora levato la zimarra.
        "È bello essere qui! Dopo tanto viaggiare...".
        Franz fece la faccia stanca e persa del grande viaggiatore. Franz riusciva a cambiare l'espressione della faccia per ogni parola che diceva lui, o che veniva detta da un'altro.
        Veniva da Bologna, dopo aver girato per tutto il nord d'Italia. Era di un paesino vicino Stoccarda, ma aveva lasciato da tanti anni la Germania, quando aveva solo sedici anni.
        Un carrozzone di italiani che era passato vicino al suo villaggio, lo spettacolo la sera, a lume di fuochi. Facce come mascheroni che guizzavano al ritmo delle fiamme e lingue strane, agitarsi di vesti puzzolenti e stanche di troppi viaggi fra scolli e poppe e bocche larghe di battute sguaiate.
        E tutti i giorni lui, Franz, lasciava la bottega e li spiava al mattino. Nelle nebbie intontiti di freddo, perso il mascherone e le battute, i nasi paonazzi piangevano miseria. A rimestar paioli e scuotere coperte. Come gitani qualunque.
        Poi ci tornava la sera, a riveder le stesse facce accese dal fuoco e dalla gioia di inventare davanti ai bifolchi. Le donne bellissime, bianche e lisce, strizzate nei vestiti variopinti. Gli uomini alteri come i personaggi, o ridicoli, a seconda. Ma sempre così troppo da essere soprannaturali.
        Due volte il padre, merciaio, l'aveva intercettato fra le risate e i pesticcii nel fango. Afferrato per i capelli e trascinato a casa. Poi cinghiate e urla, la madre a mangiarsi le mani in un angolo, i fratelli chiusi in camera dalla paura.
        Ma lui, al mattino, ci ritornava. A guardare le stesse persone della notte e capire chi fosse il re e chi l'amante pazza. Chi il giullare, e chissà chi aveva fatto la questua, nell'intervallo.
        Una giovane dai capelli corvini lo aveva visto fin dal primo giorno, e lo salutava con la mano. Si spazzolava cento volte le ciocche lunghe al sedere. E quasi ad ogni colpo di spazzola lo guardava. Aveva le mani lunghe, lisce, dipinte di rosso. Non le avevano mai viste, da quelle parti.
        E per una settimana fu così, spettacoli e frustate, grida da spaccare gli orecchi in casa e frasi che navigavano lontano la sera.
        Poi, una mattina, la giovane dai capelli neri si alzò dallo sgabello dove si spazzolava e gli andò incontro. Con la mano tesa, per conoscerlo. Lui la toccò e capì che non avrebbe mai più potuto lasciarla. Mai.
        La ragazza gli presentò tutti gli altri e Franz capì che erano soltanto quattro. Quattro guitti per una marea di intrecci. Come potevano riuscirci?
        E il loro capo, il re, ma anche il buffone e l'uomo che porgeva il piattino, lui gli si parò davanti e gli sorrise nel mezzo a una barba da profeta. Che era finta, perché si provava un costume. Poi il re mise un braccio intorno alla vita della ragazza e la baciò su un orecchio e la ragazza gli si strinse vicina. Ma guardando Franz, fisso fisso. E Franz corse via, corse alla bottega fra i nastri e i metri del padre e le pezze di stoffa, le trine e i fili da ricamo. Entrò correndo e gli gridò addosso che se ne andava, che lasciava tuto e tutti per partire col carrozzone, quando se ne sarebbe andato.
        Poi via a nascondersi fra le sottane delle attrici, che lo chiusero in un baule quando il padre venne a reclamarlo, un'ora dopo. E rimase lì nascosto nel carrozzone per due giorni, e per due giorni sentiva il padre che veniva a gridare e gli attori che facevano gli gnorri, ridendo e parlando in italiano, e canzonando, recitando monologhi.
        Poi, al mattino del terzo giorno, gli attori raccolsero le loro cianfrusaglie, attaccarono i cavalli e lasciarono il campo.
        Franz si affacciò al carrozzone che s'era appena mosso e lo vide lì, suo padre. Con la madre accanto, fermi stecchiti di dolore.
        Franz li salutò con la mano ma loro non si mossero. Lo guardavano fisso e piangevano senza rumore, con le braccia senza forza lungo i fianchi.
        E anche lui pianse, tutto il mattino. Finché la ragazza salì sul carrozzone, durante una sosta, e venne a consolarlo. Lo consolò fino a sera, e lui si dimenticò del padre e della madre, delle feste consacrate e di tutto quanto aveva detto e fatto fino a quel momento.
        E poi così, di anno in anno, di meta in viaggio, di personaggio in personaggio. Franz imparò l'italiano e il repertorio. Imparò un sacco di posti e di strade, che non poteva nemmeno immaginare esistessero nel mondo. Quando passarono le Alpi, ed era già estate, a lui gli sembrò di nascere solo in quel momento, e si mise a gridare fra le vette. Che almeno l'eco poteva volare come gli sarebbe piaciuto fare a lui.
        La ragazza però rimase poco, con loro. Diceva che stava male e che doveva tornare al suo paese. Per cui la lasciarono giù dalle parti di Ravenna. E solo dopo tanti tanti anni a lui gli si era snebbiata la mente e aveva capito che in realtà lei era nei guai, chissà da chi, e che si era fermata per liberarsi.
        Seppe un giorno che aveva ripreso la strada poche settimane dopo, con un'altra compagnia che andava verso sud.
        E ancora ci pensava spesso, al suo primo grande amore.
        Con un gran sospiro Franz si zittì, e c'aveva proprio il viso di chi è perso dietro memorie troppo belle e dolorose per poterne parlare.
        La Rina russava col mento sul petto e Egisto stringeva il bicchiere vuoto con l'occhio partecipe e stupido di chi ha bevuto troppo.
        Gino stava ancora su una strada, a sballonzolare su un carrozzone, a fare l'amore furiosamente con una bellissima bruna dalle mani lisce lisce.
        Così Franz entrò anche lui nella casetta. Ospite fisso, accomodante e non pagante.
        Stava tutta la mattina a letto, nel lettone matrimoniale della stanza dei figli. Si alzava a mangiare, curava il mulo nell'avanzo di stalla che ancora stava al pian terreno della casa, leggeva delle scartoffie che aveva sparso sulle brande.
        "I copioni!" aveva gridato sventolandone uno "bisogna averli tutti qui!" s'era picchiato il testone "sempre!"
        E s'era prodotto in un pezzo urlato e sospirato, tutto curvo a tratti e poi slanciato verso il cielo.
        "L'Orlando Furioso, mio preferito".
        Gino non ci aveva capito nulla ma applaudì a lungo e rise. Franz si inchinò come davanti a un capo di stato.
        Il giorno dopo Franz insistette perché la Rina e Egisto lo seguissero, e si mise a urlare in strada, a metà mattina. Le poche facce che c'erano si affacciarono, l'unico passante, Achille, si fermò.
        C'erano tutti, tutti e dodici più Gino.
        Franz salutò il pubblico, e il ridente paese che lo accoglieva, e magnificò l'estro dei poeti e la grande sublime opera dell'Ariosto, che lui solo ed unicamente per quel pregiato pubblico si stava mettendo a declamare.
        E fu magia, fin dai primi versi berciati per strada. Mentre cavalieri e avventure, guerre amori e trabocchetti si snocciolavano fra le labbra sapienti di Franz. Gino e i vecchietti si erano persi fra le rime e non cercavano nemmeno di salvarsi, lasciandosi menare dove le sillabe portavano, una per una, a seguire i suoni di vite bellissime.
        Franz recitò per quasi un'ora e non ci fu nemmeno un sospiro.
        Solo, quando si inchinò, le mani dure e artritiche dei vecchietti batterono le nocche gonfie le une sulle altre e fu un applauso forte e sentito.
        E l'effetto durò abbastanza a lungo perché Franz potesse raccogliere il suo cappellone e passare davanti a tutti, col sorriso composto e infiniti ringraziamenti. Raccolse una sola moneta, da Gino. E poi una corda, un bottone, un pezzo di pane. Alcune vecchine tornarono a casa apposta, per portare qualcosa a Franz. Ma più in là di un pezzo di cacio non si andò.
        Franz comunque sembrava contento, e esageratamente grato.
        "Grazie illustrissimo, Eccellenza grazie, oh... madama grazie, grazie di sua gentilezza".
        Poi il gruppetto si sciolse, ma senza allontanarsi troppo. Tutti a dire che era stato bello. Eh sì, era sempre bello avere degli attori...
        "Poi, a me, di tutti è quello che mi piace di più, l'Orlando Furioso".
        Gino si voltò a guardare Achille e d'un tratto comprese. Comprese perché in paese c'erano Achille e Egisto, Filandro, Parmenide e Amleto.
        Mentre rientravano a casa, Franz a guardare con faccia schifata la roba raccattata nella colletta, Gino chiese "ma che ci passano tanti attori, di qua?"
        "Eh...? Attori... ah sì, certo. C'è il passo qui. Chi viene da nord in Toscana, passa di qui, anche. Io di solito no. Io prendo i fiumi. Ma avevo deviato da solito itinerario, volevo comprare una ragazza."
        S'era sbagliato, certo. Perché non sapeva l'italiano.
        Eppure Gino vagheggiò tutto il pomeriggio di una bella attrice dalla pelle bianchissima chiusa in un carrozzone e attaccata a catene d'oro.
        Solo che sarebbe stato difficile, legarla al mulo.
        Gino seguiva Franz alla stalla e lo guardava strigliare e levare gli escrementi. Lavare il mulo con la paglia e lisciargli la criniera con le dita, strecciando i nodi e togliendo le pagliuzze.
        "Lei importante, per me." Allora era una mula! Franz anche la accarezzava e la baciava sulla fronte, quando aveva finito. "Lei deve portare tutto mio sapere in giro, e tutti miei travestimenti!"
        Che stavano in due sacche logore e rattoppate, buttate in un angolo della camera. Ne aveva tratto i copioni, qand'era arrivato, e nient'altro fino a qual momento. Ma ci doveva essere un mucchio di roba, affastellata dentro.
        Gino non lavorava quasi più il campo. Egisto s'era rimesso bene e ci lavorava volentieri, ormai. In casa la Rina s'era messa anche lei a pulire, spostare, bruschinare e ricucire.
        Le pulizie di primavera, certo. Tra un po' c'era la Pasqua e la benedizione. Chissà quale pretuncolo disperato si sarebbe inerpicato fin lassù per benedire quelle quattro case.
        Gino passava le sere alla finestra per sentire arrivare le rondini.


XVIII.
Il capanno

        Eccoli allora qua, sulla strada, e sassi avanti e dietro e lacrime, come sassi a filare sotto i suoi piedi, fra i suoi piedi. Una goccia su ogni grammo di polvere e perché poi? Era quello che voleva, Gino, di andare via. Gli avessero chiesto cosa avrebbe dato per andarsene da quel buco sperduto di posto avrebbe detto: un braccio! E ora era lì a frignare come una donnetta, dietro il culo grasso della mula che petava ogni quattro passi.
        Meno male che Franz era a tirare la cavezza e bestemmiare in tedesco davanti, e nemmeno lo sapeva, che lui era lì a piagnucolare fra i miasmi del mulo sfatto.
        Ripensare alla Rina, che torceva le mani e i nodi dell'artritre e non diceva nulla perché era come perdere un'altro figliolo.
        Egisto rosso rubizzo, in buona salute e pronto per la pena. L'aveva fissato, gli aveva agguantato le spalle e gliele aveva strinte nella morsa delle sue mani forti. E gli aveva fatto un cenno della testa come dire "non ti preoccupare di noi" o forse anche "grazie di averci aiutato", ma anche "mi sembrava di riavere i miei figlioli qui a casa con me".
        Giù goccioloni di pianto. A ogni parola che Egisto voleva dire con quel cenno di testa e che era rimasta nel gozzo.
        E il cestino di vimini pieno di roba da mangiare. Lui nemmeno lo voleva, perché gli pareva di rubare in chiesa. Ma Franz l'aveva preso con un inchino e l'aveva legato al basto ancora prima che Gino riuscisse a dire: "no, grazie".
        Anche quello, a guardarlo ora, gli faceva una tenerezza cattiva. Lì legato a sballottare chissà verso dove. Il cestino fatto dalle dita nodose. Tutte le cose preziose della Rina, il cacio stagionato, il pane bianco, la boccetta dell'olio coi peperoncini a mollo, e anche una fiaschetta di vino, ci aveva messo dentro. Con un santino di chissà chi, non se lo ricordava nemmeno lei. "Ma sempre santo l'è, e ti benedica per il viaggio".
        E un fazzoletto con dentro un vasetto d'argilla datogli dalla Tinta, nel caso gli fosse tornato il giradito, l'inverno dopo.
        Gino ricordò e pianse per tutta la strada che l'aveva portato lì, che ora era facile, in discesa. E veloce lo portava lontano. Troppo veloce. Come se a un corteo funebre tutti si mettessero a correre dietro alla bara e via il carro al galoppo, pennacchi all'aria e gente che scappa ai lati della strada. Lui, se era solo, se la sarebbe fatta piano piano, voltandosi indietro. Magari fermandosi a pensare se non era il caso di tornare e riportare il cesto.
        Ma Franz s'era svegliato pieno di energia e aveva detto: "oggi è giorno buono per partire".
        S'era messo a fischiettare mentre raccoglieva le sue cose sparpagliate in giro per la stanza. Fischiettava e si sbrigava, come se andarsene fosse la cosa più bella del mondo.
        Gino s'era agitato e aveva detto, felice anche lui: "parto anch'io!"
        E s'era messo a riordinare la roba nello zaino, controllando che ci fosse tutto e che tutto fosse pronto.
        Ma la Rina era entrata e aveva visto quella scena, di loro due così indaffarati a andarsene e per poco gli sveniva lì davanti. Tutta pallida e arrabbiata "ma o che fai?" aveva urlato. E era corsa giù a chiamare Egisto "Egisto, Gino va via!"
        Egisto era arrivato poco dopo, era salito e aveva visto Franz bell'e pronto, Gino seduto sul letto con lo zaino fra i piedi e la faccia rossa.
        "Non ci fate caso, alla Rina. Lei, è come se gli andasse via un altro figliolo...".
        Poi era sceso e l'aveva brontolata. "Che c'hai da strillare come una gallina? Un poteva mica rimanere qui!" e era tornato al campo.
        La Rina s'era messa a preparare il cestino, zitta e lenta.
        E coi saluti a quei quattro gatti del paese, vecchi cenciosi in malarnese stanchi, sbiaditi e catarrosi tutti quanti quanti erano. Dopo l'inverno, c'avevano da rimettersi dei freddi e della fame.
        Tutti per la strada, per l'appunto e per l'occasione. Non era mica roba di tutti giorni di vedere partire due forestieri insieme.
        Franz aveva salutato con inchini garbati e promesse di tornare l'anno dopo e tanti saluti e buona salute, ricchezza raccolti cibo per la primavera che Dio benedica tutti.
        Con lo scilinguagnolo inesausto a contrappunto i borbottii augurali dei montanari. Mezze mani levate, cenni del capo, dondolii. Solo Achille aveva urlato "ci porti la Gerusalemme Liberata, la prossima volta!". Franz aveva sfiorato terra col capo e finalmente s'era messo in marcia, tirando la mula, già ritrosa a camminare anche se era in discesa e non aveva fatto che quattro passi. Che quella mula grassa e viziata c'aveva da essere tirata tutto il tempo. Meno male che Gino non capiva una parola sennò chissà che viaggio balordo. Invece così, poco a poco, le ingiurie di Franz erano diventate quasi un ritornello bislacco che incespicava fra il fiatone del tedesco e i peti e le scivolate degli zoccoli della mula sui sassi.
        La prima sosta arrivò presto, con Franz squagliato sul ciglio della strada, indicando con mano languida il cesto: "ho bisogno di mangiare...".
        Gino anche c'aveva fame, nonostante il dispiacere. O forse perché il dispiacere gli stava di già passando. C'era una primavera rigogliante di cinguettii e fruscii, saltelli di acque, chiocchi, sterpi, cerbiatti e cinghiali a far capolino e culetti di lepri in fuga. Frulli, luce fra le foglie verdi chiare e incerte, bocci di fiori e petali schiusi dappertutto. E gli odori, gli odori mai così dolci giù nel naso nella testa, nel petto e nella pancia. Aveva voglia di toccarsi, da come erano forti quegli odori. Gli sarebbe piaciuto essere ancora a saltellare nei boschi come tanto tempo fa... "non c'era anche salame?" con Franz accanto, c'era da avere poche fantasie.
        Però, fra poco, ci sarebbe stata quella ragazza comprata chissà dove. Legata, vestita di veli, con seni piccoli coperti di borchie dorate. Pelle di castagna, occhi grandi e neri, capelli ricci giù fino ai grandi fianchi tondi...
        Franz già russava, appoggiato a un tronco, e Gino fece una corsetta fin dentro nel bosco, per pensare in pace alla ragazza, a faccia in giù sulla terra soffice.
        Camminarono fino al tramonto, che fu lungo lungo, striato, leggero di luci gialle e arancioni chiare. Pulitissimo e tiepido tramonto di primavera, con tutti i canti serali degli uccelli, entusiasmati dal tepore e dagli odori. E tutti gli animali ancora a saltellare nei boschi, fughe e lotte, zampettii nascosti fra i cespugli. C'era tutto questo, nel tramonto quella sera, e a Gino gli si strizzava così forte il cuore che smaniava dalla voglia di buttarsi anche lui nel bosco. Ma non gli sarebbe bastato correrci o annusarlo. Avrebbe voluto assaggiarlo in qualche modo, sguazzarci come in un lago profumato, anzi avercelo dentro, riuscire a passarci in mezzo al volo, contenerlo, sapere di tutti gli animali in amore, e del tremore di ogni foglia. Tutto insieme, dentro di lui.
        Gino spalancò gli occhi sui profili frastagliati di luce degli alberi, verdi a perdita d'occhio su e giù per i monti intorno. E si perse un bel tratto in quei ritagli fogliosi teneri, incandescenti.
        Poi guardò la figura già lontana di Franz ma per qualche secondo non gli sembrò che facesse più parte della sua vita. Lui era diventato un pezzetto di primavera e gli sembrava di potersi disperdere, da un momento all'altro, insieme alla brezza lieve che scivolava sul sentiero.
        Chissà da quanto si sbracciava, il povero Franz, quando Gino si riscosse e si mise a correre per raggiungerlo. E mentre correva si rendeva conto di aver fatto bene, a partire. Che non si sarebbe potuto sentire un pezzetto di primavera, a casa di Egisto e della Rina.
        "Che facevi, lì tutto fermo? Io ho fame".
        Franz si era di nuovo seduto sul ciglio della strada e guardava diritto davanti a sé.
        "Là, andiamo là a passare notte".
        In un capanno a mezza collina, fra erba alta fino al gomito. Non sarebbe stato difficile, senza quella mula pigra. Dovettero tirarla in due, per risalire fino al riparo. E arrivarono che era quasi buio.
        Giusto il tempo di raccogliere un po' di legna e ripulire un po' l'interno. Per fortuna la luce si ritirava piano piano, e c'era ancora un vago riverbero dietro i monti, quando il fuoco era già acceso sulla porta e le coperte sistemate dentro. Il cesto della Rina fu aperto e svuotato in men che non si dica. Si tennero solo due tozzi di pane, per sicurezza.
        Ma non dormirono bene. La capanna era piena di spifferi freddini e di cigolii. Gino si girava e rigirava per cercare il sonno e un po' di tepore. Ma non c'era posizione che potesse riscaldare quella notte di inizio primavera. Poi, gli animali fuori, tutti in calore, non smettevano di far versi e rumori fra le piante. Quanti uccelli notturni ci sono sui monti? O erano quelli diurni che facevano le ore piccole? E fruscii di tassi, o faine. Fruscii cosí forti che sembrava stessero nella capanna. A un certo punto a Gino gli era parso proprio che un grosso animale gli passasse accanto, verso il suo zaino. Ma era troppo stanco e infreddolito per muoversi. Infilò anche la testa sotto la coperta e si alitò fra le mani.
        Fuori c'era un rimestio troppo forte. Ma a quell'altezza dovevano esserci anche i cervi. Un lupo lontano lontano ululava. Gli fece scorrere un rivoletto di paura su e giù per la schiena.
        E un animale parecchio grosso stava proprio lí accanto alla capanna. Pesante e goffo scalciava, sbuffava, ragliava.... ragliava!
        Gino saltò su in un momento e in un momento capì tutti i rumori e gli struscii della notte. Girò intorno alla capanna e capì in un attimo che la mula non c'era più. Nella notte fitta fitta senza stelle non c'era che nero intorno. Gino riuscì a vedere solo l'erba spostata e su quella si buttò. Il mulo non era lontano, lo sentiva ragliare e sentiva anche le bestemmie smorzate del ladro, che non si aspettava di doversi trascinare in giù quella bestia grassa.
        "Franz! Franz! Ti rubano la mula!!!!"
        Gino si precipitava fra l'erba morbida alla cieca, col nero che sfrigolava intorno e gli entrava nel naso, negli occhi, nelle orecchie, tanto era spesso e scuro.
        I ragli e le bestemmie non ce l'aveva lontani, si avvicinavano, si perdevano, poi smisero del tutto. Gino si fermò perché era come se il nero gli pizzicasse la faccia. Non riusciva a correre così cieco in un posto che non conosceva. Si fermò ad annaspare e a gocciolare. Voleva tornare indietro ma si accorse di non sapere dove andare. Da nessuna parte si vedeva niente. Il nulla come la morte intorno, a Gino gli si bloccarono le gambe. Adesso la sentiva di nuovo, la mula. Ragliava lì vicino e qualcuno lo picchiava sulle chiappe grosse per farla muovere. Gino non si spostò molto, solo si girò un pochino e cadde in un fosso lì accanto. Sbucciandosi le mani e la fronte ma nient'altro.
        Poi Franz cominciò a chiamarlo e lui piano piano strisciò fuori, si mise in piedi, tornò alla capanna. Seguendo i versi di Franz, che stava piangendo e si lamentava mentre chiamava il suo nome.
        Nella capanna, al buio pesto, Franz lo prese per le braccia gridando "la mia mula!" e scoppiò a singhiozzare.
        Gino si divincolò e cercò a tentoni la coperta per riprendersi dagli spaventi.
        "Mi sono fatto male, per cercare la tua mula!"
        Franz si impietosì e cercò di calmarsi. Si sedette. "Hai male?"
        "Sì, sono cascato in una buca".
        Franz sospirò. "Io non ho sentito niente... dormivo".
        "Io ho sentito qualcosa... ma credevo fossero gli animali. I cervi fuori, e chissà cosa che sembrava dentro...".
        Gino saltò di nuovo su e col cuore come un cencio strizzato. Frugò nel buio, strusciando le mani dappertutto. Sentendo ogni granellino e sasso, e la polvere scorrere fra le dita come una cattiveria.
        "Lo zaino! Hanno preso lo zaino!"
        Gino si buttò sulla coperta e gli girava la testa. Ce l'aveva avuto lì, a un passo, quel maledetto che gli aveva rubato tutto. E se n'era anche accorto! Perché non aveva fatto qualcosa?
        Si rivedeva a tirar su la coperta sulla testa, a scaldarsi le mani. A oziare ascoltando il lupo lontano che non faceva nulla di male mentre qualcuno lì accanto gli prendeva tutto, tutto quello che aveva.
        Allora per tutto quel che rimaneva della notte stette a sentire il rumore, aspettare il momento propizio, avventarsi sul ladro e picchiarlo come una furia facendolo scappare fra i guaiti. Lo zaino e la mula salvi, e il viaggio bello davanti con le scoperte e i colori e i rumori.
        Invece della preoccupazione e quel peso sulla pancia di qualcuno che gli aveva preso tutto.


XIX.
Muli

        Non dormirono nemmeno un po'. Tutti e due come cani bastonati ad aspettare il più piccolo raggio di luce. Fra i rumori così cupi del bosco che ghignavano della tragedia e gliela facevano sentire ancora più pesante. Aspettarono non l'alba ma i primi biascichi lontani di luce. Guardando continuamente la porta, pesticciando con le chiappe sul pavimento di quel capanno maledetto.
        Appena una lumacatura biancastra fra le nebbie del mattino e loro senza dire niente saltarono su. Gino con la coperta arrotolata intorno al collo, Franz con le sacche una per spalla e la schiena curva per il peso.
        A testa china, ritrovarono l'erba pesticciata e a Franz gli saltellarono dei guaiti fra le labbra. Gino pensò che a lui non gli avevano solo rubato qualcosa ma gli avevano proprio dato un grosso dolore. Allora rimase indietro e zitto mentre Franz si chinava fra le brume a rintracciare i passi della sua mula perduta.
        Zitti nel silenzio iridato di umido. Fra i boschi verdissimi e cupi senza luce ancora e senza gioia.
        Solo gli uccelli a far frastuono sui rami.
        Loro avanzavano sbattendo le cosce sull'erba, seguendo il sentiero del mulo, bagnandosi delle gocce spesse di rugiada.
        Dopo mezz'ora erano zuppi e stanchi e si accucciarono fra l'erba a rimestare nelle loro rabbie.
        Faceva freddo, il sole ancora non era spuntato e c'avevano già fame. Tutto era ancora silenzioso e scuro. Un borro accanto a loro rompeva il prato e si precipitava giù chissà per quanto fino a un ruscello lontano, in basso, di cui si sentiva a malapena lo sciacquettio.
        Il bosco alle spalle implacabile di uccelli indaffarati all'inizio del giorno. La striscia d'erba fra il bosco e il borro con la linea sottile della fuga del ladro. La spaccatura nella terra, col ruscello in fondo in fondo di cui non arrivava quasi suono. E dall'altra parte un bosco fitto e verdissimo, di cui non si vedevano tronchi ma solo le foglie ammonticchiate a perdita di mente.
        Franz aveva la testa fra le mani e guardava le sacche ai suoi piedi.
        Gino c'aveva un vuoto fra le tempie e freddo dappertutto. Guardava il borro, tanto per guardar qualcosa.
        Poi, di colpo, al lato dello strapiombo vide un uomo. Alto e magro, vestito tutto di nero, con un cappello in testa. Troppo alto, troppo magro... si alzava e allungava a ogni passo che faceva lungo il bordo, avvicinandosi a loro. Dopo pochi metri era alto come un albero e dopo poco ancora lo era molto di più. Si fermò ad un tratto e si voltò verso il borro. Sporse la lunghissima gamba in avanti e lo attraversò. Così, come avesse superato una pozzanghera. E appena sull'altro bordo si rimpicciolì in fretta, entrò fra le cime degli alberi e sparì.
        Gino restò chissà quanto a guardare il prato e il borro e il bosco. Sbatteva gli occhi e si strusciava le mani sulla faccia per vedere se si era addormentato ma era sveglio e non aveva l'impressione di essersi svegliato.
        Si voltò a guardare Franz. Franz aveva la testa fra le mani e guardava le sacche ai suoi piedi. Come se fosse passato solo un attimo. C se non fosse passato il tempo.
        Gino pensò alla Rina. Che gli avrebbe saputo dire chi era quell'uomo e chi l'aveva visto prima di lui. E la Tinta avrebbe fatto qualche segno se era cattivo, per scongiurare ogni male. E Egisto avrebbe ridacchiato e scacciato ogni spirito con una scureggia. Quello era il suo metodo e diceva che era tanto efficace quanto quegli altri.
        E poi ne avrebbero parlato anche con altri, e ognuno avrebbe preso per buono che c'era un tipo alto e lungo che passeggiava fra i boschi.
        "Franz, ho visto qualcosa...".
        Franz spalancò gli occhi.
        "La mula?!"
        "No, no... solo... una cosa strana... camminava lì...".
        Franz si strusciò la faccia con tutt'e due le mani.
        "È la fame".
        Poi si tirò su e si rimise a seguire il sentiero di erba calpestata.
        Gino si voltò verso il borro. Da cui si alzava adesso una nebbia fitta fitta che scivolava sull'erba.
        Il sole finalmente sorgeva e il caldo tirava su i vapori.
        Una mezzaluna gialla splendente sbucò dai monti dietro il prato. Si alzò veloce schizzando luce chiarissima intorno che si sbiadì subito dall'arancio al bianco e in pochi minuti fu mattino.
        Adesso camminavano con un po' di tepore sulla faccia e le spalle e una nebbia appiccicosa alta fino al ginocchio.
        Il sentiero nell'erba sempre ben chiaro davanti a loro. Nonostante la nebbia era facile indirizzare i piedi fra le due pareti di erba alta ai lati.
        Un sentiero ben marcato, un passaggio.
        Gino ebbe un'impressione vaga di aver sbagliato qualcosa ma c'aveva troppa fame freddo e sonno per pensarci.
        Camminarono un'ora almeno. L'erba diventò più bassa. Più rada. La stradina saliva veloce e diventò una striscia di gramigne abbattute e finocchi selvatici.
        A un certo punto trovarono una cacca secca di mulo.
        A Gino l'impressione vaga cominciò a chiarirglisi in testa. Forse anche Franz cominciava a dubitare perché rallentò il passo e curvò la schiena.
        Adesso i boschi ce li avevano alle spalle e in basso mentre davanti salivano montagne ripide e brulle, come quelle della Rina.
        Franz avanzava a testa bassa scacciando il terreno sotto i passi, troppo curvo per guardare avanti.
        Allora non si accorse di quello che Gino già vedeva. Un casolare largo di pietra con lunghe stalle al piano terra e un fienile poco discosto. Dal camino usciva fumo sventagliato da raffiche leggere di vento e odore di legna profumata, di pino. Il sentiero che avevano fatto diventava una stradicciola di brecciato piena di impronte di muli e cacche fresche e vecchie.
        "Franz...".
        Franz alzò la testa e rimase di sasso.
        "No!"
        Gli caddero le sacche dalle spalle e il coraggio dal petto.
        "Abbiamo seguito sentiero sbagliato...".
        Si mise a piangere. Singhiozzando come un bambino, mettendoci dentro tutta la foga della fame e il freddo e le ossa rotte dal peso di tutta quella roba che gli serviva per lavorare e vivere e che ora, senza mula, diventava proprio difficile da portare.
        Gino raccattò le sacche e se le mise in spalla.
        "Andiamo a vedere, comunque. Magari ci aiutano".
        E si incamminò curvo sotto i fogli e i costumi di Franz.
        Il portone era socchiuso e da dentro usciva un filo d'aria tiepido e profumato di bestie.
        Gino passò in un atrio grande, con a destra e a sinistra stalle lunghe lunghe piene di animali sonnecchianti col pelo che fumava leggermente nel fresco del mattino. Le mucche da una parte e dall'altra tanti muli, un asino e un cavallo.
        Gino sospirò e in quel momento arrivò Franz. Che subito si gettò nella stalla coi muli e li toccò uno per uno, gli fece girare il muso guardandoli negli occhi, palpeggiò groppe e criniere, orecchi, code.
        Poi tornò indietro con la faccia impietrita.
        "Franz, andiamo a chiedere qualcosa".
        Gino si affacciò alle scale.
        "C'è nessuno?"
        Rispose il frigno di un neonato.
        Salirono le scale sempre chiamando "permesso, si può?" ma anche così, quando entrarono nella stanza una donna mandò un urlo e fece un balzo di spavento.
        "Scusate... noi abbiamo chiesto il permesso...".
        La donna era giovane e aveva un piccino al seno, che aveva perso il capezzolo e strillava come un'aquila.
        La donna si coprì e alzò in piedi.
        "Chi siete?"
        Fra gli urli sempre più arrabbiati del bimbo.
        "Siamo...".
        "Ruggero... Ruggero!"
        Arrivarono dei passi pesanti e poi Ruggero, grande e grosso, barbuto e scuro scuro. A torso nudo, si stava lavando e le spalle gli fumavano come le bestie nella stalla.
        "Buongiorno, scusate... non si voleva spaventare...".
        Ruggero guardava Gino con occhi neri, piccoli e scattanti, persi fra i peli di ciglia lunghe e sopracciclia folte.
        A Gino la voce gli rimase nella strozza perché c'aveva l'impressione di non stargli per niente simpatico, a Ruggero.
        "Che volete?"
        Rimbombò la voce nella grande cucina. Il bambino smise di piangere.
        Franz scostò Gino e si inchinò alla sua maniera.
        "Siamo due attori saltimbanchi, eccellentissimo, e chiediamo solo poterci riscaldare un momento in questa bella casa per riposarci da lungo viaggio...".
        Franz anche era grande e grosso, e adesso si erse in tutta la sua possanza sventolando il cappello più in alto possibile.
        "Veniamo da lontano, abbiamo visto gli arabi e i turchi, il regno di Saba, le piramidi...".
        Ruggero e la donna non ci capivano nulla. Il neonato si addormentò subito alla voce possente e melodiosa di Franz.
        "Passando le catene montuose dell'Himalaia e attraversando i deserti più impervi, dove i Tuareg regnano sui cammelli e le donne danzano coperte solo di sette veli...".
        Ruggero si asciugò il torso con uno straccio, la donna si sedette col bimbo addormentato in grembo.
        "Abbiamo parlato col mandarino in Cina e ci promise un regno nelle praterie della Manciuria ma una tempesta colse la nostra comitiva e non riuscimmo a giungere...".
        Ruggero si infilò una camicia e fece cenno alla donna, che depose il bimbo in un cesto per terra e si mise a preparare il tavolo.
        Franz raccontava e Ruggero ascoltava, rapito, arrabbiato, deluso e contento, secondo come andava il racconto. Intanto la donna mise in tavola pane e formaggio e latte e quattro ciotole. Franz riusciva a parlare e mangiare, inventare e mai avere un attimo d'esitazione.
        Gino era sciolto dalla gioia del cibo e l'ammirazione per Franz, che davvero si sapeva guadagnare da vivere. A lui l'avrebbero cacciato peggio d'un cane.
        Il racconto salì e scese per montagne e praterie, si arrampicò sulle mura di castelli, ingaggiò battaglie con saraceni e fu salvato dai crociati. Duelli e fughe, amori e denaro. C'era davvero tutto.
        La cucina era calda e il formaggio profumato. Il latte cremoso e tiepido gli riempiva gli occhi di sonno.
        Gino si addormentò sulla sedia, con la faccia all'indietro e la bocca spalancata.
        Lo scosse Ruggero che gli indicò una panca vicino al camino.
        Ci si buttò con gran sollievo e con mezzo orecchio continuava a seguire il racconto di Franz e le risate forti di Ruggero che doveva aver capito che erano tutte balle e si divertiva un mondo.
        Appena appena si risvegliò quando Franz si distese accanto a lui, in terra, gemendo dalla fatica e dal sollievo.
        "Io vo giù a governare le bestie", disse Ruggero. Il bimbo dormiva, il fuoco scoppiettava e Gino e Franz sognavano bei sogni.
        Gino si svegliò per primo, dopo parecchie ore.
        La cucina era vuota, il fuoco appena una brace.
        Gino si stirò e si sgranchì, poi si mise a gironzolare per la cucina a rubacchiare croste e bucce. Prese anche un uovo da un cesto, lo bucò sopra e sotto con un chiodo ficcato nel muro e se lo bevve in un baleno. Poi gettò il guscio nella brace e l'attizzò per benino perché non si vedesse il furto.
        Rimase un po' accoccolato e non succedeva niente. Franz russava forte da far tremare i mobili.
        Allora Gino uscì dalla cucina, a sbirciare intorno.
        C'era un corridoio largo come una stanza, da cui partiva una scaletta di legno che andava alla piccionaia. Si sentiva anche da lì il tramestio delle zampette e il tubare continuo sopra il tetto E dietro alla scaletta partiva la luce stretta di una feritoia. Quella doveva essere una torre, anticamente, e i contadini ci avevano costruito intorno la casa.
        In fondo al corridoio, una grande porta a due ante spalancata. Gino entrò curioso.
        C'era un letto di ferro battuto, enorme. E un armadio pieno di termiti, che si mangiavano il legno facendo scricchiolare tutto il mobile. Dalle ante socchiuse si scorgevano quattro cianfrusaglie sparse nello spazio vuoto all'interno.
        E sull'altra parete, alto come tutto il muro, un affresco con un grande stemma dipinto. Uno scudo rosso e nero, con un'aquila dimezzata e nera sul rosso e un elmo dimezzato e grigio sul nero.
        La scritta sbiadita e arzigogolata non si leggeva che in qualche punto........... Ruggero Milli.........creato conte dall'Imperatore..........
        Gino rimase perplesso a guardare il muro.
        Un conte. Tanto tempo prima. Ma queste cose mica finivano. Non era mica come avere la varicella, che poi passa. Quindi quello era ancora un conte. Male in arnese, però nobile. O magari lì da quelle parti i nobili erano tutti così, contadini e montanari che quando gli serviva all'imperatore si mettevano la corazza e andavano in guerra...
        A Gino gli venne un brivido spesso come una coltellata per la schiena. E se quello era ancora il conte Ruggero del muro? Morto da tanti secoli, bloccato fra le mura del castello da una maledizione, forse.
        Entrò in quel momento la ragazza e Gino cacciò un urlo da far tremare le gambe. Anche Franz si svegliò, nella cucina, e urlò.
        La ragazza, a sentire quei due, urlò più di tutti. Poi, più forte ancora, urlò il bambino sul suo fianco, che s'era svegliato anche lui di soprassalto, poverino.
        Ma a sentire il bambino gridare a Gino gli passarono le paure dei fantasmi e si mise a ridere come un pazzo, con le lacrime agli occhi.
        "Scusate... io ho avuto paura... e il mio amico, di là...", fra un singulto di riso e l'altro. La ragazza lo guardava con gli occhi sgranati e intanto spalancava la bocca "Ruggero!!!".
        Forse sapeva dire solo quello, non gli avevano insegnato altro.
        Questa volta Ruggero non comparve ma comunque Gino considerò opportuno tirarsi al più presto di là, facendo anche un mezzo inchino alla contessa, già che c'era.
        "Ma che avevi tu da urlare? Mi hai fatto paura!"
        Pure Franz piegava la schiena e le gambe, stendeva le braccia, scrocchiava il collo, come aveva fatto Gino poco prima.
        "Aspettiamo sera, poi ce ne andiamo".
        "Ma perché di sera?"
        A Gino non gli scompifferava tanto di andare in giro col buio, da quelle parti. Però in quel momento si sentirono i passi pesanti di Ruggero sulle scale e Franz gli fece cenno di non dire nulla.
        A Gino la situazione cominciava a andargli poco a genio.
        Ruggero c'aveva un cappone grosso come un bove su una spalla. Lo sbatté sul tavolo e subito comparve la ragazza.
        "Per stasera, bollito. E un po' nelle sacche per il viaggio. Loro cenano qui".
        La ragazza mise il bambino a frignare in terra e uscì a spennare la bestia.
        Gino e Franz, invitati tanto gentilmente, non poterono che ringraziare.
        Ruggero andò in camera a buttarsi sul letto. Si sentì lo scricchiolio fino a lì.
        Poi ci fu da svenire dagli odori di brodo per almeno un'ora. Gino non faceva che inghiottire litri di saliva.
        Franz aveva tirato fuori una pipetta di argento sottile sottile e fumava un tabacco che non c'aveva più nemmeno profumo, da quanto era vecchio. Però almeno c'aveva da armeggiare e fare qualcosa, mentre aspettava. Gino gironzolò su e giù, guardò fuori dalla finestra il sole che aveva cominciato a scendere, sui monti alti e scuri.
        Poi ci fu la cena e Gino mangiò come a Natale. Col pane tanto quanto ne voleva e un coscio intero di cappone e le cipolle bolllite e carote e patate. Da stare male. Poi Ruggero c'aveva un vino schietto e giovane che andava giù una meraviglia.
        Franz chiacchierò ancora e ancora. Recitò interi pezzi di un principe pazzo. Declamò anche la Divina Commedia, il canto del Conte Ugolino.
        Era un genio, Franz. Come poteva scegliere dei pezzi così adatti? Doveva essere l'esperienza.
        Ruggero non capiva nulla, eppure si beava delle parole. La ragazza e il bimbo dormivano vicino al fuoco. Ruggero li svegliava di tanto in tanto, per essere servito.
        Dopo cena c'erano sei occhi lucidi, intorno al tavolo, tre nasi rossi e tre trippe piene.
        Ruggero si lisciò le mani sulla camicia e fece cenno alla ragazza con la testa. La ragazza depose il bimbo in terra e andò in camera.
        "Bene! Adesso io mi riposo, stasera devo partire".
        Ruggerò si alzò e si carezzò il barbone unto.
        "Se ripassate da queste parti...".
        Poi rimase a fissarli finché loro raccattarono le loro cose e si avviarono giù per le scale.
        Franz coi soliti salamelecchi e infiniti ringraziamenti. Gino di corsa perché era dalla mattina che non pisciava.
        Fuori era il tramonto, rosso e spesso, veloce. Tutti i boschi già bui e rumorosi.
        Il vento basso, su dalle gole, a raffiche ghiacce. Non erano nemmeno arrivati al sentiero che già sentivano il letto scricchiolare come schiantasse e Ruggero grugnire come un maiale.
        Appena allontanati dalla casa si liberarono tutti e due, fra sospiri di sollievo.
        Poi Gino avrebbe voluto continuare, e anche in fretta per cercarsi almeno un riparo prima del buio. Ma Franz lo tenne per una manica.
        "Lei è lì".
        E lo guardava negli occhi, con l'espressione più disperata che gli avesse mai visto.
        Gino sbatteva gli occhi e cercava di capire chi era "lei".
        Franz lo tirò sempre per la manica fino a dei cespugli e lo fece accoccolare dietro.
        "La mula è nella stalla. Ruggero l'ha rubata!"
        A Gino gli tornò a gola il cappone e inghiottì un grumo acido.
        "Oh no!"
        Guardò Franz con tanta compassione perché aveva ritrovato la mula e l'aveva persa allo stesso tempo, non c'era verso di riprendergliela a quel bruto.
        "Io aspetto qui, e poi..."
        Franz fece il gesto di acchiappare una mosca al volo.
        Gino scosse il capo.
        "Franz, non puoi... ma l'hai visto? Quello ti ammazza!"
        Franz sorrise.
        "Io mica ci lotto! Non sono scemo. Lo seguo, aspetto, quando dorme mi riprendo la mula. Tu intanto puoi cercare tuo zaino!"
        Gino guardò la casa. Controluce sul cielo infuocato e scuro, con il fumo a sventagliare sul tetto e l'odore buono di pino. Le lunghe stalle sommesse di muggiti pazienti.
        E il bruto portentoso, il conte, discendente di guerrieri, bandito, grosso come un armadio...
        A pensare di rientrarci gli si stringeva la pancia.
        "Lui non ci sarà, sarà già partito...".
        "Ma è inutile, Franz. Ho già guardato dappertutto!"
        Stettero un po' in attesa, raggrumati intorno alle loro paure. Pallidi e tirati.
        "Perché non me l'hai detto?"
        Franz lo guardò ridacchiando.
        "Tu non sei attore, tu avresti fatto capire che sapevi... zitto!"
        Dal portone uscì un cigolio basso e un uomo col cappellone, e dietro una fila di muli legati e pasciuti, alcuni carichi, altri no. E ultima, con la corda tesa nel tentativo di non muoversi, grassa e pigra, la mula di Franz.
        L'uomo col cappello fece un fischio e il primo mulo partì. L'ultima dovette tornare indietro a bastonarla, per farla decidere.
        "Bastardo!"
        Per fortuna la mula ragliava forte, sennò capace che lo sentiva, l'urlo di Franz.
        La carovana partì e si diresse diritta diritta in giù, verso il bosco folto e già buio.
        Franz si rincalzò le sacche sulle spalle e fece cenno a Gino di seguirlo in silenzio.
        Gino cercava con tutte le forze di inghiottire.


XX.
In discesa

        Che c'aveva la luna da essere tutta brillante, quello spicchietto antipatico strinto e bianco che sparava nel cielo più luce dei lampioni del piazzale. E giù a raggiera sui monti e i crinali, sbatteva e sbrilluccicava sulle foglie, i cespugli, le zolle e i sentieri. Sui muli a pesticciar nel sonno, sulle sacche ammonticchiate in terra, sul brigante avvolto come un baco nella coperta.
        Gino la guardava e la odiava. Un piccolo quartino striminzito, bianchissimo, che pareva lo cercasse, proprio lui, lí inguattato fra i biancospini e lo volesse in tutti i modi far trovare.
        Già le bestie s'erano innervosite quando lui s'era avvicinato e aveva dovuto aspettare almeno mezz'ora prima si calmassero. Ora era tutto intirizzito di freddo e di paura e non sapeva che fare.
        "Ci vado io, sono più agile, mi so muovere in silenzio". Che gli era preso ? Poteva lasciarci andare Franz, a riprendere quella stupida mula grassa. Invece che star lí a infilarsi gli spini nel sedere, con la pancia mezza sciolta di paura.
        Il brigante si agitó nel sonno finché una scoreggia rimbombó nella notte. Persino i gufi s'azzittirono spaventati.
        Questo peró serví a dargli pace e un bel sogno profondo. Non si muoveva più, il sonno gli raschiava piano piano in gola.
        Gli uccelli ricominciarono a far versi nel bosco e Gino a muoversi.
        Allargó le frasche intorno a lui piano piano, che bucavano. Piano piano, passo passo, sgusció all'aperto. Nudo nella luce della luna. Gli venivano i bordoni sulla pelle a sentirsi la luna addosso.
        I muli tranquilli, con le cavezze a dondolare nella notte. Grossi, bassi, larghi, secchi, col collo lungo, la coda tagliata, gli zoccoli ferrati, un orecchio monco... eccola! La più grassa e pigra, già con l'occhio sgranato su di lui "mi vorrà mica far muovere", pensava quella vacca.
        Gino quatto quatto e più lento che poteva, fra le cavezze, attento a non farsi pestare e a non spaventare. La mula era legata insieme a un ciuchino. Piccolo e magro, con un grande occhio cerchiato di nero e il pelo morbidissimo. Gino lo accarezzó sulla testa larga e quello gli batté col muso sulla pancia. Era gentile.
        Il brigante tossí e si giró. I muli erano nervosi, strusciavano gli zoccoli in terra perché Gino aveva cominciato a sciogliere la cavezza e non riusciva a non fare rumore.
        "Chi è là?!"
        Il vocione nella notte bloccó il cuore a tutti. Gino s'impietrí con la corda in mano, la schiena piegata e la testa accanto al naso della mula.
        Il brigante si sedette, prese in mano il fucile. Gino chiuse gli occhi e smise di respirare.
        Il brigante si scoprí e si alzó, piano piano, senza far rumore, in ascolto.
        Gino si accucció fra le zampe e quello fu un errore. La mula si scostó e sbatté sul mulo vicino, che nitrí e scalció, innervosendo quelli che gli stavano intorno che si misero a sbuffare e zampettare.
        Il brigante si guardava intorno, guardava verso le piante e fra i boschi più lontani. Doveva aver paura dei lupi. Si avvicinó ai muli, tirando la coperta quasi fra le zampe delle bestie. Ora Gino lo poteva vedere davanti a sé, pochi metri più in là. Accucciato sulla coperta, col fucile in braccio.
        Per fortuna gli dava le spalle, e guardava sopratutto fra gli alberi.
        Gino aspettó parecchio, che al brigante gli venissero le cascaggini. Quando la testa nera cominció a sbattere regolarmente sul petto e rialzarsi di scatto, allora Gino cominció a sfilarsi poco a poco. All'indietro, scivolando fra le zampe e le pance nervose.
        Piano piano all'indietro, poi voltandosi e alzando bene i passi. Attendo allle pietruzze, ai ramoscelli. Con la bestia buona buona di seguito, che pareva capisse di non dover far rumore e tonfava appena i piedi senza ferri sulla terra.
        Piano, piano, per un tempo che non passava mai, insieme all'aria trattenuta nei polmoni per cercare di andar piano mentre il cuore batteva e tutti i muscoli delle gambe dicevano: "corri!".
        Dopo un'eternità che camminava cosí sulle uova si voltó. Non si vedeva più il brigante e nemmeno i muli né i cespugli di biancospino.
        Gino si mise ad andare un po' più svelto, coi passi sempre meno attenti e la voglia di scappare come un bisogno di respirare insieme al fiato che si scioglieva in dei respironi pieni d'aria.
        Sempre meno lento, sempre più sciolto giù per il terreno che adesso era un pendio piacevole, su cui le gambe si alzavano senza sforzo, nella luce tagliente dello spicchio, sull'erba soffice giù sempre più veloce e la discesa che gli portava i piedi e anche se avesse voluto adesso non avrebbe più saputo come fermarsi.
        Correva a volo sull'erba e i sassi e i piedi a molla scattavano su e su e su, saltando gli ostacoli, ruzzolando per il monte ed era un peccato non poter cacciare un bell'urlo da come si stava divertendo con la bestia che galoppava leggera e felice dietro, senza tirare la cavezza, senza nitrire.
        Corsero a lungo, portati dalla discesa, fino a trovare la strada. La strada lasciata due giorni prima. La strada dove s'erano trovati al tramonto e avevano deciso di dormire nel capanno. Strada di massicciata fina, dove i passi perdevano lena scricchiolando. Gino rallentó scivolando qua e là e l'animale dietro, anche lui docile sempre più lento.
        Gino restó un pezzo a prender fiato, piegato sulle gambe senza osare di sedersi per paura di non riuscire più a rialzarsi.
        Non poté riposare a lungo, doveva andare avanti, cercare Franz. Si sarebbero trovati al primo crocevia, o alla prima deviazione. Insomma, dove ci si sarebbe potuti sbagliare di strada.
        Si incontrarono verso l'alba, che quella strada correva dritta e lunga e non andava da nessun'altra parte.
        Franz seduto ai piedi di un tabernacolo nell'unico incrocio con una piccola mulattiera che partiva sulla destra. C'era una madonnina di pietra a far la guardia, senza fiori né candele sotto. Solo Franz rigido e preoccupato che guardava in su da ore.
        Per paura di non ritrovarsi, anche lui aveva corso come poteva, con quel peso delle sacche sulle spalle. E incespicando sulle pietre e sulle bestemmie era arrivato troppo presto ma sempre con la paura di aver fatto troppo tardi e tante preoccupazioni "e se non torna? E se il brigante lo sta ammazzando? E se s'è perso nei boschi?" e un magone che gli prendeva lo stomaco perché ci sarebbe dovuto andare lui a riprendersi la sua mula e se fosse stato un po' più coraggioso...
        Poi vide arrivare un ciucherello saltellante con un ragazzo sopra, che altelenava i piedi a tamburellare sul pancione tondo. Saltellava sulla schiena vuota e faceva cenni con la mano... era Gino!
        Franz non sapeva se rallegrarsi o mettersi a urlare allora prima di tutto, quando l'ebbe raggiunto, dette una gran pacca sulla schiena di Gino "bravo, sono cosí tanto felice che stai bene..." e subito dopo chinato sull'animale "ma perché cavolo hai preso questo ciuco?! Dov'è la mia mula?!!!" e lo tiró giù per una spalla come fosse un fuscello perché in realtà era forte, Franz, come un tagliaboschi.
        "Ma Franz... era buio...".
        "Non si puó sbagliare una mula con asino!"
        "Ma non avevo tempo...".
        "Tutto questo per niente... niente! La mia mula....".
        "Non potevo...".
        "L'avevo ritrovata, e ora è persa... finita... mai più!!!!"
        Gino rimase in silenzio. Inutile parlargli ora, che c'aveva il dispiacere fresco. Poi avrebbe trovato il modo di spiegargli che con quella sua mula pigra e grassa non ce l'avrebbe mai fatta. Che solo con quel ciuchino cosí docile c'aveva avuto una possibilità e nemmeno lui sarebbe riuscito a far di meglio.
        Ma non ce ne fu bisogno.
        Dopo essersi addormentati di sasso e risvegliati dopo un'oretta, col sole ancora basso, si rimisero in fretta in cammino. Franz caricó le sacche sul ciuchino che se n'era stato lí buono buono, anche se s'erano dimenticati di legarlo. Prese in mano la cavezza e quello subito si mosse senza farsi tirare, senza farlo bestemmiare e gridare in tedesco.
        Dopo pochi passi Franz si voltó a sorridere imbarazzato verso Gino.
        E non ne parlarono più.
        Arrivarono a mattina piena in un paesino. Coll'aria più civile e meno derelitta di quelli dei monti. C'aveva le case coi tegoli rossi e i muri intonacati e su qualche davanzale c'erano i primi fiori.
        Gino si rallegró tutto, nemmeno fossero a Parigi.
        È che c'era una piazza, con una fontana nel mezzo e le donne in fila a prender l'acqua. E Una mesticheria in un angolo e anche un'osteria, in una stradina di fronte, da cui veniva già un qualche profumino sottile.
        Lo girarono in lungo e in largo, il paesino, e Franz sorrideva a tutti e si inchinava. La gente lo guardava ridacchiando e indicandoselo, oppure con l'occhio un po' preoccupato. I vecchini seduti davanti all'osteria lo salutarono col bastone.
        Era una ricognizione e finí al tocco. Poi non ci fu più nessuno e Franz e Gino uscirono dal paese, si misero a aspettare su un prato lí vicino.
        Franz rovistava e rovesciava le sacche tirando fuori spaghi, fazzoletti e un cappello ciancicato. Barattolini di legno, dadi e monete finte, un mazzo di carte bisunto dove si leggeva a malapena i numeri.
        Ci mise un paio d'ore a spolverare tutto con le maniche e risistemare ogni cosa in un sacchetto piccolo, di stoffa, che attaccó alla cinta.
        Poi si mise con la testa su un sasso e il cappello sulla faccia e dormí delle ore.
        Gino portó il ciuchino a pascolare dove l'erba era più verde. E mentre quello mangiava beato lui strappó dei ciuffi teneri e glieli passó sul pelo, sul muso, sulle orecchie. Doveva essere bello, per lo spettacolo.
        Quando ebbe finito si mise accanto a Franz che russava a masticare uno spigo, che c'aveva una fame da addentarsi un braccio.
        Franz si sveglió che già il pomeriggio s'inoltrava nella giornata.
        Le rondini impazzate sopra le loro teste si ubriacavano di volare a cerchi e scatti stridendo nel blu.
        C'erano degli orti e degli alberi da frutto in fiore, dietro le case.
        Gino sospirava e sorrideva e galleggiava in uno strano sollievo come se non avesse avuto nemmeno il minimo problema al mondo. E invece c'aveva lo stomaco vuoto e nessun soldo per riempirlo. Per fortuna c'era Franz. Che adesso, chissà perché, aveva preso il ciuchino e ci sproloquiava sopra, con grandi gesti delle mani e del cappello. La bestiolina, tranquilla, continuava a brucare l'erba.
        Franz scese e caló il suo bagaglio. Poi cominció a cavare gli oggetti dal sacchettino che aveva in cinta e a disporli, con delicatezza, sulla schiena dell'asino.
        Quello subito si scrolló tutto di dosso sparpagliando di terra tutti gli aggeggi di Franz il prestigiatore.
        "Non c'è problema, la bestiuola è solo un po' nervosa, sí?!"
        Franz sorrideva al pubblico immaginario e ricominció varie volte a dispiegare il materiale sulla groppa, che ogni volta se ne liberava con una scrollata.
        E allora di colpo Gino capí: la mula... era addestrata! Per questo tutto quel tirare e soffrire, quell'attaccamento... la mula gli serviva per gli esercizi!
        Rimase a guardare Franz che chiedeva all'asino beffardo di contare fino a sei, di rispondere sí e no, di fare l'inchino.
        E si sentiva stringere dal rimorso e dal dispiacere. Glielo doveva dire... si sarebbe fatto sparare dal brigante piuttosto che scambiare la mula flaccida e sapiente con quel buon ciuco ignorante!
        Ma perché insistere tanto, adesso, con quelle prove ridicole... non l'aveva capito già da un pezzo? Il ciuco non sapeva fare niente e non sopportava che gli si aggeggiasse intorno. Perché insisteva, per umiliarlo? Per fargli rimordere per sempre la coscienza?
        Gli rispose la sera la piazza piena di gente, una folla a cerchi di decine d'occhi spalancati e braccia che spingevano per farsi posto. Ragazzini inquieti che sgattaiolavano fra le gambe. Spose grasse spalancate a ridere e paesani rubizzi usciti dall'osteria apposta per non perdersi questa.
        Franz con un italiano incomprensibile armeggiava pazientemente intorno all'asino ignorante. Scusandosi e inchinandosi ogni volta che il ciuco buttava in terra gli attrezzi, o fingendo di piangere e strapparsi i capelli quando il ciuco lo guardava negli occhi invece di contare fino a sei.
        Sotto le rondini basse sotto il cielo turchino fra le tegole rosse e i muri gialli, la gente rossa di risa e pance a sballonzolare tutto il paese risuonava di un divertimento da crepar la pelle.
        Tutti dettero qualcosa, proprio tutti. E Gino c'aveva le braccia cosí gonfie che gli ci sarebbe voluto un sacco, per tenere le mance. Persino i ragazzini dettero qualcosa, uno spago, un bottone, una latta vuota.
        Pochi soldi, ma anche cosí ci fu un bel po' da mangiare, quella sera, che mentre loro facevano il giro del paese le finestre s'aprivano e le donne si sporgevano a buttare pezzi di pane e di formaggio, e dei bambini vennero spediti fuori con le mani piene di ciliege.
        Furono quelle che gli ricordarono, d'un colpo, a Gino, che in qualche giorno di quel periodo dell'anno doveva essere stato o doveva ancora essere il suo compleanno. Mangiava sempre le ciliege, per il suo compleanno. Con lo zio e la mamma andavano a comprare le più belle, al mercato di sant'Ambrogio e lui se le poteva mangiare tutte, da solo, che tanto portarle a casa avrebbe voluto solo dire far arrabbiare il babbo...
        "È il mio compleanno...".
        Franz lo abbracció e si congratuló e gli dette un'altra fetta di cacio.
        Gino lo ringrazió e si mise a piangere e Franz lo strinse per le spalle, lo scrolló piano.
        "Non importa per mula... hai visto? Funziona anche meglio, cosí... fa davvero pisciare addosso, quello lí", e indicó l'asino dal muso dolce, che dormicchiava placido all'ultimo sole.


(III - fine)

 

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