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La
mamma questa sera mi porta dalla nonna, devo finire
le numerazioni se no non mi ci porta, e a me le
numerazioni non piace farle; sembra di non fare
niente devi solo contare un due tre la peppina
fa il caffè a me non piace il caffè,
piace soltanto con il latte. I biscotti non mi
piacciono, finiscono sul fondo della tazza e diventano
passi. Io nel latte ci metto il pane e ci faccio
la zuppetta. Il mio amico mi dice che quando era
piccolino il suo nonno gli faceva i biassini che
schifo spero di non averli mangiati, io.
Il
quaderno ha le orecchie dovrei metterci le graffette
perché la maestra se no mi dice su e poi
io piango. Piango perché cerco di fare
le cose bene ma non riesco mi vengono male da
sole, non ci posso fare niente a me piace giocare
andare nei fossi e scavare buchi, vedere se trovo
qualche animaletto che poi me lo porto a casa
ma a casa non li vogliono dicono che gli animali
li ha costruiti dio, chi è dio? Secondo
me il papà è più bravo di
dio, adesso vado a chiedergli se mi fa una formica
così poi la faccio vedere alla Manuela
che dice che il suo papà è più
bravo del mio. Secondo me è una bugia.
Mi piace andare a casa della nonna perché
ci sono i miei cuginetti e si dorme tutti insieme
nel lettone. Il lettone è in una stanza
grande a me fa un po' paura, mica tanta però,
perché ci sono le foto alle pareti e le
tende verdi e la nonna mi dice che lì si
nasconde il diavolo e che noi bambini si deve
stare attenti perché poi di notte alza
le ali e ci mangia, diventiamo piccoli-piccoli
alti così che poi non ci vede nessuno.
Io ho paura perché se poi ci perdiamo come
fanno a trovarci? Mio cugino Simone dice che basta
metterci addosso del profumo ma a me il profumo
non piace, neanche il sapone. L'ultima volta che
sono andata dalla nonna c'era la zia ad aspettarci
sulle scale, ci ha detto che eravamo troppo sporchi
e che se volevamo il panino con la cioccolata
dovevamo lavarci. Ha preso per mano mio cugino
e l'ha messo dentro la vasca, poi lui ha iniziato
a piangere. Quando ha finito mi è venuto
davanti, aveva un asciugamano bellissimo con disegnato
sopra Paperino e mi ha detto che se facevo il
bagno anch'io avrei avuto un asciugamano bello
così. Io il bagno l'ho fatto ma mi vergognavo
un po' perché mi ha lavato la zia e lei
dice che il suo bimbo lo lava sempre lei, a me
mia mamma non mi ha mai lavato, forse quando ero
come la mia bambola, ma non mi ricordo. L'asciugamano
me lo ha dato anche a me ma non era come lo volevo
io era con i fiori e a me i fiori non piacciono.
-
Lucia! Hai finito i compiti?
-
No!
-
Mi vieni ad aiutare? Dai, fai in fretta che devi
andare dalla nonna, vuoi che ti sgridi perché
non hai finito i compiti?
-
Sì, adesso li finisco. Mi posso mettere
la maglietta gialla?
-
Sì, ma fai in fretta che dobbiamo andare.
Eccola,
la mia cucciola. Il mio tesoro. Ha sette anni.
Io ne ho ventotto. Sono stanca. Non ce la faccio
più. Forza, ancora qualche ora e poi a
letto. Per fortuna che sono arrivati i suoi cugini,
così so che è felice. Ancora qualche
ora poi le lenzuola. Da quando mi hanno operata
è sempre così. Faccio fatica a lavorare,
mi stanco subito, dopo neanche due o tre ore che
sono in piedi. Il medico dice che dovrei seguire
una dieta più ricca di vitamine e fumare
meno ma non ce la faccio. Avere una sigaretta
in bocca mi scarica, mi distende i nervi. Mia
suocera ha messo in testa alla bambina che fumo
soltanto. La settimana scorsa mi è arrivata
in casa ridendo e ciondolando la mano, atteggiandosi
a donnina e mi ha detto: "La nonna dice che
tu fumi e basta, che sei una cattiva moglie e
madre... cosa vuol dire?" Eh, cosa vuol dire?
Lo so che ho sbagliato ma le ho calato le braghe
e gliele ho suonate di santa ragione, perché
non è possibile che la madre di tuo marito
si impicci così. La Lucia non ha colpe,
ma deve imparare a tacere, ci sono cose che non
puoi dire. Adesso devo anche portarla alla casa
dei vecchi, devo cambiarmi le scarpe, mettermi
quelle che uso per andare in paese, togliermi
la divisa, guardare la bambina salutare mio marito,
salire in macchina accendere il motore e poi partire
tornare far da cena sgomberare lavare e andare
a letto. Dormire. Chissà se domani ce la
farò ancora, chissà se avrò
la forza di tirarmi su, il basso ventre non mi
dà più requie da allora, fa i comodi
suoi. Non sono neanche più una donna, non
esiste più ciclo vitale per me, solo organi
morti.
Un'altra
notte da soli. Soli. Lei ha deciso di dormire
da sola, perché è stanca. L'idea
di avere dentro qualcosa che la sta facendo morire
l'ammazza. Pensa di dover affrontare da sola.
Le cose. Dimentica che ci sono anche io, che c'è
la Lucia, che ci sono tutti a volerla, a volere
che resti. Con noi. L'amore non basta. È
stato sempre così. Lei ama l'amore, ma
non ama nessuno. Ama l'idea che qualcuno possa
pensarla, possa averla sempre in testa, farne
la propria vita. Appena qualcuno le si avvicina
lei si ritrae e ritorna da me, porto sicuro dove
trovare conforto, assolvimento dal peccato incompiuto.
Mia madre mi aveva detto di starle attento, di
non sposarla, di prendere qualcuna da uno dei
miei viaggi e portarmela a casa, tanto loro ci
sono sempre - le donne - appena te ne vai prendono
paura e come cagne fedeli ti aspettano tessendo
veli di parole. Lei no. Lei ha avuto tutto da
me, per lei ho smesso di cambiare città,
per lei ho dimenticato i volti delle donne che
ho conosciuto. Per lei. Che poi non mi ha mai
aspettato. Lei ha sempre aspettato gli altri.
Fantasmi di parole, volti e gesti di persone sconosciute
che la facevano giocare e divertire. Sì
certo, divertire, ma solo fino al momento in cui
il gesto, il segno, arrivava davvero, che allora
lei, via! come un insetto dorato tornava da me
per dirmi che le dispiaceva, che non voleva, che
è fatta così, che ama solo me. Che
ha bisogno solo di me. E io in mezzo a tutto questo
mi muovo come un ebete aspetto con timore le avvisaglie
del suo prossimo innamoramento i suo occhi tinti
di dispetto l'aria frastornata, il disinteresse,
i pianti a dirotto nel cuore della notte, i digiuni
le abbuffate le crisi. "Ogni crisi è
soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando
per uscire" cantava qualcuno, io non so cosa
lei covi. Cosa abbia dentro. A parte il male.
Penso sia matta. Penso che aspetti soltanto di
finire in un ospedale travestita da crisi maniaco
depressive. La sua amica telefona a ogni ora del
giorno, è matta come lei, mi ritiene responsabile
dei suoi fallimenti, del suo fallimento. Non le
va giù il fatto che mi abbia sposato. Anche
lei come gli altri pensavano che mia moglie fosse
libera e forte. Pensavano che non avrebbe dovuto
scegliere me - momento di pazzia temporanea -
e non hanno capito che se io venissi a mancarle
ecco, sì, allora lei impazzirebbe davvero.
Le darebbe la volta il cervello. Ho conosciuto
tante donne ma come lei nessuna, lei è
un fantasma un pensiero un dolore che ti entra
in testa e non puoi cancellarlo lei è la
notte del giorno che stende veli sulle giornate
colmandoli di amori impossibili. Non ama nemmeno
la Lucia. O forse la ama troppo. La perseguita,
la vuole per sé ne segue i movimenti gli
ondeggiamenti accondiscende ai suoi sbagli sbaraglia
i suoi piccoli successi. La svuota. E io non posso
nulla, non posso fermarla, è un fiume in
piena. La ricatta con promesse di baci che non
arrivano mai o che potrebbero arrivare se solo
fosse un po' più buona, se solo fosse più
studiosa, se i numeri non le si affastellassero
così nel cervello. Se mettesse via le fiabe
della sirenetta e del brutto anatroccolo. Alla
Lucia piace leggere, le compro sempre dei libricini
che legge tante volte, sa tutte le storie, come
iniziano e come finiscono viene sempre sulle mie
ginocchia per farsele raccontare, che poi io non
amo leggere, figuriamoci le fiabe, le fiabe sono
creazioni dell'orco cattivo, le dico sempre, dicono
le bugie, la sirenetta o è un pesce o è
una donna non c'è via di scampo e se l'anatroccolo
è brutto, Lucia, non può diventare
bello può soltanto diventare più
furbo degli altri. Come me. Io non ho studiato
e non so fare niente ma ho la mia piccola attività,
vendo stoffe all'ingrosso e carta da parati tutte
le più belle donne della città vengono
a rifornirsi da me, vengono a cercare il broccato,
il damasco, il raso, il cotone rasato per farci
le tende che nascondono e rivelano che mangiano
gli sguardi della gente. Sguardare, togliere il
velo, passare attraverso. Cosa c'è di più
bello che vedere che non si cela niente? Sotto
al ricamo, alla nappina, alla bordura, ci sta
il vuoto, i vuoti dei saloni delle ville dei signori,
i vuoti delle camere da letto. A nascondere la
donna in vestaglia inchiodata alla spalliera del
letto, a nascondere l'uomo che si guarda le righe
verticali del pigiama e le pianelle accostate
sulla linea del pavimento. A me piace vendere
sogni e bugie, la menzogna del bello che non nasconde
niente che dentro di sé non ha nulla che
ci guardi dentro e non riesci a prendere nulla.
Perché non c'è nulla, il vuoto non
lo puoi abbracciare. Puoi nasconderlo. Sotto un
velo, una tenda. Mia moglie, ecco cosa la frega.
Pensa che dietro le cose ci siano le cose. Non
si accorge che non c'è niente. Lei è
niente, lei è tutto.
Oggi
la Lucia mi ha tirato la coda. Me ne stavo beato
dentro al camino, quando lei è arrivata
e ha preso a tirarmi. Ho tirato fuori le unghie
ma ho mancato volontariamente il bersaglio, perché
l'ultima volta che l'ho graffiata il babbo mi
ha preso a calci e la mamma non mi ha più
dato latte. Devo stare attento a non farle male
alla Lucia, ché se sono qua, lo devo a
lei, è lei che mi vuole sempre con sé.
Compagno di mille avventure vorrei stare al caldo,
ma vengo usato come accompagnatore al guinzaglio
della Lucia che mi vuole vicino nei suoi maldestri
tentativi di cercare non so cosa. Ieri mi ha fatto
trovare un topo nella ciotola. Ma preferisco le
scatolette che mi dà la padrona. Sono più
gustose e non fatico a digerire. I topi mi appesantiscono
e poi non hanno un colore e un odore invitanti.
Una
corsa fuori dal bagno Lucia si butta contro la
porta scende le scale lasciandosi dietro gatto
e numerazioni poi corre dalla mamma che l'aspetta
sulla macchina, il motore già avviato,
le mani sul volante.
-
Posso guidare? - fa la Lucia.
-
Sì, ti faccio cambiare le marce ma fallo
solo quando te lo dico io.
-
E perché?
-
Perché altrimenti il motore grippa.
-
E dopo?
-
Dopo la macchina non va più.
-
E cosa bisogna fare per farla andare?
-
Bisogna portarla dal meccanico.
-
E cosa ci fa il meccanico?
-
Oh insomma Lucia, smettila di fare domande che
non hanno senso! Se vuoi puoi cambiare ma non
chiedermi nulla, non lo vedi che sono stufa?
-
Non mi vuoi più bene?
-
No.
-
Perché? Non sono più brava?
-
No, quando fai così non sei brava.
-
Così come?
-
Basta! Cerca di stare zitta che se no ti riporto
in casa e non vedi più nessuno e non piangere
che non mi fai cambiare idea. Basta ora asciugati
che la nonna se ti vede così pensa che
sei triste di vederla e lo sai che lei ci tiene
a te, non vorrai mica darle un dispiacere.
-
Ma mamma...
-
No, niente scuse, pulisciti la faccia e fai finta
di niente!
Lucia
vedeva campi. Campi di frumento alternati a erba
medica, affogati nella luce d'agosto. Nessuno
a cogliere papaveri. Solo qualche vecchio contadino
scavato nel viso e scuro di sole, chino su vecchi
macchinari. In lontananza piccole case di sasso
e l'odore forte di stalla. Si stavano avvicinando
alla casa della vecchia. Era come entrare in un'altra
cosa che a fatica potevi riconoscere come tua.
Il sorriso dell'anziana donna appoggiata allo
schienale della poltrona in vimini bastava a Lucia
per rassicurarla. Quello non era un sogno. Per
Lucia la nonna era una grossa signora che sgranava
il rosario e diceva preghiere, che preparava piatti
dal sapore forte che non riusciva a mangiare,
lei era abituata ai panini che la mamma le preparava
mentre sedeva in casa a leggere. Il nonno era
un uomo lontano che accudiva alle bestie e mangiava
tabacco.
Guarda.
È arrivata mia nuora con la bambina. Com'è
bella la mia nipotina! L'unica nipote femmina.
Chi l'avrebbe mai detto, più bischera dei
suoi cugini maschi e più indipendente.
L'ultima volta che si è fermata a dormire
qui è stata l'unica a non piangere, gli
altri bimbi volevano tornare a casa. Anche oggi
sarà un problema convincerla a mangiare
la pasta, non la mangia mai. Io non so sua madre
come pensa di educarla, non puoi permettere che
un bambino mangi sempre schifezze, se non mangia
che panini i panini non glieli dai e vedrai che
si arrangia. O mangi la minestra o salti la finestra.
E infatti è magra e piccola per avere sette
anni, le ginocchia le spuntano dalle gambe come
due tocchi di legno e i piedi li ha grandi, come
una ranocchia. La faccia l'ha presa tutta da me,
dalla mia famiglia. Solo il naso all'insù
l'ha preso dalla madre. Segno inconfondibile delle
matte. Anche lei diventerà come sua mamma.
A quindici anni fumerà e porterà
i tacchi, o forse no, i piedi li ha grossi. Non
va bene in matematica. Preferisce leggere. Chissà
poi a cosa le serve. Io l'ho sempre detto che
troppo studio fa male, bisognerebbe proibire lo
studio dopo una certa età e poi è
una spesa inutile per lo stato, mantenere dei
giovani fino a trent'anni che poi non sanno cosa
fare. Io mi sono sposata a quindici anni e dopo
ho sempre lavorato e fatto figli.
Lucia
salta fuori dalla portiera, gli zoccoli rossi
per aria le braccia attorno al collo della nonna.
-
Allora, hai studiato oggi?
-
Sì.
-
Cosa hai studiato?
-
Niente. Ho fatto le numerazioni.
-
Hai imparato?
-
Non lo so.
-
Come non lo sai?
-
Non lo so.
-
E perché?
-
Perché la matematica non mi serve.
-
E cosa ti serve?
-
Leggere.
-
Ma va' che sei proprio un bel tipo! Vai, vai dentro
che ti sta aspettando qualcuno!
-
Simo! Simo, come stai?
-
Cosa stai facendo?
-
Faccio un teschio.
-
Cos'è un teschio?
-
Il teschio è una testa senza faccia, è
quello che rimane quando uno non c'è più.
-
Vuoi dire quando uno è volato in cielo?
-
Sì.
-
Ma la tua faccia non va in cielo?
-
Sì, ma ci va senza testa, la testa la lascia
qua che poi la mangia il cane. I cani mangiano
le teste di chi parte per andare in cielo.
-
Anche la nostra?
-
Sì, ma solo quando saremo vecchi come i
nonni.
-
Ma i nonni se ne vanno via?
-
Ormai sì, hanno i capelli bianchi...
-
E dopo come facciamo a vederci?
-
Non lo so.
-
Non ci vediamo più?
-
Forse.
Lucia
abbassa gli occhi, si prende la testa fra le mani
e corre fuori, si siede sulle scale davanti alla
porta e infila gli zoccoli.
-
Voglio andare via.
-
Dove?
-
C'è Francesco che parte con il trattore
per portare il latte al casello.
-
Voglio salirci su.
-
Vieni anche tu?
-
Sì, e poi stasera dormiamo nel lettone?
-
Sì, se vieni con me.
Francesco
li aspetta all'entrata della casa accanto, un
sorriso gli traversa gli occhi. Lucia e Simone
salgono dietro, vogliono fare i grandi tengono
fermo il bidone del latte con tutte e due le mani,
Francesco ride e chiede se hanno tanta forza e
loro sì che ce l'abbiamo siamo grandi ormai,
portiamo anche il pattume per far piacere alla
nonna ah ma allora siete proprio bravi ma l'avete
chiesto di venire con me? no perché siamo
grandi possiamo fare quello che vogliamo.
E
poi l'odore del fieno delle mucche la radio lontano
che canta, il deserto dei campi di grano maturo,
rosso ciliegia sulle mani si intrecciano a formare
un voto, ci vorremo sempre bene staremo sempre
insieme come oggi come stasera quattro gambe distese
a contare graffi e cadute. Poi giù con
Francesco che alza il bidone odore di formaggio
un pezzo di ricotta sulle labbra te ne do un po'
dammi un bacio sulla bocca. A casa il nonno ha
la camicia slacciata e la bottega aperta, dorme
sul tavolo dove la nonna di sabato prepara il
ragù, la nonna è già a letto
la zia pure anche questa sera ha pianto un po'.
Salti di gambe sul letto le molle che cioccano
le lenzuola a terra, non servono, il cuscino per
pararsi il viso da quello dell'altro e poi, stremati,
giù. Parlottìo fitto.
-
Cosa facciamo, dove andiamo domani? Non ho voglia
di dormire questa sera. Voglio vedere le lucciole
e prenderne qualcuna, forse di là c'è
un retino, forse ne possiamo prendere qualcuna
da tenere qui così ci fa la luce e non
abbiamo bisogno della lampadina accesa. Io del
buio non ho paura.
-
Io sì, ci vedo le tende scure che si alzano
e mi saltano addosso.
-
Simo ci sono io con te, ti difendo io.
-
Ma tu sei una bambina.
-
E allora?
-
Le bambine portano le gonne e hanno paura.
-
Io non ho paura, il diavolo non c'è me
l'ha detto il babbo. Il babbo non si sbaglia,
sa fare le formiche e cuoce gli spaghetti al sole,
te che giornalini leggi?
-
Io non leggo preferisco giocare con i miei amici.
-
E cosa fate?
-
Giochiamo con i robot.
-
Io non ci gioco preferisco i lego così
faccio le case e ci metto gli animaletti.
Il
sonno fa chiudere le bocche fiati a passeggio
per la stanza danza la luce si avverte dagli occhi
e dai piedi di lei che non sta ferma nel letto
si sveglia prende la spalla di Simone lo fa vestire
piano piano, ci sentono... è ancora presto,
la luce è quella della luna, copriti bene
che fa freddo, le scale cigolano, fatica a trovare
la porta esce il freddo prende le gambe, gli zoccoli
non bastano, ma tutto è così bello.
Prendersi per mano, uscire quando nessuno è
vivo. Solo noi viviamo. Prendono la strada che
conduce al piccolo centro il sole non è
ancora sorto manca poco si fermano a guardare
i fiori delle patate, bianco nella notte. Sono
grandi hanno petali di farfalla e profumano, la
rugiada bagna i nasi, solo il rumore della ghiaia
sotto i sandali e gli zoccoli il gorgoglio della
fontana dove la nonna di giorno riempie le bottiglie
il suono degli uccelli e l'abbaiare dei cani.
Sentono di essere gli unici, i soli a penetrare
quel mondo. Nessuno può capirlo come loro.
Tutti presi dalle faccende, dai lavori nei campi
dai panni stesi ad asciugare. Il sonno li riprende
corrono verso casa per scaldarsi nel letto e aspettare
la nonna che li sveglierà con due tazze
di latte fumante, di quello appena munto e fatto
bollire, insieme alla ciambella bianca e scura.
Al risveglio le risate della nonna accompagnano
i due piattini. La signora della casa accanto
non è riuscita a dormire perché
i bambini non hanno dormito per tutta la notte
sono stati svegli a chiacchierare e giocare sul
letto, sì proprio sul letto si sentiva
il cigolio delle molle e poi sono certa sono anche
usciti che il mio cane ha abbaiato gli avevo dato
anche da mangiare e da bere e allora se ha abbaiato
è stato perché ha sentito dei rumori
sospetti, questa notte voglio dormire che di giorno
lavoro sodo mi capisce vero signora è anche
per il bene dei bambini, devono imparare che la
notte è fatta per dormire se vogliono chiacchierare
che lo facciano di giorno dopo aver aiutato voi,
signora, e fatto i compiti.
Lucia
e Simone non capiscono. Non esiste un tempo per
pensare e un tempo per fare. Fare che poi? Le
cose che ci piace tanto fare ce le facciamo quando
ci pare, quando ci va. Punto e basta. E poi i
fiori delle patate sono belli di notte quando
a guardarli ci sei solo tu, gli altri non ci sono.
Quella lì che ti abita vicino, recitavano
a coro la Lucia e Simone, non può capire,
è vecchia. Non è mai stata bambina.
Tu nonna ridi. Sei stata bambina una volta e lo
sei anche adesso. Sei la nostra nonna-bimba che
ci prepara i panini-ini. Sei bella.
Di
fuori il sole acceca tutto. Una stretta fessura
sul muro davanti alla casa della vecchia lascia
intravedere qualcosa, qualcuno. È il contadino
appoggiato alla falce che brilla, il viso segato
da un sorriso di pietra, le mani a rollare sigarette
penzolanti. Fumare. Appoggia la cicca tremolante
sul ceppo di legno, mentre prende dalla gabbia
un coniglio e dalla tasca un coltello a serramanico.
Uno squarcio rompe il bianco opaco della pelle
dell'animale, ne tira fuori le parti scure, lo
apre e inchioda a un asse di legno. I cani leccano
avidamente la terra. Lucia piange, Simone tenta
di consolarla, poi strilla: non è giusto!
Tutto era così bello! Lo hai rovinato!
Il vecchio ghigna e sussurra parole, rovina è
credere che tutto possa essere bello e buono,
non si può volere la vita e pretendere
anche che sia bella... imparerete anche voi...
non c'è vita senza tempo, il tempo del
giorno e della notte, non c'è vita senza
notte. E se non vi piace imparerete ugualmente.
È lo stesso, la stessa cosa... Tutte le
cose... sono uguali.
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