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 Hai voglia di dormire questa sera?
  di Ave Ghirelli

"Crossing",  di Mili Romano - Stampa fotografica su alluminio, 2002.

        La mamma questa sera mi porta dalla nonna, devo finire le numerazioni se no non mi ci porta, e a me le numerazioni non piace farle; sembra di non fare niente devi solo contare un due tre la peppina fa il caffè a me non piace il caffè, piace soltanto con il latte. I biscotti non mi piacciono, finiscono sul fondo della tazza e diventano passi. Io nel latte ci metto il pane e ci faccio la zuppetta. Il mio amico mi dice che quando era piccolino il suo nonno gli faceva i biassini che schifo spero di non averli mangiati, io.
        Il quaderno ha le orecchie dovrei metterci le graffette perché la maestra se no mi dice su e poi io piango. Piango perché cerco di fare le cose bene ma non riesco mi vengono male da sole, non ci posso fare niente a me piace giocare andare nei fossi e scavare buchi, vedere se trovo qualche animaletto che poi me lo porto a casa ma a casa non li vogliono dicono che gli animali li ha costruiti dio, chi è dio? Secondo me il papà è più bravo di dio, adesso vado a chiedergli se mi fa una formica così poi la faccio vedere alla Manuela che dice che il suo papà è più bravo del mio. Secondo me è una bugia. Mi piace andare a casa della nonna perché ci sono i miei cuginetti e si dorme tutti insieme nel lettone. Il lettone è in una stanza grande a me fa un po' paura, mica tanta però, perché ci sono le foto alle pareti e le tende verdi e la nonna mi dice che lì si nasconde il diavolo e che noi bambini si deve stare attenti perché poi di notte alza le ali e ci mangia, diventiamo piccoli-piccoli alti così che poi non ci vede nessuno. Io ho paura perché se poi ci perdiamo come fanno a trovarci? Mio cugino Simone dice che basta metterci addosso del profumo ma a me il profumo non piace, neanche il sapone. L'ultima volta che sono andata dalla nonna c'era la zia ad aspettarci sulle scale, ci ha detto che eravamo troppo sporchi e che se volevamo il panino con la cioccolata dovevamo lavarci. Ha preso per mano mio cugino e l'ha messo dentro la vasca, poi lui ha iniziato a piangere. Quando ha finito mi è venuto davanti, aveva un asciugamano bellissimo con disegnato sopra Paperino e mi ha detto che se facevo il bagno anch'io avrei avuto un asciugamano bello così. Io il bagno l'ho fatto ma mi vergognavo un po' perché mi ha lavato la zia e lei dice che il suo bimbo lo lava sempre lei, a me mia mamma non mi ha mai lavato, forse quando ero come la mia bambola, ma non mi ricordo. L'asciugamano me lo ha dato anche a me ma non era come lo volevo io era con i fiori e a me i fiori non piacciono.

        - Lucia! Hai finito i compiti?
        - No!
        - Mi vieni ad aiutare? Dai, fai in fretta che devi andare dalla nonna, vuoi che ti sgridi perché non hai finito i compiti?
        - Sì, adesso li finisco. Mi posso mettere la maglietta gialla?
        - Sì, ma fai in fretta che dobbiamo andare.

        Eccola, la mia cucciola. Il mio tesoro. Ha sette anni. Io ne ho ventotto. Sono stanca. Non ce la faccio più. Forza, ancora qualche ora e poi a letto. Per fortuna che sono arrivati i suoi cugini, così so che è felice. Ancora qualche ora poi le lenzuola. Da quando mi hanno operata è sempre così. Faccio fatica a lavorare, mi stanco subito, dopo neanche due o tre ore che sono in piedi. Il medico dice che dovrei seguire una dieta più ricca di vitamine e fumare meno ma non ce la faccio. Avere una sigaretta in bocca mi scarica, mi distende i nervi. Mia suocera ha messo in testa alla bambina che fumo soltanto. La settimana scorsa mi è arrivata in casa ridendo e ciondolando la mano, atteggiandosi a donnina e mi ha detto: "La nonna dice che tu fumi e basta, che sei una cattiva moglie e madre... cosa vuol dire?" Eh, cosa vuol dire? Lo so che ho sbagliato ma le ho calato le braghe e gliele ho suonate di santa ragione, perché non è possibile che la madre di tuo marito si impicci così. La Lucia non ha colpe, ma deve imparare a tacere, ci sono cose che non puoi dire. Adesso devo anche portarla alla casa dei vecchi, devo cambiarmi le scarpe, mettermi quelle che uso per andare in paese, togliermi la divisa, guardare la bambina salutare mio marito, salire in macchina accendere il motore e poi partire tornare far da cena sgomberare lavare e andare a letto. Dormire. Chissà se domani ce la farò ancora, chissà se avrò la forza di tirarmi su, il basso ventre non mi dà più requie da allora, fa i comodi suoi. Non sono neanche più una donna, non esiste più ciclo vitale per me, solo organi morti.

        Un'altra notte da soli. Soli. Lei ha deciso di dormire da sola, perché è stanca. L'idea di avere dentro qualcosa che la sta facendo morire l'ammazza. Pensa di dover affrontare da sola. Le cose. Dimentica che ci sono anche io, che c'è la Lucia, che ci sono tutti a volerla, a volere che resti. Con noi. L'amore non basta. È stato sempre così. Lei ama l'amore, ma non ama nessuno. Ama l'idea che qualcuno possa pensarla, possa averla sempre in testa, farne la propria vita. Appena qualcuno le si avvicina lei si ritrae e ritorna da me, porto sicuro dove trovare conforto, assolvimento dal peccato incompiuto. Mia madre mi aveva detto di starle attento, di non sposarla, di prendere qualcuna da uno dei miei viaggi e portarmela a casa, tanto loro ci sono sempre - le donne - appena te ne vai prendono paura e come cagne fedeli ti aspettano tessendo veli di parole. Lei no. Lei ha avuto tutto da me, per lei ho smesso di cambiare città, per lei ho dimenticato i volti delle donne che ho conosciuto. Per lei. Che poi non mi ha mai aspettato. Lei ha sempre aspettato gli altri. Fantasmi di parole, volti e gesti di persone sconosciute che la facevano giocare e divertire. Sì certo, divertire, ma solo fino al momento in cui il gesto, il segno, arrivava davvero, che allora lei, via! come un insetto dorato tornava da me per dirmi che le dispiaceva, che non voleva, che è fatta così, che ama solo me. Che ha bisogno solo di me. E io in mezzo a tutto questo mi muovo come un ebete aspetto con timore le avvisaglie del suo prossimo innamoramento i suo occhi tinti di dispetto l'aria frastornata, il disinteresse, i pianti a dirotto nel cuore della notte, i digiuni le abbuffate le crisi. "Ogni crisi è soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire" cantava qualcuno, io non so cosa lei covi. Cosa abbia dentro. A parte il male. Penso sia matta. Penso che aspetti soltanto di finire in un ospedale travestita da crisi maniaco depressive. La sua amica telefona a ogni ora del giorno, è matta come lei, mi ritiene responsabile dei suoi fallimenti, del suo fallimento. Non le va giù il fatto che mi abbia sposato. Anche lei come gli altri pensavano che mia moglie fosse libera e forte. Pensavano che non avrebbe dovuto scegliere me - momento di pazzia temporanea - e non hanno capito che se io venissi a mancarle ecco, sì, allora lei impazzirebbe davvero. Le darebbe la volta il cervello. Ho conosciuto tante donne ma come lei nessuna, lei è un fantasma un pensiero un dolore che ti entra in testa e non puoi cancellarlo lei è la notte del giorno che stende veli sulle giornate colmandoli di amori impossibili. Non ama nemmeno la Lucia. O forse la ama troppo. La perseguita, la vuole per sé ne segue i movimenti gli ondeggiamenti accondiscende ai suoi sbagli sbaraglia i suoi piccoli successi. La svuota. E io non posso nulla, non posso fermarla, è un fiume in piena. La ricatta con promesse di baci che non arrivano mai o che potrebbero arrivare se solo fosse un po' più buona, se solo fosse più studiosa, se i numeri non le si affastellassero così nel cervello. Se mettesse via le fiabe della sirenetta e del brutto anatroccolo. Alla Lucia piace leggere, le compro sempre dei libricini che legge tante volte, sa tutte le storie, come iniziano e come finiscono viene sempre sulle mie ginocchia per farsele raccontare, che poi io non amo leggere, figuriamoci le fiabe, le fiabe sono creazioni dell'orco cattivo, le dico sempre, dicono le bugie, la sirenetta o è un pesce o è una donna non c'è via di scampo e se l'anatroccolo è brutto, Lucia, non può diventare bello può soltanto diventare più furbo degli altri. Come me. Io non ho studiato e non so fare niente ma ho la mia piccola attività, vendo stoffe all'ingrosso e carta da parati tutte le più belle donne della città vengono a rifornirsi da me, vengono a cercare il broccato, il damasco, il raso, il cotone rasato per farci le tende che nascondono e rivelano che mangiano gli sguardi della gente. Sguardare, togliere il velo, passare attraverso. Cosa c'è di più bello che vedere che non si cela niente? Sotto al ricamo, alla nappina, alla bordura, ci sta il vuoto, i vuoti dei saloni delle ville dei signori, i vuoti delle camere da letto. A nascondere la donna in vestaglia inchiodata alla spalliera del letto, a nascondere l'uomo che si guarda le righe verticali del pigiama e le pianelle accostate sulla linea del pavimento. A me piace vendere sogni e bugie, la menzogna del bello che non nasconde niente che dentro di sé non ha nulla che ci guardi dentro e non riesci a prendere nulla. Perché non c'è nulla, il vuoto non lo puoi abbracciare. Puoi nasconderlo. Sotto un velo, una tenda. Mia moglie, ecco cosa la frega. Pensa che dietro le cose ci siano le cose. Non si accorge che non c'è niente. Lei è niente, lei è tutto.

        Oggi la Lucia mi ha tirato la coda. Me ne stavo beato dentro al camino, quando lei è arrivata e ha preso a tirarmi. Ho tirato fuori le unghie ma ho mancato volontariamente il bersaglio, perché l'ultima volta che l'ho graffiata il babbo mi ha preso a calci e la mamma non mi ha più dato latte. Devo stare attento a non farle male alla Lucia, ché se sono qua, lo devo a lei, è lei che mi vuole sempre con sé. Compagno di mille avventure vorrei stare al caldo, ma vengo usato come accompagnatore al guinzaglio della Lucia che mi vuole vicino nei suoi maldestri tentativi di cercare non so cosa. Ieri mi ha fatto trovare un topo nella ciotola. Ma preferisco le scatolette che mi dà la padrona. Sono più gustose e non fatico a digerire. I topi mi appesantiscono e poi non hanno un colore e un odore invitanti.

        Una corsa fuori dal bagno Lucia si butta contro la porta scende le scale lasciandosi dietro gatto e numerazioni poi corre dalla mamma che l'aspetta sulla macchina, il motore già avviato, le mani sul volante.
        - Posso guidare? - fa la Lucia.
        - Sì, ti faccio cambiare le marce ma fallo solo quando te lo dico io.
        - E perché?
        - Perché altrimenti il motore grippa.
        - E dopo?
        - Dopo la macchina non va più.
        - E cosa bisogna fare per farla andare?
        - Bisogna portarla dal meccanico.
        - E cosa ci fa il meccanico?
        - Oh insomma Lucia, smettila di fare domande che non hanno senso! Se vuoi puoi cambiare ma non chiedermi nulla, non lo vedi che sono stufa?
        - Non mi vuoi più bene?
        - No.
        - Perché? Non sono più brava?
        - No, quando fai così non sei brava.
        - Così come?
        - Basta! Cerca di stare zitta che se no ti riporto in casa e non vedi più nessuno e non piangere che non mi fai cambiare idea. Basta ora asciugati che la nonna se ti vede così pensa che sei triste di vederla e lo sai che lei ci tiene a te, non vorrai mica darle un dispiacere.
        - Ma mamma...
        - No, niente scuse, pulisciti la faccia e fai finta di niente!

        Lucia vedeva campi. Campi di frumento alternati a erba medica, affogati nella luce d'agosto. Nessuno a cogliere papaveri. Solo qualche vecchio contadino scavato nel viso e scuro di sole, chino su vecchi macchinari. In lontananza piccole case di sasso e l'odore forte di stalla. Si stavano avvicinando alla casa della vecchia. Era come entrare in un'altra cosa che a fatica potevi riconoscere come tua. Il sorriso dell'anziana donna appoggiata allo schienale della poltrona in vimini bastava a Lucia per rassicurarla. Quello non era un sogno. Per Lucia la nonna era una grossa signora che sgranava il rosario e diceva preghiere, che preparava piatti dal sapore forte che non riusciva a mangiare, lei era abituata ai panini che la mamma le preparava mentre sedeva in casa a leggere. Il nonno era un uomo lontano che accudiva alle bestie e mangiava tabacco.

        Guarda. È arrivata mia nuora con la bambina. Com'è bella la mia nipotina! L'unica nipote femmina. Chi l'avrebbe mai detto, più bischera dei suoi cugini maschi e più indipendente. L'ultima volta che si è fermata a dormire qui è stata l'unica a non piangere, gli altri bimbi volevano tornare a casa. Anche oggi sarà un problema convincerla a mangiare la pasta, non la mangia mai. Io non so sua madre come pensa di educarla, non puoi permettere che un bambino mangi sempre schifezze, se non mangia che panini i panini non glieli dai e vedrai che si arrangia. O mangi la minestra o salti la finestra. E infatti è magra e piccola per avere sette anni, le ginocchia le spuntano dalle gambe come due tocchi di legno e i piedi li ha grandi, come una ranocchia. La faccia l'ha presa tutta da me, dalla mia famiglia. Solo il naso all'insù l'ha preso dalla madre. Segno inconfondibile delle matte. Anche lei diventerà come sua mamma. A quindici anni fumerà e porterà i tacchi, o forse no, i piedi li ha grossi. Non va bene in matematica. Preferisce leggere. Chissà poi a cosa le serve. Io l'ho sempre detto che troppo studio fa male, bisognerebbe proibire lo studio dopo una certa età e poi è una spesa inutile per lo stato, mantenere dei giovani fino a trent'anni che poi non sanno cosa fare. Io mi sono sposata a quindici anni e dopo ho sempre lavorato e fatto figli.

        Lucia salta fuori dalla portiera, gli zoccoli rossi per aria le braccia attorno al collo della nonna.
        - Allora, hai studiato oggi?
        - Sì.
        - Cosa hai studiato?
        - Niente. Ho fatto le numerazioni.
        - Hai imparato?
        - Non lo so.
        - Come non lo sai?
        - Non lo so.
        - E perché?
        - Perché la matematica non mi serve.
        - E cosa ti serve?
        - Leggere.
        - Ma va' che sei proprio un bel tipo! Vai, vai dentro che ti sta aspettando qualcuno!

        - Simo! Simo, come stai?
        - Cosa stai facendo?
        - Faccio un teschio.
        - Cos'è un teschio?
        - Il teschio è una testa senza faccia, è quello che rimane quando uno non c'è più.
        - Vuoi dire quando uno è volato in cielo?
        - Sì.
        - Ma la tua faccia non va in cielo?
        - Sì, ma ci va senza testa, la testa la lascia qua che poi la mangia il cane. I cani mangiano le teste di chi parte per andare in cielo.
        - Anche la nostra?
        - Sì, ma solo quando saremo vecchi come i nonni.
        - Ma i nonni se ne vanno via?
        - Ormai sì, hanno i capelli bianchi...
        - E dopo come facciamo a vederci?
        - Non lo so.
        - Non ci vediamo più?
        - Forse.

        Lucia abbassa gli occhi, si prende la testa fra le mani e corre fuori, si siede sulle scale davanti alla porta e infila gli zoccoli.
        - Voglio andare via.
        - Dove?
        - C'è Francesco che parte con il trattore per portare il latte al casello.
        - Voglio salirci su.
        - Vieni anche tu?
        - Sì, e poi stasera dormiamo nel lettone?
        - Sì, se vieni con me.

        Francesco li aspetta all'entrata della casa accanto, un sorriso gli traversa gli occhi. Lucia e Simone salgono dietro, vogliono fare i grandi tengono fermo il bidone del latte con tutte e due le mani, Francesco ride e chiede se hanno tanta forza e loro sì che ce l'abbiamo siamo grandi ormai, portiamo anche il pattume per far piacere alla nonna ah ma allora siete proprio bravi ma l'avete chiesto di venire con me? no perché siamo grandi possiamo fare quello che vogliamo.
        E poi l'odore del fieno delle mucche la radio lontano che canta, il deserto dei campi di grano maturo, rosso ciliegia sulle mani si intrecciano a formare un voto, ci vorremo sempre bene staremo sempre insieme come oggi come stasera quattro gambe distese a contare graffi e cadute. Poi giù con Francesco che alza il bidone odore di formaggio un pezzo di ricotta sulle labbra te ne do un po' dammi un bacio sulla bocca. A casa il nonno ha la camicia slacciata e la bottega aperta, dorme sul tavolo dove la nonna di sabato prepara il ragù, la nonna è già a letto la zia pure anche questa sera ha pianto un po'. Salti di gambe sul letto le molle che cioccano le lenzuola a terra, non servono, il cuscino per pararsi il viso da quello dell'altro e poi, stremati, giù. Parlottìo fitto.
        - Cosa facciamo, dove andiamo domani? Non ho voglia di dormire questa sera. Voglio vedere le lucciole e prenderne qualcuna, forse di là c'è un retino, forse ne possiamo prendere qualcuna da tenere qui così ci fa la luce e non abbiamo bisogno della lampadina accesa. Io del buio non ho paura.
        - Io sì, ci vedo le tende scure che si alzano e mi saltano addosso.
        - Simo ci sono io con te, ti difendo io.
        - Ma tu sei una bambina.
        - E allora?
        - Le bambine portano le gonne e hanno paura.
        - Io non ho paura, il diavolo non c'è me l'ha detto il babbo. Il babbo non si sbaglia, sa fare le formiche e cuoce gli spaghetti al sole, te che giornalini leggi?
        - Io non leggo preferisco giocare con i miei amici.
        - E cosa fate?
        - Giochiamo con i robot.
        - Io non ci gioco preferisco i lego così faccio le case e ci metto gli animaletti.

        Il sonno fa chiudere le bocche fiati a passeggio per la stanza danza la luce si avverte dagli occhi e dai piedi di lei che non sta ferma nel letto si sveglia prende la spalla di Simone lo fa vestire piano piano, ci sentono... è ancora presto, la luce è quella della luna, copriti bene che fa freddo, le scale cigolano, fatica a trovare la porta esce il freddo prende le gambe, gli zoccoli non bastano, ma tutto è così bello. Prendersi per mano, uscire quando nessuno è vivo. Solo noi viviamo. Prendono la strada che conduce al piccolo centro il sole non è ancora sorto manca poco si fermano a guardare i fiori delle patate, bianco nella notte. Sono grandi hanno petali di farfalla e profumano, la rugiada bagna i nasi, solo il rumore della ghiaia sotto i sandali e gli zoccoli il gorgoglio della fontana dove la nonna di giorno riempie le bottiglie il suono degli uccelli e l'abbaiare dei cani. Sentono di essere gli unici, i soli a penetrare quel mondo. Nessuno può capirlo come loro. Tutti presi dalle faccende, dai lavori nei campi dai panni stesi ad asciugare. Il sonno li riprende corrono verso casa per scaldarsi nel letto e aspettare la nonna che li sveglierà con due tazze di latte fumante, di quello appena munto e fatto bollire, insieme alla ciambella bianca e scura. Al risveglio le risate della nonna accompagnano i due piattini. La signora della casa accanto non è riuscita a dormire perché i bambini non hanno dormito per tutta la notte sono stati svegli a chiacchierare e giocare sul letto, sì proprio sul letto si sentiva il cigolio delle molle e poi sono certa sono anche usciti che il mio cane ha abbaiato gli avevo dato anche da mangiare e da bere e allora se ha abbaiato è stato perché ha sentito dei rumori sospetti, questa notte voglio dormire che di giorno lavoro sodo mi capisce vero signora è anche per il bene dei bambini, devono imparare che la notte è fatta per dormire se vogliono chiacchierare che lo facciano di giorno dopo aver aiutato voi, signora, e fatto i compiti.
        Lucia e Simone non capiscono. Non esiste un tempo per pensare e un tempo per fare. Fare che poi? Le cose che ci piace tanto fare ce le facciamo quando ci pare, quando ci va. Punto e basta. E poi i fiori delle patate sono belli di notte quando a guardarli ci sei solo tu, gli altri non ci sono. Quella lì che ti abita vicino, recitavano a coro la Lucia e Simone, non può capire, è vecchia. Non è mai stata bambina. Tu nonna ridi. Sei stata bambina una volta e lo sei anche adesso. Sei la nostra nonna-bimba che ci prepara i panini-ini. Sei bella.
        Di fuori il sole acceca tutto. Una stretta fessura sul muro davanti alla casa della vecchia lascia intravedere qualcosa, qualcuno. È il contadino appoggiato alla falce che brilla, il viso segato da un sorriso di pietra, le mani a rollare sigarette penzolanti. Fumare. Appoggia la cicca tremolante sul ceppo di legno, mentre prende dalla gabbia un coniglio e dalla tasca un coltello a serramanico. Uno squarcio rompe il bianco opaco della pelle dell'animale, ne tira fuori le parti scure, lo apre e inchioda a un asse di legno. I cani leccano avidamente la terra. Lucia piange, Simone tenta di consolarla, poi strilla: non è giusto! Tutto era così bello! Lo hai rovinato! Il vecchio ghigna e sussurra parole, rovina è credere che tutto possa essere bello e buono, non si può volere la vita e pretendere anche che sia bella... imparerete anche voi... non c'è vita senza tempo, il tempo del giorno e della notte, non c'è vita senza notte. E se non vi piace imparerete ugualmente. È lo stesso, la stessa cosa... Tutte le cose... sono uguali.

 

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