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  di Enrico De Vivo
"Crossing",  di Mili Romano - Stampa fotografica su alluminio, 2002.

Ibam forte Via Sacra...
Orazio, Satira IV


       Funzionari dell'esistenza

       Seduti fuori al balcone tutto il tempo, io e Filippo guardiamo il mare e le altre cose del mondo, ma soprattutto il mare. Mentre parliamo ci dondoliamo sulle sedie con le gambe allungate fino alla ringhiera, svariando con la mente lungo il corso di una settimana estiva.
       Di fronte al nostro balcone che affaccia sul mare, a portata immediata di sguardo, c'è un'altra casa. Una casetta bassa e quadrata, attaccata per il fianco a una della stessa forma ma grossa il doppio. Le due case così vicine sembrano due fratelli: uno più grande, uno più piccolo. A noi interessa la casa più piccola, perché è nella casa più piccola che abita il nostro uomo, del quale vi parlerò tra poco.
       La casa più piccola è stata costruita per prima, ai tempi dell'orgoglio giovanile del nostro uomo, che ai bei tempi diceva all'abitante attuale della casa più grande, quando ancora questa non c'era: "Sono giovane, sono forte, andrò a costruire una casa sulla strada della ferrovia verso il mare". E l'abitante attuale della casa più grande gli rispondeva: "Vedrai, io ne costruirò una più grossa, son sempre stato più forte di te, dammi il tempo".
       Il nostro uomo ha i baffi e una faccia scura da turco, una pancia larga come se fosse stata gonfiata, simile a una camera d'aria. Esce di rado, nelle ore più improbabili, e noi dal balcone che dà sul mare sappiamo tutto di lui, abbiamo sotto di noi la vista quasi completa della sua vita, mentre ci dondoliamo e svariamo. Il nostro uomo è sempre alquanto preoccupato, quando esce di casa: si preoccupa di chi lo guarda, di che cosa possa pensare la gente di lui, di che domande possa fargli un passante troppo curioso. "Conosce l'ora? Sa dov'è il centro? C'è un tabacchi qui vicino?" Il nostro uomo è diffidente, e vive solo nella piccola casa all'ombra della casa grande. Possiede un'antenna parabolica e guarda sempre documentari di tutti i generi, soprattutto documentari porno. Quando guarda questi documentari, di solito di pomeriggio, nel colmo del caldo, gli viene sempre voglia di pane e salsiccia, o di alici marinate, non sa spiegarsene il motivo, una volta ci ha pensato un pomeriggio intero a queste sue strane voglie mangerecce mentre guarda la tv. Si gratta la pancia e scoreggia, dopo aver mangiato salsicce o alici, sembra felice.
       Intanto noi sempre a dondolarci sul balcone guardando il mare. Il mare è chiarità fatta per noi sostanza. Vorrei spiegare che mare è quello che noi guardiamo dal balcone, e come lo guardiamo, in che condizioni e con che animo e intenzioni, ma non è facile. Io e Filippo ci diciamo tutte le sfumature di azzurro che si vedono, le diverse strisce di cui è fatta la distesa d'acqua.
       Il nostro uomo un pomeriggio verso le due è uscito a fumare sull'ampio terrazzo della sua casetta, e si è fermato davanti al muro bianco alto della casa grande attaccata alla sua casa piccola. Guardava questo muro e vi lanciava contro boccate di fumo, assorto nell'osservazione come se guardasse la Cappella Sistina. Si è acceso anche un'altra sigaretta, ma non l'ha finita tutta, però l'ha fumata sempre guardando il muro alto e bianco della casa grande come se fosse qualcosa di eccezionale o meraviglioso. Noi ridiamo spesso per quello che combina questo turco solitario, stavolta abbiamo riso per la fumata davanti al muro, un'altra volta ridevamo perché passeggiava incerto davanti al cancelletto della sua casetta, come in preda a pensieri del tipo: "vado dentro oppure parto per l'India?" Un'altra volta ancora abbiamo riso ascoltando con la mente le scoregge che faceva mangiando salsicce e alici, scoregge talmente forti da assordare il vicino della casa grossa che gli fa ombra. Non è un ridere alla sue spalle, questo, fate attenzione, è un ridere di salvezza, un ridere che ci salva tutti e tre dall'oblio che emana dalla chiarità del mare.
       Filippo dice che la vita è un satanasso. Uscire tutti i giorni e stare attenti a chi ti guarda, a cosa può volere da te chi ti guarda, a cosa ti chiederà un passante qualsiasi. Cosa ti chiederà? Oggi una ragazzina chiede al nostro uomo: "Ha da accendere?" Lui accigliato (dal balcone guardiamo anche con un binocolo a volte) estrae un accendino di plastica verde trasparente che non ha più gas. "Non c'è gas", dice la ragazza, "però è un accendino molto bello, me lo regala?" Tante parole in una volta sola, e così intense, al nostro uomo mai nessuno le aveva rivolte. Regala l'accendino alla ragazza e scappa via pensieroso. Al pomeriggio non guarda i documentari, trascorre tutto il tempo a pensare alla sua vita da funzionario dell'esistenza e anche ad altre cose che gli fanno venire pensieri profondissimi, come il contratto di locazione da rinnovare all'inquilino della casa grande.


       L'inquilino - e proprietario - della casa grande, è proprietario in realtà anche della casa piccola, acquistata in tempi recenti perché il nostro uomo aveva problemi economici e aveva dovuto vendere tutto. Si era presentato un pomeriggio l'inquilino della casa grande e gli aveva intimato: "O me la vendi o schiatti!" Aveva detto questa frase in dialetto, e il nostro uomo aveva venduto, ma chiedendo in italiano: "Mi dai cento milioni?" "Sì", era stata la pronta risposta.
       I soldi servivano al nostro uomo per curare la vecchia madre malata e il vecchio padre paralitico, era una ecatombe di cure e di spese a quei tempi. Ma appena venduta la casa per curare i due vecchi, i due vecchi erano morti, e il nostro uomo era rimasto con i soldi, ma senza casa, senza la sua casa frutto dell'orgoglio giovanile.
       Il mare visto dal balcone, così chiaro e sostanzioso, fa sembrare che tutto nella vita sia un bagliore inutile, che tutto nella vita non serva ad altro che a farsi dimenticare, a svanire. Com'è che il mare faccia quest'effetto non si sa, ma è così. Tanta immensità, tanto colore azzurro, tanta acqua non possono suggerire altro che l'oblio. Bisogna dire che il nostro uomo non guarda mai il mare, lui guarda con interesse soltanto il muro alto bianco della casa che gli fa ombra, e ci siamo accorti che lo guarda soltanto quando fuma. Noi guardiamo lui, lui guarda il muro, il muro dà una bella luce bianca tra il mare e noi. Tra rimbalzi di luci e di sguardi, ognuno si aiuta come può quando sogna.


       Una sera siamo scesi dal balcone per fare una passeggiata. (Di sera, poiché il mare non si vede, di solito dormiamo; l'inquietudine potrebbe salire pericolosamente senza uno specchio d'acqua in cui annegarsi.) Quella sera siamo scesi dal balcone per smaltire a piedi tutti i sogni del giorno. Siamo arrivati a un bar di nome "Copocabana" sulla strada statale 106. Le strade statali non finiscono mai di stupire, ma bisogna aver voglia di percorrerle. Il bar "Copocabana" ha un ampio spiazzo mattonellato all'aperto, al quale si accede direttamente dalla strada. Sulla soglia di questo spiazzo ci sono tre colonne in stile impero, con due archetti che le uniscono. Le colonne sono disposte non in linea, ma a triangolo: due più in fuori, quella centrale verso l'interno. Creano così un ingresso rituale e bislacco che però nessuno che entri nello spiazzo del bar attraversa mai, passano tutti ai lati, diciamo all'esterno dell'entrata, forse soggezionati da quella disposizione. Seduta a un tavolino c'è solo una coppia di ragazzi che parlano a scatti, appassionatamente, di qualcosa che deve turbarli molto, perché sono serissimi e lasciano trascorrere lunghi momenti di pausa assorti e in silenzio. Ci sediamo anche noi a un tavolo. Cerchiamo il mare con gli occhi, come al solito, prima di parlare, ma il mare, quando è buio, si riesce soltanto a intuire. Allora ci mettiamo subito a discorrere del nostro uomo: "è un funzionario dell'esistenza", dice Filippo, "ma siamo tutti come lui, facciamo soltanto quello che dobbiamo fare, quello che ci è stato ordinato di fare; quasi mai a nessuno viene l'idea di fuggire, tutta la nostra vita la trascorriamo nelle quattro mura del mondo senza accorgerci di stare rinchiusi". Io gli do ragione come a volte, forse quasi sempre, si dà ragione a un amico, per inerzia affettiva.
       Il bar "Copocabana" meriterebbe descrizioni accurate, ha una grazia sconclusionata notevole, si vede che nessun architetto si è preso la briga di inventarlo o progettarlo, nessuno ha studiato per esso un look coerente. Questo posto è nato da sé, per caso, come una visione nel deserto. Colonne stile impero messe di sghembo sul pavimento mattonellato, tavolini di plastica bianca, un filo di lampadine per l'albero di natale che corre tra gli archi delle colonne, i due ragazzi che si parlano in quell'angolo, il mare laggiù a pochi metri, invisibile, macchine che sfrecciano lungo la statale qua davanti, mentre ci arriva il rumore e un po' di fumo. Ecco un paradiso senza significati e senza premi, ecco l'incanto della vita quando non ci si aspetta più nulla da essa, alla fine di un giorno o alla fine del mondo.
       A dormire adesso, sù, che è tardi.
       Domani un'altra luminosa giornata dal balcone ci attende.


       La signora Scandone

       La storia della signora Scandone spunta da una piccola tabaccheria su una strada di provincia. La signora Scandone era conosciuta in tutto il circondario. La storia finisce che la signora Scandone muore, dopo che prima è morto il marito signor Scandone, e sopravvive soltanto la loro figlia, signorina Scandone. La signora Scandone muore che un giorno se ne sa la notizia dal manifesto di morte affisso sulla saracinesca della tabaccheria: "Chiuso per lutto", e tutti pensano, noi compresi: la signora Scandone, che faceva servizi sessuali di prim'ordine... (come adesso la figlia).
       Il marito signor Scandone era morto giovane, dopo una vita dedicata al lavoro e alla famiglia, com'era scritto sul suo manifesto di morte (ma su tutti i manifesti di morte dei maschi è scritto così). Il signor Scandone vendeva tutti i tipi di sigarette e aveva una grossa pancia, sempre all'impiedi dietro il banco con un'aria indolente e distratta da chissà quali pensieri, mentre la moglie se ne stava defilata in leggera penombra.
       Fumava, la signora Scandone, fumava con voluttà nella penombra, pur non essendo una gran bellezza: carnosa, molto carnosa e abbondante, ma a bellezza non era un granché. Era piuttosto una donna da sceneggiata napoletana, noi dicevamo così, con orecchini da zingara e tutta pittata, però con un talento innato per la voluttà, le veniva naturale essere corruttrice nel portamento e nella presenza.
       Noi andiamo alla piccola tabaccheria sulla strada di provincia apposta per la signora Scandone, e poi anche per la figlia, cresciuta nel frattempo e con una voluttà doppia rispetto alla madre, con in più una bellezza travolgente - anche se la signorina Scandone si vede di rado. Il signor Scandone, invece, lavora come un pazzo, tanto, tantissimo, e perciò un giorno è morto, per il troppo lavoro. Così la signora Scandone ha ereditato la tabaccheria. È uscita dalla penombra e ha cominciato anche lei a stare dietro il banco in primo piano, ma seduta e sempre fumando con voluttà e con gli occhi in cerca di altri occhi da corrompere. Con la morte del marito era come se si fosse alzato il sipario. Adesso noi andavamo ancora più spesso alla tabaccheria, commentando: la vedova allegra, compari, la vedova allegra!
       Ma facce allegre, se dobbiamo dire la verità, non se ne sono mai viste in quel negozio stranamente luminoso di periferia. Facce indaffarate dalla voluttà, questo sì; facce delle due donne Scandone nei diversi punti del locale dislocate, gli avventori a cercare nelle facce l'ammiccamento giusto, questo sì: ma allegria poca. Un gioco cupo pareva, non amoroso o leggero, forse un gioco di amore cupo, di amore strettamente genitale, carnale. Sigarette, luci serali, mercimonio: tutto è ridotto a lampi materiali, nella tabaccheria, anche il fumo si tocca ed è sensuale, di una sensualità sporca. Noi in fondo andiamo per guardare questo spettacolo silenzioso e gaglioffo anche solo per pochi attimi, il tempo di dire: un pacchetto di queste sigarette qua.
       Il giorno che è morta la signora Scandone, è morta completamente pentita della sua vita di voluttà - pentendosi un po' alla volta però, non all'improvviso. Ha cominciato a pentirsi il primo giorno che è stata molto male, fino a che l'ultimo minuto della sua vita era quasi completamente pentita. Perciò quando è morta è stata destinata al paradiso. Ora, in paradiso, lei si aspettava di incontrare il suo marito terreno, signor Scandone, ed era contenta perché finalmente gli avrebbe mostrato di essere pura e linda. Ma cosa succede? Entrando in paradiso non vede niente e nessuno: in giro è tutto un biancore inutile in sale immense, soltanto qualche ragnatela qua e là, con mosche appese e corpi tondeggianti di insettini consumati. Fa un giro e ogni tanto manda una voce: "signor Scandoneee...". Nessuno risponde; si sente solo un'eco lunghissima. Arriva in un punto dove c'è uno spiraglio nel biancore e si vede dall'alto la terra giù in basso. Da questo spiraglio la signora Scandone riesce a scorgere tutti gli affari terreni che la riguardano o l'hanno riguardata in vita. Il paradiso è fatto in questo modo: chi ci arriva, può osservare soltanto le cose della sua vita, è come se lo sguardo diventasse selettivo, ma in senso individuale. Guardare diventa in paradiso una faccenda strettamente personale, e si guarda soltanto ciò che sta nei fili tessuti nella propria vita, non si è distratti dagli affari altrui.
       Dopo qualche tempo che sta ad osservare tutti i suoi ex amanti, il prete che le ha dato l'estrema unzione, la figlia che se la spassa in avventure con i suoi ex amanti, certe facce strane di clienti della tabaccheria che non ha dimenticato, la signora D'Ambrosio della porta accanto con la sottana sdrucita - ecco, proprio mentre sta guardando la signora D'Ambrosio, la signora Scandone sente la voce del signor Scandone che urla: "le ragnatele, quante volte te lo devo dire, le ragnatele devi toglierle via, devi pulire!" Un fremito di gioia la prende direttamente al cuore. Il signor Scandone c'è, è lì! Si volta e lo vede che avanza con la solita pancia e la solita sigaretta pendente dalle labbra. Correndogli incontro lo abbraccia felice. Il signor Scandone ha una faccia da prete buono, di quelli che perdonano alle pecorelle smarrite, ma forse è la sua solita faccia indolente e distratta, persa in non si sa quali pensieri. La signora Scandone esegue l'ordine del suo amore e toglie via le ragnatele in quattro e quattr'otto. Poi tutt'e due vanno a sedersi su una nuvola con le gambe penzoloni a guardare in basso che cosa combina la signorina Scandone, la loro pur sempre amata figlia.
       La signorina Scandone in basso combina amori incredibili, ancora più ardimentosi di quelli materni. La signora Scandone mostra contentezza per i sorrisi che vede fare dalla figlia ai clienti. Tra i clienti ci siamo anche noi che adesso che i coniugi Scandone sono scomparsi, andiamo ancora più spesso alla tabaccheria, e fumiamo molto di più. Dall'alto, il signor Scandone non mostra sorpresa per le arditezze della figlia, sta seduto a fianco della moglie che ha ancora gusto a godersi lo spettacolo, ma lui non ha gusto di niente, non ha mai avuto gusto di niente, magari controlla ogni tanto le ragnatele e l'ordine e la pulizia, ma per il resto non bada a niente.
       Anche se bisogna dire che è strana questa sua fisima dell'ordine e della pulizia, essendo sempre stato, il signor Scandone, uomo piuttosto trasandato e sporco, con le unghie perennemente annerite, i baffi unti, i pantaloni macchiati.
       Ma questa stranezza sarà oggetto di un altro racconto, non di questo, che invece finisce bene così.

"Crossing",  di Mili Romano - Stampa fotografica su alluminio, 2002.


       La seconda volta

       La nottata è passata, il dolore è svanito e l'alba ha un gusto dolcissimo che alleggerisce tutto. Di primo mattino mi ritrovo in una grande aula magna dall'aspetto polveroso e semiabbandonato in compagnia di molte donne. Siamo seduti in dieci intorno a un tavolone ovale di plastica bianca, io sono l'unico maschio. Siamo sistemati nei pressi dell'entrata principale, in un angolo. L'aula magna in realtà è solo un grande luogo vuoto, con un pianoforte laggiù in fondo a sinistra e dei cartoncini colorati appesi ai muri e alle tende di colore blu che ricoprono tre grandi finestroni. Noi siamo accomodati come sulla riva di questo grande vuoto - forse siamo in una scuola, o in un orfanatrofio o in un serraglio -, e parliamo. Questo è il nostro nuovo lavoro: parlare. Di cosa? Non è importante saperlo. D'altronde, io non ho ancora capito bene come mai mi trovo qui, dovrò fare molta attenzione ai particolari per orientarmi.
       Sono le otto del mattino, si vede dalle facce ancora assonnate. C'è una donna che elenca nomi e date mentre maneggia fascicoli poco voluminosi, e altre donne controllano su altri elenchi che tutto corrisponda. "Sì, bilinguismo", dice la prima donna, oppure: "Sì, latino", oppure: "Sì, normale". Quando dice "sì, normale" le altre donne fanno un segno con la penna sui loro elenchi. Io all'altro capo del tavolo parlo con altre due donne, una giovane come me, l'altra anziana e vedova. Non so come, ma stiamo parlando di Moana Pozzi e di Cicciolina. La donna giovane dice che Moana Pozzi era una grande donna, da ammirare, decisa: "era acculturata, e poi quando voleva una cosa se la prendeva". La donna anziana e vedova conferma, anche lei ha saputo dalla televisione che Moana Pozzi era una donna siffatta. Vanno avanti per qualche minuto a fare l'elogio della defunta pornostar. Io dico: "Moana Pozzi era una grande puttana, una grandissima puttana, questo era tutto quello che era, e questo era tutto il suo grande valore". La donna giovane e la donna anziana e vedova mostrano disinteresse per la mia affermazione e cambiano discorso. Adesso parlano di Cicciolina. Dice la donna giovane: "Lei invece aveva fatto il deputato ma non era acculturata". La donna anziana e vedova conferma. Dopo un po' vanno a fumare. Fumano girando intorno al tavolo di plastica bianca, ma senza mai allontanarsi eccessivamente dall'angolo dell'aula magna in cui siamo confinati, senza mai dirigersi nemmeno per pochi passi verso il vuoto che è qui a portata di mano. Girano limitatamente intorno al tavolo, tra l'altro affumicandomi con il fumo delle loro sigarette.
       A un certo punto c'è una pausa nel lavoro. La donna che leggeva i nomi e diceva: "bilinguismo, latino, normale" viene a sedersi dall'altra parte del tavolone di plastica bianca, dove siamo seduti noi. Vuol parlare con me, vuole prendere un po' di confidenza con me, vuole stare con me. Mi dice che lunedì al suo paese la statua del santo patrono farà tappa a casa sua, secondo una tradizione antica, e lei offrirà da bere a tutti. A questo punto fa una pausa e aspetta un mio commento, che non arriva. Si guarda intorno e aggiunge che presto si trasferirà dal suo paese, andrà anche lontano, non ce la fa più, sempre nello stesso posto da quindici anni. Questa donna parla con un tono arcigno e marziale, volgare, alza la voce, ha un fisico grosso, imponente, fuma, mi soffia il fumo sulla faccia mentre prende confidenza con me, guarda negli occhi gli altri, ma le frasi sono per me, guarda gli altri sempre come per controllare che tutto sia a posto, deve essere il capo qui dentro.


       È il secondo giorno che siamo qui, e c'è una giovialità strana. Mi metto a pensare come sia possibile essere gioviali tra gente che non hai visto che due volte nella vita, e deduco che probabilmente è proprio la seconda volta che fa il miracolo. Quello che accade la prima volta non ha bisogno di riflessione e osservazione, perché va via o viene assimilato per conto proprio. La seconda volta, invece, è come se si cercasse subito qualche altra cosa oltre a quel momento lì, cioè non basta più essere semplicemente lì e fare quello che bisogna fare. La seconda volta ci vuole una ragione più profonda, ci vogliono anima e coraggio per andare avanti, e l'anima e il coraggio fanno affiorare naturalmente giovialità e confidenza, facendo sentire quello che sta accadendo come il frutto di un'abitudine inveterata. Stamattina mi sembra di essere qui dentro da una vita, di conoscere queste donne da sempre; potrebbero chiedermi tutto, farei tutto quello che mi chiedessero senza batter ciglio, come per un vecchio amico. Ho una fiducia in loro che non avevo la prima volta e che non so se avrò la terza. La seconda volta tutto è ancora abbastanza nuovo e da scoprire, e tutto non è ancora abbastanza vecchio da annoiare. L'abitudine non è una gabbia, ma un'aula magna vuota e ancora tutta occupabile.


       Alla fine della seconda giornata è successo, non so come, che ci siamo messi tutti a scrivere. Io scrivevo nomi su un foglio formato protocollo e una donna cicciona con ricci biondi dettava date di nascita: classe 90, classe 91, classe 92, qualcuno classe 89. Va tutto bene, scrivo con cura, ho solo un lieve mal di testa che però si concilia bene con l'occasione: sono ancora leggermente stordito per l'iniezione di Tora-dol di ieri, e penso alla frase detta da una vecchia signora per strada stamattina: "Quando stiamo bene non lo sappiamo". Questo vuol dire, pensando alle mie coliche renali di ieri, che solo quando siamo stati male comprendiamo che per stare bene basta niente altro che svolgere i compiti che dobbiamo svolgere senza fare drammi, sopportando il fumo delle sigarette e offrendo un po' di confidenza a donne invadenti, come qui in questa aula magna.
       Non saprei dire se succedono altre cose, nei giorni successivi, in questa scuola o orfanatrofio o serraglio. No, non dovrebbe succedere più niente. Però va bene così, non ho più bisogno di capire tante altre cose. In fondo, anche nel fumo che ci affumica non c'è niente da capire, e scrivere nomi non è niente, e stare ai margini di un luogo vuoto senza capire bene perché non vuol dire assolutamente niente. Quando stiamo bene è solo questo che succede: non succede niente.

 

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