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Ibam
forte Via Sacra...
Orazio, Satira IV
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Funzionari
dell'esistenza
Seduti
fuori al balcone tutto il tempo, io e Filippo
guardiamo il mare e le altre cose del mondo, ma
soprattutto il mare. Mentre parliamo ci dondoliamo
sulle sedie con le gambe allungate fino alla ringhiera,
svariando con la mente lungo il corso di una settimana
estiva.
Di fronte
al nostro balcone che affaccia sul mare, a portata
immediata di sguardo, c'è un'altra casa.
Una casetta bassa e quadrata, attaccata per il
fianco a una della stessa forma ma grossa il doppio.
Le due case così vicine sembrano due fratelli:
uno più grande, uno più piccolo.
A noi interessa la casa più piccola, perché
è nella casa più piccola che abita
il nostro uomo, del quale vi parlerò tra
poco.
La casa
più piccola è stata costruita per
prima, ai tempi dell'orgoglio giovanile del nostro
uomo, che ai bei tempi diceva all'abitante attuale
della casa più grande, quando ancora questa
non c'era: "Sono giovane, sono forte, andrò
a costruire una casa sulla strada della ferrovia
verso il mare". E l'abitante attuale della
casa più grande gli rispondeva: "Vedrai,
io ne costruirò una più grossa,
son sempre stato più forte di te, dammi
il tempo".
Il nostro
uomo ha i baffi e una faccia scura da turco, una
pancia larga come se fosse stata gonfiata, simile
a una camera d'aria. Esce di rado, nelle ore più
improbabili, e noi dal balcone che dà sul
mare sappiamo tutto di lui, abbiamo sotto di noi
la vista quasi completa della sua vita, mentre
ci dondoliamo e svariamo. Il nostro uomo è
sempre alquanto preoccupato, quando esce di casa:
si preoccupa di chi lo guarda, di che cosa possa
pensare la gente di lui, di che domande possa
fargli un passante troppo curioso. "Conosce
l'ora? Sa dov'è il centro? C'è un
tabacchi qui vicino?" Il nostro uomo è
diffidente, e vive solo nella piccola casa all'ombra
della casa grande. Possiede un'antenna parabolica
e guarda sempre documentari di tutti i generi,
soprattutto documentari porno. Quando guarda questi
documentari, di solito di pomeriggio, nel colmo
del caldo, gli viene sempre voglia di pane e salsiccia,
o di alici marinate, non sa spiegarsene il motivo,
una volta ci ha pensato un pomeriggio intero a
queste sue strane voglie mangerecce mentre guarda
la tv. Si gratta la pancia e scoreggia, dopo aver
mangiato salsicce o alici, sembra felice.
Intanto
noi sempre a dondolarci sul balcone guardando
il mare. Il mare è chiarità
fatta per noi sostanza. Vorrei spiegare che
mare è quello che noi guardiamo dal balcone,
e come lo guardiamo, in che condizioni e con che
animo e intenzioni, ma non è facile. Io
e Filippo ci diciamo tutte le sfumature di azzurro
che si vedono, le diverse strisce di cui è
fatta la distesa d'acqua.
Il nostro
uomo un pomeriggio verso le due è uscito
a fumare sull'ampio terrazzo della sua casetta,
e si è fermato davanti al muro bianco alto
della casa grande attaccata alla sua casa piccola.
Guardava questo muro e vi lanciava contro boccate
di fumo, assorto nell'osservazione come se guardasse
la Cappella Sistina. Si è acceso anche
un'altra sigaretta, ma non l'ha finita tutta,
però l'ha fumata sempre guardando il muro
alto e bianco della casa grande come se fosse
qualcosa di eccezionale o meraviglioso. Noi ridiamo
spesso per quello che combina questo turco solitario,
stavolta abbiamo riso per la fumata davanti al
muro, un'altra volta ridevamo perché passeggiava
incerto davanti al cancelletto della sua casetta,
come in preda a pensieri del tipo: "vado
dentro oppure parto per l'India?" Un'altra
volta ancora abbiamo riso ascoltando con la mente
le scoregge che faceva mangiando salsicce e alici,
scoregge talmente forti da assordare il vicino
della casa grossa che gli fa ombra. Non è
un ridere alla sue spalle, questo, fate attenzione,
è un ridere di salvezza, un ridere che
ci salva tutti e tre dall'oblio che emana dalla
chiarità del mare.
Filippo
dice che la vita è un satanasso. Uscire
tutti i giorni e stare attenti a chi ti guarda,
a cosa può volere da te chi ti guarda,
a cosa ti chiederà un passante qualsiasi.
Cosa ti chiederà? Oggi una ragazzina chiede
al nostro uomo: "Ha da accendere?" Lui
accigliato (dal balcone guardiamo anche con un
binocolo a volte) estrae un accendino di plastica
verde trasparente che non ha più gas. "Non
c'è gas", dice la ragazza, "però
è un accendino molto bello, me lo regala?"
Tante parole in una volta sola, e così
intense, al nostro uomo mai nessuno le aveva rivolte.
Regala l'accendino alla ragazza e scappa via pensieroso.
Al pomeriggio non guarda i documentari, trascorre
tutto il tempo a pensare alla sua vita da funzionario
dell'esistenza e anche ad altre cose che gli fanno
venire pensieri profondissimi, come il contratto
di locazione da rinnovare all'inquilino della
casa grande.
L'inquilino
- e proprietario - della casa grande, è
proprietario in realtà anche della casa
piccola, acquistata in tempi recenti perché
il nostro uomo aveva problemi economici e aveva
dovuto vendere tutto. Si era presentato un pomeriggio
l'inquilino della casa grande e gli aveva intimato:
"O me la vendi o schiatti!" Aveva detto
questa frase in dialetto, e il nostro uomo aveva
venduto, ma chiedendo in italiano: "Mi dai
cento milioni?" "Sì", era
stata la pronta risposta.
I soldi
servivano al nostro uomo per curare la vecchia
madre malata e il vecchio padre paralitico, era
una ecatombe di cure e di spese a quei tempi.
Ma appena venduta la casa per curare i due vecchi,
i due vecchi erano morti, e il nostro uomo era
rimasto con i soldi, ma senza casa, senza la sua
casa frutto dell'orgoglio giovanile.
Il mare
visto dal balcone, così chiaro e sostanzioso,
fa sembrare che tutto nella vita sia un bagliore
inutile, che tutto nella vita non serva ad altro
che a farsi dimenticare, a svanire. Com'è
che il mare faccia quest'effetto non si sa, ma
è così. Tanta immensità,
tanto colore azzurro, tanta acqua non possono
suggerire altro che l'oblio. Bisogna dire che
il nostro uomo non guarda mai il mare, lui guarda
con interesse soltanto il muro alto bianco della
casa che gli fa ombra, e ci siamo accorti che
lo guarda soltanto quando fuma. Noi guardiamo
lui, lui guarda il muro, il muro dà una
bella luce bianca tra il mare e noi. Tra rimbalzi
di luci e di sguardi, ognuno si aiuta come può
quando sogna.
Una
sera siamo scesi dal balcone per fare una passeggiata.
(Di sera, poiché il mare non si vede, di
solito dormiamo; l'inquietudine potrebbe salire
pericolosamente senza uno specchio d'acqua in
cui annegarsi.) Quella sera siamo scesi dal balcone
per smaltire a piedi tutti i sogni del giorno.
Siamo arrivati a un bar di nome "Copocabana"
sulla strada statale 106. Le strade statali non
finiscono mai di stupire, ma bisogna aver voglia
di percorrerle. Il bar "Copocabana"
ha un ampio spiazzo mattonellato all'aperto, al
quale si accede direttamente dalla strada. Sulla
soglia di questo spiazzo ci sono tre colonne in
stile impero, con due archetti che le uniscono.
Le colonne sono disposte non in linea, ma a triangolo:
due più in fuori, quella centrale verso
l'interno. Creano così un ingresso rituale
e bislacco che però nessuno che entri nello
spiazzo del bar attraversa mai, passano tutti
ai lati, diciamo all'esterno dell'entrata, forse
soggezionati da quella disposizione. Seduta a
un tavolino c'è solo una coppia di ragazzi
che parlano a scatti, appassionatamente, di qualcosa
che deve turbarli molto, perché sono serissimi
e lasciano trascorrere lunghi momenti di pausa
assorti e in silenzio. Ci sediamo anche noi a
un tavolo. Cerchiamo il mare con gli occhi, come
al solito, prima di parlare, ma il mare, quando
è buio, si riesce soltanto a intuire. Allora
ci mettiamo subito a discorrere del nostro uomo:
"è un funzionario dell'esistenza",
dice Filippo, "ma siamo tutti come lui, facciamo
soltanto quello che dobbiamo fare, quello che
ci è stato ordinato di fare; quasi mai
a nessuno viene l'idea di fuggire, tutta la nostra
vita la trascorriamo nelle quattro mura del mondo
senza accorgerci di stare rinchiusi". Io
gli do ragione come a volte, forse quasi sempre,
si dà ragione a un amico, per inerzia affettiva.
Il bar
"Copocabana" meriterebbe descrizioni
accurate, ha una grazia sconclusionata notevole,
si vede che nessun architetto si è preso
la briga di inventarlo o progettarlo, nessuno
ha studiato per esso un look coerente. Questo
posto è nato da sé, per caso, come
una visione nel deserto. Colonne stile impero
messe di sghembo sul pavimento mattonellato, tavolini
di plastica bianca, un filo di lampadine per l'albero
di natale che corre tra gli archi delle colonne,
i due ragazzi che si parlano in quell'angolo,
il mare laggiù a pochi metri, invisibile,
macchine che sfrecciano lungo la statale qua davanti,
mentre ci arriva il rumore e un po' di fumo. Ecco
un paradiso senza significati e senza premi, ecco
l'incanto della vita quando non ci si aspetta
più nulla da essa, alla fine di un giorno
o alla fine del mondo.
A dormire
adesso, sù, che è tardi.
Domani
un'altra luminosa giornata dal balcone ci attende.
La
signora Scandone
La
storia della signora Scandone spunta da una piccola
tabaccheria su una strada di provincia. La signora
Scandone era conosciuta in tutto il circondario.
La storia finisce che la signora Scandone muore,
dopo che prima è morto il marito signor
Scandone, e sopravvive soltanto la loro figlia,
signorina Scandone. La signora Scandone muore
che un giorno se ne sa la notizia dal manifesto
di morte affisso sulla saracinesca della tabaccheria:
"Chiuso per lutto", e tutti pensano,
noi compresi: la signora Scandone, che faceva
servizi sessuali di prim'ordine... (come
adesso la figlia).
Il marito
signor Scandone era morto giovane, dopo una vita
dedicata al lavoro e alla famiglia, com'era scritto
sul suo manifesto di morte (ma su tutti i manifesti
di morte dei maschi è scritto così).
Il signor Scandone vendeva tutti i tipi di sigarette
e aveva una grossa pancia, sempre all'impiedi
dietro il banco con un'aria indolente e distratta
da chissà quali pensieri, mentre la moglie
se ne stava defilata in leggera penombra.
Fumava,
la signora Scandone, fumava con voluttà
nella penombra, pur non essendo una gran bellezza:
carnosa, molto carnosa e abbondante, ma a bellezza
non era un granché. Era piuttosto una donna
da sceneggiata napoletana, noi dicevamo così,
con orecchini da zingara e tutta pittata, però
con un talento innato per la voluttà, le
veniva naturale essere corruttrice nel portamento
e nella presenza.
Noi
andiamo alla piccola tabaccheria sulla strada
di provincia apposta per la signora Scandone,
e poi anche per la figlia, cresciuta nel frattempo
e con una voluttà doppia rispetto alla
madre, con in più una bellezza travolgente
- anche se la signorina Scandone si vede di rado.
Il signor Scandone, invece, lavora come un pazzo,
tanto, tantissimo, e perciò un giorno è
morto, per il troppo lavoro. Così la signora
Scandone ha ereditato la tabaccheria. È
uscita dalla penombra e ha cominciato anche lei
a stare dietro il banco in primo piano, ma seduta
e sempre fumando con voluttà e con gli
occhi in cerca di altri occhi da corrompere. Con
la morte del marito era come se si fosse alzato
il sipario. Adesso noi andavamo ancora più
spesso alla tabaccheria, commentando: la vedova
allegra, compari, la vedova allegra!
Ma facce
allegre, se dobbiamo dire la verità, non
se ne sono mai viste in quel negozio stranamente
luminoso di periferia. Facce indaffarate dalla
voluttà, questo sì; facce delle
due donne Scandone nei diversi punti del locale
dislocate, gli avventori a cercare nelle facce
l'ammiccamento giusto, questo sì: ma allegria
poca. Un gioco cupo pareva, non amoroso o leggero,
forse un gioco di amore cupo, di amore strettamente
genitale, carnale. Sigarette, luci serali, mercimonio:
tutto è ridotto a lampi materiali, nella
tabaccheria, anche il fumo si tocca ed è
sensuale, di una sensualità sporca. Noi
in fondo andiamo per guardare questo spettacolo
silenzioso e gaglioffo anche solo per pochi attimi,
il tempo di dire: un pacchetto di queste sigarette
qua.
Il giorno
che è morta la signora Scandone, è
morta completamente pentita della sua vita di
voluttà - pentendosi un po' alla volta
però, non all'improvviso. Ha cominciato
a pentirsi il primo giorno che è stata
molto male, fino a che l'ultimo minuto della sua
vita era quasi completamente pentita. Perciò
quando è morta è stata destinata
al paradiso. Ora, in paradiso, lei si aspettava
di incontrare il suo marito terreno, signor Scandone,
ed era contenta perché finalmente gli avrebbe
mostrato di essere pura e linda. Ma cosa succede?
Entrando in paradiso non vede niente e nessuno:
in giro è tutto un biancore inutile in
sale immense, soltanto qualche ragnatela qua e
là, con mosche appese e corpi tondeggianti
di insettini consumati. Fa un giro e ogni tanto
manda una voce: "signor Scandoneee...".
Nessuno risponde; si sente solo un'eco lunghissima.
Arriva in un punto dove c'è uno spiraglio
nel biancore e si vede dall'alto la terra giù
in basso. Da questo spiraglio la signora Scandone
riesce a scorgere tutti gli affari terreni che
la riguardano o l'hanno riguardata in vita. Il
paradiso è fatto in questo modo: chi ci
arriva, può osservare soltanto le cose
della sua vita, è come se lo sguardo diventasse
selettivo, ma in senso individuale. Guardare diventa
in paradiso una faccenda strettamente personale,
e si guarda soltanto ciò che sta nei fili
tessuti nella propria vita, non si è distratti
dagli affari altrui.
Dopo
qualche tempo che sta ad osservare tutti i suoi
ex amanti, il prete che le ha dato l'estrema unzione,
la figlia che se la spassa in avventure con i
suoi ex amanti, certe facce strane di clienti
della tabaccheria che non ha dimenticato, la signora
D'Ambrosio della porta accanto con la sottana
sdrucita - ecco, proprio mentre sta guardando
la signora D'Ambrosio, la signora Scandone sente
la voce del signor Scandone che urla: "le
ragnatele, quante volte te lo devo dire, le ragnatele
devi toglierle via, devi pulire!" Un fremito
di gioia la prende direttamente al cuore. Il signor
Scandone c'è, è lì! Si volta
e lo vede che avanza con la solita pancia e la
solita sigaretta pendente dalle labbra. Correndogli
incontro lo abbraccia felice. Il signor Scandone
ha una faccia da prete buono, di quelli che perdonano
alle pecorelle smarrite, ma forse è la
sua solita faccia indolente e distratta, persa
in non si sa quali pensieri. La signora Scandone
esegue l'ordine del suo amore e toglie via le
ragnatele in quattro e quattr'otto. Poi tutt'e
due vanno a sedersi su una nuvola con le gambe
penzoloni a guardare in basso che cosa combina
la signorina Scandone, la loro pur sempre amata
figlia.
La signorina
Scandone in basso combina amori incredibili, ancora
più ardimentosi di quelli materni. La signora
Scandone mostra contentezza per i sorrisi che
vede fare dalla figlia ai clienti. Tra i clienti
ci siamo anche noi che adesso che i coniugi Scandone
sono scomparsi, andiamo ancora più spesso
alla tabaccheria, e fumiamo molto di più.
Dall'alto, il signor Scandone non mostra sorpresa
per le arditezze della figlia, sta seduto a fianco
della moglie che ha ancora gusto a godersi lo
spettacolo, ma lui non ha gusto di niente, non
ha mai avuto gusto di niente, magari controlla
ogni tanto le ragnatele e l'ordine e la pulizia,
ma per il resto non bada a niente.
Anche
se bisogna dire che è strana questa sua
fisima dell'ordine e della pulizia, essendo sempre
stato, il signor Scandone, uomo piuttosto trasandato
e sporco, con le unghie perennemente annerite,
i baffi unti, i pantaloni macchiati.
Ma questa
stranezza sarà oggetto di un altro racconto,
non di questo, che invece finisce bene così.

La
seconda volta
La
nottata è passata, il dolore è svanito
e l'alba ha un gusto dolcissimo che alleggerisce
tutto. Di primo mattino mi ritrovo in una grande
aula magna dall'aspetto polveroso e semiabbandonato
in compagnia di molte donne. Siamo seduti in dieci
intorno a un tavolone ovale di plastica bianca,
io sono l'unico maschio. Siamo sistemati nei pressi
dell'entrata principale, in un angolo. L'aula
magna in realtà è solo un grande
luogo vuoto, con un pianoforte laggiù in
fondo a sinistra e dei cartoncini colorati appesi
ai muri e alle tende di colore blu che ricoprono
tre grandi finestroni. Noi siamo accomodati come
sulla riva di questo grande vuoto - forse siamo
in una scuola, o in un orfanatrofio o in un serraglio
-, e parliamo. Questo è il nostro nuovo
lavoro: parlare. Di cosa? Non è importante
saperlo. D'altronde, io non ho ancora capito bene
come mai mi trovo qui, dovrò fare molta
attenzione ai particolari per orientarmi.
Sono
le otto del mattino, si vede dalle facce ancora
assonnate. C'è una donna che elenca nomi
e date mentre maneggia fascicoli poco voluminosi,
e altre donne controllano su altri elenchi che
tutto corrisponda. "Sì, bilinguismo",
dice la prima donna, oppure: "Sì,
latino", oppure: "Sì, normale".
Quando dice "sì, normale" le
altre donne fanno un segno con la penna sui loro
elenchi. Io all'altro capo del tavolo parlo con
altre due donne, una giovane come me, l'altra
anziana e vedova. Non so come, ma stiamo parlando
di Moana Pozzi e di Cicciolina. La donna giovane
dice che Moana Pozzi era una grande donna, da
ammirare, decisa: "era acculturata, e poi
quando voleva una cosa se la prendeva". La
donna anziana e vedova conferma, anche lei ha
saputo dalla televisione che Moana Pozzi era una
donna siffatta. Vanno avanti per qualche minuto
a fare l'elogio della defunta pornostar. Io dico:
"Moana Pozzi era una grande puttana, una
grandissima puttana, questo era tutto quello che
era, e questo era tutto il suo grande valore".
La donna giovane e la donna anziana e vedova mostrano
disinteresse per la mia affermazione e cambiano
discorso. Adesso parlano di Cicciolina. Dice la
donna giovane: "Lei invece aveva fatto il
deputato ma non era acculturata". La donna
anziana e vedova conferma. Dopo un po' vanno a
fumare. Fumano girando intorno al tavolo di plastica
bianca, ma senza mai allontanarsi eccessivamente
dall'angolo dell'aula magna in cui siamo confinati,
senza mai dirigersi nemmeno per pochi passi verso
il vuoto che è qui a portata di mano. Girano
limitatamente intorno al tavolo, tra l'altro affumicandomi
con il fumo delle loro sigarette.
A un
certo punto c'è una pausa nel lavoro. La
donna che leggeva i nomi e diceva: "bilinguismo,
latino, normale" viene a sedersi dall'altra
parte del tavolone di plastica bianca, dove siamo
seduti noi. Vuol parlare con me, vuole prendere
un po' di confidenza con me, vuole stare con me.
Mi dice che lunedì al suo paese la statua
del santo patrono farà tappa a casa sua,
secondo una tradizione antica, e lei offrirà
da bere a tutti. A questo punto fa una pausa e
aspetta un mio commento, che non arriva. Si guarda
intorno e aggiunge che presto si trasferirà
dal suo paese, andrà anche lontano, non
ce la fa più, sempre nello stesso posto
da quindici anni. Questa donna parla con un tono
arcigno e marziale, volgare, alza la voce, ha
un fisico grosso, imponente, fuma, mi soffia il
fumo sulla faccia mentre prende confidenza con
me, guarda negli occhi gli altri, ma le frasi
sono per me, guarda gli altri sempre come per
controllare che tutto sia a posto, deve essere
il capo qui dentro.
È
il secondo giorno che siamo qui, e c'è
una giovialità strana. Mi metto a pensare
come sia possibile essere gioviali tra gente che
non hai visto che due volte nella vita, e deduco
che probabilmente è proprio la seconda
volta che fa il miracolo. Quello che accade la
prima volta non ha bisogno di riflessione e osservazione,
perché va via o viene assimilato per conto
proprio. La seconda volta, invece, è come
se si cercasse subito qualche altra cosa oltre
a quel momento lì, cioè non basta
più essere semplicemente lì e fare
quello che bisogna fare. La seconda volta ci vuole
una ragione più profonda, ci vogliono anima
e coraggio per andare avanti, e l'anima e il coraggio
fanno affiorare naturalmente giovialità
e confidenza, facendo sentire quello che sta accadendo
come il frutto di un'abitudine inveterata. Stamattina
mi sembra di essere qui dentro da una vita, di
conoscere queste donne da sempre; potrebbero chiedermi
tutto, farei tutto quello che mi chiedessero senza
batter ciglio, come per un vecchio amico. Ho una
fiducia in loro che non avevo la prima volta e
che non so se avrò la terza. La seconda
volta tutto è ancora abbastanza nuovo e
da scoprire, e tutto non è ancora abbastanza
vecchio da annoiare. L'abitudine non è
una gabbia, ma un'aula magna vuota e ancora tutta
occupabile.
Alla
fine della seconda giornata è successo,
non so come, che ci siamo messi tutti a scrivere.
Io scrivevo nomi su un foglio formato protocollo
e una donna cicciona con ricci biondi dettava
date di nascita: classe 90, classe 91, classe
92, qualcuno classe 89. Va tutto bene, scrivo
con cura, ho solo un lieve mal di testa che però
si concilia bene con l'occasione: sono ancora
leggermente stordito per l'iniezione di Tora-dol
di ieri, e penso alla frase detta da una
vecchia signora per strada stamattina: "Quando
stiamo bene non lo sappiamo". Questo vuol
dire, pensando alle mie coliche renali di ieri,
che solo quando siamo stati male comprendiamo
che per stare bene basta niente altro che svolgere
i compiti che dobbiamo svolgere senza fare drammi,
sopportando il fumo delle sigarette e offrendo
un po' di confidenza a donne invadenti, come qui
in questa aula magna.
Non
saprei dire se succedono altre cose, nei giorni
successivi, in questa scuola o orfanatrofio o
serraglio. No, non dovrebbe succedere più
niente. Però va bene così, non ho
più bisogno di capire tante altre cose.
In fondo, anche nel fumo che ci affumica non c'è
niente da capire, e scrivere nomi non è
niente, e stare ai margini di un luogo vuoto senza
capire bene perché non vuol dire assolutamente
niente. Quando stiamo bene è solo questo
che succede: non succede niente.
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