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Belgio,
epoca contemporanea, giorno: un giovane
automobilista imprudente fa salire sulla
sua auto un strano vecchio macilento che
nasconde una falce in un sacco. L'uomo ha
molta fretta e si fa lasciare a poca distanza
da un incrocio pericoloso, dove l'automobilista
assiste a un incidente mortale. Vent'anni
più tardi, l'automobilista fa salire
lo stesso vecchio, che chiede di scendere
prima del previsto. Una ragazza bellissima,
vestita di bianco, prende il suo posto,
e l'automobilista ne è subito attratto.
Evita miracolosamente un incidente mortale,
e la ragazza scompare. L'automobilista si
rende conto che il vecchio sconosciuto è
la morte.
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Esistono
storie veramente fantastiche e altre fantasticamente
vere. Dov'è la differenza? - vorrete sapere.
Potremmo disquisire a lungo sulla faccenda, elaborare
una codificazione oltremodo sottile che permetta
di stabilire la verosimiglianza o il carattere
fantasmagorico di questo o quel racconto, affinare
il più possibile gli studi comparativi...
Ma, oltre al fatto che una simile operazione sarebbe
alquanto noiosa, sarebbe almeno utile? La maggior
parte delle storie si schierano da sole, con un
disarmante automatismo, in una delle due categorie.
Un certo racconto sarà di pura invenzione
e si presenterà sotto forma di romanzo,
novella, barzelletta..., un altro avrà
invece l'austerità di un editoriale, la
stringatezza di una cronaca o l'implacabile rigore
degli atti giudiziari. Certamente, furono innumerevoli
i pennaioli che giostrarono con gli stili e gli
effetti per contaminare i generi e, se non sorprendere,
almeno far sorgere il dubbio nel lettore. Del
resto, chi può dire quante realtà
vere non siano state costrette a indossare gli
orpelli dell'immaginario? E che dire di tutti
i pazzi, seguaci di qualunque credo, che spigolano
in una letteratura delirante gli elementi con
cui plasmano la realtà del loro quotidiano?
Non smetteremmo più di chiosare!
È
sufficiente sapere che, talvolta, tra la realtà
e la fantasia la differenza non ha neppure lo
spessore di un capello. Il massimo dell'indiscernibile
è ottenuto quando il narratore stesso ignora
dove stia la verità. Può abbellire,
ricamare, far pendere l'opinione in un senso o
nell'altro. Può scegliere anche di essere
onesto, il più obiettivo possibile, e lasciare
il tutto all'apprezzamento del lettore. Può
manipolare quest'ultimo costruendo un'introduzione
che lo stordisca prima di rivelargli l'essenziale
della sua storia. Eccovi tutti avvertiti sulla
realtà di quanto sto per raccontarvi!
*
Avevo
all'incirca diciannove anni quando avvenne il
primo dei due fatti che qui legherò. Stavo
compiendo un viaggio in auto tra le città
di Marche-en-Famenne e Liegi. Il motivo? Non lo
ricordo. Ero solo a bordo del veicolo, una W modello
Golf di seconda mano con cui, neopatentato, mi
facevo le ossa. Con la mia patente in tasca, era
scontato che sapessi guidare, e lo dimostravo
calcando sull'acceleratore più del dovuto.
A
quei tempi, la N63, superstrada che collegava
le due città, era ancora stata resa più
sicura da un guardrail centrale o da altri dispositivi
speciali. Le doppie corsie di scorrimento nei
due sensi si riducevano talvolta a tre o addirittura
due carreggiate. C'erano incroci mal segnalati,
attraversamenti di agglomerati, buche nell'asfalto,
una segnaletica incerta... Insomma, tutto l'occorrente
per favorire la selezione naturale degli automobilisti
e foraggiare la rubrica "cronaca" dei
quotidiani locali. Non passava mese senza che
si verificasse qualche scontro mortale su quel
tratto. La maggior parte degli automobilisti che
si servivano di quella strada lo sapevano, ma
la spada di Damocle non impediva agli imprudenti
di scatenarsi non appena un pezzetto di linea
retta offriva l'illusione della sicurezza assoluta.
Da allora, le cose sono considerevolmente migliorate,
ma restano ciononostante alcuni "punti neri"
per i quali i responsabili della sicurezza stradale
non hanno ancora rimedi efficaci contro i guidatori
incoscienti.
Non
è questa la sede per discettare sull'incoscienza
di certi automobilisti. L'analisi dell'homo sapiens
al volante lasciamola fare a qualcuno che non
tema di dover riclassificare la nostra stirpe
- più homo erectus che sapiens, per intenderci!
Insomma, non so che cosa mi rodesse allora, ma
come tanti giovani scimuniti, ero un guidatore
da strapazzo ma fortunato, uno che si credeva
già un vecchio mangiastrada, un asso del
volante sempre pronto a sfoggiare capacità
immaginarie.
Guidavo
dunque a tutta birra su quel tratto del diavolo.
Dovevano essere all'incirca le undici del mattino.
Giunto alla località di Baillonville, poco
dopo aver lasciato il territorio di Marche, distinsi
in lontananza la sagoma di un autostoppista. A
quel tempo, facevo regolarmente salire quei farfalloni
dell'autostrada. Non avevo ancora dimenticato
che io stesso, prima di possedere un automezzo,
avevo a lungo alzato il pollice sul ciglio delle
strade. Ovviamente, mi fermavo più volentieri
per caricare una graziosa figuretta femminile,
per la quale avrei anche allungato il percorso
fino a svuotare il serbatoio se si fosse presentata
la prospettiva di concludere in bellezza l'incontro
occasionale. Purtroppo, non ho mai conosciuti
questo lieto fine, e ho sempre impeccabilmente
portato alla meta le mie affascinanti prede della
strada.
Il
pollice alzato di Baillonville non aveva nulla
di femminile né di affascinante! Ciononostante,
mi ero fermato proprio alla sua altezza in un
lugubre stridìo di gomme. Attraverso il
finestrino della portiera destra, potevo vedere
il segmento centrale di una figura maschile molto
alta e molto magra. Portava una palandrana scura
molto consunta che lo copriva fino alle ginocchia.
I calzoni di tela e la camicia, visibilmente nello
stesso stato, sembravano venire da un altro secolo.
Fui costretto a chinarmi per scorgere il suo viso
perché l'uomo non si degnava di piegare
la schiena. Il vecchio avrà problemi di
lombaggine, pensai senza badarci troppo.
Allungai
il braccio per abbassare il finestrino. Nello
stesso tempo, osservavo il viso dello sconosciuto.
Non so a che cosa si possa paragonare una pelle
grigia, se non alla morte stessa. Anche i capelli
lasciati intonsi da un'eternità erano grigi,
ma del grigio sporco della polvere della strada.
Le guance e la fronte erano solcate da rughe verticali
simili a rigagnoli di lacrime e sudore prosciugati
da secoli di peregrinazioni. Un naso grifagno
cadeva a picco su una bocca sottile dalle labbra
strette come una lama di coltello ripiegata. Soltanto
gli occhi sembravano vivi. Le pupille nere erano
impregnate di un fuoco interno che sprizzava barbagli
di miseria o di fine del mondo. Mi pentii subito
di essermi fermato per raccogliere un simile spauracchio,
ma era troppo tardi. Non avevo però intenzione
di sfrecciare via lasciando sulla corsia d'emergenza
quello che probabilmente era soltanto un vecchio
bracciante diretto alla fattoria che lo avrebbe
ospitato per la stagione della mietitura. Dalla
spalla gli pendeva una pesante sacca in cui s'intravedevano
alcuni attrezzi con il manico. Il suo bagaglio
era tutto lì.
-
Vado da quella parte - proferì con una
voce cupa come tutta la sua persona e indicando
con lo stesso pollice la direzione di Liegi.
-
Salga - dissi - anch'io vado da quella parte.
Si
sistemò facendo scricchiolare le giunture
sul sedile accanto, quello che viene ironicamente
chiamato il posto del morto. Depositò la
sacca tra le gambe e incrociò le mani sulle
ginocchia. Notai che erano lunghe e nodose come
sterpi. Era davvero altissimo, sfiorava i due
metri, e magro come la Quaresima. Non spinse indietro
il sedile per sistemarsi più comodamente
e non gli proposi di farlo, benché, così
seduto, mi facesse pensare a un enorme ragno rannicchiato
accanto a me. Un ragno dei campi, mi dissi, un
enorme bestiaccia di dimensioni umane. Passai
in prima e rilanciai la Golf sull'asfalto.Non
avevo nessuna voglia di conversare con un invitato
che non apparteneva chiaramente alla razza dei
chiacchieroni. Passarono diverse centinaia di
metri nel rombo del motore, che accettava i miei
ordini uno dopo l'altro. Quando fui in quinta,
limitai la velocità a un onesto centoventi.
Non volevo spaventare il vecchione facendo ronzare
le lancette del contachilometri con zone e colori
vietati dai manuali di guida sicura. Mi aspettavo
un percorso monotono fino al momento in cui avrebbe
annunciato con quella voce d'oltretomba il suo
desiderio di scendere. Fui dunque sorpreso di
sentirlo attaccare discorso.
-
Sono in ritardo! - cominciò.
-
Ah sì - feci io di rimando.
-
Non mi succede mai! Di solito sono molto puntuale,
sempre nel posto e all'ora stabiliti, e a volte
anche in anticipo.
-
La puntualità è la cortesia dei
re - mi lasciai sfuggire a mo' di scherzo, ma
non fece caso neppure alla battuta prima di riprendere
la sua idea.
Accelerare?
Non me lo feci ripetere due volte! Gliel'avrei
fatta vedere al nonnetto, gli avrei fatto rimpiangere
i tempi della Ford T!
Mi
stupiva! Non solo non provava alcun timore, ma
assaporava visibilmente l'accelerazione. Aveva
dovuto gridare abbastanza forte tanto il ruggito
del motore riempiva l'abitacolo malamente insonorizzato
della mia macchinetta. Tenevo saldamente il volante
con le due mani, lo sguardo posato il più
lontano possibile sulla strada. Avevo ancora un
po' di benzina in serbatoio, ma dovevo conservarla
per il sorpasso di un camion bestiame che distinguevo
a cinquecento metri. Si stava avvicinando a una
velocità fenomenale proprio mentre un altro
camion stava arrivando nel senso opposto, proprio
in un tratto di strada a due sole corsie. Puntai
sul fatto che avevo il tempo di eseguire il sorpasso
andando al massimo nel momento dello sganciamento.
Feci appena in tempo, ma superai l'ostacolo senza
impaccio, ricevendo soltanto un furioso colpo
di clacson dal camionista, seguito da un richiamo
con i fari del camion bestiame che mi giunse dallo
specchietto retrovisore. Danti a noi la strada
era stavolta completamente sgombra e tenni i piede
sull'acceleratore. La lancetta del tachimetro
raggiunse i duecento. Era il suo massimo. Tutta
la struttura vibrava atrocemente e avevo bisogno
di tutti i miei muscoli per tenere la rotta
-
Più in fretta! Ancora più in fretta!
- riattaccò il mio passeggero.
-
Non posso - dissi senza potergli concedere uno
sguardo - sono a fondo.
-
Allora a fondo!!!
Perché
quel bracciante senza età aveva tanta fretta?
Che razza di appuntamento urgente aveva? Che mietitura
così importante da esigere che corressi
a quella velocità pazzesca? Non ebbi il
tempo di pormi simili domande, impegnato com'ero
a tenere in pista il mio bolide. Vidi sfrecciare
i cartelli per i paesi di Méan, Bois-et-Borsu
e Terwagne. Rallentavo quel tanto che bastava
per superare qualche curva troppo stretta. La
lancetta tremolante del tachimetro aveva persino
sfiorato i duecentoquindici in un tratto leggermente
scosceso. A quella velocità diabolica,
sarei stato a Liegi in meno di dieci minuti. Ma
sapevo che oltre Soheit-Tinlot il traffico sarebbe
stato più congestionato e avrei dovuto
per forza ridurre la velocità. Del resto
era già così. In lontananza si stagliava
il troppo tristemente famoso "incrocio di
Nandrin". Gli incidenti mortali si annoveravano
già a decine in quel punto, io lo sapevo,
come tutti quelli che abitano la regione o che
hanno avuto un giorno lo sgradevole compito di
estrarre dei cadaveri da un groviglio di rottami.
All'approssimarsi del luogo fatale, ero diviso
tra la tentazione di ridurre notevolmente la velocità
e quella di correre un rischio supplementare sfrecciando
via. Sono convinto che avrei scelto la seconda
possibilità se la mano del mio passeggero
non si fosse posata sul mio avambraccio.
-
Sono arrivato - disse - e grazie a lei non sono
più in ritardo.
Allentai
immediatamente la pressione sull'acceleratore
per trasferirla sul freno e la velocità
tornò a poco a poco su livelli consentiti
dal codice stradale.
-
Mi lasci prima dell'incrocio - precisò
di nuovo.
Obbedii
accostando alla corsia di emergenza con lo stesso
stridore di freni della prima volta. Le mie orecchie
ronzavano per la velocità e le vibrazioni
assordanti della macchina. Lo sosta mi diede l'impressione
di lasciare l'inferno e di emergere in un regno
del silenzio. L'occasionale compagno di viaggio
non sembrava da parte sua per nulla infastidito
dal nostro lieve eccesso di velocità. Scese
dall'auto facendo di nuovo scricchiolare tutte
le ossa e si raddrizzò con tutta la sua
altezza. Accennò un breve saluto e richiuse
la portiera. Ebbi appena il tempo di rispondere
al saluto quando una deflagrazione di un violenza
estrema azzerò tutti i miei sensi per un
intero secondo. Alla fine, osai girare il capo
verso il centro dell'incrocio.
Una
specie di vapore azzurro avvolgeva un coacervo
di ferraglia. Fu necessario un tempo atrocemente
lungo perché mi rendessi conto che lì
dentro c'erano due veicoli aggrovigliati, contorti
nella morte, fusi nello spasimo del metallo e
delle carni dei loro occupanti.
Una
visione apocalittica! Mi rimbombava ancora nelle
orecchie l'orrenda esplosione prodotta dal fulmineo
sfregamento delle lamiere. Lo scontro era avvenuto
proprio nel punto per cui avrei dovuto passare
se non mi fossi fermato. Un altro veicolo proveniente
alle mie spalle, forse alla mia stessa velocità,
aveva sbattuto contro il fianco di un furgone
che stava attraversando l'incrocio. La violenza
dell'urto era stata tremenda. Il furgone e l'auto
ariete avevano fatto un balzo di oltre venti metri,
esplodendo entrambi in una miriade di frammenti
metallici e schegge di vetro.
Rimasi
bloccato dalla paura all'interno della mia auto.
Non avevo mai assistito a un incidente così
brutale da così vicino. Al cinema, il frastuono
delle lamiere accartocciate e il metallo che raschia
l'asfalto erano piacevoli. Qui, avrei preferito
trovarmi altrove. Rabbrividivo tanto più
che la mia coscienza si ostinava, con sottigliezza
rara, a scolpire nella mia povera testa la sensazione
che, per una frazione di secondo, avrei potuto
ritrovarmi nel cuore di quell'inferno.
Come
in un film, vidi il mio autostoppista attraversare
l'incrocio a lunghe falcate diretto verso il mucchio
di lamiere fumanti. Anche altri testimoni si dirigevano
verso quel che restava dei due veicoli. Il mio
ex-passeggero, tuttavia, arrivò per primo
sul posto. Si chinò per guardare all'interno
del groviglio metallico e mi sembrò che
estraesse un oggetto dalla sua borsa. Non so di
che cosa si trattasse. La vista mi si appannò
e i ricordi sono diventati troppo confusi. Lo
vidi ancora passare dall'altra parte dei veicoli,
poi più nulla. Scesi a mia volta e corsi
verso il luogo del dramma, senza sapere che cosa
fare se non contemplare a distanza ravvicinata
un disastro materiale e umano. Fortunatamente,
altre persone più assennate di me facevano
già il necessario per recare i primi soccorsi
ai due conducenti.
Sentii
una voce dichiarare che non c'era più nulla
da fare, che il conducente dell'auto era morto
sul colpo, e la sorte della guidatrice del furgone
non era stata migliore. Tornai alla mia auto,
sul punto di vomitare, incapace di digerire la
vista, fugace ma orribile, di un essere umano
infilzato sullo sterzo, e di un altro praticamente
diviso in due da una lamiera affilata come una
falce.
Il
mio autostoppista era scomparso. L'ambulanza e
la polizia arrivarono in fretta. Come altri, feci
una deposizione su ciò che sapevo dell'incidente.
Specificai tuttavia che il primo e più
prezioso testimone doveva essere il misterioso
autostoppista che avevo appena fatto scendere
e che si era avvicinato ai veicoli coinvolti nell'incidente.
Ma gli agenti non ritrovarono quel testimone e,
cosa curiosa, nonostante la descrizione particolareggiata
che ne feci, nessuno dei presenti ricordò
di avere notato un individuo simile sul luogo
dello scontro.
Così
si concluse il primo dei due eventi che considero
oggi straordinari, ma che forse sono soltanto
banali coincidenze. Come ho già detto,
tutto questo avveniva quando avevo meno di vent'anni.
Oggi mi avvicino ai quaranta e le immagini di
quell'incidente sono sempre vivide nel mio ricordo.
In compenso, confesso che non avrei mai ricordato
i particolari relativi all'apparizione, all'atteggiamento
e alla misteriosa scomparsa del mio autostoppista,
se non avessi recentemente vissuto un'avventura
quantomeno inquietante.
Guidavo
placidamente la mia Volvo C70 T5 cabriolet. Proprio
così, placidamente! Certo, mi capita ancora
di spingermi un tantino oltre i limiti di velocità
imposti dalla legge, ma allora scelgo il luogo
e il momento, le strade giuste e traffico scarso.
Questo "sgranchimento" occasionale della
macchina è in sé necessario a conservare
intatte le potenzialità del motore, che
possono rivelarsi preziose in alcune circostanze.
Devo aggiungere che la vista del tremendo incidente
che ho descritto contribuì a trasformarmi
in un guidatore posato e maturo. Infine (i soldi
serviranno pure a qualcosa!), mi servo ora di
auto più sicure di quando ero un giovane
spiantato.
Possedevo
quel cabriolet da pochi mesi e non avevo ancora
finito di assaporare il piacere di guidarlo. Le
prestazioni erano efficienti, la potenza del motore
fenomenale, le sensazioni formidabili, la tenuta
su strada perfetta, e la comodità più
che ottima. Un cielo azzurro e limpidissimo, ornato
unicamente da una perla dorata e calda, incitava
qualunque guidatore di cabriolet a sollevare il
tettuccio per godere al massimo il piacere e il
senso di libertà. L'interno dell'abitacolo
era dunque inondato di sole ma lo spostamento
d'aria produceva un'aria condizionata assolutamente
deliziosa. Ero solo, con un berretto da baseball
calcato sulla testa e occhiali da sole sul naso.
Mi recavo a Libramont (città insulsa in
cui la mia ex moglie si era rifatta una vita con
un tizio altrettanto insulso, ma questa è
un'altra faccenda), per andare a prendere la mia
dolce Eléona, la mia figlia di dodici anni,
che avrebbe trascorso due settimane di vacanza
con me. Già pregustavo le giornate meravigliose
che aspettavo da tanto tempo. Date le distanze
e i nostri diversi obblighi, avevo ottenuto il
suo affidamento per uno o due fine settimana al
mese, fine settimana che passavano tanto in fretta
che non riuscivamo mai a fare la decima parte
di ciò che avremmo voluto. Quei quindici
giorni sarebbero stati diversi. Avrei finalmente
potuto offrirle ciò che più le piaceva,
e io credo che aspettasse con impazienza soprattutto
di visitare le grandi città, Bruxelles,
Parigi o Londra, con qualche tappa speciale nei
negozi di vestiti più deliranti! Avrei
sofferto, ma ero pronto a qualunque sacrificio.
Se tutto fosse andato bene, avremmo avuto ancora
una quindicina di giorni tutti per noi verso la
fine di agosto. Non glielo avevo ancora detto,
ma avevo due prenotazioni per il Marocco. La mia
piccola Eléona non se le sarebbe scordate
tanto in fretta, quelle vacanze!
Ero
perso in quella piacevole fantasticheria mentre
mi avvicinavo al villaggio di Halma-Neupont. Infatti,
proveniente da Bruxelles, avevo disertato l'autostrada
E411, troppo monotona e troppo trafficata per
i miei gusti, all'altezza di Achêne, per
privilegiare le strade secondarie e ben più
bucoliche. Conoscevo bene la strada, poiché
Redu, "il villaggio del libro", era
un luogo in cui mi recavo tre o quattro volte
all'anno.
Nel
fermarmi all'incrocio di Halma, notai la presenza
di un autostoppista sul ciglio del raccordo a
cui ero diretto. Era da un pezzo che non ne facevo
più salire, a meno che non si trattasse
di persone visibilmente nei guai, e per giunta
provviste di un aspetto raccomandabile. Inutile,
mi dicevo, spianare la strada ai rapinatori! Mi
capitava, di tanto in tanto, di dare una mano
a qualche ragazzo che aveva perso l'autobus all'uscita
dalla scuola. Ma, a meno di essere in compagnia,
avevo persino dimenticato un gesto altruista che,
di questi tempi incerti e sballati, mi sembrava
potesse essere interpretato in modo ambiguo.
Quello
che osservavo dall'altra parte della strada non
rispondeva minimamente a nessuno dei criteri che
avrebbero, in tempi normali, carpito la mia benevolenza.
Dico in tempi normali, perché non riesco
a spiegarmi diversamente il fatto che non esitai
neppure un attimo a fermarmi per offrire un passaggio
a quello strano individuo. L'uomo sembrava molto
vecchio ma non privo di energia. Altissimo e magrissimo,
se ne stava dritto come un fuso, con una sacca
sulla spalla e il pollice teso nella direzione
verso cui ero diretto. Quella figura troppo rigida
faceva inevitabilmente pensare a uno spaventapasseri.
Neppure l'abbigliamento deponeva in suo favore:
indumenti passati di moda da un pezzo, lisi e
consunti dagli anni, probabilmente mai spazzolati
né stirati. Quanto al viso, grigio come
la cenere, in cui baluginavano, a ogni sbatter
di ciglia, due braci di antracite dai riflessi
inquietanti, non era granché più
invitante. Per giunta, quel tizio mi avrebbe probabilmente
sporcato i sedili, eppure mi fermai senza riflettere.
Quale strano intento si sovrappose alla mia ragione,
alla mia prudenza più elementare? Non sarei
in grado di dirlo. Tutto mi sembrava perfettamente
logico, compreso il fatto di offrire un passaggio
a quell'individuo, mentre appena un'ora prima
una simile prospettiva, se ci avessi riflettuto,
mi avrebbe fatto ridere e accelerare. Ma qualcosa
non funzionava dentro di me, come se una volontà
estranea avesse preso il comando senza per questo
creare conflitti con il mio raziocinio.
-
Salga, è la mia strada - mi sentii pronunciare.
Lo
spilungone aprì la portiera e si sistemò
facendo scricchiolare le giunture sul sedile del
passeggero, il posto del... Un'immagine inquietante
mi balenò nel cervello, ma troppo in fretta
perché ne cogliessi l'esatto significato.
Uno spiffero d'aria fresca mi passò tra
le gambe risalendomi fino alla nuca. Eppure il
tempo era splendido e il sole scaldava direttamente
l'interno dell'abitacolo. Neppure una nuvola gli
faceva da schermo e l'aria condizionata non funzionava
con il tettuccio alzato. Il mio invitato non aveva
ancora proferito una parola, limitandosi ad assentire
indicando la direzione da prendere. Avrei scommesso
che la sensazione di gelo mi venisse proprio dalla
sua presenza. Ci sono davvero delle persone che,
semplicemente avvicinandosi, sprigionano una specie
di aura profumata, calda, allettante o respingente.
Quel vecchio, in senso proprio come figurato,
mi faceva venire la pelle d'oca!
-
Probabilmente un nonnetto del paese troppo stanco
per camminare fino alla sua stamberga - mi dissi.
Era
davvero altissimo e, anche rannicchiato sul sedile,
la sua testa restava al livello superiore del
parabrezza e le sue ginocchia sfioravano il cruscotto.
Avrei potuto proporgli di spingere indietro il
sedile, regolato sulla statura di mia figlia,
ma non feci nulla. Così disposto, con il
suo fagotto tra le gambe, mi faceva pensare a
un enorme ragno rannicchiato al centro di una
tela invisibile. L'immagine non era del tutto
innocente poiché mi sembrava di avvertire
un lieve strattone passare attraverso un filo
di seta teso tra il mio cuore e l'essere seduto
accanto a me. Aspettavo che allacciasse la cintura
prima di ripartire, ma chiaramente non ci pensava
neppure. Un segnale sonoro e luminoso intermittente
indicava la dimenticanza. Dal momento che ce ne
stavamo entrambi muti come pesci, quella presenza
baluginante assumeva a poco a poco una dimensione
ossessiva. Glielo feci allora notare e quello,
voltandosi verso di me, accennò un sorriso
che accrebbe il mio disagio. La bocca gli si era
dischiusa su una dentatura da animale feroce,
di un candore insolito in una persona di quell'età.
Eppure era fuor di dubbio che quei denti erano
i suoi, e non una magnifica dentiera.
-
Io non rischio nulla - si lasciò sfuggire
in quello stesso sorriso. - E poi con lei vado
soltanto fino alla barriera di Transinne.
La
località corrispondeva un incrocio conosciuto,
a una decina di chilometri da lì. Come
poteva sapere che sarei passato "per forza"
da quella parte? Avrei potuto sostare al villaggio
di Redu e gli sarebbero rimasti ancora due o tre
chilometri per giungere alla meta! Feci spallucce
e ripartii tranquillamente in direzione di transenne.
Soltanto nel momento in cui l'auto cominciò
ad accelerare nella discesa di Halma riaffiorarono
alcuni ricordi ormai remoti.
Conoscevo
quell'uomo! Gli avevo già offerto un passaggio,
una volta, ma... era impossibile! Dovevano essere
passati quasi vent'anni! Era rimasto lo stesso,
non aveva perso un capello e non si era rattrappito
di un centimetro! A meno che, era senz'altro così,
dall'alto della mia gioventù non avessi
esagerato la sua età. Oppure confondevo
ricordi e realtà? Oppure il caso mi aveva
fatto offrire un passaggio, tanti anni prima,
al fratello maggiore di costui? Non sapevo più
che cosa pensare. Continuando a guidare, lo osservavo
con la coda dell'occhio. Lui si limitava a guardare
il paesaggio in lontananza davanti a noi. Aveva
le mani, mani lunghe e nodose come sterpi, incrociate
sulle ginocchia, sopra la sua bisaccia.
Era
lui! Non poteva essere che lui! Quel naso grifagno,
quella magrezza, quella statura, quell'aria da
spaventapasseri. Quel colorito cadaverico... Anche
le sue rughe mi riaffioravano alla memoria. Quanto
agli occhi, era impossibile che la natura fosse
riuscita a riprodurre due volte lo stesso sguardo.
C'era
stato quello spaventoso incidente... E lui, il
primo testimone, era svanito come per incanto.
Un nuovo brivido mi percorse la schiena nell'evocare
mentalmente quel ricordo. Credevo poco alle coincidenze
o alle leggi delle serie, ma la prospettiva di
assistere, o addirittura di essere io stesso la
vittima di un incidente stradale mi balenò
nella mente. Raddoppiai la prudenza prendendo
con i guanti le curve della strada e la mia andatura
si fece degna di un monsignore. L'altro non diceva
nulla, e io ero quasi stupito che non mi chiedesse
di accelerare come l'altra volta.
Dovevo
assolutamente togliermi il pensiero!
-
Mi sembra di conoscerla - dichiarai alla fine
dopo uno o due chilometri di strada silenziosa.
-
Mi stupirebbe - articolò il mio vicino
in tono lievemente beffardo.
-
E invece sì! - insistetti. - Sarà
stato vent'anni fa, le avevo dato un passaggio
sulla strada Marche-Liegi. Era in ritardo per
non so che diavolo e mi aveva chiesto di accelerare.
Allora avevo corso dei rischi pazzeschi, ma devo
dire che ero giovane e un po' spericolato. L'ho
lasciata all'incrocio di Nandrin e lì,
si ricorda, c'è stato un incidente spaventoso.
Una macchina contro un camioncino. I due guidatori
morirono sul colpo. Lei ha visto tutto, anzi,
è stato il primo a giungere sul posto.
Insomma, ci è andata bene, perché
non mi ero neppure fermato prima del ...
Non
finii la frase perché nel voltarmi per
osservare il viso del mio passeggero incrociai
i suoi occhi, lucenti come stelle nere. Qualcosa
stava avvenendo nel suo animo. Lo stesso ricordo
riemergeva nella sua memoria, ne ero certo. Alla
fine, tentennò il capo e sulla sua faccia
apparve un breve sorriso, che me lo rese un po'
meno odioso.
-
Così era lei - dichiarò. - Ora ricordo...
Ero davvero in ritardo, e non mi succede mai!
Lei mi ha permesso di arrivare in tempo...
Dovetti
guardare davanti a me per affrontare una serie
di curve strette. Ci trovavamo ora su una lunga
salita, in mezzo a un bosco, proprio prima di
raggiungere il raccordo con una strada secondaria
che portava a Redu. Non risposi alla sua osservazione,
concentrandomi sulla guida. Ero orgoglioso dell'esattezza
dei miei ricordi, e non mi venne neppure in mente
di chiedergli perché se la fosse svignata
alla chetichella dopo l'incidente. Dopotutto,
erano affari suoi. Forse non se l'era sentita
di testimoniare davanti agli agenti e di dichiarare
la proprio identità.
-
A quanto pare, le devo essere grato - aggiunse.
L'osservazione
mi stupì.
-
Ma si figuri, le ho fatto soltanto un favore e
poi, andavo proprio da quella parte, come oggi.
-
Invece sì, ci tengo! - insistette - è
giusto che la ringrazi per la sua cortesia quella
volta.
-
Ma si figuri - ripetei, come si usa fare in questi
casi.
Ero
giunto in cima alla salita. La strada ora rettilinea
era sgombra e stavo accelerando insensibilmente.
-
Mi lasci alla prima strada che va a Redu - mi
disse allora - ho cambiato idea sulla mia meta.
-
Come vuole lei - feci, non dispiaciuto di liberarmene
più in fretta del previsto, anche la nostra
breve chiacchierata aveva un pochino attenuato
il disagio suscitato dalla sua sola presenza.
Mi
fermai nel punto richiesto dal mio passeggero,
che uscì dalla Volvo allungandosi come
un enorme ragno. Richiuse la portiera e mi ringraziò
di nuovo.
-
Forse al nostro terzo incontro - mi gridò
prima di allontanarsi con il suo passo da insetto,
direttamente attraverso i campi.
Lo
salutai con un breve cenno della mano, pur ripromettendomi
mentalmente che, se avessi avuto la disgrazia
di ritrovarlo sulla mia strada, lo avrei investito
piuttosto che offrirgli un passaggio! La sgradevole
sensazione di freddo stava svanendo via via che
quello si allontanava. Se era necessaria una prova
dell'influsso negativo esercitato da quell'essere,
lo avevo nella mia carne, che ora si godeva di
nuovo il tepore sprigionato dal sole di luglio.
Eppure, riflettendoci, non mi aveva fatto nulla!
La prima volta, mi aveva fatto fermare in tempo
e probabilmente evitato un incidente. E stavolta,
non mi aveva chiesto di accelerare, e alla fine
mi aveva ringraziato con la massima cordialità
e mi aveva lasciato prima del previsto. Nonostante
tutto, non riuscivo a impedirmi dal giudicarlo
sulla sua faccia, e mi faceva sempre l'effetto
di un uccello del malaugurio. Stavo per ripartire
quando vidi, a pochi metri sul ciglio della strada,
una ragazza incantevole, con il pollice alzato
in direzione di Transinne.
-
Toh, da dove viene quell'autostoppista?
Non
l'avevo notata subito, nonostante il bianco abbagliante
del vestito leggero. Probabilmente era sbucata
da dietro uno dei grossi alberi che costeggiavano
la strada. Le feci un cenno amichevole per invitarla
ad avvicinarsi.
-
Posso salire? - mi chiese quando fu all'altezza
della portiera destra.
-
Certamente - risposi scoccandole il mio sorriso
migliore. - Vado fino a Libramont, se la cosa
la tenta...
-
Mi accontenterò della "barriera di
Transinne", ad appena due chilometri da qui,
replicò.
Decisamente,
questo luogo attira gli autostoppisti, pensai.
La invitai a prendere posto. Si sedette, richiuse
la portiera e allacciò la cintura. Doveva
avere tra i venti e i venticinque anni. Il vestito
di un bianco immacolato spiccava sulla sua pelle
ramata, dandole un'aura estiva irresistibile.
Il petto era turgido di vita e avrebbe fatto sbarrare
gli occhi a un cieco. Mi resi conto di quanto
fossi ipnotizzato da quel corpo fatto di curve
troppo preziose magicamente amalgamate al punto
che fui costretto a fare uno sforzo per liberarmi
da quelle sconcezze e concentrarmi sul suo viso.
E lì non posso spiegarmi come il mio cuore
abbia resistito. Ero innamorato. Sul colpo. Senza
transizioni e da sempre. È impossibile
descrivere quella purezza irreale, e soprattutto
quella bontà frizzante di malizia e intelligenza.
Aveva i capelli lunghi e neri, inanellati o mossi
intorno a un viso dall'ovale perfetto. Tutto in
lei era perfetto. Rimasi sconvolto affondando
il mio sguardo nel suo. Era in tutto e per tutto
identico a quello del vecchio che avevo appena
lasciato, ma fortunatamente nel suo non si coglieva
alcun riflesso inquietante, sembrava anzi il concentrato
di tutta l'amabilità del mondo.
-
Bisogna ripartire - dichiarò con un sorriso
malizioso.
Mi
sentivo un cretino! Quella donna era di una bellezza
tale che tutti i maschi del creato dovevano avere
la stessa aria cretina non appena posavano gli
occhi su di lei. Doveva avere più spasimanti,
cotti come e più di me, di quanti chilometri
io avessi totalizzato con tutte le mie auto. Per
lei, era lampante che io ero soltanto un vecchio
scimunito tra tanti altri, ma ebbe la delicatezza
di non farmelo avvertire neppure per un attimo.
Ripartii calcolando, come un ragazzino, che avevo
due chilometri per sedurla e portarla in capo
al mondo!
Eppure,
sapevo bene mentre riavviavo il motore di non
avere alcuna speranza: non avrei tentato nulla,
tranne di sciorinare qualche banalità sul
tempo o sul paesaggio. A dire il vero, non ebbi
neppure il coraggio di formularle, queste banalità,
perché le parole restavano ostinatamente
abbarbicate in un angolo esitante del mio cervello,
in attesa probabilmente che la mia gola si liberasse
da una strana paralisi. Mi sentivo timido come
a quindici anni! La sensazione era tanto più
sgradevole, ma stavolta di una calda sgradevolezza,
che sentivo lo sguardo della mia passeggera puntato
sul mio profilo. Lo sentivo come una carezza,
come l'alito di un bacio, e reprimevo a stento
i balzi della mia fantasia. Ero tanto più
intimidito che avevo la quasi certezza che quello
sguardo leggesse in me come in un libro aperto,
che i miei desideri più reconditi gli fossero
svelati e se ne nutrisse senza ritegno.
Eravamo
quasi arrivati al capolinea delle mie speranze
e io non avevo ancora aperto bocca. Guidavo quasi
come se fossi fuori di me, grazie a una combinazione
di gesti automatici e inconsci. Avevo l'impressione
di aderire allo spazio e al tempo con precisione
estrema, come se la vita stessa fosse un binario
che ci trattenesse senza concederci sbandamenti.
Sentii alla fine una mano, calda e morbida come
pane appena sfornato, posarsi sul mio avambraccio.
Voltai il capo. Mi stava guardando, benevola ma
ferma.
-
Ora rallenti, deve ammirare questo cielo...
Già
avevo smesso di correre, ma obbedii. Potevo fare
diversamente? Guardai il cielo. Era come un lembo
di oceano sconfinato che divideva la foresta sopra
la strada. Era bello. Tutto era bello da un minuto,
da quando quella creatura di sogno si era seduta
accanto a me. Stava per finire e volevo godere
al massimo quella serenità.
-
Lei è fortunato - mi disse di nuovo.
-
Fortunato... - ripetei senza capire.
Alludeva
al lusso dell'auto? Al fatto di avere lasciato
l'altro autostoppista prima della meta iniziale
e di avere incontrato lei? O ad altro ancora?
Non sapevo che cosa dovessi capire e ancora meno
rispondere. Avrei voluto parlare, dire qualcosa
di sciocco o di ovvio in mancanza di parole più
acute per piacerle. Ma potevo offrirle soltanto
quel silenzio o un'eco.
L'incrocio
detto della "barriera di Transenne"
era in vista, cento metri davanti a noi. Avevo
la precedenza e contavo di superare l'incrocio
e di fermarmi alla piazzola di sosta situato proprio
sul lato opposto. Lì c'era un bar-ristorante
e intravedevo la possibilità di invitare
la mia passeggera a bere qualcosa in mia compagnia.
Ma non ebbi il tempo di dare gli ultimi ritocchi
al mio piano poiché lei stessa mi chiese
di fermare immediatamente l'auto sulla corsia
d'emergenza, subito prima dell'incrocio. Accondiscesi
immediatamente, come un robot programmato alla
perfezione.
Trascorse
un secondo. Lei mi sorrideva. Probabilmente si
preparava a ringraziarmi, poi a scendere e a scomparire
per sempre dalla mia esistenza. Che potevo dire
per trattenerla? Non mi veniva in mente nulla!
Mi sentivo smarrito come uno scolaretto somaro
davanti a una domanda incomprensibile del maestro,
e la situazione era tanto più straziante
quanto più avevo la chiara impressione
che la mia impotenza non sfuggire alla mia passeggera.
Fui salvato da un frastuono assordante, che distolse
la mia attenzione e mi impedì di pronunciare
parole che sarebbero state di un'imperdonabile
ovvietà..
Un
interminabile stridore di gomme inchiodate sull'asfalto
giungeva dalla corsia di sinistra. D'istinto,
girai il capo da quella parte e vidi orripilato
un camion cisterna arrivare dalla strada di Tellin,
con le ruote bloccate, e scivolare senza speranza
di fermarsi in tempo all'incrocio. Il camion impazzito
attraversò la strada lasciando due doppie
scie di gomma nera, sbandò ancora a sinistra
e rimase finalmente immobile sulla piazzola di
sosta. Era passato a pochi metri dal tetto della
mia auto, e non oso immaginare che cosa sarebbe
successo se non mi fossi fermato prima dell'incrocio.
Per
una sfortuna straordinaria, non aveva toccato
nulla, né pedoni, né auto in sosta,
né ostacoli, e nessun altro veicolo passava
sulla strada principale in quel momento. Spinto
da una specie di istinto, uscii dalla mia auto
e corsi davanti al camion. Il conducente era ancora
aggrappato al volante, come paralizzato. Lo feci
scendere con cautela ma le gambe rifiutavano di
sorreggerlo. Farfugliava non so che scusa, parlava
di distrazione e di freni che non avevano funzionato.
Ma io me ne intendevo abbastanza per sapere che
correva troppo e che i migliori freni del mondo
non sarebbero serviti a bloccare il suo bestione
prima del segnale stop. Dovette sedersi per terra
per riprendersi. Già qualche sfaccendato
si faceva avanti per confortarlo. Allora tornai
alla mia macchina.
La
bella non c'era più! Non la ritrovai neppure
interrogando gli altri testimoni. Guardai dovunque
intorno a me ma non vidi nessuna figuretta così
aggraziata, così incantevole, con un vestito
leggero e immacolato. Entrai nel bar - ristorante
dove non restava quasi nessuno. Mi guardarono
con incredulità. Nessuno, no, nessuno aveva
notato quella ragazza. Chissà perché,
ero stupito io stesso!
Ripresi
la strada per Libramont. La mia dolce Eléona
mi aspettava con impazienza. Era straordinariamente
carina nel suo abito estivo, e riversai su di
lei l'ondata d'amore che mi aveva sommerso poco
prima. Non le raccontai l'incidente del camion
che per un pelo non mi aveva sfrittellato, ma
le dissi che avevo offerto un passaggio a una
deliziosa signorina scomparsa come d'incanto.
Credette che avessi inventato quella storia per
farla ridere, come fece di gusto, poi parlammo
delle due settimane di vacanza che ci aspettavano.
Tornammo a casa senza imbatterci nel minimo contrattempo.
Ecco!
Direte magari che non ho vissuto niente di straordinario?
Tutto si può spiegare con il caso e le
coincidenze. Un vecchio strambo che fa l'autostop,
non è poi così strano, anche se
mi chiede di guidare come un pazzo, anche un incidente
mortale avviene proprio nel momento in cui mi
chiede di farlo scendere. La sua scomparsa e il
fatto che altri testimoni non ricordino la sua
presenza si può spiegare con l'effervescenza
che regna in momenti simili. Caso! Che io ritrovi
lo stesso personaggio, che non sembra invecchiato
vent'anni dopo, neppure questo è tanto
strano e si può spiegare con un'alterazione
dei miei ricordi sul suo vero aspetto fisico.
Caso e coincidenze! Che mi ringrazi a posteriori
quando gli ricordo l'incidente e che cambi idea
sulla propria meta, neppure questo ha nulla di
veramente anormale. Il fatto che io venga ammaliato
da un'incantevole autostoppista sbucata dal nulla
subito dopo aver fatto scendere quell'uccellaccio
è un pochino strano ma certamente non inspiegabile.
Che la ragazza, con la sua intenzione di fermarsi
prima dell'incrocio, ci abbia salvato la vita,
ecco un'altra fortunata coincidenza. La scomparsa,
non meno strana di quella del mio autostoppista,
può essere dovuta al fatto che un automobilista
di passaggio l'abbia caricata senza che nessuno
se ne accorgesse. Tutto questo possono crederlo
quelli che non sopportano l'idea che il fantastico
possa irrompere nelle nostre vite in forme che
non siano quelle di un romanzo o di un film.
Io
sono di un altro parere. Io sono convinto che
un giorno, quando avevo appena vent'anni, ho offerto
un passaggio alla morte! Il raccoglitore d'anime,
la grande falciatrice, il mietitore, il carrettiere
della morte! Aveva appuntamento con due povere
anime ed era in ritardo. Perché quel ritardo?
Perché quel bisogno di fare l'autostop?
Forse il suo ronzino l'aveva mollata lungo la
strada, dopo tanti secoli trascorsi a trascinare
il suo pesante fardello nella densità stessa
del tempo? Comunque sia, senza esserne consapevole,
le avevo consentito di arrivare in tempo per compiere
la sua opera e cogliere sul filo anime ormai mature.
Poi passarono gli anni. Vissi la mia vita. E arrivai
al momento in cui sarebbe toccato a me. Probabilmente
era scritto che dovessi morire nel fiore degli
anni, in un incidente di macchina, poiché
così aveva deciso l'Inconoscibile per impenetrabili
ragioni. La mia ora era giunta. Senza saperlo,
offrii un passaggio alla morte, alla mia morte!
Stavolta, era venuta per me e io potevo sentire
la sua mano gelida scorrermi giù per la
schiena. Il grande mietitore non aveva fretta.
Sapeva che l'incidente sarebbe avvenuto, programmato
da lui sotto le ruote del camion impazzito! Ma
una felice intuizione mi indusse a ricordargli
il favore fattogli tanti anni prima. Allora mi
ringraziò concedendomi una proroga di cui
ignoro la durata. Sicuramente lo rivedrò,
un giorno lontano, a meno che non mi dimentichi
per sempre...Non so se la dama bianca protettrice
degli automobilisti sia un'entità contrapposta
al mietitore d'anime, o una sua benefica trasformazione.
Ho saputo che altri automobilisti hanno avuto
il privilegio di trasportare questa autentica
fata, radiosa e inebriante, e poterono così
sfuggire a imprevedibili incidenti.
Spero
con tutto il cuore che la fata sia di essenza
radicalmente diversa, nonostante la vaga somiglianza
percepibile soltanto nello sguardo: infatti non
mi piacerebbe proprio essere stato, per un tratto
di due o tre chilometri, innamorato della Morte!
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