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 La questione dei poeti
  di Franco Arminio

"Crossing",  di Mili Romano - Stampa fotografica su alluminio, 2002.

        C'è un problema quando si hanno rapporti coi poeti. Il problema deriva del fatto che ci si dimentica che il poeta è una creatura patologicamente bisognosa di amore. Una creatura in subbuglio con cui non si può mantenere un'amicizia generica e blanda. Non si può aspettare che il poeta ci telefoni, bisogna telefonargli, non si può aspettare che il poeta ci scriva, bisogna scrivergli, non bisogna aspettare che ci accarezzi, bisogna accarezzarlo. Col poeta non ci possono esser pratiche attendistiche o interlocutorie, bisogna gettargli in faccia il nostro amore o il nostro odio, bisogno tenerlo ben vivo nella nostra mente, bisogna pensarlo, bisogna parlargli delle sue parole, bisogna raccontargli le sue storie. Uno a questo punto può dire: ma a che serve tutto questo? Io penso che alla fine non serva al poeta, perché il poeta non ha mai bisogno di quello che gli viene dato. Io penso che tutto questo serva a chi dà, a chi si protende a lenire le varie disperazioni del poeta. L'atto di guarire chiude le ferite, ma solo al guaritore. Io dico queste cose perché per molti anni sono stato poeta o comunque credo di aver vissuto in una postura poetica. Adesso non so bene in che postura vivo, ma credo di essere, almeno in parte, uscito dalla postura poetica. Quelle cose che volevo le voglio ancora, anche se adesso mi servono di meno. Voglio ancora che la gente mi telefoni, mi scriva, mi accarezzi. Non è una cosa che accade a tutti, non tutti hanno questo bisogno perenne degli altri. Ecco, il poeta è quella creatura che non può stare in questo mondo ed è la persona che più ha bisogno delle cose del mondo. La sua è una bulimia spirituale e proprio perché è spirituale non conosce limiti e confini. È molto grave che il mondo abbia dichiarato un vero e proprio embargo verso i poeti. Il mondo degli uomini adulti, il mondo dei disperati che vogliono distrarsi odia i disperati che invece cantano la loro disperazione. Tra le tante guerre in corso, strisciante e non dichiarata, c'è quella che vede i poeti come vittime. È una storia antica. Cristo fu crocifisso perché era un poeta. Mi pare che il fatto che si ritenesse figlio di Dio sia solo l'aspetto delirante che sempre prolifera ai margini di una personalità eccezionale. Ai tempi di Cristo il mondo non era affollato di segni come adesso e quando qualche segno era potente non era difficile accorgersene e magari provare a circoscriverlo, o a cancellarlo o a esaltarlo. Oggi i segni dei poeti sono oscurati per prima cosa da una pletora di falsi poeti. Ogni giorno una cenere sottile cade, attimo dopo attimo, sulle spalle degli spiriti più luccicanti. Lo scopo è opacizzare tutto, rendere tutto intercambiabile, omologabile, smerciabile. Questa è una società totalitaria e come tale non può che essere ferocemente ostile al grido solitario del poeta, alla sua natura irrevocabilmente intangibile. Il poeta è fuori dall'umano, Cristo era fuori dall'umano e come tale è un pericolo. Gli uomini possono tollerare che ci siano i cani, le nuvole, i marciapiedi, non possono tollerare che esistano creature che hanno gli occhi, il cuore e le parole, ma che nulla hanno da spartire con loro.

 

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