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1
La
stanza era piena di scatole di cartone. Sull'armadio,
spuntavano le sedie avute in regalo allo sposalizio
e ancora impacchettate. La padrona di casa aveva
un figlio di undici anni che somigliava alle nostalgie
di Cristo in Paradiso, un ragazzino biondo, esile,
taciturno, appena uscito dal sanatorio: si affacciò,
sulla soglia, con una malinconia che era il suo
stesso fiato; mi salutò timidamente, con
il sorriso dei bambini che hanno pietà
di Dio, e sparì, com'era venuto. Nel letto
grande era coricata una zia di novant'anni, decrepita
e soave. Da un po' di tempo viveva lì,
sotto le coperte, non usciva più. La morte
la solleticava sotto le ascelle e lei sorrideva,
perché non aveva la forza di ridere. La
stufa di mattoni, accesa, non mandava calore.
La madre del bambino mi raccontava l'amore di
un cassiere di banca che le scriveva ogni quindici
giorni. Si vantava di quell'amore, e pure d'essere
al mondo si vantava. Aveva una voce rauca, da
maschio; gli occhi, così chiari, che un
po' c'erano, un po' non c'erano più. Indossava
un cappottino sfessato e scarpe da battaglia.
Il marito era morto in una casa per malati di
polmoni, dove guardava il mare assieme al figlio:
tutti e due leggevano libri di avventure, senza
paura di respirargli in faccia la malattia. Arrivasti
dopo qualche minuto, madre di sei figli, indossavi
un soprabito scuro, eri un quintale a buon peso,
come il giorno prima. Nel cesso di casa tua dovevi
stare con le braccia conserte, senò non
ci entravi. Maria uscì a comprare il caffè,
e appena sentisti sbattere la porta mi spingesti
sul letto, vicino alla vecchia che odorava di
latte, mi pigliasti una mano e te la infilasti
nelle mutande. Trovai due ricci sotto le dita.
Le tue risate fecero ballare la casa. Ti conoscevo
da un mese: la prima cosa bionda della mia vita.
2
Il
viaggio nella città grande. Il passeggio
attorno alla basilica di San Paolo. Mi sentii
chiamare: - Ué! - Mi girai e vidi spuntare,
da un vespasiano, la testa di Peppe Antinori,
del reparto tranquilli del Don Uva, che aveva
recitato, in borghese, una sera di teatro tristissima
- niente è più triste di una folla
di matti travestiti - la formazione dell'Inter
del 1965. Ma Peppe era in borghese. Quella sera
Giovanni mi chiese di cantare, e io cantai "Int
a lu piett toie so doie fundan, una ca mena acqua
e l'ata vin, biat chi gn' bev a la digiuna...".
All'ex abate ridevano gli occhi, e tu, che non
hai mai cantato in vita tua, perché la
tua bocca si mangiava le canzoni cum a sòrec',
stavi lì, tranquilla, tanto, la mia lingua
non si sarebbe consumata né si sarebbe
scottata nella tua fessa, anche se questo pensiero
ti piaceva. Giovanni doveva accompagnare un'amica
nel posto dove batteva, aveva perso l'autobus,
e Giovanni ci chiese di fargli compagnia. La donna
era piccola, la faccia vecchia, un sorriso che
voleva essere malizioso, fumava con i gesti di
una ragazzina svampita. Per tutto il tragitto
fece una corte spassosa all'autista: - 'A Giovà!
Lo sai che mi chiamano Boccadoro? - ; il povero
Giovanni si girava a guardarci, e sorrideva, timido
come un bambino. L'amica gli metteva le mani in
mezzo alle gambe, e subito le toglieva, e rideva.
Una volta a destinazione, ti chiese se le prestavi
le mammelle, per una sera, e tu facesti il gesto
di appiccicargliele. Il giorno dopo, in giro,
con i ragazzi di Santa Maria della Pietà.
I gelati, i litigi per chi doveva tenerti sottobraccio.
Facevano a turno. Angela ci diede il letto grande.
Preparasti la pasta di casa, ma la farina non
era quella giusta. La porta del bagno era spalancata,
là dentro c'erano madre e figlio, con il
cane. Angela lo teneva fermo e Emanuele, il figlio,
gli strappava le zecche. La madre gli aveva dato
cinquemila lire per portarlo al diurno, ma lui,
quei soldi li aveva spesi per bucarsi. Il figlio
era bellissimo, ricordi? Non ricordi niente. È
quell'idiota del Padreterno che tiene a mente
il debito della creazione. Non se lo scorda mai.
Angela non ce la faceva ad apparecchiare anche
per la morte. Lo disse al figlio, mentre eravamo
a tavola. Ora toglievano le zecche al cane. La
madre, in ginocchio. Il cane se ne stava tranquillo.
Emanuele maneggiava un paio di forbicette. Dal
letto, sentivamo i loro bisbigli. Fu in quella
casa che mi rubasti l'anello.
3
Il
Padreterno passeggiava alla brezza del tempo.
Le
abbiamo consolate con il tuo culo, quelle stanze,
con il tuo culo di moscatella.
Quella
mattina me ne stavo seduto sulla sponda del letto,
e tu, in sottana, riprendevi il filo delle meraviglie.
Sentii
un tuono, così forte, che il culo ti rimbalzò.
Lo
avevi fatto per me, te lo chiedevo da una vita.
Ogni volta mi rispondevi che quell'onore poteva
averlo solo Cristo.
I
lenzuoli tremarono, e io pure, e l'angelo custode
si morse la lingua per lo spavento.
Tenevi
in bocca la risata della Madonna Del Vino Leggero.
Eri
una statua bianca in mezzo al letto.
Tu,
che hai trascinato la memoria di Dio in un mambo.
4
Quella
sera puzzavo di sambuca al caffè. La storia
è questa. La mattina telefonai al sostituto
procuratore, avevo sentito dire che mi considerava
"un grande poeta" e ne approfittavo
per chiedergli un favore: un ragazzo che conoscevo,
una famiglia di sette persone, aveva ricevuto
un avviso di sfratto. Aveva bisogno di un rinvio
per trovare un'altra sistemazione. Il sostituto
rispose, fremente, che mi aspettava. Abitava all'ultimo
piano di un palazzo costruito sulle antiche latrine.
Mi accorsi, dopo averlo guardato negli occhi,
che non avrebbe mosso un dito. Il sostituto aveva
una espressione estatica, se ne fotteva della
mia richiesta, aveva il poeta in casa. Prese il
suo ultimo manoscritto, un romanzo, e cominciò
a leggere, con la circospezione di uno scavafossi.
Cominciai a bere: sambuca al caffè. Di
tanto in tanto gli chiedevo di versarmi un altro
bicchierino e il sostituto, interrompendosi, ogni
volta, con orrenda lietezza, me lo versava. Dopo
neanche mezz'ora, avevo ingoiato una decina di
sambuche e stavo morbido come un assassino eletto
assassino dagli angeli, rivestito dalle loro mani
che mi sfioravano con angelica malizia il cazzo,
dolce cazzo di assassino di sostituti che scrivono
romanzi. Il mio ospite era arrivato a pagina 43
e capii che se avessi bevuto un altro bicchierino
lo avrei ammazzato con un rutto paradisiaco. In
quel momento si aprì la porta e comparvero
la moglie e la figlia. La moglie mi sorrise, luminosa
di gratitudine. La figlia era bella e aveva qualcosa
di fraterno. Ma io, ripieno di spirito santo,
avrei parlato tutte le lingue, anche quella, gentile,
del loro buco del culo. Stavo per farlo, quando
suonò il citofono. Mi cercavano. Salutai
la casa, feci la prima rampa con le spalle al
muro, lentamente, mentre madre e figlia, sulla
soglia, mi chiedevano di tornare a trovarli. I
tre compagni amati, flic, floc, e naso cacato,
mi portarono in una casa, a Santa Lucia, dove
si festeggiava una prima comunione. Stavano ballando
e ballavi anche tu. La padrona di casa aveva un
debole per me, si sarebbe messa i nastrini alla
fica se avesse avuto una qualche fantasia d'amore.
Era festa e mi offrì un amaro. Nell'altra
stanza ballavano un lento. Appena mi hai sentito,
ti sei inventata una storta al piede, non hai
aspettato la fine della musica, sei venuta in
cucina, più bella della tribù di
Giosué imparentata a Treccùl, al
libro delle Ore e alla Consolazione du Cazz. Mi
scolai il bicchierino e finii per terra come un
palo spaccato da un fulmine.
5
Venne
agosto. Quella sera davano un film con Randolph
Scott.
Piano
piano te lo sei tirato all'aria e hai cominciato
a pazziarlo.
Li
Dir toie èren cinch Vocche (Le tue dita
erano cinque bocche).
Scazzaprocchie
era na Voccadora (Schiacciapidocchi era una Boccadoro).
Deccapiatt,
nu Sfamatòn (Leccapiatti, non si saziava
mai).
Chiù
Dongh d Tutt s strafuàva (Il Più
Lungo di Tutti, si strafocava).
Dir
d'Aniedd arreseriava (Il Dito d'Anello, non lasciava
neanche le molliche).
Pripirill,
L'Affacc du Cul Toie (Piripirillo, l'Affaccio
del Culo Tuo).
-
Vieneténn, Rocchì! Vien'ténn
bbell! Vien! Vien! Vien! -
Sembrava
che mi fossi pisciato sotto e ti mettesti a ridere.
Sei
sparita, e quando sei tornata, dopo neanche un
minuto, mi hai messo in faccia le tue mutandelle.
Volevi
che facessi lo stesso gioco con te.
Siccome
eri avvampata, ti bastò afferrarmi una
mano, insaccarla là in mezzo e farti due
strusciate a gloria di Cristo.
6
Mo',
prima di mo', Rocchino Rocchetto creò l'Argiàn,
Pisciscco Pisciscchello, Dolce Torneso, Carrino
Amabile, Sciosciacul e Scotela Menn, Zitariello
Scchitto, ca fa bballà li Sciangar e corr
all'andrer li Cecar. Fratello Pisciscco t servès
a paà Ginecologi, Astrologi, la Putéa,
lu Scarpar, lu Chianghiér, lu Mbrellar,
lu Candator du Cazz, ca t va ngul cum a na mazza,
a ti, mammeta e tutta la rrazza, Uno per Uno Tre,
Doie Pall e nu Rre, a chi Alluzza e a chi Allazza.
T' devast li debb't ch lu Pasticcier, lu Trainier,
lu Furnar, paàst, che in lingua streusa
è pagasti na Fattura a Mmort, n'ata a Mal
d Panza, n'ata a Cul ca Vruscia pur la Nott d
Natal. Nu n'avìa maie vist tanda sold!
Er'n na miseria, Cazz Bbell ca t'abballa mbiett.
Rosa mai Mistica, prega per noi.
Non
fu in Principio, ma Rocchino Rocchetto creò
Pisciscco Piscischello, Dolce Tornese, Carrino
Amabile, che faceva vento al tuo Culo e alle tue
Mammelle, Fidanzatello Sincero, Senza Peli Sulla
Lingua, che fa ballare gli Sciancati e correre
all'Indietro i Cecati. Fratello Pisciscco ti servì
per pagare Ginecologi, Astrologi, la Bottega,
il Calzolaio, il Macellaio, l'Aggiustaombrelli,
il Cantatore del Cazzo, che ti va in Culo come
una mazza, a te, la tua signora madre e a tutta
la razza, Uno per Uno, Tre, Due palle e un Re,
a chi Alluzza e a chi Allazza. Pagasti i debiti
al Pasticciere, al Trainiere, al Fornaio, e quelli
di una Fattura a Morte, di un'altra, a Male di
Pancia, una a Culo che Brucia pure la notte di
Natale. Non avevi mai visto tanti soldi, ma erano
una miseria, Cazzo Bello che ti ballava in petto.
Rosa mai mistica, prega per noi.
7
L'ultima
volta che mi hai rivolto la parola è stato
per dirmi: "Deficiente!" Me l'hai detto
con la bocca e con l'azzurro degli occhi; con
i denti da lupa sfamata e con il capezzolo sinistro;
il destro dormiva, bello come cristo deposto dalla
croce. Eri così bella, così piena
di disprezzo che mi sono sentito ferire a morte,
anche se da mesi non ti cercavo più. Eri
incinta, la tua pancia aveva qualcosa di regale,
e quel "Deficiente!", pronunciato in
mezzo alla gente, senza gridare, si stagliava,
nitido come la fessa di Sherazade: di una donna
incinta non si può nominare la fessa, non
potevo dire "nitido come la tua fessa",
perché pure i bambini evitano di nominare
la fessa delle donne prene. Mi hai fissato, per
un momento, e quando hai visto che sorridevo,
il sorriso demente di un estraneo (perché,
poi, sorridevo in quel modo?) mi hai tagliato
in due, mi hai scorticato la pelle con un'occhiata.
"Deficiente!" Non scorderò mai
la tua bellezza, in quel momento, perché,
se il mio sorriso era demente, i miei occhi non
m'ingannavano.
8
Che
vogliamo di più?
La
Morte si merita la bellezza Sua.
Alla
stazione di Pietragalla
cercavamo
un nascondiglio
e
a Cristo lo chiedevi, che stava in cielo e ci
vedeva meglio.
Prima
di allargare le gambe - Che fai, Padraté,
guardi?
e
guarda, guarda! che non si paga niente! -
Ti
accostavo le mammelle
e
là passeggiava il mio Vaievieni.
Aprivi
gli occhi e ti ridevano le orecchie.
E
cantavi:
-
U Paravis è sazzie e Ddìe è
diggiùn! -
Il
Paradiso è sazio e Dio è digiuno!
-
Stanotte
passerà Billie Holiday bambina. Sotto la
mia finestra.
9
Quando
ti facevo incazzare, ti mettevi davanti allo specchio,
pensavi di farti brutta per dispetto, ma, alla
fine, ti arricciavi i capelli e i peli di sotto,
per me.
10
Gn'era
la Fedda da Scesa, a Prima Matina.
C'era
il Pane inzuppato, a Prima Mattina.
Na
Nfurnara d' Rucchel cu d'Oglie, prima d' l'Ang'l.
Un'Infornata
di Pasta Cresciuta e Olio, prima dell'Angelus.
Nu
Ngravugliamènd, a Sol Spas.
Un
Boccone visto e non visto, a Sole Aperto.
Nu
Mozzech, a la Condrora.
Una
Ricreata di Lingua, alla Controra.
Sia
Fatta l'Ammugliàra d Pel, a lu Vespr.
Sia
Fatto Scuro nei tuoi Peli, prima del Vespro.
Laurat
lu Cuor d Ddìe int a la Cioffa,
Sia
lodato il Cuore di Dio nella Cioffa,
11
T'
piascìa fòtt e sfòtt
Ti
piaceva fottere e sfottere
Sfuttìa
li campan d' la chiesa
Sfottevi
le campane della chiesa
li
bacil addù s' davaven li mort
i
bacili dove i morti si sciacquavano la faccia
gli
dicevi di asciugarsela con le tue mammelle
Sfuttìa
li marruche, d'ogn ncarnat
li
prev'r fatt curnut da Crist
sfottevi
le marruche, le unghie incarnate
i
preti fatti cornuti da Cristo
Biat
a mì, ca t'agg truvar' p' nnant
biat
a mì, ca t'agg acchiar' da ndret
m'accuscettava
int
na resare toia spersa
Beato
a me, che ti ho trovata davanti
beato
a me, che ti ho trovata da dietro.
12
Pur
a lu circh equestr somm stat
Pure
al circo equestre siamo stati
amm
vist li pagliacc'
abbiamo
visto i pagliacci
ma
sol l'amor t' facìa rrir
ma
niente ti faceva ridere come l'amore in mezzo
alle gambe
e
li p'nzier d'amor
e
i pensieri d'amore
candar
da u cul toie
cantati
dal tuo culo
Si
remasta cu sfil ca t' lu vulìa accar'zzà
mmocca
Sei
rimasta col desiderio che te lo volevi carezzare
in bocca
-
Tand, nu piezz d carn è! -
-
Tanto, è solo un pezzo di carne -
M'
l'haie ditt' sova u tren, l'utema vota
Me
lo dicesti sul treno, l'ultima volta
-
Turnamm int a quedda casa, Rocchì!
-
Torniamo in quella casa, Rocchì!
giàmmena
a cunzulà cum vol Ddie -
andiamo
a consolarci come vuole Dio -
13
Gn'era
na stanza ca puzzava d' pisc' (c'era una tana
che puzzava di piscio). Quando bussavi tu, diventava
un giardino di Babilonia. Una volta cacciasti
il paracazzo e me lo infilasti con gli occhi chiusi.
Ti rideva la lingua in un modo che la terra se
la sogna di notte.
Tu
er' capac d' fa li ricc' ngul a Sammechel Arcangel.
Eri
capace di fare i ricci in culo a San Michele Arcangelo.
14
Eravamo
tornati nella città grande, e tu, nell'autobus,
recitasti la parte della puttana che incontra
il suo vecchio magnaccia, così, per caso.
Il magnaccia ero io. A voce alta raccontavi la
nostalgia di quegli anni, le marchette che avevi
fatto per me, le incomprensioni, l'invidia della
terra e dei bordelli del cielo. Ti veniva, di
getto, un romanesco da favola. E io rispondevo,
con lo stesso sentimento, davanti a passeggeri
intronati dalla tua maestà di troia. Ero
una spalla, che pure Totò, da morto, se
la scorda. Confidasti, all'autista, che avresti
dato l'anima per tornare con me, e che, con le
marchette di un anno, ci saremmo fatti una bella
casa. Poi passammo ai ricordi d'amore spensierati.
Questo, fino al capolinea.
15
Il
giorno appresso, vicino alla stazione, improvvisasti
la parte della zoccola sgargiante, per lo spasso
mio e del Padreterno. Io stavo sull'altro marciapiede,
questo era il gioco, e guardavo il tuo culo, così
arioso, che sulla bilancia di San Michele Arcangelo
pesava meno del quaderno di un bambino. Ti venne
appresso uno della campagna, una faccia di condannato
a morte, con una fame arretrata di almeno tredici
generazioni. Siccome il tuo passo era due volte
il suo, quel disgraziato si asciugava il sudore
con un fazzoletto largo, che ci potevano entrare
ventiquattro uova. Quando ti sei girata e lo hai
guardato dritto negli occhi, con il petto che
ti fioriva al minuto secondo e gli faceva ballare
i denti uno a uno, quel carcerato in licenza,
che ti aveva visto solo da dietro, si fece giallo
come un topo in bocca alla gatta. Gli chiedesti,
a bruciacazzo: - Con guanto o senza? - , e la
tua voce era quella di una che non caca in latino!
Il compariello vide il suo pesce stampato nella
roccia e implorava la grazia all'anima dei morti,
aveva l'affanno, gli si era rivoltata la lingua,
mentre tu, con la fessa che ti rideva in bocca,
gli illustravi le tariffe nazionali. Il cristiano
era fatto a colore di piscio, gli saltavano i
bottoni dai pantaloni e contava, con la mano sinistra,
gli anni che si sarebbe fatto in purgatorio. A
quel punto, siccome ti dispiaceva, chè
non lo avresti mai accontentato, sei corsa da
me, rossa di vergogna, un po' scombinata per quel
teatro santo.
16
T'
cacav sott' l'amor
ti
cacavi l'amore addosso
cum
li piccininn s cacaven d'uocchie
sopa
nu pan e oglie
come
le creature si cacavano gli occhi
sopra
il pane e olio
T'
lu strusciav sov la Fessa e candav - Mo m la pitta!
-
Te
lo strusciavi sopra la Fessa e cantavi - Ora me
la pitto! -
Te
lu custurìa, int, e lu stess t'ascìa
l'anema
Te
lo custodivi dentro, ma lo stesso ti usciva l'anima.
-
M' la strevela, m' la pitta, m' la strevela n'ata
nzengh! -
-
Me la struscio, me la pitto, me la strofino un
altro poco! -
Finché
non sentivi che ti bagnava il cuore.
E
Ddìe vulìa ess na zevela sova li
ccarn toie.
E
Dio voleva essere uno straccio sopra le carni
tue.
T
l'appuggiàv mezz a li mmenn
e
ddà m lu cungepìa bon e meglie.
Te
lo infilavo nelle mammelle
e
me lo torturavi a pepe e sale.
Quedda
vota spantàie d cundandezza,
chiangenn
cum
a Ddie, ca finallmend s'addorm
Quella
volta mi spaventai di contentezza,
piangendo
come
Dio, che finalmente cala a sonno.
Non
ti ho mai vista stanca, dentro un letto.
17
Er'
chiù bbella d' na sccherda' d sol
Nammurata
du cul toie.
Eri
più bella di una sfera di sole
Innamorata
del tuo culo.
18
A
tuo fratello si era storta la bocca, non muoveva
più il braccio sinistro e non cacava. Ci
voleva la mano di Dio per fargli uscire un tuono
da dietro. Tu eri una maestra di culi musicanti,
gli cantavi le corne sue, quelle dei Santi in
cielo, e della Maronna Nzallanura, finché
tuo fratello non scoppiava a ridere. E ridendo
ridendo, gli scappava un tuono. Una mattina mi
hai stordito le orecchie al telefono: - Rocchì!
ha cacat'! ha cacat'! Una cosa da Re! Dovevi vedere
quanto era bello! Ho preso il secchio e l'ho portato
a vedere a tutta la palazzina! - Guardate che
bellezza che ha cacato mio fratello! - . Una sera,
erano andate a trovarlo le pecorelle della Chiesa
Avventista e gli leggevano i salmi. E là
dove sta scritto - Il Signore è mio scudo
e mia roccia - , tuo fratello alzò una
chiappa e cacciò un tuono di sinistro.
Gli ospiti sbiancarono, mentre tu dicevi, rivolta
al tuonatore, - Carn, cumbà! - che vuol
dire - Salute! - La lettura riprese, ancora più
solenne. Ma là, dove il Signore viene chiamato
"vincastro, fondamenta del cuore", tuo
fratello sollevò l'altra chiappa e intonò
la propria salvezza di destro. Pure il Libro dei
Libri sobbalzò. Scoppiasti a ridere. I
fratelli nella fede non capivano, ma sapevano
che Dio perdona sempre, e che intende pure le
orazioni del culo.
19
Quella
mattina sei salita sul letto dove dormiva il fratello
cantatore, qualche giorno prima che se andasse
nel liquore del paradiso, ti sei alzata la gonna
e gli hai sparato "nu cusccon nganna",
che sarebbe a dire "una cannonata in bocca".
Per poco non lo soffocavi! Per chi non lo avesse
capito, era una cannonata del tuo culo.
Biat
chi t l'ha mis a terza vota!
Beato
chi te lo ha affondato la terza volta!
Ti
chiamarono perché cacciava sangue da sopra
e da sotto, e lui rideva, scomunicato dall'acqua
in eterno. Ti pisciò sopra le mani. C'erano
da cambiare il materasso, i lenzuoli. Tirasti
fuori una camicia pulita, le mutande. Non sapevi
più dove pizzicarlo. Non aveva più
pancia né culo, né carne in faccia.
Quando moriva un parente, le ragazze si tingevano
le gonne, le camicie, le calze. Gettavano tutto
in una conca. Eri l'unica bionda a baciare i morti.
Vicino a te, stava di casa Ninetta, sempre a lutto,
sempre tra sonno e veglia, come tutte le donne
povere invecchiate a vent'anni. Non aveva segreti
se non quello di aver assaggiato i confetti messi
attorno al figlio morto. Un giorno te la sei portata
in un tango, che lo vedremo nei cinema del Padreterno.
Un altro giorno le hai insegnato "la tabellina
du cazz", e lei ripeteva appresso a te: -
Un per un, la dagg a chi m' la cuna. Due per uno,
tre, na palla e doie Rre. Due per due, quatt,
fagn la scrima a sta Atta. Tre per tre, nov, sbatt'm
sti doie uov. Era tutta contenta e, quando la
imparò a campanello, glie la insegnò
al marito, che vendeva bicchieri, piatti, turaccioli
e boccacci su una bancarella, e che da giovanotto
sapeva l'arte di rendere infrangibile pure la
Fessa di Chi Gn'è Mmuort.
20
Quella
mattina avevi la febbre, ti faceva male la schiena.
Ti spostavi dal letto al balconcino, dal tavolo
alla porta, ti appoggiavi al tramezzo, scostavi
le sedie. Eri più sfastidiata di Cristo
dopo dieci mesi nella pancia della Madonna.
Era
bello farti vincere a carte. Quella volta mi pigliasti
a ballare. Davanti ai tuoi figli. Alla radio c'era
una samba; ma ero teso come una mazza di scopa,
e ti facevo ridere; ti sei messa a ballare per
conto tuo. Stavo di spalle alla credenza, incantato.
Ero uno scemo a ballare. E tu avresti insegnato
la samba a Sarachèdda, che teneva le cipolle
ai piedi da quando era nato e che la domenica
cantava: - Olio, olio, olio minerale, per vincere
il Potenza, ci vuol la Nazionale! -. Il cinema
non ti piaceva. Troppo lungo come incantamento.
Non hai mai letto un libro in vita tua, dacché
sei comparsa sulla terra hai scritto due lettere
e basta, ed erano d'amore. Me le hai mandate con
uno con la faccia da ex pugile, felice di farti
da servo. I conti te li facevano i figli o ti
fidavi.
Al
cinema siamo andati solo una volta, in una città
lontana, ed era un film così triste che
ti chiesi di sparargli in faccia uno dei tuoi
tuoni a tric trac. Ma il tuo culo non andava a
comando.
Figlia
dei Puparul Cruscch e dei Valzer a Ciauredda
Figlia
dei Peperoni Croccanti e dei Valzer con Baccalà
e Cipolla
21
In
quella foto avevi otto anni, stavi in mezzo a
parenti denutriti, figli e cognati della Sfasulatezza,
nipoti del Panecotto, cugini della Rumba e del
Buchibù. In un'altra, tenevi un paralume
in testa. Ti era sempre piaciuto ballare. Mi dicesti,
ridendo, che ti divertivi a sentire il cazzo dei
giovanotti sulla pancia. Con lo stesso tono mi
raccontavi che, per il primo figlio, ballavi sopra
il letto, gli ultimi giorni, e non sapevi da dove
sarebbe uscito. Ti piaceva ballare con tuo marito,
che ti portava come una piuma. Mi facesti vedere
le foto del matrimonio. Avevi diciassette anni
e, più o meno da tanto tempo eri bionda.
Mi chiamasti in casa di tua madre, trovai la porta
aperta, dopo una corsa sulle scale e sul ballatoio.
Mi portasti a vedere tuo padre, che rideva, come
un bambino, dentro il letto. Sulla spalliera c'era
un ritratto di tua madre e tuo padre, qualche
anno dopo sposati. Tua madre aveva una faccia
da donna povera rimasta anni in posa per uno scatto.
Mi offristi un bicchierino di marsala e, mentre
lo sorseggiavo, tuo padre scoreggiò. Mettesti
un disco e mi portasti in un ballo che i morti
se lo giocano con gli stramuorti. Tuo padre camminava
con il bastone, era pieno di frungoli, bue, pustole.
Usciva di casa vestito a festa, cravatta americana
e il panama in testa. Da giovane aveva fatto l'Arracamuort.
Era biondo sciapito, liquore di mattina, vermouth
a mezzogiorno e vino la sera. Prelevava camicie,
scarpe, giacchette nuove di zecca a cadaveri galanti.
Una volta che doveva fare una bella figura a uno
sposalizio, sfilò un paio di scarpine,
che erano una finezza, a un avvocato di valore.
Nessuno era garbato, con i morti, come lui; nessuno
li faceva sentire così a proprio agio nell'eternità.
Si presentò in casa con quelle scarpine
ai piedi e mise, sul grammofono, un mambo. Gli
ultimi giorni se ne stava su una vecchia poltrona,
rannicchiato, le gambe sulla sedia, una coperta
addosso e la papalina in testa. Si era fatto crescere
due baffi alla Chimmenefreca, beveva di nascosto,
mandava tua sorella a comprare tre quarti e una
gassosa, si nascondeva la bottiglia sotto il letto.
Raccontò che per avere una licenza, da
militare, diceva, ogni sera, due rosari di quindici
misteri l'uno, assieme alla superiora dell'ospedale
di Udine. Benedetti i viaggi nella tua lingua,
amen.
22
Mi
guardavi, tra una pazzièlla e l'altra,
mentre dormivo, e pregavi Cristo di farmi svegliare,
perché non tenevi il coraggio di guastarmi
il sonno. Volevi giocare un altro poco. Te lo
volevi strofinare sul cuore.
Il
Padreterno si accorgeva di stare al mondo, quando
ridevi.
Resuscitavi
i balconi della città, le canzoni sccattate
ncuorp(crepate in corpo), le finestre, le mani
attisicate dei Santi che vicino a te non si mettevano
sccuorno e sentivano piacere a grattarsi il culo;
alzavi i letti e mettevi tavola per venti; ma
una volta piangesti, sembravi una vedova di vent'anni,
a vedermi che mi ero carusato a zero e parevo
un altro; per poco non ti pigliava la occia per
la tristezza e volevi pisciarmi sulla testa per
farmeli crescere avietta avietta (subito).
Tutto
volevi spartire con me, ma non il sonno. Una volta
ti mettesti sopra il letto, inginocchiata, piegata
in avanti e con il culo a poppa, e siccome io
ti guardavo, come lo scemo dei racconti degli
scemi, mi raccontasti la bugìa che ti piaceva
dormire in quella posizione, da bambina. Non avevo
capito che volevi assaggiarlo da dietro. Perdonami,
mo p' ttann. E quando sussurrasti, dopo che ti
eri tenuta la mia lingua tra le gambe per una
nottata (per poco non mi strozzavi):
-
Rocchì, m'haie fatt veré u Paravis!
-
-
Rocchì, mi hai fatto vedere il Paradiso!
-
23
L'altro
giorno. Erano anni che non ti vedevo. Stavi assieme
a tua figlia grande; ti guardavo e non ti conoscevo.
Quando sei passata, qualcuno mi ha detto: - Era
Lucia - .
Un
altro viaggio. Il tuo culo ardeva di desideri
semplici come Dio. Santa Madre dei Treni, salvami.
La recita era la stessa, fingevano di essere estranei.
Dopo un paio di stazioni, cominciava la conversazione.
Verso Battipaglia scoprivamo d'essere parenti
alla lontana. Dopo Salerno ti sedevi sulle mie
gambe. E i signori presenti sembravano cicorie
spigate nel loro rimbambimento. Era novembre.
Avresti imparato, in due giorni, sottodialetti
del Katanga.
Il
sale dei tuoi occhi.
La
stazione di Acerenza. Avevi spalancato le gambe
e ridevi, con gli occhi chiusi. Il sole che ci
veniva appresso come un cagnolino. Dopo la festa
della tua fessa, andai a bussare dalla moglie
del capostazione e le chiesi, con una faccia di
cazzo dolce dolce, se ci faceva una frittata.
Non ci portavamo mai niente da mangiare. Eravamo
senza carta d'identità, senza una lira,
senza bagagli. Mi rubavi, ogni volta, il fazzoletto,
con la scusa che me lo restituivi lavato. Quella
donna mi guardò brutto, perché uno
che bussa a una porta per una frittata, o è
uscito da sottoterra o è pazzo. Quando
mi vedesti tornare senza niente, ti mettesti a
ridere:
-
I'e, u buccon mìe, lu tengh stepar. -
-
Io, il boccone mio, lo tengo conservato. -
Facesti
segno a quello che tenevo in mezzo alle gambe.
Bussai
a una masseria. La ragazza non fiatò, sparì
e dopo un minutò si presentò che
aveva in mano due uova. Tenevi una spilla da balia
e ti feci vedere come li bucava mia madre.
24
Te
lo dicevo, che avresti pisciato sul mio nome.
E così hai fatto. Perché una donna
racconta la sua allegria finché è
allegra, non sopporta di ricordare. Ne abbiamo
fatte di fesserie.
25
Quei
giorni il mio verzellino era avvilito. Me l'ero
scordato int a u canz di rucchel, (nella sacchetta
dei morti). Tu lo avevi chiamato per nome, lo
avevi battezzato con il sale della tua lingua,
te l'eri cresciuto in mezzo alle mammelle, e quando
gli veniva la malinconia, gli toglievi la fascinatura
con le mani. Non ci vedevamo da un mese e sei
comparsa nel vicolo, piena di ricci, con la Fessa
che scoppiava di salute e gli occhi che schiumavano
luce. - Aviett aviett! - (- presto! presto! -).
Ca era arsa nganna. (perché eri una vampa).
Alla fine, quando dovevo lasciarti, mi hai tirato
con le unghie perché volevi salutarlo un'altra
volta, a modo tuo; se lo meritava, visto che era
più accreanzato del suo padrone. Te lo
sei preso in mano e te lo sei arracioppolato torno
torno, così, in piedi, come ti trovavi.
Ridevi.
-
Chi frà dosc d cuor, ca tien! chi frà
dosc! -
-
Che fratello di cuore, che tieni! che fratello
dolce! -
26
Ti
piaceva muzzecàrl con le labbra di sotto.
A
te la mano svelta, tra le gambe.
In
principio fu la tua bocca, che assolve i peccati
di Dio.
Un
operaio che soffriva d'asma, mi supplicava, ogni
tanto, di mostrargli una manciata dei tuoi peli.
27
L'ex
pugile ci prestò lo scantinato. Si mise
a fare la guardia. Avevi la febbre da tre giorni.
C'era una sedia e facemmo una prova: tu, seduta
e io in mezzo alle tue gambe. Ti sbottonai la
camicetta. Eri una ragazzina che si era preparata
in storia e gli facevo domande di geografia, ma
era contenta lo stesso. Le tue mammelle scottavano.
Tenevi la bocca quieta quieta. Ci venne da ridere
e ci scambiammo il posto. Io, seduto e tu sulle
mie gambe. Ci venne di nuovo da ridere. Ma, stavolta,
navigasti un po' con il tuo culo: eri proprio
la barca che disegnavo a scuola( quella con le
onde colorate sotto); l'avevo disegnata mille
volte - non sapevo disegnare altro. Alla fine,
per non farmi sentire solo, mi hai morsicato la
lingua.
28
Chiedemmo
a un prete se ci prestava la sacrestia per un'ora.
29
Mi
portasti da una donna che toglieva il mal d'amore;
raccontasti che ero un cugino sfortunato, innamorato
pazzo di una, con tanti peli sotto la pancia,
che ogni volta ci voleva la mano di Dio per trovare
la strada. Mi tenevi la testa tra le mammelle;
mentre quella recitava la litania di Santa Anna,
Santa Lena, Santa Maria Matalena, ti accarezzavo
il culo.
30
Alla
stazione di Ripa D'api, gettasti le mutandine
sopra una spina e ti mettesti a cantare:
-
Padratè! pur tu si ciccill a n'uocchie?
-
Padratè!
pure tu tieni un occhio capriccioso?
-
Ma hai voglia a tenè a mmend stort!
Ma
è inutile che guardi storto!
-
T' vrucia qualcosa? -
Ti
brucia qualcosa?
-
T' piac sta cosa p'losa? -
Ti
piace questa cosa pelosa?
-
Benerett scem!
Benedetto
scemo!
-
Tu stess l'haie cungertara na b'llezza. -
Tu
stesso l'hai concertata una bellezza!
-
L'haia tené a mmend, senza puterla tuccà.
-
Devi
tenerla a mente, senza neanche poterla toccare!
Come
ti compiatisco ! -
31
Quella
mattina uscisti in pantaloni, e, come mi hai visto:
- Sto bene? - Avevi gli occhi pieni di speranza.
Sei corsa a cambiarti, dopo un momento, e sei
tornata con una gonna verde. - E adesso? - Eri
una ragazzina al primo amore... Vedi chi parla!
32
Ieri
notte mi sei venuta in sogno, più lieve
degli scrupoli di Dio. Camminavi davanti a me,
sotto le Scale Rossano. Ti sei girata a guardarmi
e mi hai sorriso come si può sorridere
a un cieco.
33
La
donna col marito in galera ci prestò la
soffitta. La branda con la rete smagliata e il
fosso, in mezzo. Finivamo sempre là dentro.
Mi venivi sopra. Le tue mammelle mi riempivano
il cuore. In quella casa non c'era mai niente
da mangiare, niente da bere, neanche acqua. Dacché
il Padreterno aveva creato i propri occhi non
si era mai vista una stanza talmente zeppa di
cose inutili, bottiglie vuote, bicchieri senza
neanche un dito di olio, di salsa, neanche un
uovo, un pezzo di sapone, di pane duro, un mazzetto
di origano. Ma c'era il tuo culo Iesubuono nelle
mani di un bambino. Facevi tremare i muri, le
fondamenta di cristallo della Madonna, l'infelicità
del mare.
34
Quando
Dio creò l'acqua, la tua lingua scorreva
già come un lunghissimo sogno
La
tua lingua, fatta per spaccare la testa a un toro.
Mi
facevano ridere i tuoi slip, popolo mio.
35
Avevo
trecento lire. Mi ricordai di un frate che aveva
fatto il noviziato con mio fratello. Sarebbe stato
lui a pagarci il letto. Gli avremmo fatto guadagnare
un po' di paradiso. Mi dava alla testa il pensiero
del frate filosofo cantore, padreo putativo delle
nostre Incatenazioni, cugino dei nostri Arravuogliamèndi.
Emanuele, frate minore, del sott'Ordine degli
Osservanti, professore di teosofia, teofanìa,
malvasìa del cuore di Dio. Cinquemila lire
bastavano, tre per l'albergo e due per un boccone.
Il cielo era di piombo. Tornammo alla vecchia
pensione. Quella stanza era un uovo covato dall'Agnello.
Ci divorammo subito, pazzi e tranquilli.
36
Alla
stazione di Cancellara ti facesti un'altra chiacchiera
con il Padreterno:
-
Ammuscia l'auciedd, Padratè! ca sta cosa
qua s ver e nu ns tocca -
Non
farti il sangue acido, Padratè! perché
questa cosa si vede e non si tocca!
Per
farci vedere che non si era offeso, il Padreternoci
mandò una siepe grossa sette volte il tuo
culo. La tua bocca ingravidava il silenzio. Una
volta in piedi, ti girasti dalla parte del sole
e gli facesti vedere l'Arrecreata. Il tuo culo,
coppola della mia anima. Le tue mammelle, sugna
dolce dove affondava l'estate, e conservava il
suo antico sapore, la Morte.
37
La
stazione di Irsina, un regno dei morti dorato
dal sole. Con le carte della poesia ti saresti
pulita il culo teneramente. Tenevi in testa i
pidocchi dell'amore. Il cielo stava nelle nuvole,
come un bambino svogliato. La corriera saliva
morbida. Un telone di pannocchie blu, viola, gialle,
e i grani duri come perle, davanti alla cappella
della Madonna. Una donna apparecchiava l'altare.
Facesti un giuramento d'amore davanti a un Cristo
torturato. Ti risposi, sorridendo, che avresti
pisciato sul mio nome. Il vecchio custode, così
vecchio che voleva essere una rosa selvatica per
essere mangiato da una capra -, ci raccontò
come là dentro avevano rubato tutto, pure
le cose dipinte sui muri. Lui parlava e io giocavo
con le tue chiappe per riscaldare l'eternità.
38
-
Vien, Rocchì. Allisciammella cu stu Pass
e Spass.
Appena
tras, cecar haia devendà.
Pegg
d Crist int la vendra d la Maronna.
Crist,
almen, acchias la via.
Tu,
l'haia perd -
-
Vieni, Rocchì. Una lisciata col tuo Passa
e Spassa.
Appena
entri, gli occhi ti devo cecare.
Peggio
di Cristo nella pancia della Vergine.
Cristo
trovò la via per uscire.
Tu
la devi perdere -
-
Cum si trasù bbell, amor mìe!
Staie
int ngasa e da fuor.
Si
assettar e t'arranz.
Chi
tavela ranna, t'agg apparecchiàra!
Gn
somm accucchiar, doie buccoie! -
Che
bussata dolce, amore mio!
Stai
in casa e fuori.
Stai
seduto alla tavola e ti affacci alla finestra.
Che
tavola grande ti ho apparecchiato!
Che
bella compagnia! due sfamatoni! -
-
Cum spassegg bbell, amor mìe!
Chi
mmaie agg fatt, p meretà st'ata crianza?
-
Che
bello spasseggio, amore mio!
Che
bene ho fatto per meritarmi questa creanza? -
-
Statt sòr na nzengh! statt sòr!
sòr!
Piglia
requie nu mument! -
-
Dasciam piglià fiat -
Fammi
prendere fiato
Fermati
un momento
-
Cum sccama bbell, stu fra mìe!
Pigliet
n'atu buccòn!
Che
voce bella, fratello mio!
Non
ti alzare dalla tavola!
Pigliati
un altro boccone!
-
Chi bbellu cumblemend ca m'haie fatt!
Chi
bbellu cumblemend! -
39
Mi
aspettavi. Era notte. Tenevi addosso una vestaglia
sbiadita, una cosa che ti copriva appena. Avevi
la febbre. La tua lingua sapeva di sangue e la
tirasti indietro. Un po' ti vergognavi di quella
bocca impastata, tu, Madre della Lingua, Comare
di San giovanni del Palato e del Prurito degli
Angeli. Faceva freddo. Eri pallida pallida. Mi
passasti in faccia due centesimi d'oro della tua
Fessa. Bastavano. Il giorno appresso venisti all'appuntamento.
Eri truccata come una bambina. Pioveva, ti faceva
male la schiena. Si era sciolto l'ombretto. Mi
portavi la comunione della tua lingua. Eri così
calda, in mezzo alle gambe! Mi ricordai certe
febbri da bambino.
40
Un
altro viaggio, una città di mare, cacciasti
una camicia da notte nera con il pizzo. Volevi
farmi pazziare da dietro, ma neanche allora capii.
La mattina appresso, il lungomare. Le giostre.
Mancavano due ore per il treno. Le macchine a
scontro. Duecento lire ce l'avevo, per un paio
di giri, ma dicesti, con gli ochi abbassati, che
ti faceva male la pancia. In treno, vicino Eboli,
mi confessasti la verità: che avevi paura
di non entrarci, con il tuo culo. Le tue risate
toglievano le catene alla terra. Santa, santa,
santa la mattina, quando entrò l'esattore,
e tuo nonno Scarrozza, che faceva un po' d'acqua
nel secchio, dietro la tenda, gli disse - Belluomo!
tenete pazienza un momento, che sto contando i
soldi -. Invece, si contava i peli del cazzariello
suo, e tornava a contarli un'altra volta, perché
c'era sempre un pelo che gli scappava. E tua nonna
Cecuoria, che vedeva la scena, rideva come una
spostata. San Giovanni Scarrozza, Potenzese, dopo
venti secoli di santi annacquati, incipriati,
sciupati, tormentati dai topi del paradiso. Le
nostre valigie: dolci pezzenterie. Il primo bacio,
nell'ascensore. Eri così felice che ti
mettesti a fare capriole sul letto dell'amica,
che ti guardava.
41
Casa
tua era un buco. Neanche sul balconcino ci stavi
tutta. Ti venne a trovare tuo fratello, e, siccome
non si reggeva in piedi, si fece di culo tutte
le scale.
42
Le
Ferrovie Calabro Lucane andavano in Puglia. Alla
prima fermata mi comparivi dietro la porta a vetri,
con in mano un Bolero Film o Grand Hotel, per
darti un contegno. Tenevi il fotoromanzo aperto,
e un sorriso malizioso sulle labbra. Eri così
bella che mi scordavo pure che eri bionda. La
stazione di Cancellara, parente di secondo grado
del tuo Scuro Cataclisma. Una decina di operai,
mezzo spogliati e belli assai ci videro, da lontano,
e gli venne dal cuore di affondarlo nel solco
delle tue mammelle. Più lontano, gettasti
per aria le scarpine rosse, le calze, poggiasti
le mutandelle sopra un ramo e mi chiamasti nel
cuore spaccato delle tue gambe. Padrona du temb
bbell tra na maniata e l'ata (padrona del tempo
bello tra due pazzielle di mani). Il contadino
che saliva con il mulo, ci sfamò con un
pezzo di pane e un pomodoro. Cacciò pure
il vino. Sia benedetto il luogo dove caca. A Oppido
c'era la fiera. Ci diede un passaggio un signore
assai distinto. Aprii il discorso, per fargli
compagnia, finché tu non scoppiasti a ridere.
- È ssord! Rocchì! È ssord!
- , ti mettesti a gridare - Voglio farmi un bel
ragionamento! Scusate. Siete un Pringipe o un
Ricottaro? (scusate, siete un Principe o un Ricottaro?)
E quanda pél, tiene, in mezzo, vostra sorella
Ngallara? (e quanti peli tiene, in mezzo alle
gambe, Vostra Sorella del Cazzo?) E lo tenete
un aucieddo alande per strovegliare li ngiutur
du Cambesand? (lo tenete un uccello galante per
risvegliare i rimbambiti del Caposanto?) E la
sapete la Tabbellina du Cazz? Ora ve la nzegno
io: un per uno? strurammella a diggiun (lèccamela
a digiuno)... -. Il signore che stava alla guida
rispondeva di sì, con la testa, e, ogni
tanto, sorrideva, contento.
Il
ritorno, nella littorina. Macinavi sotto i denti
la malinconia della terra. Ti accarezzavo le gambe,
sotto la gonna, e ridevi.
43
Era
la fine di maggio. Faceva freddo e non nevicava
per la vergogna. Si festeggiava il santo di marmo,
d'argento, un disgraziato che dopo una decina
di secoli non aveva messo neanche un dito di carne.
La mattina c'erano stati i bambini vestiti con
pelle di pecora e con le mani e i polsi pieni
di oro. I portatori dei santi si erano fatti a
sottapera, il vino dei poveri; arrivati sul ponte
di Montereale, avevano visitato un'altra cantina
e avevano lasciato i santi all'aria, con le facce
rivolte da un'altra parte, per non fargli venire
il desiderio di farsi una bevuta pure loro. Mancava
la cassarmonica e il dormiveglia degli angeli
sopra i cavalli. Portavi una veste leggera, stavi
assieme ai tuoi figli. Ti rideva il culo, il capezzolo
destro e un riccio di sotto. Ricordi? Ci davamo
appuntamenti nei portoni, nelle scale del Catasto,
nei viali del manicomio, nel camposanto. Tu, meraviglia
della mia carne, uovo da succhiare sera e mattina.
M
l'addrezzav, t l'aggiustav cum piascìa
a tì, nu gn dascìa rècuia
finacché nu nt'allaàva l'anema.
Me
lo addrizzavi, te lo aggiustavi come piaceva a
te, non gli davi pace finché non ti allagava
l'anima.
44
La
prima volta fu nella casa di campagna dell'amico
imbianchino. T'infilasti di corsa dentro il letto,
vestita, e ti copristi la faccia con il lenzuolo.
Ti mordevi le labbra, tenevi in bocca una risata
fraterna, mi lasciavi andare sopra e sotto. Mi
sentii inzuppato fino al collo, il mio cuore sguazzava
nel mio seme ritrovato. Feci per scostarmi e mi
chiedesti di spingere un altro poco.
-
Mo t voglie chiù bben. -
-
Ora ti voglio più bene. -
45
Quel
giorno ero fatto a liquore, e non indovinavo a
mettere la chiave nella porta. Sentivo le tue
mammelle sopra la schiena, la tua fretta. Eri
l'odore del tempo. Mi ridevi sul collo.
Tengh
a mmend la spasa du piett toie e tu ca m stascìa
a cavadd.
Crist!
chi m so ppers, queddu giorn!
Chi
t si uaragnà!
U
cul toie era nu penzier d Crist a bompes.
Tengo
a mente la pasta delle tue mammelle e che mi stavi
a cavallo.
Che
mi sono perso, quel giorno!
Che
ti sei guadagnata!
Il
tuo culo era un pensiero della bocca a buon peso.
Il
giorno appresso hai abbassato gli occhi, ti sei
fatta rossa. Mi hai raccontato che ti eri fatta
stare nuova nuova.
46
Mi
chiamasti a ballare in casa di tua madre. Eri
sola. C'era il grammofono. Si gelava. Eri tu,
la piena di stanze.
47
Siamo
mai stati sotto la neve? Un amico ci accompagnò
fuori città, dov'era ancora bella, lontano.
Io e te giocavamo, e lui, sceso dall'auto, un
po' ci guardava, un po' stava sovrappensiero.
48
Fu
l'ultimo viaggio. Alla stazione m piglias la susta,
la tristezza di non essere una piazza allagata
dagli occhi di un bambino. Non ti volevo appresso.
E mi cercai un posto dove passare la notte. Mi
spogliai in una stanzetta bianca e mi rivestii
subito dopo per venirti a cercare. Stavi dove
ti avevo lasciato. Al portiere dell'albergo spiegai
che avevamo litigato, che ci serviva una stanza
grande. Noi poveri vogliamo sempre chiarire, chiediamo
sempre testimoni del nostro corpo. La tua pancia,
quella notte, era un pantano di sconsolatezza
e le tue mutandelle non mi facevano ridere. Mi
insegnasti un paio di giochi che avevi pensato
per quel viaggio e me ne andai in gloria in un
momento. Ti piaceva leccare il tempo dolce, pestare
la mia ipocondria nel tuo nero Pisasale. Volevo
prenderti a calci, salarti la Fessa con una nazione
di malinconia, quel giorno. Ed era il vino, che
non teneva cuore. Era quella città, che
aveva seppellito poeti e assassini con lo stesso
rancore. La tua paura era talmente buona che potevi
rimboccare il sangue a Cristo, senza fargli male.
Appena sveglio, mi infilai nelle tue lenzuola.
Mi abbracciasti con un sorriso di bambina. Hai
chiuso gli occhi, ti sei sollevata un poco per
farti tirare giù le mutandine. Ma quando
ti ho vista sulla porta, vestita a festa, pronta
a sotterrare con il tuo culo città morte,
salme di cieli, ti avrei sposato con confetti
di veleno, ti avrei strappato i peli uno per uno.
Non ti stancavi mai di fiorire.
49
Nella
fiumara di Acerenza, ti sporcai un'altra volta
la gonna. Ti guadagnasti un altro fazzoletto.
Appena si poteva mi rinfrescavo la testa nel tuo
petto. Se ti accorgevi che volevo qualche altra
cosa, ti infilavi una mano nella camicetta, staccavi
un paio di bottoni e cacciavi fuori una mammella.
-
Arrecreat! -
Passava
un momento e mi porgevi l'altra.
-
Mò si cundend? -
-
Ora sei contento? -
Tu
non racconterai mai questa storia. Neanche a te
stessa.
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