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 La screanzata
  di Rocco Brindisi

"Crossing",  di Mili Romano - Stampa fotografica su alluminio, 2002.

        1

        La stanza era piena di scatole di cartone. Sull'armadio, spuntavano le sedie avute in regalo allo sposalizio e ancora impacchettate. La padrona di casa aveva un figlio di undici anni che somigliava alle nostalgie di Cristo in Paradiso, un ragazzino biondo, esile, taciturno, appena uscito dal sanatorio: si affacciò, sulla soglia, con una malinconia che era il suo stesso fiato; mi salutò timidamente, con il sorriso dei bambini che hanno pietà di Dio, e sparì, com'era venuto. Nel letto grande era coricata una zia di novant'anni, decrepita e soave. Da un po' di tempo viveva lì, sotto le coperte, non usciva più. La morte la solleticava sotto le ascelle e lei sorrideva, perché non aveva la forza di ridere. La stufa di mattoni, accesa, non mandava calore. La madre del bambino mi raccontava l'amore di un cassiere di banca che le scriveva ogni quindici giorni. Si vantava di quell'amore, e pure d'essere al mondo si vantava. Aveva una voce rauca, da maschio; gli occhi, così chiari, che un po' c'erano, un po' non c'erano più. Indossava un cappottino sfessato e scarpe da battaglia. Il marito era morto in una casa per malati di polmoni, dove guardava il mare assieme al figlio: tutti e due leggevano libri di avventure, senza paura di respirargli in faccia la malattia. Arrivasti dopo qualche minuto, madre di sei figli, indossavi un soprabito scuro, eri un quintale a buon peso, come il giorno prima. Nel cesso di casa tua dovevi stare con le braccia conserte, senò non ci entravi. Maria uscì a comprare il caffè, e appena sentisti sbattere la porta mi spingesti sul letto, vicino alla vecchia che odorava di latte, mi pigliasti una mano e te la infilasti nelle mutande. Trovai due ricci sotto le dita. Le tue risate fecero ballare la casa. Ti conoscevo da un mese: la prima cosa bionda della mia vita.


        2

        Il viaggio nella città grande. Il passeggio attorno alla basilica di San Paolo. Mi sentii chiamare: - Ué! - Mi girai e vidi spuntare, da un vespasiano, la testa di Peppe Antinori, del reparto tranquilli del Don Uva, che aveva recitato, in borghese, una sera di teatro tristissima - niente è più triste di una folla di matti travestiti - la formazione dell'Inter del 1965. Ma Peppe era in borghese. Quella sera Giovanni mi chiese di cantare, e io cantai "Int a lu piett toie so doie fundan, una ca mena acqua e l'ata vin, biat chi gn' bev a la digiuna...". All'ex abate ridevano gli occhi, e tu, che non hai mai cantato in vita tua, perché la tua bocca si mangiava le canzoni cum a sòrec', stavi lì, tranquilla, tanto, la mia lingua non si sarebbe consumata né si sarebbe scottata nella tua fessa, anche se questo pensiero ti piaceva. Giovanni doveva accompagnare un'amica nel posto dove batteva, aveva perso l'autobus, e Giovanni ci chiese di fargli compagnia. La donna era piccola, la faccia vecchia, un sorriso che voleva essere malizioso, fumava con i gesti di una ragazzina svampita. Per tutto il tragitto fece una corte spassosa all'autista: - 'A Giovà! Lo sai che mi chiamano Boccadoro? - ; il povero Giovanni si girava a guardarci, e sorrideva, timido come un bambino. L'amica gli metteva le mani in mezzo alle gambe, e subito le toglieva, e rideva. Una volta a destinazione, ti chiese se le prestavi le mammelle, per una sera, e tu facesti il gesto di appiccicargliele. Il giorno dopo, in giro, con i ragazzi di Santa Maria della Pietà. I gelati, i litigi per chi doveva tenerti sottobraccio. Facevano a turno. Angela ci diede il letto grande. Preparasti la pasta di casa, ma la farina non era quella giusta. La porta del bagno era spalancata, là dentro c'erano madre e figlio, con il cane. Angela lo teneva fermo e Emanuele, il figlio, gli strappava le zecche. La madre gli aveva dato cinquemila lire per portarlo al diurno, ma lui, quei soldi li aveva spesi per bucarsi. Il figlio era bellissimo, ricordi? Non ricordi niente. È quell'idiota del Padreterno che tiene a mente il debito della creazione. Non se lo scorda mai. Angela non ce la faceva ad apparecchiare anche per la morte. Lo disse al figlio, mentre eravamo a tavola. Ora toglievano le zecche al cane. La madre, in ginocchio. Il cane se ne stava tranquillo. Emanuele maneggiava un paio di forbicette. Dal letto, sentivamo i loro bisbigli. Fu in quella casa che mi rubasti l'anello.


        3

        Il Padreterno passeggiava alla brezza del tempo.

        Le abbiamo consolate con il tuo culo, quelle stanze, con il tuo culo di moscatella.

        Quella mattina me ne stavo seduto sulla sponda del letto, e tu, in sottana, riprendevi il filo delle meraviglie.

        Sentii un tuono, così forte, che il culo ti rimbalzò.

        Lo avevi fatto per me, te lo chiedevo da una vita. Ogni volta mi rispondevi che quell'onore poteva averlo solo Cristo.

        I lenzuoli tremarono, e io pure, e l'angelo custode si morse la lingua per lo spavento.

        Tenevi in bocca la risata della Madonna Del Vino Leggero.

        Eri una statua bianca in mezzo al letto.

        Tu, che hai trascinato la memoria di Dio in un mambo.


        4

        Quella sera puzzavo di sambuca al caffè. La storia è questa. La mattina telefonai al sostituto procuratore, avevo sentito dire che mi considerava "un grande poeta" e ne approfittavo per chiedergli un favore: un ragazzo che conoscevo, una famiglia di sette persone, aveva ricevuto un avviso di sfratto. Aveva bisogno di un rinvio per trovare un'altra sistemazione. Il sostituto rispose, fremente, che mi aspettava. Abitava all'ultimo piano di un palazzo costruito sulle antiche latrine. Mi accorsi, dopo averlo guardato negli occhi, che non avrebbe mosso un dito. Il sostituto aveva una espressione estatica, se ne fotteva della mia richiesta, aveva il poeta in casa. Prese il suo ultimo manoscritto, un romanzo, e cominciò a leggere, con la circospezione di uno scavafossi. Cominciai a bere: sambuca al caffè. Di tanto in tanto gli chiedevo di versarmi un altro bicchierino e il sostituto, interrompendosi, ogni volta, con orrenda lietezza, me lo versava. Dopo neanche mezz'ora, avevo ingoiato una decina di sambuche e stavo morbido come un assassino eletto assassino dagli angeli, rivestito dalle loro mani che mi sfioravano con angelica malizia il cazzo, dolce cazzo di assassino di sostituti che scrivono romanzi. Il mio ospite era arrivato a pagina 43 e capii che se avessi bevuto un altro bicchierino lo avrei ammazzato con un rutto paradisiaco. In quel momento si aprì la porta e comparvero la moglie e la figlia. La moglie mi sorrise, luminosa di gratitudine. La figlia era bella e aveva qualcosa di fraterno. Ma io, ripieno di spirito santo, avrei parlato tutte le lingue, anche quella, gentile, del loro buco del culo. Stavo per farlo, quando suonò il citofono. Mi cercavano. Salutai la casa, feci la prima rampa con le spalle al muro, lentamente, mentre madre e figlia, sulla soglia, mi chiedevano di tornare a trovarli. I tre compagni amati, flic, floc, e naso cacato, mi portarono in una casa, a Santa Lucia, dove si festeggiava una prima comunione. Stavano ballando e ballavi anche tu. La padrona di casa aveva un debole per me, si sarebbe messa i nastrini alla fica se avesse avuto una qualche fantasia d'amore. Era festa e mi offrì un amaro. Nell'altra stanza ballavano un lento. Appena mi hai sentito, ti sei inventata una storta al piede, non hai aspettato la fine della musica, sei venuta in cucina, più bella della tribù di Giosué imparentata a Treccùl, al libro delle Ore e alla Consolazione du Cazz. Mi scolai il bicchierino e finii per terra come un palo spaccato da un fulmine.


        5

        Venne agosto. Quella sera davano un film con Randolph Scott.

        Piano piano te lo sei tirato all'aria e hai cominciato a pazziarlo.

        Li Dir toie èren cinch Vocche (Le tue dita erano cinque bocche).
        Scazzaprocchie era na Voccadora (Schiacciapidocchi era una Boccadoro).
        Deccapiatt, nu Sfamatòn (Leccapiatti, non si saziava mai).

        Chiù Dongh d Tutt s strafuàva (Il Più Lungo di Tutti, si strafocava).

        Dir d'Aniedd arreseriava (Il Dito d'Anello, non lasciava neanche le molliche).

        Pripirill, L'Affacc du Cul Toie (Piripirillo, l'Affaccio del Culo Tuo).

        - Vieneténn, Rocchì! Vien'ténn bbell! Vien! Vien! Vien! -

        Sembrava che mi fossi pisciato sotto e ti mettesti a ridere.

        Sei sparita, e quando sei tornata, dopo neanche un minuto, mi hai messo in faccia le tue mutandelle.

        Volevi che facessi lo stesso gioco con te.

        Siccome eri avvampata, ti bastò afferrarmi una mano, insaccarla là in mezzo e farti due strusciate a gloria di Cristo.


        6

        Mo', prima di mo', Rocchino Rocchetto creò l'Argiàn, Pisciscco Pisciscchello, Dolce Torneso, Carrino Amabile, Sciosciacul e Scotela Menn, Zitariello Scchitto, ca fa bballà li Sciangar e corr all'andrer li Cecar. Fratello Pisciscco t servès a paà Ginecologi, Astrologi, la Putéa, lu Scarpar, lu Chianghiér, lu Mbrellar, lu Candator du Cazz, ca t va ngul cum a na mazza, a ti, mammeta e tutta la rrazza, Uno per Uno Tre, Doie Pall e nu Rre, a chi Alluzza e a chi Allazza. T' devast li debb't ch lu Pasticcier, lu Trainier, lu Furnar, paàst, che in lingua streusa è pagasti na Fattura a Mmort, n'ata a Mal d Panza, n'ata a Cul ca Vruscia pur la Nott d Natal. Nu n'avìa maie vist tanda sold! Er'n na miseria, Cazz Bbell ca t'abballa mbiett. Rosa mai Mistica, prega per noi.

        Non fu in Principio, ma Rocchino Rocchetto creò Pisciscco Piscischello, Dolce Tornese, Carrino Amabile, che faceva vento al tuo Culo e alle tue Mammelle, Fidanzatello Sincero, Senza Peli Sulla Lingua, che fa ballare gli Sciancati e correre all'Indietro i Cecati. Fratello Pisciscco ti servì per pagare Ginecologi, Astrologi, la Bottega, il Calzolaio, il Macellaio, l'Aggiustaombrelli, il Cantatore del Cazzo, che ti va in Culo come una mazza, a te, la tua signora madre e a tutta la razza, Uno per Uno, Tre, Due palle e un Re, a chi Alluzza e a chi Allazza. Pagasti i debiti al Pasticciere, al Trainiere, al Fornaio, e quelli di una Fattura a Morte, di un'altra, a Male di Pancia, una a Culo che Brucia pure la notte di Natale. Non avevi mai visto tanti soldi, ma erano una miseria, Cazzo Bello che ti ballava in petto. Rosa mai mistica, prega per noi.


        7

        L'ultima volta che mi hai rivolto la parola è stato per dirmi: "Deficiente!" Me l'hai detto con la bocca e con l'azzurro degli occhi; con i denti da lupa sfamata e con il capezzolo sinistro; il destro dormiva, bello come cristo deposto dalla croce. Eri così bella, così piena di disprezzo che mi sono sentito ferire a morte, anche se da mesi non ti cercavo più. Eri incinta, la tua pancia aveva qualcosa di regale, e quel "Deficiente!", pronunciato in mezzo alla gente, senza gridare, si stagliava, nitido come la fessa di Sherazade: di una donna incinta non si può nominare la fessa, non potevo dire "nitido come la tua fessa", perché pure i bambini evitano di nominare la fessa delle donne prene. Mi hai fissato, per un momento, e quando hai visto che sorridevo, il sorriso demente di un estraneo (perché, poi, sorridevo in quel modo?) mi hai tagliato in due, mi hai scorticato la pelle con un'occhiata. "Deficiente!" Non scorderò mai la tua bellezza, in quel momento, perché, se il mio sorriso era demente, i miei occhi non m'ingannavano.


        8

        Che vogliamo di più?
        La Morte si merita la bellezza Sua.

        Alla stazione di Pietragalla
        cercavamo un nascondiglio
        e a Cristo lo chiedevi, che stava in cielo e ci vedeva meglio.

        Prima di allargare le gambe - Che fai, Padraté, guardi?
        e guarda, guarda! che non si paga niente! -

        Ti accostavo le mammelle
        e là passeggiava il mio Vaievieni.

        Aprivi gli occhi e ti ridevano le orecchie.

        E cantavi:

        - U Paravis è sazzie e Ddìe è diggiùn! -
        Il Paradiso è sazio e Dio è digiuno! -

        Stanotte passerà Billie Holiday bambina. Sotto la mia finestra.


        9

        Quando ti facevo incazzare, ti mettevi davanti allo specchio, pensavi di farti brutta per dispetto, ma, alla fine, ti arricciavi i capelli e i peli di sotto, per me.


        10

        Gn'era la Fedda da Scesa, a Prima Matina.
        C'era il Pane inzuppato, a Prima Mattina.

        Na Nfurnara d' Rucchel cu d'Oglie, prima d' l'Ang'l.
        Un'Infornata di Pasta Cresciuta e Olio, prima dell'Angelus.

        Nu Ngravugliamènd, a Sol Spas.
        Un Boccone visto e non visto, a Sole Aperto.

        Nu Mozzech, a la Condrora.
        Una Ricreata di Lingua, alla Controra.

        Sia Fatta l'Ammugliàra d Pel, a lu Vespr.
        Sia Fatto Scuro nei tuoi Peli, prima del Vespro.

        Laurat lu Cuor d Ddìe int a la Cioffa,
        Sia lodato il Cuore di Dio nella Cioffa,


        11

        T' piascìa fòtt e sfòtt
        Ti piaceva fottere e sfottere

        Sfuttìa li campan d' la chiesa
        Sfottevi le campane della chiesa
        li bacil addù s' davaven li mort
        i bacili dove i morti si sciacquavano la faccia
        gli dicevi di asciugarsela con le tue mammelle

        Sfuttìa li marruche, d'ogn ncarnat
        li prev'r fatt curnut da Crist
        sfottevi le marruche, le unghie incarnate
        i preti fatti cornuti da Cristo

        Biat a mì, ca t'agg truvar' p' nnant
        biat a mì, ca t'agg acchiar' da ndret
        m'accuscettava
        int na resare toia spersa
        Beato a me, che ti ho trovata davanti
        beato a me, che ti ho trovata da dietro.


        12

        Pur a lu circh equestr somm stat
        Pure al circo equestre siamo stati
        amm vist li pagliacc'
        abbiamo visto i pagliacci
        ma sol l'amor t' facìa rrir
        ma niente ti faceva ridere come l'amore in mezzo alle gambe
        e li p'nzier d'amor
        e i pensieri d'amore
        candar da u cul toie
        cantati dal tuo culo
        Si remasta cu sfil ca t' lu vulìa accar'zzà mmocca
        Sei rimasta col desiderio che te lo volevi carezzare in bocca

        - Tand, nu piezz d carn è! -
        - Tanto, è solo un pezzo di carne -

        M' l'haie ditt' sova u tren, l'utema vota
        Me lo dicesti sul treno, l'ultima volta
        - Turnamm int a quedda casa, Rocchì!
        - Torniamo in quella casa, Rocchì!
        giàmmena a cunzulà cum vol Ddie -
        andiamo a consolarci come vuole Dio -


        13

        Gn'era na stanza ca puzzava d' pisc' (c'era una tana che puzzava di piscio). Quando bussavi tu, diventava un giardino di Babilonia. Una volta cacciasti il paracazzo e me lo infilasti con gli occhi chiusi. Ti rideva la lingua in un modo che la terra se la sogna di notte.

        Tu er' capac d' fa li ricc' ngul a Sammechel Arcangel.

        Eri capace di fare i ricci in culo a San Michele Arcangelo.


        14

        Eravamo tornati nella città grande, e tu, nell'autobus, recitasti la parte della puttana che incontra il suo vecchio magnaccia, così, per caso. Il magnaccia ero io. A voce alta raccontavi la nostalgia di quegli anni, le marchette che avevi fatto per me, le incomprensioni, l'invidia della terra e dei bordelli del cielo. Ti veniva, di getto, un romanesco da favola. E io rispondevo, con lo stesso sentimento, davanti a passeggeri intronati dalla tua maestà di troia. Ero una spalla, che pure Totò, da morto, se la scorda. Confidasti, all'autista, che avresti dato l'anima per tornare con me, e che, con le marchette di un anno, ci saremmo fatti una bella casa. Poi passammo ai ricordi d'amore spensierati. Questo, fino al capolinea.


        15

        Il giorno appresso, vicino alla stazione, improvvisasti la parte della zoccola sgargiante, per lo spasso mio e del Padreterno. Io stavo sull'altro marciapiede, questo era il gioco, e guardavo il tuo culo, così arioso, che sulla bilancia di San Michele Arcangelo pesava meno del quaderno di un bambino. Ti venne appresso uno della campagna, una faccia di condannato a morte, con una fame arretrata di almeno tredici generazioni. Siccome il tuo passo era due volte il suo, quel disgraziato si asciugava il sudore con un fazzoletto largo, che ci potevano entrare ventiquattro uova. Quando ti sei girata e lo hai guardato dritto negli occhi, con il petto che ti fioriva al minuto secondo e gli faceva ballare i denti uno a uno, quel carcerato in licenza, che ti aveva visto solo da dietro, si fece giallo come un topo in bocca alla gatta. Gli chiedesti, a bruciacazzo: - Con guanto o senza? - , e la tua voce era quella di una che non caca in latino! Il compariello vide il suo pesce stampato nella roccia e implorava la grazia all'anima dei morti, aveva l'affanno, gli si era rivoltata la lingua, mentre tu, con la fessa che ti rideva in bocca, gli illustravi le tariffe nazionali. Il cristiano era fatto a colore di piscio, gli saltavano i bottoni dai pantaloni e contava, con la mano sinistra, gli anni che si sarebbe fatto in purgatorio. A quel punto, siccome ti dispiaceva, chè non lo avresti mai accontentato, sei corsa da me, rossa di vergogna, un po' scombinata per quel teatro santo.


        16

        T' cacav sott' l'amor
        ti cacavi l'amore addosso
        cum li piccininn s cacaven d'uocchie
        sopa nu pan e oglie
        come le creature si cacavano gli occhi
        sopra il pane e olio

        T' lu strusciav sov la Fessa e candav - Mo m la pitta! -
        Te lo strusciavi sopra la Fessa e cantavi - Ora me la pitto! -

        Te lu custurìa, int, e lu stess t'ascìa l'anema
        Te lo custodivi dentro, ma lo stesso ti usciva l'anima.

        - M' la strevela, m' la pitta, m' la strevela n'ata nzengh! -
        - Me la struscio, me la pitto, me la strofino un altro poco! -

        Finché non sentivi che ti bagnava il cuore.

        E Ddìe vulìa ess na zevela sova li ccarn toie.
        E Dio voleva essere uno straccio sopra le carni tue.

        T l'appuggiàv mezz a li mmenn
        e ddà m lu cungepìa bon e meglie.
        Te lo infilavo nelle mammelle
        e me lo torturavi a pepe e sale.

        Quedda vota spantàie d cundandezza,
        chiangenn
        cum a Ddie, ca finallmend s'addorm
        Quella volta mi spaventai di contentezza,
        piangendo
        come Dio, che finalmente cala a sonno.

        Non ti ho mai vista stanca, dentro un letto.


        17

        Er' chiù bbella d' na sccherda' d sol
        Nammurata du cul toie.
        Eri più bella di una sfera di sole
        Innamorata del tuo culo.


        18

        A tuo fratello si era storta la bocca, non muoveva più il braccio sinistro e non cacava. Ci voleva la mano di Dio per fargli uscire un tuono da dietro. Tu eri una maestra di culi musicanti, gli cantavi le corne sue, quelle dei Santi in cielo, e della Maronna Nzallanura, finché tuo fratello non scoppiava a ridere. E ridendo ridendo, gli scappava un tuono. Una mattina mi hai stordito le orecchie al telefono: - Rocchì! ha cacat'! ha cacat'! Una cosa da Re! Dovevi vedere quanto era bello! Ho preso il secchio e l'ho portato a vedere a tutta la palazzina! - Guardate che bellezza che ha cacato mio fratello! - . Una sera, erano andate a trovarlo le pecorelle della Chiesa Avventista e gli leggevano i salmi. E là dove sta scritto - Il Signore è mio scudo e mia roccia - , tuo fratello alzò una chiappa e cacciò un tuono di sinistro. Gli ospiti sbiancarono, mentre tu dicevi, rivolta al tuonatore, - Carn, cumbà! - che vuol dire - Salute! - La lettura riprese, ancora più solenne. Ma là, dove il Signore viene chiamato "vincastro, fondamenta del cuore", tuo fratello sollevò l'altra chiappa e intonò la propria salvezza di destro. Pure il Libro dei Libri sobbalzò. Scoppiasti a ridere. I fratelli nella fede non capivano, ma sapevano che Dio perdona sempre, e che intende pure le orazioni del culo.


        19

        Quella mattina sei salita sul letto dove dormiva il fratello cantatore, qualche giorno prima che se andasse nel liquore del paradiso, ti sei alzata la gonna e gli hai sparato "nu cusccon nganna", che sarebbe a dire "una cannonata in bocca". Per poco non lo soffocavi! Per chi non lo avesse capito, era una cannonata del tuo culo.

        Biat chi t l'ha mis a terza vota!
        Beato chi te lo ha affondato la terza volta!

        Ti chiamarono perché cacciava sangue da sopra e da sotto, e lui rideva, scomunicato dall'acqua in eterno. Ti pisciò sopra le mani. C'erano da cambiare il materasso, i lenzuoli. Tirasti fuori una camicia pulita, le mutande. Non sapevi più dove pizzicarlo. Non aveva più pancia né culo, né carne in faccia. Quando moriva un parente, le ragazze si tingevano le gonne, le camicie, le calze. Gettavano tutto in una conca. Eri l'unica bionda a baciare i morti. Vicino a te, stava di casa Ninetta, sempre a lutto, sempre tra sonno e veglia, come tutte le donne povere invecchiate a vent'anni. Non aveva segreti se non quello di aver assaggiato i confetti messi attorno al figlio morto. Un giorno te la sei portata in un tango, che lo vedremo nei cinema del Padreterno. Un altro giorno le hai insegnato "la tabellina du cazz", e lei ripeteva appresso a te: - Un per un, la dagg a chi m' la cuna. Due per uno, tre, na palla e doie Rre. Due per due, quatt, fagn la scrima a sta Atta. Tre per tre, nov, sbatt'm sti doie uov. Era tutta contenta e, quando la imparò a campanello, glie la insegnò al marito, che vendeva bicchieri, piatti, turaccioli e boccacci su una bancarella, e che da giovanotto sapeva l'arte di rendere infrangibile pure la Fessa di Chi Gn'è Mmuort.


        20

        Quella mattina avevi la febbre, ti faceva male la schiena. Ti spostavi dal letto al balconcino, dal tavolo alla porta, ti appoggiavi al tramezzo, scostavi le sedie. Eri più sfastidiata di Cristo dopo dieci mesi nella pancia della Madonna.

        Era bello farti vincere a carte. Quella volta mi pigliasti a ballare. Davanti ai tuoi figli. Alla radio c'era una samba; ma ero teso come una mazza di scopa, e ti facevo ridere; ti sei messa a ballare per conto tuo. Stavo di spalle alla credenza, incantato. Ero uno scemo a ballare. E tu avresti insegnato la samba a Sarachèdda, che teneva le cipolle ai piedi da quando era nato e che la domenica cantava: - Olio, olio, olio minerale, per vincere il Potenza, ci vuol la Nazionale! -. Il cinema non ti piaceva. Troppo lungo come incantamento. Non hai mai letto un libro in vita tua, dacché sei comparsa sulla terra hai scritto due lettere e basta, ed erano d'amore. Me le hai mandate con uno con la faccia da ex pugile, felice di farti da servo. I conti te li facevano i figli o ti fidavi.

        Al cinema siamo andati solo una volta, in una città lontana, ed era un film così triste che ti chiesi di sparargli in faccia uno dei tuoi tuoni a tric trac. Ma il tuo culo non andava a comando.

        Figlia dei Puparul Cruscch e dei Valzer a Ciauredda
        Figlia dei Peperoni Croccanti e dei Valzer con Baccalà e Cipolla


        21

        In quella foto avevi otto anni, stavi in mezzo a parenti denutriti, figli e cognati della Sfasulatezza, nipoti del Panecotto, cugini della Rumba e del Buchibù. In un'altra, tenevi un paralume in testa. Ti era sempre piaciuto ballare. Mi dicesti, ridendo, che ti divertivi a sentire il cazzo dei giovanotti sulla pancia. Con lo stesso tono mi raccontavi che, per il primo figlio, ballavi sopra il letto, gli ultimi giorni, e non sapevi da dove sarebbe uscito. Ti piaceva ballare con tuo marito, che ti portava come una piuma. Mi facesti vedere le foto del matrimonio. Avevi diciassette anni e, più o meno da tanto tempo eri bionda. Mi chiamasti in casa di tua madre, trovai la porta aperta, dopo una corsa sulle scale e sul ballatoio. Mi portasti a vedere tuo padre, che rideva, come un bambino, dentro il letto. Sulla spalliera c'era un ritratto di tua madre e tuo padre, qualche anno dopo sposati. Tua madre aveva una faccia da donna povera rimasta anni in posa per uno scatto. Mi offristi un bicchierino di marsala e, mentre lo sorseggiavo, tuo padre scoreggiò. Mettesti un disco e mi portasti in un ballo che i morti se lo giocano con gli stramuorti. Tuo padre camminava con il bastone, era pieno di frungoli, bue, pustole. Usciva di casa vestito a festa, cravatta americana e il panama in testa. Da giovane aveva fatto l'Arracamuort. Era biondo sciapito, liquore di mattina, vermouth a mezzogiorno e vino la sera. Prelevava camicie, scarpe, giacchette nuove di zecca a cadaveri galanti. Una volta che doveva fare una bella figura a uno sposalizio, sfilò un paio di scarpine, che erano una finezza, a un avvocato di valore. Nessuno era garbato, con i morti, come lui; nessuno li faceva sentire così a proprio agio nell'eternità. Si presentò in casa con quelle scarpine ai piedi e mise, sul grammofono, un mambo. Gli ultimi giorni se ne stava su una vecchia poltrona, rannicchiato, le gambe sulla sedia, una coperta addosso e la papalina in testa. Si era fatto crescere due baffi alla Chimmenefreca, beveva di nascosto, mandava tua sorella a comprare tre quarti e una gassosa, si nascondeva la bottiglia sotto il letto. Raccontò che per avere una licenza, da militare, diceva, ogni sera, due rosari di quindici misteri l'uno, assieme alla superiora dell'ospedale di Udine. Benedetti i viaggi nella tua lingua, amen.

"Crossing",  di Mili Romano - Stampa fotografica su alluminio, 2002.

        22

        Mi guardavi, tra una pazzièlla e l'altra, mentre dormivo, e pregavi Cristo di farmi svegliare, perché non tenevi il coraggio di guastarmi il sonno. Volevi giocare un altro poco. Te lo volevi strofinare sul cuore.

        Il Padreterno si accorgeva di stare al mondo, quando ridevi.

        Resuscitavi i balconi della città, le canzoni sccattate ncuorp(crepate in corpo), le finestre, le mani attisicate dei Santi che vicino a te non si mettevano sccuorno e sentivano piacere a grattarsi il culo; alzavi i letti e mettevi tavola per venti; ma una volta piangesti, sembravi una vedova di vent'anni, a vedermi che mi ero carusato a zero e parevo un altro; per poco non ti pigliava la occia per la tristezza e volevi pisciarmi sulla testa per farmeli crescere avietta avietta (subito).

        Tutto volevi spartire con me, ma non il sonno. Una volta ti mettesti sopra il letto, inginocchiata, piegata in avanti e con il culo a poppa, e siccome io ti guardavo, come lo scemo dei racconti degli scemi, mi raccontasti la bugìa che ti piaceva dormire in quella posizione, da bambina. Non avevo capito che volevi assaggiarlo da dietro. Perdonami, mo p' ttann. E quando sussurrasti, dopo che ti eri tenuta la mia lingua tra le gambe per una nottata (per poco non mi strozzavi):

        - Rocchì, m'haie fatt veré u Paravis! -
        - Rocchì, mi hai fatto vedere il Paradiso! -


        23

        L'altro giorno. Erano anni che non ti vedevo. Stavi assieme a tua figlia grande; ti guardavo e non ti conoscevo. Quando sei passata, qualcuno mi ha detto: - Era Lucia - .

        Un altro viaggio. Il tuo culo ardeva di desideri semplici come Dio. Santa Madre dei Treni, salvami. La recita era la stessa, fingevano di essere estranei. Dopo un paio di stazioni, cominciava la conversazione. Verso Battipaglia scoprivamo d'essere parenti alla lontana. Dopo Salerno ti sedevi sulle mie gambe. E i signori presenti sembravano cicorie spigate nel loro rimbambimento. Era novembre. Avresti imparato, in due giorni, sottodialetti del Katanga.

        Il sale dei tuoi occhi.

        La stazione di Acerenza. Avevi spalancato le gambe e ridevi, con gli occhi chiusi. Il sole che ci veniva appresso come un cagnolino. Dopo la festa della tua fessa, andai a bussare dalla moglie del capostazione e le chiesi, con una faccia di cazzo dolce dolce, se ci faceva una frittata. Non ci portavamo mai niente da mangiare. Eravamo senza carta d'identità, senza una lira, senza bagagli. Mi rubavi, ogni volta, il fazzoletto, con la scusa che me lo restituivi lavato. Quella donna mi guardò brutto, perché uno che bussa a una porta per una frittata, o è uscito da sottoterra o è pazzo. Quando mi vedesti tornare senza niente, ti mettesti a ridere:

        - I'e, u buccon mìe, lu tengh stepar. -
        - Io, il boccone mio, lo tengo conservato. -

        Facesti segno a quello che tenevo in mezzo alle gambe.

        Bussai a una masseria. La ragazza non fiatò, sparì e dopo un minutò si presentò che aveva in mano due uova. Tenevi una spilla da balia e ti feci vedere come li bucava mia madre.


        24

        Te lo dicevo, che avresti pisciato sul mio nome. E così hai fatto. Perché una donna racconta la sua allegria finché è allegra, non sopporta di ricordare. Ne abbiamo fatte di fesserie.


        25

        Quei giorni il mio verzellino era avvilito. Me l'ero scordato int a u canz di rucchel, (nella sacchetta dei morti). Tu lo avevi chiamato per nome, lo avevi battezzato con il sale della tua lingua, te l'eri cresciuto in mezzo alle mammelle, e quando gli veniva la malinconia, gli toglievi la fascinatura con le mani. Non ci vedevamo da un mese e sei comparsa nel vicolo, piena di ricci, con la Fessa che scoppiava di salute e gli occhi che schiumavano luce. - Aviett aviett! - (- presto! presto! -). Ca era arsa nganna. (perché eri una vampa). Alla fine, quando dovevo lasciarti, mi hai tirato con le unghie perché volevi salutarlo un'altra volta, a modo tuo; se lo meritava, visto che era più accreanzato del suo padrone. Te lo sei preso in mano e te lo sei arracioppolato torno torno, così, in piedi, come ti trovavi. Ridevi.

        - Chi frà dosc d cuor, ca tien! chi frà dosc! -
        - Che fratello di cuore, che tieni! che fratello dolce! -


        26

        Ti piaceva muzzecàrl con le labbra di sotto.
        A te la mano svelta, tra le gambe.
        In principio fu la tua bocca, che assolve i peccati di Dio.
        Un operaio che soffriva d'asma, mi supplicava, ogni tanto, di mostrargli una manciata dei tuoi peli.


        27

        L'ex pugile ci prestò lo scantinato. Si mise a fare la guardia. Avevi la febbre da tre giorni. C'era una sedia e facemmo una prova: tu, seduta e io in mezzo alle tue gambe. Ti sbottonai la camicetta. Eri una ragazzina che si era preparata in storia e gli facevo domande di geografia, ma era contenta lo stesso. Le tue mammelle scottavano. Tenevi la bocca quieta quieta. Ci venne da ridere e ci scambiammo il posto. Io, seduto e tu sulle mie gambe. Ci venne di nuovo da ridere. Ma, stavolta, navigasti un po' con il tuo culo: eri proprio la barca che disegnavo a scuola( quella con le onde colorate sotto); l'avevo disegnata mille volte - non sapevo disegnare altro. Alla fine, per non farmi sentire solo, mi hai morsicato la lingua.


        28

        Chiedemmo a un prete se ci prestava la sacrestia per un'ora.


        29

        Mi portasti da una donna che toglieva il mal d'amore; raccontasti che ero un cugino sfortunato, innamorato pazzo di una, con tanti peli sotto la pancia, che ogni volta ci voleva la mano di Dio per trovare la strada. Mi tenevi la testa tra le mammelle; mentre quella recitava la litania di Santa Anna, Santa Lena, Santa Maria Matalena, ti accarezzavo il culo.


        30

        Alla stazione di Ripa D'api, gettasti le mutandine sopra una spina e ti mettesti a cantare:

        - Padratè! pur tu si ciccill a n'uocchie? -
        Padratè! pure tu tieni un occhio capriccioso?
        - Ma hai voglia a tenè a mmend stort!
        Ma è inutile che guardi storto!
        - T' vrucia qualcosa? -
        Ti brucia qualcosa?
        - T' piac sta cosa p'losa? -
        Ti piace questa cosa pelosa?
        - Benerett scem!
        Benedetto scemo!
        - Tu stess l'haie cungertara na b'llezza. -
        Tu stesso l'hai concertata una bellezza!
        - L'haia tené a mmend, senza puterla tuccà. -
        Devi tenerla a mente, senza neanche poterla toccare!
        Come ti compiatisco ! -


        31

        Quella mattina uscisti in pantaloni, e, come mi hai visto: - Sto bene? - Avevi gli occhi pieni di speranza. Sei corsa a cambiarti, dopo un momento, e sei tornata con una gonna verde. - E adesso? - Eri una ragazzina al primo amore... Vedi chi parla!


        32

        Ieri notte mi sei venuta in sogno, più lieve degli scrupoli di Dio. Camminavi davanti a me, sotto le Scale Rossano. Ti sei girata a guardarmi e mi hai sorriso come si può sorridere a un cieco.


        33

        La donna col marito in galera ci prestò la soffitta. La branda con la rete smagliata e il fosso, in mezzo. Finivamo sempre là dentro. Mi venivi sopra. Le tue mammelle mi riempivano il cuore. In quella casa non c'era mai niente da mangiare, niente da bere, neanche acqua. Dacché il Padreterno aveva creato i propri occhi non si era mai vista una stanza talmente zeppa di cose inutili, bottiglie vuote, bicchieri senza neanche un dito di olio, di salsa, neanche un uovo, un pezzo di sapone, di pane duro, un mazzetto di origano. Ma c'era il tuo culo Iesubuono nelle mani di un bambino. Facevi tremare i muri, le fondamenta di cristallo della Madonna, l'infelicità del mare.


        34

        Quando Dio creò l'acqua, la tua lingua scorreva già come un lunghissimo sogno

        La tua lingua, fatta per spaccare la testa a un toro.

        Mi facevano ridere i tuoi slip, popolo mio.


        35

        Avevo trecento lire. Mi ricordai di un frate che aveva fatto il noviziato con mio fratello. Sarebbe stato lui a pagarci il letto. Gli avremmo fatto guadagnare un po' di paradiso. Mi dava alla testa il pensiero del frate filosofo cantore, padreo putativo delle nostre Incatenazioni, cugino dei nostri Arravuogliamèndi. Emanuele, frate minore, del sott'Ordine degli Osservanti, professore di teosofia, teofanìa, malvasìa del cuore di Dio. Cinquemila lire bastavano, tre per l'albergo e due per un boccone. Il cielo era di piombo. Tornammo alla vecchia pensione. Quella stanza era un uovo covato dall'Agnello. Ci divorammo subito, pazzi e tranquilli.


        36

        Alla stazione di Cancellara ti facesti un'altra chiacchiera con il Padreterno:

        - Ammuscia l'auciedd, Padratè! ca sta cosa qua s ver e nu ns tocca -
        Non farti il sangue acido, Padratè! perché questa cosa si vede e non si tocca!

        Per farci vedere che non si era offeso, il Padreternoci mandò una siepe grossa sette volte il tuo culo. La tua bocca ingravidava il silenzio. Una volta in piedi, ti girasti dalla parte del sole e gli facesti vedere l'Arrecreata. Il tuo culo, coppola della mia anima. Le tue mammelle, sugna dolce dove affondava l'estate, e conservava il suo antico sapore, la Morte.


        37

        La stazione di Irsina, un regno dei morti dorato dal sole. Con le carte della poesia ti saresti pulita il culo teneramente. Tenevi in testa i pidocchi dell'amore. Il cielo stava nelle nuvole, come un bambino svogliato. La corriera saliva morbida. Un telone di pannocchie blu, viola, gialle, e i grani duri come perle, davanti alla cappella della Madonna. Una donna apparecchiava l'altare. Facesti un giuramento d'amore davanti a un Cristo torturato. Ti risposi, sorridendo, che avresti pisciato sul mio nome. Il vecchio custode, così vecchio che voleva essere una rosa selvatica per essere mangiato da una capra -, ci raccontò come là dentro avevano rubato tutto, pure le cose dipinte sui muri. Lui parlava e io giocavo con le tue chiappe per riscaldare l'eternità.


        38

        - Vien, Rocchì. Allisciammella cu stu Pass e Spass.
        Appena tras, cecar haia devendà.
        Pegg d Crist int la vendra d la Maronna.
        Crist, almen, acchias la via.
        Tu, l'haia perd -

        - Vieni, Rocchì. Una lisciata col tuo Passa e Spassa.
        Appena entri, gli occhi ti devo cecare.
        Peggio di Cristo nella pancia della Vergine.
        Cristo trovò la via per uscire.
        Tu la devi perdere -

        - Cum si trasù bbell, amor mìe!
        Staie int ngasa e da fuor.
        Si assettar e t'arranz.
        Chi tavela ranna, t'agg apparecchiàra!
        Gn somm accucchiar, doie buccoie! -

        Che bussata dolce, amore mio!
        Stai in casa e fuori.
        Stai seduto alla tavola e ti affacci alla finestra.
        Che tavola grande ti ho apparecchiato!
        Che bella compagnia! due sfamatoni! -

        - Cum spassegg bbell, amor mìe!
        Chi mmaie agg fatt, p meretà st'ata crianza? -

        Che bello spasseggio, amore mio!
        Che bene ho fatto per meritarmi questa creanza? -

        - Statt sòr na nzengh! statt sòr! sòr!
        Piglia requie nu mument! -
        - Dasciam piglià fiat -
        Fammi prendere fiato
        Fermati un momento

        - Cum sccama bbell, stu fra mìe!
        Pigliet n'atu buccòn!
        Che voce bella, fratello mio!
        Non ti alzare dalla tavola!
        Pigliati un altro boccone!
        
        - Chi bbellu cumblemend ca m'haie fatt!
        Chi bbellu cumblemend! -


        39

        Mi aspettavi. Era notte. Tenevi addosso una vestaglia sbiadita, una cosa che ti copriva appena. Avevi la febbre. La tua lingua sapeva di sangue e la tirasti indietro. Un po' ti vergognavi di quella bocca impastata, tu, Madre della Lingua, Comare di San giovanni del Palato e del Prurito degli Angeli. Faceva freddo. Eri pallida pallida. Mi passasti in faccia due centesimi d'oro della tua Fessa. Bastavano. Il giorno appresso venisti all'appuntamento. Eri truccata come una bambina. Pioveva, ti faceva male la schiena. Si era sciolto l'ombretto. Mi portavi la comunione della tua lingua. Eri così calda, in mezzo alle gambe! Mi ricordai certe febbri da bambino.


        40

        Un altro viaggio, una città di mare, cacciasti una camicia da notte nera con il pizzo. Volevi farmi pazziare da dietro, ma neanche allora capii. La mattina appresso, il lungomare. Le giostre. Mancavano due ore per il treno. Le macchine a scontro. Duecento lire ce l'avevo, per un paio di giri, ma dicesti, con gli ochi abbassati, che ti faceva male la pancia. In treno, vicino Eboli, mi confessasti la verità: che avevi paura di non entrarci, con il tuo culo. Le tue risate toglievano le catene alla terra. Santa, santa, santa la mattina, quando entrò l'esattore, e tuo nonno Scarrozza, che faceva un po' d'acqua nel secchio, dietro la tenda, gli disse - Belluomo! tenete pazienza un momento, che sto contando i soldi -. Invece, si contava i peli del cazzariello suo, e tornava a contarli un'altra volta, perché c'era sempre un pelo che gli scappava. E tua nonna Cecuoria, che vedeva la scena, rideva come una spostata. San Giovanni Scarrozza, Potenzese, dopo venti secoli di santi annacquati, incipriati, sciupati, tormentati dai topi del paradiso. Le nostre valigie: dolci pezzenterie. Il primo bacio, nell'ascensore. Eri così felice che ti mettesti a fare capriole sul letto dell'amica, che ti guardava.


        41

        Casa tua era un buco. Neanche sul balconcino ci stavi tutta. Ti venne a trovare tuo fratello, e, siccome non si reggeva in piedi, si fece di culo tutte le scale.


        42

        Le Ferrovie Calabro Lucane andavano in Puglia. Alla prima fermata mi comparivi dietro la porta a vetri, con in mano un Bolero Film o Grand Hotel, per darti un contegno. Tenevi il fotoromanzo aperto, e un sorriso malizioso sulle labbra. Eri così bella che mi scordavo pure che eri bionda. La stazione di Cancellara, parente di secondo grado del tuo Scuro Cataclisma. Una decina di operai, mezzo spogliati e belli assai ci videro, da lontano, e gli venne dal cuore di affondarlo nel solco delle tue mammelle. Più lontano, gettasti per aria le scarpine rosse, le calze, poggiasti le mutandelle sopra un ramo e mi chiamasti nel cuore spaccato delle tue gambe. Padrona du temb bbell tra na maniata e l'ata (padrona del tempo bello tra due pazzielle di mani). Il contadino che saliva con il mulo, ci sfamò con un pezzo di pane e un pomodoro. Cacciò pure il vino. Sia benedetto il luogo dove caca. A Oppido c'era la fiera. Ci diede un passaggio un signore assai distinto. Aprii il discorso, per fargli compagnia, finché tu non scoppiasti a ridere. - È ssord! Rocchì! È ssord! - , ti mettesti a gridare - Voglio farmi un bel ragionamento! Scusate. Siete un Pringipe o un Ricottaro? (scusate, siete un Principe o un Ricottaro?) E quanda pél, tiene, in mezzo, vostra sorella Ngallara? (e quanti peli tiene, in mezzo alle gambe, Vostra Sorella del Cazzo?) E lo tenete un aucieddo alande per strovegliare li ngiutur du Cambesand? (lo tenete un uccello galante per risvegliare i rimbambiti del Caposanto?) E la sapete la Tabbellina du Cazz? Ora ve la nzegno io: un per uno? strurammella a diggiun (lèccamela a digiuno)... -. Il signore che stava alla guida rispondeva di sì, con la testa, e, ogni tanto, sorrideva, contento.

        Il ritorno, nella littorina. Macinavi sotto i denti la malinconia della terra. Ti accarezzavo le gambe, sotto la gonna, e ridevi.


        43

        Era la fine di maggio. Faceva freddo e non nevicava per la vergogna. Si festeggiava il santo di marmo, d'argento, un disgraziato che dopo una decina di secoli non aveva messo neanche un dito di carne. La mattina c'erano stati i bambini vestiti con pelle di pecora e con le mani e i polsi pieni di oro. I portatori dei santi si erano fatti a sottapera, il vino dei poveri; arrivati sul ponte di Montereale, avevano visitato un'altra cantina e avevano lasciato i santi all'aria, con le facce rivolte da un'altra parte, per non fargli venire il desiderio di farsi una bevuta pure loro. Mancava la cassarmonica e il dormiveglia degli angeli sopra i cavalli. Portavi una veste leggera, stavi assieme ai tuoi figli. Ti rideva il culo, il capezzolo destro e un riccio di sotto. Ricordi? Ci davamo appuntamenti nei portoni, nelle scale del Catasto, nei viali del manicomio, nel camposanto. Tu, meraviglia della mia carne, uovo da succhiare sera e mattina.

        M l'addrezzav, t l'aggiustav cum piascìa a tì, nu gn dascìa rècuia finacché nu nt'allaàva l'anema.
        Me lo addrizzavi, te lo aggiustavi come piaceva a te, non gli davi pace finché non ti allagava l'anima.


        44

        La prima volta fu nella casa di campagna dell'amico imbianchino. T'infilasti di corsa dentro il letto, vestita, e ti copristi la faccia con il lenzuolo. Ti mordevi le labbra, tenevi in bocca una risata fraterna, mi lasciavi andare sopra e sotto. Mi sentii inzuppato fino al collo, il mio cuore sguazzava nel mio seme ritrovato. Feci per scostarmi e mi chiedesti di spingere un altro poco.

        - Mo t voglie chiù bben. -
        - Ora ti voglio più bene. -


        45

        Quel giorno ero fatto a liquore, e non indovinavo a mettere la chiave nella porta. Sentivo le tue mammelle sopra la schiena, la tua fretta. Eri l'odore del tempo. Mi ridevi sul collo.

        Tengh a mmend la spasa du piett toie e tu ca m stascìa a cavadd.
        Crist! chi m so ppers, queddu giorn!
        Chi t si uaragnà!
        U cul toie era nu penzier d Crist a bompes.

        Tengo a mente la pasta delle tue mammelle e che mi stavi a cavallo.
        Che mi sono perso, quel giorno!
        Che ti sei guadagnata!
        Il tuo culo era un pensiero della bocca a buon peso.

        Il giorno appresso hai abbassato gli occhi, ti sei fatta rossa. Mi hai raccontato che ti eri fatta stare nuova nuova.


        46

        Mi chiamasti a ballare in casa di tua madre. Eri sola. C'era il grammofono. Si gelava. Eri tu, la piena di stanze.


        47

        Siamo mai stati sotto la neve? Un amico ci accompagnò fuori città, dov'era ancora bella, lontano. Io e te giocavamo, e lui, sceso dall'auto, un po' ci guardava, un po' stava sovrappensiero.


        48

        Fu l'ultimo viaggio. Alla stazione m piglias la susta, la tristezza di non essere una piazza allagata dagli occhi di un bambino. Non ti volevo appresso. E mi cercai un posto dove passare la notte. Mi spogliai in una stanzetta bianca e mi rivestii subito dopo per venirti a cercare. Stavi dove ti avevo lasciato. Al portiere dell'albergo spiegai che avevamo litigato, che ci serviva una stanza grande. Noi poveri vogliamo sempre chiarire, chiediamo sempre testimoni del nostro corpo. La tua pancia, quella notte, era un pantano di sconsolatezza e le tue mutandelle non mi facevano ridere. Mi insegnasti un paio di giochi che avevi pensato per quel viaggio e me ne andai in gloria in un momento. Ti piaceva leccare il tempo dolce, pestare la mia ipocondria nel tuo nero Pisasale. Volevo prenderti a calci, salarti la Fessa con una nazione di malinconia, quel giorno. Ed era il vino, che non teneva cuore. Era quella città, che aveva seppellito poeti e assassini con lo stesso rancore. La tua paura era talmente buona che potevi rimboccare il sangue a Cristo, senza fargli male. Appena sveglio, mi infilai nelle tue lenzuola. Mi abbracciasti con un sorriso di bambina. Hai chiuso gli occhi, ti sei sollevata un poco per farti tirare giù le mutandine. Ma quando ti ho vista sulla porta, vestita a festa, pronta a sotterrare con il tuo culo città morte, salme di cieli, ti avrei sposato con confetti di veleno, ti avrei strappato i peli uno per uno. Non ti stancavi mai di fiorire.


        49

        Nella fiumara di Acerenza, ti sporcai un'altra volta la gonna. Ti guadagnasti un altro fazzoletto. Appena si poteva mi rinfrescavo la testa nel tuo petto. Se ti accorgevi che volevo qualche altra cosa, ti infilavi una mano nella camicetta, staccavi un paio di bottoni e cacciavi fuori una mammella.

        - Arrecreat! -

        Passava un momento e mi porgevi l'altra.

        - Mò si cundend? -
        - Ora sei contento? -

        Tu non racconterai mai questa storia. Neanche a te stessa.

 

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