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Osservazioni meticolose  
 La vita e le opere
  di Gherardo Bortolotti

"Crossing",  di Mili Romano - Stampa fotografica su alluminio, 2002.

        nello scorcio, che ti colloca all'angolo di sbocco della strada sul corso, sotto la proiezione oblunga delle ombre degli stabili contro il tramonto, mentre la tracolla ti pesa sulla spalla con il carico di vita e di opere che, materializzato via carta, in forme disparate e distinte, come un quotidiano comunista, un'edizione economica di calvino, un numero di un fumetto di enoch, la cartina della città in cui ti muovi, i documenti da presentare in comune, i biglietti usati dell'autobus, l'agenda, il volantino di una festa a cui non pensi di andare, riempie l'estensione della tua persona che, ignara del valore emblematico di quella correzione, pende scompensando l'assetto della tua colonna vertebrale, guardi passare le autovetture mentre attendi, nella condizione di chi prende nota di particolari gratuiti, come le scalfitture nel palo del semaforo, il momento di attraversare.

        rimani disteso, nella mattina di domenica, in cui l'assenza di una celebrazione si espande, come le volute dell'incenso nella navata che non c'è, ad occupare la cavità plastica dei tuoi pensieri, che ritornano, come bracci meccanici usciti dalla regola della trasmissione, alle poche figure sghembe, attorno alle quali costruisci il significato di tutti i fitti eventi della settimana, che concludi in questo letto, nel silenzio di transizione dell'inizio di una giornata concessa dalla produzione, ad osservare la geografia di sfumature del soffitto, che sembrano disporre, nella filigrana figurale delle ombre millimetriche, le coordinate della vita e delle opere, quando, distratto dall'associazione dei concetti, ti incammini verso un sentiero tra le masse dei ricordi, e ti allontani.

        sotto il tavolo, a cui ceni, tra le briciole del pane di ieri, mentre lo schermo televisivo, dall'angolo della cucina in legno massello, riporta l'immagine di carri armati, carichi di individui di cui non conosci le ragioni, ma che connotano, in una rapida filiazione sintagmatica di violenze, le logiche geostrategiche del torto, tra le rovine di ramallah, cisgiordania, estinte la vita e le opere, i tuoi piedi riposano accanto a quelli della tua compagna, il cui corpo incontri in intimità separate, discontinue frazioni, che le regole del vivere ti costringono ad accantonare, di un discorso che vi prende come argomento, ritenendo infondato ogni sospetto di differenza, inconciliabile, che separi, ancora prima del progetto di un incontro, le peculiarità biologiche delle strutture che vi tengono in vita e, solitamente, ve ne fanno godere.

        mentre aspetti che il telefono, impostato sul dialing ad impulsi, componga il numero del server, che ti connette, come la chiave di un'arcata di cattedrale, alla rete, simile, nel suo universo di punti funzionali, ad una costellazione di agganci numerici, secondo una formula frattale di ottetti, consideri l'estensione della superficie del tuo disco fisso, attraverso la quale viaggia la testina del lettore, cercando nei boulevard dei solchi, blocco dopo blocco, in una città circolare e ordinata, le frazioni dei file che raccolgono la tua vita e le tue opere, decidendo che il silenzio elettromagnetico che l'attraversa, intrecciato dal crepitio ultrasonico delle scariche, può essere il posto dove riposare in pace e che, se potessi, vorresti essere inumato in sequenze di byte.

        negli angoli della tua camera, lungo i bordi inferiori delle scrivanie a cui ti sei seduto, dietro gli armadi che contengono le camicie con cui ti presenti al lavoro o dagli amici, in fondo alle mensole dei mobili in cucina, si disegnano, tra le tracce della tua vita e delle tue opere, i percorsi variegati e silenti di un possibile viaggio mistico dell'occhio che, come l'iniziato di una cultura preistorica, lungo tragitti la cui nominazione, ricevuta nell'antichità di quella stessa era, non è ancora sufficiente per riempirne i meandri e le svolte, per intersecare, nell'estensione lineare della sua pronuncia, i singoli particolari che ne punteggiano lo svolgimento, per ultimarne l'elenco dei miti, potrebbe superare come una carovana i millimetrici orizzonti, varcando le soglie degli spigoli, le piccole venature del legno, le porosità aliene delle coperture plastiche, i laghi ghiacciati delle cromature, portandosi, nel cuore, come il sigillo di quel periplo, le lunghe prospettive degli incastri dei cassetti.

        immerso, tra i bordi bianchi di marmo, nella liquida discordanza delle direzioni delle correnti, nella differenza di temperature tra i livelli che le correnti attraversano, nello scontro dei vettori delle opposte forze di spinta attraverso i livelli, nuoti nell'acqua della piscina, sotto il sole di luglio, il cui vigore sembra confermare il ricordo di una promessa non chiaramente stipulata, le cui clausole riguardano la tua vita e le tue opere, riscontrando nei riflessi, incastonati come brillanti in cristallo, alcuni riferimenti probanti l'abboccamento tra te ed il potere dell'astro, certo che la limpidezza dell'acqua clorata sia sufficiente a farti ritornare alla mente, come pacchetti indicizzati di dati, l'esatta formulazione dell'accordo.

        nella sovrapposizione, in trasparenza contro il cielo della correttezza, delle prospettive con cui hai ammirato la vita degli altri, dimostrando geometricamente, giusta i teoremi dei padri, l'inesattezza dei presupposti che li spingono, incessantemente, a commettere gli atti che ti feriscono, come gesti di eresie minori la cui portata, non ottenendo il riconoscimento delle scomuniche, mantiene lo squallore delle miserie personali, come gli stracci di un eremita di poco conto, la cui vita e le cui opere sono gli insulti di chi, furioso, lo rincorre per calciarlo nel culo, continui a ritrovare la traccia di un'incongruenza, frastagliata come la crepa nel muro della tua dignità, e ti ritrovi a dichiarare che non è giusto, nonostante questo e nonostante quello.

        bevi il tuo cappuccino e, mentre le piccole bolle della schiuma, che ricordano, ad alcuni, le calotte di città sottomarine, ancorate sul fondo oceanico in prossimità di una fossa abissale, viste nello sguardo diverso di un rilevatore di calore, o le cupole geodesiche di colonie terrestri su di un pianeta deserto, la cui distanza risulta inconcepibile per chi lo raggiunge, opache nel terreno brullo, contaminato dall'ossidazione del ferro e dalle scorie dell'evaporazione acquea, ed il cui riflesso, appena sopra la linea dell'orizzonte, certifica, almeno fino a quella distanza in parsec dal terzo pianeta del sole, la persistenza delle intenzioni di alcuni uomini, la cui vita e le cui opere non possono dimostrare se non la loro pervicacia, guardi, fuori dalla vetrina del bar, la successiva localizzazione dei passanti sul marciapiede, rispetto al palo della luce ed al cestino dei rifiuti.

        tra le teste che si sovrappongono, all'ora dell'aperitivo, alle sette di sera di una giornata lavorativa, nella prospettiva del bancone in marmo, alla tua destra, su cui i riflessi si alternano alle venature, in una parata di zuccheriere in ottone ed acciaio, e piccoli cestini che contengono una collezione di patatine, salatini, piccoli sottoaceto, bocconi di focaccia, verdure alla griglia, quadratini di pizza, pop corn ed olive in salamoia, incroci, secondo schemi stocastici di oscillazioni contrarie e discordi, lo sguardo ora dell'uno ora dell'altro dei tuoi vicini, intuendone la vita e le opere, focalizzando nel particolare di un naso, di un labbro o di un orecchio, la cifra della miseria di una vita destinata a finire, al di là delle strategie di sopravvivenza che lo scintillio degli occhi, eccitati dall'alcool, sembrano propagandare.

 

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