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nello
scorcio, che ti colloca all'angolo di sbocco della
strada sul corso, sotto la proiezione oblunga
delle ombre degli stabili contro il tramonto,
mentre la tracolla ti pesa sulla spalla con il
carico di vita e di opere che, materializzato
via carta, in forme disparate e distinte, come
un quotidiano comunista, un'edizione economica
di calvino, un numero di un fumetto di enoch,
la cartina della città in cui ti muovi,
i documenti da presentare in comune, i biglietti
usati dell'autobus, l'agenda, il volantino di
una festa a cui non pensi di andare, riempie l'estensione
della tua persona che, ignara del valore emblematico
di quella correzione, pende scompensando l'assetto
della tua colonna vertebrale, guardi passare le
autovetture mentre attendi, nella condizione di
chi prende nota di particolari gratuiti, come
le scalfitture nel palo del semaforo, il momento
di attraversare.
rimani
disteso, nella mattina di domenica, in cui l'assenza
di una celebrazione si espande, come le volute
dell'incenso nella navata che non c'è,
ad occupare la cavità plastica dei tuoi
pensieri, che ritornano, come bracci meccanici
usciti dalla regola della trasmissione, alle poche
figure sghembe, attorno alle quali costruisci
il significato di tutti i fitti eventi della settimana,
che concludi in questo letto, nel silenzio di
transizione dell'inizio di una giornata concessa
dalla produzione, ad osservare la geografia di
sfumature del soffitto, che sembrano disporre,
nella filigrana figurale delle ombre millimetriche,
le coordinate della vita e delle opere, quando,
distratto dall'associazione dei concetti, ti incammini
verso un sentiero tra le masse dei ricordi, e
ti allontani.
sotto
il tavolo, a cui ceni, tra le briciole del pane
di ieri, mentre lo schermo televisivo, dall'angolo
della cucina in legno massello, riporta l'immagine
di carri armati, carichi di individui di cui non
conosci le ragioni, ma che connotano, in una rapida
filiazione sintagmatica di violenze, le logiche
geostrategiche del torto, tra le rovine di ramallah,
cisgiordania, estinte la vita e le opere, i tuoi
piedi riposano accanto a quelli della tua compagna,
il cui corpo incontri in intimità separate,
discontinue frazioni, che le regole del vivere
ti costringono ad accantonare, di un discorso
che vi prende come argomento, ritenendo infondato
ogni sospetto di differenza, inconciliabile, che
separi, ancora prima del progetto di un incontro,
le peculiarità biologiche delle strutture
che vi tengono in vita e, solitamente, ve ne fanno
godere.
mentre
aspetti che il telefono, impostato sul dialing
ad impulsi, componga il numero del server, che
ti connette, come la chiave di un'arcata di cattedrale,
alla rete, simile, nel suo universo di punti funzionali,
ad una costellazione di agganci numerici, secondo
una formula frattale di ottetti, consideri l'estensione
della superficie del tuo disco fisso, attraverso
la quale viaggia la testina del lettore, cercando
nei boulevard dei solchi, blocco dopo blocco,
in una città circolare e ordinata, le frazioni
dei file che raccolgono la tua vita e le tue opere,
decidendo che il silenzio elettromagnetico che
l'attraversa, intrecciato dal crepitio ultrasonico
delle scariche, può essere il posto dove
riposare in pace e che, se potessi, vorresti essere
inumato in sequenze di byte.
negli
angoli della tua camera, lungo i bordi inferiori
delle scrivanie a cui ti sei seduto, dietro gli
armadi che contengono le camicie con cui ti presenti
al lavoro o dagli amici, in fondo alle mensole
dei mobili in cucina, si disegnano, tra le tracce
della tua vita e delle tue opere, i percorsi variegati
e silenti di un possibile viaggio mistico dell'occhio
che, come l'iniziato di una cultura preistorica,
lungo tragitti la cui nominazione, ricevuta nell'antichità
di quella stessa era, non è ancora sufficiente
per riempirne i meandri e le svolte, per intersecare,
nell'estensione lineare della sua pronuncia, i
singoli particolari che ne punteggiano lo svolgimento,
per ultimarne l'elenco dei miti, potrebbe superare
come una carovana i millimetrici orizzonti, varcando
le soglie degli spigoli, le piccole venature del
legno, le porosità aliene delle coperture
plastiche, i laghi ghiacciati delle cromature,
portandosi, nel cuore, come il sigillo di quel
periplo, le lunghe prospettive degli incastri
dei cassetti.
immerso,
tra i bordi bianchi di marmo, nella liquida discordanza
delle direzioni delle correnti, nella differenza
di temperature tra i livelli che le correnti attraversano,
nello scontro dei vettori delle opposte forze
di spinta attraverso i livelli, nuoti nell'acqua
della piscina, sotto il sole di luglio, il cui
vigore sembra confermare il ricordo di una promessa
non chiaramente stipulata, le cui clausole riguardano
la tua vita e le tue opere, riscontrando nei riflessi,
incastonati come brillanti in cristallo, alcuni
riferimenti probanti l'abboccamento tra te ed
il potere dell'astro, certo che la limpidezza
dell'acqua clorata sia sufficiente a farti ritornare
alla mente, come pacchetti indicizzati di dati,
l'esatta formulazione dell'accordo.
nella
sovrapposizione, in trasparenza contro il cielo
della correttezza, delle prospettive con cui hai
ammirato la vita degli altri, dimostrando geometricamente,
giusta i teoremi dei padri, l'inesattezza dei
presupposti che li spingono, incessantemente,
a commettere gli atti che ti feriscono, come gesti
di eresie minori la cui portata, non ottenendo
il riconoscimento delle scomuniche, mantiene lo
squallore delle miserie personali, come gli stracci
di un eremita di poco conto, la cui vita e le
cui opere sono gli insulti di chi, furioso, lo
rincorre per calciarlo nel culo, continui a ritrovare
la traccia di un'incongruenza, frastagliata come
la crepa nel muro della tua dignità, e
ti ritrovi a dichiarare che non è giusto,
nonostante questo e nonostante quello.
bevi
il tuo cappuccino e, mentre le piccole bolle della
schiuma, che ricordano, ad alcuni, le calotte
di città sottomarine, ancorate sul fondo
oceanico in prossimità di una fossa abissale,
viste nello sguardo diverso di un rilevatore di
calore, o le cupole geodesiche di colonie terrestri
su di un pianeta deserto, la cui distanza risulta
inconcepibile per chi lo raggiunge, opache nel
terreno brullo, contaminato dall'ossidazione del
ferro e dalle scorie dell'evaporazione acquea,
ed il cui riflesso, appena sopra la linea dell'orizzonte,
certifica, almeno fino a quella distanza in parsec
dal terzo pianeta del sole, la persistenza delle
intenzioni di alcuni uomini, la cui vita e le
cui opere non possono dimostrare se non la loro
pervicacia, guardi, fuori dalla vetrina del bar,
la successiva localizzazione dei passanti sul
marciapiede, rispetto al palo della luce ed al
cestino dei rifiuti.
tra
le teste che si sovrappongono, all'ora dell'aperitivo,
alle sette di sera di una giornata lavorativa,
nella prospettiva del bancone in marmo, alla tua
destra, su cui i riflessi si alternano alle venature,
in una parata di zuccheriere in ottone ed acciaio,
e piccoli cestini che contengono una collezione
di patatine, salatini, piccoli sottoaceto, bocconi
di focaccia, verdure alla griglia, quadratini
di pizza, pop corn ed olive in salamoia, incroci,
secondo schemi stocastici di oscillazioni contrarie
e discordi, lo sguardo ora dell'uno ora dell'altro
dei tuoi vicini, intuendone la vita e le opere,
focalizzando nel particolare di un naso, di un
labbro o di un orecchio, la cifra della miseria
di una vita destinata a finire, al di là
delle strategie di sopravvivenza che lo scintillio
degli occhi, eccitati dall'alcool, sembrano propagandare.
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