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Sogni ad occhi aperti  
 Nati sotto una cattiva stella
  di Renata Adamo

"Crossing",  di Mili Romano - Stampa fotografica su alluminio, 2002.

        Cerco di tenere il timone a dritta perché se perdo la testa e qualcosa mi dice che sono a un passo dal perderla, potrei essere travolta. Non c'è equipaggio a bordo. Sono sola. Non guardo neppure se per caso ci siano stelle in cielo, se ci sono non brillano per me. Ad ogni modo non ci sono. Il cielo di questo strano mare o è abbagliante come uno specchio che acceca oppure piattamente oscuro e pesante come una lastra di stagno.
        Ai lati dell'imbarcazione che mi sorprendo a guidare, un guscio sprovvisto di tutto, viaggiano delfini. Non sono amici, sono guardiani. Controllano che tenga la barra secondo la direzione che mi è stata imposta anche se non mi è chiaro da chi mi sia stata imposta. I delfini non fanno guizzi di gioia nell'acqua. Sono sorveglianti silenziosi sprovvisti di emozioni e di pietà. Non sono né buoni né cattivi, non hanno la giovialità che di regola si attribuisce loro. Non voglio dire che dunque abbiano solo l'apparenza di delfini, che siano mostri mutanti o altro. No, questi sono proprio delfini, addestrati ad agire così.
        A volte s'inabissano ma subito riemergono in un altro punto e mi tengono d'occhio. Mi sembra che la loro funzione sia quella di fare da scorta ma potrebbero assumere altre funzioni se solo venisse loro ordinato.
        Sono belve affidabili addestrate (ma quando è avvenuto?) dai loro padroni che se ne stanno celati, chissà dove. Penso pure che entro una certa soglia siano in grado di leggermi nel pensiero. Sanno che sto cercando di fuggire, dunque sono tenuta sotto stretta sorveglianza.
        In questo percorso che sto compiendo senza sapere né dove sono diretta né quando avrei cominciato a mettermi in marcia, posso passare indifferentemente dal mare alla terra senza che le cose per me cambino nella sostanza.
        La scorta che nel mare è assicurata dai delfini, sulla terra è affidata ai cani. Ho appreso che la Terra non deve essere per me null'altro che un suolo, una superficie sulla quale transitare. Deve essermi chiaro che il territorio che attraverso, qualunque esso sia, mi è ostile, non costituisce alcuna risorsa per me, solo pena. Deve essermi chiaro inoltre che il territorio è straniero. Di per sé, la superficie sulla quale transito non è necessariamente brutta o desolata. Al contrario, a tratti appare bellissima, curata, arricchita da piante ornamentali, giardini pensili, circondata da montagne e colline. Mentre transito vedo territori che una volta avrei definito paesaggi che mi sarei fermata a contemplare convinta che questa prerogativa (di contemplare) mi appartenesse per diritto naturale. Ora non mi sognerei mai di considerare questi territori di transito paesaggi perché il godimento della loro bellezza mi è precluso, vietato, negato. La bellezza è esibita solo per aumentare il mio sentimento di estraneità, per spezzare la mia resistenza.
        Poiché sono inerme e comprendo in pieno l'ostilità se non proprio l'odio che mi circonda, non capisco lo stato d'animo dei miei... nemici(?), aguzzini(?). Dovrebbero essere appagati, soddisfatti. Invece sento che sono ansiosi. Non riesco a comprendere perché siano ansiosi. Non mi passa neppure lontanamente per la testa che possano avere timore di me. D'altra parte non vedo nessun altro intorno, dunque è a causa mia che sono ansiosi.
        Questi aguzzini non sono apparsi all'improvviso. Li conosco da molto tempo, posto che il tempo abbia un ruolo nella situazione attuale. Molto tempo in questo tempo di ripiegamenti cadaverici e di improvvise quanto spaventose accelerazioni, può voler dire tutto e niente, dunque niente. Dicevo che conosco gli aguzzini. Erano visibili a tutti ma innocui, si tenevano a distanza, come ombre che tremano nella calura. Ombre non creature in carne e ossa. Percepivo - non so usare altro termine - la loro minaccia incombente, la loro attesa paziente ma l'orrore che quelle loro ombre mi suscitavano non riusciva a tramutarsi in parole ed era così che me ne dimenticavo. Ricordo che avrei voluto parlarne agli amici. Temevo che sarei stata accusata di morbosità, di irrazionalità. I miei timori non avrebbero avuto fondamento e in effetti non ne avevano, considerato che quelle "ombre", così comuni nel paesaggio, quasi invisibili, non suscitavano in altri la medesima inquietudine e senso di minaccia che suscitavano in me.
        Poi all'improvviso si sono mostrati. Non più ombre. Già padroni del territorio. In armi. Anche se armi addosso non gliene ho ancora viste. Controllano ogni cosa, ogni dettaglio attraverso i guardiani. Non hanno contatti diretti con me, io non ne ho mai visto in faccia neppure uno, si tengono a distanza ma permeano tutto della loro natura originariamente malvagia.
        Ritornando a questa marcia per terra o per mare che può procedere in un modo o nell'altro senza che ne avverta la differenza, come in un sogno o in un sopore, essa comprende anche l'attraversamento di città. Dico città per farmi capire ma non sono propriamente città come uno potrebbe immaginare evocandone il nome, ne hanno solo l'apparenza. Si tratta piuttosto di strani cerchi comunitari mobili che si possono sovrapporre l'un l'altro senza che si avverta il benché minimo cambiamento d'identità perché ne sono sprovvisti tanto è vero che non mi sembra sia stato assegnato loro un nome. Transitando per questi cerchi comunitari vedo normali scene di vita quotidiana che hanno luogo in qualsiasi città, vedo le persone ma non sono vista a mia volta, nessuno si ferma a guardarmi, a fare un commento sulla mia scorta di cani, nessuno mi rivolge la parola. Sono sicura che non mi vedono ma nello stesso tempo sono convinta che ci siano pure quelli che mi vedono: sacche di resistenza. Dico questo perché quando dobbiamo transitare per i cerchi comunitari mobili avverto nei guardiani che mi scortano un certo nervosismo. I cani si agitano, si avvicinano e quasi mi lambiscono le vesti con il muso per tenermi sotto saldo controllo. Ieri qualcuno deve avermi accostato, un'ombra. Il cane è balzato in avanti e mentre balzava è stato abbattuto. Da chi? Non saprei dire perché non mi è concesso di sostare neppure per un istante né tanto meno di voltarmi indietro a guardare. Non penso che il cane sia stato eliminato da un resistente, penso al contrario che sia stato abbattuto dai suoi stessi padroni perché ha mostrato una carica eccessiva di emotività.
        In questo modo mi spiego le carcasse di cani che a volte vedo lungo la strada. In un'occasione ho visto la stessa carcassa due volte, ero sicura che si trattasse della stessa carcassa, benché ora sia stata rimossa. Certo, un errore nel meccanismo può capitare a chiunque, ma è un errore grave perché mi aiuta a comprendere che stiamo, sto?, girando in una specie di cerchio.
        A volte provo a lanciare uno sguardo fulmineo alle mie guardie carcerarie. A questi cani. Normalmente non riesco a incontrare il loro sguardo ma se questo accade ecco che sento montare in loro un'ansia, una specie di spasimo mortale carico di minaccia che però non si muta in ringhio sonoro perché queste belve sono silenziose, addestrate a non emettere suoni. L'assenza di suoni è la costante di questo transito. Tutto si muove intorno a me sprovvisto di suono. Mi accorgo che in questo modo la pena viene aumentata di grado, diviene, se possibile, più pura.
        Ma se i miei aguzzini si mostrano così sottili nella crudeltà, dunque consapevoli, bravi maestri, padroni del campo e io inerme, perché sono ansiosi?
        Ho l'impressione che la cosa che più li spaventa è che mi possa baluginare nella testa una lontanissima idea di speranza. Speranza di non trovarmi sola in questa marcia, in questa processione di pena che sembra avere le caratteristiche, anzi ha la caratteristica di una pulizia etnica che non manca di strane, gelide, cortesie e attenzioni. Scopo di queste attenzioni però non è umanizzare la marcia. Si tratta di uno scopo per così dire "sperimentale", volto a migliorare il meccanismo del controllo.
        Malgrado tutti i loro accorgimenti: i cani, i delfini, il silenzio, il passaggio da acqua a terra e viceversa, il sopore, il transito, l'estraneità, il perpetuo movimento, io vedo qua e là dei riferimenti, un disegno, un quadro.
        Questo è il punto.
        Se riesco a indovinare l'architettura unitaria del loro progetto, sono finiti. Deve essere questa la ragione della loro ansia.
        Non temo di venire uccisa perché la mia uccisione costituirebbe il fallimento della loro appassionata opera di mutazione sociale. Giacché scopo ultimo non è che io sia assassinata ma che io mi annienti con le mie proprie mani nella consapevolezza della mia assoluta inutilità.
        Sono certa che dietro le mie spalle o più avanti rispetto a me ci siano altre persone soggette alla marcia. Donne soprattutto, ma anche molti vecchi, qualche ragazzo audace, alcuni uomini. Gli uomini non sono molti e quelli che ci sono devono evidentemente essere considerati irrimediabilmente ribelli. Tra loro vi sono anche alcuni religiosi pentiti di tutte le religioni possibili.
        In mezzo a noi, non ai lati della marcia ma all'interno, agiscono personaggi che sono diversi dalle belve silenziose che ci scortano sebbene io li consideri peggiori dei guardiani, di natura più velleitaria e sanguinaria. Sono gli imbonitori. Sono sparsi come cenere in mezzo a noi e rimestano e creano giochi illusionistici a volte con autentica maestria. Sono creature simili a sciacalli dei quali le stesse belve che ci scortano provano un raggelante disprezzo ma del loro disprezzo questi imbonitori non si curano presi come sono dal loro lavoro che - cosa incredibile - li entusiasma. Gli imbonitori vogliono fare bene il lavoro loro affidato dagli aguzzini. Gli aguzzini al pari delle belve li disprezzano con una tale carica di malevolenza che mi riesce perfino di provare pena per gli imbonitori. La loro funzione è quella di impedirci di avere un quadro, una visione. Il loro lavoro è ben remunerato, hanno l'aspetto posato e ben nutrito. Alcuni, a tratti, rivelano però una tensione isterica che li brucia come una malattia. Sono molto competitivi e del tutto proni al volere degli aguzzini, loro padroni. Possono forse essere reclutati anche tra le nostre file di marciatori tra acqua e terra? Non lo so. Non riesco a vedere un altro marciatore al di fuori di me. Sembra che io marci da sola. Questo è quanto vogliono farmi credere ma ci deve essere di più. Non è possibile che i miei aguzzini siano così ingenui da credere che a un certo punto non percepisca che non si tratti di una marcia solitaria ma di un'intera selezionata schiera di umani che viene fatta marciare senza nessuna meta apparente da raggiungere...

 

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