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Cerco
di tenere il timone a dritta perché se
perdo la testa e qualcosa mi dice che sono a un
passo dal perderla, potrei essere travolta. Non
c'è equipaggio a bordo. Sono sola. Non
guardo neppure se per caso ci siano stelle in
cielo, se ci sono non brillano per me. Ad ogni
modo non ci sono. Il cielo di questo strano mare
o è abbagliante come uno specchio che acceca
oppure piattamente oscuro e pesante come una lastra
di stagno.
Ai
lati dell'imbarcazione che mi sorprendo a guidare,
un guscio sprovvisto di tutto, viaggiano delfini.
Non sono amici, sono guardiani. Controllano che
tenga la barra secondo la direzione che mi è
stata imposta anche se non mi è chiaro
da chi mi sia stata imposta. I delfini non fanno
guizzi di gioia nell'acqua. Sono sorveglianti
silenziosi sprovvisti di emozioni e di pietà.
Non sono né buoni né cattivi, non
hanno la giovialità che di regola si attribuisce
loro. Non voglio dire che dunque abbiano solo
l'apparenza di delfini, che siano mostri mutanti
o altro. No, questi sono proprio delfini, addestrati
ad agire così.
A
volte s'inabissano ma subito riemergono in un
altro punto e mi tengono d'occhio. Mi sembra che
la loro funzione sia quella di fare da scorta
ma potrebbero assumere altre funzioni se solo
venisse loro ordinato.
Sono
belve affidabili addestrate (ma quando è
avvenuto?) dai loro padroni che se ne stanno celati,
chissà dove. Penso pure che entro una certa
soglia siano in grado di leggermi nel pensiero.
Sanno che sto cercando di fuggire, dunque sono
tenuta sotto stretta sorveglianza.
In
questo percorso che sto compiendo senza sapere
né dove sono diretta né quando avrei
cominciato a mettermi in marcia, posso passare
indifferentemente dal mare alla terra senza che
le cose per me cambino nella sostanza.
La
scorta che nel mare è assicurata dai delfini,
sulla terra è affidata ai cani. Ho appreso
che la Terra non deve essere per me null'altro
che un suolo, una superficie sulla quale transitare.
Deve essermi chiaro che il territorio che attraverso,
qualunque esso sia, mi è ostile, non costituisce
alcuna risorsa per me, solo pena. Deve essermi
chiaro inoltre che il territorio è straniero.
Di per sé, la superficie sulla quale transito
non è necessariamente brutta o desolata.
Al contrario, a tratti appare bellissima, curata,
arricchita da piante ornamentali, giardini pensili,
circondata da montagne e colline. Mentre transito
vedo territori che una volta avrei definito paesaggi
che mi sarei fermata a contemplare convinta che
questa prerogativa (di contemplare) mi appartenesse
per diritto naturale. Ora non mi sognerei mai
di considerare questi territori di transito paesaggi
perché il godimento della loro bellezza
mi è precluso, vietato, negato. La bellezza
è esibita solo per aumentare il mio sentimento
di estraneità, per spezzare la mia resistenza.
Poiché
sono inerme e comprendo in pieno l'ostilità
se non proprio l'odio che mi circonda, non capisco
lo stato d'animo dei miei... nemici(?), aguzzini(?).
Dovrebbero essere appagati, soddisfatti. Invece
sento che sono ansiosi. Non riesco a
comprendere perché siano ansiosi. Non mi
passa neppure lontanamente per la testa che possano
avere timore di me. D'altra parte non vedo nessun
altro intorno, dunque è a causa mia che
sono ansiosi.
Questi
aguzzini non sono apparsi all'improvviso. Li conosco
da molto tempo, posto che il tempo abbia un ruolo
nella situazione attuale. Molto tempo
in questo tempo di ripiegamenti cadaverici e di
improvvise quanto spaventose accelerazioni, può
voler dire tutto e niente, dunque niente. Dicevo
che conosco gli aguzzini. Erano visibili a tutti
ma innocui, si tenevano a distanza, come ombre
che tremano nella calura. Ombre non creature in
carne e ossa. Percepivo - non so usare altro termine
- la loro minaccia incombente, la loro attesa
paziente ma l'orrore che quelle loro ombre mi
suscitavano non riusciva a tramutarsi in parole
ed era così che me ne dimenticavo. Ricordo
che avrei voluto parlarne agli amici. Temevo che
sarei stata accusata di morbosità, di irrazionalità.
I miei timori non avrebbero avuto fondamento e
in effetti non ne avevano, considerato che quelle
"ombre", così comuni nel paesaggio,
quasi invisibili, non suscitavano in altri la
medesima inquietudine e senso di minaccia che
suscitavano in me.
Poi
all'improvviso si sono mostrati. Non più
ombre. Già padroni del territorio. In armi.
Anche se armi addosso non gliene ho ancora viste.
Controllano ogni cosa, ogni dettaglio attraverso
i guardiani. Non hanno contatti diretti con me,
io non ne ho mai visto in faccia neppure uno,
si tengono a distanza ma permeano tutto della
loro natura originariamente malvagia.
Ritornando
a questa marcia per terra o per mare che può
procedere in un modo o nell'altro senza che ne
avverta la differenza, come in un sogno o in un
sopore, essa comprende anche l'attraversamento
di città. Dico città per
farmi capire ma non sono propriamente città
come uno potrebbe immaginare evocandone il nome,
ne hanno solo l'apparenza. Si tratta piuttosto
di strani cerchi comunitari mobili che
si possono sovrapporre l'un l'altro senza che
si avverta il benché minimo cambiamento
d'identità perché ne sono sprovvisti
tanto è vero che non mi sembra sia stato
assegnato loro un nome. Transitando per questi
cerchi comunitari vedo normali scene
di vita quotidiana che hanno luogo in qualsiasi
città, vedo le persone ma non
sono vista a mia volta, nessuno si ferma a guardarmi,
a fare un commento sulla mia scorta di cani, nessuno
mi rivolge la parola. Sono sicura che non mi vedono
ma nello stesso tempo sono convinta che ci siano
pure quelli che mi vedono: sacche di resistenza.
Dico questo perché quando dobbiamo transitare
per i cerchi comunitari mobili avverto nei guardiani
che mi scortano un certo nervosismo. I cani si
agitano, si avvicinano e quasi mi lambiscono le
vesti con il muso per tenermi sotto saldo controllo.
Ieri qualcuno deve avermi accostato, un'ombra.
Il cane è balzato in avanti e mentre balzava
è stato abbattuto. Da chi? Non saprei dire
perché non mi è concesso di sostare
neppure per un istante né tanto meno di
voltarmi indietro a guardare. Non penso che il
cane sia stato eliminato da un resistente,
penso al contrario che sia stato abbattuto dai
suoi stessi padroni perché ha mostrato
una carica eccessiva di emotività.
In
questo modo mi spiego le carcasse di cani che
a volte vedo lungo la strada. In un'occasione
ho visto la stessa carcassa due volte, ero sicura
che si trattasse della stessa carcassa, benché
ora sia stata rimossa. Certo, un errore nel meccanismo
può capitare a chiunque, ma è un
errore grave perché mi aiuta a comprendere
che stiamo, sto?, girando in una specie di cerchio.
A
volte provo a lanciare uno sguardo fulmineo alle
mie guardie carcerarie. A questi cani. Normalmente
non riesco a incontrare il loro sguardo ma se
questo accade ecco che sento montare in loro un'ansia,
una specie di spasimo mortale carico di minaccia
che però non si muta in ringhio sonoro
perché queste belve sono silenziose, addestrate
a non emettere suoni. L'assenza di suoni è
la costante di questo transito. Tutto si muove
intorno a me sprovvisto di suono. Mi accorgo che
in questo modo la pena viene aumentata di grado,
diviene, se possibile, più pura.
Ma
se i miei aguzzini si mostrano così sottili
nella crudeltà, dunque consapevoli, bravi
maestri, padroni del campo e io inerme, perché
sono ansiosi?
Ho
l'impressione che la cosa che più li spaventa
è che mi possa baluginare nella testa una
lontanissima idea di speranza. Speranza di non
trovarmi sola in questa marcia, in questa processione
di pena che sembra avere le caratteristiche, anzi
ha la caratteristica di una pulizia etnica che
non manca di strane, gelide, cortesie e attenzioni.
Scopo di queste attenzioni però non è
umanizzare la marcia. Si tratta di uno scopo per
così dire "sperimentale", volto
a migliorare il meccanismo del controllo.
Malgrado
tutti i loro accorgimenti: i cani, i delfini,
il silenzio, il passaggio da acqua a terra e viceversa,
il sopore, il transito, l'estraneità, il
perpetuo movimento, io vedo qua e là dei
riferimenti, un disegno, un quadro.
Questo
è il punto.
Se
riesco a indovinare l'architettura unitaria del
loro progetto, sono finiti. Deve essere questa
la ragione della loro ansia.
Non
temo di venire uccisa perché la mia uccisione
costituirebbe il fallimento della loro appassionata
opera di mutazione sociale. Giacché scopo
ultimo non è che io sia assassinata ma
che io mi annienti con le mie proprie mani
nella consapevolezza della mia assoluta inutilità.
Sono
certa che dietro le mie spalle o più avanti
rispetto a me ci siano altre persone soggette
alla marcia. Donne soprattutto, ma anche molti
vecchi, qualche ragazzo audace, alcuni uomini.
Gli uomini non sono molti e quelli che ci sono
devono evidentemente essere considerati irrimediabilmente
ribelli. Tra loro vi sono anche alcuni religiosi
pentiti di tutte le religioni possibili.
In
mezzo a noi, non ai lati della marcia ma all'interno,
agiscono personaggi che sono diversi dalle belve
silenziose che ci scortano sebbene io li consideri
peggiori dei guardiani, di natura più velleitaria
e sanguinaria. Sono gli imbonitori. Sono
sparsi come cenere in mezzo a noi e rimestano
e creano giochi illusionistici a volte con autentica
maestria. Sono creature simili a sciacalli dei
quali le stesse belve che ci scortano provano
un raggelante disprezzo ma del loro disprezzo
questi imbonitori non si curano presi come sono
dal loro lavoro che - cosa incredibile
- li entusiasma. Gli imbonitori vogliono fare
bene il lavoro loro affidato dagli aguzzini. Gli
aguzzini al pari delle belve li disprezzano con
una tale carica di malevolenza che mi riesce perfino
di provare pena per gli imbonitori. La loro funzione
è quella di impedirci di avere un quadro,
una visione. Il loro lavoro è ben remunerato,
hanno l'aspetto posato e ben nutrito. Alcuni,
a tratti, rivelano però una tensione isterica
che li brucia come una malattia. Sono molto competitivi
e del tutto proni al volere degli aguzzini, loro
padroni. Possono forse essere reclutati anche
tra le nostre file di marciatori tra acqua e terra?
Non lo so. Non riesco a vedere un altro marciatore
al di fuori di me. Sembra che io marci da sola.
Questo è quanto vogliono farmi credere
ma ci deve essere di più. Non è
possibile che i miei aguzzini siano così
ingenui da credere che a un certo punto non percepisca
che non si tratti di una marcia solitaria ma di
un'intera selezionata schiera di umani che viene
fatta marciare senza nessuna meta apparente da
raggiungere...
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