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"...
la fedeltà alle cose in cui ci siamo
imbattuti
nella nostra vita"
Walter Benjamin, Diario Parigino |
Tornato
da scuola, dopo pranzo, mi stendo sulla poltrona
riservata alla pennichella pomeridiana, mi tolgo
gli occhiali, e chiudo gli occhi per far riposare
la mente. Ripenso a tante cose avvenute a scuola
e ascolto i rumori che vengono dalla strada. Poi
imbrocco pensieri insensati che mi trasportano
nell'incoscienza ristoratrice di un sonno breve,
ma intenso e liberatorio.
Nei
giorni di tramontana, il vento infila nella mia
strada un rumore che proviene da molto lontano,
sei o sette chilometri in linea d'aria, il rumore
degli aerei che partono dall'aeroporto militare
per le esercitazioni sui cieli del Salento. Nell'aeroporto
di Galatina, infatti, ha la sua base una scuola
di volo, dove si addestrano i piloti dell'aeronautica
militare italiana. Quando il vento soffia forte,
allora il rombo dei motori giunge più intenso,
ma non è mai molto fastidioso perché
diventa una specie di musicale rincalzo dello
stormire del vento tra gli alberi dei giardini
e del suo fischiare tra le case. Insomma, a me
non dà per nulla fastidio, anzi, mi richiama
alla visione dell'aperta campagna dove hanno costruito
le lunghe piste dell'aeroporto.
Ieri,
dopo pranzo, mentre stavo riposando nel modo che
ho detto, mi è venuto il desiderio di rivisitare
quei luoghi, dove noi ragazzi ci spingevamo con
le biciclette e poi con i motorini per vedere
il decollo o l'atterraggio degli aerei da guerra.
Così, riaperti gli occhi, e inforcati gli
occhiali, ho detto a Giulia, mia figlia, che mi
sarebbe piaciuto mostrarle il campo di aviazione
e gli aerei che facevano tutto quel rumore.
-
Quale rumore, papa?
-
Ma come, non ci hai fatto caso? Il rumore che
proviene dall'aeroporto!
Giulia
non vi aveva fatto caso, pur sentendolo bene,
perché lo aveva incluso nel normale rumore
della città quando tira un po' di vento
da nord. E così abbiamo indossato le nostre
giacche a vento e con lo scooter siamo partiti
alla volta dell'aeroporto.
Avere
la tramontana nel mese di novembre è davvero
un caso fortunoso. Novembre qui è il mese
delle piogge portate perlopiù dallo scirocco,
un vento caldo che fa ingrossare nei campi le
cicorie e i finocchi. Man mano che ci si allontana
dall'abitato, la campagna cambia aspetto: le vigne
cedono il terreno agli olivi e questi alle colture
stagionali. Ci sono mille case coloniche, molte
ben costruite, tutte proprietà degli abitanti
di Galatina, che vi trascorrono anche la villeggiatura.
A Galatina questa contrada viene designata con
l'espressione la via de lu Duca, perché
porta dritto a una masseria che si dice sia stata
proprietà di un Duca, molti e molti anni
fa. E si aggiunge che vi sia un passaggio segreto
sotterraneo che parte dal castello di Galatina
e giunge fino a questa masseria, un passaggio
fatto costruire dal predetto Duca che aveva voluto
tutelarsi con una via di fuga da eventuali aggressori.
Naturalmente questo cunicolo non è stato
mai trovato, ma di esso è rimasta traccia
nell'immaginario popolare, sicché ancor
oggi io non riesco ad imboccare la via de
lu Duca senza rievocare dentro di me questa
storia che mi è stata raccontata sin da
quando ero ragazzo. Naturalmente, ieri, essendo
in compagnia di Giulia, ho pensato ad alta voce,
e le ho raccontato il fatto, suscitando il suo
interesse e la sua curiosità. Ha voluto
a tutti i costi che la portassi alla masseria
de lu Duca, dove certamente avremmo trovato
l'uscita del passaggio segreto.
Per
arrivarci, bisognava passare da una villa, sulla
quale voglio ora dire qualcosa. L'interesse mio
per questa villa riguarda un tempo ormai passato
- parlo di almeno venticinque anni fa -, quando
per caso in una delle nostre scorribande scoprimmo
che nel retro di essa vi era un campo da tennis
abbandonato ricoperto di asfalto, ma in uno stato
tale che poteva essere utilizzato senza problemi.
Non seppi mai a chi appartenesse quella villa,
ma è certo che il proprietario non se ne
curava, perché il suo stato d'abbandono
era palese a chiunque, passando, avesse voltato
lo sguardo in quella direzione.
Quando
ero ragazzo, e si veniva con la bicicletta, e
poi, un po' più grandicelli, coi motorini,
la villa abbandonata era un ottimo luogo per fermarsi
a riposare, poiché si trova proprio a metà
strada tra l'abitato di Galatina e l'aeroporto,
poco lontana dalla masseria de lu Duca.
Io e i miei amici non giocavamo a tennis, non
era il nostro sport. Noi giocavamo a pallone e
basta. Ma fermarsi in quella villa abbandonata
era diventata per noi una consuetudine, poiché
al gusto dell'infrazione - infatti, scavalcando
il basso muro di cinta e facendoci un varco nella
siepe di pino, violavamo una proprietà
privata - si univa la certezza dell'impunità
- tanto era chiaro a tutti che nessuno da anni
aveva più visitato quella casa. D'inverno
c'erano mandarini e aranci che - sebbene nessuno
da anni li avesse più potati - davano ancora
frutto e noi ne approfittavamo per mangiarne a
sazietà. Poi riprendevamo a pedalare verso
le piste dell'aeroporto con le tasche piene.
Una
volta ci portai una mia compagna di scuola, a
cui avevo chiesto di insegnarmi a giocare a tennis.
Lei mi aveva risposto che con poche lire potevamo
prenotare il campo al Tennis club, ma
a me piaceva l'idea di portare la mia compagna
in quella villa disabitata e di giocare con lei
in quel campo da tennis abbandonato, non altrove.
Alla fine lei acconsentì e così,
armati di palle e racchette, un pomeriggio di
non so più che stagione, a bordo della
sua vespa bianca, prendemmo la via de lu Duca.
Come
avrei potuto raccontare a Giulia queste cose?
Non le ho detto niente, perché non avrebbe
capito come mai alla mia compagna di scuola avevo
chiesto di insegnarmi il gioco del tennis in un
luogo così fuori mano e in un campo molto
più lontano del Tennis club, dove
ogni galatinese di buona famiglia impara a giocare
servendosi anche di istruttori specializzati;
avrei dovuto spiegarle, inoltre, perché
con la mia compagna di scuola facemmo quell'unica
lezione: diceva che svisavo la palla, la colpivo
di striscio per imprimerle un effetto che e lei
non piaceva perché la metteva in difficoltà
e che questo era tipico dei principianti; e aggiungeva
che si gioca meglio su un campo di terra battuta,
come quelli che si possono affittare al Tennis
Club, che non in un campo asfaltato dove
la palla rimbalza male. A quel tempo a me piaceva
svisare e mi piacevano le piccole infrazioni,
ero fatto così. Ma potevo dire queste cose
a Giulia? Potevo raccontarle i motivi per i quali
io e la mia compagna di scuola, dopo quel pomeriggio,
non ritornammo più insieme in quel luogo?
Le
ore che ho passato insieme con Giulia, ieri pomeriggio,
sono state davvero memorabili: venticinque anni
dopo, con mia figlia, à la recherche
du temp perdu...
Con
Giulia dovevo essere ormai vicinissimo al luogo
del mio primo giovanile errore, ma non vedevo
nessuna villa infrascata e disabitata, nessun
campo da tennis immerso nell'agrumeto incolto.
Eppure tutto ciò doveva essere lì,
davanti ai miei occhi, come una massa scura di
alberi e siepi sopra una villa dai muri anneriti
dall'umidità. Nulla di tutto questo. Al
contrario, in quel luogo sorgeva ora una costruzione
linda linda e ben recintata da un muretto su cui
avevano innestato una ringhiera lanceolata di
ferro battuto, una villa coi tetti spioventi di
tegole rosse, come se ne vedono in Trentino e
ora sempre più spesso qui nel Salento;
e tutt'intorno erano ben definite alcune aiole
piantate perlopiù a rose, mentre attraverso
l'inferriata potevamo scorgere una piscina di
media dimensione e un campo da tennis in terra
battuta, tra palme svettanti e altri alberi di
bella vista! Queste sono le cose che ti fanno
capire come il tempo sia passato davvero e non
ci sia più spazio per alcun ripensamento.
Avrei voluto fermarmi lì, fare una sosta
come nei tempi andati, fare entrare in quel luogo
mia figlia per mostrarle dove noi ragazzi andavamo
a divertirci, quali spazi sottratti alle interferenze
degli adulti noi occupavamo, e, perché
no, i luoghi dei miei primi turbamenti, ed invece
qualcuno aveva provveduto a mettere in fuga il
passato con tutti i suoi fantasmi, in un modo
molto semplice: cambiando il paesaggio con la
ristrutturazione completa di una casa e la trasformazione
di meno d'un ettaro di terra, dove non c'era più
posto per l'agrumeto delle nostre antiche scorpacciate,
ma solo per alcune palme di alto fusto che sembrano
essere lì da almeno cent'anni: un vero
inganno della memoria!
Passando
lentamente lungo quel muricciolo, a Giulia ho
detto che quel posto era tutto diverso dal tempo
della mia prima giovinezza e ho aggiunto poche
altre notizie, selezionandole tra quelle che lei
poteva capire (Giulia ha nove anni). Non ho mentito,
ho solo taciuto alcune cose, pensando di emendarmi
scrivendo poi queste parole, che lei un giorno,
se vorrà, potrà leggere.
Dalla
via de lu Duca, dopo quella villa, il
paesaggio cambia, perché si comincia ad
essere un po' lontani dall'abitato: si diradano
le case coloniche, comincia la distesa della pianura
dirocciata qualche decennio fa e adatta ai seminativi
e alle colture stagionali. In assenza degli alberi
di olivo, l'orizzonte si fa più ampio e
si vedono in lontananza le palazzine del personale
aeroportuale. Il rombo degli aerei si fa più
potente e si è indotti sempre più
spesso a sollevare lo sguardo al cielo per seguire
con gli occhi la traiettoria degli aviogetti che
vanno e vengono dalle piste.
Giulia
me ne ha additati a decine, uno dopo l'altro,
nel cielo sgombro di nubi. Da lassù - ho
detto a Giulia - gli allievi piloti con i loro
istruttori riescono a vedere distintamente le
montagne dell'Albania e della Grecia e tutta la
penisola salentina fino al mare di Santa Maria
di Leuca; e dall'altra parte le coste della Calabria,
dalla Sila su su fino al golfo di Taranto. Che
meraviglia!
-
Sono loro che bombardano la gente? - mi ha chiesto
Giulia.
Giulia
- come ho detto - ha solo nove anni, ma conosce
da tempo le immagini della guerra, ha vissuto
mentre c'erano i bombardamenti su Belgrado e quelli
più recenti su Bagdad. Giulia non conosce
la guerra, come non la conosciamo tutti noi occidentali,
perché per conoscere la guerra bisogna
subirla, ma come tutti noi ha nella mente le immagini
della guerra. Ho pensato che a me, mentre in bicicletta,
giovanissimo, percorrevo la via de lu Duca,
non è mai capitato di avere simili pensieri,
di fare certe domande. Non voglio dire che fossi
più spensierato, perché non sarebbe
vero, ma gli aerei li guardavo in modo diverso,
come veicoli di un mondo fantastico e irraggiungibile,
potenti e inaccessibili, ma privi d'un immediato
valore d'uso.
La
via asfaltata era finita e cominciava la strada
sterrata, piena di sassi e buche. Guidando lo
scooter, dovevo tenere gli occhi bassi, attento
a non prendere qualche pietra o a scansare qualche
residua pozzanghera che la tramontana non aveva
ancora asciugato. Abbiamo fatto una piccola deviazione
per passare dalla masseria de lu Duca,
dove Giulia avrebbe voluto vedere l'uscita, in
qualche angolo segreto, del budello sotterraneo
di cui le avevo parlato. Giulia è rimasta
un po' delusa quando le ho detto che non avrei
saputo trovare l'uscita del passaggio segreto;
che nessuno avrebbe potuto dire dove si trovasse,
perché il Duca che lo aveva costruito aveva
imposto a tutti i lavoranti l'obbligo del segreto.
Non credo di essere riuscito a convincerla. Le
ho mostrato la masseria piuttosto malmessa e in
stato d'abbandono; tuttavia, ancora si vede bene
che un tempo doveva essere stata abbastanza ricca,
se vi fu incastonata una chiesetta con molti ricami
barocchi - ebbene sì, qui da noi il barocco
lo ritrovi anche in campagna.
Poco
oltre la via de lu Duca, che evidentemente
un tempo doveva finire lì, inizia una grande
recinzione metallica che costituisce un LIMITE
INVALICABILE, come avvertono i cartelli apposti
sulla rete: siamo davanti a una ZONA MILITARE,
dove è vietato fare fotografie o riprese
con telecamere; tutt'intorno alla rete metallica
corre una stradicciola sterrata che consente in
lontananza di vedere il decollo o l'atterraggio
degli aerei. Noi eravamo arrivati troppo tardi,
perché da qualche minuto il rombo degli
aerei era cessato e qualche uccelleto, tranquillizzato,
aveva fatto la sua comparsa nella campagna. Il
sole era basso sulla linea dell'orizzonte. Presto
sarebbe stato buio. Ma io volevo mostrare un'altra
cosa a Giulia, un altro luogo che era stato meta
ultima e definitiva delle nostre escursioni giovanili:
un boschetto di lecci. Ho raccontato a Giulia
che cosa avesse mai di speciale il boschetto di
lecci del campo di aviazione, che cosa ci inducesse
a farvi una sosta soprattutto quando andavamo
lì nei mesi autunnali. Ed era che nel centro
di questo boschetto, che da lontano delineava
una massa scura circolare, era stato piantato
un albero di corbezzolo, il quale immancabilmente
attirava la nostra attenzione. Il corbezzolo è
un albero di medio fusto che produce dei frutti
piccoli e succosi simili a fragole, dal color
rosso. Ed è molto probabile che colui che
piantò il boschetto - il quale, a giudicare
dal grandezza dei tronchi, non dovrebbe essere
molto vecchio - abbia pensato proprio di introdurre
una varietà di albero che costituisse un'attrattiva
per il visitatore. Certo lo era per noi ragazzi.
Dovevamo
fare in fretta, perché le prime tenebre
incombevano. Abbiamo lasciato lo scooter ai margini
del boschetto e presi per mano ci siamo infilati
in un sentiero che - se non ricordavo male - doveva
portare proprio al centro del bosco. Dopo venticinque
anni, nulla era più uguale. Il sentiero
stesso era stato modificato dalla vegetazione
che vi era cresciuta sopra e soprattutto dal materiale
di riporto che era stato scaricato ai suoi margini.
Le tenebre nel bosco erano ancora più fitte
e la mia miopia non mi era d'aiuto. Toccava a
Giulia rifare la scoperta degli ultimi corbezzoli
della stagione:
-
Papà, guarda là, in alto, quei frutti
rossi, deve essere questo l'albero di corbezzoli!
Beh,
non avevamo scoperto il passaggio segreto del
Duca, ma almeno avevamo ritrovato alcuni corbezzoli.
Giulia voleva assolutamente raggiungerli, ma si
trovavano molto in alto e non c'era verso di poterli
prendere. Le ho dovuto promettere che saremmo
tornati il giorno dopo, muniti di una pertica,
- cosa che non abbiamo fatto, oggi -, che poteva
stare tranquilla, nessuno ce li avrebbe sottratti;
e poi era quasi buio e bisognava tornare indietro.
Alla fine, si è persuasa che era meglio
tornare a casa.
Oggi
è un piacere pensare che quei corbezzoli
stiano ancora lì ad aspettarci.
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