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ZIB II serie
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Riflessioni estreme  
 Pensieri dal Sahara
  di Anna D'Elia

"Crossing",  di Mili Romano - Stampa fotografica su alluminio, 2002.

        Natura a nudo, corpo a nudo, ferite nude, è questo che vuole comunicarmi la nudità estrema del silenzio, prossima solo alla morte?


        Portare un po' di deserto nella mia anima.


        "Silenzio nudo, quiete altissima".


        È questo che trovo nel deserto: il silenzio che non è assenza di parola, ma durata infinita di una vocale, di una consonante, eco improbabile di una durata eterna. È per questo che sono tornata con i ricordi a quel viaggio di venticinque anni fa?


        È stato un andare verso il vuoto, un andare per andare come nella vita, l'andare per l'impossibilità di non andare, il vedere perché non si può che vedere, l'ascoltare perché non si può che ascoltare e neppure se mi tappassi le orecchie come Ulisse temendo il canto delle sirene, ci riuscirei, perché non è con le orecchie che si ascolta il silenzio.


        È di tutto ciò che mi dici tacendo che voglio parlarti raccontandoti del mio viaggio nel Sahara, dove sono andata non sapendo il perché, per ritrovare i frammenti sparsi di ciò che cercavo: punte di frecce, pietre fossili, segni dell'uomo e della sua parola dove adesso c'è solo morte o così sembrava.


        Le presenze che ho ritrovato nell'assenza mi hanno consentito di ascoltare la voce delle pietre, delle tamerici, delle zeribe, delle ghirbe e tutte mi hanno parlato con la voce della pazienza. La meraviglia dapprima dinanzi all'attesa degli altri: accovacciati sotto un albero secco, seduti per terra davanti a un muretto su una strada dove non sarebbe passato nessuno.


        Ha diverse espressioni l'attesa. Quella di un vecchio avvolto in un mantella bianca, infradito di corda ai piedi, cappello di paglia legato sotto il mento, è un'attesa piena di domande, quella di un uomo seduto, a braccia conserte, ad una sedia, è un'attesa senza risposte, quella dei giovani nelle oasi, sotto le arcate di terra rossa è un'attesa muta che si anima e diviene baldanzosa alla vista di un gruppo come noi, in canottiera e pantaloncini. E poi c'è l'attesa dei luoghi che si tinge di sarcasmo, l'attesa minerale che si prende gioco di tutti anche in una fotografia.


        È nel deserto che ho imparato ad attendere il momento: dell'alba, del tramonto, della partenza, dell'arrivo. Ho imparato che l'attesa è l'attesa, un pieno non un vuoto. Come è pieno il dolore, la tristezza, il silenzio, la morte.


        Ho scoperto la felicità, non di qualcosa o per qualcosa. Anche la grandezza dello spazio, la mancanza di direzioni, l'assenza di mete, l'uniformità dei colori erano quel che erano. Il deserto davanti ai miei occhi è diventato un immenso sillabario in cui poter ritrovare il rapporto perduto tra me e le parole. E più mi perdevo in rocce, cuspidi, basalto, dune, sabbia, silenzio, cielo, stelle, infinito, più mi ritrovavo.


        È nel deserto che ho imparato ad amare non qualcuno o qualcosa. È l'ascolto del silenzio, in sé estremo e paradossale che mi prende oggi, poiché non tutto è parola, né dappertutto la parola può giungere e se l'universo è un grande libro, come dice Borges, è in gran parte ancora da scrivere. Ascoltare il silenzio del deserto è guardare le pagine bianche di quel grande libro, che invitano alla scrittura. È la mancanza di rovesci che qui spinge alla follia, è la sottrazione del doppio, che alimenta i miraggi nelle trombe d'aria che si sollevano in un istante e l'istante dopo scompaiono oppure è questa mancanza che mette pace.


        Procedendo da Algeri verso Sud, lungo la pista che porta a Tamanrasset per Al Salah sono scomparse prima le case, poi i muretti, i pali, le insegne, le baracche, neppure una pietra come segnale, nessuna mosca, zanzara, neppure un insetto.


        Il deserto non ama che poche parole.


        Neppure la morte sembra avere importanza. Sul viso di una donna il cui bambino è in fin di vita, la morte ha assunto la maschera di una calma pudica. Piange il piccolo in braccio a lei, sotto la tenda del campo. I due medici che sono con noi e che stanno tentando una medicazione, scoprono una setticemia, la madre si lascia mettere in mano gli antibiotici senza cambiare espressione e scopro di fronte a lei, nel disagio che mi ricopre il corpo di sudore, la banalità di un farmaco. Cos'è il male nel deserto e cos'è il bene?


        Il vuoto del deserto mi colse di sorpresa. Dove guardare, cosa guardare?


        Guardo il cielo, mi guardo attorno, le rocce, gli aculei neri del Tassili mi rivelano il lato aggressivo di questo paesaggio che avevo immaginato solo nella mite ondulazione delle dune. Il corpo mi parla senza tregua: la pelle arida, la laringe secca, la tosse, la sete, la fame. Dormiamo all'aperto, ogni sera preparo il letto poggiando, sulla sabbia o sul basalto, una stuoia e su questa un materassino, poi mi infilo in un sacco a pelo e metto sulla bocca un fazzoletto umido, per non respirare sabbia, ma la saliva al risveglio scricchiola sempre.


        La pelle, ricoperta da una polverina rossa o gialla o marroncino, si mimetizza cambiando colore. Bisogna passarci su del limone a fettine che stringe i pori e fa sudare di meno, nel deserto l'acqua del corpo è preziosa, come quella di una sorgente. Ne troviamo una al giorno. Riempiamo le ghirbe e le taniche. Non ci laviamo mai, salvo le rare puntate negli hotel delle oasi. Ho la mia scorta d'acqua puzzolente come gli altri, disinfettata con pasticche di cloro, ma un giorno resto per ore in agguato dei succhi di frutta, per rubarne uno. Anche il deserto ha i suoi personaggi: gli asceti, i mistici, i nomadi, i predatori. Chi sarei diventata io, una ladra?


        La Land Rover va, come tutti i giorni, ed io nella Land Rover mi lascio portare senza conoscere la destinazione e, a un tratto, scoppio in singhiozzi e dopo le lacrime vengono i sapori e dopo i sapori gli odori e dopo gli odori i colori e dopo i colori i brividi . E poi ho visto il cielo: per la prima volta. È possibile che non avessi mai visto il cielo prima?

 

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