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Natura
a nudo, corpo a nudo, ferite nude, è questo
che vuole comunicarmi la nudità estrema
del silenzio, prossima solo alla morte?
Portare
un po' di deserto nella mia anima.
"Silenzio
nudo, quiete altissima".
È
questo che trovo nel deserto: il silenzio che
non è assenza di parola, ma durata infinita
di una vocale, di una consonante, eco improbabile
di una durata eterna. È per questo che
sono tornata con i ricordi a quel viaggio di venticinque
anni fa?
È
stato un andare verso il vuoto, un andare per
andare come nella vita, l'andare per l'impossibilità
di non andare, il vedere perché non si
può che vedere, l'ascoltare perché
non si può che ascoltare e neppure se mi
tappassi le orecchie come Ulisse temendo il canto
delle sirene, ci riuscirei, perché non
è con le orecchie che si ascolta il silenzio.
È
di tutto ciò che mi dici tacendo che voglio
parlarti raccontandoti del mio viaggio nel Sahara,
dove sono andata non sapendo il perché,
per ritrovare i frammenti sparsi di ciò
che cercavo: punte di frecce, pietre fossili,
segni dell'uomo e della sua parola dove adesso
c'è solo morte o così sembrava.
Le
presenze che ho ritrovato nell'assenza mi hanno
consentito di ascoltare la voce delle pietre,
delle tamerici, delle zeribe, delle ghirbe e tutte
mi hanno parlato con la voce della pazienza. La
meraviglia dapprima dinanzi all'attesa degli altri:
accovacciati sotto un albero secco, seduti per
terra davanti a un muretto su una strada dove
non sarebbe passato nessuno.
Ha
diverse espressioni l'attesa. Quella di un vecchio
avvolto in un mantella bianca, infradito di corda
ai piedi, cappello di paglia legato sotto il mento,
è un'attesa piena di domande, quella di
un uomo seduto, a braccia conserte, ad una sedia,
è un'attesa senza risposte, quella dei
giovani nelle oasi, sotto le arcate di terra rossa
è un'attesa muta che si anima e diviene
baldanzosa alla vista di un gruppo come noi, in
canottiera e pantaloncini. E poi c'è l'attesa
dei luoghi che si tinge di sarcasmo, l'attesa
minerale che si prende gioco di tutti anche in
una fotografia.
È
nel deserto che ho imparato ad attendere il momento:
dell'alba, del tramonto, della partenza, dell'arrivo.
Ho imparato che l'attesa è l'attesa, un
pieno non un vuoto. Come è pieno il dolore,
la tristezza, il silenzio, la morte.
Ho
scoperto la felicità, non di qualcosa o
per qualcosa. Anche la grandezza dello spazio,
la mancanza di direzioni, l'assenza di mete, l'uniformità
dei colori erano quel che erano. Il deserto davanti
ai miei occhi è diventato un immenso sillabario
in cui poter ritrovare il rapporto perduto tra
me e le parole. E più mi perdevo in rocce,
cuspidi, basalto, dune, sabbia, silenzio, cielo,
stelle, infinito, più mi ritrovavo.
È
nel deserto che ho imparato ad amare non qualcuno
o qualcosa. È l'ascolto del silenzio, in
sé estremo e paradossale che mi prende
oggi, poiché non tutto è parola,
né dappertutto la parola può giungere
e se l'universo è un grande libro, come
dice Borges, è in gran parte ancora da
scrivere. Ascoltare il silenzio del deserto è
guardare le pagine bianche di quel grande libro,
che invitano alla scrittura. È la mancanza
di rovesci che qui spinge alla follia, è
la sottrazione del doppio, che alimenta i miraggi
nelle trombe d'aria che si sollevano in un istante
e l'istante dopo scompaiono oppure è questa
mancanza che mette pace.
Procedendo
da Algeri verso Sud, lungo la pista che porta
a Tamanrasset per Al Salah sono scomparse prima
le case, poi i muretti, i pali, le insegne, le
baracche, neppure una pietra come segnale, nessuna
mosca, zanzara, neppure un insetto.
Il
deserto non ama che poche parole.
Neppure
la morte sembra avere importanza. Sul viso di
una donna il cui bambino è in fin di vita,
la morte ha assunto la maschera di una calma pudica.
Piange il piccolo in braccio a lei, sotto la tenda
del campo. I due medici che sono con noi e che
stanno tentando una medicazione, scoprono una
setticemia, la madre si lascia mettere in mano
gli antibiotici senza cambiare espressione e scopro
di fronte a lei, nel disagio che mi ricopre il
corpo di sudore, la banalità di un farmaco.
Cos'è il male nel deserto e cos'è
il bene?
Il
vuoto del deserto mi colse di sorpresa. Dove guardare,
cosa guardare?
Guardo
il cielo, mi guardo attorno, le rocce, gli aculei
neri del Tassili mi rivelano il lato aggressivo
di questo paesaggio che avevo immaginato solo
nella mite ondulazione delle dune. Il corpo mi
parla senza tregua: la pelle arida, la laringe
secca, la tosse, la sete, la fame. Dormiamo all'aperto,
ogni sera preparo il letto poggiando, sulla sabbia
o sul basalto, una stuoia e su questa un materassino,
poi mi infilo in un sacco a pelo e metto sulla
bocca un fazzoletto umido, per non respirare sabbia,
ma la saliva al risveglio scricchiola sempre.
La
pelle, ricoperta da una polverina rossa o gialla
o marroncino, si mimetizza cambiando colore. Bisogna
passarci su del limone a fettine che stringe i
pori e fa sudare di meno, nel deserto l'acqua
del corpo è preziosa, come quella di una
sorgente. Ne troviamo una al giorno. Riempiamo
le ghirbe e le taniche. Non ci laviamo mai, salvo
le rare puntate negli hotel delle oasi. Ho la
mia scorta d'acqua puzzolente come gli altri,
disinfettata con pasticche di cloro, ma un giorno
resto per ore in agguato dei succhi di frutta,
per rubarne uno. Anche il deserto ha i suoi personaggi:
gli asceti, i mistici, i nomadi, i predatori.
Chi sarei diventata io, una ladra?
La
Land Rover va, come tutti i giorni, ed io nella
Land Rover mi lascio portare senza conoscere la
destinazione e, a un tratto, scoppio in singhiozzi
e dopo le lacrime vengono i sapori e dopo i sapori
gli odori e dopo gli odori i colori e dopo i colori
i brividi . E poi ho visto il cielo: per la prima
volta. È possibile che non avessi mai visto
il cielo prima?
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