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  di Pietro Moretti

"Crossing",  di Mili Romano - Stampa fotografica su alluminio, 2002.

        Nèi

        Sembrava un nèo. Già, un semplice nèo. I nèi compaiono così, da un giorno all'altro. Sì, all' inizio sono piccoli, ma poi crescono. È bene tenerli sotto controllo. Non è importante quanto crescono ma come. Anche il colore è importante, e se cambia allora può non essere un semplice nèo come sembrava essere. Un néo come tanti ne ho.
        No, chiaramente non era un nèo.
        "Strano! - così lo chiamò il dottor Kute - sembrava proprio un semplice nèo e invece è un piccolo..., un..., insomma come un... buchino. Strano, un buchino che però sembra proprio che cresca. Sì, sì è cresciuto un po'. Mica fa male, no? - e tastava con la punta dell'indice - Fa male, no? Fa male? " - e mi infilava il dito fra la sesta e la settima costola di sinistra.
        Strano era pure che il dottor Kute avesse scoperto, sotto la mia scapola, in corrispondenza, simmetrico al nèo-buchino, un nèo-buchino simile.
        "Fa male, fa male, no? "
        No, non mi faceva male.
        Il dottor Kute disse altre cinque sei volte "Strano!", poi mi consigliò di rivolgermi ad un fisiopatologo. Il dottor Fossa.
        Gli ho telefonato quella sera stessa perché era chiaro che volessi al più presto sapere cosa avevo.
        Il dottor Fossa mi prescrisse tutta una serie di esami e accertamenti i cui esiti avrei dovuto esibirgli quando, dopo una settimana, ci saremo incontrati. Mi spiegò che era lecito disporre di tutti i dati necessari ad una diagnosi certa e una prognosi attendibile, ragion per cui era inutile che mi visitasse prima degli esiti delle analisi. Se avessi avuto urgente bisogno di lui lo avrei potuto trovare a questo numero, dalle dieci alle diciannove, e a quest' altro dalle otto alle dieci.
        Erano circa le nove di sera dello stesso giorno. Stavo davanti allo specchio. Tra la fioca luce del lume acceso sul comodino e lo specchio alla parete. Fermo, a torso nudo, buia la mia faccia per l'ombra che io stesso spandevo, sono rimasto immobile un istante e ho visto il raggio di luce che mi attraversava riflesso nello specchio.
        Strano, un buchino che però sembra proprio che cresca, sì, sì è cresciuto un po'...
        Era largo quanto la punta di un dito e profondo fino a uscire fuori da me. Un buco. Spaventoso a pensarlo, ma indolore. Non sentivo alcun dolore. L'orifizio che mi trapassava dalla settima costola sinistra al vertice della scapola opposta non aveva causato alcuna benché minima ferita. Nulla. Strano, pensavo meno spaventato ma comunque in normale stato di agitazione considerando il momento.
        Telefono al dottor Fossa. Al numero dalle dieci alle diciannove. Una registrazione dice che il dottor Fossa non c'è, se si vuole lasciare un messaggio oppure telefonare all'altro numero, quello dalle otto alle dieci.
        A questo numero risponde la stessa voce registrata che dice di telefonare al numero al quale risponde la voce registrata che dice di lasciare un messaggio oppure telefonare a questo numero.
        Dopo una settimana avevo tutti gli esiti delle analisi.
        Il buco non aveva avuto evoluzioni.
        Ne avevo, però, altri sei.
        Uno mi attraversava il gomito destro, uno il ginocchio sinistro, giusto al centro. Un altro mi forava il collo e tre erano allineati in verticale sulla coscia destra. Il dottor Fossa poteva ricevermi alle quindici.
        Si accomodi, mi disse, poi chiese come mi sentivo. Senza sapere ancora le ragioni che mi avevano condotto nel suo studio, mi guardò per qualche secondo in viso, in silenzio, poi tolse le spesse lenti e disse che era strano che potesse essermi successo ciò che fra breve avrebbe constatato.
        Diede uno sguardo minuzioso agli esiti delle analisi. Rimase circa un'ora a leggere e decifrare valori e percentuali del mio stato di salute. Di tanto in tanto mi diceva: si accomodi. Infine disse che mi avrebbe visitato.
        Disse si accomodi indicandomi la sedia. Mi chiese di togliere la giacca e la camicia. Bonario mi rimproverò perché non indossavo una maglietta di lana, poi disse: strano!, e infilò la punta del suo indice della mano destra nel forellino all'altezza della mia settima costola di sinistra. Si abbassò per guardavi dentro e ridisse: strano, e aggiunse: si vede dall'altra parte!
        Fece lo stesso per gli altri sei, dicendo per ogni buco: strano!, e aggiungendo: si vede dall'altra parte!
        Per l'assoluta novità del caso e a ragione della sua onestà professionale, mi pregò di non pretendere subito spiegazioni su cosa avessi e perché. La sua intenzione era che fossi esaminato da un'equipe di illustri uomini di scienza alla presenza e con la collaborazione dei quali avrebbe potuto esprimersi con maggior precisione.
        Pensavo che avrei dovuto chiedergli almeno della gravità. Il dottor Fossa mi anticipò, come leggesse il mio silenzio, dicendomi che l'assenza di benché minima emorragia, la liscia aderenza della pelle alle pareti dei fori che mi attraversavano e, non per ultima, la completa insensibilità, erano ragioni sufficienti a escludere qualsiasi irreversibilità del male.
        Forse per il tono del dottore, gli occhietti piccoli dietro le spesse lenti, o per l'alito del sorrisino in protesi, un po' perché e un po' forse per come, la parola "male" mi s'aggrappò nello stomaco, ragno peloso dalle lunghe zampe sottili e artigliate. Chiesi un bicchier d'acqua, per affogare il ragno, che intanto si stava arrampicando lungo l'esofago. Con un colpo di tosse cercai di sputarlo via. Il dottor Fossa mi consigliò di stare calmo e a non dar adito a foschi pensieri. Il giorno seguente mi avrebbe osservato valendosi della collaborazione di chiari professori. Fino ad allora era bene non favorire in nessun modo la naturale apprensione che un tale stato, il mio, era in grado di generare.

        Tornato a casa ho scoperto che nei punti dove fino al giorno prima avevo dei nèi, perché fin da bambino ne ho avuti tanti, ora s'aprivano altri nuovi buchi. Un centinaio, sparsi un po' dappertutto attraverso me, sagoma che invisibili cecchini bersagliavano con silenziosa precisione, o cavia di un virus sperimentale per l'estinzione programmata di qualche minoranza etnica. Forse, ed era questa la spiegazione più verosimile, stavo manifestando una semplice reazione allergica di stagione.
        Avevo tanti pertugi anche in testa, in fronte, e molti che foravano le orbite - però vedevo, non so come ma vedevo - e in petto altrettanti, alcuni tanto vicini da non poterli distinguere. Sulla pelle delle parti del corpo che rimaneva, spuntavano nuovi piccoli nèi.
        La mattina seguente, nello studio del dottor Fossa c'erano altri scuri signori in camice bianco. Il dottor Fossa li presentò uno ad uno, nome cognome e specializzazione, con un riverente inchino a riconoscenza di provata stima: "Professor Wilfred Vas, angiologo; dottor Henrich Zwot, virologo; ... Albert Perdout, andrologo; ... Georgi Georgeanievichtschenko, escatologo; ... Febo Papi, medico legale e luminare di autopticologia".
        Il professor Vas tossì. Il dottor Zwot borbottò: "Veramente notevole". Perdout confidò di essere confuso.
        Il professor Fossa, resosi conto del momento, si sforzò di evitare che apparisse chiara la loro silenziosa perplessità. Spostò, quindi, una sedia, come per agevolare il passaggio verso il lettino sul quale desiderava che mi stendessi.
        Il professor Papi spiegò che non vedeva la ragione per cui era stato invitato in quella sede. Con tutto il rispetto per il caro collega, lo aspettavano quattro pazienti la cui causa di decesso era tutta da precisare.
        Il professor Georgeanievichtschenko lo pregava di prestar fede alla propria ferma convinzione che una spiegazione scientifica doveva pur dimostrare le ragioni della singolare manifestazione a cui stavano assistendo.
        Il dottor Vas chiese al professor Perdout se prima di allora avesse mai ascoltato simili sofismi.
        Georgeanievichtschenko precisò con ferma intenzione che peccava senza dubbio di poco oculata osservanza di principi elementari, ignorati i quali non era possibile dimostrare che qualsiasi affezione richiede la partecipazione, sebbene quasi mai consapevole, della forma e del fine.
        Vas sbadigliò. Papi rise. Zwot sbuffò.
        "Illustri professori, disse allora il dottor Fossa, è evidente che nessuno, grazie alle universali conoscenze, saprebbe esprimere un giudizio, seppure assai lontano dalla nostra comune ambizione. Vi invito quindi a disporre della vostra esperienza quale strumento di indagine capace almeno di permettere la salvaguardia della nostra attendibilità".
        Il dottor Vas si avvicinò al lettino.
        Il professor Perdout lo seguì e rimase alle sue spalle, come per ripararsi.
        Zwot, rivolto al dottor Fossa, chiese spiegazioni.
        Georgeanievichtschenko ribadì con ferma intenzione che in quel luogo si peccava senza dubbio di poco oculata osservanza di principi elementari, ignorati i quali non era possibile dimostrare che qualsiasi affezione richiede la partecipazione, sebbene quasi mai consapevole, della forma e del fine.
        Ho sbuffato sbadigliando. Poi ho riso forte. Una risata veramente sonora. Lunga. Una lunga risata che ha impressionato i presenti. Bene!, infine ho detto.
        Il dottor Fossa ha gridato: "Avete sentito!?!"
        Zwot ha guardato sbalordito Papi e Papi attonito ha guardato Vas stupito. Perdout ha cominciato a piangere e tremare.
        Il dottor Georgeanievichtschenko ha precisato: "Ma quale nèo, è solo una voce".


        Disertore fra le rovine di Geddesh

        Che sia pentito, se pure fosse sintomo di pentimento la costernazione che per un attimo mi ha assalito, nella remota ipotesi che vi sia stata un'antica mia forma di volontà, della quale inconsapevole ho favorito la condizione, insomma se devo confessare di provare dolore, di desiderare che non fosse mai cominciato, di sperare ancora in un prodigio che metta fine al compimento ormai quasi compiuto, io confesso che niente di tutto questo ora di me sono.
        In una delle ultime notti ero sveglio al buio nel silenzio. Non ero corpo disteso, ma pensiero di me sospeso nel silenzio del buio nella notte. Non ero solo pensiero di me, ma me riflesso di pensiero. Perché i pensieri sfuggono, potrebbero sembrare assoluti. È così, tante delle visioni a cui la mente assiste calano nell'immaginario come vapore risucchiato da una finestra socchiusa. Oceani di pensieri alitano da altrove a altrove. Infiniti, mai immobili pensieri, da scacciare se orribili ma pur sempre solo pensieri, o da leggere, osservare, farne una copia per quando sarà tempo di avere dei ricordi.
        Mi è accaduto in quella notte di sapere. Di essere certo. Non ho avuto dubbi.
        Prima di aprire gli occhi nell'ombra e udire il sibilo del profondo silenzio, poco prima di ascoltare e vedere, per un tempo durato il tempo utile perché sia vissuto quel tempo, ho seguito gli echi di sacrifici regolati secondo le interessanti attrattive disponibili, lusinghe e adulatori sorrisi, mormorii di trame sfiorarsi tra mascherate di odio e fasti fatali.
         Prima di aprire gli occhi, ho avuto chiara visione : reduce da chissà quale frontiera, calpesta. Per quanto accorto voglia apparire, calpesta e rumore, rumore, rumore e polvere alza. Tanta da soffocare. Anche da solo. Solo come un uomo sa fare
        Prima di aprire gli occhi nell'ombra ho riconosciuto lecito astenermi. Un impegno, un dovere, secondo motivazioni ragionevoli. Ragionevoli fino all'inverosimile, ultimo e primo.
        Chiaro si è presentato, a me gradito fine qualche giorno dopo, mentre sfogliavo una rivista scelta a caso fra le diverse sparse sul tavolino della sala d'aspetto dello studio del dottor Vaas.
        Mentirei se dicessi di aver deciso allora. Ma senza dubbio non ho fatto nulla per accertarmi che non era possibile tentare di impedire quanto era ormai prossimo a compiersi.
        Forse avrei potuto, ma non l'ho fatto perché non ho voluto. E tante sono le ragioni. Per prima cosa dopo aver osservato la fotografia in quella rivista che a caso avevo scelto per sfogliare in attesa di esser ricevuto dal dottor Vaas, la mia prima azione è stata poggiare la rivista sul tavolino accanto alla sedia grigia poggiata alla parete di fronte a me seduto su una sedia grigia nella sala d'aspetto vuota. Poi mi sono alzato, lentamente. Ho detto buonasera e sono uscito. Sono uscito perché ho capito che il dottor Vaas avrebbe forse saputo indicarmi farmaci che avrebbero potuto regolare la salutare forma del mio corpo che da qualche tempo soffriva probabilmente di disturbi circolatori.
        Spesso di giorno parte della mano, la destra o la sinistra, a volte anche parte delle gambe, entrambe senza distinzione, mai contemporaneamente le due mani o le due gambe o una mano ed una gamba, spesso accadeva che parte del mio corpo s'irrigidisse addormentata, ne perdessi sensibilità. Poi un formicolìo pungente la risvegliava.
        Una cattiva distribuzione di sangue ai tessuti, secondo le mie profane conoscenze di medicina, era la causa delle anomale sensazioni.
        Di notte mi svegliavo perché un braccio, la spalla, il tronco intero, sembrava scolpito in dura materia.
        Non è un caso che in quei giorni leggessi le "Favle" di Eugeo Carolo che da tempo cercavo e che finalmente ero riuscito a procurarmi grazie ad un vecchio libraio di Gulinghen conosciuto anni fa. Gostad è una persona difficile ma rispetta sempre la parola data.
        Come spiegava Gostad nella lettera, quell'edizione delle "Favle" era di sicuro la più attenta all'originale autografo perché redatta dal codice di Gelshöel, il più attendibile per le opere di Eugeo.
        È stato verosimilmente un caso invece aver avuto la possibilità di vedere quel giorno, nella rivista sfogliata fra le sedie grigie della sala vuota, una fotografia che ritraeva un busto antico, ritrovato poche settimane prima negli scavi di Geddesh, che gli archeologi ritenevano raffigurasse Eugeo Carolo di Colofone, vissuto presumibilmente fra la fine del V e l'inizio del IV secolo. La somiglianza del mio volto al volto della scultura era di sicura evidenza.
        In ogni caso, se pure esiste una logica superiore che ha predisposto una facile risoluzione del mio stato, non ha per me alcuna importanza. Confido nell'interesse della mia integrità rispettata e custodita in qualità d'innegabile forma d'arte.
        Qui, fra l'umido di questa terra antica, secoli fa Eugeo avrà posato la sua immagine per preservare nel marmo di Cillide, col ricordo di sé, la sua opera. Qui aspetterò che tutto sia compiuto. E non avrò timore come Eugeo racconta di Pirione trasformato in statua di granito. Per il giovane persiano la metamorfosi era un castigo, una condanna a morte.
        Me attendono invece lucide visioni, storie sospese e non ancora iniziate. Sicuro nella fortezza del mio corpo di dura pietra.


        Scacchiere e specchi

        Nessuno conosce le leggi dei movimenti che regolano gli incontri tra una scacchiera e uno specchio.
        Sopra un comò d'ebano, una tavola antica, o pavimenti lastricati di marmo; in una sala colorata di penombra, alla luce di plenilunii estivi, o al grigiore di una pioggia d'inverno; nel silenzio di una casa vuota, di un palazzo muto, o di un castello sordo e deserto, la scacchiera è lì, dinanzi ad uno specchio, e il suo riflesso dimenticato gioca una partita.
        Cavalli di pietra disegnano angoli. Tramando percorsi segreti le torri attendono.

        Come per incanto apparve al viandante smarrito, fra l'erba incolta, alla fine di un remoto sentiero. Illuminata dal crepuscolo stava, cieca e senz'anima. L'aria era gelida, la mèta ancora sconosciuta.
        Il viandante varcò la soglia. Richiuse la porta dietro di sé.
        In ogni stanza le tende spalancate alle finestre lasciavano entrare il chiarore del giorno che sfioriva.
        La scacchiera d'alabastro era poggiata sopra un vecchio baùle. Sulla parete un ampio specchio quadrato. L'immagine riflessa poteva apparire come un quadro di Etroix che tanto ha amato ritrarre vecchi cofani con cinghie rose dalla ruggine e serrature scalfite da false chiavi.
        I pezzi sulla scacchiera erano disposti nel consueto ordine iniziale. Nello specchio disegnavano strategie di una partita iniziata già da un imprecisato numero di mosse.
        Il viandante rimase, osservando la scacchiera e lo specchio, aspettando la prossima mossa.
        Attese, respirando lentamente, trattenendo il respiro ogni qual volta aveva la sensazione che nello specchio si muovesse un alfiere bianco o un pedone nero. Non sapeva ancora a chi sarebbe toccata la mossa successiva.
        Infine, dopo lunghi minuti, forse ore, nello specchio la bianca regina alitò sospesa, prima di poggiarsi in un nuovo quadrato.
        Solo allora il viandante si accorse di non vedere nello specchio la sua immagine riflessa.


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