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Nèi
Sembrava
un nèo. Già, un semplice nèo.
I nèi compaiono così, da un giorno
all'altro. Sì, all' inizio sono piccoli,
ma poi crescono. È bene tenerli sotto controllo.
Non è importante quanto crescono ma come.
Anche il colore è importante, e se cambia
allora può non essere un semplice nèo
come sembrava essere. Un néo come tanti
ne ho.
No,
chiaramente non era un nèo.
"Strano!
- così lo chiamò il dottor Kute
- sembrava proprio un semplice nèo e invece
è un piccolo..., un..., insomma come un...
buchino. Strano, un buchino che però sembra
proprio che cresca. Sì, sì è
cresciuto un po'. Mica fa male, no? - e tastava
con la punta dell'indice - Fa male, no? Fa male?
" - e mi infilava il dito fra la sesta e
la settima costola di sinistra.
Strano
era pure che il dottor Kute avesse scoperto, sotto
la mia scapola, in corrispondenza, simmetrico
al nèo-buchino, un nèo-buchino simile.
"Fa
male, fa male, no? "
No,
non mi faceva male.
Il
dottor Kute disse altre cinque sei volte "Strano!",
poi mi consigliò di rivolgermi ad un fisiopatologo.
Il dottor Fossa.
Gli
ho telefonato quella sera stessa perché
era chiaro che volessi al più presto sapere
cosa avevo.
Il
dottor Fossa mi prescrisse tutta una serie di
esami e accertamenti i cui esiti avrei dovuto
esibirgli quando, dopo una settimana, ci saremo
incontrati. Mi spiegò che era lecito disporre
di tutti i dati necessari ad una diagnosi certa
e una prognosi attendibile, ragion per cui era
inutile che mi visitasse prima degli esiti delle
analisi. Se avessi avuto urgente bisogno di lui
lo avrei potuto trovare a questo numero, dalle
dieci alle diciannove, e a quest' altro dalle
otto alle dieci.
Erano
circa le nove di sera dello stesso giorno. Stavo
davanti allo specchio. Tra la fioca luce del lume
acceso sul comodino e lo specchio alla parete.
Fermo, a torso nudo, buia la mia faccia per l'ombra
che io stesso spandevo, sono rimasto immobile
un istante e ho visto il raggio di luce che mi
attraversava riflesso nello specchio.
Strano,
un buchino che però sembra proprio che
cresca, sì, sì è cresciuto
un po'...
Era
largo quanto la punta di un dito e profondo fino
a uscire fuori da me. Un buco. Spaventoso a pensarlo,
ma indolore. Non sentivo alcun dolore. L'orifizio
che mi trapassava dalla settima costola sinistra
al vertice della scapola opposta non aveva causato
alcuna benché minima ferita. Nulla. Strano,
pensavo meno spaventato ma comunque in normale
stato di agitazione considerando il momento.
Telefono
al dottor Fossa. Al numero dalle dieci alle diciannove.
Una registrazione dice che il dottor Fossa non
c'è, se si vuole lasciare un messaggio
oppure telefonare all'altro numero, quello dalle
otto alle dieci.
A
questo numero risponde la stessa voce registrata
che dice di telefonare al numero al quale risponde
la voce registrata che dice di lasciare un messaggio
oppure telefonare a questo numero.
Dopo
una settimana avevo tutti gli esiti delle analisi.
Il
buco non aveva avuto evoluzioni.
Ne
avevo, però, altri sei.
Uno
mi attraversava il gomito destro, uno il ginocchio
sinistro, giusto al centro. Un altro mi forava
il collo e tre erano allineati in verticale sulla
coscia destra. Il dottor Fossa poteva ricevermi
alle quindici.
Si
accomodi, mi disse, poi chiese come mi sentivo.
Senza sapere ancora le ragioni che mi avevano
condotto nel suo studio, mi guardò per
qualche secondo in viso, in silenzio, poi tolse
le spesse lenti e disse che era strano che potesse
essermi successo ciò che fra breve avrebbe
constatato.
Diede
uno sguardo minuzioso agli esiti delle analisi.
Rimase circa un'ora a leggere e decifrare valori
e percentuali del mio stato di salute. Di tanto
in tanto mi diceva: si accomodi. Infine disse
che mi avrebbe visitato.
Disse
si accomodi indicandomi la sedia. Mi chiese di
togliere la giacca e la camicia. Bonario mi rimproverò
perché non indossavo una maglietta di lana,
poi disse: strano!, e infilò la punta del
suo indice della mano destra nel forellino all'altezza
della mia settima costola di sinistra. Si abbassò
per guardavi dentro e ridisse: strano, e aggiunse:
si vede dall'altra parte!
Fece
lo stesso per gli altri sei, dicendo per ogni
buco: strano!, e aggiungendo: si vede dall'altra
parte!
Per
l'assoluta novità del caso e a ragione
della sua onestà professionale, mi pregò
di non pretendere subito spiegazioni su cosa avessi
e perché. La sua intenzione era che fossi
esaminato da un'equipe di illustri uomini di scienza
alla presenza e con la collaborazione dei quali
avrebbe potuto esprimersi con maggior precisione.
Pensavo
che avrei dovuto chiedergli almeno della gravità.
Il dottor Fossa mi anticipò, come leggesse
il mio silenzio, dicendomi che l'assenza di benché
minima emorragia, la liscia aderenza della pelle
alle pareti dei fori che mi attraversavano e,
non per ultima, la completa insensibilità,
erano ragioni sufficienti a escludere qualsiasi
irreversibilità del male.
Forse
per il tono del dottore, gli occhietti piccoli
dietro le spesse lenti, o per l'alito del sorrisino
in protesi, un po' perché e un po' forse
per come, la parola "male" mi s'aggrappò
nello stomaco, ragno peloso dalle lunghe zampe
sottili e artigliate. Chiesi un bicchier d'acqua,
per affogare il ragno, che intanto si stava arrampicando
lungo l'esofago. Con un colpo di tosse cercai
di sputarlo via. Il dottor Fossa mi consigliò
di stare calmo e a non dar adito a foschi pensieri.
Il giorno seguente mi avrebbe osservato valendosi
della collaborazione di chiari professori. Fino
ad allora era bene non favorire in nessun modo
la naturale apprensione che un tale stato, il
mio, era in grado di generare.
Tornato
a casa ho scoperto che nei punti dove fino al
giorno prima avevo dei nèi, perché
fin da bambino ne ho avuti tanti, ora s'aprivano
altri nuovi buchi. Un centinaio, sparsi un po'
dappertutto attraverso me, sagoma che invisibili
cecchini bersagliavano con silenziosa precisione,
o cavia di un virus sperimentale per l'estinzione
programmata di qualche minoranza etnica. Forse,
ed era questa la spiegazione più verosimile,
stavo manifestando una semplice reazione allergica
di stagione.
Avevo
tanti pertugi anche in testa, in fronte, e molti
che foravano le orbite - però vedevo, non
so come ma vedevo - e in petto altrettanti, alcuni
tanto vicini da non poterli distinguere. Sulla
pelle delle parti del corpo che rimaneva, spuntavano
nuovi piccoli nèi.
La
mattina seguente, nello studio del dottor Fossa
c'erano altri scuri signori in camice bianco.
Il dottor Fossa li presentò uno ad uno,
nome cognome e specializzazione, con un riverente
inchino a riconoscenza di provata stima: "Professor
Wilfred Vas, angiologo; dottor Henrich Zwot, virologo;
... Albert Perdout, andrologo; ... Georgi Georgeanievichtschenko,
escatologo; ... Febo Papi, medico legale e luminare
di autopticologia".
Il
professor Vas tossì. Il dottor Zwot borbottò:
"Veramente notevole". Perdout confidò
di essere confuso.
Il
professor Fossa, resosi conto del momento, si
sforzò di evitare che apparisse chiara
la loro silenziosa perplessità. Spostò,
quindi, una sedia, come per agevolare il passaggio
verso il lettino sul quale desiderava che mi stendessi.
Il
professor Papi spiegò che non vedeva la
ragione per cui era stato invitato in quella sede.
Con tutto il rispetto per il caro collega, lo
aspettavano quattro pazienti la cui causa di decesso
era tutta da precisare.
Il
professor Georgeanievichtschenko lo pregava di
prestar fede alla propria ferma convinzione che
una spiegazione scientifica doveva pur dimostrare
le ragioni della singolare manifestazione a cui
stavano assistendo.
Il
dottor Vas chiese al professor Perdout se prima
di allora avesse mai ascoltato simili sofismi.
Georgeanievichtschenko
precisò con ferma intenzione che peccava
senza dubbio di poco oculata osservanza di principi
elementari, ignorati i quali non era possibile
dimostrare che qualsiasi affezione richiede la
partecipazione, sebbene quasi mai consapevole,
della forma e del fine.
Vas
sbadigliò. Papi rise. Zwot sbuffò.
"Illustri
professori, disse allora il dottor Fossa, è
evidente che nessuno, grazie alle universali conoscenze,
saprebbe esprimere un giudizio, seppure assai
lontano dalla nostra comune ambizione. Vi invito
quindi a disporre della vostra esperienza quale
strumento di indagine capace almeno di permettere
la salvaguardia della nostra attendibilità".
Il
dottor Vas si avvicinò al lettino.
Il
professor Perdout lo seguì e rimase alle
sue spalle, come per ripararsi.
Zwot,
rivolto al dottor Fossa, chiese spiegazioni.
Georgeanievichtschenko
ribadì con ferma intenzione che in quel
luogo si peccava senza dubbio di poco oculata
osservanza di principi elementari, ignorati i
quali non era possibile dimostrare che qualsiasi
affezione richiede la partecipazione, sebbene
quasi mai consapevole, della forma e del fine.
Ho
sbuffato sbadigliando. Poi ho riso forte. Una
risata veramente sonora. Lunga. Una lunga risata
che ha impressionato i presenti. Bene!, infine
ho detto.
Il
dottor Fossa ha gridato: "Avete sentito!?!"
Zwot
ha guardato sbalordito Papi e Papi attonito ha
guardato Vas stupito. Perdout ha cominciato a
piangere e tremare.
Il
dottor Georgeanievichtschenko ha precisato: "Ma
quale nèo, è solo una voce".
Disertore
fra le rovine di Geddesh
Che
sia pentito, se pure fosse sintomo di pentimento
la costernazione che per un attimo mi ha assalito,
nella remota ipotesi che vi sia stata un'antica
mia forma di volontà, della quale inconsapevole
ho favorito la condizione, insomma se devo confessare
di provare dolore, di desiderare che non fosse
mai cominciato, di sperare ancora in un prodigio
che metta fine al compimento ormai quasi compiuto,
io confesso che niente di tutto questo ora di
me sono.
In
una delle ultime notti ero sveglio al buio nel
silenzio. Non ero corpo disteso, ma pensiero di
me sospeso nel silenzio del buio nella notte.
Non ero solo pensiero di me, ma me riflesso di
pensiero. Perché i pensieri sfuggono, potrebbero
sembrare assoluti. È così, tante
delle visioni a cui la mente assiste calano nell'immaginario
come vapore risucchiato da una finestra socchiusa.
Oceani di pensieri alitano da altrove a altrove.
Infiniti, mai immobili pensieri, da scacciare
se orribili ma pur sempre solo pensieri, o da
leggere, osservare, farne una copia per quando
sarà tempo di avere dei ricordi.
Mi
è accaduto in quella notte di sapere. Di
essere certo. Non ho avuto dubbi.
Prima
di aprire gli occhi nell'ombra e udire il sibilo
del profondo silenzio, poco prima di ascoltare
e vedere, per un tempo durato il tempo utile perché
sia vissuto quel tempo, ho seguito gli echi di
sacrifici regolati secondo le interessanti attrattive
disponibili, lusinghe e adulatori sorrisi, mormorii
di trame sfiorarsi tra mascherate di odio e fasti
fatali.
Prima di aprire gli occhi, ho avuto chiara visione
: reduce da chissà quale frontiera, calpesta.
Per quanto accorto voglia apparire, calpesta e
rumore, rumore, rumore e polvere alza. Tanta da
soffocare. Anche da solo. Solo come un uomo sa
fare
Prima
di aprire gli occhi nell'ombra ho riconosciuto
lecito astenermi. Un impegno, un dovere, secondo
motivazioni ragionevoli. Ragionevoli fino all'inverosimile,
ultimo e primo.
Chiaro
si è presentato, a me gradito fine qualche
giorno dopo, mentre sfogliavo una rivista scelta
a caso fra le diverse sparse sul tavolino della
sala d'aspetto dello studio del dottor Vaas.
Mentirei
se dicessi di aver deciso allora. Ma senza dubbio
non ho fatto nulla per accertarmi che non era
possibile tentare di impedire quanto era ormai
prossimo a compiersi.
Forse
avrei potuto, ma non l'ho fatto perché
non ho voluto. E tante sono le ragioni. Per prima
cosa dopo aver osservato la fotografia in quella
rivista che a caso avevo scelto per sfogliare
in attesa di esser ricevuto dal dottor Vaas, la
mia prima azione è stata poggiare la rivista
sul tavolino accanto alla sedia grigia poggiata
alla parete di fronte a me seduto su una sedia
grigia nella sala d'aspetto vuota. Poi mi sono
alzato, lentamente. Ho detto buonasera e sono
uscito. Sono uscito perché ho capito che
il dottor Vaas avrebbe forse saputo indicarmi
farmaci che avrebbero potuto regolare la salutare
forma del mio corpo che da qualche tempo soffriva
probabilmente di disturbi circolatori.
Spesso
di giorno parte della mano, la destra o la sinistra,
a volte anche parte delle gambe, entrambe senza
distinzione, mai contemporaneamente le due mani
o le due gambe o una mano ed una gamba, spesso
accadeva che parte del mio corpo s'irrigidisse
addormentata, ne perdessi sensibilità.
Poi un formicolìo pungente la risvegliava.
Una
cattiva distribuzione di sangue ai tessuti, secondo
le mie profane conoscenze di medicina, era la
causa delle anomale sensazioni.
Di
notte mi svegliavo perché un braccio, la
spalla, il tronco intero, sembrava scolpito in
dura materia.
Non
è un caso che in quei giorni leggessi le
"Favle" di Eugeo Carolo che da tempo
cercavo e che finalmente ero riuscito a procurarmi
grazie ad un vecchio libraio di Gulinghen conosciuto
anni fa. Gostad è una persona difficile
ma rispetta sempre la parola data.
Come
spiegava Gostad nella lettera, quell'edizione
delle "Favle" era di sicuro la più
attenta all'originale autografo perché
redatta dal codice di Gelshöel, il più
attendibile per le opere di Eugeo.
È
stato verosimilmente un caso invece aver avuto
la possibilità di vedere quel giorno, nella
rivista sfogliata fra le sedie grigie della sala
vuota, una fotografia che ritraeva un busto antico,
ritrovato poche settimane prima negli scavi di
Geddesh, che gli archeologi ritenevano raffigurasse
Eugeo Carolo di Colofone, vissuto presumibilmente
fra la fine del V e l'inizio del IV secolo. La
somiglianza del mio volto al volto della scultura
era di sicura evidenza.
In
ogni caso, se pure esiste una logica superiore
che ha predisposto una facile risoluzione del
mio stato, non ha per me alcuna importanza. Confido
nell'interesse della mia integrità rispettata
e custodita in qualità d'innegabile forma
d'arte.
Qui,
fra l'umido di questa terra antica, secoli fa
Eugeo avrà posato la sua immagine per preservare
nel marmo di Cillide, col ricordo di sé,
la sua opera. Qui aspetterò che tutto sia
compiuto. E non avrò timore come Eugeo
racconta di Pirione trasformato in statua di granito.
Per il giovane persiano la metamorfosi era un
castigo, una condanna a morte.
Me
attendono invece lucide visioni, storie sospese
e non ancora iniziate. Sicuro nella fortezza del
mio corpo di dura pietra.
Scacchiere
e specchi
Nessuno
conosce le leggi dei movimenti che regolano gli
incontri tra una scacchiera e uno specchio.
Sopra
un comò d'ebano, una tavola antica, o pavimenti
lastricati di marmo; in una sala colorata di penombra,
alla luce di plenilunii estivi, o al grigiore
di una pioggia d'inverno; nel silenzio di una
casa vuota, di un palazzo muto, o di un castello
sordo e deserto, la scacchiera è lì,
dinanzi ad uno specchio, e il suo riflesso dimenticato
gioca una partita.
Cavalli
di pietra disegnano angoli. Tramando percorsi
segreti le torri attendono.
Come
per incanto apparve al viandante smarrito, fra
l'erba incolta, alla fine di un remoto sentiero.
Illuminata dal crepuscolo stava, cieca e senz'anima.
L'aria era gelida, la mèta ancora sconosciuta.
Il
viandante varcò la soglia. Richiuse la
porta dietro di sé.
In
ogni stanza le tende spalancate alle finestre
lasciavano entrare il chiarore del giorno che
sfioriva.
La
scacchiera d'alabastro era poggiata sopra un vecchio
baùle. Sulla parete un ampio specchio quadrato.
L'immagine riflessa poteva apparire come un quadro
di Etroix che tanto ha amato ritrarre vecchi cofani
con cinghie rose dalla ruggine e serrature scalfite
da false chiavi.
I
pezzi sulla scacchiera erano disposti nel consueto
ordine iniziale. Nello specchio disegnavano strategie
di una partita iniziata già da un imprecisato
numero di mosse.
Il
viandante rimase, osservando la scacchiera e lo
specchio, aspettando la prossima mossa.
Attese,
respirando lentamente, trattenendo il respiro
ogni qual volta aveva la sensazione che nello
specchio si muovesse un alfiere bianco o un pedone
nero. Non sapeva ancora a chi sarebbe toccata
la mossa successiva.
Infine,
dopo lunghi minuti, forse ore, nello specchio
la bianca regina alitò sospesa, prima di
poggiarsi in un nuovo quadrato.
Solo
allora il viandante si accorse di non vedere nello
specchio la sua immagine riflessa.
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