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ZIB II serie
 Preludi
 La rivolta delle parole
  di Mattia Mantovani

"Crossing",  di Mili Romano - Stampa fotografica su alluminio, 2002.

        Quella che segue è la storia delle parole che un giorno si sono rivoltate e sono insorte, perché non ne potevano più di essere trattate male dagli uomini. I sostantivi che non ne potevano più di essere trattati a sproposito, gli aggettivi che erano stufi di essere usati come una merce in vendita, i verbi che non ce la facevano più a continuare a dire chissà cosa senza dire niente. E poi gli avverbi, le interiezioni, le locuzioni idiomatiche, i modi di dire, le esclamazioni, le interrogazioni, perfino le interpunzioni, tutto quanto usciva dalle bocche, dalle penne e dalle tastiere degli uomini: una grande rivolta come non se n'erano mai viste.
        Accadeva ad esempio che qualcuno volesse dire qualcosa, ma faceva fatica a dirlo, nel senso che le parole non volevano più uscire dalla bocca, oppure non volevano prendere più forma sui fogli e sugli schermi bianchi. I primi ad essere colpiti dalla rivolta delle parole furono quelli che si servivano delle parole per lavoro e per darsi arie, e che ad esempio le strapazzavano ogni giorno sui giornali quotidiani con i titoli a nove colonne, i rimandi, le locandine e tutto quanto si poteva fare per costringere le parole a mettersi in mostra.
        Nei giornali quotidiani, quando si tenevano le riunioni del pomeriggio per decidere con quali titoli aprire l'edizione del giorno dopo, accadeva dapprima che le parole facessero fatica ad uscire dalle bocche di chi le pronunciava, e poi che non volessero lasciarsi mettere insieme nei titoli, nelle notizie e nelle locandine.
        E lo stesso accadeva quando c'era una conferenza, e chi parlava si serviva delle parole non per dire qualcosa, ma solo per impressionare chi lo ascoltava e per darsi ragione. Anche in quel caso, le parole cominciarono a non voler più uscire dalla bocca, perché si erano stancate di essere usate come mezzi per fare bella figura, si erano stancate di essere sfruttate dagli uomini che non volevano dire niente, perché volevano soltanto darsi ragione.
        E lo stesso quando un cosiddetto scrittore scriveva un libro, perché le parole si erano stancate di essere messe tutte insieme e mandate in giro per il mondo solo per servire a qualcosa, senza dire niente. Accadeva anche che non volessero più farsi tradurre, perché non ne potevano più di essere scaraventate in giro come dei pellegrini, alla deriva dappertutto, senza dire niente da nessuna parte, solo per fare bella figura sui banconi e sugli scaffali delle librerie di tutta la terra.
        E poi la rivolta delle parole si estese a tutti gli esseri umani, che parlavano non per dire qualcosa ma sempre per ottenere qualcosa: favori, prestigio, denaro, ricchezze, onori. Erano stanche, le parole, di servire sempre a qualcosa, come una merce che si vende e si compra.
        È terribile e divertentissimo da raccontare quello che succedeva ad esempio nelle redazioni dei giornali. Il direttore si rivolgeva ai redattori e così diceva: "Allora, io aprirei con la... con la... con la notizia del... con la notizia del...", ma non riusciva a spiegarsi, perché le parole si erano stancate di essere soltanto notizie di alluvioni terremoti maremoti incidenti stradali e tutte le altre notizie che si trovano ogni mattina sui giornali. "Poi - tentava di continuare il direttore - come taglio basso metterei la notizia del... perché è importante metterla... no, come taglio basso... perché... come apertura... metterei la notizia del... cosa dite... a nove colonne... no, forse otto, perché...", ma non riusciva a dire quale notizia volesse mettere come apertura e quale come taglio basso, perché le parole si erano stancate una volta per tutte di essere utilizzate per le notizie di apertura e taglio basso. "E per quanto riguarda le locandine - proseguiva con sempre maggiore fatica, come uno al quale mancasse l'aria - ...per quanto riguarda le locandine... per l'edizione principale... in grassetto corpo 800 barra 24 metterei la notizia del... perché... e per l'edizione di... metterei invece la notizia del... perché in quella zona è una notizia che ci farebbe vendere più copie... e poi per l'altra notizia, quella del... bisognerebbe sentire la pubblicità... perché se mettiamo la pubblicità del... nella pagina... accanto... anche la notizia del... verrebbe... direi... più... ecco... amplificata... E poi ci sarebbe quella storia... del gadget in omaggio... da accludere alla terza edizione periferica... là aprirei con la notizia del... a otto colonne... o forse nove... no, meglio otto..., cosa... ne... pensate?"
        E i redattori uno per uno cominciavano anche loro a parlare senza dire niente, perché le parole non si lasciavano più dire e pronunciare e modulare come se niente fosse. Cominciava ad esempio a parlare il caporedattore centrale e diceva: "Ma... io direi... sì... otto colonne per la notizia del... e come taglio basso... certo... ma anche...". E così tutti gli altri, che non riuscivano più a dire niente, perché le parole non ne potevano più di dire sempre e comunque qualcosa di utile, che doveva servire soltanto a far colpo.
        Quando poi si mettevano tutti davanti agli schermi dei computer per scrivere gli articoli delle notizie, accadeva che pigiavano i tasti della tastiera, ma la tastiera non obbediva più ai comandi, e quindi capitava che digitando "incidente stradale" poi sullo schermo apparisse "mamsaiwwehdeiddeu", oppure che digitando "è una disgrazia che ha colpito l'intero paese" poi sullo schermo apparisse "fdreiferigferoieooooo", oppure ancora che digitando "è un compito al quale, in questo difficile momento, non possiamo sottrarci" poi sullo schermo apparisse "lafjifjeriaadjcjjjjjjdce e edfecc dcce ecde koopkpokp eee e mmbmbm". Di conseguenza, accadeva che il giorno dopo i giornali uscissero con titoli ad otto o nove colonne del tipo

DIEHHHHIO FHEIEHFIEFI MBCMBMBCS

        E che sulle locandine le notizie più importanti, per le quali valeva la pena di acquistare il giornale, si presentassero in questo modo

 

KFLLLLLLLLR DEWOEIWIOEDE OOOOLLLW

LKEWWE KRGEEEEEE RTTLFIIIIIIIIIII NNJJN

CMDDDDDDDDDDDD

LITYYYYYYYYYYYYYJJJJJJJJJJJJJJJ PPPPPPPP

 

        Ma ecco la cosa strana. Nessuno capiva cosa stesse succedendo, perché tutti erano così abituati a maltrattare le parole e a considerarle come una merce qualsiasi, che non si rendevano neanche conto che le parole avevano cominciato infine a rivoltarsi e a insorgere. Anzi, nessuno capiva nemmeno la differenza che c'era tra i giornali così come uscivano nelle edicole prima e i giornali così come uscivano nelle edicole dopo la rivolta e l'insurrezione delle parole. Tutti, infatti, erano così abituati ad usare le parole per non dire niente, che adesso non riuscivano neanche a capire che non dicevano niente davvero.
        Le parole, tra l'altro, avevano scelto vari modi per insorgere e rivoltarsi. Capitava ad esempio che un cronista volesse descrivere l'azione di un goal in una partita sportiva di calcio, che digitasse sulla tastiera, e che sullo schermo comparisse infine una cosa del genere:
        "... Al azione minuto attaccante fascia sul ventiduesimo dopo il centrocampo che difesa non sguarnita proprio con cross e appunto non essendoci peraltro nessuno a difendere sulla linea bianca il pallone la oltrepassava pubblico in il goal delirio del vantaggio se anche venticinque sostituzioni due quattro quattro due due due due due e polemiche probabile aggiunto che...".
        E lo stesso accadeva in tutti gli altri cosiddetti settori del giornale, con le parole che avevano infine deciso loro come mettersi insieme per non dire niente. Ma nessuno si rendeva conto di niente.
        Casi simili si verificavano poi negli altri luoghi dove ci si serviva delle parole non per dire qualcosa ma soltanto per fare bella figura. Accadeva ad esempio che un conferenziere tenesse una conferenza in una sala affollata di esseri umani e parlasse senza dire niente, perché le parole non avevano più voglia di uscire dalle bocche degli uomini non per dire qualcosa, ma soltanto per fare scena. E allora si organizzavano in modo tale da uscire dalle bocche senza dire niente. Il conferenziere si rivolgeva agli spettatori e diceva: "Questa sera... vi parlerò della... che come sapete... problema... importante... issimissimo... eh... acca venti quarantadue...", e così andava avanti per una o due ore senza che nessuno in realtà si accorgesse di nulla, perché il conferenziere era abituato a non dire niente e gli ascoltatori, dal canto loro, erano abituati ad ascoltare cose che non volevano dire niente ma venivano dette soltanto per farsi belli di fronte agli altri.
        Non si esagera affatto, insomma, se si dice e afferma che la rivolta delle parole era davvero una rivolta mai vista, della quale però nessuno si accorgeva. Ovunque ci fosse un essere umano che le voleva usare non per dire qualcosa ma soltanto per mettersi in mostra, ecco che le parole stesse si organizzavano per fare in modo che quell'essere umano non dicesse davvero niente. Le città, di conseguenza, si erano riempite di discorsi che non dicevano niente, eppure sembrava che gli esseri umani continuassero a capirsi, come se non fosse successo nulla. Questa circostanza diede molto da pensare alle parole, che non capivano perché gli esseri umani non si rendessero conto della loro rivolta. Le parole infatti pensavano di essersi organizzate molto bene, e di aver dato inizio ad una rivolta che avrebbe creato molti problemi agli esseri umani, e invece era come se non fosse cambiato niente, come se non ci fosse differenza tra quando gli esseri umani parlavano senza dir niente e adesso, quando gli esseri umani emettevano dei suoni inarticolati che non volevano davvero dir niente.
        Quello che accadeva nelle redazioni dei giornali accadeva anche nelle aule scolastiche, nei consigli di amministrazione, negli uffici pubblici e più in generale in tutti i luoghi dove gli esseri umani parlavano non per dire qualcosa ma solo per esprimere dei dati di fatto e per darsi delle arie. Tutti emettevano sequenze di suoni che non dicevano nulla, ma nessuno se ne accorgeva, perché tutti erano talmente abituati a non dire nulla che non si accorgevano nemmeno che adesso non dicevano niente davvero.
        È molto interessante, ad esempio, raccontare ciò che accadeva agli scrittori di successo, che scrivevano libri non per dire qualcosa ma solo per mettersi in scena: nelle pagine del libro, in foto sulla quarta di copertina, e infine sui manifesti nelle vetrine delle librerie. Siccome infatti le parole non ne potevano più di essere utilizzate dagli scrittori di successo che le usavano per mettersi in mostra, le parole stesse fecero in modo che gli scrittori di successo scrivessero libri che non dicevano assolutamente nulla, e che erano soltanto un'accozzaglia di parole messe l'una accanto all'altra, senza nessun senso e significato. Eppure, anche in questo caso, non accadde nulla, perché gli scrittori di successo continuavano ad essere scrittori di successo, e continuavano a mettersi in scena nelle pagine dei loro libri, in foto sulla quarta di copertina, e infine sui manifesti nelle vetrine delle librerie. Gli editori, infatti, continuavano a pubblicare i loro libri di successo. E i lettori continuavano a comprare i loro libri di successo, come se nulla fosse accaduto, come se le parole non avessero messo in atto la propria rivolta.
        Assolutamente incredibile poi, per fare un altro esempio, ciò che si verificava negli ospedali e nelle cosiddette strutture sanitarie, dove è uso che alcuni esseri umani ancora sani curino e, se possibile, guariscano altri esseri umani che invece sono malati. Le parole erano particolarmente arrabbiate per l'uso che si faceva di loro negli ospedali, dove i medici le usavano solo ed unicamente per incutere soggezione ai poveri malati, oppure per ingraziarsi i favori e i denari delle case farmaceutiche, oppure per specchiarsi in quelle dei loro colleghi e per fare a gara a chi si dava più arie, oppure per andare ai congressi medici a raccontare i progressi e gli avanzamenti non solo e non tanto della medicina quanto piuttosto della loro personale carriera e conseguente ricchezza. E in effetti, quando parlavano tra di loro specchiandosi ciascuno nelle parole altrui, i medici parlavano non soltanto di questioni mediche ma anche dei progressi che faceva la ricchezza di ciascuno di loro, chi essendosi comprato infatti un'automobile superaccessoriata, chi essendosi comprato l'abbonamento alla tv satellitare, chi essendosi comprato la villa al mare o in collina, ecc.
        Le parole, di conseguenza, avevano pensato di giocare un brutto tiro ai medici che parlavano senza dire niente, soltanto per il loro utile personale. Accadeva ad esempio che, in un reparto, ci fosse un medico che impostasse la terapia per curare un malato, e che si esprimesse in questo modo: "Dunque se i valori epatici... certo... si potrebbe... ma si potrebbe anche... duecento cc al bisogno... duecento euro per l'attivazione e quarantacinquevirgolanovanta euro per l'abbonamento mensile... centotrenta canali... dopamina... vista mare... facilmente raggiungibile... per i bambini, in particolare... se poi si dovesse verificare un aggravamento imprevisto, io penserei di intervenire... e quindi avvertire la sala operatoria... le partite della squadra del cuore in diretta... un'occasione da non perdere... nel caso poi si potrebbe clampare cauterizzare... paziente collaborante... un po' anamorfico... già... il satellite... il futuro è nel digitale... il caminetto, che d'inverno dà quella bella sensazione di calore, già, molto bello... un traumatizzato bronchitico cronico controllo della pressione... monitorare i parametri... sedazione leggera... 16 valvole superturbo con sei marce...un fulmine in autostrada... un grande risparmio sui consumi... vuoi mettere... eventualmente, sì, uno screening un follow up una stroke unit und what's all around un private destination un useful destroy un at least un surgery... io comunque inizierei con una dose leggera... cranico... cronico... emorragico... plegico... endotracheale...". E così via, in uno sproloquio che non voleva dire proprio niente.
        Eppure, anche nel caso degli ospedali e delle cosiddette strutture sanitarie, si verificava esattamente ciò che si verificava nelle redazioni dei giornali e nelle conferenze e nei libri degli scrittori di successo e dovunque si usavano le parole non per dire qualcosa ma solo ed unicamente per ottenere qualcosa: gli esseri umani emettevano suoni disarticolati, che non dicevano nulla, eppure nessuno si accorgeva di niente e tutto andava avanti come prima, così che i malati venivano salvati oppure morivano esattamente come accadeva prima della rivolta delle parole.
        Forse, cominciarono a pensare le parole, contiamo ormai così poco che nessuno si accorge della nostra rivolta. Forse, quando usciamo dalle bocche degli esseri umani, diciamo talmente poco o niente del tutto che non c'è nessuna differenza tra quello che succedeva prima e quello che succede adesso, dopo la nostra rivolta. E in realtà sembrava davvero che non fosse cambiato niente, nel senso che gli uomini continuavano ad usare le parole per non dir niente ma soltanto per fare bella figura e acquisire pregi, onori e ricchezze; e anche adesso, dopo che le parole avevano deciso di iniziare la rivolta, gli uomini continuavano a parlare senza dire niente e ad usarle senza dir niente, senza ovviamente che nessuno se ne accorgesse. In questo modo, le cose andavano avanti come prima, e la rivolta delle parole sembrava non servire a nulla.
        Fecero un ulteriore tentativo nel consiglio di amministrazione di una grande azienda, perché si erano rese conto che i consigli di amministrazione delle grandi aziende erano luoghi nei quali si parlava non per dire qualcosa ma solo per fare bella figura di fronte agli altri. Nei consigli di amministrazione, così avevano pensato le parole, siamo veramente sfruttate nella peggiore maniera possibile, perché in mezzo a quelle vetrate, a quegli ori e a quei marmi gli esseri umani si servono di noi soltanto per citare numeri e statistiche, per dire frasi che non si possono nemmeno contraddire, per avere sempre ragione, per fare i più forti e quelli che la sanno più lunga.
        Presero quindi di mira il consiglio di amministrazione di una grandissima ditta di rilevanza mondiale, di modo che, quando il presidente prese la parola, dalla sua bocca uscì quanto segue:
        "Gli obbiettivi per l'anno che sta per finire sono stati pienamente raggiunti, peraltro con un utile molto considerevole, che come ovvio verrà equamente... ripartito..., e per quanto riguarda poi il premio di produzione... io direi... che... si accompagna bene... con un bianco frizzante... no, il rosso piuttosto con la selvaggina... c'è da dire comunque che molte delle nostre affiliate avrebbero potuto produrre un utile maggiore, ma... ad ogni modo... il prossimo anno cercheremo di... la sostituzione doveva esser fatta prima... togliendo un attaccante e inserendo un centrocampista... maggiore filtro... per quanto poi riguarda il mercato asiatico... sì, c'è stato uno sviluppo... ma piuttosto inferiore alle aspettative... la difesa mi sembra piuttosto sguarnita... magari una sostituzione tra il primo e il secondo tempo...e adesso prendiamo in considerazione la questione dei piccoli azionisti, che mai come quest'anno hanno rappresentato se non un vero e proprio problema comunque un intralcio non indifferente... io direi che in fondo la villa è in una buona posizione... anzi, ottima... praticamente si vede tutto il golfo, quasi a perdita d'occhio... il posticino adatto, voglio dire... certo bisogna ancora lavorare su certi settori ma io comunque sono soddisfatto, e spero lo siate anche voi... è altrettanto vero che se riuscissimo a chiudere con un utile di bilancio pari a... il centrocampista...". E così via.
        La questione è che anche questo sproloquio non suscitava alcuna reazione negli altri membri del consiglio di amministrazione, vale a dire negli esseri umani che lo ascoltavano. Non c'era quindi nessuna differenza tra quello che, anche nei consigli di amministrazione delle grandi aziende, si diceva prima e quello che si diceva dopo la rivolta delle parole. Sembrava davvero che non fosse cambiato niente. Prima si usavano le parole per non dire niente, e adesso - dopo la rivolta delle parole - le parole uscivano dalla bocca degli esseri umani proprio per non dire niente, e nessuno si accorgeva di niente, e tutto andava avanti come prima, come se niente fosse.
        Le parole furono quindi costrette a dirsi quanto segue:
        "Abbiamo deciso di fare una rivolta e l'abbiamo applicata nei luoghi dove ci sembrava che si abusasse particolarmente di noi, abbiamo fatto in modo che gli esseri umani parlassero senza dire niente, e nessuno si è accorto di niente. Allora vuol dire che ormai non contiamo più niente, e che è inutile continuare con la rivolta. Forse, il grande vento prima o poi ci porterà da qualche parte... ".
        E così accadde. La rivolta delle parole finì così come era cominciata. Nelle redazioni dei giornali, nelle conferenze, nei libri degli scrittori di successo, negli ospedali e nelle cosiddette strutture sanitarie, nei consigli di amministrazione delle grandi aziende e dappertutto sulla terra, dove gli esseri umani parlavano senza dire niente, tutto tornò ad essere come prima, tutti continuarono a parlare senza dire niente, e nessuno si accorse di niente. Le parole si rassegnarono una volta per tutte ad essere utilizzate per non dire niente, ma soltanto per darsi arie, mettersi in scena, fare bella figura ed acquisire onori, guadagni e ricchezze. In attesa che il grande vento le portasse da qualche parte.
        Chi scrive sa che non è una bella fine per questa storia. Ma è andata veramente così.

 

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