
Aspettava
con impazienza l'annuncio del meteo, e così
non s'accorse della neve che aveva cominciato
a far breccia sulle case, sui ruderi del suo
interesse nei confronti del mondo.
Senza
ali e senza mantello non si va da nessuna parte.
Se perdi per strada la tua primordiale essenza
fantastica ( non sei che un'invenzione ) finisce
che ti strozzi con la tua stessa cravatta.
La
lettura di un giornale rappresenta una validissima
alternativa all'assunzione di oppiacei. Niente
ci sospinge fuori dalla realtà più
di un'attonita fruizione dei fatti
della realtà. Il deserto pullulante di
informazioni in cui siamo immersi finisce col
pervertire qualsiasi attitudine critica, qualsiasi
pulsione autentica. L'unico onore che la cronaca
possa vantare è quello di metterci in
condizione di assorbire la brutalità
degli eventi senza che questi possano scalfirci.
Una pagina di giornale è un ottimo velo
di maja: attua una sospensione della realtà
sotto l'illusione di penetrarla meglio, come
si converrebbe a dei bravi cittadini del
mondo. Le informazioni, a conti fatti,
non ci informano di niente - ma, a livello inconscio,
è proprio ciò di cui abbiamo bisogno:
oblio, oblio senza sensi di colpa e con molte
parole.
Il
desiderio di mettere ordine nella mia vita non
dura più del tempo che occorre per bere
un caffè.
Scrivere.
Per l'impellenza di espellere, e per capire.
Per riannodare qualche filo, per confondere
l'intreccio dei fili, per comprendere come mai
le cose inutili siano, a conti fatti, quelle
più necessarie. Le piccole storie d'amore,
che non ci hanno permesso di versare alcuna
lacrima. Le scialbe impressioni delle tre del
pomeriggio. Un mediocre articolo di giornale.
La ruvida ed avvolgente eleganza di Cioran.
Scrivere,
infine, per vedere mutare la nostra calligrafia
col passare del tempo.
Un
dandy seduto alla latrina.
Non
siamo stati neanche in grado di mantenere vive
le vecchie superstizioni. Le abbiamo rimpiazzate
con altre, con le fattucchiere a pagamento.
La
mediocrità necessita sempre di funerali
decenti.
Dov'ero
io? Nelle lunghe estati al mare, dov'ero io?
Non c'ero ancora perché c'era il mio
vero volto al posto mio, c'era la mia prima
giovinezza al posto mio. Ma io, io dov'ero?
Non ero ancora stato inventato, ancora non mi
ero inventato, perché gioivo teneramente
dell'oceano in vista di nessuna tempesta, in
vista di nessun guasto del senso. Guasto che
poi sarebbe venuto, e allora sì, sarei
apparso finalmente, sarei nato alla vita con
gli occhi sbarrati - ma dopo quelle
lunghe estati al mare. Perché prima non
c'ero. Dov'ero io quando i muscoli delle mie
gambe si mantenevano tesi prima del tuffo? Dov'ero?
Era
talmente stupido che se avesse dovuto mettere
nero su bianco i suoi pensieri, sarebbe venuto
fuori bianco su bianco.
La
disperazione grigia e chiassosa dei bar di provincia.
Quel
che è fatto è fatto. Quel che
è detto è detto. Non è
dato tornare indietro nel tempo, ma nel cuore
si serba sempre un posticino per il sottile
rammarico di non essere riusciti a concedere
ai propri errori sufficiente dignità
teatrale.
La
perdita dell'innocenza è direttamente
proporzionale a quante volte guardi l'orologio
durante il giorno.
Non
so più da quale parte finire.
Un
rapporto di coppia troppo pulito puzza sempre
di sporco. Quando senti dire di due "Sono
la coppia perfetta", "Sono fatti l'uno
per l'altra", capisci che dietro quell'apparenza
di complicità potrebbe esserci del marcio.
Bisognerebbe imparare a diffidare dei cuori
senza macchia, e degli armadi senza scheletri.
Perché, probabilmente, gli scheletri
sono nascosti da qualche altra parte.
In
tempi in cui ci si arrovella per riuscire a
conciliare l'utile con il dilettevole, continuo
a barcamenarmi tra il futile e il disdicevole.
In
infanzia la parola ha più a che fare
con un grugnito che con la possibile pienezza
di se stessa.
Nei
periodi più impegnativi della propria
vita ci si sente talmente responsabili delle
proprie azioni, che si finisce con l'avvertire
un profondo senso di noia davanti a se stessi.
Di
un poeta. Lo detestavano perché
usava la rima in maniera occasionale...aveva
cioè con la rima rapporti occasionali,
considerandola un po' puttana...
Buoni
propositi. "Ho bisogno di una mia
dimensione" (come se già non ne
avessimo abbastanza delle tre esistenti), "
Ho degli obbiettivi nella vita, e intendo perseguirli
" (gli strabici hanno la pretesa di centrare
il bersaglio, puntualmente mancandolo). Nei
buoni propositi c'è sempre un che di
patetico, di sovraccarico e fintamente purificatorio.
Da parte mia sogno una bara di gelo, lontane
urla e musica da altri mondi...
La
società è come un asciugamani
usato. Ai bordi sembra essere meno sporca, più
asciutta.
Per
un autoritratto. Sono il discorso attorno
a me stesso. Sono il discorso che dispiego attorno
a me stesso, la tenda sufficientemente impermeabile
che innalzo attorno a me stesso. Sono il tendone
attorno a me stesso, dunque il circo all'interno
del quale do uno spettacolo continuamente rimandato.
Sono il fenomeno da baraccone, il funambolo
di sfumature, l'automa. Sono il discorso attorno
a me stesso, ma non i discorsi che si fanno
attorno a me stesso. Nell'istante in cui vango
individuato, nel momento in cui l'altro mi individua,
mi perde. Non sono il pettegolezzo attorno a
me stesso, né la mia buona o cattiva
reputazione. Non ho reputazione. Nessuno dovrebbe
averne. Mi reputo un nulla, un nient'altro che
niente. Sono sufficientemente edulcorato da
non nascondere nessun segreto, dunque troppi.
Sono le parole che cucio attorno a me stesso.
Non sono una parola sola. Non sono un mestiere,
non sono il mio passato, tantomeno il mio futuro.
Vi scappo dalle mani. Seguo solo la moda dei
miei gesti, ma questo non vuol dire che sia
libero. Non sono un ideale, eppure mi agogno
come se lo fossi. Sono il discorso attorno a
me stesso, il decorso di me stesso.
Un'anziana
signora, appena divenuta vedova, durante la
veglia funebre: "Giornata insolita, devo
dire. Mi scappa da ridere...".
L'uomo,
nel corso dei secoli, si è sempre servito
di concetti schiaccianti: Amore, Patria, Dio,
eccetera. Ha finito col soccombere del loro
peso, giacché nello stesso istante in
cui cominciò a perseguirli come obbiettivi,
ne comprese l'impossibilità radicale.
Lo stesso concetto di Uomo ci ha sprofondati
in un baratro da cui invano continuiamo ad agognarci,
come un verme guarda in alto una corolla senza
poterne concepire l'intensità di colore.
Se
fossi cieco, mi sentirei ugualmente tradito
dal visibile.
Si
è felici di una felicità monca,
di una felicità che perde pezzi come
un ingranaggio imperfetto. La vera felicità
non esiste, ma ugualmente siamo a conoscenza
di due o tre attributi che essa dovrebbe possedere:
dovrebbe essere piena, piana e, in ultima istanza,
a prova di Diavolo. Cioè, a prova di
noi.
Parlare
di felicità è completamente inutile.
Dopo
Kundera: la sostenibile nefandezza dell'essere.
So
di non avere fatto altro che offrire i miei
polsi alla notte - e ad ogni cosa, idea, persona
che ne possedesse una pur vaga sembianza.
La
realtà è una donna capricciosa:
se non dimostri interesse per lei, finirà
col fartela pagare. Sarai per questo costretto
a tradirla in segreto, usando stratagemmi più
o meno leciti. Ormai hai imparato quali trucchi
adottare: sei diventato un esperto fedifrago.
Lei non si accorgerà di nulla: perché
se spesso è insinuante e furbissima,
spesso è anche molto stupida.
L'inchiostro
finisce sempre quando hai molto da scrivere,
e nessuna penna di riserva.
Quando
una donna dice la verità, vuol dire che
sta mentendo a qualcun altro. La sincerità
è per lei una faccenda sempre e comunque
elettiva.
Il
tempo cospira contro la morale, e contro il
desiderio. Impossibile astenersi dal tempo,
come dal corpo.
Retrospettiva.
C'era forse un tempo, sì, in cui le nostre
finte morti erano dolci, tenere e potenti. Qualcosa
a che fare con la prima giovinezza, esplosioni
di petali eccetera, passi strascicati lungo
la strada della nostra infantile balbuzie, sì.
La nostalgia è sentimento del tempo,
ma non abbiamo più bisogno del tempo
(tranne che per le poco attraenti faccenduole
quotidiane). Oppure no, abbiamo bisogno del
tempo perché si dia una sincope, un ritmo,
una musica da cui poter ripartire con occhi
nuovi, e mani intatte. Abbiamo bisogno di tutto
questo, sì. Ma quelle morti, quell'avvertire
la morte nel proprio cuore ancora così
giovane e muschioso, voleva pur dire qualcosa.
Eravamo sfolgoranti fuochi di paglia, utopie
incarnate rivestite di lacca fine, porcellane
fragili e canti di civette. Eravamo tutto questo.
C'era un tempo, sì. Un primo scontro
di sguardi appena fuori dalla culla.
Il
problema è questo: che se dovessimo trovarci
faccia a faccia con Dio, non sapremmo cosa dire.
Il male ci ha resi obesi, idioti, affaticati.
Ci ha nutriti sin dalla nascita. Dio è
ingrassato insieme a noi, e la fiducia che riponemmo
in lui altro non fu che la fiducia che non riuscimmo
a riporre in noi stessi.
Per
raggiungere una certa serenità, occorre
essere avvezzi alle sinuosità del vuoto.
Ci
si accorge presto d'essere poeti, ma troppo
tardi di non saper scrivere.
Quando
ci si innamora si abbandona la propria solita
trasparenza per diventare specchi, specchi di
una grazia e di una presenza che ci fa godere
del puro fatto di poterla riflettere. Ogni innamorato
è uno specchio che va in frantumi se
viene privato dell'oggetto, dell'immagine di
cui si nutriva e che esso stesso, in larga misura,
aiutava a plasmare.
Vitalismo
coatto. Sì, lui diceva di bruciare
- ma forse stava andando solamente in fumo.
Fra
la prima cotta e l'ultima non c'è molta
differenza. Siamo solo più vecchi di
un tot, e più prossimi al quid.
Non
posso appoggiare la fronte su di un vetro qualsiasi
senza sentirmi in procinto di partire. Tutti
i vetri mi ricordano quello del treno che (come
da luogo comune) non ho mai avuto il coraggio
di prendere.
L'individuo
privato della sua brutalità organica,
è la sua vera impronta.
Si
comincia con l'imparare dai propri sbagli, e
si finisce col maledire i propri sbadigli.
Abituati
a reprimere il nostro naturale istinto al risentimento,
abbiamo perso la capacità di gestirlo
e canalizzarlo in forme meno indecorose. Per
questo i nostri conati d'anima si risolvono
spesso in fragorose scenate, in improvvise scoregge
verbali: perché l'ultimo diritto rimastoci
sembra essere il diritto all'isteria...
Il
tempo vola, e volte si impiglia.
Solitudini
imperfette: sono quelle ancora impiastricciate
di attesa, desiderio. Sono le solitudini volgari,
quelle di tutti, solitudini ancora molto lontane
dallo schianto finale a cui un cuore che si
rispetti dovrebbe tendere...
Cronaca.
In un supermarket del centro. Alla cassa. La
giovane donna è entusiasta d'aver terminato
la raccolta-punti. Le viene consegnata (Regalata!
Regalata!) una bilancia da cucina. Sorriso complice
e indifferente della cassiera. La giovane donna
paga la spesa, raccoglie tutto il malloppo in
due buste di plastica e scappa via trottando,
allegra ed intontita. La giovane donna è
una militante di partito. Fra qualche mese sposerà
il suo fidanzato, insieme adotteranno un bambino
del Terzo Mondo. Lo manderanno a fare la spesa,
e dopo averlo affettuosamente baciato sulla
fronte gli diranno, sorridenti: "Mi raccomando,
tesoro. Alla cassa, non dimenticare di farti
dare i punti".
Il
narratore, l'affabulatore, deve possedere un'innata
fiducia negli avvenimenti. Fiducia nel divenire,
nella più o meno logica consequenzialità
di fatti ed azioni. Caduta questa fiducia, il
narratore non potrà fare altro che procedere
per singulti, intoppi e brevi naufragi, apnee.
Per questo un'apparente carenza di senso della
causalità potrà forse generare
un buon poeta.
Bacio:
un sillogismo di bocca in bocca, dove il senso
si perde.
In
gioventù tutti hanno qualcosa da dire,
qualcosa da fare. Sarebbe meglio limitarsi a
trangugiare spine con liquori, impegnarsi a
rafforzare il sorriso badando unicamente alla
malinconia dei diavoli.
Per
viaggiare all'interno di se stessi, innanzitutto,
occorre una grande predisposizione alla carneficina.
Alla
fiera delle emozioni. Mi perdoni, Signor
"Ci ho messo il cuore". Mi perdoni.
Ma uno scrittore, un vero scrittore, vede anche
la propria penna tremare. Fosse anche per l'indecisione
di aggiungere o cancellare una virgola. Mi perdoni,
Signor "Ci ho messo il cuore": forse
sarebbe meglio che si mettesse a scrivere soggetti
per fictions televisive. Oh, scusi. Ha ragione.
L'avevo dimenticato: il suo ultimo libro ha
subìto un'impennata di vendite proprio
dopo aver ispirato una fiction televisiva. Mi
perdoni, Signor "Ci ho messo il cuore".
Ma il cuore, poi, Glielo hanno divorato? E adesso,
dico, sono sazi? Sono sicuro di sì: sento
l'effluvio dei loro rutti.
Quando
tutto intorno la terra inizia tremare - gli
equilibri sono ad uno sputo dal cedere - è
bene restare in apnea. Non osare nessun movimento,
restare acquattati in un angolo senza però
dimenticarsi di dover ricominciare a respirare,
prima o poi.
Il
vero amore è quello che dura molto meno
tempo di quanto ne occorra per poterlo dimenticare.
La verità di un amore giace nella sua
scia, nella sua coda luminosa. Che talvolta
ci annienta.
Non
si capisce mai se tutto cominciò con
una perdita, o con una vincita. Oramai prima
c'è sempre un dopo, e dopo c'è
sempre un prima.
Quanto
tempo è passato dall'ultima volta che,
aprendo la finestra di primo mattino, la stanza
è stata risucchiata fuori?
Se
è possibile che in punto di morte tutta
la vita ci scorra davanti, è altrettanto
possibile che nell'istante in cui siamo venuti
al mondo tutta la morte si sia mostrata
ai nostri piccoli occhi, ancora ignari ed impossibilitati
a carpirla.
Paradossalmente,
capita spesso di provare invidia per chi mai
e poi mai vorremmo essere.
Decadence.
Cocktails alcolici, camicie come ultimi baluardi,
luci al neon, musica in sottofondo... ...Qualcuno
parla della prossima eclissi solare, dell'infanzia
trascorsa in parrocchia... ...Una valanga di
cenere dalle sigarette traccia il perimetro,
il campo d'azione del pensiero, del ricordo...
...Ai gentili non resta che attendere la venuta
della prossima Era Glaciale, il sentimento reso
cristallo e fossile... ...Per intanto "Cosa
ne dite di ballare?"... ...Esalare l'ultimo
swing come l'ultimo respiro......
Maledirsi
è essere coscienti di se stessi, dei
propri desideri, dei propri limiti.
Si
rendeva utile per non affogare.
Si
finisce sempre col prostituire il proprio mondo,
e in cambio non si riceve altro che un'ammorbante
realtà precotta da chi, per mancanza
di fantasia, sa usare solo le ricette della
nonna.
Nell'ultimo
giorno dell'anno, finalmente, non si proverà
vergogna nel sentirsi finiti. Per una volta
l'odiosa convenzione del calendario gregoriano
non potrà che darci ragione. Ma solo
fino a mezzanotte, dopodiché... tutto
daccapo.
Un
bambino con una bicicletta nuova ha già
conquistato il mondo. Cosa valgono al suo
cospetto un Napoleone, un Hitler?
Parabola.
Cercò Dio per tutta la vita. Alla fine
trovò solo se stesso, e a quel punto
si disprezzò. Decise allora di trattare
le proprie disperazioni alla stregua di biglie
lucenti. Gli anni divennero un campo da gioco,
e lui lo spettatore di se stesso. Uno spettatore
muto, ma con un sorriso lievissimo e crudele
eternato sulla faccia.
Se
gli storici traessero conclusioni dall'odore
dei propri calzini...
La
potenza dei sogni (la stessa della facoltà
immaginativa) non giace nella possibilità
di una loro concreta realizzazione (fanatismo
utopico), ma nella loro capacità di incrinare
per brevi bagliori la sciatteria del reale confondendolo,
vanificandolo, pugnalandolo alla schiena. (Il
reale è sempre una vittima idiota. Sebbene,
a la fin, sarà lui il nostro
carnefice).
Alcuni
gestiscono la propria malafede in una maniera
talmente graziosa e stucchevole che, malgrado
tutto, non possiamo fare altro che cadere in
trappola. Danziamo sugli ultimi brandelli di
ciò che un giorno, adesso non senza disprezzo,
chiamammo sincerità.
I
libri migliori sono quelli che producono depositi
calcarei negli intestini del nostro intelletto,
della nostra coscienza. La buona scrittura è
una questione di minerali...
La
fredda gentilezza nei modi tiene in caldo come
in un uovo il tuorlo del delirio...
Se
la più grande beffa di Belzebù
è quella di farci credere che lui non
esista, la più grande beffa di Dio potrebbe
essere quella di farci credere che noi
esistiamo.
Nei
momenti di vuoto, di sfiducia nei confronti
di una qualche possibilità di miglioramento,
si avverte lo scandalo della propria bassa pressione
d'anima, e si pensa al sangue nelle vene come
a un innocuo fluido bianco senza direzione.
Certe
notti la luna è gelida e immobile come
un puntello piantato nel nero. Ti viene persino
da dubitare che la terra continui a girare,
che un nuovo giorno possa venire fuori. Poi,
all'improvviso, più nessun dubbio: non
esisti altro che in funzione del tuo essere
un lupo mannaro mancato, e l'ululato è
tutto dentro.
Molte
volte ho avuto la tentazione di fuggire via.
Ma è bastato accendere una sigaretta
per cominciare a pensare ad altro - ad esempio
al fatto che sono nolentemente incollato a una
palla di merda che ruota sul proprio asse.
Cronaca
(2). Alla fermata del bus, verso mezzogiorno,
una ragazza con una gamba visibilmente più
corta dell'alta. Il colore della scarpa ortopedica,
dalla suola altra quasi dieci centimetri, era
abbinato al colore della borsetta di marca appesa
a tracolla. La moda, come la morte, non si ferma
davanti a nulla.
Nell'era
delle grandi ed inutili trasgressioni, persino
l'idea dell'inferno sembra aver perso il suo
antico fascino. Adesso l'inferno appare ai molti
un luogo metodico come tanti altri, e a lui
si preferisce di gran lunga il pub dell'angolo.
Quanto al paradiso, è soltanto una beauty-farm
con vasche idromassaggio. L'eternità,
monsieur, è servita.
Come
col vento la scintilla diviene incendio, così
negli spiriti inquieti un minuscolo accadimento
acquista forza fino a diventare tragedia, scoppio,
urla, polverone di schegge. Chi è schiavo
della suscettibilità vive in uno stato
di bufera perenne, e trova la quiete non nell'assenza
di vento, ma nell'assenza di ostacoli che ne
intralcino il cammino su quella festa di pianure
che chiamiamo quotidianità.
A
volte riuscivamo persino a vivere la folla.
A respirarla come una vertigine, assecondando
i moti poco seri del suo ribollire. Il bazar
sul lungo mare, la gelateria dall'arredamento
pastello, le facce vuote ed edulcorate delle
giovani comitive. Tutto questo, per una qualche
durata, poteva appartenerci. Sentivamo la vita
scuotersi sin nelle fondamenta, la radice della
complicità (cresceva, cresceva) sfiorarci
il cuore per un solo attimo. Allora compravamo
un cono gelato, prendevamo a fischiettare motivetti
stupidi. Fino a quando?
Mascheriamo
il nostro sonno da sogno perché
abbiamo paura del niente. Inghirlandiamo la
nostra assenza dalla vita per avere comunque,
al risveglio, qualcosa da raccontare, numeri
da giocare. Scrocchiamo essere persino
lì dove non ne rimangono che poche briciole
- la sola pulsazione del cuore, il corpo stramazzato,
la flatulenza intermittente del respiro.
Il
senso delle cose è forse alla portata
di tutti, ma i molti ritraggono schifati lo
sguardo dai propri escrementi come non gli fossero
mai appartenuti. Una comare che, gli occhi fuori
dalle orbite, maledice se stessa e la sua allegra
accolita di pazzi, vale molto di più
di dieci trattati di psicopatologia del nucleo
familiare. I fatti scompaiono, gli amori invecchiano
come tutto il resto e le verità elementari
vengono sopite fino al prossimo accesso di rabbia,
fino alla prossima preghiera alla Madonna. Come
potere, anche solo per un istante, dimenticare
tutto questo? L'evidenza di un solo buco nero
basta a risucchiare il cosmo e a renderlo partecipe
del suo prevedibile annientamento, come uno
specchio riflette i volti, sì, (ma qualcuno
sembra esserselo dimenticato) soltanto all'incontrario.
Negativo di un negativo, ma senza un positivo
come risultato finale.
Quando
divenimmo fatue canaglie, arcieri della bazzecola:
allora capimmo che non avremmo più teso
la mano al bisognoso - tranne che per farlo
danzare insieme a noi.
L'amore
eterno è un'invenzione dell'industria
cinematografica di Hollywood in combutta con
Platone.
A
volte le contingenze ci stanno col fiato sul
collo, premono da dietro e sembra che ci sospingano
verso un baratro finale - invece è soltanto
una stupida pozzanghera, piscio di cane.
Se
sei patito di qualcosa, patisci dentro
quel qualcosa. Ogni nostra sacrosanta fissa
non ha scopo all'infuori del massacro di energie
che dentro vi perpetuiamo: in qualche modo dobbiamo
pur consumarci, dobbiamo pur dimenticare la
nostra non-partecipazione ai capricci del cosmo.
Le nostre passioni/ossessioni non servono ad
altro che a creare una valida alternativa al
vuoto. Da secoli l'uomo lotta a colpi di libri
di storia, illudendosi che serva a qualcosa.
In realtà una qualunque applicazione
non ha valore oltre limiti di se stessa. Cerchiamo
solo di darci una bella strigliata in attesa
che tutto passi il più in fretta possibile,
ma la felice agonia dura addirittura qualche
decina di anni: alla fine, incredibilmente,
si finisce persino con l'affezionarcisi.
Quando
il cuore s'annoia, finisce con l'innamorarsi.
L'ozio è il padre del vizio.
Se
un problema non ha soluzione, sembra dirci qualcuno,
tanto vale adattare il problema alla soluzione
che più aggrada. Questo è savoir
faire...
Chi
parla con i muri, evidentemente, non si attende
una risposta - perché se i muri parlassero
tanto varrebbe chiacchierare con la propria
coscienza.
Non
abbiamo più dubbi: i bugiardi sistematici
sono completamente sinceri. A forza di mentire,
la realtà sembra essersi piegata ai loro
intendimenti. Non ci sono prove che suffraghino
la loro presunta colpevolezza. I bugiardi, signori,
siamo noi.
Ama
il prossimo tuo come te stesso. Cioè
favorisci chi, per interesse personale, continua
a ripetertelo.
Occorre
saper fruttificare nella propria sconfitta,
ed essere discreti come i veri assassini.
Ciò
che chiamiamo pienezza d'essere, a
che in genere identifichiamo con uno stato di
appagamento, altro non è che il suo perfetto
contrario: svuotamento d'essere, soddisfazione
apparente di un desiderio vago - ma solo nel
suo perfetto annientamento. L'essere
è cattivo, stria di nero il cuore, e
se per un solo istante ne fossimo interamente
pervasi (come andiamo dicendo) ci ritroveremmo
a boccheggiare - occhi sbarrati e nervi contratti.
La
felicità complotta sempre alle nostre
spalle. L'infelicità invece, in massima
parte, ce l'abbiamo davanti. Sebbene spesso
ce lo metta nel didietro.
Abbiamo
scelto di cadere, con le unghie conficcate nella
corteccia di pensieri, per smetterla di fingere
di essere liberi, per ingoiare solo aria, pressati
contro il vento e la vertigine, per abbandonarci
alla festa di terrori in questa conta che continua
ad andarci troppo stretta, ed inventando filastrocche
sul momento senza dare troppo spazio alla rima,
ma calibrando bene gli accenti, e vuotandoci
dei gesti semplicemente continuando a compierli,
ad azzardarli, a commentarne l'efficacia sulle
pianure, nel volo verticale.
Clandestinità
interiore. L'unica condizione degli individui
veramente liberi.
Giocoliere
di illusioni, le faccio roteare nell'aria per
istupidirmi del loro incanto temporaneo, per
sorprendermi della bravura con la quale riesco
a farle guizzare davanti agli occhi, in questo
circo di brame - e poi lascio quelle stesse
illusioni sfracellarsi al suolo, all'improvviso,
sospendendo il moto preciso e ubriaco delle
braccia e delle mani.
Ci
si accontenta troppo spesso di peccati casuali
e non premeditati. Anche questo è un
effetto del pensiero debole.
Cronaca
(3). Un omicidio in piena estate, sotto
il sole cocente. Quel che più sconcerta,
a parte l'ovvio raccapriccio, è la potenza
ossimorica del fatto. Perché
l'opinione pubblica, da buona massaia, digerisce
un crimine soltanto se è la notte a fare
da palcoscenico.
Mi
alzavo tardi, alla mattina, per trovare al mio
risveglio il mondo già bell'e pronto.
E mi ci introducevo piano, quatto quatto, silenzioso.
Se invece avessi avuto l'abitudine di alzarmi
troppo presto, avrei dovuto in qualche modo
accollarmi la fatica di prepararmi il terreno,
appendere il sole al cielo, disporre le automobili
per strada eccetera eccetera.

Essere
intestimoniabili. Come momenti d'amore,
come la morte. Non farsi comprendere non per
velleità, ma per onestà. Verso
se stessi e verso gli altri. Indossare maschere
d'oro.
Giocare
con se stessi, con il resto del mondo, non prendere
niente troppo sul serio, è un po' come
titillare le carni del proprio io senza potere
mai raggiungere l'orgasmo. Da qui la perenne
e vuota insoddisfazione di chi approccia agli
oceani in maniera ludica e puramente possibilista.
Da qui l'intimo scoramento di Don Giovanni e
dei suoi discepoli - questi dadi impazziti.
Misuriamo
distanze. Ci approssimiamo contemporaneamente
a più baratri, per misurarne la profondità.
Un po' come scrutando all'interno di noi stessi,
con stretta in mano una Bibbia dalle pagine
bianche: ancora da scrivere e sempre, perennemente,
già scritta e cancellata.
Alcuni
dispensano consigli solo per avere la possibilità
di rivangare il proprio passato. E, così
facendo, esorcizzarlo in quanto tale. Con sottile
compiacimento.
Persino
in preda alla più piccola e stupida malattia,
al più lieve ed insolente guasto corporeo,
si assapora un pizzico di morte.
In
ogni pezzetto di cuore lasciato ad essiccare
nelle mani di qualcuna/o, c'è una sillaba
del nostro vero nome.
Arriva
un momento, nella vita, in cui un momento può
valere una vita, e tutto il resto va farsi benedire
nel limbo delle cose senza importanza - ma che
un giorno ebbero una qualche importanza. Arriva
un momento, nella vita, in cui si può
anche giocare con le parole, e giocando con
le parole azzardare una versione inesatta di
se stessi, per sorprendersi nuovi e con qualcosa
di inedito da poter perdere. Arriva un momento,
nella vita, in cui si finisce con l'accettare
le proprie conturbanti malinconie, e sopra esse
si inaugura un'estetica fatta di umbratile discrezione,
cipigli diabolici, romantici(ni)smo.
Chi
non crea nessuna aspettativa, chi non dà
nessuna garanzia, non evita una delusione. Soltanto,
delude in anticipo sui tempi.
L'orologio
segna sempre l'ora sbagliata, l'ora in cui occorrerebbe
operare una scelta veramente decisiva - e non
stare ad ascoltare questi gorgheggi sospesi,
queste eco di nomi morti, questi rimuginii lucenti
come lame.
Esistono
amori infelici negli esiti, e amori infelici
nella durata. Dei primi manterremo sempre un
buon ricordo, mentre i secondi vorremmo non
averli vissuti mai perché non ebbero
la forza di spirare quando avrebbero dovuto.
Se
credessimo sempre in quello che diciamo, non
potremmo che dichiararci completamente stupidi.
Negli scambi verbali quotidiani l'ottanta per
cento è banalità, e il restante
venti per cento moderato delirio. Il tutto in
un felice ed attonito automatismo delle favelle.
Vorrei
essere il gatto che attraversa la notte senza
esserne scalfito, sebbene io non la attraversi
altro che per esserlo, per mettere in gioco
il mio corpo esponendolo alle insinuanti folate
del nero, alle piccole valanghe di stelle, ai
compiacenti capricci della dissipazione.
Occorre
raschiare il fondo dell'incoscienza per giungere
ad avere una vera coscienza. Il resto è
libellistica da catechismo, noia interessata
e raccomandazione prematrimoniale.
Flashback.
Lei ti disse: "Ci rincontreremo, prima
o poi, il mondo è così piccolo...".
E tu, tu continuasti "... Sì, ma
noi siamo più piccoli del mondo...".
Eppur
si muore.
Il
perdono è tornato di moda perché
la vendetta richiede tempo e fatica. E perché
si è capito che l'accanimento non è
proprio il massimo dell'eleganza.
Sull'altare
delle proposizioni. Immobilizzo la vita
sul foglio. La narcotizzo, mi provo a schiaffeggiarla
con la scrittura. Una scrittura di dissolvenze
in margine alla notte, una scrittura di foglietti
e fogliettini, densa come un gesto, sintesi
di gioia disperazione odio e amore. Una frase
è pur sempre una frase, dio santo: si
potrebbe ben morire per essa. Non si aggiunge
un rigo a nulla ma, semplicemente, si opera
per sostituzione. Tutto il resto è perdita,
faccende quotidiane, tempo che avanza fa saltare
i bottoni.
Attendere
con impazienza una telefonata è sempre
attendere una voce dall'altro mondo.
Chiodo
scaccia chiodo. Ma si è comunque crocefissi.
Di
uno scriba. Non raccontava una storia,
non sezionava personaggi. Scrivendo componeva
se stesso, aggiungeva il nulla di un battito
al nulla dei suoi battiti. Addizionava forme
su forme come in una matrioska, gusci su gusci,
supponendo di allontanarsi così dallo
zero che era, che noi tutti siamo. Quando osservava
la sua ombra, meglio che allo specchio, notava
che essa via via s'accresceva di un'unghia.
Quel poco gli bastava per continuare a sorridere.
Nello
sguardo sazio ed assonnato di un gatto ritrovo
la perfetta incarnazione dell'indifferenza del
cosmo nei nostri riguardi.
L'anima
slabbrata dal troppo amore, dal ritrovarsi in
tutti i luoghi e in nessuno. Sapere che non
vi è troppa differenza fra un bar ed
un tempio, e frequentarli entrambi.
Essere
amati: la condizione necessaria per sentirsi
armati.
Alla
fine si muore, e si è comunque fatto
troppo. Rimpiangeremo di non essere riusciti
a restare immobili, in silenzio, con le braccia
abbandonate come supponenti paesaggi sterili
dopo la guerra. Stare fermi. State fermi: chi
vi dà il diritto di corrucciare l'aria?
Non
posso fare a meno della mia vista smerigliata,
dei miei faziosi ed intriganti fraintendimenti
percettivi.
La
loquacità, a conti fatti, è la
sola vera forma di azzeramento. Se non volete
che qualcuno vi noti, parlateci. Di questi tempi
il silenzio e la riservatezza vengono considerati
imperdonabili anomalie.
Da
una lettera d'addio. La teca è vuota.
Il peccato sembra essere stato consumato fino
all'ultima briciola. Via, mio piccolo diamante:
puoi farcela anche senza di me. Posso farcela
anche senza di te. Ritorno alla mia condizione
naturale, alla mia inquieta cupidigia. Non è,
in fondo, la solitudine l'unico vero tempio?
Non siamo comunque dadi in mezzo al deserto?
I giuramenti lasciamoli ad altri, a chi per
pigrizia si insegue e si scalda sotto a un drappo
di catene. Ho detto che puoi fidarti di me:
ma io non sono certo di potere fidarmi di me.
Via, mio piccolo diamante. Un giorno forse ci
rivedremo. Per adesso accogliamo elegantemente
questo gelo.
Non
era vanità. Pensava solo che una posa
sarebbe servita a trattenere una forma. Contro
lo scalpitio funesto e malandato degli altri
uomini.
Per
riempire il vuoto delle proprie ferite, spesso
basta un po' di piombo. Che sia lettera stampata
o una pallottola, poco importa.
Fingere
è spossessarsi di sé, differirsi
nel tempo e nello spazio. La finzione più
giusta, quella vera e morale (?) si compone
di gesti gratuiti, della gratuità di
se stessa. Non ha niente a che fare con il compiacere
qualcuno, né con il giustificarsi perché
sorpresi con le mani nella marmellata.
Se
coltivo alcune forme di metodicità, è
perché mi sento attratto dall'apprendistato
al niente.
Quando
si rientra a casa tardi, ci si sente finiti.
Che consolazione quella profonda esaustione,
quell'assenza di desideri, di bisogno di alibi,
senza niente di niente... Eppure, un ultimo
sintomo di possessione: lasciare i vestiti bene
in ordine.
Nello
specchio. Controluce, nello specchio, siamo
nessuno, siamo tutti. Ogni riflesso porta il
nome, il sigillo di una nuova vanità.
Anche al buio, nello specchio, la sagoma è
un tutt'uno col desiderio potente di scomparire.
Ininterrottamente sfumare.
Giocavo
a shangai con linee del mio viso. Le tenevo
ben strette, le linee, chiuse nel pugno di uno
sguardo. Poi le lasciavo cadere, ed il gioco
era impossibile perché alla fine non
ottenevo nient'altro che il mio viso. Il mio
solito viso, la mia solita impronta.
Controluce,
nello specchio, siamo nessuno, siamo tutti.
Ero
qualcuno, ero l'inattendibilità di un'immagine.
Il collo stretto nella camicia nera, la notte
nera, nero anche lo specchio. Nero anche lo
specchio, al buio, nello specchio, diventai
un tutt'uno con la mia voglia di scomparire.
Quando
non si sa che altro fare, ci si aggrappa d un
confuso desiderio di vendetta.
L'insonnia
è sempre chiusa in una stanza. Sono le
pareti ad essere inquiete, sono le cose a non
volere che il nostro occhio, una volta discese
le palpebre, quotidianamente le annienti. Mi
sono sempre chiesto: esistono forse insonni
fra i senzatetto?
Per
loro l'importante non è essere, ma esserci.
Sempre e comunque: che si tratti di una sagra
o di un funerale, di una sfilata o di una sottoscrizione
per i terremotati. Della propria morte potranno
infine dire "Io c'ero"? E se sì,
a chi lo andranno a raccontare? Immagino la
noia degli angeli, costretti a sorbirsi in dettaglio
la cronaca della cerimonia funebre...
Più
sono pieno, più sono vuoto. Tanto più
inghiotto, tanto più spremo la vita fino
alle midolla, tanto più avverto la nausea
di piccoli nulla che s'infiltrano negli interstizi,
per poi dilagare e annegarmi interamente, da
me stesso e in me stesso. Dopo una giornata
intensa, mi sembra di non aver fatto niente.