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 Brevi scritture sul niente/ 2
 Taccuino di aforismi, frammenti, insolenze, tormenti
  di Stefano Zuccalà

"Crossing",  di Mili Romano - Stampa fotografica su alluminio, 2002.

        Aspettava con impazienza l'annuncio del meteo, e così non s'accorse della neve che aveva cominciato a far breccia sulle case, sui ruderi del suo interesse nei confronti del mondo.


        Senza ali e senza mantello non si va da nessuna parte. Se perdi per strada la tua primordiale essenza fantastica ( non sei che un'invenzione ) finisce che ti strozzi con la tua stessa cravatta.


        La lettura di un giornale rappresenta una validissima alternativa all'assunzione di oppiacei. Niente ci sospinge fuori dalla realtà più di un'attonita fruizione dei fatti della realtà. Il deserto pullulante di informazioni in cui siamo immersi finisce col pervertire qualsiasi attitudine critica, qualsiasi pulsione autentica. L'unico onore che la cronaca possa vantare è quello di metterci in condizione di assorbire la brutalità degli eventi senza che questi possano scalfirci. Una pagina di giornale è un ottimo velo di maja: attua una sospensione della realtà sotto l'illusione di penetrarla meglio, come si converrebbe a dei bravi cittadini del mondo. Le informazioni, a conti fatti, non ci informano di niente - ma, a livello inconscio, è proprio ciò di cui abbiamo bisogno: oblio, oblio senza sensi di colpa e con molte parole.


        Il desiderio di mettere ordine nella mia vita non dura più del tempo che occorre per bere un caffè.


        Scrivere. Per l'impellenza di espellere, e per capire. Per riannodare qualche filo, per confondere l'intreccio dei fili, per comprendere come mai le cose inutili siano, a conti fatti, quelle più necessarie. Le piccole storie d'amore, che non ci hanno permesso di versare alcuna lacrima. Le scialbe impressioni delle tre del pomeriggio. Un mediocre articolo di giornale. La ruvida ed avvolgente eleganza di Cioran.
        Scrivere, infine, per vedere mutare la nostra calligrafia col passare del tempo.
        Un dandy seduto alla latrina.


        Non siamo stati neanche in grado di mantenere vive le vecchie superstizioni. Le abbiamo rimpiazzate con altre, con le fattucchiere a pagamento.


        La mediocrità necessita sempre di funerali decenti.


        Dov'ero io? Nelle lunghe estati al mare, dov'ero io? Non c'ero ancora perché c'era il mio vero volto al posto mio, c'era la mia prima giovinezza al posto mio. Ma io, io dov'ero? Non ero ancora stato inventato, ancora non mi ero inventato, perché gioivo teneramente dell'oceano in vista di nessuna tempesta, in vista di nessun guasto del senso. Guasto che poi sarebbe venuto, e allora sì, sarei apparso finalmente, sarei nato alla vita con gli occhi sbarrati - ma dopo quelle lunghe estati al mare. Perché prima non c'ero. Dov'ero io quando i muscoli delle mie gambe si mantenevano tesi prima del tuffo? Dov'ero?


        Era talmente stupido che se avesse dovuto mettere nero su bianco i suoi pensieri, sarebbe venuto fuori bianco su bianco.


        La disperazione grigia e chiassosa dei bar di provincia.


        Quel che è fatto è fatto. Quel che è detto è detto. Non è dato tornare indietro nel tempo, ma nel cuore si serba sempre un posticino per il sottile rammarico di non essere riusciti a concedere ai propri errori sufficiente dignità teatrale.


        La perdita dell'innocenza è direttamente proporzionale a quante volte guardi l'orologio durante il giorno.


        Non so più da quale parte finire.


        Un rapporto di coppia troppo pulito puzza sempre di sporco. Quando senti dire di due "Sono la coppia perfetta", "Sono fatti l'uno per l'altra", capisci che dietro quell'apparenza di complicità potrebbe esserci del marcio. Bisognerebbe imparare a diffidare dei cuori senza macchia, e degli armadi senza scheletri. Perché, probabilmente, gli scheletri sono nascosti da qualche altra parte.


        In tempi in cui ci si arrovella per riuscire a conciliare l'utile con il dilettevole, continuo a barcamenarmi tra il futile e il disdicevole.


        In infanzia la parola ha più a che fare con un grugnito che con la possibile pienezza di se stessa.


        Nei periodi più impegnativi della propria vita ci si sente talmente responsabili delle proprie azioni, che si finisce con l'avvertire un profondo senso di noia davanti a se stessi.


        Di un poeta. Lo detestavano perché usava la rima in maniera occasionale...aveva cioè con la rima rapporti occasionali, considerandola un po' puttana...


        Buoni propositi. "Ho bisogno di una mia dimensione" (come se già non ne avessimo abbastanza delle tre esistenti), " Ho degli obbiettivi nella vita, e intendo perseguirli " (gli strabici hanno la pretesa di centrare il bersaglio, puntualmente mancandolo). Nei buoni propositi c'è sempre un che di patetico, di sovraccarico e fintamente purificatorio. Da parte mia sogno una bara di gelo, lontane urla e musica da altri mondi...


        La società è come un asciugamani usato. Ai bordi sembra essere meno sporca, più asciutta.


        Per un autoritratto. Sono il discorso attorno a me stesso. Sono il discorso che dispiego attorno a me stesso, la tenda sufficientemente impermeabile che innalzo attorno a me stesso. Sono il tendone attorno a me stesso, dunque il circo all'interno del quale do uno spettacolo continuamente rimandato. Sono il fenomeno da baraccone, il funambolo di sfumature, l'automa. Sono il discorso attorno a me stesso, ma non i discorsi che si fanno attorno a me stesso. Nell'istante in cui vango individuato, nel momento in cui l'altro mi individua, mi perde. Non sono il pettegolezzo attorno a me stesso, né la mia buona o cattiva reputazione. Non ho reputazione. Nessuno dovrebbe averne. Mi reputo un nulla, un nient'altro che niente. Sono sufficientemente edulcorato da non nascondere nessun segreto, dunque troppi. Sono le parole che cucio attorno a me stesso. Non sono una parola sola. Non sono un mestiere, non sono il mio passato, tantomeno il mio futuro. Vi scappo dalle mani. Seguo solo la moda dei miei gesti, ma questo non vuol dire che sia libero. Non sono un ideale, eppure mi agogno come se lo fossi. Sono il discorso attorno a me stesso, il decorso di me stesso.


        Un'anziana signora, appena divenuta vedova, durante la veglia funebre: "Giornata insolita, devo dire. Mi scappa da ridere...".


        L'uomo, nel corso dei secoli, si è sempre servito di concetti schiaccianti: Amore, Patria, Dio, eccetera. Ha finito col soccombere del loro peso, giacché nello stesso istante in cui cominciò a perseguirli come obbiettivi, ne comprese l'impossibilità radicale. Lo stesso concetto di Uomo ci ha sprofondati in un baratro da cui invano continuiamo ad agognarci, come un verme guarda in alto una corolla senza poterne concepire l'intensità di colore.


        Se fossi cieco, mi sentirei ugualmente tradito dal visibile.


        Si è felici di una felicità monca, di una felicità che perde pezzi come un ingranaggio imperfetto. La vera felicità non esiste, ma ugualmente siamo a conoscenza di due o tre attributi che essa dovrebbe possedere: dovrebbe essere piena, piana e, in ultima istanza, a prova di Diavolo. Cioè, a prova di noi.
        Parlare di felicità è completamente inutile.


        Dopo Kundera: la sostenibile nefandezza dell'essere.


        So di non avere fatto altro che offrire i miei polsi alla notte - e ad ogni cosa, idea, persona che ne possedesse una pur vaga sembianza.


        La realtà è una donna capricciosa: se non dimostri interesse per lei, finirà col fartela pagare. Sarai per questo costretto a tradirla in segreto, usando stratagemmi più o meno leciti. Ormai hai imparato quali trucchi adottare: sei diventato un esperto fedifrago. Lei non si accorgerà di nulla: perché se spesso è insinuante e furbissima, spesso è anche molto stupida.


        L'inchiostro finisce sempre quando hai molto da scrivere, e nessuna penna di riserva.


        Quando una donna dice la verità, vuol dire che sta mentendo a qualcun altro. La sincerità è per lei una faccenda sempre e comunque elettiva.


        Il tempo cospira contro la morale, e contro il desiderio. Impossibile astenersi dal tempo, come dal corpo.


        Retrospettiva. C'era forse un tempo, sì, in cui le nostre finte morti erano dolci, tenere e potenti. Qualcosa a che fare con la prima giovinezza, esplosioni di petali eccetera, passi strascicati lungo la strada della nostra infantile balbuzie, sì. La nostalgia è sentimento del tempo, ma non abbiamo più bisogno del tempo (tranne che per le poco attraenti faccenduole quotidiane). Oppure no, abbiamo bisogno del tempo perché si dia una sincope, un ritmo, una musica da cui poter ripartire con occhi nuovi, e mani intatte. Abbiamo bisogno di tutto questo, sì. Ma quelle morti, quell'avvertire la morte nel proprio cuore ancora così giovane e muschioso, voleva pur dire qualcosa. Eravamo sfolgoranti fuochi di paglia, utopie incarnate rivestite di lacca fine, porcellane fragili e canti di civette. Eravamo tutto questo. C'era un tempo, sì. Un primo scontro di sguardi appena fuori dalla culla.


        Il problema è questo: che se dovessimo trovarci faccia a faccia con Dio, non sapremmo cosa dire. Il male ci ha resi obesi, idioti, affaticati. Ci ha nutriti sin dalla nascita. Dio è ingrassato insieme a noi, e la fiducia che riponemmo in lui altro non fu che la fiducia che non riuscimmo a riporre in noi stessi.


        Per raggiungere una certa serenità, occorre essere avvezzi alle sinuosità del vuoto.


        Ci si accorge presto d'essere poeti, ma troppo tardi di non saper scrivere.


        Quando ci si innamora si abbandona la propria solita trasparenza per diventare specchi, specchi di una grazia e di una presenza che ci fa godere del puro fatto di poterla riflettere. Ogni innamorato è uno specchio che va in frantumi se viene privato dell'oggetto, dell'immagine di cui si nutriva e che esso stesso, in larga misura, aiutava a plasmare.


        Vitalismo coatto. Sì, lui diceva di bruciare - ma forse stava andando solamente in fumo.


        Fra la prima cotta e l'ultima non c'è molta differenza. Siamo solo più vecchi di un tot, e più prossimi al quid.


        Non posso appoggiare la fronte su di un vetro qualsiasi senza sentirmi in procinto di partire. Tutti i vetri mi ricordano quello del treno che (come da luogo comune) non ho mai avuto il coraggio di prendere.


        L'individuo privato della sua brutalità organica, è la sua vera impronta.


        Si comincia con l'imparare dai propri sbagli, e si finisce col maledire i propri sbadigli.


        Abituati a reprimere il nostro naturale istinto al risentimento, abbiamo perso la capacità di gestirlo e canalizzarlo in forme meno indecorose. Per questo i nostri conati d'anima si risolvono spesso in fragorose scenate, in improvvise scoregge verbali: perché l'ultimo diritto rimastoci sembra essere il diritto all'isteria...


        Il tempo vola, e volte si impiglia.


        Solitudini imperfette: sono quelle ancora impiastricciate di attesa, desiderio. Sono le solitudini volgari, quelle di tutti, solitudini ancora molto lontane dallo schianto finale a cui un cuore che si rispetti dovrebbe tendere...

        Cronaca. In un supermarket del centro. Alla cassa. La giovane donna è entusiasta d'aver terminato la raccolta-punti. Le viene consegnata (Regalata! Regalata!) una bilancia da cucina. Sorriso complice e indifferente della cassiera. La giovane donna paga la spesa, raccoglie tutto il malloppo in due buste di plastica e scappa via trottando, allegra ed intontita. La giovane donna è una militante di partito. Fra qualche mese sposerà il suo fidanzato, insieme adotteranno un bambino del Terzo Mondo. Lo manderanno a fare la spesa, e dopo averlo affettuosamente baciato sulla fronte gli diranno, sorridenti: "Mi raccomando, tesoro. Alla cassa, non dimenticare di farti dare i punti".


        Il narratore, l'affabulatore, deve possedere un'innata fiducia negli avvenimenti. Fiducia nel divenire, nella più o meno logica consequenzialità di fatti ed azioni. Caduta questa fiducia, il narratore non potrà fare altro che procedere per singulti, intoppi e brevi naufragi, apnee. Per questo un'apparente carenza di senso della causalità potrà forse generare un buon poeta.


        Bacio: un sillogismo di bocca in bocca, dove il senso si perde.


        In gioventù tutti hanno qualcosa da dire, qualcosa da fare. Sarebbe meglio limitarsi a trangugiare spine con liquori, impegnarsi a rafforzare il sorriso badando unicamente alla malinconia dei diavoli.


        Per viaggiare all'interno di se stessi, innanzitutto, occorre una grande predisposizione alla carneficina.


        Alla fiera delle emozioni. Mi perdoni, Signor "Ci ho messo il cuore". Mi perdoni. Ma uno scrittore, un vero scrittore, vede anche la propria penna tremare. Fosse anche per l'indecisione di aggiungere o cancellare una virgola. Mi perdoni, Signor "Ci ho messo il cuore": forse sarebbe meglio che si mettesse a scrivere soggetti per fictions televisive. Oh, scusi. Ha ragione. L'avevo dimenticato: il suo ultimo libro ha subìto un'impennata di vendite proprio dopo aver ispirato una fiction televisiva. Mi perdoni, Signor "Ci ho messo il cuore". Ma il cuore, poi, Glielo hanno divorato? E adesso, dico, sono sazi? Sono sicuro di sì: sento l'effluvio dei loro rutti.


        Quando tutto intorno la terra inizia tremare - gli equilibri sono ad uno sputo dal cedere - è bene restare in apnea. Non osare nessun movimento, restare acquattati in un angolo senza però dimenticarsi di dover ricominciare a respirare, prima o poi.


        Il vero amore è quello che dura molto meno tempo di quanto ne occorra per poterlo dimenticare. La verità di un amore giace nella sua scia, nella sua coda luminosa. Che talvolta ci annienta.


        Non si capisce mai se tutto cominciò con una perdita, o con una vincita. Oramai prima c'è sempre un dopo, e dopo c'è sempre un prima.


        Quanto tempo è passato dall'ultima volta che, aprendo la finestra di primo mattino, la stanza è stata risucchiata fuori?


        Se è possibile che in punto di morte tutta la vita ci scorra davanti, è altrettanto possibile che nell'istante in cui siamo venuti al mondo tutta la morte si sia mostrata ai nostri piccoli occhi, ancora ignari ed impossibilitati a carpirla.


        Paradossalmente, capita spesso di provare invidia per chi mai e poi mai vorremmo essere.


        Decadence. Cocktails alcolici, camicie come ultimi baluardi, luci al neon, musica in sottofondo... ...Qualcuno parla della prossima eclissi solare, dell'infanzia trascorsa in parrocchia... ...Una valanga di cenere dalle sigarette traccia il perimetro, il campo d'azione del pensiero, del ricordo... ...Ai gentili non resta che attendere la venuta della prossima Era Glaciale, il sentimento reso cristallo e fossile... ...Per intanto "Cosa ne dite di ballare?"... ...Esalare l'ultimo swing come l'ultimo respiro......


        Maledirsi è essere coscienti di se stessi, dei propri desideri, dei propri limiti.


        Si rendeva utile per non affogare.


        Si finisce sempre col prostituire il proprio mondo, e in cambio non si riceve altro che un'ammorbante realtà precotta da chi, per mancanza di fantasia, sa usare solo le ricette della nonna.


        Nell'ultimo giorno dell'anno, finalmente, non si proverà vergogna nel sentirsi finiti. Per una volta l'odiosa convenzione del calendario gregoriano non potrà che darci ragione. Ma solo fino a mezzanotte, dopodiché... tutto daccapo.


        Un bambino con una bicicletta nuova ha già conquistato il mondo. Cosa valgono al suo cospetto un Napoleone, un Hitler?


        Parabola. Cercò Dio per tutta la vita. Alla fine trovò solo se stesso, e a quel punto si disprezzò. Decise allora di trattare le proprie disperazioni alla stregua di biglie lucenti. Gli anni divennero un campo da gioco, e lui lo spettatore di se stesso. Uno spettatore muto, ma con un sorriso lievissimo e crudele eternato sulla faccia.


        Se gli storici traessero conclusioni dall'odore dei propri calzini...


        La potenza dei sogni (la stessa della facoltà immaginativa) non giace nella possibilità di una loro concreta realizzazione (fanatismo utopico), ma nella loro capacità di incrinare per brevi bagliori la sciatteria del reale confondendolo, vanificandolo, pugnalandolo alla schiena. (Il reale è sempre una vittima idiota. Sebbene, a la fin, sarà lui il nostro carnefice).


        Alcuni gestiscono la propria malafede in una maniera talmente graziosa e stucchevole che, malgrado tutto, non possiamo fare altro che cadere in trappola. Danziamo sugli ultimi brandelli di ciò che un giorno, adesso non senza disprezzo, chiamammo sincerità.


        I libri migliori sono quelli che producono depositi calcarei negli intestini del nostro intelletto, della nostra coscienza. La buona scrittura è una questione di minerali...


        La fredda gentilezza nei modi tiene in caldo come in un uovo il tuorlo del delirio...


        Se la più grande beffa di Belzebù è quella di farci credere che lui non esista, la più grande beffa di Dio potrebbe essere quella di farci credere che noi esistiamo.


        Nei momenti di vuoto, di sfiducia nei confronti di una qualche possibilità di miglioramento, si avverte lo scandalo della propria bassa pressione d'anima, e si pensa al sangue nelle vene come a un innocuo fluido bianco senza direzione.


        Certe notti la luna è gelida e immobile come un puntello piantato nel nero. Ti viene persino da dubitare che la terra continui a girare, che un nuovo giorno possa venire fuori. Poi, all'improvviso, più nessun dubbio: non esisti altro che in funzione del tuo essere un lupo mannaro mancato, e l'ululato è tutto dentro.


        Molte volte ho avuto la tentazione di fuggire via. Ma è bastato accendere una sigaretta per cominciare a pensare ad altro - ad esempio al fatto che sono nolentemente incollato a una palla di merda che ruota sul proprio asse.


        Cronaca (2). Alla fermata del bus, verso mezzogiorno, una ragazza con una gamba visibilmente più corta dell'alta. Il colore della scarpa ortopedica, dalla suola altra quasi dieci centimetri, era abbinato al colore della borsetta di marca appesa a tracolla. La moda, come la morte, non si ferma davanti a nulla.


        Nell'era delle grandi ed inutili trasgressioni, persino l'idea dell'inferno sembra aver perso il suo antico fascino. Adesso l'inferno appare ai molti un luogo metodico come tanti altri, e a lui si preferisce di gran lunga il pub dell'angolo. Quanto al paradiso, è soltanto una beauty-farm con vasche idromassaggio. L'eternità, monsieur, è servita.


        Come col vento la scintilla diviene incendio, così negli spiriti inquieti un minuscolo accadimento acquista forza fino a diventare tragedia, scoppio, urla, polverone di schegge. Chi è schiavo della suscettibilità vive in uno stato di bufera perenne, e trova la quiete non nell'assenza di vento, ma nell'assenza di ostacoli che ne intralcino il cammino su quella festa di pianure che chiamiamo quotidianità.


        A volte riuscivamo persino a vivere la folla. A respirarla come una vertigine, assecondando i moti poco seri del suo ribollire. Il bazar sul lungo mare, la gelateria dall'arredamento pastello, le facce vuote ed edulcorate delle giovani comitive. Tutto questo, per una qualche durata, poteva appartenerci. Sentivamo la vita scuotersi sin nelle fondamenta, la radice della complicità (cresceva, cresceva) sfiorarci il cuore per un solo attimo. Allora compravamo un cono gelato, prendevamo a fischiettare motivetti stupidi. Fino a quando?


        Mascheriamo il nostro sonno da sogno perché abbiamo paura del niente. Inghirlandiamo la nostra assenza dalla vita per avere comunque, al risveglio, qualcosa da raccontare, numeri da giocare. Scrocchiamo essere persino lì dove non ne rimangono che poche briciole - la sola pulsazione del cuore, il corpo stramazzato, la flatulenza intermittente del respiro.


        Il senso delle cose è forse alla portata di tutti, ma i molti ritraggono schifati lo sguardo dai propri escrementi come non gli fossero mai appartenuti. Una comare che, gli occhi fuori dalle orbite, maledice se stessa e la sua allegra accolita di pazzi, vale molto di più di dieci trattati di psicopatologia del nucleo familiare. I fatti scompaiono, gli amori invecchiano come tutto il resto e le verità elementari vengono sopite fino al prossimo accesso di rabbia, fino alla prossima preghiera alla Madonna. Come potere, anche solo per un istante, dimenticare tutto questo? L'evidenza di un solo buco nero basta a risucchiare il cosmo e a renderlo partecipe del suo prevedibile annientamento, come uno specchio riflette i volti, sì, (ma qualcuno sembra esserselo dimenticato) soltanto all'incontrario. Negativo di un negativo, ma senza un positivo come risultato finale.


        Quando divenimmo fatue canaglie, arcieri della bazzecola: allora capimmo che non avremmo più teso la mano al bisognoso - tranne che per farlo danzare insieme a noi.


        L'amore eterno è un'invenzione dell'industria cinematografica di Hollywood in combutta con Platone.


        A volte le contingenze ci stanno col fiato sul collo, premono da dietro e sembra che ci sospingano verso un baratro finale - invece è soltanto una stupida pozzanghera, piscio di cane.


        Se sei patito di qualcosa, patisci dentro quel qualcosa. Ogni nostra sacrosanta fissa non ha scopo all'infuori del massacro di energie che dentro vi perpetuiamo: in qualche modo dobbiamo pur consumarci, dobbiamo pur dimenticare la nostra non-partecipazione ai capricci del cosmo. Le nostre passioni/ossessioni non servono ad altro che a creare una valida alternativa al vuoto. Da secoli l'uomo lotta a colpi di libri di storia, illudendosi che serva a qualcosa. In realtà una qualunque applicazione non ha valore oltre limiti di se stessa. Cerchiamo solo di darci una bella strigliata in attesa che tutto passi il più in fretta possibile, ma la felice agonia dura addirittura qualche decina di anni: alla fine, incredibilmente, si finisce persino con l'affezionarcisi.


        Quando il cuore s'annoia, finisce con l'innamorarsi. L'ozio è il padre del vizio.


        Se un problema non ha soluzione, sembra dirci qualcuno, tanto vale adattare il problema alla soluzione che più aggrada. Questo è savoir faire...


        Chi parla con i muri, evidentemente, non si attende una risposta - perché se i muri parlassero tanto varrebbe chiacchierare con la propria coscienza.

        Non abbiamo più dubbi: i bugiardi sistematici sono completamente sinceri. A forza di mentire, la realtà sembra essersi piegata ai loro intendimenti. Non ci sono prove che suffraghino la loro presunta colpevolezza. I bugiardi, signori, siamo noi.


        Ama il prossimo tuo come te stesso. Cioè favorisci chi, per interesse personale, continua a ripetertelo.


        Occorre saper fruttificare nella propria sconfitta, ed essere discreti come i veri assassini.


        Ciò che chiamiamo pienezza d'essere, a che in genere identifichiamo con uno stato di appagamento, altro non è che il suo perfetto contrario: svuotamento d'essere, soddisfazione apparente di un desiderio vago - ma solo nel suo perfetto annientamento. L'essere è cattivo, stria di nero il cuore, e se per un solo istante ne fossimo interamente pervasi (come andiamo dicendo) ci ritroveremmo a boccheggiare - occhi sbarrati e nervi contratti.


        La felicità complotta sempre alle nostre spalle. L'infelicità invece, in massima parte, ce l'abbiamo davanti. Sebbene spesso ce lo metta nel didietro.


        Abbiamo scelto di cadere, con le unghie conficcate nella corteccia di pensieri, per smetterla di fingere di essere liberi, per ingoiare solo aria, pressati contro il vento e la vertigine, per abbandonarci alla festa di terrori in questa conta che continua ad andarci troppo stretta, ed inventando filastrocche sul momento senza dare troppo spazio alla rima, ma calibrando bene gli accenti, e vuotandoci dei gesti semplicemente continuando a compierli, ad azzardarli, a commentarne l'efficacia sulle pianure, nel volo verticale.


        Clandestinità interiore. L'unica condizione degli individui veramente liberi.


        Giocoliere di illusioni, le faccio roteare nell'aria per istupidirmi del loro incanto temporaneo, per sorprendermi della bravura con la quale riesco a farle guizzare davanti agli occhi, in questo circo di brame - e poi lascio quelle stesse illusioni sfracellarsi al suolo, all'improvviso, sospendendo il moto preciso e ubriaco delle braccia e delle mani.


        Ci si accontenta troppo spesso di peccati casuali e non premeditati. Anche questo è un effetto del pensiero debole.


        Cronaca (3). Un omicidio in piena estate, sotto il sole cocente. Quel che più sconcerta, a parte l'ovvio raccapriccio, è la potenza ossimorica del fatto. Perché l'opinione pubblica, da buona massaia, digerisce un crimine soltanto se è la notte a fare da palcoscenico.


        Mi alzavo tardi, alla mattina, per trovare al mio risveglio il mondo già bell'e pronto. E mi ci introducevo piano, quatto quatto, silenzioso. Se invece avessi avuto l'abitudine di alzarmi troppo presto, avrei dovuto in qualche modo accollarmi la fatica di prepararmi il terreno, appendere il sole al cielo, disporre le automobili per strada eccetera eccetera.

"Crossing",  di Mili Romano - Stampa fotografica su alluminio, 2002.


        Essere intestimoniabili. Come momenti d'amore, come la morte. Non farsi comprendere non per velleità, ma per onestà. Verso se stessi e verso gli altri. Indossare maschere d'oro.


        Giocare con se stessi, con il resto del mondo, non prendere niente troppo sul serio, è un po' come titillare le carni del proprio io senza potere mai raggiungere l'orgasmo. Da qui la perenne e vuota insoddisfazione di chi approccia agli oceani in maniera ludica e puramente possibilista. Da qui l'intimo scoramento di Don Giovanni e dei suoi discepoli - questi dadi impazziti.


        Misuriamo distanze. Ci approssimiamo contemporaneamente a più baratri, per misurarne la profondità. Un po' come scrutando all'interno di noi stessi, con stretta in mano una Bibbia dalle pagine bianche: ancora da scrivere e sempre, perennemente, già scritta e cancellata.


        Alcuni dispensano consigli solo per avere la possibilità di rivangare il proprio passato. E, così facendo, esorcizzarlo in quanto tale. Con sottile compiacimento.


        Persino in preda alla più piccola e stupida malattia, al più lieve ed insolente guasto corporeo, si assapora un pizzico di morte.


        In ogni pezzetto di cuore lasciato ad essiccare nelle mani di qualcuna/o, c'è una sillaba del nostro vero nome.


        Arriva un momento, nella vita, in cui un momento può valere una vita, e tutto il resto va farsi benedire nel limbo delle cose senza importanza - ma che un giorno ebbero una qualche importanza. Arriva un momento, nella vita, in cui si può anche giocare con le parole, e giocando con le parole azzardare una versione inesatta di se stessi, per sorprendersi nuovi e con qualcosa di inedito da poter perdere. Arriva un momento, nella vita, in cui si finisce con l'accettare le proprie conturbanti malinconie, e sopra esse si inaugura un'estetica fatta di umbratile discrezione, cipigli diabolici, romantici(ni)smo.


        Chi non crea nessuna aspettativa, chi non dà nessuna garanzia, non evita una delusione. Soltanto, delude in anticipo sui tempi.


        L'orologio segna sempre l'ora sbagliata, l'ora in cui occorrerebbe operare una scelta veramente decisiva - e non stare ad ascoltare questi gorgheggi sospesi, queste eco di nomi morti, questi rimuginii lucenti come lame.


        Esistono amori infelici negli esiti, e amori infelici nella durata. Dei primi manterremo sempre un buon ricordo, mentre i secondi vorremmo non averli vissuti mai perché non ebbero la forza di spirare quando avrebbero dovuto.


        Se credessimo sempre in quello che diciamo, non potremmo che dichiararci completamente stupidi. Negli scambi verbali quotidiani l'ottanta per cento è banalità, e il restante venti per cento moderato delirio. Il tutto in un felice ed attonito automatismo delle favelle.


        Vorrei essere il gatto che attraversa la notte senza esserne scalfito, sebbene io non la attraversi altro che per esserlo, per mettere in gioco il mio corpo esponendolo alle insinuanti folate del nero, alle piccole valanghe di stelle, ai compiacenti capricci della dissipazione.


        Occorre raschiare il fondo dell'incoscienza per giungere ad avere una vera coscienza. Il resto è libellistica da catechismo, noia interessata e raccomandazione prematrimoniale.


        Flashback. Lei ti disse: "Ci rincontreremo, prima o poi, il mondo è così piccolo...". E tu, tu continuasti "... Sì, ma noi siamo più piccoli del mondo...".


        Eppur si muore.


        Il perdono è tornato di moda perché la vendetta richiede tempo e fatica. E perché si è capito che l'accanimento non è proprio il massimo dell'eleganza.


        Sull'altare delle proposizioni. Immobilizzo la vita sul foglio. La narcotizzo, mi provo a schiaffeggiarla con la scrittura. Una scrittura di dissolvenze in margine alla notte, una scrittura di foglietti e fogliettini, densa come un gesto, sintesi di gioia disperazione odio e amore. Una frase è pur sempre una frase, dio santo: si potrebbe ben morire per essa. Non si aggiunge un rigo a nulla ma, semplicemente, si opera per sostituzione. Tutto il resto è perdita, faccende quotidiane, tempo che avanza fa saltare i bottoni.


        Attendere con impazienza una telefonata è sempre attendere una voce dall'altro mondo.


        Chiodo scaccia chiodo. Ma si è comunque crocefissi.


        Di uno scriba. Non raccontava una storia, non sezionava personaggi. Scrivendo componeva se stesso, aggiungeva il nulla di un battito al nulla dei suoi battiti. Addizionava forme su forme come in una matrioska, gusci su gusci, supponendo di allontanarsi così dallo zero che era, che noi tutti siamo. Quando osservava la sua ombra, meglio che allo specchio, notava che essa via via s'accresceva di un'unghia. Quel poco gli bastava per continuare a sorridere.


        Nello sguardo sazio ed assonnato di un gatto ritrovo la perfetta incarnazione dell'indifferenza del cosmo nei nostri riguardi.


        L'anima slabbrata dal troppo amore, dal ritrovarsi in tutti i luoghi e in nessuno. Sapere che non vi è troppa differenza fra un bar ed un tempio, e frequentarli entrambi.


        Essere amati: la condizione necessaria per sentirsi armati.


        Alla fine si muore, e si è comunque fatto troppo. Rimpiangeremo di non essere riusciti a restare immobili, in silenzio, con le braccia abbandonate come supponenti paesaggi sterili dopo la guerra. Stare fermi. State fermi: chi vi dà il diritto di corrucciare l'aria?


        Non posso fare a meno della mia vista smerigliata, dei miei faziosi ed intriganti fraintendimenti percettivi.


        La loquacità, a conti fatti, è la sola vera forma di azzeramento. Se non volete che qualcuno vi noti, parlateci. Di questi tempi il silenzio e la riservatezza vengono considerati imperdonabili anomalie.


        Da una lettera d'addio. La teca è vuota. Il peccato sembra essere stato consumato fino all'ultima briciola. Via, mio piccolo diamante: puoi farcela anche senza di me. Posso farcela anche senza di te. Ritorno alla mia condizione naturale, alla mia inquieta cupidigia. Non è, in fondo, la solitudine l'unico vero tempio? Non siamo comunque dadi in mezzo al deserto? I giuramenti lasciamoli ad altri, a chi per pigrizia si insegue e si scalda sotto a un drappo di catene. Ho detto che puoi fidarti di me: ma io non sono certo di potere fidarmi di me. Via, mio piccolo diamante. Un giorno forse ci rivedremo. Per adesso accogliamo elegantemente questo gelo.


        Non era vanità. Pensava solo che una posa sarebbe servita a trattenere una forma. Contro lo scalpitio funesto e malandato degli altri uomini.


        Per riempire il vuoto delle proprie ferite, spesso basta un po' di piombo. Che sia lettera stampata o una pallottola, poco importa.


        Fingere è spossessarsi di sé, differirsi nel tempo e nello spazio. La finzione più giusta, quella vera e morale (?) si compone di gesti gratuiti, della gratuità di se stessa. Non ha niente a che fare con il compiacere qualcuno, né con il giustificarsi perché sorpresi con le mani nella marmellata.


        Se coltivo alcune forme di metodicità, è perché mi sento attratto dall'apprendistato al niente.


        Quando si rientra a casa tardi, ci si sente finiti. Che consolazione quella profonda esaustione, quell'assenza di desideri, di bisogno di alibi, senza niente di niente... Eppure, un ultimo sintomo di possessione: lasciare i vestiti bene in ordine.


        Nello specchio. Controluce, nello specchio, siamo nessuno, siamo tutti. Ogni riflesso porta il nome, il sigillo di una nuova vanità. Anche al buio, nello specchio, la sagoma è un tutt'uno col desiderio potente di scomparire. Ininterrottamente sfumare.
        Giocavo a shangai con linee del mio viso. Le tenevo ben strette, le linee, chiuse nel pugno di uno sguardo. Poi le lasciavo cadere, ed il gioco era impossibile perché alla fine non ottenevo nient'altro che il mio viso. Il mio solito viso, la mia solita impronta.
        Controluce, nello specchio, siamo nessuno, siamo tutti.
        Ero qualcuno, ero l'inattendibilità di un'immagine. Il collo stretto nella camicia nera, la notte nera, nero anche lo specchio. Nero anche lo specchio, al buio, nello specchio, diventai un tutt'uno con la mia voglia di scomparire.


        Quando non si sa che altro fare, ci si aggrappa d un confuso desiderio di vendetta.


        L'insonnia è sempre chiusa in una stanza. Sono le pareti ad essere inquiete, sono le cose a non volere che il nostro occhio, una volta discese le palpebre, quotidianamente le annienti. Mi sono sempre chiesto: esistono forse insonni fra i senzatetto?


        Per loro l'importante non è essere, ma esserci. Sempre e comunque: che si tratti di una sagra o di un funerale, di una sfilata o di una sottoscrizione per i terremotati. Della propria morte potranno infine dire "Io c'ero"? E se sì, a chi lo andranno a raccontare? Immagino la noia degli angeli, costretti a sorbirsi in dettaglio la cronaca della cerimonia funebre...


        Più sono pieno, più sono vuoto. Tanto più inghiotto, tanto più spremo la vita fino alle midolla, tanto più avverto la nausea di piccoli nulla che s'infiltrano negli interstizi, per poi dilagare e annegarmi interamente, da me stesso e in me stesso. Dopo una giornata intensa, mi sembra di non aver fatto niente.


        Fine dell'adolescenza. All'improvviso, niente mi fu chiaro.


        Credere che un sentimento sia eterno non è un'ingenuità autentica, ma strumentale. È un ingenuità posticcia, che serve solo a vivere ogni sensazione al massimo grado di intensità. Perché senza questo piccolo espediente, probabilmente scapperemmo via a gambe levate.


        Se sei un animale da compagnia, non potrai mai capire che cosa voglia dire godere della compagnia di qualcuno.


        Nelle grandi occasioni: sfoggiamo una perfetta e bianca dentatura di banalità.


        Creatura notturna. Il cuore comincia a grondare sangue solo dopo il calare del sole. Un'inquietudine che confina con la fame si diffonde in ogni nervo e in ogni vena, accendendo il pensiero mentre ogni cosa diviene parola e sussulto. Sei pronto ad attraversare la porta di casa? Sei pronto a montare in auto posando i tuoi polsini inamidati sul volante? Una melodia sinuosa e bislacca ti ronza nelle orecchie, i neon ed i lampioni illumineranno la tragironia dell'ennesima serata. Sei pronto? Allora va, piccolo vampiro. The night flies with you.


        Morte: l'ultimo scherzetto. La ciliegina sulla merda.


        Di questi tempi vivere è diventato l'hobby più costoso. In pochi se lo possono permettere: è una faccenda d'élite. Quanto a noialtri, non c'è molto da dire: boccheggiamo ad una spanna dalla nostra esistenza senza riuscire ad afferrarla, mentre assennatamente cerchiamo di far quadrare i conti ( che continuano a non tornare ).


        Un cattivo pittore. Dipingeva soltanto nature morte di noia.


        A forza d'essere evocato, il passato finisce col consumarsi. Chi vive di ricordi vive in realtà del piacere inconscio di spolparli: di essi non rimarrà nient'altro che una losca trasparenza, trafitta dai raggi d'oro della memoria.


        Prima o poi il Gran Burattinaio tira i fili, e con quelli ti strozza.


        Tanto più il cuore perde pezzi, tanto più guadagna in ostinatezza. Come un tiranno che perda territori battaglia dopo battaglia senza risparmiarsi, in una gioiosa e disperata corsa contro il tempo.


        Giunti allo stadio estremo della lucidità, a un solo passo dal non ritorno, non possiamo far altro che concederci un'ultima frivolezza: continuare a respirare spargendo attorno miriadi di sogni sfarfallanti, fingendo infanzia laddove non è altro che ottusa seriosità.


        "Il crimine non paga": chi avrebbe potuto coniare questo detto, se non un criminale mancato?


        Reiterando le preghiere giorno dopo giorno, non fai altro che disperdere te stesso dentro il flusso monotòno della voce. Il Padre Nostro lo mandi a memoria per scordare il significato di cui è portatore, perché forse la salvezza è tutta lì: nel minuscolo oblio che ti regala.


        Un interno illuminato da un neon mi fa sempre pensare a una sala per le autopsie. La potenza igienica di certa luce artificiale disseziona l'anima degli astanti e ne sbianca le carni, ormai pronte per essere onorate dal taglio di un bisturi. Naturalmente questa è una macabra fantasia: l'unico dato reale consiste nel fatto che ugualmente, in un obitorio come in un salotto, sono presenti dei cadaveri.


        Se vivi per il futuro, inconsciamente consideri il presente come già passato. Ogni gesto perde di intensità, ogni contorno sfuoca: finisci col diventare un postumo di te stesso, e la tua ostinazione a guardare oltre è solo ribrezzo per ciò che sei. Non hai ancora capito? Il domani è del tutto inattendibile, è un errore della mente: mentre tu lo contempli, lui ti cancella dallo specchio.


        Il vero incubo, che Kafka mi perdoni, sarebbe quello di vedere trasformato un innocente scarafaggio in un grasso impiegato dal colletto sudicio.


        I periodi di crisi sono spesso accompagnati dalla sensazione latente di potercela ancora fare: abbiamo capito d'essere più gelidi e resistenti di quanto credevamo, e questo non fa che accrescere il nostro orgoglio di creature sull'orlo dell'isteria. Ma che cosa sarebbe di noi senza quel minimo residuo di attaccamento o fiducia? Senza quella piccola scintilla, sola garante del nostro carnevale brasiliano? Cosa faremmo se non avessimo nemmeno la forza d'osservare la lenta progressione di un lombrico su una parete? Non dobbiamo sottovalutare nulla: persino accavallare le gambe seduti in poltrona vuol dire prendere un'iniziativa...


        Dici il contrario di quello che pensi: non è accaduto nulla. Perché gli altri, diffidenti oppure idioti, fraintendono in pieno le tue parole - ristabilendo la verità.


        Alla fine di un amore le emozioni - vincendo la forza di gravità - defluiscono dal costato al cervello. Dalla gentilezza verbale si passa all'anatema, e la bocca sputa fuori buona parte del fuoco perduto. Naturalmente basta poco a farci cadere di nuovo in trappola: venderemmo un intero arcobaleno per una sola sfumatura di rosa pallido.


        Quando tocchi il fondo della fede, cominci a essere un po' più vicino a Dio: cioè nel delirio.


        I giorni precipitano nell'indistinto, si compenetrano l'un l'altro in una copula feroce e smemorata: non riesci più a distinguerli. Oggi è uguale all'altro ieri, ogni brivido ritorna ostinatamente su se stesso e quel che ti rimane è soltanto l'illusione ( o la speranza ) che si tratti di un dejà vù. L'abitudine si ingrassa della sua corsa come una pallina di neve: rotolon-rotoloni, alla fine ti accorgi d'avere davanti una valanga. Ce la farai, anche questa volta? Ce la farai a sostenere la responsabilità d'essere riuscito a smantellare il tempo? E, guarda un po', semplicemente utilizzando lo scalpelletto della tua routine?


        "Se non vedo non ci credo": nel contemporaneo l'incredulità tommasea sembra aver raggiunto livelli patologici. Crediamo unicamente in ciò che vediamo, sì - ma solo se a mostrarcelo è la televisione.


        Quando sono indecisi fra la verità e la menzogna, le contaminano l'una con l'altra.


        La sensazione è che la colpa sia sempre da un'altra parte.


        Suicidio: rispedire la vita al mittente prima che lui la reclami indietro, magari adducendo il fatto che si è trattato di un banale errore, che non era destinata a noi... (colpa del pessimo servizio postale).


        Il buon senso sta alla bontà di chi lo ostenta esattamente come una cravatta sta all'onestà di chi la indossa: generalmente non vuol dire nulla, e generalmente si indossano brutte cravatte. Per la serie: non riescono nemmeno a salvare le apparenze, pur essendone schiavi.


        Nel mondo degli specchi, il cuore è ubicato a destra.


        Dopo la prima storia d'amore finita, il mondo ti crollò addosso. Ma fu allora che lo sentisti, fu allora che sentisti il mondo condurti a battesimo con una pacca disperata, la febbre della prima consapevolezza.


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