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ZIB II serie
 Zibaldoni
 Esercizi di consapevolezza
  di Gianluca Virgilio
"Crossing",  di Mili Romano - Stampa fotografica su alluminio, 2002.

Non è mai né troppo presto né troppo tardi
per prendersi cura della propria anima.

Epicuro, Lettera a Meneceo

Io non amo la letteratura,
ma gli atti e gli esercizi della mente.

Paul Valéry, Quaderni, I, p. 271

 

        Introduzione

        In questa breve nota vorrei chiarire il senso dei tre Esercizi di consapevolezza che ho qui riunito. In particolare, dal punto di vista che si fa valere, vorrei dire al lettore quale funzione abbia la critica rispetto ad un testo letterario.
        Criticare vuol dire capire. Una critica che si fermasse a una descrizione asettica quando non celebrativa, non assolverebbe neppure minimamente al proprio compito, che è quello, invece, di ricercare il senso di ciò che è stato scritto. Come Foucault ha insegnato (ma lo si desume anche da Valéry citato in esergo), la critica non può consistere che in un esercizio di consapevolezza. Credo che non sia possibile dire alcunché di criticamente fondato, se non a partire dalla nostra consapevolezza di ciò che ricerchiamo in un testo letterario. In questa intima relazione che s'instaura tra critica e racconto, la critica ha una funzione compensativa, che consiste nel comprendere come funziona un racconto. La critica - quando non scavalca il testo - non dice mai nulla di più di quanto dice il racconto, ma dice queste cose in modo diverso, parlando di esso in maniera direi impudica, mettendo a nudo i suoi ingranaggi, illuminando le zone che lo scrittore aveva lasciato in ombra. Lo scrittore racconta, il critico cerca di capire che cosa e come lo scrittore abbia raccontato, tutto qui.
        In questi Esercizi di consapevolezza ho interpretato il romanzo di Antonio Moresco dal titolo Canti del caos (prima e seconda parte), un racconto di Tiziano Scarpa che s'intitola Corriamo a casa che ti voglio scopare e infine un brevissimo scritto di Aldo Nove, Il cielo? Non si vede mai. Si tratta di testi diseguali, se non altro dal punto di vista quantitativo, che non ho esitato ad accomunare per una caratteristica di questi scrittori: essi, difatti, presuppongono una figura particolare di lettore, un lettore passivo, al quale tutt'al più si concede qualche dose di adrenalina per farlo momentaneamente sentire vivo, prima di lasciarlo ricadere nel torpore da cui sembra essere stato tratto (Moresco); oppure il lettore è immaginato come il tipico consumatore moderno al quale dare in pasto parole come fossero immagini seducenti di uno spot pubblicitario (Scarpa); o infine come un voyeur collettivo disposto alla maldicenza, col quale è impossibile qualsiasi comunicazione (Nove).
        In tutti e tre i casi la scrittura non presuppone e non propone un lettore attivo, col quale avviare una comunicazione, un discorso comune, una qualche non solitaria ricerca, ma solo delle occasioni di intrattenimento, acquistabili come pastiglie di ecstasy.
        La critica, per sua natura, è sempre dalla parte del lettore, di cui difende il diritto a capire. E' del tutto evidente, dunque, che queste tipologie di lettore sottintese nei testi in questione abbiano incoraggiato i miei esercizi.

***

Contro Moresco

        1. Canti del caos (prima parte)

        I Canti del caos di Antonio Moresco hanno inizio con una Prefazione, scritta - si racconta - da un noto editore che, sin dalle prime righe, stabilisce i termini della finzione narrativa che governerà l'intero libro. Vi è uno scrittore "idiota" dalla balzana idea di scrivere un capolavoro e vi è lui, l'editore, che non ha affatto intenzione di rimanere nel suo ruolo, ma intende fare molto di più: " 'Patti chiari!' gli ho detto. 'Non pensare che mi accontenti di un ruolo da editore passivo, quando la pappa è pronta. Ci metterò il becco anch'io, ti interromperò, ti darò consigli' " (p. 10). E così sarà, difatti. La finzione del racconto prevede, dunque, che l'editore, soprannominato il Gatto, accompagni e guidi lo scrittore, detto il Matto, nella formazione di un'opera che è tutta da scrivere. Sin dal principio l'editore conduce il gioco, commentando l'opera nel suo farsi, approvando o censurando quanto si viene raccontando. Pertanto, tra un episodio e l'altro, il lettore "irredento" (cioè schiavo dell'attuale industria editoriale) può leggere alcune battute di dialogo tra i due protagonisti ("Ci siamo noi e non altri, al centro di questa storia", dice l'editore (p. 100) ), che fungono da cerniera e favoriscono il susseguirsi ordinato delle storie. In questi dialoghi lo scrittore appare, nel confronto con l'editore, sempre in posizione difensiva; egli si schermisce, si scusa, evita il contrasto, l'antitesi, la dialettica, obietta qualcosa, ma non troppo, si esprime con frasi brevi, in cui il suo evidente disappunto non si fa mai ragione motivata del proprio ruolo, espressione chiara di una funzione distinta. Il padrone è lui, l'editore, il Gatto, il "magnaccia" (p. 190). Egli sa cosa vuole il mercato, mentre lo scrittore non sa nulla. La sapienza narrativa non appartiene più allo scrittore, ma all'editore, egli è il deuteragonista che si fa protagonista ("Il mio compito è duro, qui dentro. Devo fare da spalla a chi mi fa da spalla." (p. 200) dice l'editore), mentre lo scrittore sembra quanto meno afasico ed appare molto impacciato in un "qui dentro" - ovvero lo spazio dell'opera in progress - di cui gli sfuggono le coordinate. Eppure, egli è uno scrittore diverso da tutti gli altri, "è un caso particolare" (p. 58), da lui ci si aspetta, oltre ogni ironia, "un capolavoro!" (p. 67); sebbene, poi, egli debba fare i conti col grande mediatore, l'editore, che non solo dirige il racconto, ma spesso prende la parola e si fa raccontatore in proprio ("Sono capace anch'io di raccontare questa cosa qui, cosa credi?" p. 242), riducendo al silenzio il povero malcapitato scrittore. Del resto, in questo libro, il diritto di parola ce l'hanno tutti quelli che intervengono, evocati in una battuta di dialogo o nel racconto di chi li ha preceduti nella narrazione: la Musa, l'Interfaccia, il donatore di seme, il sacerdote, l'ispettore Lanza, l'eiaculatore, Pompina, Ditalina, e molti altri personaggi, ognuno con diritto di parola (parlano tutti allo stesso modo), ognuno autorizzato (molto spesso dall'editore) a sostituire lo scrittore, il quale lascia che siano gli altri a parlare, a raccontare la loro storia, dando così l'impressione che questa materia giustapposta, ma per nulla caotica, gli sfugga di mano; tanto che, alla fine, l'editore ha ragione di dire che è lui, e non lo scrittore, a portare "sempre di più sulle spalle il peso di questa storia e dei suoi destini. Io, il suo editore" (p. 308).

        Questa serie piuttosto nutrita di personaggi-narratori, dà luogo ad un accumulo di narrazioni che si vorrebbe ricondurre alla scomparsa di Meringa, segretaria dell'editore e innamorata dello scrittore. Ma questo è evidentemente solo un pretesto per dar libero corso ai racconti. Ripeto: nessun caos nella narrazione, ma solo un giustapporsi di storie entro un ordine compositivo sempre ripetuto e mai variato.
        Che cosa significa, dunque, immaginare una trama narrativa come quella che ho appena descritto, al centro della quale vi è un editore e uno scrittore, entrambi coautori di un libro tutto da scrivere?
        Abbiamo altri esempi nella letteratura italiana degli ultimi secoli di una simile compartecipazione espressa nella finzione del racconto. Penso alle Ultime lettere di Jacopo Ortis in cui Lorenzo Alderani edita l'amico Jacopo, morto suicida; penso a La coscienza di Zeno, in cui il dottor S. si vendica del suo paziente, reo di aver abbandonato la cura psicoanalitica, pubblicando il memoriale di Zeno. Ma in entrambi questi casi, le funzioni di editore e di scrittore rimanevano distinte e sarebbe stato inconcepibile che si sovrapponessero fino a rendere irriconoscibile quanto fosse da attribuire all'una e all'altra. Ebbene, Moresco è riuscito a immaginare tutto questo, e così ha orchestrato il suo racconto. Ma che cosa significa, ripeto, immaginare tutto questo?
        Sovrapponendo e fondendo le due funzioni e i due ruoli ben distinti, l'editore e il narratore, e immaginando che lo scrittore possa scrivere su dettato dell'editore, Moresco annulla di fatto l'autonomia creativa dello scrittore, e non solo nella finzione del racconto, ma anche per sé in quanto scrittore. L'editore non limita la sua azione alla semplice pubblicazione dell'opera, ma è coinvolto in prima persona nella sua scrittura, anzi, è magna pars nel processo graduale di formazione dell'opera. Lo scrittore qui è nelle mani del suo editore. Tale rapporto scrittore-editore è la rappresentazione più vera dello stato presente delle nostre lettere, nelle quali il mediatore per eccellenza, l'editore, ha ormai invaso la sfera di competenza dello scrittore, fino a trasformare e direi anzi a snaturare la letteratura, da tempo ormai dipendente totalmente dal mercato; e questa rappresentazione rimarrebbe una bella metafora, assai significativa dell'attuale sistema letterario, se Moresco non dimostrasse per tutta l'opera di rimanerne schiacciato e annichilito, poiché è certo che dall'opera sua non scaturisce nessuna soluzione operativa, non una proposta letteraria positiva, né un'idea che possa rappresentare un lume per il futuro, ma solo una rappresentazione in negativo della realtà in cui viviamo e nella quale Moresco è immerso fino al collo. Ogni possibile autentica pratica letteraria è esclusa, poiché la letteratura risulta essere un gioco perverso adatto a un lettore non solo "irredento", ma anche irredimibile. Per questo i Canti del caos presuppongono, sin dal loro inizio, dalla Prefazione, un lettore non libero, schiacciato dalle necessità del mercato (quelle dell'editore) che non gli concederanno alcuna possibilità di redenzione, e lo terranno sottomesso a una logica narrativa fatta di storie susseguentisi a ritmo incalzante, in cui tutto viene enfatizzato attraverso un uso iperbolico del racconto.

        " 'C'è una cosa grossa in arrivo! Una cosa enorme! Uno sballo!' disse ancora l'account. 'Una cosa come non se ne sono mai viste, qui dentro. Ci stiamo preparando a fare un salto mai visto prima. Nessun agenzia pubblicitaria si era mai trovata di fronte una cosa così!' ". (p. 271)

        Il lettore di Moresco riceve scariche di adrenalina a bizzeffe per tenere gli occhi aperti, e lo scrittore gliele somministra senza alcuna parsimonia, certo che il lettore rimarrà schiavo del suo gioco: un lettore "irredento", appunto, come da premessa.
        Quale concezione della letteratura emerga, dunque, da questa narrazione, è presto detto. Si tratta di una concezione paradossale della letteratura, nella quale lo scrittore, mentre denuncia i meccanismi perversi del potere, ne rimane schiavo egli stesso e anzi diventa di essi l'olio lubrificante. Moresco è davvero la rappresentazione vivente della contraddizione insita nella letteratura odierna, nella quale ogni denuncia, ogni espressione di libertà, ogni critica, si trasforma in fiore all'occhiello di un'editoria divenuta asfittica, eppure ancora molto vitale grazie all'enorme potere economico di cui dispone.
        E la ragione di questa contraddizione sta nel fatto che il dissenso continua a esprimersi attraverso i canali controllati dall'editoria, che annulla le differenze e fa di ogni erba un unico fascio di sterpi secchi.
        Ma a guardar bene, non la letteratura esce sconfitta da questo gioco al massacro (dello scrittore e del lettore), bensì la falsa idea di letteratura fondata sulla compromissione delle due figure dello scrittore e dell'editore, oltre la quale Moresco riesce a intravedere ben poco. Così, lo scrittore, che alla fine del racconto ritrova, secondo un copione consolidato, di cui Moresco è ben cosciente, la sua Meringa, vorrebbe incominciare la sua opera ("Adesso posso finalmente iniziare a pensare a questo cazzo di libro"), ma è subito zittito dall'editore, cui è riservata l'ultima parola, oltre che il diritto di parlare in prima persona:
        " 'Accidenti, sei duro d'orecchi! Ancora non hai capito?' risi liberando una boccata di fumo contro la sua [dello scrittore] testa. 'D'ora in poi sarà la mia voce a risuonare direttamente, qui dentro. Mi prendo anche la prima persona, come vedi. Si è mai vista una cosa così? (...) Me lo sono conquistato sul campo! Ti ho buttato fuori! Il tuo tempo è finito! E' cominciato il mio!' ". (pp. 392-393)
        Lo scrittore, dunque, sul finire del libro, vorrebbe iniziare la sua opera. Ma ciò è gli è ormai vietato. La voce del "noto editore" ha vinto, la voce dell'arroganza, della sopraffazione, della violenza. Per questo nei Canti del caos la vera letteratura è la grande assente, mentre invece la falsa letteratura spacciata dell'editore la fa da padrona. Lo scrittore ha deposto le armi, vittima di un editore attento alle leggi del mercato, succube di un destino che nessuna tradizione gli ha mai consegnato, che invece sembra essersi scelto da sé, per ignavia, per pochezza d'animo, o forse per acquiescenza. Tutto questo trova nei Canti del caos la propria autorappresentazione e la propria condanna.

        2. Canti del Caos (seconda parte)

        La prima domanda che ci si rivolge quando si prende a leggere la seconda parte dei Canti del caos (editi questa volta da Rizzoli, 2003) mira a conoscere quale sia la tenuta delle strutture narrative e dei personaggi che ne costituiscono le colonne portanti, rispetto al volume che lo ha preceduto. Perché è chiaro che questo "romanzo" (come da copertina) non ha una propria autonomia, ma richiede la lettura propedeutica dell'omonimo volume edito da Feltrinelli nel 2001. Al di là dei numerosi personaggi, alcuni di vecchia conoscenza, altri nuovi di zecca, importa sapere chi ne diriga l'entrata e l'uscita di scena e chi manovri i fili del discorso. Lo scrittore, il Matto, si sa, aveva perso ogni ragione di parlare in prima persona, esautorato, in sul finire del primo volume, dall'editore, che rivendicava a sé la responsabilità del racconto. Si è già considerato quale concezione della letteratura questa destituzione nasconda e al tempo stesso riveli.
        La seconda parte riprende la finzione narrativa del primo volume, nella quale lo scrittore, ovvero il Matto, è uscito di scena e se ne sta ad amoreggiare con la sua Meringa. L'editore si premura di dircelo a p. 9: "... il Matto? Che fine vuole che abbia fatto! Sarà con la sua Meringa...". Egli è completamente estromesso dal racconto, e, insieme alla sua compagna, è "come se non volessero avere più niente a che fare con tutto questo" (p. 73). L'editore era e resta il vero titolare di questa "opera in formazione totale" (p. 57), nella quale nulla finisce che non incominci, ad infinitum. L'opera, invero, si costruisce da sé e non richiede più le competenze di uno scrittore; gli basta un editore che, riunito in un brief con la sua scorta, costituita dall'account, dal copy writer e dall'art, dalla donna dell'acne e da quella "non c'è assorbente che tenga", cui si aggiungerà poi un altro account, il softwarista e, alla fine, Dio in persona, assisterà al formarsi dell'opera, la sua opera: "... ho preso nelle mie mani tutta la matassa di questo azzardo" (p. 77) dice l'editore, un po' rivendicando la paternità dell'opera, ma anche con qualche inquietudine derivante dal fatto che egli si è assunto un incarico che non gli compete. Cosa farà l'editore ora, senza la sua "spalla"? Seguiamo per un po' i suoi pensieri: "Dove è finito a questo punto quell'altro che è stato messo al mio fianco con il nome di Matto? Che entra ed esce di tanto in tanto come se niente fosse, in silenzio. Adesso, per esempio, perché è uscito? Dov'è andato? Certo, lo so, sono io che ho, che avrei voluto questo passaggio, che l'ho determinato. Ma perché l'ho voluto? E perché proprio adesso? Cosa ci fa con un piede dentro e un piede fuori da tutto questo? Com'è sfuggito al suo ruolo? Che ruolo si è ritagliato, si sta ritagliando, ammesso che qui dentro ci si possa ritagliare ancora dei ruoli? In quale diversa dimensione è fuggito, si è installato?" (p. 78).
        Moresco sa che queste sono domande a cui non ci si può sottrarre e alle quali il romanzo dovrà rispondere, pena la sua gratuità. Quel che è certo, per ora, è che la serie di incalzanti interrogative che l'editore rivolge a se stesso prima che ai lettori, segnalano la profonda crisi in cui versa questo personaggio e la funzione narrativa di cui è portatore; una crisi dovuta al fatto che ormai l'editore ha perso la sua "spalla", lo scrittore, di cui ora però sembra non poter fare a meno. Ecco come Moresco fa parlare l'editore, personaggio a cui pare che confidi molto della sua volontà espressiva, a p. 110: "Perché ho preso la preminenza in tutto questo? Perché ho preso in mano o mi è stato dato in mano distruttivamente tutto questo? Per quale gioco? Perché? Non smetto di domandarmi...". Una domanda tardiva, verrebbe da dire, dal momento che già da tempo la contraddizione dovuta dapprima alla sovrapposizione delle funzioni di scrittore ed editore e poi alla destituzione dello scrittore, aveva aperto dilemmi insolubili ed era divenuta fonte di molteplici cortocircuiti narrativi. Questo editore, caratterizzato ora da una "tristezza infinita" (p. 142), non sa amministrare da solo la propria preminenza. Ora dice di condividere il suo ruolo narrante con la Musa: "...adesso e proprio adesso che hai preso, che abbiamo preso nelle nostre mani il peso di tutto." (p. 143). Verso la fine del volume, dapprima il softwarista prenderà il suo posto e diventerà titolare in proprio del racconto in prima persona. Rivolgendosi all'editore, così gli dirà: "Mi dispiace. Lei ormai è tagliato fuori. Ora tocca a me." (p.350) Poi il softwarista sarà scalzato da Meringa, alias Leonarda, la quale, con un vero e proprio coup de théâtre, rivela che l'editore non è l'editore, ma solo un prestanome che lei ha utilizzato per coprire la sua vera identità: è Meringa/Leonarda la vera titolare della "piccola macchina editoriale" (p. 380). Naturalmente questi contorsionismi cui Moresco sottopone i suoi personaggi non annullano la funzione narrativa di cui sono portatori, ma la confermano in pieno, sebbene appaiano come puri espedienti per depistare il lettore e per accentuare l'idea di caos che si vorrebbe sottendere a tutta la storia e che, invece, - come si è visto - è del tutto assente. Nella narrazione, in definitiva, due fili si dipanano: il primo riguarda la vendita del mondo; il secondo la gravidanza di una bambina che Interfaccia dovrebbe partorire. Nessuna di queste due storie giunge qui a conclusione, per la quale si attende il volume terzo dell'annunciata trilogia. Non si sa cioè, se la figlia di Interfaccia nascerà e se il mondo sarà venduto. Ma nel frattempo il gioco immaginifico di Moresco ha avuto modo di sbizzarrirsi ad libitum, in una serie allucinante di apparizioni e di personaggi: lo stupratore di donne gravide, la donna avvolta nella carta stagnola, i messaggeri dalle labbra dipinte, l'investitore, le donne dalle bocche scoppiate, l'uomo con la paresi masturbatoria, la ragazza con braccia e gambe amputate, e chi più ne ha più ne metta. Tutti personaggi che compaiono e scompaiono, mentre il brief continua fino alla fine del secondo volume: "Da dove viene questo finimondo di figure che mi passano per un istante di fronte agli occhi? Dove vanno a finire? Quante altre ne vedrò passare, qui dentro? Venute da dove? Per andare dove?..." (p. 295) s'interroga l'editore, senza essere in grado di dare una risposta. In realtà queste figure derivano parzialmente - come si è detto - dal primo volume dei Canti del caos, un universo già creato, dal quale ora possono germinare nuovi racconti e nuovi personaggi, secondo un processo di partenogenesi che espande ad infinitum la narrazione. La definizione della storia come di una "vorticosa espansione" (p. 156), "una frittata che stiamo cocendo e noi stessi dentro la nostra stessa frittata", rende bene con le parole di Moresco il senso delle cose, di ciò che avviene "qui dentro". E tuttavia questa infinità rimane una "cattiva infinità", perché ciò che manca al racconto è proprio la necessaria apertura sul mondo, quell'apertura che caratterizza le migliori narrazioni. Leggiamo Proust, Gadda, Musil, e sentiamo che i loro universi narrativi sono nati da una lotta immane di questi autori col mondo nel quale sono vissuti, con cui essi rimangono in costante relazione e che riescono a rappresentare in modo completo; leggiamo invece Moresco, e rimaniamo prigionieri di un universo chiuso, entro il quale siamo condotti con ritmo incalzante da uno scrittore che non lotta più col mondo per ricavarne la sua opera né intende raffigurarlo, ma lascia che l'opera si costruisca da sé, preda di uno pseudo-ordine caotico che la caratterizza, frutto in realtà dell'acquiescenza dello scrittore, della sua resa dinnanzi alla problematicità dell'opera, che si preferisce risolvere accettando le soluzioni che lo status quo della letteratura impone. Si è già visto come tutta la finzione dell'opera sottintenda una concezione della letteratura in cui lo scrittore non ha più un ruolo, poiché ne è stato defraudato da un editore attento alle regole del marketing. Ma Moresco fa di più: costruisce un non luogo, per usare la celebre formula di Marc Augé, entro il quale può entrarci tutto e il contrario di tutto, un non luogo simile a grande supermercato ("la merce che stiamo qui trattando" dice il softwarista a p. 348), che l'autore provvede a riempire con canti di ogni tipo, cantati da ogni personaggio che si proponga di cantare. Di tutto questo è una spia linguistica lo stilema "qui dentro", ripetuto quasi a ogni pagina, ossessivamente, come a voler sottolineare i limiti di questo mondo chiuso e privo di comunicazione con l'esterno, limiti entro i quali Moresco si dibatte e oltre i quali non riesce ad andare. E come accade quando non c'è più un esterno rispetto a un interno, un fuori rispetto a un "qui dentro", quando non si riesce a passare da un non luogo in cui si soffre la disappartenenza a un luogo familiare e consueto, ecco che Moresco avverte la necessità di non dar tregua al lettore, di incalzarlo con le sue improvvisazioni canore, fino a stordirlo, di riempire ogni vuoto nel quale potrebbe celarsi una via di fuga da questo universo tombale. E giustamente Raul Montanari scrive (Il problema Moresco, in "Nazione Indiana" del 12.10.03, h. 11.04): Moresco "evita l'astuzia narrativa di intercalare il pieno e il vuoto. Fa tutto pieno. Riempie tutto. Asfissia senza darti nemmeno lo sfogo di una scansione ritmica percepibile...". Così Montanari spiega l'effetto che ha su di lui Moresco ("Mi stanca da maledetti"), il che non gli impedisce poi di dare di Moresco un giudizio positivo. Ma questo effetto che Moresco esercita sul lettore non è frutto del caso, bensì dell'ordine preciso imposto dall'autore ad una narrazione autoreferenziale, ovvero priva, come si è detto, di aperture sul mondo. Tutto è "qui dentro" e "qui dentro" tutto è destinato a conflagrare e ad esaurirsi, secondo una strategia che somiglia molto più a quella di un programmatore di videogame che a quella di uno scrittore. Ma programmare non è narrare. In questo equivoco rimane impigliato il racconto di Moresco, un equivoco che alimenta il racconto, ma lo rende statico e privo di sbocchi impensati, sempre promessi, ma sempre rimandati. Il racconto così ha la forza di espandersi, ma mai di risolversi in forme letterarie compiute, come una gigantesca bolla di vapore acqueo destinata prima o poi a scoppiare e a non lasciare più traccia di sé.
        Detto questo, ora dobbiamo chiederci ancora una volta quale concezione della letteratura rimanga nascosta dietro questo mondo autoreferenziale e asfittico, in cui nulla sembra verificarsi davvero, ma solo per intervento di un prevedibile, per quanto abile programmatore. E la risposta è proprio nell'analisi fin qui condotta, nella riduzione dell'universo letterario ad una finzione che si dipana da "qui dentro" e mai nel rapporto col "fuori", con l'"altro", con l'"esterno". " 'E' tutto dentro, qui dentro! Non c'è niente che non sia dentro. Che campagna sarebbe se non riuscisse a portare a moltiplicazione ogni cosa, qui dentro?...' "(p. 225). Così si esprime l'editore, rivelando non solo quanto è già chiaro dal resto della narrazione, ovvero la chiusura dell'universo moreschiano, ma anche come questo universo si sviluppi pur rimanendo tutto ripiegato nella sua chiusura rispetto all'esterno.
        Ed invece tutto ciò che non appartiene al "qui dentro" potrebbe essere l'elemento davvero dirompente, utile a mettere in crisi questa chiusa finzione narrativa e a suggerire una soluzione al racconto, che non può giungere, essendo il racconto un continuo "deragliamento" (p. 220). Il "qui dentro" ha il sopravvento e tutto ciò che vi penetra non può che rimanere schiacciato dall'atmosfera tombale che vi regna.
        Per questi motivi, dire che Moresco è "il massimo scrittore europeo", come fa Giuseppe Genna in "I Miserabili" di martedì 7 ottobre 2003, significa non solo assumersi una grande responsabilità coi lettori, ma anche spacciare un'idea di letteratura che rifiuta ogni apertura sul mondo, e si costruisce, invece, entro gli angusti confini di un universo artefatto, dove tutto ciò che è compreso viene sistematicamente sottoposto ad una disciplina caotica, in cui il caos nasconde in realtà l'ordine di un discorso che rifiuta tutto ciò che gli è estraneo, esterno, movendo il racconto come si muove un cane che si morde la coda. L'"altro", in quanto non è "qui dentro", è ignorato, misconosciuto, rifiutato. Solo se è "qui dentro", l'"altro" acquista dignità, ma una dignità che lo omologa al resto dei soggetti della narrazione, sotto il segno del caos ordinato di cui si è detto. Cantare il caos alla fine non vuol dire altro che celebrare un ordine preciso entro il quale tutto ciò che può essere narrato deve essere intercettato e riassunto.
        Essere contro Moresco, allora, significa scegliere un diverso rapporto con la letteratura, in cui la narrazione sia apertura sul mondo, espressione del rapporto tra lo scrittore e il mondo, rappresentazione del mondo, attesa dell'"altro", che è l'unico nutrimento dell'opera avvenire. Essere contro Moresco significa immaginare un'opera che non si nutra di se stessa, espandendosi per virtù propria in un "deragliamento" che ha tutto il sapore del delirio di onnipotenza (il che equivale a dire di impotenza), e sia invece il frutto di un instancabile rielaborazione letteraria, da maturare giorno dopo giorno, nella molteplicità delle relazioni umane che costellano l'esperienza dello scrittore, e non in un artefatto universo chiuso dove solo un editore mercante, o chi per lui, ha il diritto alla parola.

***

        Tiziano Scarpa, ovvero lo scrittore e il lettore mercificato

        Scelgo di leggere il racconto di Tiziano Scarpa dal titolo Corriamo a casa che ti voglio scopare, decimo della raccolta Cosa voglio da te, edita da Einaudi nel 2003.
        E' un dialogo tra Giuliana e Fabrizio, che a tarda notte perdono l'ultimo tram e decidono di tornare a casa a piedi: mezz'ora di cammino per le strade di Milano. Parla per lo più Giuliana, che domina la scena, mentre Fabrizio ha solo un ruolo di spalla.
        Ma che cosa si dicono i due durante la passeggiata notturna?
        Innanzitutto Fabrizio convince Giuliana a tornare a casa a piedi, impedendole di chiamare un taxi. Giuliana ha fretta di arrivare a casa, perché, come da titolo, non vede l'ora di scopare Fabrizio. Nell'attesa, si eccita anticipando verbalmente la scena del sesso con Fabrizio.

        GIULIANA Volevo andare a casa subito...
        FABRIZIO A fare cosa?
        GIULIANA
(lo prende sottobraccio) A insaponarti i piedi... lavarti i denti ... farti il bidè...
        FABRIZIO E poi?
        GIULIANA Tagliarti gli unghioni degli alluci, le unghiette di tutte le dita ... passarti il filo interdentale ... depilarti le palle ...

        ... e così via.
        La scena del sesso è dunque anticipata verbalmente nei minimi dettagli, e prevede l'uso di pietra pomice, collutorio, pomata antifungo e maionese. Poi Giuliana racconta quanto è accaduto nel pomeriggio nella Standa di via Cenisio, dove ha comprato "apposta" tre tubetti di maionese: una cassiera si è messa a piangere quando è giunto il turno di un single che le faceva pena per la sua solitudine e per le poche cose che aveva comprato. Sicché Giuliana si è data subito da fare per far sorridere la cassiera, raccontandole tutte le sue "perversioni sessuali" (parole di Fabrizio) condite con maionese, senape e quant'altro si possa spalmare e utilizzare nelle pratiche erotiche di questo tipo.
        Poi il discorso ritorna sull'argomento preferito da Giuliana:

        GIULIANA Ti scopo tutta la notte...

        Segue "qualche istante di silenzio", dopo il quale Giuliana riprende a parlare con un'aggressività maggiore, rimproverando a Fabrizio una certa passività nei suoi approcci sessuali. Al contrario, ecco cosa Giuliana dice di sé:

        GIULIANA Sì, ma con me non sei mica in due, sei con un harem! Chi te li fa i barriti dell'elefantessa a letto?....

        La discussione, posta su questo piano, presto degenera, non senza prestarsi a rievocazioni di originali pose e occasioni sessuali che hanno visto protagonisti i due passeggiatori notturni.

        GIULIANA Chi ti ha fatto fare l'amore davanti a tua nonna paralitica? Chi ti ha fatto le peggio cose in paracadute?....

        Fino a quando Giuliana, stizzita, si allontana da Fabrizio e, mostrando il seno nudo al primo automobilista che passa, salta in macchina e se ne va via, lasciando Fabrizio con un palmo di naso. Fabrizio cerca di contattarla telefonicamente, ma lei gli risponde che ha la bocca occupata. Fabrizio a quel punto "si mette a leggere i manifesti con voce meccanica, senza provare nessun interesse".
        Tornata Giuliana, si apprende che in realtà chi l'aveva fatta salire in macchina era il suo ex-marito, che li stava seguendo di nascosto, e inoltre che aveva la bocca occupata perché stava facendo conversazione, non per altro. Si apprende poi che sia Giuliana che Fabrizio hanno relazioni con altre donne e uomini, fino a quando il discorso riprende sull'argomento che era rimasto sospeso, ovvero l'anticipazione verbale del prossimo incontro sessuale a base di senape e paprika e altro.

        Sebbene il sesso sia il protagonista indiscusso della narrazione - non si parla d'altro che di sesso -, esso non appare come un fatto concreto ed esperienziale, ma come mera possibilità futura (sebbene di un futuro che si dice essere prossimo) oppure come rievocazione di esperienze passate. Il dialogo durante la passeggiata notturna è tutto confinato entro questi due termini, che costituiscono le diverse accezioni nelle quali il sesso è qui considerato. Da questo punto di vista, l'assente principale nel racconto è appunto il sesso, che - ripeto - non si fa, ma di cui solo si parla in questi termini anticipatori o rievocativi.
        Come il sesso è il grande assente, così è assente ogni caratterizzazione dei personaggi, che hanno solo un nome, ma non hanno età, fisionomia, non si sa cosa facciano nella vita; si sa solo che comprano merci - soprattutto Giuliana - che servono unicamente per fare sesso.
        Ora, la domanda è: che cosa ha voluto dirci Tiziano Scarpa con questo racconto?
        Per capirlo, conviene analizzare più da vicino quale tipo di sesso è qui messo in scena.
        Il sesso di cui si parla (di cui parla soprattutto Giuliana, perché - come si è detto - Fabrizio funge solo da spalla) è strettamente legato alle merci acquistate, è pensato come un sesso mercificato, poiché esso è inscindibile dalla merci, accompagnato dalle merci in ogni sua pratica evocata o presagita; Giuliana non pensa di fare e non ha mai fatto l'amore con Fabrizio, se non dopo averlo ricoperto di paprika, di senape e d'altro. Il suo partner deve essere rivestito, spalmato di merci, prima che divenga fonte di un'immaginazione erotica. Ancora, le scene di sesso che riaffiorano nel ricordo di Giuliana, sono scene che, nella loro "imprevedibilità" (davanti alla nonna paralitica, sospesi ad un paracadute ad alta quota) diventano, nel giudizio di Fabrizio, "prevedibili", poiché non sono legate a una situazione inopinatamente nuova, che nasca cioè da una necessità interna al racconto, ma ad una ricerca dello straordinario a tutti i costi, che deve, con la forza della propria inusualità, provocare uno shock, un orgasmo, un'eccitazione purché sia. Il gioco si rivela ben presto pretestuoso e inconcludente:

        FABRIZIO D'accordo... ma alla fine sei quasi prevedibile, guarda. Cioè, vuoi essere imprevedibile a tutti i costi, e in questo sei prevedibile. Non si sa bene cosa, ma si sa che una cosa prima o poi la farai.

        Qui Fabrizio sembra rappresentare, come in altri luoghi del racconto, una voce critica, ma è una voce che rimane di tono minore, sopraffatta com'è da quella di Giuliana, che domina il centro della scena e impone le sue pratiche verbali in modo deciso e inoppugnabile.
        Questa rappresentazione del sesso è estremamente importante, perché ci conduce diritti a capire quale sia il rapporto tra i due personaggi della novella, che appare caratterizzato da questa presenza ossessiva delle merci, assunte come mediatrici dell'unione tra i corpi, e dalla stravaganza gratuita e "prevedibile" dei comportamenti di Giuliana, ai quali Fabrizio appare tutto sommato rassegnato. L'uso improprio della merce da parte dei protagonisti corrisponde alla loro sistematica ricerca di situazioni improprie entro le quali soltanto si pensa che il sesso possa essere fatto. Mi riferisco soprattutto a Giuliana, perché, come ho detto, Fabrizio è personaggio di spalla, un personaggio "lesso", succube delle fantasie erotiche di Giuliana, che di lui dà una buona caratterizzazione:

        FABRIZIO Ma io ti adoro, amore mio!
        GIULIANA Mi adori ma sei lesso. Non tiri fuori un'idea che sia una. Non mi fai mai una sorpresa!

        Giuliana in realtà ama le merci, non Fabrizio, che utilizza come un supporto delle merci da lei acquistate. Si legga l'elogio dell'amore di coppia fatto da Giuliana al supermercato:

        GIULIANA (...) Che bello essere in due! Le persone innamorate si riconoscono dalla spesa al supermercato! Tutto quello che compra una persona innamorata ha un aspetto inconfondibile! Si riconosce a colpo d'occhio! (Si sbraccia infervorata dal discorso) Se dentro la borsa della spesa c'è della maionese, senape, forbicette per le unghie, raschietti e pietra pomice per grattare i calli, spazzolini, collutorio antiplacca, filo interdentale, cera depilatoria, crema antifungo... quella di sicuro è una persona innamorata, una persona felice!

        L'elogio dell'amore di coppia è in realtà un elogio delle merci che una coppia compra in abbondanza per utilizzarle nei rapporti sessuali, laddove il povero single compra poca roba e fa intristire la cassiera del supermercato.
        Questa è la reale fisionomia del rapporto di coppia e di una persona felice, com'è disegnato da Tiziano Scarpa, che si astiene da ogni commento, delegando interamente ai personaggi ogni intento della narrazione.
        In questa rappresentazione, apparentemente oggettiva e distaccata, da cui sembra assente il punto di vista dell'autore, e nella quale agisce un modo particolare di vedere il sesso (il sesso protagonista dei discorsi, il sesso assente, il sesso mercificato, il sesso "sorprendente" ma in realtà fin troppo prevedibile), è invece possibile scorgere più che un indizio della sua reale presenza; Scarpa è pur sempre uno scrittore, avente un interlocutore preciso col quale comunica attraverso il racconto. Ed il sesso è la più esplicita metafora della comunicazione possibile tra gli uomini, e in questo caso particolare, tra uomo e donna, delle loro esperienze e del loro cammino comune.
        Ora l'analisi del racconto ha dimostrato alcune cose precise: che la comunicazione tra i personaggi è possibile solo attraverso l'uso della parola che rievoca il sesso o lo anticipa, che la pratica sessuale concreta è assente, che essa è immaginata o come una performance sorprendente quanto effimera (nel ricordo) oppure come una pratica mercificata, in cui l'altro è solo il supporto di un feticistico amore per le merci.
        Il racconto di Scarpa è tutto qui. Il suo lettore è raggiungibile solo attraverso il discorso sul sesso che esclude ogni autentica pratica sessuale; una volta raggiunto, il lettore è catturato o da un uso spregiudicato degli effetti di senso (la sorpresa, la straordinarietà del caso, l'eccitazione indotta dalle parole, eccetera) oppure attraverso la sua utilizzazione come destinatario indispensabile quanto passivo della scrittura, proprio come Giuliana usa Fabrizio come supporto inerte di una sperimentazione erotica mercificata.
        In questo senso, il racconto di Tiziano Scarpa crea un lettore adatto alla propria opera, un lettore mercificato, che nel racconto ritrova immediatamente tutti gli schemi di una realtà preconfezionata nella quale a ogni merce è legata una pratica erotica, mai messa in atto, ma sempre suggerita, come avviene nella reclame pubblicitaria dove esseri asessuati promettono molto per mantenere nulla a schiere infinite di spettatori il cui desiderio attende sempre di essere esaudito ed è invece sempre spostato sull'oggetto facilmente acquistabile. In questo spostamento, nel quale va persa l'autenticità di ogni rapporto tra scrittore e lettore, consiste la speculazione letteraria dello scrittore mercificato.

***

        Aldo Nove, ovvero quando lo scrittore si masturba

        Cerco di capire che cosa abbia scritto Aldo Nove in Il cielo? Non si vede mai ("l'Unità" di giovedì 26 febbraio 2004, p. 24), che cosa abbia raccontato.

        Fuori dalla mia finestra vedo gli inquilini del palazzo di fronte al mio che vedono me. A dire la verità non guardo spesso fuori dalla finestra, perché c'è sempre qualcuno che guarda e da mesi non mi affaccio più perché mi sono rovinato la reputazione condominiale il 18 settembre 2003.

        Affacciarsi alla finestra vuol dire vedere gli altri ed essere visti dagli altri. Che cosa sarà mai accaduto ad Aldo Nove il giorno 18 settembre 2003?
        Riassumo: Nove dice di aver rinunciato ad affacciarsi alla finestra di casa sua e di aver scaricato dalla rete un film porno che lo ha indotto a masturbarsi davanti al video, mentre un "capannello" di vicini osservava i suoi "rituali onanistici". Il voyeurismo di Nove ha dunque dei tratti particolari, poiché si indirizza non verso l'esterno, l'altro, verso ciò che è fuori dalle finestre di casa sua, bensì verso l'interno della propria casa dove il collegamento alla rete è in grado di suscitare i fantasmi necessari alla bisogna. Il voyeurismo di Nove, che si accompagna all'atto solitario per eccellenza, la masturbazione, non richiede la presenza esterna dell'oggetto del desiderio; a Nove basta l'oggetto virtuale, o meglio un sostituto dell'oggetto reale, nel quale si esaurisce tutta la presenza dell'altro. Eppure, se i vicini spiano le pratiche solitarie di Nove, ciò accade perché questo voyeurismo si lascia attraversare dal suo contrario, da un desiderio esibizionistico inconfessato, ma tenace, a tal punto da far dimenticare a Nove di chiudere la tapparella della stanza in cui si è ritirato; ciò consentirà a "un gruppo di vicini" di assistere alla scena della masturbazione dello scrittore "con mestizia mista a un vago gusto d'effrazione". L'altro, dunque, è il portatore di uno sguardo indesiderato, lo spione, il guardone che approfitta di una dimenticanza dello scrittore per carpirne un segreto:

        Ora un uomo di trentasei anni che si masturba al computer è una cosa triste da vedere. Con uno scatto repentino ho abbassato le tapparelle spento la luce e mi sono nascosto in camera da letto. Dagli spazi tra le tapparelle ogni tanto guardavo fuori dalla finestra il pubblico condominiale che a uno a uno scemava.

        Alcuni vicini sanno che faccio lo scrittore.
        Tutti i vicini sanno che mi faccio le seghe.

        Così scrive Nove, traendo una conclusione logica dall'accaduto.
        Ora, qui non è in discussione il fatto che un trentaseienne si faccia le seghe, poiché anche a un novantenne è lecito masturbarsi, né che lo scrittore ce lo dica candidamente. Il problema in discussione riguarda invece il significato che Nove vuol attribuire alla scena descritta e quello che per noi lettori essa può valere. Quale senso ha, dunque, il rapporto tra Nove e i suoi dirimpettai? Dico subito che per me esso può essere assunto a metafora del rapporto tra lo scrittore e i suoi lettori. Chi legga il racconto di questa scena, in effetti, ha l'impressione di essere condotto per mano in un luogo privato - che si rivela poi non tanto segreto - per assistere alla masturbazione dello scrittore. Il lettore che qui si evoca, insomma, il lettore che lo scrittore si costruisce con le sue mani, è un lettore guardone, spione, un voyeur un po' malizioso e sporcaccione, esatto pendant di uno scrittore voyeur ed esibizionista che si masturba davanti al video ed è spiato da un "pubblico condominiale". Fra l'uno e l'altro, insomma, non c'è una grande differenza, perché la pratica di spettatore hard di Nove è la stessa del voyeur condominiale che spia attraverso la tapparella lo scrittore infoiato, con la sola differenza che il lettore-spione ha dinanzi a sé una realtà esperienziale (lo scrittore che si masturba), mentre Nove ha solo davanti a sé una realtà virtuale (il film hard). La fonte del loro piacere è, dunque, del tutto diversa. Ma questo conta poco. Quel che conta è che entrambi, scrittore e inquilini (alias lettori) vivono la stessa solitudine, deprivati come sono di ogni possibilità comunicativa; il che - sia chiaro - non li accomuna in una sorta di umana solidarietà, bensì li lascia immersi nella loro solitudine di bestioni primordiali relegati in luoghi spaventosi ("le intercapedini dei muri chiamati piani"):

        A parte questo devastante episodio, che procrastina all'infinito il mio guardare con serenità fuori dalla mia finestra, mi ricordo che prima del 18 settembre 2003, oltre alle persone, fuori dalla finestra vedevo tanti muri. Le persone erano nelle intercapedini dei muri chiamati piani, nei quali entrano ed escono dai loro appartamenti. Gli appartamenti del palazzo di fronte al mio hanno finestre e porte esattamente come nel mio palazzo.

        La scena descritta da Nove non ha dunque modificato in nulla una condizione di solitudine già presente all'inizio del racconto, anzi l'ha resa più evidente, confermandola con questo "devastante episodio". La masturbazione dello scrittore vista dal suo lettore è un evento che non dà adito ad alcun cambiamento, non aggiunge nessun elemento di conoscenza (la masturbazione è tipica della specie homo sapiens sapiens), ma semplicemente rappresenta quel muro di incomunicabilità che si erge fra le persone, in questo caso tra scrittore e lettore, i cui punti di vista di voyeur (il lettore) e di voyeur-esibizionista (lo scrittore) sono in antitesi fra di loro e impediscono qualsiasi sviluppo del racconto. Difatti, gli inquilini-lettori ad uno ad uno vanno via e la storia finisce lì, con lo scrittore che non può fare altro che rivolgere gli occhi al cielo. Ma anche su questo versante la comunicazione è impedita:

        Una cosa che non vedo mai dalla mia finestra è il cielo, un'altra è la luna, un'altra ancora sono le stelle. A Milano il cielo delle volte si vede, la luna e le stelle mai.
        Dalla mia finestra non si vede il cielo mai.

        Il cielo, la luna, le stelle, questo armamentario della tradizione lirica occidentale qui appare inutilmente evocato, poiché, se non si riesce a instaurare un rapporto quale che sia con gli uomini del proprio tempo, non si capisce bene come ciò possa avvenire riesumando queste belle parole. La constatazione finale nasce dunque da questa consapevolezza di un inesorabile scacco. Intanto - come si diceva - il racconto rimane sospeso. Ma il suo vero senso non si può cogliere di certo nelle battute finali, che suonano così false ed anacronistiche, ma nell'immagine davvero "devastante" e indimenticabile dello scrittore che si masturba davanti ai suoi lettori, nella quale è facile vedere quale responsabilità pesi sullo scrittore, incapace di stabilire un diverso tipo di rapporto con il lettore.

 

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