| Media
e mediatori
di Carla Benedetti
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Cosa
si aspetta dalla produzione artistica odierna
tutta la grande schiera dei mediatori che
opera nel mondo
della cultura? Cosa si aspettano dalla letteratura
coloro che selezionano i cavalli da ammettere
alla corsa, e su cui poi loro stessi, oppure
altri, fanno le loro puntate, recensendoli
bene o male a seconda di come gli va meglio
per continuare a gestire il loro piccolo
potere di mediatori? Quelli che trattano
la scrittura contemporanea come una scacchiera
su cui mettere la propria bandierina?
Si
parla moltissimo del potere dei media,
del terribile apparato mediatico che schiaccia
e vanifica gli sforzi di artisti e scrittori.
Secondo me bisognerebbe parlare anche dei
mediatori. I media non
sono un canale fluido, le loro operazioni
non sono senza soggetti. Il canale è
popolato di figure il cui ruolo è
appunto quello di creare un'interfaccia
tra la produzione culturale-artistica e...
stavo per dire il pubblico. Ma no, non
è al pubblico dei lettori che
si rivolgono i mediatori! Sì, certo,
si rivolgono anche ai lettori, ma come ultimo
anello della catena. Prima del pubblico
vengono tutti gli altri mediatori. I mediatori
si parlano fittamente tra di loro.
Prendiamo
i critici teatrali. Sappiamo
bene quale sia il potere delle loro recensioni.
Ce l'aveva del resto già descritto
Balzac nelle Illusioni perdute.
Da allora a oggi non è cambiato molto.
Il loro ruolo è lo stesso. C'è
però una cosa che invece è
cambiata enormemente. Il giornalista che
scriveva nella Parigi dell'Ottocento si
rivolgeva soprattutto a chi lo spettacolo
sarebbe andato a vederlo. La sua recensione
faceva o non faceva affluire pubblico. Oggi
la recensione del mediatore fa piuttosto
avere dei finanziamenti ministeriali, date
in altri teatri, presenze ai festival ecc.
I mediatori odierni quindi parlano prima
di tutto ai direttori dei teatri pubblici
d'Italia, che selezioneranno gli spettacoli
da mettere in cartellone, alle commissioni
ministeriali, agli organizzatori di festival,
ecc. Parlano insomma ad altri mediatori.
Cose
analoghe succedono in letteratura e in altri
campi della produzione artistica e di pensiero.
Quando
si parla di mediatori la prima cosa che
viene in mente sono i giornalisti culturali,
i critici d'arte, i critici teatrali, i
critici letterari, cinematografici, ma sarebbe
semplificante vederla solo così.
È una macchina molto più estesa,
che, a seconda dei campi, può inglobare
i consulenti, i distributori, le giurie
dei premi, i consigli d'amministrazione,
i curatori di festival, di mostre, gli animatori
culturali, i creatori di eventi, i venditori
di poetiche (quelli che per esempio appiccicano
le etichette agli scrittori: "gruppo
93", "parola innamorata",
"cannibali", "avant-pop"
ecc., cioè gli costruiscono addosso
una poetica che funziona esattamente come
un logo), e poi i cacciatori di
tendenze, quei critici cioè che vanno
a caccia di nuove tendenze nei territori
dell'arte per trasformarle in poetiche-logo,
così come quei nuovi operatori del
marketing chiamati cool hunter
vanno nel territorio metropolitano, nelle
discoteche, per le strade e là dove
si producono eventi, a caccia di stili
di vita all'avanguardia, da trasformare
in capi d'abbigliamento ecc.
I
mediatori sono tutti legati, nel senso che
si vincolano l'un l'altro. E ciò
che la macchina richiede loro è di
produrre semplificazioni. Sono obbligati
a semplificare per poter tradurre in pillole,
oppure in etichette, in poetiche, in stili,
in logo, e così rendere facilmente
comunicabili, i pacchetti di cultura o di
valore estetico che mettono in circolo.
C'era
una volta l'industria culturale di cui parlavano
i critici della cultura. Oggi quell'"industria"
è diventata qualcosa di molto diverso
da come l'aveva descritta Adorno. È
una macchina diffusa, che opera in modo
diverso, sul territorio, con piccoli
poteri da gestire: è una rete
di micropoteri, quasi diventati
invisibili ai nostri occhi. Ed è
fatta anche di prebende e di divieti introiettati,
dai mediatori stessi e anche, spesso, dagli
scrittori. Questi mediatori sono poi diventati
quasi una casta di intoccabili. Perché
la loro attività, così come
si è specializzata dentro al circuito,
è autoreferenziale, le loro operazioni,
scollate dalla realtà culturale viva,
si autoconvalidano: per il fatto stesso
di mediare essi sono continuamente riconfermati
mediatori.
Su
questo circuito si inseriscono poi i rapporti
di potere trasversali, quelli dei
clan, delle famiglie, delle piccole o grandi
lobby, dei piccoli e grandi do ut des
che, soprattutto in Italia, sono il pane
quotidiano dei più. Ho detto "si
inseriscono", ma forse bisognerebbe
dire che coincidono, o che non sono separabili.
Anche questi sono parte integrante della
macchina, che agisce elargendo visibilità,
identità e mediazioni. Eppure non
vengono quasi mai messi a fuoco come rapporti
di potere. Si tende a farne astrazione.
Si
denuncia magari la mercificazione dell'arte,
le spietate leggi del mercato, lo strapotere
dei media, descrivendoli come dei mostri
anonimi e perfetti, a cui ci dovremmo rassegnare,
facendo quel poco che si può, cioè
quello che è opportuno (l'opportunismo,
del resto, è l'eterno correlato della
rassegnazione). Invece non vengono descritti
tutti questi vincoli che imbrigliano molti
- che imbrigliano spesso anche coloro che
si chiamano pomposamente gli "intellettuali",
compresi quelli di sinistra che firmano
appelli contro il restringersi della libertà
di espressione nel nuovo regime che si sta
delineando in Italia. Anche loro talvolta
sono imbrigliati in rapporti di potere di
tipo personalistico, quasi clientelare,
che limitano la loro libertà di parola,
la quale ovviamente può esistere
solo se è totale.
Credo
quindi che questo convegno sarà un
ottimo momento di confronto se si fa subito
fuori questa idea di un idillico picnic
nel parco della letteratura
contemporanea, dove tutti noi parliamo in
libertà delle cose che vorremmo crescessero
in quel parco, e mangiando tartine. Innanzitutto
questo parco non esiste. Non esiste questo
parco in cui noi che siamo così diversi
facciamo finta di porre lo stesso tipo di
domande alla letteratura. Non esiste per
fortuna nemmeno questa astrazione insiemistica
che chiamiamo letteratura. Anche questa
è una semplificazione prodotta dalla
macchina astratta. Per questa industria
culturale ogni cosa che si scrive dovrebbe
trovare tranquillamente il suo posto qui
dentro, per la gioia dei mediatori che appunto
qui si riproducono. E dovrebbe anche essere
contenta di starci, ad occuparsi di finzioni,
di stili, di linguaggio e di tutte quelle
altre cose specializzate che essa sa fare
bene.
Non
esiste questo parco in cui si fa finta che
non vi sia il potere.
I
mediatori dicono che nel parco ci sono solo
due cose: da un lato gli scrittori, specializzati
appunto in produzione di finzioni, di rappresentazioni
artistiche del mondo, di uso figurale del
linguaggio, di valore poetico, di stile
ecc.; dall'altro ci sono loro, gli specialisti
in scrittori.
I
mediatori prosperano sulle specializzazioni,
sulle gabbie. Poi dicono
che dentro di esse tutto è aperto
e che vi si può fare di tutto. Ma
non è vero che si può fare
di tutto nelle gabbie predisposte per fare
di tutto. Per esempio non si può
uscire dal parco. Nel parco i mediatori
hanno il loro ruolo. E così vorrebbero
che ce l'avessero anche gli scrittori. Qui
nel parco ogni cosa è specializzata,
con il suo bravo ruolo già fissato,
persino la scrittura lo è.
Perciò
quando sento dire "cosa ci aspettiamo
dalla letteratura contemporanea" e
vedo tutto questo accordo nel rispondere
(sì, sì, diciamoci cosa vogliamo:
tu vuoi la realtà? io voglio lo stile?
tu vuoi il linguaggio? io la verità?),
senza nemmeno chiedersi se forse, nel fare
questo, non stiamo per caso già assecondando
la logica della specializzazione di cui
si alimentano i poteri nella società
contemporanea, io mi allarmo.
So
bene che le singole domande possono essere
interessanti e importanti. Ma è la
domanda globale che mi pare falsa, soprattutto
se ce ne resta opaca la premessa. Non c'è
in questo modo di porsi di fronte alla produzione
contemporanea qualcosa che la immiserisce,
che la rende inerte e già morta in
partenza? Non sentite il recinto? Non è
un po' come chiedere ai consumatori che
cosa vorrebbero da una lavatrice, per poi
dire, ecco abbiamo prodotto la lavatrice
che meglio risponde alle esigenze del 75%
degli italiani?
È
come dire a chi scrive: "Ecco, tu fai
parte di un settore particolare della produzione
contemporanea, a cui noi esprimiamo i nostri
desiderata: questa è la
tua specializzazione, questo è il
tuo recinto. Fa' il tuo meglio lì.
Tu hai questo compito. Lo puoi fare come
preferisci. Ma qui stai. E da lì
non esci. Tu stai in questo parco in cui
noi ora siamo venuti a fare un picnic, per
parlare liberamente di ciò che vorremmo
che in questo parco crescesse. Intanto mangiamo
panini".
E
anche quelli che chiedono alla letteratura
di sorprenderli, a me pare che finiscono
per recintarla ancor più. È
come dire: "Tu sei specializzata nella
produzione di sorpresa, di spaesamenti".
- "E come la misuri la tua sorpresa?",
gli chiede lo scrittore. "Dal fatto
che tu mi darai cose che non mi aspetto"
- "E tu cosa ti aspetti?" - "Mi
aspetto che tu mi sorprenda" - "Beh,
allora qualunque cosa faccio avrai quel
che ti aspetti. Qualunque cosa faccio esiste
già!"
Ma
perché ci piace tanto mettere la
scrittura contemporanea e il pensiero dentro
al suo bravo recinto? Come mai siamo così
contenti di poter imbrigliare, semplificare,
impacchettare e mediare? E perché
lasciare fuori dal nostro campo visivo il
fatto che, probabilmente, questo sfera specializzata
e regolamentata su cui prosperano i mediatori
è già in sé un'azione
del potere?
Io
allora non voglio nulla dalla letteratura
italiana contemporanea. Ragionare con queste
astrazioni, con queste coperture, a me sembra
abdicare al pensiero. C'è chi ha
abdicato al pensiero, e per questo a volte
ne ha anche paura. E c'è invece chi
pensa e non vuole smettere di farlo. Nonostante
quella macchina astratta, autoreferenziale
abbia invaso il campo della cultura (purtroppo
anche della cultura all'opposizione), nonostante
questa macchina abbia prodotto attorno a
sé un vuoto culturale e spirituale
spaventoso, io credo che dappertutto vi
sia del pieno. E per quanto questa macchina
abbia prodotto negli anni una stratificazione
di divieti introiettati che fanno sì
che molte persone non si ritengano libere,
io credo invece che siamo tutti molto più
liberi di quel che immaginiamo.
(Questo
scritto è tratto da www.nazioneindiana.com
[26 marzo 2003]. È parte di un intervento
letto al convegno
"Che cosa ci aspettiamo dalla letteratura",
organizzato da Radio Popolare, Milano, giugno
2002)
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L'immagine che illustra questo testo è
la prima (lettera "A") di una
serie dal titolo Frammentato abbecedario
di un viaggio, di Raffaella Garavini,
che accompagnerà i prossimi testi
di COL COLTELLO.
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