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Per
la comunità avvenire/ 1
a cura di Enrico De Vivo
e Gianluca Virgilio
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"Timeo
Danaos et dona ferentes"
(Virgilio, Eneide, II, 49)
"...
contro la rinuncia preventiva
a qualsiasi contatto
con l'altro che possa minacciare
la compattezza
dell'individuo, [Bataille] cerca
la comunità in un
contagio provocato dalla rottura
dei confini individuali
e dalla infezione reciproca
delle ferite"
(Roberto Esposito, Communitas,
Einaudi 1998, p. 142) |
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A
cosa serve quello che scriviamo? Che valore
ha quello che leggiamo? Scrivere e leggere
sono ancora attività utili alla comunità
nella quale viviamo? Esiste davvero la libertà
per tutti di scrivere e di leggere? Negli
ultimi mesi, a partire da questi interrogativi,
abbiamo trascorso una buona parte del nostro
tempo a dialogare con persone anche diversissime
da noi in un blog collettivo (www.nazioneindiana.com)
e a meditare contemporaneamente su quella
che noi definiamo la "comunità
avvenire": ovvero una comunità
che non si costituisce a partire dal potere
attribuito dai mediatori culturali e dal
sistema letterario dominante a pochi e sparuti
servitori, che non accetta le briciole di
chi ha già sbafato; quindi la comunità
di chi non tollera gli striminziti spazi
che le sono concessi, e che si fonda a partire
dalle proprie forze e dalle proprie idee,
a partire da qui, dal presente che è
già futuro, se vissuto con passione
e intensità.
Nei
nostri sforzi di avviare una discussione
a partire da tali domande e argomenti -
prima che dai nostri gusti letterari e dalle
poetiche e individualità artistiche
- abbiamo dovuto affrontare non poche difficoltà,
intemperanze e silenzi degli altri, e siamo
stati costretti a difenderci e ad aggredire
anche noi. Ma alla fine un contributo siamo
riusciti a strapparlo a molti e ci lusinghiamo
di averlo dato anche noi, nel nostro piccolo,
alla discussione ancora in corso.
Nei
mesi scorsi (a partire dal luglio scorso),
dunque, è nata una polemica culturale
e letteraria, sviluppatasi, come dicevamo,
sulle colonne virtuali del blog collettivo
Nazione Indiana, dove si sono intrecciati
i pensieri di autori e commentatori in gran
numero. Il blog è uno strumento particolarissimo,
"nuovo", che consente, a chi ne
abbia voglia, di gestire senza spese e con
facilità una pagina internet e di
dialogare con i lettori e visitatori intorno
agli argomenti più svariati. In genere,
l'uso che si fa del blog è diaristico,
pertanto sono per lo più scritture
semiprivate e personali quelle che vengono
alla ribalta. Ma ci sono anche blog usati
in maniera più particolare, collettivamente
o per trasmettere contenuti politici, culturali
o di altra natura. Nazione Indiana
è un blog collettivo gestito da una
dozzina di scrittori, uomini di teatro,
cineasti, artisti diversi che autonomamente,
senza alcun filtro redazionale, pubblicano
ciascuno le cose che preferiscono: articoli,
brevi o lunghi saggi, lettere, interventi
di attualità, racconti, poesie. Una
delle caratteristiche del blog è
lo spazio riservato ai "commenti",
quindi la possibilità, per il lettore,
di inserire in tempo reale propri scritti
o anche brevi pensieri e commenti relativi
ai differenti testi.
Noi
ora, nel ricostruire la polemica che si
è sviluppata in Nazione Indiana
e per dare una risposta alle domande dalle
quali abbiamo preso l'avvio, abbiamo tagliato
e scremato molto, per recuperare il recuperabile,
e cioè tutto quello che con le questioni
attinenti al dibattito andava salvato. In
un blog, dove la finestra dei commenti è
aperta a tutti, di interventi ne arrivano
tanti, stucchevoli gli uni, ributtanti altri,
altri ancora interessanti, ma fuori tema.
Ma perché, in una finestra di commenti
può esserci un tema? Il nostro sforzo
è stato quello di proporlo e riproporlo,
e ci scusiamo con tutti se a volte abbiamo
dovuto dare l'impressione di insistere un
po' troppo su certi argomenti. In ogni caso,
crediamo che entro un calderone di verdure,
uno possa sempre scegliere quelle che più
gli piacciono. Così un blog può
essere letto in molti modi. Che sia legittimo
anche il nostro? Noi lo speriamo vivamente,
ma soprattutto speriamo con questa selezione
di aver impostato nelle sue linee portanti
il dibattito sulla "comunità
avvenire", che può essere, deve
essere ancora sviluppato, il che ci proponiamo
di fare sulle colonne di Zibaldoni e
altre meraviglie.
Stroncare
un libro o mostrarne, al contrario, le virtù
riposte, raccontare una bella storia o raccogliere
i propri pensieri in uno zibaldone, sono
tutti modi per contribuire all'edificazione
della "comunità avvenire".
Purtroppo però non è cosa
facile dare l'avvio a una simile costruzione.
Abitiamo tra le rovine di una collettività
dispersa e fatta a pezzi, riedificata poi,
o meglio, gonfiata come fosse una bambola
di plastica da chi comanda la "comunità
data". Sta a noi sgonfiare lentamente
quella bambola, ricostruire sulle rovine,
riedificare una casa abitabile. Sta a noi
tutti radunare le diverse esperienze, riunirci
e comunicare, dare vita al futuro. Questa
selezione vuole essere un contributo preliminare
alla "comunità avvenire"
di cui tanto si è discusso. Ad essa
è dedicata.
P.S.:
Per i nomi degli autori degli interventi
che abbiamo estrapolato dai "commenti"
del sito di Nazione Indiana, non
ci assumiamo alcuna responsabilità.
Diamo per scontato, non avendo letto smentite
nel corso del dibattito, che tali nomi siano
reali, ma siamo consapevoli che, essendo
possibile, in un blog, assumere nicknames,
qualcuno potrebbe aver ben dichiarato un
nome falso. Pertanto, se le persone citate
dovessero riconoscere che quanto è
scritto qui a loro nome non corrisponde
a quello che hanno scritto o pensano, possono
scriverci e comunicarcelo a info@zibaldoni.it.
Provvederemo immediatamente a rettificare.
***
La
discussione ha inizio su L'Unità
dell'11 luglio 2003, p. 25, in cui compare
un articolo a firma di Carla Benedetti dal
titolo L'Occidente senza l'altro,
che viene ripreso nel blog collettivo
Nazione Indiana il 14 luglio col titolo
Prendersi sul serio: la nuova eresia. Benedetti
rinviene nella "società
occidentale tardomoderna" un
"nuovo dogma" che così
formula:
"Ogni
cosa, dunque, può avere il suo posto
nel mondo, purché rinunci alla propria
radicalità". Il che significa
che per "l'ideologia artistica
dominante, euforicamente terminale, ironicamente
repressiva", "pretendere di esprimere
un impensato è infatti l'eresia massima".
*
Il
giorno dopo, 15 luglio, Tiziano Scarpa pubblica
in Nazione Indiana un nostro commento
all'articolo di Benedetti, dal titolo
Che cos'è oggi la radicalità?,
nel quale, riprendendo le tesi di Benedetti,
aggiungiamo che ognuno nel suo campo dovrebbe
perseguire sempre il "bene della
comunità", "senza farsi
trascinare dalle menzogne che ad ogni piè
sospinto trasudano dai mass media e dalla
cultura televisiva"; concludendo
poi con una domanda:
"È
possibile dire qualcosa di non contaminato
dalla logica dei mass media...? È
ancora possibile, oggi, per i letterati,
la 'radicalità'?"
*
L'11
luglio in Pontiggia e gli altri,
Helena Janeczek ritorna sul tema della comunità
e del ruolo dello scrittore:
"Però
credo che come indica il suo [di Pontiggia]
esempio, possiamo recuperare a modo nostro
l'idea che fare gli scrittori (i poeti,
i critici ecc.) significhi anche assumersi
un ruolo e una responsabilità nei
confronti di una società letteraria
che è ormai irriconoscibile...".
*
Le
risponde lo stesso giorno Benedetti in
Pontiggia e la collettività che manca:
"...è
importante il senso di collettività.
Ma faccio fatica a identificarlo con la
"società letteraria", neanche
con quella appena passata (quella dei Pontiggia,
per intenderci).
Ho aderito a Nazione Indiana anche
perché non è una collettività
di letterati (...). E perché
uno dei nostri desideri più forti
è di creare nell'intero campo della
cultura (compresa la politica e il giornalismo)
quel tessuto connettivo di scambio,
senza il quale ogni lavoro individuale deperisce.
Uno dei nomi che avevamo pensato era addirittura
quello di Vasi comunicanti - che
ora è rimasto come titolo di una
sezione.
Questa vasocomunicazione oggi manca in Italia.
Al suo posto c'è una comunicazione
orizzontale che ha per modello
la pubblicità, con le sue regole
di promozione e autopromozione, con le sue
modalità di posizionamento nel discorso.
Cioè un vuoto spaventoso...".
*
Nel
dibattito tra Benedetti e Janeczek il 15
luglio interveniamo noi con un articolo
dal titolo Che cosa è possibile
oggi? in cui scriviamo:
"...nella
nostra società, dove tutto è
permesso, ma dove, di fatto, nulla lo è
realmente, l'unica cosa che non è
permessa realmente è la costituzione
di una comunità alternativa, cioè
di una comunità che regoli i suoi
rapporti in modo diverso rispetto al modo
in cui li regola la società. Che
possa esistere una società in cui
all'utile è preferibile il piacevole,
alla precisione, il caos, alla leggerezza,
la pesantezza dell'esistenza, ai buoni sentimenti
i cattivi sentimenti, ai corpi scolpiti
nelle palestre i corpi plasmati dall'ambiente,
tutto questo il potere non lo potrebbe tollerare
(e non lo tollera), neppure se fosse rappresentato
in effigie".
E
avanziamo la nostra proposta:
"La
risposta noi l'abbiamo rinvenuta in un testo
di quasi due secoli fa, nello Zibaldone
di Giacomo Leopardi, che a nostro avviso
ha coniugato la radicalità critica
con la creazione letteraria, scrivendo giorno
dopo giorno un'opera che non era destinata
al mercato editoriale (che ne sarebbe inorridito),
ma a fungere da esempio di come si possa
creare una breccia nei rapporti di potere
- criticandone le false illusioni - anche
standone fuori, nella biblioteca di un paese
di provincia. Oggi il web ci offre l'occasione
per mettere a frutto in maniera nuova la
lezione di Leopardi, in una raccolta di
testi che nessun mediatore culturale potrà
promuovere o bocciare, perché essa
si farà da sé superando il
solo esame del meraviglioso e dell'impensato;
perché noi siamo convinti che la
letteratura non sia affatto finita né
siano finite le storie insolite da raccontare,
e che la rivista-zibaldone può assolvere
questo compito, di raccogliere ad infinitum
le innumerevoli narrazioni oltre che il
lavoro critico necessario a farci distinguere
la spazzatura dalle cose che meritano di
essere lette. Forse questa è solo
una delle azioni di "allagamento di
vasi" che oggi sono possibili, ma noi
non ne vediamo tante altre nel panorama
grigio che ci circonda. E visto che di possibili
parliamo, è possibile che Benedetti,
mettendo da parte per poco la sua acribia
critica, o meglio, mettendola a frutto,
ci parli della pars construens del
suo pensiero? Che cosa vieta che questa
volta si riparta da qui?"
*
Qualche
giorno dopo, il 22 luglio, torniamo a sollecitare
lettori e redattori di Nazione Indiana
con un intervento dal titolo APAX:
"C'è
qualcosa di misterioso in questo continuo
invito, da più parti, a discutere
intorno alla questione della "comunità
inesistente". Spesso l'invito arriva
e suscita entusiasmi in tutti, ma all'improvviso
vi si fa il vuoto intorno e cade, si smorza,
si spegne. Come mai?
(...) Nemmeno tra i fondatori di 'NI' c'è
stato chi ha ripreso questi temi, nonostante
'NI' abbia tra i suoi obiettivi espliciti
quello di mettere in "vasocomunicazione"
le energie. (...) Come mai, allora, questo
silenzio? Vuoi vedere che tutto questo discorrere
di comunità è l'ennesimo imbroglio
teorico che con la prassi non ha nulla a
che vedere? Perché la prassi, ancora
una volta, è quella che mira soltanto
all'esibizione in vetrina delle proprie
scritture (...)?
L'impressione che spesso siamo (tutti) delle
monadi incomunicanti (altro che vasi!) è
fortissima. Come mai, poi, proprio qui?
Come mai la comunità - invocata -
non reagisce? Cosa c'è che non va?
Noi qualche ipotesi ce l'avremmo per cominciare
a smatassare questo griummolo, ma ci fermiamo
qui, anche perché il legittimo sospetto
di parlare nel vuoto, a questo punto, ci
invita a sgranellare il rosario del silenzio".
*
Il
24 luglio Benedetti pubblica sull'Espresso,
n. 30, e poi in il 29 luglio su
Nazione Indiana, L'uomo che ride, in
cui si chiede:
"Cosa
sta succedendo in Italia?
Un paese lacerato da conflitti: un paese
che ride.
Lo scatto, gioioso o satirico, del riso
è un forza liberatoria, dirompente,
contro la plumbea seriosità del potere
e delle sue gabbie concettuali. Ma questa
risata generalizzata in cui si incanala
la voce di tutti, del governo e dell'opposizione,
della televisione e della scrittura, non
ha più antagonisti. Non solo il potere
si esprime con battute, ma la battuta ironica
o sarcastica è diventata una modalità
comunicativa coatta. Il riso si staglia
su tutte le bocche e non si capisce cosa
dovrebbe rovesciare. È un paradosso,
ma oggi la serietà è più
eversiva. Proprio in quanto non ammessa.
Questa paresi facciale della comunicazione
non ammette, e quindi reprime, altre modalità
di espressione. Obbliga a spezzettare lo
spazio del ragionamento in piccole schegge.
A alleggerirti di ogni contenuto propositivo
antagonista, di ogni disperazione o conflitto.
Eppure ci sono cose che non si possono dire
senza il tempo lungo dell'articolazione
del pensiero. E ci sono anche cose di cui
non si può parlare senza indignazione.
Altrimenti dai per scontato che siano inevitabili,
che tutto ciò che accade è
necessario, e non può che essere
così".
*
Il
30 luglio Raul Montanari pubblica La
verità, vi prego, sul sesso: parlano
gli uomini, un pezzo già pubblicato
in Glamour, che scatena le critiche
di molti commentatori, per lo più
negative, sintetizzabili nel giudizio di
Gustavo Paradiso:
"Lo
stile di Montanari è esattamente
quello che il mercato vuole, e coincide
con quello che la signora Benedetti si affretta
a voler demolire giorno per giorno senza
farci capire perché, cioè
in cambio di che cosa o per che cosa".
*
A
noi, intanto, il 3 agosto Carla Benedetti
risponde con questa lettera:
"Cari
Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio,
ho letto con attenzione i vostri commenti,
fatto tesoro, aperto file mentali da riempire
per il futuro.... Ma vi rendete conto che
quando avete mandato il vostro primo commento
era già luglio inoltrato, e ora è
ormai agosto, periodo di ferie anche per
i collaboratori di Nazione Indiana? Cos'è
questa pretesa di volere vedere il dibattito
dispiegarsi al meglio, con tutti le voci
presenti, che si arricchiscono a vicenda,
in una settimana, per di più nell'ultima
settimana di luglio?
Ho già detto queste cose a Marco
Rizzo, in un commento che ho inserito in
Nazione Indiana, e che qui vi riporto in
parte:
"Vuole che facciamo crescere in un
battibaleno quella collettività che
non
c'è (e a cui stiamo nel nostro piccolo
lavorando), con tempi televisivi?
Cos'è questa impazienza? Non siamo
mica una trasmissione con il pubblico che
interviene in diretta telefonica! È
ridicolo tutto ciò. Vuole lo spettacolo
e subito? Può cercarlo da altre parti.
Qui abbiamo tempi più lunghi. Magari
non combineremo niente, ma almeno ci lasci
provare, con i tempi e le modalità
che ci siamo scelti".
E poi soprattutto mi pare che chi scrive
commenti nel sito lo faccia quasi sempre
mettendosi in un ruolo passivo, quello dello
spettatore che sta seduto in poltrona a
guardare i programmi... Invece di contribuire
con idee, proposte, riflessioni, si lagna
di ciò che nel sito manca, di ciò
che a sua detta si dovrebbe fare e non si
fa.
Non so che cosa succede sul vostro blog,
ma su Nazione Indiana non ho mai
trovato, tranne in rari casi (tra cui il
vostro), dei commenti che contribuissero
davvero a un qualsiasi dibattito. Per lo
più sberleffi rancorosi, ricerca
del pretesto per aggredire i collaboratori,
e poi un'incredibile quantità di
lagnanze per disservizio, quasi fossimo,
non una rivista o uno spazio di discussione,
ma appunto un servizio pubblico di erogazione
del gas! Nessuno che parli mai di cose,
di idee, di problemi, di opere. Nessuno
che faccia delle obiezioni severe ma vere,
nel merito di cose, argomenti, idee.
C'è qualcosa di distorto in questa
comunicazione che il blog apre, non so dire
cosa , ci devo pensare meglio. C'è
tanto narcisismo infelice, dispiegato in
maniera cattiva, nessun rispetto per la
differenza, per l'impegno altrui, ma solo
ricerca continua del pretesto per aggredire,
per prendere in castagna l'altro, per denigrarlo...
Cosa ne pensate voi, in base alla vostra
esperienza di Zibaldoni e altre meraviglie?
Un cordiale saluto".
*
Noi
rispondiamo il 6 agosto a Benedetti, chiarendo
quali sono le modalità del nostro
lavoro, con uno scritto dal titolo La
collettività che manca, che Carla
Benedetti pubblica in Nazione Indiana,
premettendo la seguente breve introduzione:
"Molti
dei commenti ricevuti, anche dei più
critici verso Nazione Indiana, contengono
riflessioni importanti che vorrei riprendere,
con i miei tempi, e con i miei modi, superando
quel tono conflittuale che, a un certo punto,
sembra aver preso il sopravvento. Così
mi auguro che facciano anche gli altri collaboratori
di Nazione Indiana. Intanto, prima di congedarci
per le ferie, pubblico questa interessante
doppia lettera mandata da Zibaldoni
e altre meraviglie, la prima indirizzata
a me, la seconda ai Lettori e scrittori
di Nazione indiana (C.B.)".
Ecco
uno stralcio dal nostro testo:
"(...)
Secondo noi, una comunità intellettuale
può nascere solo dall'amicizia
(intesa, platonicamente, come Eros che favorisce
l'intonazione comune, non come melassa),
dal desiderio di contribuire attraverso
un'opera comune all'edificazione di qualcosa
che infine oltrepassi noi stessi e faccia
bene al mondo. Non a caso abbiamo scelto
di fondare una rivista - alla quale, nonostante
tutta l'anzianità di strumento e
la tradizionalità, "si torna
sempre", come diceva Roland
Barthes. La rivista è il
luogo ideale per il dibattito delle idee
(e non a caso pochi amano oggi le riviste,
primi fra tutti gli editori, ma anche gli
scrittorucoli pervenuti), in cui il contributo
personale serve a un discorso comune in
vista del superamento di se stessi.
La rivista non è un BLOG,
non può mai esserlo, con tutta la
buona volontà. Nel BLOG, qualsiasi
forma esso abbia, si resta pesantemente
ancorati all'ego, all'esibizione da vetrina,
non si oltrepassa mai se stessi (e la sua
analisi, a proposito di queste forme di
scrittura, è esattissima). L'impedimento
principale è la struttura stessa
del BLOG: autoreferenziale, chiusa, narcisistica.
La rivista è esattamente il contrario:
in essa l'amicizia, come nei dialoghi platonici,
è il presupposto necessario per la
ricerca della verità, è l'unica
condizione che può fondare e dare
senso alla ricerca di un luogo e di un discorso
comuni".
*
Poi,
rivolgendoci ai lettori e scrittori di Nazione
Indiana, così cerchiamo di spiegare
il motivo per cui Benedetti si era astenuta
dall'intervenire più decisamente
nel dibattito:
"...secondo
noi Benedetti svicola e aggredisce perché
l'obiettivo (del suo discorso) non è
(ancora) stabilire chi sono gli scrittori
e quali sono i modi poetici di espressione
che vanno incoraggiati. Benedetti è
ancora al di qua di un tale ragionamento,
perché forse punta prima di tutto
a definire in che maniera e se si può
parlare (ancora) di una comunità
letteraria o intellettuale nel mondo attuale.
Naturalmente, leggendo la sua ultima missiva,
verrebbe di pensare immediatamente che una
comunità del genere di quella immaginata
da "Nazione Indiana" è
ben lontana dall'avverarsi. Se, infatti,
la falsa comunità dei pedanti che
governano le diverse discipline è
chiaramente improponibile, questa qui in
cui siamo, in cui molti di quelli che scrivono
lo fanno innanzitutto per lasciare una traccia
più o meno narcisistica di loro stessi,
non è certo la "vera" comunità
che tutti auspicano. Ecco l'atroce dilemma
che, a nostro avviso, non consente (ancora)
a Benedetti di affrontare le pur serissime
questioni che noi e altri avevamo posto.
Se prima, infatti, non si scioglie questo
nodo delle modalità della partecipazione,
diciamo così, questo nodo
tutto politico, a che serve - giustamente
- perfino discutere di letteratura, di cinema
o di qualsiasi altra cosa? Se, come qualcuno
ha scritto qualche tempo fa, ci hanno rubato
l'anima, come è possibile anche solo
immaginare di impegnarsi in imprese tanto
ardite e gagliarde come l'edificazione di
una comunità letteraria e intellettuale,
che dal possesso di certe facoltà
profonde non può prescindere? A pensarci
bene, quando abbiamo dato vita alla nostra
rivista, partivamo anche noi da presupposti
del genere: volevamo una comunità,
non ci bastava essere o desiderare di essere
scrittori, artisti, etc. Anzi, a voler dirla
tutta, le stesse definizioni di "scrittore",
"artista", etc. ci sembravano,
e ci sembrano, assolutamente inadeguate.
E poi, non è mai bastato a nessuno
scrittore, in nessuna epoca, scrivere e
basta, dipingere e basta, musicare e basta
- se poi non esisteva un pubblico
almeno immaginabile per le proprie opere.
Un pubblico almeno immaginabile, cioè
una comunità: perché senza
comunità l'atto creativo è
generato dal nulla e cade nel vuoto, nel
narcisismo.
Noi - oltre tre anni fa - eravamo sperduti,
isolati, in paesi lontani, ognuno con la
sua bella poetica, i suoi manufatti aggraziati,
i suoi scartafacci. Ma sentivamo una mancanza.
Non ci fregava niente dei critici che scrivevano
sui giornali i loro canoni per fare i loro
loschi affari, volevamo mettere insieme
degli scrittori e degli artisti con la nostra
stessa esigenza/urgenza di comunità,
non ci fregava assolutamente nulla degli
editori e di pubblicare libri. Il progetto
degli "zibaldoni" poteva essere
il giusto punto di partenza: era un'idea
aggregante, malleabile, versatile, che ci
consentiva innanzitutto di girovagare in
tutte le direzioni possibili per edificare
quella cosa che ci mancava e che ci aveva
spinto ad agire: la comunità. Inoltre
era, questa nostra, un'idea "militante"
fino in fondo: cosa c'è, infatti,
di più naturale e antimercantile
di un prodotto che non è un prodotto,
di un libro che non è (ancora) un
libro, quale appunto è uno zibaldone?
Abbiamo capito che in questo modo potevamo
aprirci tutte le strade verso la ricerca
artistica, che è la cosa
che maggiormente ci preme e ci spinge ad
agire: ripetiamo, in un mondo nel quale
conta solamente il prodotto finito e vendibile,
non il prodotto in divenire, scabro, incompiuto.
Se dovessimo fare una considerazione a partire
da quel poco che abbiamo fin qui costruito,
forse diremmo che porre le basi all'interno
di forme ben definite, come ad esempio una
rivista, è un possibile punto di
avvio - ferma restando la chiarissima coscienza
del furto delle anime che abbiamo già
subito e delle quali dobbiamo prima riappropriarci
se vogliamo almeno cominciare a parlare.
Ci tocca scontare questo gran castigo, che
è la fatica del recupero di un'anima,
attraverso azioni dure, scontri e polemiche,
incomprensioni e disfacimenti. Dobbiamo
farci capaci che qui è come essere
sopravvissuti a una catastrofe, dopo la
quale ci siamo ritrovati tutti muti: dobbiamo
ritrovare un modo per parlare insieme, per
capirci, dopo essere partiti alla ricerca
della luce del "discorso comune",
per dirla con Eraclito.
In un secondo momento verrà la discussione
sullo scrittore e sulla sua poetica, anzi,
come fa intuire Benedetti, questo è
davvero l'ultimo cruccio.
Però, se nel corso di questa ricerca
un qualche scrittore con la sua bella e
rispettabilissima poetica non avrà
mai offerto contributi al "discorso
comune" suddetto, evitando di confrontarsi
sulle possibilità dell'"armonia
discorde", volete dirci perché
mai dovremmo leggerlo, oggi che tutti sanno
scrivere un romanzo, una sceneggiatura e
un sonetto, oggi che tutti sanno "far
finta" con la penna in mano? Noi siamo
convintissimi che se nelle opere (testi
e azioni) odierne non vibra l'ardore della
ricerca di una comunità, della ricerca
del punto di intonazione comune, è
bene non prenderle nemmeno in considerazione.
Senza troppi patemi. Perché abbiamo
bisogno di strade chiare da seguire per
raggiungere il nostro obiettivo, e non dobbiamo
ammettere distrazioni o indulgere a chicchessia.
Chi scrive cazzate deve essere stigmatizzato;
chi allestisce letteratura per fare spettacoli,
per divertimento, per fare audience, deve
essere messo da parte; chi scrive senza
avere negli occhi e nel cuore la luce della
comunità a venire, che parli pure
da solo, tra lo squallore dei convitati
di cera dei talk show.
Non bisogna aver paura nemmeno delle deviazioni
che vengon fuori qui dentro, in Nazione
Indiana. Si paga un prezzo per
costruire qualsiasi cosa. Per quello che
vogliamo costruire noi tutti qui dentro
e anche fuori, si paga sulla propria pelle
un prezzo durissimo, atroce. Benedetti ne
sa qualcosa, come ne sappiamo qualcosa noi
che facciamo Zibaldoni e altre meraviglie,
e molti altri. Ma il prezzo pagato vale
l'acquisto, ne siamo certi. Far cadere le
proprie parole non nel vuoto, ma nel pieno
di una comunità che ascolta e che
cerca la verità, è un grande
risultato, grandissimo. Non bisogna scoraggiarsi,
né seminare rancori, né coltivare
dispiaceri - e nemmeno allibirsi troppo
spesso. Cosa credevamo, che bastasse metter
su un paio di siti internet per riavere
belle e pronte, integre, le nostre anime
che ci hanno rubato, ovvero l'anima oltraggiata
della comunità inesistente? Che ingenui!
Bisogna sudare ancora, invece, sforzarsi,
argomentare, perder tempo, scriversi, non
comprendersi, poi cominciare a comprendersi,
fino alla fine. L'unica cosa che conta,
non ci stancheremo mai di ripeterlo, è
aver presente e vivo come un fuoco inestinguibile
il punto luminosissimo comune verso cui
tendere incessantemente. Il punto verso
cui concorrono le voci discordi, e in cui
finalmente si ricompone l'unità dei
molteplici".
*
Il
9 agosto Antonio Moresco pubblica Lettera
da Leuca 1 e 2, e la discussione iniziata
prima intorno agli articolo di Benedetti
e poi a commento del pezzo di Montanari,
immediatamente si sposta nei commenti al
primo dei due pezzi di Moresco. Riportiamo
la seconda parte del post di Gustavo Paradiso
del 13 agosto, relativo a Moresco:
"Parliamo
d'altro, dunque, evitando di continuare
una sterile polemica, ma evitando anche
i toni esulcerati di Moresco, che dovrebbe
smetterla di rigirarsi il coltello nelle
piaghe, e finalmente contribuire al dibattito
non solo criticando i limiti dello scrittore
alla Simenon, ma anche dicendo che cosa
intende fare o già fa per non rimanere
pure lui vittima di questo sistema industrial-artistico-letterario
in cui un Montanari sguazza come il pesce
nell'acqua.
L'analisi di Moresco del panorama culturale
e letterario è impietosa e non lascia
spazio a molte speranze. Ma il problema
che ogni volta si ripresenta, ogni volta
che l'analisi è compiuta, è,
come dicevano quelli di Zibaldoni:
che fare? Come rispondere a chi vorrebbe
fare di noi dei funzionari della letteratura,
a chi ci paga perché le nostre opere
non superino il limite di Simenon (o di
Montanari)? Che cosa facciamo noi nel concreto
della nostra esperienza di vita per non
cedere alle tentazioni del potente che vorrebbe
fare di noi i suoi servi? Quale strategia
d'azione noi siamo in grado di immaginare
per non rimanere schiacciati dall'ingranaggio
della macchina cultural-industriale che
ci stritola mentre ci accarezza e ci lascia
alla nostra solitudine, peggiore di quella
solitudine alla quale pensavamo di essere
scampati alle prime luci della ribalta?
È forse sufficiente continuare a
scrivere, ognuno nello spazio della sua
venerabile poetica, senza alcuna coscienza
(o con una falsa coscienza) del mondo nel
quale viviamo e scriviamo? Compiuta l'analisi,
sulla quale nessuno può nutrire molti
dubbi, queste sono le domande a cui bisogna
oggi cercare una risposta, perché
ne va della nostra vita, prima che del cosiddetto
sistema letterario.
Ebbene, l'esperienza della rete, del comunicare
attraverso bit immateriali che trasportano
così lontano le nostre idee e le
nostre emozioni, mi sta convincendo sempre
di più che è possibile immaginarsi
una comunità "vera" saltando
ogni mediazione di potere. Non si tratta
di fare qui l'apologia della "libertà
d'espressione", perché qualsiasi
libertà, se imposta dall'alto o dall'esterno,
è sempre una libertà vigilata
- e a tale logica non sfugge internet. Però
la libertà che in internet ancora
è possibile (forse non lo sarà
a lungo), va sfruttata nel modo più
intelligente, da parte di chi è interessato
alle analisi fatte fin qui dalla Benedetti,
da Moresco, da quelli di Zibaldoni
e da tanti altri. Non va, ad esempio, vissuta
passivamente o narcisisticamente come dalla
maggior parte dei bloggers, ma non va nemmeno
sottovalutata come di solito avviene da
parte di tante anime belle. Va interpretata,
va trasformata in letteratura, in forma
che riforma e travolge. Se gli autori dei
BLOG fossero degli scrittori, dei "veri
scrittori", forse avremmo finalmente
la comunità che sogniamo, in cui
la parola è segno di libertà
e creatività insieme. Ma il guaio
è che spesso i bloggers sono narcisi
che, senza rischiare nulla, sognano di diventare
"scrittori" nella maniera più
deleteria possibile, ossia trasformandosi
in "autori citabili", o qualcosa
del genere, e seppellendo tutto sotto una
cumulo di prosaicità archiviabile
e di tristezza inflazionata. Nessuno di
loro cerca di capire perché, come
sostengono quelli di Zibaldoni,
nell'era della "comunicazione globale",
le nostre vite sono precipitate nell'abisso
dell'(in)comunicabilità e la letteratura
è ridotta ad accessorio ignobile
del cinema o della tv.
Allora è sulle forme di internet
che bisogna lavorare insieme, oltre che,
individualmente, sulle nuove forme della
letteratura; sulle potenzialità ancora
(ma fino a quando?) disponibili della rete,
come sta facendo NI, e come fanno altri
forse ancora meglio. Non bisogna limitarsi
a 'comunicarci' le nostre esperienze artistiche
e di vita, non bisogna fermarsi alla prosaicità
del mezzo tecnologico, al suo livello più
basso, ma andare oltre, più in alto,
e 'raccontare' le nostre storie, quante
più storie, ipotesi, idee, è
possibile, senza chiedere il permesso a
nessuno che garantisca per noi, come fa
Montanari, fidando solo nella nostra buona
fede (fino a prova contraria) e nella sincerità
creativa della parola - arrivando al punto
in cui la letteratura sia opera di "scrittori
che scrivono", non di "scrittori
che hanno scritto". Lo "scrittore
che scrive" può ancora scrivere
tutto e liberare così tutta la potenza
della parola; lo "scrittore che ha
scritto" è solo uno strumento
d'autorità nelle mani del cupo potere
costituito, dei mediatori e degli editori.
"Fare un uso improprio della letteratura"
- questa frase così intrigante citata
da Carla Benedetti, forse è questo
che vuol dire: affidare la letteratura agli
"scrittori che scrivono".
Nulla, al momento, mi impedisce di pensare
che giorno verrà che nessuno farà
più un'esperienza come quella che
racconta Moresco (il rifiuto di Pontiggia
a Segrate) e nessuno si sentirà umiliato
perché la sua buona fede è
stata calpestata e la sua urgenza repressa.
Ma perché ciò accada, bisogna
lasciare aperta la porta del futuro, non
adagiarsi in geremiadi senza scampo, continuare
a guardare l'orizzonte leucano con fiducia
che qualcosa possa da lì venire da
un momento all'altro verso di noi. E nel
frattempo operare nell'unico modo possibile,
cioè contribuendo nel proprio piccolo
a fondare e costruire quella comunità,
sulla quale, come Moresco saprà,
tanto si è discorso su NI nel mese
di luglio e in queste prime settimane di
agosto, e sulla quale forse è bene
tenere sempre aperta la discussione; poiché
mi appare chiaro che solo così la
comunità si forma e si rinsalda.
Questa è la mia unica speranza.
E lei, Moresco, che cosa ne pensa?"
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