idee per partire
col coltello
archivi
immagini
ZIB II serie

AVVISO AI NAVIGANTI. I testi presenti in "Col coltello" non sono catalogati negli "Archivi" e pertanto sono leggibili soltanto in questa pagina.
 

24 novembre 2003  

Per la comunità avvenire/ 1
a cura di Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio

Raffaella Garavini, 'Frammentato abbecedario di un viaggio', lettera B   

"Timeo Danaos et dona ferentes"
(Virgilio, Eneide, II, 49)

"... contro la rinuncia preventiva a qualsiasi contatto
con l'altro che possa minacciare la compattezza
dell'individuo, [Bataille] cerca la comunità in un
contagio provocato dalla rottura dei confini individuali
e dalla infezione reciproca delle ferite"

(Roberto Esposito, Communitas, Einaudi 1998, p. 142)

        A cosa serve quello che scriviamo? Che valore ha quello che leggiamo? Scrivere e leggere sono ancora attività utili alla comunità nella quale viviamo? Esiste davvero la libertà per tutti di scrivere e di leggere? Negli ultimi mesi, a partire da questi interrogativi, abbiamo trascorso una buona parte del nostro tempo a dialogare con persone anche diversissime da noi in un blog collettivo (www.nazioneindiana.com) e a meditare contemporaneamente su quella che noi definiamo la "comunità avvenire": ovvero una comunità che non si costituisce a partire dal potere attribuito dai mediatori culturali e dal sistema letterario dominante a pochi e sparuti servitori, che non accetta le briciole di chi ha già sbafato; quindi la comunità di chi non tollera gli striminziti spazi che le sono concessi, e che si fonda a partire dalle proprie forze e dalle proprie idee, a partire da qui, dal presente che è già futuro, se vissuto con passione e intensità.
        Nei nostri sforzi di avviare una discussione a partire da tali domande e argomenti - prima che dai nostri gusti letterari e dalle poetiche e individualità artistiche - abbiamo dovuto affrontare non poche difficoltà, intemperanze e silenzi degli altri, e siamo stati costretti a difenderci e ad aggredire anche noi. Ma alla fine un contributo siamo riusciti a strapparlo a molti e ci lusinghiamo di averlo dato anche noi, nel nostro piccolo, alla discussione ancora in corso.
        Nei mesi scorsi (a partire dal luglio scorso), dunque, è nata una polemica culturale e letteraria, sviluppatasi, come dicevamo, sulle colonne virtuali del blog collettivo Nazione Indiana, dove si sono intrecciati i pensieri di autori e commentatori in gran numero. Il blog è uno strumento particolarissimo, "nuovo", che consente, a chi ne abbia voglia, di gestire senza spese e con facilità una pagina internet e di dialogare con i lettori e visitatori intorno agli argomenti più svariati. In genere, l'uso che si fa del blog è diaristico, pertanto sono per lo più scritture semiprivate e personali quelle che vengono alla ribalta. Ma ci sono anche blog usati in maniera più particolare, collettivamente o per trasmettere contenuti politici, culturali o di altra natura. Nazione Indiana è un blog collettivo gestito da una dozzina di scrittori, uomini di teatro, cineasti, artisti diversi che autonomamente, senza alcun filtro redazionale, pubblicano ciascuno le cose che preferiscono: articoli, brevi o lunghi saggi, lettere, interventi di attualità, racconti, poesie. Una delle caratteristiche del blog è lo spazio riservato ai "commenti", quindi la possibilità, per il lettore, di inserire in tempo reale propri scritti o anche brevi pensieri e commenti relativi ai differenti testi.
        Noi ora, nel ricostruire la polemica che si è sviluppata in Nazione Indiana e per dare una risposta alle domande dalle quali abbiamo preso l'avvio, abbiamo tagliato e scremato molto, per recuperare il recuperabile, e cioè tutto quello che con le questioni attinenti al dibattito andava salvato. In un blog, dove la finestra dei commenti è aperta a tutti, di interventi ne arrivano tanti, stucchevoli gli uni, ributtanti altri, altri ancora interessanti, ma fuori tema. Ma perché, in una finestra di commenti può esserci un tema? Il nostro sforzo è stato quello di proporlo e riproporlo, e ci scusiamo con tutti se a volte abbiamo dovuto dare l'impressione di insistere un po' troppo su certi argomenti. In ogni caso, crediamo che entro un calderone di verdure, uno possa sempre scegliere quelle che più gli piacciono. Così un blog può essere letto in molti modi. Che sia legittimo anche il nostro? Noi lo speriamo vivamente, ma soprattutto speriamo con questa selezione di aver impostato nelle sue linee portanti il dibattito sulla "comunità avvenire", che può essere, deve essere ancora sviluppato, il che ci proponiamo di fare sulle colonne di Zibaldoni e altre meraviglie.
        Stroncare un libro o mostrarne, al contrario, le virtù riposte, raccontare una bella storia o raccogliere i propri pensieri in uno zibaldone, sono tutti modi per contribuire all'edificazione della "comunità avvenire". Purtroppo però non è cosa facile dare l'avvio a una simile costruzione. Abitiamo tra le rovine di una collettività dispersa e fatta a pezzi, riedificata poi, o meglio, gonfiata come fosse una bambola di plastica da chi comanda la "comunità data". Sta a noi sgonfiare lentamente quella bambola, ricostruire sulle rovine, riedificare una casa abitabile. Sta a noi tutti radunare le diverse esperienze, riunirci e comunicare, dare vita al futuro. Questa selezione vuole essere un contributo preliminare alla "comunità avvenire" di cui tanto si è discusso. Ad essa è dedicata.

        P.S.: Per i nomi degli autori degli interventi che abbiamo estrapolato dai "commenti" del sito di Nazione Indiana, non ci assumiamo alcuna responsabilità. Diamo per scontato, non avendo letto smentite nel corso del dibattito, che tali nomi siano reali, ma siamo consapevoli che, essendo possibile, in un blog, assumere nicknames, qualcuno potrebbe aver ben dichiarato un nome falso. Pertanto, se le persone citate dovessero riconoscere che quanto è scritto qui a loro nome non corrisponde a quello che hanno scritto o pensano, possono scriverci e comunicarcelo a info@zibaldoni.it. Provvederemo immediatamente a rettificare.

***

La discussione ha inizio su L'Unità dell'11 luglio 2003, p. 25, in cui compare un articolo a firma di Carla Benedetti dal titolo L'Occidente senza l'altro, che viene ripreso nel blog collettivo Nazione Indiana il 14 luglio col titolo Prendersi sul serio: la nuova eresia. Benedetti rinviene nella "società occidentale tardomoderna" un "nuovo dogma" che così formula:

"Ogni cosa, dunque, può avere il suo posto nel mondo, purché rinunci alla propria radicalità". Il che significa che per "l'ideologia artistica dominante, euforicamente terminale, ironicamente repressiva", "pretendere di esprimere un impensato è infatti l'eresia massima".

*

Il giorno dopo, 15 luglio, Tiziano Scarpa pubblica in Nazione Indiana un nostro commento all'articolo di Benedetti, dal titolo Che cos'è oggi la radicalità?, nel quale, riprendendo le tesi di Benedetti, aggiungiamo che ognuno nel suo campo dovrebbe perseguire sempre il "bene della comunità", "senza farsi trascinare dalle menzogne che ad ogni piè sospinto trasudano dai mass media e dalla cultura televisiva"; concludendo poi con una domanda:

"È possibile dire qualcosa di non contaminato dalla logica dei mass media...? È ancora possibile, oggi, per i letterati, la 'radicalità'?"

*

L'11 luglio in Pontiggia e gli altri, Helena Janeczek ritorna sul tema della comunità e del ruolo dello scrittore:

"Però credo che come indica il suo [di Pontiggia] esempio, possiamo recuperare a modo nostro l'idea che fare gli scrittori (i poeti, i critici ecc.) significhi anche assumersi un ruolo e una responsabilità nei confronti di una società letteraria che è ormai irriconoscibile...".

*

Le risponde lo stesso giorno Benedetti in Pontiggia e la collettività che manca:

"...è importante il senso di collettività. Ma faccio fatica a identificarlo con la "società letteraria", neanche con quella appena passata (quella dei Pontiggia, per intenderci).
Ho aderito a Nazione Indiana anche perché non è una collettività di letterati (...). E perché uno dei nostri desideri più forti è di creare nell'intero campo della cultura (compresa la politica e il giornalismo) quel tessuto connettivo di scambio, senza il quale ogni lavoro individuale deperisce. Uno dei nomi che avevamo pensato era addirittura quello di Vasi comunicanti - che ora è rimasto come titolo di una sezione.
Questa vasocomunicazione oggi manca in Italia. Al suo posto c'è una comunicazione orizzontale che ha per modello la pubblicità, con le sue regole di promozione e autopromozione, con le sue modalità di posizionamento nel discorso. Cioè un vuoto spaventoso...".

*

Nel dibattito tra Benedetti e Janeczek il 15 luglio interveniamo noi con un articolo dal titolo Che cosa è possibile oggi? in cui scriviamo:

"...nella nostra società, dove tutto è permesso, ma dove, di fatto, nulla lo è realmente, l'unica cosa che non è permessa realmente è la costituzione di una comunità alternativa, cioè di una comunità che regoli i suoi rapporti in modo diverso rispetto al modo in cui li regola la società. Che possa esistere una società in cui all'utile è preferibile il piacevole, alla precisione, il caos, alla leggerezza, la pesantezza dell'esistenza, ai buoni sentimenti i cattivi sentimenti, ai corpi scolpiti nelle palestre i corpi plasmati dall'ambiente, tutto questo il potere non lo potrebbe tollerare (e non lo tollera), neppure se fosse rappresentato in effigie".

E avanziamo la nostra proposta:

"La risposta noi l'abbiamo rinvenuta in un testo di quasi due secoli fa, nello Zibaldone di Giacomo Leopardi, che a nostro avviso ha coniugato la radicalità critica con la creazione letteraria, scrivendo giorno dopo giorno un'opera che non era destinata al mercato editoriale (che ne sarebbe inorridito), ma a fungere da esempio di come si possa creare una breccia nei rapporti di potere - criticandone le false illusioni - anche standone fuori, nella biblioteca di un paese di provincia. Oggi il web ci offre l'occasione per mettere a frutto in maniera nuova la lezione di Leopardi, in una raccolta di testi che nessun mediatore culturale potrà promuovere o bocciare, perché essa si farà da sé superando il solo esame del meraviglioso e dell'impensato; perché noi siamo convinti che la letteratura non sia affatto finita né siano finite le storie insolite da raccontare, e che la rivista-zibaldone può assolvere questo compito, di raccogliere ad infinitum le innumerevoli narrazioni oltre che il lavoro critico necessario a farci distinguere la spazzatura dalle cose che meritano di essere lette. Forse questa è solo una delle azioni di "allagamento di vasi" che oggi sono possibili, ma noi non ne vediamo tante altre nel panorama grigio che ci circonda. E visto che di possibili parliamo, è possibile che Benedetti, mettendo da parte per poco la sua acribia critica, o meglio, mettendola a frutto, ci parli della pars construens del suo pensiero? Che cosa vieta che questa volta si riparta da qui?"

*

Qualche giorno dopo, il 22 luglio, torniamo a sollecitare lettori e redattori di Nazione Indiana con un intervento dal titolo APAX:

"C'è qualcosa di misterioso in questo continuo invito, da più parti, a discutere intorno alla questione della "comunità inesistente". Spesso l'invito arriva e suscita entusiasmi in tutti, ma all'improvviso vi si fa il vuoto intorno e cade, si smorza, si spegne. Come mai?
(...) Nemmeno tra i fondatori di 'NI' c'è stato chi ha ripreso questi temi, nonostante 'NI' abbia tra i suoi obiettivi espliciti quello di mettere in "vasocomunicazione" le energie. (...) Come mai, allora, questo silenzio? Vuoi vedere che tutto questo discorrere di comunità è l'ennesimo imbroglio teorico che con la prassi non ha nulla a che vedere? Perché la prassi, ancora una volta, è quella che mira soltanto all'esibizione in vetrina delle proprie scritture (...)?
L'impressione che spesso siamo (tutti) delle monadi incomunicanti (altro che vasi!) è fortissima. Come mai, poi, proprio qui? Come mai la comunità - invocata - non reagisce? Cosa c'è che non va? Noi qualche ipotesi ce l'avremmo per cominciare a smatassare questo griummolo, ma ci fermiamo qui, anche perché il legittimo sospetto di parlare nel vuoto, a questo punto, ci invita a sgranellare il rosario del silenzio".

*

Il 24 luglio Benedetti pubblica sull'Espresso, n. 30, e poi in il 29 luglio su Nazione Indiana, L'uomo che ride, in cui si chiede:

"Cosa sta succedendo in Italia? Un paese lacerato da conflitti: un paese che ride.
Lo scatto, gioioso o satirico, del riso è un forza liberatoria, dirompente, contro la plumbea seriosità del potere e delle sue gabbie concettuali. Ma questa risata generalizzata in cui si incanala la voce di tutti, del governo e dell'opposizione, della televisione e della scrittura, non ha più antagonisti. Non solo il potere si esprime con battute, ma la battuta ironica o sarcastica è diventata una modalità comunicativa coatta. Il riso si staglia su tutte le bocche e non si capisce cosa dovrebbe rovesciare. È un paradosso, ma oggi la serietà è più eversiva. Proprio in quanto non ammessa.
Questa paresi facciale della comunicazione non ammette, e quindi reprime, altre modalità di espressione. Obbliga a spezzettare lo spazio del ragionamento in piccole schegge. A alleggerirti di ogni contenuto propositivo antagonista, di ogni disperazione o conflitto. Eppure ci sono cose che non si possono dire senza il tempo lungo dell'articolazione del pensiero. E ci sono anche cose di cui non si può parlare senza indignazione. Altrimenti dai per scontato che siano inevitabili, che tutto ciò che accade è necessario, e non può che essere così".

*

Il 30 luglio Raul Montanari pubblica La verità, vi prego, sul sesso: parlano gli uomini, un pezzo già pubblicato in Glamour, che scatena le critiche di molti commentatori, per lo più negative, sintetizzabili nel giudizio di Gustavo Paradiso:

"Lo stile di Montanari è esattamente quello che il mercato vuole, e coincide con quello che la signora Benedetti si affretta a voler demolire giorno per giorno senza farci capire perché, cioè in cambio di che cosa o per che cosa".

*

A noi, intanto, il 3 agosto Carla Benedetti risponde con questa lettera:

"Cari Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio,
ho letto con attenzione i vostri commenti, fatto tesoro, aperto file mentali da riempire per il futuro.... Ma vi rendete conto che quando avete mandato il vostro primo commento era già luglio inoltrato, e ora è ormai agosto, periodo di ferie anche per i collaboratori di Nazione Indiana? Cos'è questa pretesa di volere vedere il dibattito dispiegarsi al meglio, con tutti le voci presenti, che si arricchiscono a vicenda, in una settimana, per di più nell'ultima settimana di luglio?
Ho già detto queste cose a Marco Rizzo, in un commento che ho inserito in Nazione Indiana, e che qui vi riporto in parte:
"Vuole che facciamo crescere in un battibaleno quella collettività che non
c'è (e a cui stiamo nel nostro piccolo lavorando), con tempi televisivi?
Cos'è questa impazienza? Non siamo mica una trasmissione con il pubblico che interviene in diretta telefonica! È ridicolo tutto ciò. Vuole lo spettacolo e subito? Può cercarlo da altre parti. Qui abbiamo tempi più lunghi. Magari non combineremo niente, ma almeno ci lasci provare, con i tempi e le modalità che ci siamo scelti".
E poi soprattutto mi pare che chi scrive commenti nel sito lo faccia quasi sempre mettendosi in un ruolo passivo, quello dello spettatore che sta seduto in poltrona a guardare i programmi... Invece di contribuire con idee, proposte, riflessioni, si lagna di ciò che nel sito manca, di ciò che a sua detta si dovrebbe fare e non si fa.
Non so che cosa succede sul vostro blog, ma su Nazione Indiana non ho mai trovato, tranne in rari casi (tra cui il vostro), dei commenti che contribuissero davvero a un qualsiasi dibattito. Per lo più sberleffi rancorosi, ricerca del pretesto per aggredire i collaboratori, e poi un'incredibile quantità di lagnanze per disservizio, quasi fossimo, non una rivista o uno spazio di discussione, ma appunto un servizio pubblico di erogazione del gas! Nessuno che parli mai di cose, di idee, di problemi, di opere. Nessuno che faccia delle obiezioni severe ma vere, nel merito di cose, argomenti, idee.
C'è qualcosa di distorto in questa comunicazione che il blog apre, non so dire cosa , ci devo pensare meglio. C'è tanto narcisismo infelice, dispiegato in maniera cattiva, nessun rispetto per la differenza, per l'impegno altrui, ma solo ricerca continua del pretesto per aggredire, per prendere in castagna l'altro, per denigrarlo... Cosa ne pensate voi, in base alla vostra esperienza di Zibaldoni e altre meraviglie? Un cordiale saluto".

*

Noi rispondiamo il 6 agosto a Benedetti, chiarendo quali sono le modalità del nostro lavoro, con uno scritto dal titolo La collettività che manca, che Carla Benedetti pubblica in Nazione Indiana, premettendo la seguente breve introduzione:

"Molti dei commenti ricevuti, anche dei più critici verso Nazione Indiana, contengono riflessioni importanti che vorrei riprendere, con i miei tempi, e con i miei modi, superando quel tono conflittuale che, a un certo punto, sembra aver preso il sopravvento. Così mi auguro che facciano anche gli altri collaboratori di Nazione Indiana. Intanto, prima di congedarci per le ferie, pubblico questa interessante doppia lettera mandata da Zibaldoni e altre meraviglie, la prima indirizzata a me, la seconda ai Lettori e scrittori di Nazione indiana (C.B.)".

Ecco uno stralcio dal nostro testo:

"(...) Secondo noi, una comunità intellettuale può nascere solo dall'amicizia (intesa, platonicamente, come Eros che favorisce l'intonazione comune, non come melassa), dal desiderio di contribuire attraverso un'opera comune all'edificazione di qualcosa che infine oltrepassi noi stessi e faccia bene al mondo. Non a caso abbiamo scelto di fondare una rivista - alla quale, nonostante tutta l'anzianità di strumento e la tradizionalità, "si torna sempre", come diceva Roland Barthes. La rivista è il luogo ideale per il dibattito delle idee (e non a caso pochi amano oggi le riviste, primi fra tutti gli editori, ma anche gli scrittorucoli pervenuti), in cui il contributo personale serve a un discorso comune in vista del superamento di se stessi.
La rivista non è un BLOG, non può mai esserlo, con tutta la buona volontà. Nel BLOG, qualsiasi forma esso abbia, si resta pesantemente ancorati all'ego, all'esibizione da vetrina, non si oltrepassa mai se stessi (e la sua analisi, a proposito di queste forme di scrittura, è esattissima). L'impedimento principale è la struttura stessa del BLOG: autoreferenziale, chiusa, narcisistica. La rivista è esattamente il contrario: in essa l'amicizia, come nei dialoghi platonici, è il presupposto necessario per la ricerca della verità, è l'unica condizione che può fondare e dare senso alla ricerca di un luogo e di un discorso comuni".

*

Poi, rivolgendoci ai lettori e scrittori di Nazione Indiana, così cerchiamo di spiegare il motivo per cui Benedetti si era astenuta dall'intervenire più decisamente nel dibattito:

"...secondo noi Benedetti svicola e aggredisce perché l'obiettivo (del suo discorso) non è (ancora) stabilire chi sono gli scrittori e quali sono i modi poetici di espressione che vanno incoraggiati. Benedetti è ancora al di qua di un tale ragionamento, perché forse punta prima di tutto a definire in che maniera e se si può parlare (ancora) di una comunità letteraria o intellettuale nel mondo attuale. Naturalmente, leggendo la sua ultima missiva, verrebbe di pensare immediatamente che una comunità del genere di quella immaginata da "Nazione Indiana" è ben lontana dall'avverarsi. Se, infatti, la falsa comunità dei pedanti che governano le diverse discipline è chiaramente improponibile, questa qui in cui siamo, in cui molti di quelli che scrivono lo fanno innanzitutto per lasciare una traccia più o meno narcisistica di loro stessi, non è certo la "vera" comunità che tutti auspicano. Ecco l'atroce dilemma che, a nostro avviso, non consente (ancora) a Benedetti di affrontare le pur serissime questioni che noi e altri avevamo posto.
Se prima, infatti, non si scioglie questo nodo delle modalità della partecipazione, diciamo così, questo nodo tutto politico, a che serve - giustamente - perfino discutere di letteratura, di cinema o di qualsiasi altra cosa? Se, come qualcuno ha scritto qualche tempo fa, ci hanno rubato l'anima, come è possibile anche solo immaginare di impegnarsi in imprese tanto ardite e gagliarde come l'edificazione di una comunità letteraria e intellettuale, che dal possesso di certe facoltà profonde non può prescindere? A pensarci bene, quando abbiamo dato vita alla nostra rivista, partivamo anche noi da presupposti del genere: volevamo una comunità, non ci bastava essere o desiderare di essere scrittori, artisti, etc. Anzi, a voler dirla tutta, le stesse definizioni di "scrittore", "artista", etc. ci sembravano, e ci sembrano, assolutamente inadeguate. E poi, non è mai bastato a nessuno scrittore, in nessuna epoca, scrivere e basta, dipingere e basta, musicare e basta - se poi non esisteva un pubblico almeno immaginabile per le proprie opere. Un pubblico almeno immaginabile, cioè una comunità: perché senza comunità l'atto creativo è generato dal nulla e cade nel vuoto, nel narcisismo.
Noi - oltre tre anni fa - eravamo sperduti, isolati, in paesi lontani, ognuno con la sua bella poetica, i suoi manufatti aggraziati, i suoi scartafacci. Ma sentivamo una mancanza. Non ci fregava niente dei critici che scrivevano sui giornali i loro canoni per fare i loro loschi affari, volevamo mettere insieme degli scrittori e degli artisti con la nostra stessa esigenza/urgenza di comunità, non ci fregava assolutamente nulla degli editori e di pubblicare libri. Il progetto degli "zibaldoni" poteva essere il giusto punto di partenza: era un'idea aggregante, malleabile, versatile, che ci consentiva innanzitutto di girovagare in tutte le direzioni possibili per edificare quella cosa che ci mancava e che ci aveva spinto ad agire: la comunità. Inoltre era, questa nostra, un'idea "militante" fino in fondo: cosa c'è, infatti, di più naturale e antimercantile di un prodotto che non è un prodotto, di un libro che non è (ancora) un libro, quale appunto è uno zibaldone? Abbiamo capito che in questo modo potevamo aprirci tutte le strade verso la ricerca artistica, che è la cosa che maggiormente ci preme e ci spinge ad agire: ripetiamo, in un mondo nel quale conta solamente il prodotto finito e vendibile, non il prodotto in divenire, scabro, incompiuto.
Se dovessimo fare una considerazione a partire da quel poco che abbiamo fin qui costruito, forse diremmo che porre le basi all'interno di forme ben definite, come ad esempio una rivista, è un possibile punto di avvio - ferma restando la chiarissima coscienza del furto delle anime che abbiamo già subito e delle quali dobbiamo prima riappropriarci se vogliamo almeno cominciare a parlare. Ci tocca scontare questo gran castigo, che è la fatica del recupero di un'anima, attraverso azioni dure, scontri e polemiche, incomprensioni e disfacimenti. Dobbiamo farci capaci che qui è come essere sopravvissuti a una catastrofe, dopo la quale ci siamo ritrovati tutti muti: dobbiamo ritrovare un modo per parlare insieme, per capirci, dopo essere partiti alla ricerca della luce del "discorso comune", per dirla con Eraclito. In un secondo momento verrà la discussione sullo scrittore e sulla sua poetica, anzi, come fa intuire Benedetti, questo è davvero l'ultimo cruccio.
Però, se nel corso di questa ricerca un qualche scrittore con la sua bella e rispettabilissima poetica non avrà mai offerto contributi al "discorso comune" suddetto, evitando di confrontarsi sulle possibilità dell'"armonia discorde", volete dirci perché mai dovremmo leggerlo, oggi che tutti sanno scrivere un romanzo, una sceneggiatura e un sonetto, oggi che tutti sanno "far finta" con la penna in mano? Noi siamo convintissimi che se nelle opere (testi e azioni) odierne non vibra l'ardore della ricerca di una comunità, della ricerca del punto di intonazione comune, è bene non prenderle nemmeno in considerazione. Senza troppi patemi. Perché abbiamo bisogno di strade chiare da seguire per raggiungere il nostro obiettivo, e non dobbiamo ammettere distrazioni o indulgere a chicchessia. Chi scrive cazzate deve essere stigmatizzato; chi allestisce letteratura per fare spettacoli, per divertimento, per fare audience, deve essere messo da parte; chi scrive senza avere negli occhi e nel cuore la luce della comunità a venire, che parli pure da solo, tra lo squallore dei convitati di cera dei talk show.
Non bisogna aver paura nemmeno delle deviazioni che vengon fuori qui dentro, in Nazione Indiana. Si paga un prezzo per costruire qualsiasi cosa. Per quello che vogliamo costruire noi tutti qui dentro e anche fuori, si paga sulla propria pelle un prezzo durissimo, atroce. Benedetti ne sa qualcosa, come ne sappiamo qualcosa noi che facciamo Zibaldoni e altre meraviglie, e molti altri. Ma il prezzo pagato vale l'acquisto, ne siamo certi. Far cadere le proprie parole non nel vuoto, ma nel pieno di una comunità che ascolta e che cerca la verità, è un grande risultato, grandissimo. Non bisogna scoraggiarsi, né seminare rancori, né coltivare dispiaceri - e nemmeno allibirsi troppo spesso. Cosa credevamo, che bastasse metter su un paio di siti internet per riavere belle e pronte, integre, le nostre anime che ci hanno rubato, ovvero l'anima oltraggiata della comunità inesistente? Che ingenui! Bisogna sudare ancora, invece, sforzarsi, argomentare, perder tempo, scriversi, non comprendersi, poi cominciare a comprendersi, fino alla fine. L'unica cosa che conta, non ci stancheremo mai di ripeterlo, è aver presente e vivo come un fuoco inestinguibile il punto luminosissimo comune verso cui tendere incessantemente. Il punto verso cui concorrono le voci discordi, e in cui finalmente si ricompone l'unità dei molteplici".

*

Il 9 agosto Antonio Moresco pubblica Lettera da Leuca 1 e 2, e la discussione iniziata prima intorno agli articolo di Benedetti e poi a commento del pezzo di Montanari, immediatamente si sposta nei commenti al primo dei due pezzi di Moresco. Riportiamo la seconda parte del post di Gustavo Paradiso del 13 agosto, relativo a Moresco:

"Parliamo d'altro, dunque, evitando di continuare una sterile polemica, ma evitando anche i toni esulcerati di Moresco, che dovrebbe smetterla di rigirarsi il coltello nelle piaghe, e finalmente contribuire al dibattito non solo criticando i limiti dello scrittore alla Simenon, ma anche dicendo che cosa intende fare o già fa per non rimanere pure lui vittima di questo sistema industrial-artistico-letterario in cui un Montanari sguazza come il pesce nell'acqua.
L'analisi di Moresco del panorama culturale e letterario è impietosa e non lascia spazio a molte speranze. Ma il problema che ogni volta si ripresenta, ogni volta che l'analisi è compiuta, è, come dicevano quelli di Zibaldoni: che fare? Come rispondere a chi vorrebbe fare di noi dei funzionari della letteratura, a chi ci paga perché le nostre opere non superino il limite di Simenon (o di Montanari)? Che cosa facciamo noi nel concreto della nostra esperienza di vita per non cedere alle tentazioni del potente che vorrebbe fare di noi i suoi servi? Quale strategia d'azione noi siamo in grado di immaginare per non rimanere schiacciati dall'ingranaggio della macchina cultural-industriale che ci stritola mentre ci accarezza e ci lascia alla nostra solitudine, peggiore di quella solitudine alla quale pensavamo di essere scampati alle prime luci della ribalta? È forse sufficiente continuare a scrivere, ognuno nello spazio della sua venerabile poetica, senza alcuna coscienza (o con una falsa coscienza) del mondo nel quale viviamo e scriviamo? Compiuta l'analisi, sulla quale nessuno può nutrire molti dubbi, queste sono le domande a cui bisogna oggi cercare una risposta, perché ne va della nostra vita, prima che del cosiddetto sistema letterario.
Ebbene, l'esperienza della rete, del comunicare attraverso bit immateriali che trasportano così lontano le nostre idee e le nostre emozioni, mi sta convincendo sempre di più che è possibile immaginarsi una comunità "vera" saltando ogni mediazione di potere. Non si tratta di fare qui l'apologia della "libertà d'espressione", perché qualsiasi libertà, se imposta dall'alto o dall'esterno, è sempre una libertà vigilata - e a tale logica non sfugge internet. Però la libertà che in internet ancora è possibile (forse non lo sarà a lungo), va sfruttata nel modo più intelligente, da parte di chi è interessato alle analisi fatte fin qui dalla Benedetti, da Moresco, da quelli di Zibaldoni e da tanti altri. Non va, ad esempio, vissuta passivamente o narcisisticamente come dalla maggior parte dei bloggers, ma non va nemmeno sottovalutata come di solito avviene da parte di tante anime belle. Va interpretata, va trasformata in letteratura, in forma che riforma e travolge. Se gli autori dei BLOG fossero degli scrittori, dei "veri scrittori", forse avremmo finalmente la comunità che sogniamo, in cui la parola è segno di libertà e creatività insieme. Ma il guaio è che spesso i bloggers sono narcisi che, senza rischiare nulla, sognano di diventare "scrittori" nella maniera più deleteria possibile, ossia trasformandosi in "autori citabili", o qualcosa del genere, e seppellendo tutto sotto una cumulo di prosaicità archiviabile e di tristezza inflazionata. Nessuno di loro cerca di capire perché, come sostengono quelli di Zibaldoni, nell'era della "comunicazione globale", le nostre vite sono precipitate nell'abisso dell'(in)comunicabilità e la letteratura è ridotta ad accessorio ignobile del cinema o della tv.
Allora è sulle forme di internet che bisogna lavorare insieme, oltre che, individualmente, sulle nuove forme della letteratura; sulle potenzialità ancora (ma fino a quando?) disponibili della rete, come sta facendo NI, e come fanno altri forse ancora meglio. Non bisogna limitarsi a 'comunicarci' le nostre esperienze artistiche e di vita, non bisogna fermarsi alla prosaicità del mezzo tecnologico, al suo livello più basso, ma andare oltre, più in alto, e 'raccontare' le nostre storie, quante più storie, ipotesi, idee, è possibile, senza chiedere il permesso a nessuno che garantisca per noi, come fa Montanari, fidando solo nella nostra buona fede (fino a prova contraria) e nella sincerità creativa della parola - arrivando al punto in cui la letteratura sia opera di "scrittori che scrivono", non di "scrittori che hanno scritto". Lo "scrittore che scrive" può ancora scrivere tutto e liberare così tutta la potenza della parola; lo "scrittore che ha scritto" è solo uno strumento d'autorità nelle mani del cupo potere costituito, dei mediatori e degli editori. "Fare un uso improprio della letteratura" - questa frase così intrigante citata da Carla Benedetti, forse è questo che vuol dire: affidare la letteratura agli "scrittori che scrivono".
Nulla, al momento, mi impedisce di pensare che giorno verrà che nessuno farà più un'esperienza come quella che racconta Moresco (il rifiuto di Pontiggia a Segrate) e nessuno si sentirà umiliato perché la sua buona fede è stata calpestata e la sua urgenza repressa. Ma perché ciò accada, bisogna lasciare aperta la porta del futuro, non adagiarsi in geremiadi senza scampo, continuare a guardare l'orizzonte leucano con fiducia che qualcosa possa da lì venire da un momento all'altro verso di noi. E nel frattempo operare nell'unico modo possibile, cioè contribuendo nel proprio piccolo a fondare e costruire quella comunità, sulla quale, come Moresco saprà, tanto si è discorso su NI nel mese di luglio e in queste prime settimane di agosto, e sulla quale forse è bene tenere sempre aperta la discussione; poiché mi appare chiaro che solo così la comunità si forma e si rinsalda. Questa è la mia unica speranza.
E lei, Moresco, che cosa ne pensa?"

pagina 1 di 3
1 | 2 | 3 [ succ » ]