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ZIB II serie

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24 novembre 2003  

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Il 14 agosto Antonio Moresco risponde a Paradiso:

"Per quanto mi riguarda, mi pareva di aver evidenziato nel mio scritto un drammatico scontro in atto e una breccia da allargare nella tenaglia tra la "letteratura di genere" e quella che ho chiamato "genere letteratura". Non solo di aver criticato Simenon e altri per il solo gusto di criticarli. Ma lei ingiunge: "Cosa intende fare o già fa per non rimanere pure lei vittima di questo sistema industrial-artistico-letterario?" Le posso solo dire che il mio lavoro di scrittore -buono o cattivo che sia- è lì, sotto gli occhi di tutti. Sta a lei stabilire di quale pasta sia fatto e in che direzione si muova. Mi accusa poi, implicitamente, di aver fatto delle "geremiadi senza scampo". A me sembra invece di avere fatto il contrario. Ma se, dopo aver letto il mio pezzo per intero e da cima a fondo, è così che la pensa, io non possiedo evidentemente altre parole in grado di dimostrarle il contrario.
Mi pare, da quel poco che vedo e capisco, che domini in rete (non solo in rete ma un po' dappertutto, anche se in rete viene forse enfatizzato al massimo) uno stile di confronto che stravolge e assottiglia il senso, lo spessore e l'urgenza delle argomentazioni, giuste o sbagliate che siano, scavalcando e banalizzando in vario modo i problemi che si cerca di porre. Io non ho certo nostalgia per i galatei e non ho paura della radicalità e della sincerità. Ma un confronto su queste basi è impossibile, non serve a niente, è da rifiutare.
Altra cosa. Vedo che lei divide con un colpo d'accetta "lo 'scrittore che scrive', che può ancora scrivere tutto e liberare così la potenza della parola, e lo 'scrittore che ha scritto', che è solo uno strumento d'autorità, ecc..." Lei sa -perché mi rimprovera di averlo ricordato- che solo all'età di 45 anni sono riuscito a pubblicare ciò che avevo scritto a 30 e ancora stavo scrivendo. Allora le chiedo: secondo lei, nel momento della pubblicazione, i miei scritti e la mia persona, che fino a un istante prima erano una cosa, sono diventati improvvisamente e quasi per magia un'altra cosa? La loro intima natura è cambiata? Sono diventati di colpo, come dice lei, "uno strumento d'autorità nelle mani del cupo potere costituito dei mediatori e degli editori"? E io, nonostante continuassi caparbiamente a essere uno "scrittore che scrive", sarei diventato nello stesso tempo e di colpo solo uno "scrittore che ha scritto"?
A sentire queste argomentazioni, che anche altri fanno, sembra che ogni cosa viva, nel momento che viene toccata da "loro" diventi improvvisamente impura, che venga pietrificata come dallo sguardo di Medusa. Anzi, che sia già morta prima ancora di vivere la sua vita emersa, dato che il suo destino successivo non può che essere questo. Mentre la rete sarebbe invece e chissà per quale ragione una zona franca, la sola dove si può costruire ancora qualcosa d'altro, ecc... Si rende conto che così lei gliela dà vinta subito, non fa che consegnare nelle "loro" mani l'intero bottino? C'è qualcosa di bloccato in questo modo di vedere le cose. Tanto più considerando che tutto questo varrebbe anche per gli scrittori del passato, che non possono che rientrare per forza di cose nella categoria degli "scrittori che hanno scritto". Invece per me Dante è ancora vivo, vivissimo, sta ancora scrivendo, sta scrivendo nell'istante stesso in cui poso gli occhi su una sua frase, la sua tensione si può ritorcere continuamente contro di "loro", se siamo in grado di farla vivere dentro di noi, e così Kafka, Melville, Dostoevskij, Leopardi, molti altri, e anche più indietro nel tempo, Omero, lo sconosciuto autore del libro di Giobbe e di quello di Gilgamesh... Non bisogna, credendo di fare altro, finire per fare esattamente il loro stesso gioco. C'è, al contrario, tutto continuamente e drammaticamente -anche con il conflitto, se occorre- da vivificare, salvare.
Non se ne abbia a male e non mi giudichi un presuntuoso o un cafone se nel futuro non potrò rispondere che raramente e saltuariamente alle lettere che lei o altri mi scriveranno in rete, perché non sono collegato a Internet e devo ogni volta abusare della gentilezza di un amico, che tra l'altro domani partirà per le vacanze e starà via per un po'. Accetti - se vuole - i miei tempi, i miei limiti e le mie libertà (tra le quali c'è anche quella di non avere un indirizzo di posta elettronica e di non essere direttamente in rete).
Ma nella sua lettera ci sono altre cose che mi sembrano invece interessanti e che potrebbero avere sviluppi. Anche per questo abbiamo dato vita a "Nazione indiana". Forse verrà il momento di riparlarne davvero e di creare nuovi vasi comunicanti, senza il diaframma o l'alibi della rete".

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Il 16 agosto Paradiso replica a Moresco:

"...lei dovrebbe prendere atto di una cosa: oggi la rete (e non "loro", ossia il sistema editoriale, con il quale, tra l'altro, a me non interessa nemmeno interloquire più di tanto, e non gliela "do vinta" per il semplice motivo che io con "loro" non gareggio) consente ancora la "possibilità" - badi bene: solo la "possibilità" - di pensare più agilmente, insieme, una comunità svincolata dai pescecani del profitto. Tale "possibilità" consiste in sostanza nel permettere di allestire tanti luoghi di confronto e creatività che altrimenti sarebbero impensabili, per tutta una serie di ragioni, non ultima quella economica. Forse non a caso si dice che internet è il mezzo espressivo dei poveri. Lei disprezza e liquida la tecnologia con troppa superficialità, e perciò preferisce stare con un piede fuori e uno dentro (non si capisce perché). Dovrebbe invece imparare a scorgere nella rete - come in tutte le situazioni - un mondo variegato e infinito che potrebbe essere un'anticipazione del suo destino e del destino di tutti. Questo non vuol dire approvarla o subirla o usarla passivamente, la rete, e perciò io parlavo di "possibilità", perché sta poi all'"azione" dei singoli e delle comunità che si immaginano il futuro, imparare a sfruttare uno strumento, qualsiasi strumento, nel modo giusto, cioè secondo giustizia. Magari prima che arrivino gli altri a imporci la loro usabilità, che certamente sarà consona al potere e ai suoi antichissimi, infelici, sempre ingiusti meccanismi di controllo".

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Segue il 18 agosto una nostra lettera a Moresco:

"... A noi interessa la parte etica della questione letteraria, la parte attiva, quella che spinge gli scrittori a confrontarsi e a parlare di cosa è possibile fare per difendersi dall'eventualità di essere ridotti a schiavi di un sistema fagocitante, e che inoltre esorta a resistere a tutti gli orizzonti di crisi e di morte che ci attraggono sempre, (...) ma ai quali bisogna almeno provare ad opporre una sostanza di vita o vita sostanziale, al di là di tutti i razionalissimi dubbi. È su questo che forse le chiedeva un parere, magari con modi un po' bruschi, Gustavo P., caro Moresco, non sulle formule critiche o sulla sua poetica, cheRaffaella Garavini, 'Frammentato abbecedario di un viaggio', lettera C francamente possono interessare relativamente, almeno fino a questo momento. Non è ai suoi libri, insomma, che bisogna arrivare e fermarsi, ma ai libri del futuro, se mai ce ne saranno ancora di belli come certamente sono i suoi. Cosa fa, lei, Moresco, oltre che denunciare la situazione attuale, ovvero per controbatterla? Scrive libri? Ma ci sono milioni di persone che scrivono libri! "Sono uno scrittore" - lei replicherà - "cos'altro dovrei fare?". Scrivere, certo; ma senza dimenticare che quello che scriviamo cade in un mondo nel quale viviamo insieme ad altri con certe regole, etc. Ecco perché la questione è tutta politica, almeno dal punto di vista che interessa qui a tutti, comunitariamente. Pertanto non si tratta di mettere avanti l'autorità dei libri scritti rispetto a un universo degenerato, non si tratta di sostituire a una autorità ingiusta un'altra autorità più giusta. Non è di questo che si tratta. In NI si sta discutendo della possibilità di sostituire all'autorità, che è sempre oppressiva, una comunità, ossia qualcosa di aperto e di mai definitivo che si svolge a partire dagli altri che sono diversi da noi, prima, o oltre, che da noi stessi. Lo "scrittore che scrive" citato da Gustavo P. è forse lo scrittore che non ha bisogno di pubblicare libri con questo sistema editoriale per affermare la propria identità; è lo scrittore che, se necessario, fa un uso talmente improprio della letteratura, da non pubblicare assolutamente da nessuna parte i suoi libri, o solo su fogli volanti o solo su riviste sconosciutissime o solo per pochi amici. Lo "scrittore che ha scritto", invece, è esattamente lo scrittore impelagato nei suoi problemi di critica viscerale, ma di incapacità all'azione. La solita, vecchia storia: 'il mondo fa schifo, io però resto nel mondo, perché... cos'altro si può fare?'
E invece bisogna uscire fuori da questo mondo, andare in alto, oltre, al di là. Come? Non lo sappiamo, non lo sa nessuno, bisogna scoprirlo. Ma qui sta il bello. Se voi ci state, bisogna partire insieme per fondare una comunità in una terra ancora da scoprire, bisogna abbandonare se stessi e portare il dono del proprio vuoto, della propria miseria, umilmente, a chi vorrà accoglierlo per farne tesoro e per ringraziarci a sua volta con il suo vuoto, la sua miseria. L'idea di comunità non indica una "proprietà", una "appartenenza", una "autorità" da conquistare. La comunità a cui pensiamo noi indica piuttosto una situazione di disperazione, di isolamento, e quindi la propria solitudine, il proprio isolamento che si fanno "munus", dono, insieme a quello di altri (comunità = "cum" "munus") nella nostra stessa condizione. La "comunità" non può avere a che fare con il "proprio"; ha a che fare, invece, con l'alterità, con il profondo abisso mortale dell'altro che ci insidia e ci guarda e ci chiede di accettarlo, e quindi di ascoltarne le ragioni - mentre noi vorremmo ucciderlo, perché Caino è nato prima di Abele ed è stanziale e assassino, "autoritario" per natura.
Nella sua lettera, Moresco, si sente a tratti un tono di pienezza poco gradevole. I suoi problemi e, come dice Gustavo P. con severità, le sue geremiadi riempiono tutto lo spazio della sua scrittura anche con discrezione e sobrietà, ma non diventano mai dono comunitario per gli altri, non indicano una via "alternativa". Non a caso alla fine l'unica cosa che lei può rivendicare sono i libri che ha scritto. No, Moresco, non possiamo rivendicare i libri che abbiamo scritto, perché ce ne sono ancora moltissimi altri da scrivere, molto più importanti di quelli già scritti. È questi che dobbiamo sforzarci di immaginare, di aprire alla possibilità, di rendere vivi e presenti nel futuro a partire da qui. Sono i libri del futuro che dobbiamo salvare, non quelli "già scritti". La sua frase: "Vogliamo esordire" ci pare che volesse significare proprio questo, o adesso non vale più?"

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Il 18 agosto Raul Montanari polemizza con noi in questi termini:

"Se peraltro De Vivo e Virgilio (con un nome simile, poi...) evitano di sbagliare di brutto l'etimologia di "comunità", siamo tutti più felici e l'effetto "Ora del dilettante" si attenua. Comunità naturalmente non viene da cum-munus (autentica insensatezza etimologica) ma da cum-munis. Munis, mune è un aggettivo che in origine significava "chi svolge una carica". Quindi communis sta per "chi è partecipe di una carica". A me sembra anche più impegnativo del romantico e floreale "partecipe del dono della solitudine". Fra scrittori che scrivono e scrittori che hanno scritto, magari c'è bisogno anche di qualcuno che ha letto (un buon vocabolario). Per una referenza precisa, senz'altro consigliabile il Dictionnaire Etymologique de la Langue Latine di Ernout e Meillet, quarta edizione, p. 421. Prima di pontificare sui massimi sistemi e deliberare sul nulla, può essere buona norma controllare il rubinetto del bidet".

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Il 19 agosto, scrivendo a Gherardo Bortolotti, così spieghiamo il nostro rapporto con la rete:

"...noi non pensiamo affatto che la rete sia il luogo della libertà assoluta, perché consideriamo la rete come la vita, cioè come un luogo dove bisogna lottare per assicurarsi qualche spazio di libertà che il potente di turno vorrebbe sempre comprimere o annullare. Le esperienze vitali, in rete, sono gocce in un mare di stupidità e di interessi contrapposti, ma sempre pronti a carpire la buona fede delle persone. La rete non è la nostra terra promessa, intendiamoci! Né il web è per noi l'unico luogo deputato alla letteratura e alla ricerca artistica. Tutt'altro: noi siamo giunti al web per necessità, non per elezione, ma, guarda un po', proprio la necessità di utilizzare il web è da noi considerata ora la nostra virtù. La rivista-zibaldone, che abbiamo creato mettendo a frutto la geniale intuizione leopardiana, come tu hai ben capito, è la nostra virtù, nata dalla necessità di risolvere il problema estetico che il web ci ha posto e che nessun editore - attento innanzitutto alle ragioni del guadagno - avrebbe potuto e voluto risolvere. Questa è la "nuova idea di testo" che noi proponiamo, un'idea adatta alla comunità cui pensiamo, poiché lo zibaldone include, non esclude; esso è la metafora del mare magnum della letteratura e del sapere, che tutti gli uomini, più o meno consapevolmente, contribuiscono a scrivere ed elaborare. Siamo solo in due a curare le pagine di questa rivista, ma la redazione effettiva è dell'intera comunità intellettuale e culturale, laddove con questi aggettivi noi non intendiamo assolutamente qualificare una corporazione, una setta, e neppure un gruppo ristretto di persone, ma - ripetiamo - l'intera comunità scrivente, operante (nei campi dell'arte) e leggente, cui noi opponiamo un solo veto: l'esibizione del proprio "io". Pertanto, chiunque ci mandi uno scritto o una foto o un disegno nel quale è assente questa esibizione narcisistica del proprio "io", che è il peccato capitale dell'artista (soprattutto "moderno" e "postmoderno", vedi anche le discussioni fatte in NI), quello a cui tutti gli altri sono riconducibili, noi lo prendiamo in seria considerazione.
E come non abbiamo preclusioni di sorta nei confronti di coloro che scrivono, così non abbiamo preclusioni nei confronti delle cose che si scrivono (con quell'unica eccezione di cui sopra). Siamo contro i generi, certo, ma non per edificare dei "controgeneri" o per sfruttare questo discorso a fini autopromozionali. Perché dovremmo respingere un testo che si presenta sotto forma di romanzo, se esso è il frutto di un'esperienza vitale e degna per questo di essere letta, cioè di diventare patrimonio comune?
A proposito dei "problemi estetici su cui lavorare in comunità": noi pensiamo che essi debbano essere posti e risolti dalla comunità stessa in piena autonomia".

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Lo stesso giorno, così rispondiamo a Montanari:

'... il primo significato che i dizionari attestano del sostantivo 'communitas' è quello che assume senso dall'opposizione a 'proprio'... A questo primo significato canonico, tuttavia, se ne aggiunge un altro meno pacifico perché trasferisce al proprio interno la maggiore complessità semantica del termine da cui proviene: 'munus', che indica una caratterizzazione sociale... Benché generato da un beneficio precedentemente ricevuto, il 'munus' indica solo il dono che si dà, non quello che si riceve. Esso è proiettato tutto nell'atto transitivo del dare. Non implica in nessun modo la stabilità di un possesso... ma perdita, sottrazione, cessione... Il 'munus' è l'obbligo che si è contratto nei confronti dell'altro...'.
(Roberto Esposito, Communitas, Einaudi, 1998, pp. XII-XIV).

Veda, Montanari, nonostante le offese e l'accusa di dilettantismo, che per noi è piuttosto un elogio, poiché del professionismo alla sua maniera non sappiamo che farcene, anche la sua faciloneria pseudoprofessorale costituisce un 'munus', perché ci offre l'occasione per chiarire, a beneficio del "discorso comune", qualche altra idea, e quindi di fare insieme ancora qualche passo.
Il 'munus', a differenza del 'donum', ha un carattere particolarissimo: non si può fare a meno di farlo, "si è chiamati a farlo". Etimologicamente, secondo il filosofo Roberto Esposito, è questo il suo senso, che può avere a che fare con l'idea di 'dovere' espressa dalla 'carica' (ma non solo). La 'carica', quindi, cui lei, o meglio, il dizionario, allude, non si riferisce semplicemente, a una "autorità", come lei, forse, è abituato a vedere, ma a un "dono", a una "grazia", che chi ricopre la 'carica' dovrebbe sempre sentirsi in "dovere" di fare agli altri.
Il carattere di "gratuità doverosa" del 'munus' a noi interessa fortemente ai fini del nostro discorso perché implica una certa idea di responsabilità e di sacrificio che obbliga quasi naturalmente ogni uomo a "fare" insieme agli altri. È per questo che parlavamo della necessità di perder tempo ad ascoltare gli altri, della fatica di mettersi in relazione per allestire una comunità, etc. "Abolire la relazione", impedire di "alterarsi", invece, è il presupposto di qualsiasi potere contrattuale, fondato non a caso sull'"immunitas" (veda i bloggers, "immuni" perfino da loro stessi, o il sistema culturale dei mediatori, che pompa tanti "scrittori" ognuno con la sua "poetica immunitaria"), opposta in tutti i sensi alla "communitas", la quale, sia detto per inciso, ma non sarebbe neppure necessario, perché chi mastica un po' di latino e legge con attenzione e fino in fondo i vocabolari, coglie a volo ("sente") che l'origine di 'munis' è 'munus' - "communitas", dunque, la quale ha a che fare con un "dono" ("munus") che non si può non fare (la "doverosità") alla pari con gli altri ("cum"), in un circolo partecipativo che è l'esatto contrario del potere costituito, anche perché alla sua base dovrebbero esserci, come suggerisce Esposito citando Bataille, lo spreco e il nostro nulla costitutivo, ovvero il punto sempre sfuggente dell'orizzonte (la "comunità" come nostra radice più propria) verso cui si tende nonostante tutto, ma che non si afferra mai, e la nostra fragile natura mortale.
Ma a lei, Montanari, è risaputo che queste cose non interessano, preso com'è dalle sue ansie difensive della posizione "professionale", perfino in questo angolo sperduto di universo che è la finestra di un micronico forum.
Per concludere, notiamo soltanto che la citazione di Esposito proviene da un ambito di ricerca di filosofia politica e morale che persegue tutt'altri approdi, ma è molto interessante perché tira in ballo dinamiche e argomenti di cui stiamo discutendo in questi giorni: la sua nozione di "comunità" ci è sembrata subito aderente ad alcune nostre intenzioni, per questo l'abbiamo utilizzata, anche se in tutt'altra prospettiva, è chiaro (per chi ha letto i nostri interventi). D'altronde, che la questione sia anche "politica" lo hanno già detto in molti, ragion per cui questi riferimenti non ci sembrano affatto campati in aria.
Legga meglio i vocabolari, dunque, caro Montanari, e, soprattutto, legga il libro di Esposito e i nostri scritti, se vuol saperne di più. Di cosa? Del suo destino, naturalmente.
E se ha bisogno di un idraulico, ci faccia un cenno".

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A questo punto della discussione segue una serie di interventi dei commentatori e il dibattito sulla comunità si impantana in una questione etimologia. Da dove deriva communitas? In altra occasione ci promettiamo di tornare su questa questione, che pure può presentare un risvolto istruttivo, ma per ora tralasciamo tutti gli interventi che la riguardano, per isolare meglio i più significativi contributi alla discussione. Riportiamo un breve passaggio di un intervento di Raul Montanari (il 23 agosto):

"...Pensare a un attacco frontale al mondo editoriale e alla sua sempre maggiore sudditanza verso le vendite (i comici, ecc.) è difficile, e l'ironia surreale di Andrea sulle iniziative che si dovrebbero prendere è totalmente giustificata. In teoria, dovrebbero essere anche (soprattutto?) i critici e i lettori a premiare e punire, nel modo giusto; ma a un certo andazzo si fa presto l'abitudine. Vi ricordate lo scandalo che ci fu quando Einaudi pubblico le Formiche di Gino e Michele? Per diverso tempo, nelle pagine letterarie dei quotidiani, si parlò con indignazione di questi due bravi autori comici messi in catalogo insieme a Calvino e a tutti gli altri (in pratica, a tutti i maggiori nomi della letteratura mondiale). Adesso, qualcuno si stupisce? Non ho nessuna soluzione da proporre, nel rapporto con gli editori, sul problema della visibilità, dell'attenzione critica, delle scelte di fondo. Vi espongo la mia personale "etica del successo", e accetto qualunque critica.
1. Come ogni scrittore, io desidero essere letto dal maggior numero possibile di persone. Non date retta a quelli che dicono che non voglio avere successo di pubblico: sono balle. Non esiste nessuno che non sogni di vendere non un milione, ma un miliardo di copie. Non solo per diventare famoso e avere la foto sui giornali, è ovvio, anche se la vanità è un dato costante di qualsiasi uomo, pure dei Santi e dei Giusti: molto di più, per provare, davvero, a cambiare il mondo con le proprie parole, e sentire di avere la forza di farlo.
2. Qual è allora la differenza fra me e uno scrittore "commerciale"? Semplice: che io non sposto di una virgola le mie tematiche (disturbanti) e la mia ricerca formale (elaborata) per andare incontro a questo potenziale miliardo di lettori, per rendere più commestibile il mio prodotto. Sogno di vendere un miliardo di copie, ma di libri MIEI, interamente miei, senza compromessi. Sogno di condividere la mia visione del mondo (disturbante) con un miliardo di persone, di cambiare la testa a quelli che secondo me (posso sbagliare!) stanno facendo scelta sbagliate, stanno pensando la realtà in modo sbagliato: ma il passo devono farlo loro. Se la storia che sto scrivendo non richiede un amore infelice, be', non ce lo metto, anche se so che un amore infelice (specie se a lieto fine) è un buon "ingrediente" per un romanzo e mi farebbe vendere dieci o ventimila copie in più. Se invece la storia me lo chiede, ce lo metto. E' tutto qui. Sono al servizio del mondo, e al servizio della storia che racconto.
È poco? Non lo so. È qualcosa, e guardandomi intorno, al di là degli amici di NI per i quali ho una stima enorme (con Tiziano e Aldo Nove abbiamo anche fatto un libro di poesie insieme, per esempio), vedo alcuni autori mossi dalla stessa onestà (forse, credetemi, più di quanti si pensi di solito); ne vedo altri che questa onestà non perseguono (i soliti nomi, più i casi penosissimi di quelli che ad avere successo con le "ricette" ci provano, e manco ci riescono!).(...)".

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Il 29 agosto interviene Moresco nello spazio dei "commenti" alla sua Lettera da Leuca 2:

"(...) Rispondo adesso a un paio di questioni sollevate da alcune lettere.
Il mio impegno "politico", umano e sociale generale e la mia attività di scrittore.
Io non vedo così separate le due cose. La mia vita è stata attraversata violentemente da entrambe e non sono mai stato -né mi pare di esserlo adesso- un ignavo. Si dà addirittura il caso che buona parte della mia vita l'abbia passata in un coinvolgimento e in un deragliamento politico forse inimmaginabile a chi mi chiede conto adesso di questo, e abbastanza fuori misura anche per gli standard di allora. Non voglio scendere in particolari, perché vedo che ogni cosa viene presa nel suo verso peggiore. Vorrei solo dire che forse adesso non starò facendo di più, ma ho l'impressione di non fare neanche di meno di quando ero sprofondato nell'attività politica rivoluzionaria separata.
La comunità, gli scrittori, ecc...
Gli amici di "Zibaldoni" insistono sul fatto (lo fanno qui e l'hanno fatto anche in una lettera a Carla Benedetti) che, in un certo senso e in una certa misura, l'attività dello scrittore non sarebbe del tutto legittimata (e sarebbe anzi facile preda quando non resa inerte dai micidiali meccanismi mercantili e di potere dominanti) senza la presenza di una "comunità che persegua la verità in tutti i campi del sapere e della conoscenza", che questo lavoro sarebbe più importante delle "opere" e che se non c'è questa comunità legittimante l'attività dello scrittore sarebbe in qualche modo contrassegnata da sterile narcisismo, isolazionismo ecc... A parte il leggero brivido che mi metterebbe anche una comunità di questo tipo (in molti casi nelle società che si sono autoproclamate tali gli scrittori e i poeti erano al bando come "antisociali" o si suicidavano), io credo che tutti noi che abbiamo dato vita a Nazione Indiana siamo sensibili al problema di creare un allargamento di spazio anche in questo senso, tanto più in un momento così irrespirabile e plumbeo della vita culturale e civile del nostro paese, altrimenti avremmo continuato tutti a fare solo quello che già stavamo facendo, che era di per sé abbastanza impegnativo. Invece siamo qui a discutere anche di questo, perché ne capiamo l'enorme portata. Ma questo modo di porre il problema non mi convince, né mi convince questa sottovalutazione delle "opere" rispetto al contesto, che può a volte essere modificato anche dalle prime oltre che viceversa. Non avrebbe convinto neanche Leopardi (al quale voi vi richiamate con la vostra denominazione) che ha usato anzi parole dure a questo proposito. Ma anche sul resto del problema, così come voi lo ponete, il mio dissenso è profondo.
Facciamo appunto l'esempio di Leopardi. Sapete bene che Leopardi ha lavorato per tutta la vita in una quasi totale solitudine culturale, politica e spirituale, che solo poche persone nell'Italia di allora interagivano con lui ed erano in grado di comprendere la portata di quanto andava facendo. Bene. Cosa doveva fare allora Leopardi? Smettere di scrivere per dedicare invece il suo poco tempo al tentativo di costruire prima questa "comunità", che avrebbe sottratto il suo lavoro al rischio di narcisismo, isolazionismo ecc...? A me pare che sia stato meglio così, e che - nonostante sentisse la mancanza di tutto questo - il suo impegno, la sua radicalità, la sua intelligenza e la sua passione abbiano potuto incarnarsi in "opere" piuttosto che in discorsi generali sulle sole possibilità, che abbia creato cioè, nel cuore stesso di questo dramma, degli organismi espansivi, che li abbia posti in questa ferita non rimarginata e che in questa tensione sia riuscito a raggiungere molte altre persone attraverso il tempo e lo spazio. Molte di più di quelle che sarebbe riuscito a raggiungere cercando - probabilmente senza riuscirci - di creare queste condizioni nel suo duro presente.
Ma si potrebbero fare molti altri esempi di artisti e pensatori che hanno dovuto vivere in situazioni plumbee e senza sbocchi (dittature, tirannidi ideologiche o glaciazioni collettive di ogni genere e tipo). Eppure hanno compiuto ugualmente, umilmente, persino in assenza di una qualsiasi speranza, un gesto di incarnazione. Cosa dire allora di persone come Emily Dickinson, che ha scritto per tutta la sua vita in balia di questo sogno, senza alcuna consolazione "comunitaria", o come Van Gogh e tanti altri? Che erano dei narcisisti isolati? Che la loro opera era senza reale legittimazione? E perché pensare che oggi sia necessariamente meglio di ieri, solo perché le forme di questa stessa oppressione si presentano in modo diverso? Il fatto è che, da come la ponete voi, sembra quasi che ci siano due tempi. Uno per creare le condizioni culturali, politiche, sociali ecc... perché il gesto artistico e di conoscenza possa essere umanamente, socialmente e spiritualmente utile e legittimato. E uno in cui lo scrittore, legittimato dalla presunta presenza di tali condizioni, lo può mettere in atto. Le cose non stanno così. Non ci sono due tempi. La vita nasce quando nasce, l'onda si muove quando si muove, la ginestra di Leopardi fiorisce anche se non trova un ambiente favorevole e legittimante, ma anzi solo una parete di lava pietrificata, non aspetta il permesso di nessuno, se ne frega di chi, autoinvestitosi di questo ruolo, crede di poterle dire quando può fiorire e quando no. Ho già conosciuto in passato logiche di questo tipo, magari anche generose e in buona fede ma che possono risultare alla fine altrettanto padronali e castranti di quelle a cui intendono opporsi. Confrontiamoci sì, ma da pari a pari, senza meccanismi mentali che possano mettere l'altro in inferiorità ideologica e in soggezione.
Può darsi che, da tutto quello che abbiamo messo in ballo, possa venire fuori qualcosa di buono. Io credo che sarà così. Però le posizioni devono essere libere, chiare, argomentate e - sia pur nello scontro - improntate a rispetto reciproco. Se no pazienza. Non tutto si può conciliare. E ciò che non si può conciliare è meglio che resti inconciliato.
Scusate la lunghezza di questa lettera, dopo la quale comunque non disturberò più per un pezzo, per le ragioni che già vi ho detto, ma anche perché, nonostante e contro questo stato di cose, mi ostino a essere uno scrittore che scrive e che continua a esordire".

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Il 31 agosto rispondiamo a Moresco:

"Gli scrittori, le opere e la comunità avvenire, dunque: questi sì che sono argomenti che ci interessano. Noi crediamo fermamente che misurarsi su di essi significa oggi davvero dare un senso alla nostra attività quotidiana, che altrimenti rischia il vaneggiamento, lo sproloquio, il narcisismo, l'immunità.
In realtà, caro amico, lo scrittore non sarebbe nulla senza una comunità, addirittura non avrebbe ragione d'esistere, perché, puoi tu dirci a chi lo scrittore dovrebbe destinare la sua scrittura, se non ci fosse una comunità pronta ad accoglierlo? Anche il più grande e ostinato e solitario dei poeti - rimasto solo, senza nessuno in grado di ascoltarlo, impossibilitato a "mettersi in relazione" anche con un solo altro uomo, probabilmente resisterebbe ben poco a scrivere, per cadere presto in un silenzio assoluto; il silenzio di chi è "immune", solo con se stesso. Chi scrive, invece, deve sempre sperare in chi legge, altrimenti non può nemmeno cominciare a scrivere: la scrittura è una delle attività umane più ottimistiche e, per certi aspetti, folle, proprio a causa della sua intrinseca, obbligatoria speranza di un altro ben disposto verso di noi, pronto ad ascoltarci. Forse nessun altro mestiere, nessuna professione presuppone un "rischio d'impresa" così alto, come tu sai bene (pensiamo, per esempio, a certi racconti della tua esperienza di "ricerca di un editore").
Posta così, allora, la questione rivela una cosa, innanzitutto: che mentre desideriamo edificare la comunità avvenire, in realtà la stiamo già costruendo, modificando con queste nostre parole quella nella quale ora ci troviamo, e lo stiamo facendo insieme, donandoci il frutto delle nostre idee e delle nostre riflessioni in materia. Pertanto, consentici di dire una cosa in via preliminare. È sbagliato affermare, come fai tu, che secondo noi "l'attività dello scrittore non sarebbe del tutto legittimata senza la presenza di una comunità", perché noi, invece, diciamo una cosa molto più radicale: che l'attività di uno scrittore oggi è DEL TUTTO ILLEGITTIMA se la comunità nella quale ricade è una comunità disgregata, apatica, teledipendente o mediatordipendente, e in definitiva non è una vera comunità. In questo senso dicevamo, seguendo, se leggi bene, le argomentazioni di Benedetti, che la questione è anche politica. Non nel banale senso dell'"impegno" - del quale, se vuoi, possiamo anche parlare, ma non qui, dove non c'entra assolutamente niente. Mica noi siamo Prodi e D'Alema, e tu sei Berlusconi!
Noi, quindi, non stiamo qui parlando delle tue opere o di quelle di Montanari. E sappiamo bene che un uomo si giudica dalla sue opere e non da un intervento in un forum magari non meditato a dovere. Le opere hanno un'enorme importanza e quanto più grande è l'opera tanto più complessa e variegata e ricettiva è la comunità nella quale essa ricade. No, no, non abbiamo mai "sottovalutato le opere rispetto al contesto" né ci siamo dati una tabella di marcia, stabilendo due tempi, uno per le opere e uno per la comunità (ma dove le hai lette queste cose?). Perdonaci, ma dobbiamo pur dirtelo che sei lontano molte miglia dal comprendere quello che volevamo dire. Eppure, tutta la discussione sul 'munus' e sulla 'communitas' doveva almeno aver gettato una luce sulle idee in discussione. Inoltre, accusarci di logiche "padronali", "prussiane" o "bolsceviche" (ancora una volta, scovate chissà dove) ci sembra così assurdo da farci sorridere, in un primo momento, ma poi da costringerci a un esame di coscienza: "Siamo stati forse noi così arroganti e superbi da aver dato l'impressione di voler, come dire, monopolizzare il dibattito, sopraffacendo gli altri?". Se è accaduto questo, ce ne scusiamo con tutti i nostri interlocutori; forse però un motivo c'è, ed è da ricercare nel nostro timore che alcune ragioni di natura elementare fossero misconosciute, mistificate e passate sotto silenzio, il che ci ha indotto a pensare - sempre sulle ali di un entusiasmo disinteressato, mai con calcolo o frode - che una maggior forza nel sostenerle avrebbe dato ad esse più chances di essere sottoposte a verifica dagli altri. Il che finora non è accaduto, caro Moresco, purtroppo, e anzi il tuo intervento, per certi aspetti, ci dà conferma che i nostri timori non erano infondati.
Ma in fondo, che cosa abbiamo detto noialtri? Abbiamo proposto una discussione sulla comunità avvenire, abbiamo detto che di essa comunità tutti quanti abbiamo bisogno, non a prescindere dalle opere, ma oltre le opere, che sono nate nascono e nasceranno comunque, anche alle falde dell'arido Vesuvio e della opaca Milano. Le opere ci importano, eccome, esse fanno parte del passato e costituiscono la nostra identità presente. Ma noi oggi vogliamo intuire l'opera del futuro e per far questo abbiamo bisogno di intuire anche il contesto nel quale quell'opera ricadrà, appunto la comunità avvenire. L'opera futura e il contesto futuro sono oggi privi di ogni contorno, nessuno sa che cosa avverrà, se i meccanismi attuali di controllo e selezione dell'immaginario letterario saranno più efficaci di oggi oppure più blandi, se vivremo in una comunità più disgregata e più vulnerabile di quella attuale oppure se la situazione odierna avrà un altro esito. Tutto questo con la politica, con l'impegno politico in senso stretto non ha nulla a che vedere, né qualcuno di noi ti ha mai chiesto un simile impegno. Ti abbiamo chiesto, invece, un impegno comunitario, che si espleta nel dibattito su che cosa fare per "creare un allargamento di spazio", per dirla con le tue parole, in una società che riduce sempre più i luoghi della comune discussione. Il tuo ultimo intervento, ad esempio, è già un contributo valido a questo fine, sebbene sia inficiato da una fondamentale incomprensione delle nostre idee. Incomprensione, poi, rispecchiata per intero anche quando dici che certamente con le nostre parole non avremmo convinto Leopardi. Ma dimentichi che la solitudine di Leopardi è il frutto di una costrizione, non di una libera scelta. E che fu la società della Restaurazione, il "secol superbo e sciocco", cioè la comunità mancante o disgregante, che lo costrinse in quello stato di solitudine; e se Leopardi ci diede le grandi opere che ci ha dato, ciò accadde perché, a dispetto della sua solitudine, coltivò sempre l'amicizia e il gusto per le relazioni umane: basti leggere l'Epistolario, che è uno dei più ricchi e belli della nostra letteratura per numero e qualità degli interlocutori, ma anche per l'aura comunitaria che lo pervade, per il continuo cercare solidarietà intellettuale, amicizia e profondità di pensiero nei luoghi più impensati, più impervi. Leopardi fu animato per tutta la vita da una grande utopia comunitaria, quella espressa proprio nella "Ginestra" che tu citi, nella quale puoi trovare non la solitudine, ma il DONO che Leopardi, "nobil natura", fa DELLA PROPRIA SOLITUDINE agli altri, a noi, quando immagina l'unico riparo agli uomini contro la potente natura:

"Costei chiama inimica; e incontro a questa
congiunta esser pensando,
siccome è il vero, ed ordinata in pria
l'umana compagnia,
tutti fra se confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor..."
(vv. 126-132)

Tutti dovremmo ospitare questa "utopia", per dar luogo poi all'"onesto e retto conversar cittadino" che Leopardi auspicava, e che noi oggi stiamo riproponendo in questi pubblici conversari. Guarda meglio, Moresco, e ti accorgi che questa già non è più utopia, ma realtà che si concretizza nelle nostre mutue parole, che noi ci doniamo al di là di ogni logica mercantile, di ogni convenienza spicciola. Questa è la comunità che noi ogni giorno vogliamo costruire e irrobustire, allargandola sempre di più, fino a tessere una rete di relazioni infinita - rete di scambi anche di opere, perché no? - in cui non il cicaleccio abbia la meglio, o l'esibizione ironica, ma l'espressione vitale di questo essere minuscolo che si aggira per l'universo, che chiamiamo uomo.
Né devi pensare che intendiamo porci a capo di queste relazioni, egemonizzandole (non siamo D'Alema...), o che intendiamo forzarle con conciliazioni artefatte. Sbaglieresti di grosso. Oltre a non essere dei politicanti, non siamo nemmeno dei santoni né dei preti, siamo solo due amici abituati a prendere sul serio gli altri e animati dalla ferma intenzione di mettere in pratica alcune idee, e nel farlo riconosciamo un unico mediatore: la comunità avvenire. Che, se sarà buona o meno buona, dipende anche da noi. Pertanto, qui stiamo innanzitutto (ancora) considerando soltanto la possibilità di fondare le basi di una comunità che discuta civilmente e senza interessi meschini o calcoli opportunistici relativi al 'proprio'. Tali basi consistono nel rispetto (da parte di tutti, e verso tutti) e nella comprensione delle ragioni di chi è diverso da noi: senza queste cose, senza, quindi, come diceva Benedetti, prendersi sul serio, non è possibile andare insieme da nessuna parte. Per questo si tratta, per certi versi, di un discorso ancora tutto da cominciare.
Noi abbiamo anche qualche idea "concreta" e operativa, lo avevamo accennato a Carla Benedetti in una lettera privata. Pensiamo a un convegno, magari da qui a un anno, di persone che, come voi e come noi, stanno facendo lo sforzo di immaginarsi nuovi modi di stare insieme, di ricerca e di elaborazione artistica (non solo in rete), innalzando le prime fondamenta di una comunità virtuosa. Certamente non ci sono solo "Nazione Indiana" e "Zibaldoni e altre meraviglie", devono per forza esistere da altre parti altre analoghe esperienze. Noi pensiamo che si potrebbe provare a metterle insieme, almeno a discutere e a confrontarsi, ad ascoltarsi, creando quelle famose "sinergie" di cui parlava Dario Voltolini, che ci convincono molto. Potrebbe essere un convegno che potrebbe intitolarsi benissimo: "La comunità che manca", e prendere l'avvio dai temi di queste discussioni estive. Dovrebbe parteciparvi gente quanto più diversa è possibile: artisti di ogni tipo, ma anche "mediatori culturali", editors, filosofi e, perché no?, politici, se ce ne sono (ma dove sono!?) in grado di capire queste cose. A patto che sia gente interessata al tema della "comunità mancante" e alle "basi" di cui parlavamo sopra: rispetto reciproco, come dici tu, e, soprattutto, sforzo di attenzione e comprensione per le ragioni degli altri che ti stanno a fianco o di fronte - comunque sulla stessa barca, non dimenticarlo. Noi dubitiamo che si possa mai arrivare a costruire alcunché di felice e di serio, senza tali fondamentali presupposti.
Un'ultima cosa, caro Moresco, ti chiederemmo, scusandoci in anticipo dell'impudenza (ma la nostra "franca lingua" ce lo impone): per cortesia, evita di aprire e chiudere le tue lettere con espressioni del tipo "non disturberò più per un pezzo" e simili. Dai l'impressione di essere intervenuto non per il piacere di farlo, ma perché costretto, perché dovevi difenderti o difendere e attaccare qualcuno. Non è questo che lo spirito comunitario richiede. Intervieni pure quando ti pare, con leggerezza o pesantezza, magari dicendoci: "questi non sono cazzi vostri"; ma non farlo con l'aria di chi compie un dovere al quale si sarebbe volentieri sottratto. Il nostro più forte desiderio è che tu sia 'communis', non 'immunis'".

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