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*
Il
14 agosto Antonio Moresco risponde a Paradiso:
"Per
quanto mi riguarda, mi pareva di aver evidenziato
nel mio scritto un drammatico scontro in
atto e una breccia da allargare nella tenaglia
tra la "letteratura di genere"
e quella che ho chiamato "genere letteratura".
Non solo di aver criticato Simenon e altri
per il solo gusto di criticarli. Ma lei
ingiunge: "Cosa intende fare o già
fa per non rimanere pure lei vittima di
questo sistema industrial-artistico-letterario?"
Le posso solo dire che il mio lavoro di
scrittore -buono o cattivo che sia- è
lì, sotto gli occhi di tutti. Sta
a lei stabilire di quale pasta sia fatto
e in che direzione si muova. Mi accusa poi,
implicitamente, di aver fatto delle "geremiadi
senza scampo". A me sembra invece di
avere fatto il contrario. Ma se, dopo aver
letto il mio pezzo per intero e da cima
a fondo, è così che la pensa,
io non possiedo evidentemente altre parole
in grado di dimostrarle il contrario.
Mi pare, da quel poco che vedo e capisco,
che domini in rete (non solo in rete ma
un po' dappertutto, anche se in rete viene
forse enfatizzato al massimo) uno stile
di confronto che stravolge e assottiglia
il senso, lo spessore e l'urgenza delle
argomentazioni, giuste o sbagliate che siano,
scavalcando e banalizzando in vario modo
i problemi che si cerca di porre. Io non
ho certo nostalgia per i galatei e non ho
paura della radicalità e della sincerità.
Ma un confronto su queste basi è
impossibile, non serve a niente, è
da rifiutare.
Altra cosa. Vedo che lei divide con un colpo
d'accetta "lo 'scrittore che scrive',
che può ancora scrivere tutto e liberare
così la potenza della parola, e lo
'scrittore che ha scritto', che è
solo uno strumento d'autorità, ecc..."
Lei sa -perché mi rimprovera di averlo
ricordato- che solo all'età di 45
anni sono riuscito a pubblicare ciò
che avevo scritto a 30 e ancora stavo scrivendo.
Allora le chiedo: secondo lei, nel momento
della pubblicazione, i miei scritti e la
mia persona, che fino a un istante prima
erano una cosa, sono diventati improvvisamente
e quasi per magia un'altra cosa? La loro
intima natura è cambiata? Sono diventati
di colpo, come dice lei, "uno strumento
d'autorità nelle mani del cupo potere
costituito dei mediatori e degli editori"?
E io, nonostante continuassi caparbiamente
a essere uno "scrittore che scrive",
sarei diventato nello stesso tempo e di
colpo solo uno "scrittore che ha scritto"?
A sentire queste argomentazioni, che anche
altri fanno, sembra che ogni cosa viva,
nel momento che viene toccata da "loro"
diventi improvvisamente impura, che venga
pietrificata come dallo sguardo di Medusa.
Anzi, che sia già morta prima ancora
di vivere la sua vita emersa, dato che il
suo destino successivo non può che
essere questo. Mentre la rete sarebbe invece
e chissà per quale ragione una zona
franca, la sola dove si può costruire
ancora qualcosa d'altro, ecc... Si rende
conto che così lei gliela dà
vinta subito, non fa che consegnare nelle
"loro" mani l'intero bottino?
C'è qualcosa di bloccato in questo
modo di vedere le cose. Tanto più
considerando che tutto questo varrebbe anche
per gli scrittori del passato, che non possono
che rientrare per forza di cose nella categoria
degli "scrittori che hanno scritto".
Invece per me Dante è ancora vivo,
vivissimo, sta ancora scrivendo, sta scrivendo
nell'istante stesso in cui poso gli occhi
su una sua frase, la sua tensione si può
ritorcere continuamente contro di "loro",
se siamo in grado di farla vivere dentro
di noi, e così Kafka, Melville, Dostoevskij,
Leopardi, molti altri, e anche più
indietro nel tempo, Omero, lo sconosciuto
autore del libro di Giobbe e di quello di
Gilgamesh... Non bisogna, credendo di fare
altro, finire per fare esattamente il loro
stesso gioco. C'è, al contrario,
tutto continuamente e drammaticamente -anche
con il conflitto, se occorre- da vivificare,
salvare.
Non se ne abbia a male e non mi giudichi
un presuntuoso o un cafone se nel futuro
non potrò rispondere che raramente
e saltuariamente alle lettere che lei o
altri mi scriveranno in rete, perché
non sono collegato a Internet e devo ogni
volta abusare della gentilezza di un amico,
che tra l'altro domani partirà per
le vacanze e starà via per un po'.
Accetti - se vuole - i miei tempi, i miei
limiti e le mie libertà (tra le quali
c'è anche quella di non avere un
indirizzo di posta elettronica e di non
essere direttamente in rete).
Ma nella sua lettera ci sono altre cose
che mi sembrano invece interessanti e che
potrebbero avere sviluppi. Anche per questo
abbiamo dato vita a "Nazione indiana".
Forse verrà il momento di riparlarne
davvero e di creare nuovi vasi comunicanti,
senza il diaframma o l'alibi della rete".
*
Il
16 agosto Paradiso replica a Moresco:
"...lei
dovrebbe prendere atto di una cosa: oggi
la rete (e non "loro", ossia il
sistema editoriale, con il quale, tra l'altro,
a me non interessa nemmeno interloquire
più di tanto, e non gliela "do
vinta" per il semplice motivo che io
con "loro" non gareggio) consente
ancora la "possibilità"
- badi bene: solo la "possibilità"
- di pensare più agilmente, insieme,
una comunità svincolata dai pescecani
del profitto. Tale "possibilità"
consiste in sostanza nel permettere di allestire
tanti luoghi di confronto e creatività
che altrimenti sarebbero impensabili, per
tutta una serie di ragioni, non ultima quella
economica. Forse non a caso si dice che
internet è il mezzo espressivo dei
poveri. Lei disprezza e liquida la tecnologia
con troppa superficialità, e perciò
preferisce stare con un piede fuori e uno
dentro (non si capisce perché). Dovrebbe
invece imparare a scorgere nella rete -
come in tutte le situazioni - un mondo variegato
e infinito che potrebbe essere un'anticipazione
del suo destino e del destino di tutti.
Questo non vuol dire approvarla o subirla
o usarla passivamente, la rete, e perciò
io parlavo di "possibilità",
perché sta poi all'"azione"
dei singoli e delle comunità che
si immaginano il futuro, imparare a sfruttare
uno strumento, qualsiasi strumento, nel
modo giusto, cioè secondo giustizia.
Magari prima che arrivino gli altri a imporci
la loro usabilità, che certamente
sarà consona al potere e ai suoi
antichissimi, infelici, sempre ingiusti
meccanismi di controllo".
*
Segue
il 18 agosto una nostra lettera a Moresco:
"...
A noi interessa la parte etica della questione
letteraria, la parte attiva, quella che
spinge gli scrittori a confrontarsi e a
parlare di cosa è possibile fare
per difendersi dall'eventualità di
essere ridotti a schiavi di un sistema fagocitante,
e che inoltre esorta a resistere a tutti
gli orizzonti di crisi e di morte che ci
attraggono sempre, (...) ma ai quali bisogna
almeno provare ad opporre una sostanza di
vita o vita sostanziale, al di là
di tutti i razionalissimi dubbi. È
su questo che forse le chiedeva un parere,
magari con modi un po' bruschi, Gustavo
P., caro Moresco, non sulle formule critiche
o sulla sua poetica, che
francamente possono interessare relativamente,
almeno fino a questo momento. Non è
ai suoi libri, insomma, che bisogna arrivare
e fermarsi, ma ai libri del futuro, se mai
ce ne saranno ancora di belli come certamente
sono i suoi. Cosa fa, lei, Moresco, oltre
che denunciare la situazione attuale, ovvero
per controbatterla? Scrive libri? Ma ci
sono milioni di persone che scrivono libri!
"Sono uno scrittore" - lei replicherà
- "cos'altro dovrei fare?". Scrivere,
certo; ma senza dimenticare che quello che
scriviamo cade in un mondo nel quale viviamo
insieme ad altri con certe regole, etc.
Ecco perché la questione è
tutta politica, almeno dal punto di vista
che interessa qui a tutti, comunitariamente.
Pertanto non si tratta di mettere avanti
l'autorità dei libri scritti rispetto
a un universo degenerato, non si tratta
di sostituire a una autorità ingiusta
un'altra autorità più giusta.
Non è di questo che si tratta. In
NI si sta discutendo della possibilità
di sostituire all'autorità, che è
sempre oppressiva, una comunità,
ossia qualcosa di aperto e di mai definitivo
che si svolge a partire dagli altri che
sono diversi da noi, prima, o oltre, che
da noi stessi. Lo "scrittore che scrive"
citato da Gustavo P. è forse lo scrittore
che non ha bisogno di pubblicare libri con
questo sistema editoriale per affermare
la propria identità; è lo
scrittore che, se necessario, fa un uso
talmente improprio della letteratura, da
non pubblicare assolutamente da nessuna
parte i suoi libri, o solo su fogli volanti
o solo su riviste sconosciutissime o solo
per pochi amici. Lo "scrittore che
ha scritto", invece, è esattamente
lo scrittore impelagato nei suoi problemi
di critica viscerale, ma di incapacità
all'azione. La solita, vecchia storia: 'il
mondo fa schifo, io però resto nel
mondo, perché... cos'altro si può
fare?'
E invece bisogna uscire fuori da questo
mondo, andare in alto, oltre, al di là.
Come? Non lo sappiamo, non lo sa nessuno,
bisogna scoprirlo. Ma qui sta il bello.
Se voi ci state, bisogna partire insieme
per fondare una comunità in una terra
ancora da scoprire, bisogna abbandonare
se stessi e portare il dono del proprio
vuoto, della propria miseria, umilmente,
a chi vorrà accoglierlo per farne
tesoro e per ringraziarci a sua volta con
il suo vuoto, la sua miseria. L'idea di
comunità non indica una "proprietà",
una "appartenenza", una "autorità"
da conquistare. La comunità a cui
pensiamo noi indica piuttosto una situazione
di disperazione, di isolamento, e quindi
la propria solitudine, il proprio isolamento
che si fanno "munus", dono, insieme
a quello di altri (comunità = "cum"
"munus") nella nostra stessa condizione.
La "comunità" non può
avere a che fare con il "proprio";
ha a che fare, invece, con l'alterità,
con il profondo abisso mortale dell'altro
che ci insidia e ci guarda e ci chiede di
accettarlo, e quindi di ascoltarne le ragioni
- mentre noi vorremmo ucciderlo, perché
Caino è nato prima di Abele ed è
stanziale e assassino, "autoritario"
per natura.
Nella sua lettera, Moresco, si sente a tratti
un tono di pienezza poco gradevole. I suoi
problemi e, come dice Gustavo P. con severità,
le sue geremiadi riempiono tutto lo spazio
della sua scrittura anche con discrezione
e sobrietà, ma non diventano mai
dono comunitario per gli altri, non indicano
una via "alternativa". Non a caso
alla fine l'unica cosa che lei può
rivendicare sono i libri che ha scritto.
No, Moresco, non possiamo rivendicare i
libri che abbiamo scritto, perché
ce ne sono ancora moltissimi altri da scrivere,
molto più importanti di quelli già
scritti. È questi che dobbiamo sforzarci
di immaginare, di aprire alla possibilità,
di rendere vivi e presenti nel futuro a
partire da qui. Sono i libri del futuro
che dobbiamo salvare, non quelli "già
scritti". La sua frase: "Vogliamo
esordire" ci pare che volesse significare
proprio questo, o adesso non vale più?"
*
Il
18 agosto Raul Montanari polemizza con noi
in questi termini:
"Se
peraltro De Vivo e Virgilio (con un nome
simile, poi...) evitano di sbagliare di
brutto l'etimologia di "comunità",
siamo tutti più felici e l'effetto
"Ora del dilettante" si attenua.
Comunità naturalmente non viene da
cum-munus (autentica insensatezza etimologica)
ma da cum-munis. Munis, mune è un
aggettivo che in origine significava "chi
svolge una carica". Quindi communis
sta per "chi è partecipe di
una carica". A me sembra anche più
impegnativo del romantico e floreale "partecipe
del dono della solitudine". Fra scrittori
che scrivono e scrittori che hanno scritto,
magari c'è bisogno anche di qualcuno
che ha letto (un buon vocabolario). Per
una referenza precisa, senz'altro consigliabile
il Dictionnaire Etymologique de la Langue
Latine di Ernout e Meillet, quarta edizione,
p. 421. Prima di pontificare sui massimi
sistemi e deliberare sul nulla, può
essere buona norma controllare il rubinetto
del bidet".
*
Il
19 agosto, scrivendo a Gherardo Bortolotti,
così spieghiamo il nostro rapporto
con la rete:
"...noi
non pensiamo affatto che la rete sia il
luogo della libertà assoluta, perché
consideriamo la rete come la vita, cioè
come un luogo dove bisogna lottare per assicurarsi
qualche spazio di libertà che il
potente di turno vorrebbe sempre comprimere
o annullare. Le esperienze vitali, in rete,
sono gocce in un mare di stupidità
e di interessi contrapposti, ma sempre pronti
a carpire la buona fede delle persone. La
rete non è la nostra terra promessa,
intendiamoci! Né il web è
per noi l'unico luogo deputato alla letteratura
e alla ricerca artistica. Tutt'altro: noi
siamo giunti al web per necessità,
non per elezione, ma, guarda un po', proprio
la necessità di utilizzare il web
è da noi considerata ora la nostra
virtù. La rivista-zibaldone, che
abbiamo creato mettendo a frutto la geniale
intuizione leopardiana, come tu hai ben
capito, è la nostra virtù,
nata dalla necessità di risolvere
il problema estetico che il web ci ha posto
e che nessun editore - attento innanzitutto
alle ragioni del guadagno - avrebbe potuto
e voluto risolvere. Questa è la "nuova
idea di testo" che noi proponiamo,
un'idea adatta alla comunità cui
pensiamo, poiché lo zibaldone include,
non esclude; esso è la metafora del
mare magnum della letteratura e del sapere,
che tutti gli uomini, più o meno
consapevolmente, contribuiscono a scrivere
ed elaborare. Siamo solo in due a curare
le pagine di questa rivista, ma la redazione
effettiva è dell'intera comunità
intellettuale e culturale, laddove con questi
aggettivi noi non intendiamo assolutamente
qualificare una corporazione, una setta,
e neppure un gruppo ristretto di persone,
ma - ripetiamo - l'intera comunità
scrivente, operante (nei campi dell'arte)
e leggente, cui noi opponiamo un solo veto:
l'esibizione del proprio "io".
Pertanto, chiunque ci mandi uno scritto
o una foto o un disegno nel quale è
assente questa esibizione narcisistica del
proprio "io", che è il
peccato capitale dell'artista (soprattutto
"moderno" e "postmoderno",
vedi anche le discussioni fatte in NI),
quello a cui tutti gli altri sono riconducibili,
noi lo prendiamo in seria considerazione.
E come non abbiamo preclusioni di sorta
nei confronti di coloro che scrivono, così
non abbiamo preclusioni nei confronti delle
cose che si scrivono (con quell'unica eccezione
di cui sopra). Siamo contro i generi, certo,
ma non per edificare dei "controgeneri"
o per sfruttare questo discorso a fini autopromozionali.
Perché dovremmo respingere un testo
che si presenta sotto forma di romanzo,
se esso è il frutto di un'esperienza
vitale e degna per questo di essere letta,
cioè di diventare patrimonio comune?
A proposito dei "problemi estetici
su cui lavorare in comunità":
noi pensiamo che essi debbano essere posti
e risolti dalla comunità stessa in
piena autonomia".
*
Lo
stesso giorno, così rispondiamo a
Montanari:
'...
il primo significato che i dizionari attestano
del sostantivo 'communitas' è quello
che assume senso dall'opposizione a 'proprio'...
A questo primo significato canonico, tuttavia,
se ne aggiunge un altro meno pacifico perché
trasferisce al proprio interno la maggiore
complessità semantica del termine
da cui proviene: 'munus', che indica una
caratterizzazione sociale... Benché
generato da un beneficio precedentemente
ricevuto, il 'munus' indica solo il dono
che si dà, non quello che si riceve.
Esso è proiettato tutto nell'atto
transitivo del dare. Non implica in nessun
modo la stabilità di un possesso...
ma perdita, sottrazione, cessione... Il
'munus' è l'obbligo che si è
contratto nei confronti dell'altro...'.
(Roberto Esposito, Communitas,
Einaudi, 1998, pp. XII-XIV).
Veda,
Montanari, nonostante le offese e l'accusa
di dilettantismo, che per noi è piuttosto
un elogio, poiché del professionismo
alla sua maniera non sappiamo che farcene,
anche la sua faciloneria pseudoprofessorale
costituisce un 'munus', perché ci
offre l'occasione per chiarire, a beneficio
del "discorso comune", qualche
altra idea, e quindi di fare insieme ancora
qualche passo.
Il 'munus', a differenza del 'donum', ha
un carattere particolarissimo: non si può
fare a meno di farlo, "si è
chiamati a farlo". Etimologicamente,
secondo il filosofo Roberto Esposito, è
questo il suo senso, che può avere
a che fare con l'idea di 'dovere' espressa
dalla 'carica' (ma non solo). La 'carica',
quindi, cui lei, o meglio, il dizionario,
allude, non si riferisce semplicemente,
a una "autorità", come
lei, forse, è abituato a vedere,
ma a un "dono", a una "grazia",
che chi ricopre la 'carica' dovrebbe sempre
sentirsi in "dovere" di fare agli
altri.
Il carattere di "gratuità doverosa"
del 'munus' a noi interessa fortemente ai
fini del nostro discorso perché implica
una certa idea di responsabilità
e di sacrificio che obbliga quasi naturalmente
ogni uomo a "fare" insieme agli
altri. È per questo che parlavamo
della necessità di perder tempo ad
ascoltare gli altri, della fatica di mettersi
in relazione per allestire una comunità,
etc. "Abolire la relazione", impedire
di "alterarsi", invece, è
il presupposto di qualsiasi potere contrattuale,
fondato non a caso sull'"immunitas"
(veda i bloggers, "immuni" perfino
da loro stessi, o il sistema culturale dei
mediatori, che pompa tanti "scrittori"
ognuno con la sua "poetica immunitaria"),
opposta in tutti i sensi alla "communitas",
la quale, sia detto per inciso, ma non sarebbe
neppure necessario, perché chi mastica
un po' di latino e legge con attenzione
e fino in fondo i vocabolari, coglie a volo
("sente") che l'origine di 'munis'
è 'munus' - "communitas",
dunque, la quale ha a che fare con un "dono"
("munus") che non si può
non fare (la "doverosità")
alla pari con gli altri ("cum"),
in un circolo partecipativo che è
l'esatto contrario del potere costituito,
anche perché alla sua base dovrebbero
esserci, come suggerisce Esposito citando
Bataille, lo spreco e il nostro nulla costitutivo,
ovvero il punto sempre sfuggente dell'orizzonte
(la "comunità" come nostra
radice più propria) verso cui si
tende nonostante tutto, ma che non si afferra
mai, e la nostra fragile natura mortale.
Ma a lei, Montanari, è risaputo che
queste cose non interessano, preso com'è
dalle sue ansie difensive della posizione
"professionale", perfino in questo
angolo sperduto di universo che è
la finestra di un micronico forum.
Per concludere, notiamo soltanto che la
citazione di Esposito proviene da un ambito
di ricerca di filosofia politica e morale
che persegue tutt'altri approdi, ma è
molto interessante perché tira in
ballo dinamiche e argomenti di cui stiamo
discutendo in questi giorni: la sua nozione
di "comunità" ci è
sembrata subito aderente ad alcune nostre
intenzioni, per questo l'abbiamo utilizzata,
anche se in tutt'altra prospettiva, è
chiaro (per chi ha letto i nostri interventi).
D'altronde, che la questione sia anche "politica"
lo hanno già detto in molti, ragion
per cui questi riferimenti non ci sembrano
affatto campati in aria.
Legga meglio i vocabolari, dunque, caro
Montanari, e, soprattutto, legga il libro
di Esposito e i nostri scritti, se vuol
saperne di più. Di cosa? Del suo
destino, naturalmente.
E se ha bisogno di un idraulico, ci faccia
un cenno".
*
A
questo punto della discussione segue una
serie di interventi dei commentatori e il
dibattito sulla comunità si impantana
in una questione etimologia. Da dove deriva
communitas? In altra occasione
ci promettiamo di tornare su questa questione,
che pure può presentare un risvolto
istruttivo, ma per ora tralasciamo tutti
gli interventi che la riguardano, per isolare
meglio i più significativi contributi
alla discussione. Riportiamo un breve passaggio
di un intervento di Raul Montanari (il 23
agosto):
"...Pensare
a un attacco frontale al mondo editoriale
e alla sua sempre maggiore sudditanza verso
le vendite (i comici, ecc.) è difficile,
e l'ironia surreale di Andrea sulle iniziative
che si dovrebbero prendere è totalmente
giustificata. In teoria, dovrebbero essere
anche (soprattutto?) i critici e i lettori
a premiare e punire, nel modo giusto; ma
a un certo andazzo si fa presto l'abitudine.
Vi ricordate lo scandalo che ci fu quando
Einaudi pubblico le Formiche di Gino e Michele?
Per diverso tempo, nelle pagine letterarie
dei quotidiani, si parlò con indignazione
di questi due bravi autori comici messi
in catalogo insieme a Calvino e a tutti
gli altri (in pratica, a tutti i maggiori
nomi della letteratura mondiale). Adesso,
qualcuno si stupisce? Non ho nessuna soluzione
da proporre, nel rapporto con gli editori,
sul problema della visibilità, dell'attenzione
critica, delle scelte di fondo. Vi espongo
la mia personale "etica del successo",
e accetto qualunque critica.
1. Come ogni scrittore, io desidero essere
letto dal maggior numero possibile di persone.
Non date retta a quelli che dicono che non
voglio avere successo di pubblico: sono
balle. Non esiste nessuno che non sogni
di vendere non un milione, ma un miliardo
di copie. Non solo per diventare famoso
e avere la foto sui giornali, è ovvio,
anche se la vanità è un dato
costante di qualsiasi uomo, pure dei Santi
e dei Giusti: molto di più, per provare,
davvero, a cambiare il mondo con le proprie
parole, e sentire di avere la forza di farlo.
2. Qual è allora la differenza fra
me e uno scrittore "commerciale"?
Semplice: che io non sposto di una virgola
le mie tematiche (disturbanti) e la mia
ricerca formale (elaborata) per andare incontro
a questo potenziale miliardo di lettori,
per rendere più commestibile il mio
prodotto. Sogno di vendere un miliardo di
copie, ma di libri MIEI, interamente miei,
senza compromessi. Sogno di condividere
la mia visione del mondo (disturbante) con
un miliardo di persone, di cambiare la testa
a quelli che secondo me (posso sbagliare!)
stanno facendo scelta sbagliate, stanno
pensando la realtà in modo sbagliato:
ma il passo devono farlo loro. Se la storia
che sto scrivendo non richiede un amore
infelice, be', non ce lo metto, anche se
so che un amore infelice (specie se a lieto
fine) è un buon "ingrediente"
per un romanzo e mi farebbe vendere dieci
o ventimila copie in più. Se invece
la storia me lo chiede, ce lo metto. E'
tutto qui. Sono al servizio del mondo, e
al servizio della storia che racconto.
È poco? Non lo so. È qualcosa,
e guardandomi intorno, al di là degli
amici di NI per i quali ho una stima enorme
(con Tiziano e Aldo Nove abbiamo anche fatto
un libro di poesie insieme, per esempio),
vedo alcuni autori mossi dalla stessa onestà
(forse, credetemi, più di quanti
si pensi di solito); ne vedo altri che questa
onestà non perseguono (i soliti nomi,
più i casi penosissimi di quelli
che ad avere successo con le "ricette"
ci provano, e manco ci riescono!).(...)".
*
Il
29 agosto interviene Moresco nello spazio
dei "commenti" alla sua Lettera
da Leuca 2:
"(...)
Rispondo adesso a un paio di questioni sollevate
da alcune lettere.
Il mio impegno "politico", umano
e sociale generale e la mia attività
di scrittore.
Io non vedo così separate le due
cose. La mia vita è stata attraversata
violentemente da entrambe e non sono mai
stato -né mi pare di esserlo adesso-
un ignavo. Si dà addirittura il caso
che buona parte della mia vita l'abbia passata
in un coinvolgimento e in un deragliamento
politico forse inimmaginabile a chi mi chiede
conto adesso di questo, e abbastanza fuori
misura anche per gli standard di allora.
Non voglio scendere in particolari, perché
vedo che ogni cosa viene presa nel suo verso
peggiore. Vorrei solo dire che forse adesso
non starò facendo di più,
ma ho l'impressione di non fare neanche
di meno di quando ero sprofondato nell'attività
politica rivoluzionaria separata.
La comunità, gli scrittori, ecc...
Gli amici di "Zibaldoni" insistono
sul fatto (lo fanno qui e l'hanno fatto
anche in una lettera a Carla Benedetti)
che, in un certo senso e in una certa misura,
l'attività dello scrittore non sarebbe
del tutto legittimata (e sarebbe anzi facile
preda quando non resa inerte dai micidiali
meccanismi mercantili e di potere dominanti)
senza la presenza di una "comunità
che persegua la verità in tutti i
campi del sapere e della conoscenza",
che questo lavoro sarebbe più importante
delle "opere" e che se non c'è
questa comunità legittimante l'attività
dello scrittore sarebbe in qualche modo
contrassegnata da sterile narcisismo, isolazionismo
ecc... A parte il leggero brivido che mi
metterebbe anche una comunità di
questo tipo (in molti casi nelle società
che si sono autoproclamate tali gli scrittori
e i poeti erano al bando come "antisociali"
o si suicidavano), io credo che tutti noi
che abbiamo dato vita a Nazione Indiana
siamo sensibili al problema di creare un
allargamento di spazio anche in questo senso,
tanto più in un momento così
irrespirabile e plumbeo della vita culturale
e civile del nostro paese, altrimenti avremmo
continuato tutti a fare solo quello che
già stavamo facendo, che era di per
sé abbastanza impegnativo. Invece
siamo qui a discutere anche di questo, perché
ne capiamo l'enorme portata. Ma questo modo
di porre il problema non mi convince, né
mi convince questa sottovalutazione delle
"opere" rispetto al contesto,
che può a volte essere modificato
anche dalle prime oltre che viceversa. Non
avrebbe convinto neanche Leopardi (al quale
voi vi richiamate con la vostra denominazione)
che ha usato anzi parole dure a questo proposito.
Ma anche sul resto del problema, così
come voi lo ponete, il mio dissenso è
profondo.
Facciamo appunto l'esempio di Leopardi.
Sapete bene che Leopardi ha lavorato per
tutta la vita in una quasi totale solitudine
culturale, politica e spirituale, che solo
poche persone nell'Italia di allora interagivano
con lui ed erano in grado di comprendere
la portata di quanto andava facendo. Bene.
Cosa doveva fare allora Leopardi? Smettere
di scrivere per dedicare invece il suo poco
tempo al tentativo di costruire prima questa
"comunità", che avrebbe
sottratto il suo lavoro al rischio di narcisismo,
isolazionismo ecc...? A me pare che sia
stato meglio così, e che - nonostante
sentisse la mancanza di tutto questo - il
suo impegno, la sua radicalità, la
sua intelligenza e la sua passione abbiano
potuto incarnarsi in "opere" piuttosto
che in discorsi generali sulle sole possibilità,
che abbia creato cioè, nel cuore
stesso di questo dramma, degli organismi
espansivi, che li abbia posti in questa
ferita non rimarginata e che in questa tensione
sia riuscito a raggiungere molte altre persone
attraverso il tempo e lo spazio. Molte di
più di quelle che sarebbe riuscito
a raggiungere cercando - probabilmente senza
riuscirci - di creare queste condizioni
nel suo duro presente.
Ma si potrebbero fare molti altri esempi
di artisti e pensatori che hanno dovuto
vivere in situazioni plumbee e senza sbocchi
(dittature, tirannidi ideologiche o glaciazioni
collettive di ogni genere e tipo). Eppure
hanno compiuto ugualmente, umilmente, persino
in assenza di una qualsiasi speranza, un
gesto di incarnazione. Cosa dire allora
di persone come Emily Dickinson, che ha
scritto per tutta la sua vita in balia di
questo sogno, senza alcuna consolazione
"comunitaria", o come Van Gogh
e tanti altri? Che erano dei narcisisti
isolati? Che la loro opera era senza reale
legittimazione? E perché pensare
che oggi sia necessariamente meglio di ieri,
solo perché le forme di questa stessa
oppressione si presentano in modo diverso?
Il fatto è che, da come la ponete
voi, sembra quasi che ci siano due tempi.
Uno per creare le condizioni culturali,
politiche, sociali ecc... perché
il gesto artistico e di conoscenza possa
essere umanamente, socialmente e spiritualmente
utile e legittimato. E uno in cui lo scrittore,
legittimato dalla presunta presenza di tali
condizioni, lo può mettere in atto.
Le cose non stanno così. Non ci sono
due tempi. La vita nasce quando nasce, l'onda
si muove quando si muove, la ginestra di
Leopardi fiorisce anche se non trova un
ambiente favorevole e legittimante, ma anzi
solo una parete di lava pietrificata, non
aspetta il permesso di nessuno, se ne frega
di chi, autoinvestitosi di questo ruolo,
crede di poterle dire quando può
fiorire e quando no. Ho già conosciuto
in passato logiche di questo tipo, magari
anche generose e in buona fede ma che possono
risultare alla fine altrettanto padronali
e castranti di quelle a cui intendono opporsi.
Confrontiamoci sì, ma da pari a pari,
senza meccanismi mentali che possano mettere
l'altro in inferiorità ideologica
e in soggezione.
Può darsi che, da tutto quello che
abbiamo messo in ballo, possa venire fuori
qualcosa di buono. Io credo che sarà
così. Però le posizioni devono
essere libere, chiare, argomentate e - sia
pur nello scontro - improntate a rispetto
reciproco. Se no pazienza. Non tutto si
può conciliare. E ciò che
non si può conciliare è meglio
che resti inconciliato.
Scusate la lunghezza di questa lettera,
dopo la quale comunque non disturberò
più per un pezzo, per le ragioni
che già vi ho detto, ma anche perché,
nonostante e contro questo stato di cose,
mi ostino a essere uno scrittore che scrive
e che continua a esordire".
*
Il
31 agosto rispondiamo a Moresco:
"Gli
scrittori, le opere e la comunità
avvenire, dunque: questi sì che sono
argomenti che ci interessano. Noi crediamo
fermamente che misurarsi su di essi significa
oggi davvero dare un senso alla nostra attività
quotidiana, che altrimenti rischia il vaneggiamento,
lo sproloquio, il narcisismo, l'immunità.
In realtà, caro amico, lo scrittore
non sarebbe nulla senza una comunità,
addirittura non avrebbe ragione d'esistere,
perché, puoi tu dirci a chi lo scrittore
dovrebbe destinare la sua scrittura, se
non ci fosse una comunità pronta
ad accoglierlo? Anche il più grande
e ostinato e solitario dei poeti - rimasto
solo, senza nessuno in grado di ascoltarlo,
impossibilitato a "mettersi in relazione"
anche con un solo altro uomo, probabilmente
resisterebbe ben poco a scrivere, per cadere
presto in un silenzio assoluto; il silenzio
di chi è "immune", solo
con se stesso. Chi scrive, invece, deve
sempre sperare in chi legge, altrimenti
non può nemmeno cominciare a scrivere:
la scrittura è una delle attività
umane più ottimistiche e, per certi
aspetti, folle, proprio a causa della sua
intrinseca, obbligatoria speranza di un
altro ben disposto verso di noi, pronto
ad ascoltarci. Forse nessun altro mestiere,
nessuna professione presuppone un "rischio
d'impresa" così alto, come tu
sai bene (pensiamo, per esempio, a certi
racconti della tua esperienza di "ricerca
di un editore").
Posta così, allora, la questione
rivela una cosa, innanzitutto: che mentre
desideriamo edificare la comunità
avvenire, in realtà la stiamo già
costruendo, modificando con queste nostre
parole quella nella quale ora ci troviamo,
e lo stiamo facendo insieme, donandoci il
frutto delle nostre idee e delle nostre
riflessioni in materia. Pertanto, consentici
di dire una cosa in via preliminare. È
sbagliato affermare, come fai tu, che secondo
noi "l'attività dello scrittore
non sarebbe del tutto legittimata senza
la presenza di una comunità",
perché noi, invece, diciamo una cosa
molto più radicale: che l'attività
di uno scrittore oggi è DEL TUTTO
ILLEGITTIMA se la comunità nella
quale ricade è una comunità
disgregata, apatica, teledipendente o mediatordipendente,
e in definitiva non è una vera comunità.
In questo senso dicevamo, seguendo, se leggi
bene, le argomentazioni di Benedetti, che
la questione è anche politica. Non
nel banale senso dell'"impegno"
- del quale, se vuoi, possiamo anche parlare,
ma non qui, dove non c'entra assolutamente
niente. Mica noi siamo Prodi e D'Alema,
e tu sei Berlusconi!
Noi, quindi, non stiamo qui parlando delle
tue opere o di quelle di Montanari. E sappiamo
bene che un uomo si giudica dalla sue opere
e non da un intervento in un forum magari
non meditato a dovere. Le opere hanno un'enorme
importanza e quanto più grande è
l'opera tanto più complessa e variegata
e ricettiva è la comunità
nella quale essa ricade. No, no, non abbiamo
mai "sottovalutato le opere rispetto
al contesto" né ci siamo dati
una tabella di marcia, stabilendo due tempi,
uno per le opere e uno per la comunità
(ma dove le hai lette queste cose?). Perdonaci,
ma dobbiamo pur dirtelo che sei lontano
molte miglia dal comprendere quello che
volevamo dire. Eppure, tutta la discussione
sul 'munus' e sulla 'communitas' doveva
almeno aver gettato una luce sulle idee
in discussione. Inoltre, accusarci di logiche
"padronali", "prussiane"
o "bolsceviche" (ancora una volta,
scovate chissà dove) ci sembra così
assurdo da farci sorridere, in un primo
momento, ma poi da costringerci a un esame
di coscienza: "Siamo stati forse noi
così arroganti e superbi da aver
dato l'impressione di voler, come dire,
monopolizzare il dibattito, sopraffacendo
gli altri?". Se è accaduto questo,
ce ne scusiamo con tutti i nostri interlocutori;
forse però un motivo c'è,
ed è da ricercare nel nostro timore
che alcune ragioni di natura elementare
fossero misconosciute, mistificate e passate
sotto silenzio, il che ci ha indotto a pensare
- sempre sulle ali di un entusiasmo disinteressato,
mai con calcolo o frode - che una maggior
forza nel sostenerle avrebbe dato ad esse
più chances di essere sottoposte
a verifica dagli altri. Il che finora non
è accaduto, caro Moresco, purtroppo,
e anzi il tuo intervento, per certi aspetti,
ci dà conferma che i nostri timori
non erano infondati.
Ma in fondo, che cosa abbiamo detto noialtri?
Abbiamo proposto una discussione sulla comunità
avvenire, abbiamo detto che di essa comunità
tutti quanti abbiamo bisogno, non a prescindere
dalle opere, ma oltre le opere, che sono
nate nascono e nasceranno comunque, anche
alle falde dell'arido Vesuvio e della opaca
Milano. Le opere ci importano, eccome, esse
fanno parte del passato e costituiscono
la nostra identità presente. Ma noi
oggi vogliamo intuire l'opera del futuro
e per far questo abbiamo bisogno di intuire
anche il contesto nel quale quell'opera
ricadrà, appunto la comunità
avvenire. L'opera futura e il contesto futuro
sono oggi privi di ogni contorno, nessuno
sa che cosa avverrà, se i meccanismi
attuali di controllo e selezione dell'immaginario
letterario saranno più efficaci di
oggi oppure più blandi, se vivremo
in una comunità più disgregata
e più vulnerabile di quella attuale
oppure se la situazione odierna avrà
un altro esito. Tutto questo con la politica,
con l'impegno politico in senso stretto
non ha nulla a che vedere, né qualcuno
di noi ti ha mai chiesto un simile impegno.
Ti abbiamo chiesto, invece, un impegno comunitario,
che si espleta nel dibattito su che cosa
fare per "creare un allargamento di
spazio", per dirla con le tue parole,
in una società che riduce sempre
più i luoghi della comune discussione.
Il tuo ultimo intervento, ad esempio, è
già un contributo valido a questo
fine, sebbene sia inficiato da una fondamentale
incomprensione delle nostre idee. Incomprensione,
poi, rispecchiata per intero anche quando
dici che certamente con le nostre parole
non avremmo convinto Leopardi. Ma dimentichi
che la solitudine di Leopardi è il
frutto di una costrizione, non di una libera
scelta. E che fu la società della
Restaurazione, il "secol superbo e
sciocco", cioè la comunità
mancante o disgregante, che lo costrinse
in quello stato di solitudine; e se Leopardi
ci diede le grandi opere che ci ha dato,
ciò accadde perché, a dispetto
della sua solitudine, coltivò sempre
l'amicizia e il gusto per le relazioni umane:
basti leggere l'Epistolario, che è
uno dei più ricchi e belli della
nostra letteratura per numero e qualità
degli interlocutori, ma anche per l'aura
comunitaria che lo pervade, per il continuo
cercare solidarietà intellettuale,
amicizia e profondità di pensiero
nei luoghi più impensati, più
impervi. Leopardi fu animato per tutta la
vita da una grande utopia comunitaria, quella
espressa proprio nella "Ginestra"
che tu citi, nella quale puoi trovare non
la solitudine, ma il DONO che Leopardi,
"nobil natura", fa DELLA PROPRIA
SOLITUDINE agli altri, a noi, quando immagina
l'unico riparo agli uomini contro la potente
natura:
"Costei
chiama inimica; e incontro a questa
congiunta esser pensando,
siccome è il vero, ed ordinata in
pria
l'umana compagnia,
tutti fra se confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor..."
(vv. 126-132)
Tutti
dovremmo ospitare questa "utopia",
per dar luogo poi all'"onesto e retto
conversar cittadino" che Leopardi auspicava,
e che noi oggi stiamo riproponendo in questi
pubblici conversari. Guarda meglio, Moresco,
e ti accorgi che questa già non è
più utopia, ma realtà che
si concretizza nelle nostre mutue parole,
che noi ci doniamo al di là di ogni
logica mercantile, di ogni convenienza spicciola.
Questa è la comunità che noi
ogni giorno vogliamo costruire e irrobustire,
allargandola sempre di più, fino
a tessere una rete di relazioni infinita
- rete di scambi anche di opere, perché
no? - in cui non il cicaleccio abbia la
meglio, o l'esibizione ironica, ma l'espressione
vitale di questo essere minuscolo che si
aggira per l'universo, che chiamiamo uomo.
Né devi pensare che intendiamo porci
a capo di queste relazioni, egemonizzandole
(non siamo D'Alema...), o che intendiamo
forzarle con conciliazioni artefatte. Sbaglieresti
di grosso. Oltre a non essere dei politicanti,
non siamo nemmeno dei santoni né
dei preti, siamo solo due amici abituati
a prendere sul serio gli altri e animati
dalla ferma intenzione di mettere in pratica
alcune idee, e nel farlo riconosciamo un
unico mediatore: la comunità avvenire.
Che, se sarà buona o meno buona,
dipende anche da noi. Pertanto, qui stiamo
innanzitutto (ancora) considerando soltanto
la possibilità di fondare le basi
di una comunità che discuta civilmente
e senza interessi meschini o calcoli opportunistici
relativi al 'proprio'. Tali basi consistono
nel rispetto (da parte di tutti, e verso
tutti) e nella comprensione delle ragioni
di chi è diverso da noi: senza queste
cose, senza, quindi, come diceva Benedetti,
prendersi sul serio, non è possibile
andare insieme da nessuna parte. Per questo
si tratta, per certi versi, di un discorso
ancora tutto da cominciare.
Noi abbiamo anche qualche idea "concreta"
e operativa, lo avevamo accennato a Carla
Benedetti in una lettera privata. Pensiamo
a un convegno, magari da qui a un anno,
di persone che, come voi e come noi, stanno
facendo lo sforzo di immaginarsi nuovi modi
di stare insieme, di ricerca e di elaborazione
artistica (non solo in rete), innalzando
le prime fondamenta di una comunità
virtuosa. Certamente non ci sono solo "Nazione
Indiana" e "Zibaldoni e altre
meraviglie", devono per forza esistere
da altre parti altre analoghe esperienze.
Noi pensiamo che si potrebbe provare a metterle
insieme, almeno a discutere e a confrontarsi,
ad ascoltarsi, creando quelle famose "sinergie"
di cui parlava Dario Voltolini, che ci convincono
molto. Potrebbe essere un convegno che potrebbe
intitolarsi benissimo: "La comunità
che manca", e prendere l'avvio dai
temi di queste discussioni estive. Dovrebbe
parteciparvi gente quanto più diversa
è possibile: artisti di ogni tipo,
ma anche "mediatori culturali",
editors, filosofi e, perché no?,
politici, se ce ne sono (ma dove sono!?)
in grado di capire queste cose. A patto
che sia gente interessata al tema della
"comunità mancante" e alle
"basi" di cui parlavamo sopra:
rispetto reciproco, come dici tu, e, soprattutto,
sforzo di attenzione e comprensione per
le ragioni degli altri che ti stanno a fianco
o di fronte - comunque sulla stessa barca,
non dimenticarlo. Noi dubitiamo che si possa
mai arrivare a costruire alcunché
di felice e di serio, senza tali fondamentali
presupposti.
Un'ultima cosa, caro Moresco, ti chiederemmo,
scusandoci in anticipo dell'impudenza (ma
la nostra "franca lingua" ce lo
impone): per cortesia, evita di aprire e
chiudere le tue lettere con espressioni
del tipo "non disturberò più
per un pezzo" e simili. Dai l'impressione
di essere intervenuto non per il piacere
di farlo, ma perché costretto, perché
dovevi difenderti o difendere e attaccare
qualcuno. Non è questo che lo spirito
comunitario richiede. Intervieni pure quando
ti pare, con leggerezza o pesantezza, magari
dicendoci: "questi non sono cazzi vostri";
ma non farlo con l'aria di chi compie un
dovere al quale si sarebbe volentieri sottratto.
Il nostro più forte desiderio è
che tu sia 'communis', non 'immunis'".
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