| *
Il
4 settembre chiediamo a Montanari di pronunciarsi
esplicitamente sui temi in questione:
"Ci
diresti adesso "che cosa è"
per te la comunità?
Ti sembrerà ozioso e pedante il fatto
che noi insistiamo su una questione del
genere. In realtà essa è per
noi di capitale importanza, per due motivi:
1) Perché la nostra rivista si propone
innanzitutto di fondare una comunità
aperta di artisti, scrittori e lettori;
2) Perché la fondazione di una tale
comunità è la condizione essenziale
per la discussione ulteriore su qualsiasi
altro tema che ci sta a cuore: la guerra,
la scuola, il mondo dei bambini, quello
della cultura, e quant'altro. Se non c'è
comunità dialogante, sostanziale,
non solo ufficiale, che si scambia idee
e riflessioni come fossero doni, per noi
non c'è nulla. E tu che cosa ne pensi?"
*
Il
5 settembre ci risponde Montanari:
"Temo
che la 'communitas' come la intendete e
proponete voi sia principalmente un ideale
normativo.
Kant dice: un ideale può essere raggiungibile
e concreto; oppure può essere irraggiungibile
in partenza, come per esempio la perfetta
imitatio Christi che si propone il vero
credente. Un ideale di questo secondo tipo
dev'essere abbandonato a favore degli ideali
concreti? No, perché indica una direzione
lungo la quale camminare. Questo è
un ideale "normativo": suggerisce
una norma, cioè un senso e una direzione,
anche se il suo nucleo rimane inattingibile.
Io posso camminare verso il sole anche se
so che certamente non raggiungerò
il sole, ma andando in questa direzione
probabilmente passerò, o potrò
fermarmi, in luoghi dove la natura è
meno ostile di quella che nasce nell'ombra
e nel freddo.
Quindi, tutto il rispetto possibile per
la direzione che indicate. Quello che è
successo qui, in questi commenti, e anche
in altre situazioni di dialettica del web
che ho incontrato in passato, conferma un
certo pessimismo di partenza sulla natura
umana e soprattutto sulla psicologia dei
gruppi e sulle dinamiche che si creano quando
c'è l'immunitas.
L'uomo è una strana bestia. Non c'è
quasi nessun uomo che, visto da vicino o
conosciuto intimamente, non sia affascinante.
Una mia vecchia amica, Daria Bignardi (adesso
giù con l'ironia sull'ex conduttrice
del Grande Fratello, mi raccomando... non
dico voi due, ovviamente), mi disse una
frase memorabile, qualche anno fa. Aveva
appena cominciato a camminare nel mondo
pseudoVip, e si stupiva di incontrare da
vicino persone che viste in tv o lette sui
giornali le avevano fatto orrore, mentre
ascoltate o "annusate" da vicino
rivelavano una complessità, una tenerezza,
un'umanità inattese. Daria mi disse:
"Forse bisognerebbe restare chiusi
in casa e odiare". Conservare, cioè,
la purezza del sentimento che un uomo ti
ispira con le sue idee e il suo comportamento
finché ti è lontano, perché
la sim-patia che ti può suscitare
da vicino corrompe la purezza di questo
sentimento, ti confonde le idee. Questo
non vale per le situazioni di gruppo, in
cui si innescano fenomeni noti alla psicologia
sociale, che si sintetizzano nel concetto
di "responsabilità diffusa"
(qualunque atto io compia è meno
grave, perché non sono l'unico a
compierlo). Studenti universitari americani
hanno inflitto scariche elettriche a soggetti
umani, perché gli era stato chiesto
di farlo e soprattutto perché avevano
visto altri farlo. Per fortuna le scariche
elettriche erano fasulle, e i soggetti urlanti
erano attori. Altri esperimenti hanno visto
persone normalissime trasformarsi in carcerieri,
aguzzini, torturatori. Ogni giorno sulle
strade c'è un uomo con le gambe rotte
che chiede aiuto, ma le automobili continuano
a correre via, nella stessa direzione presa
da quella che lo ha investito.
C'è un fondo orribile che aspetta
solo di salire in superficie, e lo fa più
facilmente quando a picchiare si è
in tanti. Un intero popolo, quello tedesco,
si è trasformato in una massa organizzata
di assassini e conniventi di assassini,
e questo è successo solo mezzo secolo
fa, e non si trattava di conflitti tribali
ma di un popolo che aveva dato forse i massimi
contributi al costituirsi di una civiltà
europea moderna. I meccanismi erano gli
stessi: conformismo di massa, perdita del
senso di identificazione (io non ti infliggo
dolore perché non vorrei fosse inflitto
a me), espulsione all'esterno della comunità
di elementi di tensione interna e loro identificazione
come nemico.
Poi, sorprendentemente, c'è la bellezza.
Ci sono gli atti di pietà, quelli
di moralità, di generosità
gratuita, e ce ne sono tanti. Ci sono anche
i libri, le parole, le immagini.
I fiori nel deserto, o le ginestre, se preferite.
Ma nella maggior parte dei casi, nella stragrande
maggioranza dei casi, sono atti individuali.
Mescolandosi con i gesti dettati dal conformismo
di massa, e soprattutto mescolandosi con
quel tran tran quotidiano, meccanico, che
costituisce il 99% delle nostre vite e si
sottrae alla nostra attenzione, questi gesti
grandi e piccoli di bellezza e di miseria
fanno la vita di una comunità così
come essa è ora. La costruzione della
comunità a venire è un compito
nobile, un ideale normativo necessario,
e ciascuno è giusto che dia del suo.
Mi pare sia più o meno quello che
stanno facendo quelli che sono qui dentro
per il gusto di dire ciò in cui credono,
e fare quella che io preferisco chiamare
dialettica - ma davvero qui è solo
questione di termini".
*
Il
6 settembre è la volta di Andrea
Inglese:
"Non
mi sono letto tutti i commenti scatenati
dal pezzo di Montanari e da quello di Moresco.
Sono troppi, spesso prolissi e ridondanti,
e a volte inutili. Ma mi hanno anche affascinato
molte cose. E altre le ho imparate. Se Moresco
ha parlato tre volte con Montanari, io gli
ho parlato una volta sola. Eppure sono ammirato
per l'energia che ha profuso nel rispondere
fino alla fine a tutti questi interventi.
Inoltre, da alcune sue risposte emerge,
quasi incidentalmente, il mestiere dello
scrittore. E dico mestiere nell'accezione
più seria del termine. (Basta che
non mi facciate cavar fuori delle etimologie!
Comunque, la discussione sull'etimologia
di "comunità" è
un perfetto esempio di come ci si possa
istruire - parlo a nome della mia cavernosa
ignoranza - divertendosi. Se vi obbligassero
a ripeterla altrettanto brillantemente,
non ci riuscireste.)
Ma vengo subito al dunque. Moresco ha centrato
il punto fondamentale. E lo dico, perché
si tratta di una delle poche cose che mi
sembra di aver capito a proposito dell'attività
letteraria. Non c'è necessariamente
sincronia tra la nascita di un'opera e l'esistenza
di una comunità dialogante. Ma non
si tratta di un'ipotesi. Questo è
un fatto. La possibile sincronia è
probabilmente auspicabile, ma molto spesso
non si è affatto realizzata. E anche
se si fosse realizzata, questo conta solo
relativamente per il destino dell'opera
e delle comunità che ne saranno eredi,
in tempi successivi. Il testo letterario,
per sua stessa natura, non può che
liberare progressivamente, e secondo gli
imprevedibili itinerari degli incontri,
le sue potenzialità semantiche. E
anche questo è un fatto assodato.
Come è del tutto ovvio che un autore
e la sua opera si nutrano
di comunità esistenti, ma anche solo
sognate. E molto spesso le opere (grandi
o piccole), nascono nel vuoto di comunità,
in società che si stanno disgregando
o che già sono disgregate. La letteratura
è una roba strana. Possiamo immaginarla
come un gran servizio che alcuni fanno al
progresso dell'uomo, ma a volte è
solo un purissimo veleno, e semmai funziona
come antidoto contro le forze distruttive
dell'uomo. Veleno che cura veleno. Non è
una visione romantica, mi sembra semmai
realistica. Prendiamo tre poeti sullo scaffale,
a caso. Celan, Eluard, Hughes. Se uno li
legge senza schermi, sono ordigni. Spesso,
possiamo starne certi, le parole dello scrittore
sono dirette contro qualcuno, contro una
certa società. Insomma, non voglio
farla lunga. Ma io non capisco questa pretesa
di porre la scrittura sotto la condizione
di una comunità realizzata (gli amici
di Zibaldone). Mi verrebbe da dire: gli
individui cerchino di fare comunità,
come possono. E nessuno aspetti l'opera.
Questa si farà o non si farà.
("L'uomo senza qualità"
di Musil non ha impedito l'ascesa di Hitler
e il nazismo.) E aggiungo, pensando alla
poesia, ciò che diceva Fortini: "la
poesia ha sempre un carattere conservatore".
La comunità non è un postulato.
Quindi in un blog come NI il lettore può
incontrarsi o meno con quanto trova scritto.
Può reagire o meno. Ed eventualmente
creare altre reazioni. Quindi un dialogo.
E magari un incontro. (E qui dirò
una potentissima banalità: io non
posso vivere una comunità senza carne.
Il dialogo telematico alla lunga mi lascia
con la mia enorme fame di carne: di nasi,
indumenti, timbri vocali, fiati, espressioni
facciali, bicchieri, piatti, ecc. E non
è poco.
Ho già detto come la penso sugli
scrittori in rete. Non hanno per me privilegi
catechizzanti, di avanguardie o altro. Si
mettono in gioco con la loro specifica pratica
della scrittura, la loro intelligenza non
pedante, e con tutte le loro idiosincrasie
e fragilità. Però se non hanno
patenti per catechizzare, nemmeno hanno
l'obbligo di prestarsi al dialogo infinito,
presentandosi sempre freschi a coloro che
li interpellano. Gli incontri possono nascere
o non nascere (se vogliamo fare la comunità).
Altrimenti siamo società, istituzioni
o servizi sociali (che è un'altra
cosa): dietro lo sportello dalle 8 alle
18. Per questo gli Zibaldoni percepiscono
con precisione la fatica e la riluttanza
di Moresco. L'opera ha spesso una sua teleologia
più evidente (e tirannica) di qualsiasi
discussione tra conoscenti od amici. C'è
una questione di economia delle energie.
Non si può discutere sempre, comunque
e di tutto. Anche per le discussioni ci
sono occasioni. E non tutte si equivalgono,
come le cacofonie della rete mi sembra dimostrino".
*
Il
7 settembre Helena Janeczek pubblica in
Nazione Indiana il testo Piccoli
indiani in cerca d'autore:
"Mentre
leggevo il romanzo dell'estate di Nazione
Indiana che si è sviluppato
prima in coda al pezzo di Raul Montanari
per poi passare alle lettere di Moresco,
ho avuto la sensazione che non solo i testi
si sono persi di vista quasi subito, ma
che nelle varie derive tematiche l'unico
tratto continuativo fosse la trasformazione
dei due autori in personaggi. Niente di
strano, così come non è poi
strano che il botta e risposta del blog
porti a parlare di altro e ancora d'altro.
(...) E' la società dello spettacolo,
bellezza, e tu non ci puoi far niente. (...).
Oggi regna un tipo di immagine non più
rivoluzionaria, un'immagine che, semplificandolo,
fissa il presente e gli preclude ogni futuro.
Crea personaggi grossolani, ma assolutamente
efficaci. Berlusconi, per fare l'esempio
più noto... (...) A questo punto
mi chiedo pure fino a che punto sia il mezzo
a strutturare il messaggio. Non credo che
sarebbe stato altrettanto facile dare del
servo in faccia a Montanari o riempire Moresco
di buoni consigli con lui di fronte. Non
solo perché ci sarebbe voluto più
coraggio, ma perché cambia tutto
quando al personaggio immaginario si sostituisce
la persona in carne e ossa.
La
solitudine e il senso di libertà
della comunicazione in rete rendono molto
più facile perdere il contatto col
fatto che ci si sta rivolgendo a qualcuno
di realmente esistente e di realmente sconosciuto,
non a un parto della propria immaginazione.
Ma se gli altri con cui scambio i miei post
rischiano di ridursi a miei personaggi,
la comunicazione non si riduce forse a una
specie di monologo drammatizzato a più
voci? E per tornare brevemente sulla questione
dei nicknames, a che cosa mi serve
il mio nuovo nome, se con questo nome non
mi invento una nuova identità - perché
il concetto stesso di identità è
un'invenzione recente e a mio avviso insostenibile-
bensì solo un io-narrante, un personaggio
nuovo? Il che è un'operazione letteraria
perfettamente legittima, ma non concede
una libertà maggiore di quanto non
imponga le sue regole. Colui che scrive
deve infatti conformarsi al proprio personaggio
e forse questo, alla lunga, crea un condizionamento
in più alla persona reale, al posto
di renderla più libera. Ma questo,
a dire il vero, non è un problema
che si crea solo scrivendo sotto uno pseudonimo.
Di uno scrittore dovrebbe contare ciò
che scrive, ma vedo che anche altrove non
è così. Apro il nuovo dizionario
della letteratura mondiale Larousse-Rizzoli
e mi accorgo che degli scrittori italiani
che hanno cominciato a pubblicare intorno
alla seconda metà degli anni ottanta
non è incluso praticamente nessuno,
salvo quelli di grande successo. Quelli
ci sono tutti, proprio tutti tutti, bravi
e pessimi, aggiornati fino a Faletti e Agnello
Hornby.
Sembra che il successo sia rimasto l'unico
criterio di discernimento con cui scremare
la letteratura contemporanea, ma a ben guardare
non si tratta nemmeno di questo. Alcuni
di quelli scrittori hanno in realtà
venduto assai meno di altri esclusi, ma
evidentemente i compilatori non si sono
potuti basare sui dati di vendita di tutte
le case editrici italiane. Si sono semplicemente
basati sulla loro immagine di successo.
Una recente bibbia approvata dalla CEI traduce
così la parte che ci interessa del
primo comandamento: "Non ti farai idolo
né immagine alcuna di quanto è
lassù nel cielo, né di quanto
è quaggiù sulla terra, né
di ciò che è nelle acque sottoterra"
(...)".
*
Interviene
Montanari l'8 settembre:
"(...)
Può darsi che il mondo editoriale
e massmediale in genere sia potente e raffinato
(magari! Chi ci lavora dentro sa benissimo
che la definizione più esatta è
quella che diede anni fa un mio amico: "Le
case editrici sono tutte delle baracche").
Ma in questo mondo, tranne in piccole realtà
pressoché militarizzate, non esiste
niente di monolitico. In Mondadori lavorano
fior di comunisti, anarchici, liberali di
sinistra, gente che ha una sua idea forte
del mondo e che cerca di applicarla ogni
giorno... e ci riesce! La Mondadori non
pubblica solo libri di regime, e neanche
falsi libri di controregime come certi parti
strazianti di ex compagni in vena di fare
del patetico. E' tutto molto più
complicato, molto più complesso.
Ci sono spinte e controspinte, tendenze
e reazioni; c'è la famosa dialettica,
e c'è una notevole autonomia politica
degli editor. Gli editor, in qualunque casa
editrice, sono molto più coinvolti
nella battaglia contro gli amministrativi,
i signori dei numeri e dei dati, che contro
le veline politiche, spesso inesistenti.
Potrei farle esempi al limite del comico.
Ci sono enclave non solo di sinistra, o
comunque di pensiero "contro",
ma anche semplicemente di pensiero "forte"
(in termini estetici) nei luoghi più
impensati, per esempio al "Giornale".
E' difficile immaginare un quotidiano politicamente
più sputtanato del "Giornale",
o perlomeno diciamo che con "Libero"
è una bella lotta. La differenza
è che al "Giornale" ci
sono pagine culturali interessanti, redatte
da gente che sa di cosa parla. Faccio un
esempio personale. Il "Giornale"
ha potuto pubblicare, due anni fa, una recensione
ultrapositiva del più politico dei
miei romanzi, "Che cosa hai fatto",
un libro in cui la presenza di quello che
lei chiama il signor B. è talmente
opprimente, pervasiva, portata all'estremo
in una Milano invasa da carri armati e torturatori,
che contemporaneamente all'uscita di quella
recensione ne appariva una sul Manifesto,
a firma di Aldo Busi, che definiva il protagonista
del libro "il perfetto nuovo fascista
berlusconiano". Scusate davvero l'esempio
personale: le cose che ci riguardano le
conosciamo meglio. Vogliamo parlare dei
TG? E' ovvio che ci sono due TG targati
Mediaset che rientrano tranquillamente nella
definizione di realtà militarizzate.
E' altrettanto ovvio che il TG5 è,
nell'ambito di quello che può dare
un notiziario borghese che deve comunque
fare i conti con le pastoie e le banalizzazioni
del linguaggio televisivo, un TG che spesso
ha assunto posizioni critiche. Il TG5 apre
con dati disastrosi sull'economia mentre
il TG4, Studio aperto e i due TG RAI in
mano alla maggioranza si accalorano a spiegarci
che in fondo tutto va bene. Io non ho nessuna
particolare simpatia per i conduttori del
TG5 (ho anzi un'antipatia coltivata da anni
verso vippetti alla Sposini e Bonamici)
né per il tono veloce e leggero con
cui porgono le notizie, per non parlare
degli ultimi escamotage neoedonistici tipo
la rubrica "Gusto", annunciata
alle 13 e 25 di ogni giorno con evidente
sollievo dal mezzobusto di turno dopo aver
snocciolato notizie sconfortanti; però
la scelta delle cose da dire, dei contenuti,
e dell'ordine in cui esporli è un
atto politico, e devo constatare che questa
gente, che "prende lo stipendio dal
signor B.", dimostra una decenza rispettabile
nello svolgere il proprio lavoro. Da un
punto di vista di critica estrema, è
evidente che anche loro vanno dritti nel
calderone; se staccandosi dall'assoluto
platonico si ha voglia di fare qualche distinzione
rimestando aristotelicamente nella fogna,
le differenze si notano.
Quindi, senza polemizzare ma con la sola
intenzione di puntualizzare, ad Ant Mart
e a molti che vedono il mondo dei media
e dell'editoria dall'esterno e lo percepiscono
meglio organizzato (in senso nazista o anche
semplicemente pratico) di come è,
vorrei dire che le cose non stanno così.
Là dentro, come altrove, ci stanno
teste, voci, opinioni, casino, e nella maggior
parte dei casi quel poco o quel tanto di
libertà che si percepisce nelle scelte
degli editor(i) non deriva affatto da una
calcolata concessione dall'alto, ma semplicemente
dalla battaglia di idee che si svolge quotidianamente,
orizzontalmente, fra compromessi e impennate
di onestà, come in ogni azienda.(...)".
*
A
Montanari risponde Gabrielli il 9 settembre:
"(....)
Chiunque abbia mai messo piede in una casa
editrice sa quanto ciò che lei scrive
sia esatto. Le case editrici sono così
assolutamente artigianali e abitate da figure
anomale (dal folle all'incompetente, dal
visionario al maniaco, dal ragioniere al
manager rampante) che qualunque visione
monolitica e dietrologa è a dir poco
fuorviante. Le cose sono molto più
semplici e assurde di quel che si può
credere dall'esterno. È quindi vero
che dall'interno si può condurre
una battaglia seria affinché qualcosa
di nuovo e semplicemente di serio possa
accadere nel "mercato editoriale".
Nella letteratura, invece, come si sa, le
cose accadono indipendentemente da noi,
editor o consulenti: Kafka docet. Ma è
proprio qui che trovo che quel che lei dice
mal risponda alle critiche mosse alla Janeczek.
Cerco di spiegarmi. Helena Janeczek tiene
a distinguere tra autore e personaggio,
accusando i lettori di NI di cadere in una
profonda confusione tra le due figure. E
sia: l'autore è una persona, il personaggio
la sua caricatura fantasmatica. Ma la questione
è: chi è davvero l'autore?
L'autore - e in particolare l'autore che
scrive su NI - non è esattamente
la somma del suo apparire pubblico? Un autore
non è il responsabile di ogni sua
singola parola, di ogni suo scritto (anche
il più piccolo - anzi, a maggior
ragione proprio del più piccolo e
marginale)? Un autore non si distingue da
un qualunque scribacchino proprio perché
ogni sua parola pubblica è soggetta
alla sua auctoritas? E non dovrebbe quindi
rispondere di tutto quel che scrive e dice?
Paradossalmente un autore non vota la sua
vita alla trasparenza, alla necessità
di dover rispondere di tutta la propria
esistenza davanti alla giuria dei propri
lettori? E, insisto, a maggior ragione un
autore che decide di non dedicarsi esclusivamente
alla sua opera ma di divenir un personaggio
pubblico (come accade qui in NI) non può
poi dire che la vita privata non c'entra,
aggiungendo che i lettori dovrebbe riferirsi
solamente all'opera. Mi sembra una questione
prettamente logica: se voglio essere giudicato
solo per i miei libri, devo limitarmi a
quelli; se voglio parlare della società
italiana, del ruolo che gli intellettuali
giocano in essa, dei sistemi di potere,
allora devo accettare e saper rispondere
a tutte le critiche che concernono la mia
persona, di autore, riguardo a questi temi,
non ai miei soli libri. E, allora, in questo
caso, si ha perfettamente ragione a chiedere
conto da chi viene pagato chi parla contro
il padrone. Si ha ragione perché
la questione non è più personale,
ma pubblica; non riguarda la persona, ma
l'autore, colui le cui parole hanno un peso
differente. E, in questo, concorderà
con me che la situazione tra una persona
che non ha alternative e lavora per la Bracco
e uno scrittore che lavora per il "nemico"
è sicuramente diversa: di nuovo si
pone la differenza tra la responsabilità
infinita di un autore e quella limitata
di una persona privata, oltre probabilmente
alla differente possibilità economica.
Dunque, la difesa del "chi è
senza peccato, scagli la prima pietra",
è un po' debole e facile per un intellettuale.
Qui, davvero, come ricordava lei a diversi
lettori questa estate, si può e si
deve fare di più. Non so, forse sbaglio,
ma io credo che negli attacchi che vi sono
rivolti, sia in gioco qualcosa che concerne
la vostra funzione di autori (singoli e
in comunità); e credo che le persone
che vi criticano lo fanno, non per cattiveria
o invidia, ma pensando che la vostra funzione
sia importante e che a volte voi la prendiate
con troppa leggerezza (è credo questo
che ha scatenato la reazione al suo pezzo
su Glamour, per il luogo in cui è
stato pubblicato e perché veniva
appena dopo un articolo della "comunità
di NI" in cui si criticava esattamente
il tono e lo stile del suo articolo, ironico
e "leggero".) Con simpatia (secondo
l'etimo della parola). G.".
*
A
Gabrielli risponde Montanari il 13 settembre:
"(...)
Il suo ragionamento è appassionato,
ma la conclusione non mi convince affatto.
Non riesco a capire perché uno scrittore
"vota la sua vita alla trasparenza,
alla necessità di dover rispondere
di tutta la propria esistenza davanti alla
giuria dei propri lettori".
Se fosse così, staremmo freschi!
Non mi metto nemmeno a fare l'elenco delle
miserie, delle meschinità, delle
opinioni politiche inaccettabili, dei comportamenti
criminosi che troviamo nelle biografie della
maggior parte degli scrittori che ammiriamo
e che hanno arricchito la nostra testa e
la nostra esistenza con le loro pagine.
Lo scrittore anzitutto scrive, altrimenti
dobbiamo chiamarlo con un altro nome. Questa
"trasparenza" non la chiedono
più nemmeno ai santi, figuriamoci
agli scrittori. Giustamente è stato
detto che nessun grand'uomo è tale
per il suo cameriere: guarda da vicino il
grande artista e ci troverai le stesse piccolezze
che sono comuni alla natura umana, le stesse
scoregge dell'anima e del culo. Se si parte
con questo principio, confondendo autore
e opera, a cosa serve leggere i libri? Leggiamo
le biografie degli autori, ci basteranno.
Se ci danno il buon esempio, bene. Se ce
lo danno cattivo, cancelliamoli. Si rende
conto di quanto è stravagante questa
logica? Fra un grande scrittore che come
uomo è detestabile e uno scrittore
mediocre, che è una brava persona
e si comporta bene verso la sua famiglia,
quale ci interessa come scrittore? Magari
come condomino vorremmo il secondo; ma cosa
ce ne frega di leggere quello che ha da
dire, se da dire ha poco e lo dice pure
male?
Lo scrittore risponde di ciò che
scrive, e basta; se, non essendo ricco di
famiglia, è costretto a lavorare,
lavora. E può darsi benissimo che
si trovi a lavorare in un mondo, quello
editoriale, in cui trovare presidenti sgraditi
è altrettanto facile quanto nel mondo
aziendale in tutto il suo complesso.(...)".
*
Rivolgendosi
a Dario Voltolini, che lamentava certe "contraddizioni"
in alcuni commenti, il 14 settembre Ant.
Mart. afferma:
"Caro
Voltolini, emotivamente siamo molto più
vicini di quanto tu pensi. Io qui sto impersonando,
come direbbe la Janeczeck, la contraddizione
di chi vive in tempo reale la scrittura
scrivendo in un blog, di chi mentre dice
A, allo stesso tempo può facilmente
dire B, con disinvoltura e, soprattutto,
senza che nessuno se ne accorga o faccia
riflessione o eserciti una sana memoria.
Scrivere in queste condizioni - in blog
"liberi", forum o che altro -
è esattamente tutto questo messo
insieme, magari condito con anonimato e
un pizzico di mistero. Scrivere in queste
condizioni - ti domando allora - è
ancora scrivere? E parlare in questo modo
"improvviso", irriflessivo, immunizzato,
serve ancora a qualcuno o a qualcosa? Sono,
da un lato, molto dispiaciuto della tua
ingenuità, che ancora si accanisce
sugli aspetti contenutistici dei miei testi,
frutto chiaramente di sbalzi d'umore (scrivo
sempre di getto la risposta a quello che
leggo, senza pensaci su nemmeno un secondo),
e trascura gli aspetti di "posizione",
come dice Carla Benedetti, del soggetto
parlante; dall'altro, però, mi torni
molto simpatico e stimabile, perché
l'ingenuità è segno di grandezza
d'animo. Ma, come dicevo, la questione è
un'altra, e sta piuttosto nelle domande
che pone Montanari, e che io riprendevo
a modo mio: quale etica è ancora
possibile in queste condizioni di dialogo
immunizzato? Chi esercita il controllo morale
giusto, se tutti possiamo dire tutto di
tutti, e, allo stesso tempo, anche l'esatto
contrario, e, soprattutto, se non esiste
da nessuna parte una idea di comunità
di riferimento? Se, in poche parole, tutto
diventa verbigerazione folle, e anzi, appena
un argomento serio si appropinqua all'orizzonte,
la prima regola è banalizzarlo, con
una battuta veloce, un frizzo, un lazzo,
una scostumatezza? Prendiamo proprio il
nostro caso. Montanari, ad esempio, ti invita
a discutere delle sue domande e di quelle
che hanno posto altri insieme a lui, ma
tu preferisci rispondere a me, che parlo
come un umore impazzito. Ti sembra un caso?
A me no, perché so che questa è
la logica perversa del blog, perché
il blog attira, per le cause che ho accennato
sopra, come un vortice, e dà l'illusione
dell'immediatezza e, quindi, dell'attimo
pienamente goduto e compreso. Ma solo l'illusione,
bada bene, solo l'illusione della verità,
caro amico che vieni stordito da me che
parlo a vanvera e così ti distrai
dalle domande serie. Io non lo so, però
mi pare che è in questa melma umorale
che siamo impelagati tutti quando diventiamo
scrittori di interventi in un blog, melma
dalla quale, ripeto, forse Scarpa ha già
deciso di "immunizzarsi" [Tiziano
Scarpa, mentre si svolgeva questa discussione
in NI, ha chiuso le finestre di commento
ai suoi pezzi, impedendo quindi ai lettori
di intervenire, ndr]: non risolvendo
nulla per la comunità con la sua
censura, ma forse risolvendo almeno i suoi
problemi di "scrittore" che deve
continuare a fare i fatti suoi, cioè
a scrivere".
*
Interviene
il 15 settembre Montanari in polemica con
Ant. Mart.:
"(...)
Lei continua a chiedere agli altri di dire
la loro sulla communitas, lo chiede a Moresco,
a Helena, a Voltolini, ma questa benedetta
communitas non è anzitutto il reciproco
riconoscimento di un metodo di discussione?
La communitas non è anzitutto comunicazione?
Cosa dovrebbe fare Voltolini? Scrivere un
breve trattato sulla communitas? Cosa ha
fatto Moresco, che è stato rimproverato
in una maniera per me incomprensibile? Moresco
ha preso molto sul serio le opinioni di
De Vivo e Virgilio, ha risposto, ha proposto
una visione dinamica del rapporto fra comunità
e opere, dicendo che non gli sembrava che
la costituzione di una comunità dovesse
per forza precedere le opere, che le due
operazioni storicamente hanno sempre proceduto
di pari passo. Stranamente, e lo dico senza
ironia: stranamente, incomprensibilmente,
questa sua presa di posizione è stata
giudicata "elusiva", "tardoromantica",
"superficiale". A me sembra che
Moresco abbia detto la sua, eccome! E mi
sembra che questa opinione sia un contributo
alla communitas, come lo è stata
l'interpretazione del dibattito estivo proposta
da Helena, come lo è lo spirito "illuminista"
di Voltolini, che chiede, interroga, cerca
letteralmente di fare luce e chiarezza.(...)
La cosa banale è che, come diceva
Bacone, credo, noi siamo più vecchi
degli antichi, perché abbiamo più
anni di loro, più secoli di storia
e di pensiero su cui riflettere. Noi siamo
in piedi sulle spalle dei giganti che ci
hanno preceduto; siamo nani, ma, appunto,
essendo in piedi sulle loro spalle, alla
fine siamo più alti di loro. Può
darsi benissimo che in termini di valore
letterario e potenza di pensiero Scarpa
sia alto un centimetro e Leopardi sia alto
un chilometro; però Scarpa scrive
adesso, dopo aver assimilato e messo in
circolo, dentro di sé, l'opera di
Leopardi; sta seduto sopra Leopardi, vede
un centimetro (per me più di un centimetro,
è chiaro...) più lontano di
quanto poteva vedere Leopardi, per il semplice
fatto che vede il contemporaneo e può
parlarci della televisione, dell'elettronica,
di internet, dei MacDonald, della trasformazione
antropologica che stiamo subendo in questo
momento, di cose che non c'erano al tempo
di Leopardi. Cosa ci lascia Leopardi? La
bellezza di ciò che ha scritto, e
una riflessione profondissima sulla natura
umana che in parte tocca il SUO contemporaneo
(comportamenti, costumi, schemi relazionali
che per noi possono avere solo valore storico),
in parte invece abbraccia una serie di costanti,
di invarianti di questa natura e di questo
agire umano (comportamenti, costumi, schemi
relazionali che hanno TUTTORA un valore
conoscitivo enorme per tutti noi).
Cosa non può lasciarci Leopardi,
essendo stato fornito di ogni dote possibile
ma non dell'ubiquità temporale o
dell'onniveggenza (se non in senso metaforico)?
La descrizione del NOSTRO contemporaneo,
del nostro tempo. È banale, ma va
ricordato. Il centimetro di Scarpa ha un
valore incalcolabile, perché coglie
contenuti e modalità che Leopardi,
per forza di cose non poteva cogliere; che
nemmeno Pasolini, in realtà, poteva
cogliere interamente, e parlo di un autore
cronologicamente molto più vicino
a noi, che ci ha lasciato sul nascente mondo
della massificazione televisiva una testimonianza
di pensiero straordinaria. Ricordiamoci
che quelli che adesso ascoltano Mozart e
ridono di Stockhausen o di Arvo Part sono,
in ispirito, gli stessi che all'epoca di
Mozart non capivano Mozart, lo chiamavano
"nasone" e "cacciatore di
dissonanze", e l'hanno fatto crepare
a 36 anni in un modo indegno, squattrinato,
alcolizzato, amareggiato, distrutto. L'atteggiamento
era lo stesso: la svalutazione del contemporaneo,
il rifugio nella "buona musica"
e nelle "buone letture", solide,
sicure, gustose, confortanti (...)".
*
Dario
Voltolini, rivolgendosi il 15 settembre
a Ant. Mart., scrive:
"Basta
così. È ora di un'autocritica.
All'inizio di questa colonna c'è
un testo di Helena nel quale è scritto
che "nelle varie derive tematiche l'unico
tratto continuativo" (nei commenti)
è "la trasformazione degli autori
in personaggi". Questo era il punto
di partenza, e naturalmente questo è
il punto da cui, di deriva in deriva, ci
si è allontanati. L'autocritica comincia
qui. Io infatti ho dato per scontato che,
poi ho trovato dove ho voluto conferme che,
e in seguito mi sono assolutamente convinto
che, l'autore della deriva fosse Ant. Mart.
Ma è del tutto evidente che lo sono
anche io. Precisamente perché ho
di Ant. Mart. la visione e la percezione
che si ha di un personaggio. Me lo immagino,
credo di sapere cosa pensa, e così
via. In verità quello che io credo
di sapere di lui me lo sono fabbricato io
e l'ho oggettivizzato con una mossa del
tutto mia privata, del pensiero e dell'immaginazione.
In altre parole: non ho che dei pregiudizi.
Se rifletto, mi rendo conto che non solo
non so nulla di lui, ma addirittura è
probabile che creda il falso. Dico infatti
"lui", ma se fosse una "lei"?
Chi mi ha mai detto se Ant. Mart. è
maschio o femmina? Lo (la?) credo italiano(a),
ma perché mai? Me lo (la) immagino
piuttosto giovane, ma su quali basi? C'era
in giro in rete, e forse ancora c'è,
un sito accedendo al quale si riceveva in
omaggio un grazioso testo narrativo postmoderno,
scritto per l'occasione e per il navigatore
di turno. Era un software, che scriveva
il testo. Non era NESSUNO: era un software.
Lì il gioco era palese e l'idea era
quella di ironizzare sulle poetiche postmoderne,
o su alcune loro epigonali derivazioni.
Ma insomma, senza il paratesto che informava
dello scherzo, avrebbe anche potuto trarre
in inganno qualcuno. Bene, finisce qui la
mia autocritica. Saluto Ant. Mart., maschio
o femmina che sia, vecchia o giovane che
sia, umana o sintetico che sia. E' stato
comunque un interessante test di Turing:
se l'intelligenza di Ant. Mart. (come continuo
a credere) è umana, bene così;
se è artificiale, complimenti al
software engineer (...)".
*
Risponde
il 16 settembre Ant. Mart.:
La
Janecz. aveva ragione, ma aveva anche torto.
Voltolini ha ragione, ma ha anche torto.
Montanari aveva ragione, ma ha anche torto.
Soltanto io ho sempre e solo ragione! Vi
sembrerà strano, ma è così.
Ora proverò a introdurvi alla dimostrazione
di tale assunto (solo introdurvi, però,
la dimostrazione tutta intera ci vuole ben
più tempo e spazio).
Allora. La Janeczek ha ragione quando dice
che si tratta solo di una gigantesca messinscena,
ma sbaglia quando comincia a chiamarsi fuori,
lei e i suoi amici, da questa messinscena,
nella quale lei è personaggio come
me e tutti gli altri. Da questo preciso
istante, comincia la fetta di ragione di
Voltolini, che questa cosa l'ha capita,
ma sbaglia, anche lui, quando comincia a
chiamarsi fuori da questa faccenda per andare
a fare altre cose (presumibilmente più
importanti). A questo punto, entra in scena
(sic!) Montanari. Che ha ragione quando
dice che quello che resta sono le opere,
ma non si rende conto che lui qui dentro
sta costruendo un'alta opera, l'opera al
nero del suo fallimento come scrittore che
infine si è autodeclassato a blogger.
Il blogger, infine, sono io, soltanto io,
il teppista della rete, che vi impedisce
di parlare di cose serie con pose serie,
ma vi fa sentire tutto il peso del vostro
esser niente altro che esseri umani accalappiati
da una rete. Molto piacere di avervi conosciuti,
il mio nome è Umberto Eco".
*
Reagisce
Montanari il 16 settembre:
"Scusate,
ma dopo quest'ultima capriola di Ant. Mart.
io mi ritiro e vado a fallire come scrittore
altrove, portandomi dietro l'impressione
un po' sconfortante di avere sopravvalutato
il mio interlocutore. Non scriverò
più una sillaba su questa colonna
di commenti, che ormai è un cadavere.
Ciao a tutti, ci si legge da qualche altra
parte".
(I
- continua)
-
Le immagini che illustrano questo testo
sono le lettere "B", "C"
e "D" della serie Frammentato
abbecedario di un viaggio, di Raffaella
Garavini.
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