idee per partire
col coltello
archivi
immagini
ZIB II serie

AVVISO AI NAVIGANTI. I testi presenti in "Col coltello" non sono catalogati negli "Archivi" e pertanto sono leggibili soltanto in questa pagina.
 

24 novembre 2003  

*

Il 4 settembre chiediamo a Montanari di pronunciarsi esplicitamente sui temi in questione:

"Ci diresti adesso "che cosa è" per te la comunità?
Ti sembrerà ozioso e pedante il fatto che noi insistiamo su una questione del genere. In realtà essa è per noi di capitale importanza, per due motivi: 1) Perché la nostra rivista si propone innanzitutto di fondare una comunità aperta di artisti, scrittori e lettori; 2) Perché la fondazione di una tale comunità è la condizione essenziale per la discussione ulteriore su qualsiasi altro tema che ci sta a cuore: la guerra, la scuola, il mondo dei bambini, quello della cultura, e quant'altro. Se non c'è comunità dialogante, sostanziale, non solo ufficiale, che si scambia idee e riflessioni come fossero doni, per noi non c'è nulla. E tu che cosa ne pensi?"

*

Il 5 settembre ci risponde Montanari:

"Temo che la 'communitas' come la intendete e proponete voi sia principalmente un ideale normativo.
Kant dice: un ideale può essere raggiungibile e concreto; oppure può essere irraggiungibile in partenza, come per esempio la perfetta imitatio Christi che si propone il vero credente. Un ideale di questo secondo tipo dev'essere abbandonato a favore degli ideali concreti? No, perché indica una direzione lungo la quale camminare. Questo è un ideale "normativo": suggerisce una norma, cioè un senso e una direzione, anche se il suo nucleo rimane inattingibile. Io posso camminare verso il sole anche se so che certamente non raggiungerò il sole, ma andando in questa direzione probabilmente passerò, o potrò fermarmi, in luoghi dove la natura è meno ostile di quella che nasce nell'ombra e nel freddo.
Quindi, tutto il rispetto possibile per la direzione che indicate. Quello che è successo qui, in questi commenti, e anche in altre situazioni di dialettica del web che ho incontrato in passato, conferma un certo pessimismo di partenza sulla natura umana e soprattutto sulla psicologia dei gruppi e sulle dinamiche che si creano quando c'è l'immunitas.
L'uomo è una strana bestia. Non c'è quasi nessun uomo che, visto da vicino o conosciuto intimamente, non sia affascinante. Una mia vecchia amica, Daria Bignardi (adesso giù con l'ironia sull'ex conduttrice del Grande Fratello, mi raccomando... non dico voi due, ovviamente), mi disse una frase memorabile, qualche anno fa. Aveva appena cominciato a camminare nel mondo pseudoVip, e si stupiva di incontrare da vicino persone che viste in tv o lette sui giornali le avevano fatto orrore, mentre ascoltate o "annusate" da vicino rivelavano una complessità, una tenerezza, un'umanità inattese. Daria mi disse: "Forse bisognerebbe restare chiusi in casa e odiare". Conservare, cioè, la purezza del sentimento che un uomo ti ispira con le sue idee e il suo comportamento finché ti è lontano, perché la sim-patia che ti può suscitare da vicino corrompe la purezza di questo sentimento, ti confonde le idee. Questo non vale per le situazioni di gruppo, in cui si innescano fenomeni noti alla psicologia sociale, che si sintetizzano nel concetto di "responsabilità diffusa" (qualunque atto io compia è meno grave, perché non sono l'unico a compierlo). Studenti universitari americani hanno inflitto scariche elettriche a soggetti umani, perché gli era stato chiesto di farlo e soprattutto perché avevano visto altri farlo. Per fortuna le scariche elettriche erano fasulle, e i soggetti urlanti erano attori. Altri esperimenti hanno visto persone normalissime trasformarsi in carcerieri, aguzzini, torturatori. Ogni giorno sulle strade c'è un uomo con le gambe rotte che chiede aiuto, ma le automobili continuano a correre via, nella stessa direzione presa da quella che lo ha investito.
C'è un fondo orribile che aspetta solo di salire in superficie, e lo fa più facilmente quando a picchiare si è in tanti. Un intero popolo, quello tedesco, si è trasformato in una massa organizzata di assassini e conniventi di assassini, e questo è successo solo mezzo secolo fa, e non si trattava di conflitti tribali ma di un popolo che aveva dato forse i massimi contributi al costituirsi di una civiltà europea moderna. I meccanismi erano gli stessi: conformismo di massa, perdita del senso di identificazione (io non ti infliggo dolore perché non vorrei fosse inflitto a me), espulsione all'esterno della comunità di elementi di tensione interna e loro identificazione come nemico.
Poi, sorprendentemente, c'è la bellezza. Ci sono gli atti di pietà, quelli di moralità, di generosità gratuita, e ce ne sono tanti. Ci sono anche i libri, le parole, le immagini.
I fiori nel deserto, o le ginestre, se preferite. Ma nella maggior parte dei casi, nella stragrande maggioranza dei casi, sono atti individuali. Mescolandosi con i gesti dettati dal conformismo di massa, e soprattutto mescolandosi con quel tran tran quotidiano, meccanico, che costituisce il 99% delle nostre vite e si sottrae alla nostra attenzione, questi gesti grandi e piccoli di bellezza e di miseria fanno la vita di una comunità così come essa è ora. La costruzione della comunità a venire è un compito nobile, un ideale normativo necessario, e ciascuno è giusto che dia del suo. Mi pare sia più o meno quello che stanno facendo quelli che sono qui dentro per il gusto di dire ciò in cui credono, e fare quella che io preferisco chiamare dialettica - ma davvero qui è solo questione di termini".

*

Il 6 settembre è la volta di Andrea Inglese:

"Non mi sono letto tutti i commenti scatenati dal pezzo di Montanari e da quello di Moresco. Sono troppi, spesso prolissi e ridondanti, e a volte inutili. Ma mi hanno anche affascinato molte cose. E altre le ho imparate. Se Moresco ha parlato tre volte con Montanari, io gli ho parlato una volta sola. Eppure sono ammirato per l'energia che ha profuso nel rispondere fino alla fine a tutti questi interventi. Inoltre, da alcune sue risposte emerge, quasi incidentalmente, il mestiere dello scrittore. E dico mestiere nell'accezione più seria del termine. (Basta che non mi facciate cavar fuori delle etimologie! Comunque, la discussione sull'etimologia di "comunità" è un perfetto esempio di come ci si possa istruire - parlo a nome della mia cavernosa ignoranza - divertendosi. Se vi obbligassero a ripeterla altrettanto brillantemente, non ci riuscireste.)
Ma vengo subito al dunque. Moresco ha centrato il punto fondamentale. E lo dico, perché si tratta di una delle poche cose che mi sembra di aver capito a proposito dell'attività letteraria. Non c'è necessariamente sincronia tra la nascita di un'opera e l'esistenza di una comunità dialogante. Ma non si tratta di un'ipotesi. Questo è un fatto. La possibile sincronia è probabilmente auspicabile, ma molto spesso non si è affatto realizzata. E anche se si fosse realizzata, questo conta solo relativamente per il destino dell'opera e delle comunità che ne saranno eredi, in tempi successivi. Il testo letterario, per sua stessa natura, non può che liberare progressivamente, e secondo gli imprevedibili itinerari degli incontri, le sue potenzialità semantiche. E anche questo è un fatto assodato. Come è del tutto ovvio che un autore e la sua opera si Raffaella Garavini, 'Frammentato abbecedario di un viaggio', lettera Dnutrano di comunità esistenti, ma anche solo sognate. E molto spesso le opere (grandi o piccole), nascono nel vuoto di comunità, in società che si stanno disgregando o che già sono disgregate. La letteratura è una roba strana. Possiamo immaginarla come un gran servizio che alcuni fanno al progresso dell'uomo, ma a volte è solo un purissimo veleno, e semmai funziona come antidoto contro le forze distruttive dell'uomo. Veleno che cura veleno. Non è una visione romantica, mi sembra semmai realistica. Prendiamo tre poeti sullo scaffale, a caso. Celan, Eluard, Hughes. Se uno li legge senza schermi, sono ordigni. Spesso, possiamo starne certi, le parole dello scrittore sono dirette contro qualcuno, contro una certa società. Insomma, non voglio farla lunga. Ma io non capisco questa pretesa di porre la scrittura sotto la condizione di una comunità realizzata (gli amici di Zibaldone). Mi verrebbe da dire: gli individui cerchino di fare comunità, come possono. E nessuno aspetti l'opera. Questa si farà o non si farà. ("L'uomo senza qualità" di Musil non ha impedito l'ascesa di Hitler e il nazismo.) E aggiungo, pensando alla poesia, ciò che diceva Fortini: "la poesia ha sempre un carattere conservatore".
La comunità non è un postulato. Quindi in un blog come NI il lettore può incontrarsi o meno con quanto trova scritto. Può reagire o meno. Ed eventualmente creare altre reazioni. Quindi un dialogo. E magari un incontro. (E qui dirò una potentissima banalità: io non posso vivere una comunità senza carne. Il dialogo telematico alla lunga mi lascia con la mia enorme fame di carne: di nasi, indumenti, timbri vocali, fiati, espressioni facciali, bicchieri, piatti, ecc. E non è poco.
Ho già detto come la penso sugli scrittori in rete. Non hanno per me privilegi catechizzanti, di avanguardie o altro. Si mettono in gioco con la loro specifica pratica della scrittura, la loro intelligenza non pedante, e con tutte le loro idiosincrasie e fragilità. Però se non hanno patenti per catechizzare, nemmeno hanno l'obbligo di prestarsi al dialogo infinito, presentandosi sempre freschi a coloro che li interpellano. Gli incontri possono nascere o non nascere (se vogliamo fare la comunità). Altrimenti siamo società, istituzioni o servizi sociali (che è un'altra cosa): dietro lo sportello dalle 8 alle 18. Per questo gli Zibaldoni percepiscono con precisione la fatica e la riluttanza di Moresco. L'opera ha spesso una sua teleologia più evidente (e tirannica) di qualsiasi discussione tra conoscenti od amici. C'è una questione di economia delle energie. Non si può discutere sempre, comunque e di tutto. Anche per le discussioni ci sono occasioni. E non tutte si equivalgono, come le cacofonie della rete mi sembra dimostrino".

*

Il 7 settembre Helena Janeczek pubblica in Nazione Indiana il testo Piccoli indiani in cerca d'autore:

"Mentre leggevo il romanzo dell'estate di Nazione Indiana che si è sviluppato prima in coda al pezzo di Raul Montanari per poi passare alle lettere di Moresco, ho avuto la sensazione che non solo i testi si sono persi di vista quasi subito, ma che nelle varie derive tematiche l'unico tratto continuativo fosse la trasformazione dei due autori in personaggi. Niente di strano, così come non è poi strano che il botta e risposta del blog porti a parlare di altro e ancora d'altro. (...) E' la società dello spettacolo, bellezza, e tu non ci puoi far niente. (...). Oggi regna un tipo di immagine non più rivoluzionaria, un'immagine che, semplificandolo, fissa il presente e gli preclude ogni futuro. Crea personaggi grossolani, ma assolutamente efficaci. Berlusconi, per fare l'esempio più noto... (...) A questo punto mi chiedo pure fino a che punto sia il mezzo a strutturare il messaggio. Non credo che sarebbe stato altrettanto facile dare del servo in faccia a Montanari o riempire Moresco di buoni consigli con lui di fronte. Non solo perché ci sarebbe voluto più coraggio, ma perché cambia tutto quando al personaggio immaginario si sostituisce la persona in carne e ossa.
La solitudine e il senso di libertà della comunicazione in rete rendono molto più facile perdere il contatto col fatto che ci si sta rivolgendo a qualcuno di realmente esistente e di realmente sconosciuto, non a un parto della propria immaginazione. Ma se gli altri con cui scambio i miei post rischiano di ridursi a miei personaggi, la comunicazione non si riduce forse a una specie di monologo drammatizzato a più voci? E per tornare brevemente sulla questione dei nicknames, a che cosa mi serve il mio nuovo nome, se con questo nome non mi invento una nuova identità - perché il concetto stesso di identità è un'invenzione recente e a mio avviso insostenibile- bensì solo un io-narrante, un personaggio nuovo? Il che è un'operazione letteraria perfettamente legittima, ma non concede una libertà maggiore di quanto non imponga le sue regole. Colui che scrive deve infatti conformarsi al proprio personaggio e forse questo, alla lunga, crea un condizionamento in più alla persona reale, al posto di renderla più libera. Ma questo, a dire il vero, non è un problema che si crea solo scrivendo sotto uno pseudonimo.
Di uno scrittore dovrebbe contare ciò che scrive, ma vedo che anche altrove non è così. Apro il nuovo dizionario della letteratura mondiale Larousse-Rizzoli e mi accorgo che degli scrittori italiani che hanno cominciato a pubblicare intorno alla seconda metà degli anni ottanta non è incluso praticamente nessuno, salvo quelli di grande successo. Quelli ci sono tutti, proprio tutti tutti, bravi e pessimi, aggiornati fino a Faletti e Agnello Hornby.
Sembra che il successo sia rimasto l'unico criterio di discernimento con cui scremare la letteratura contemporanea, ma a ben guardare non si tratta nemmeno di questo. Alcuni di quelli scrittori hanno in realtà venduto assai meno di altri esclusi, ma evidentemente i compilatori non si sono potuti basare sui dati di vendita di tutte le case editrici italiane. Si sono semplicemente basati sulla loro immagine di successo.
Una recente bibbia approvata dalla CEI traduce così la parte che ci interessa del primo comandamento: "Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sottoterra" (...)".

*

Interviene Montanari l'8 settembre:

"(...) Può darsi che il mondo editoriale e massmediale in genere sia potente e raffinato (magari! Chi ci lavora dentro sa benissimo che la definizione più esatta è quella che diede anni fa un mio amico: "Le case editrici sono tutte delle baracche").
Ma in questo mondo, tranne in piccole realtà pressoché militarizzate, non esiste niente di monolitico. In Mondadori lavorano fior di comunisti, anarchici, liberali di sinistra, gente che ha una sua idea forte del mondo e che cerca di applicarla ogni giorno... e ci riesce! La Mondadori non pubblica solo libri di regime, e neanche falsi libri di controregime come certi parti strazianti di ex compagni in vena di fare del patetico. E' tutto molto più complicato, molto più complesso. Ci sono spinte e controspinte, tendenze e reazioni; c'è la famosa dialettica, e c'è una notevole autonomia politica degli editor. Gli editor, in qualunque casa editrice, sono molto più coinvolti nella battaglia contro gli amministrativi, i signori dei numeri e dei dati, che contro le veline politiche, spesso inesistenti. Potrei farle esempi al limite del comico. Ci sono enclave non solo di sinistra, o comunque di pensiero "contro", ma anche semplicemente di pensiero "forte" (in termini estetici) nei luoghi più impensati, per esempio al "Giornale". E' difficile immaginare un quotidiano politicamente più sputtanato del "Giornale", o perlomeno diciamo che con "Libero" è una bella lotta. La differenza è che al "Giornale" ci sono pagine culturali interessanti, redatte da gente che sa di cosa parla. Faccio un esempio personale. Il "Giornale" ha potuto pubblicare, due anni fa, una recensione ultrapositiva del più politico dei miei romanzi, "Che cosa hai fatto", un libro in cui la presenza di quello che lei chiama il signor B. è talmente opprimente, pervasiva, portata all'estremo in una Milano invasa da carri armati e torturatori, che contemporaneamente all'uscita di quella recensione ne appariva una sul Manifesto, a firma di Aldo Busi, che definiva il protagonista del libro "il perfetto nuovo fascista berlusconiano". Scusate davvero l'esempio personale: le cose che ci riguardano le conosciamo meglio. Vogliamo parlare dei TG? E' ovvio che ci sono due TG targati Mediaset che rientrano tranquillamente nella definizione di realtà militarizzate. E' altrettanto ovvio che il TG5 è, nell'ambito di quello che può dare un notiziario borghese che deve comunque fare i conti con le pastoie e le banalizzazioni del linguaggio televisivo, un TG che spesso ha assunto posizioni critiche. Il TG5 apre con dati disastrosi sull'economia mentre il TG4, Studio aperto e i due TG RAI in mano alla maggioranza si accalorano a spiegarci che in fondo tutto va bene. Io non ho nessuna particolare simpatia per i conduttori del TG5 (ho anzi un'antipatia coltivata da anni verso vippetti alla Sposini e Bonamici) né per il tono veloce e leggero con cui porgono le notizie, per non parlare degli ultimi escamotage neoedonistici tipo la rubrica "Gusto", annunciata alle 13 e 25 di ogni giorno con evidente sollievo dal mezzobusto di turno dopo aver snocciolato notizie sconfortanti; però la scelta delle cose da dire, dei contenuti, e dell'ordine in cui esporli è un atto politico, e devo constatare che questa gente, che "prende lo stipendio dal signor B.", dimostra una decenza rispettabile nello svolgere il proprio lavoro. Da un punto di vista di critica estrema, è evidente che anche loro vanno dritti nel calderone; se staccandosi dall'assoluto platonico si ha voglia di fare qualche distinzione rimestando aristotelicamente nella fogna, le differenze si notano.
Quindi, senza polemizzare ma con la sola intenzione di puntualizzare, ad Ant Mart e a molti che vedono il mondo dei media e dell'editoria dall'esterno e lo percepiscono meglio organizzato (in senso nazista o anche semplicemente pratico) di come è, vorrei dire che le cose non stanno così. Là dentro, come altrove, ci stanno teste, voci, opinioni, casino, e nella maggior parte dei casi quel poco o quel tanto di libertà che si percepisce nelle scelte degli editor(i) non deriva affatto da una calcolata concessione dall'alto, ma semplicemente dalla battaglia di idee che si svolge quotidianamente, orizzontalmente, fra compromessi e impennate di onestà, come in ogni azienda.(...)".

*

A Montanari risponde Gabrielli il 9 settembre:

"(....) Chiunque abbia mai messo piede in una casa editrice sa quanto ciò che lei scrive sia esatto. Le case editrici sono così assolutamente artigianali e abitate da figure anomale (dal folle all'incompetente, dal visionario al maniaco, dal ragioniere al manager rampante) che qualunque visione monolitica e dietrologa è a dir poco fuorviante. Le cose sono molto più semplici e assurde di quel che si può credere dall'esterno. È quindi vero che dall'interno si può condurre una battaglia seria affinché qualcosa di nuovo e semplicemente di serio possa accadere nel "mercato editoriale". Nella letteratura, invece, come si sa, le cose accadono indipendentemente da noi, editor o consulenti: Kafka docet. Ma è proprio qui che trovo che quel che lei dice mal risponda alle critiche mosse alla Janeczek. Cerco di spiegarmi. Helena Janeczek tiene a distinguere tra autore e personaggio, accusando i lettori di NI di cadere in una profonda confusione tra le due figure. E sia: l'autore è una persona, il personaggio la sua caricatura fantasmatica. Ma la questione è: chi è davvero l'autore? L'autore - e in particolare l'autore che scrive su NI - non è esattamente la somma del suo apparire pubblico? Un autore non è il responsabile di ogni sua singola parola, di ogni suo scritto (anche il più piccolo - anzi, a maggior ragione proprio del più piccolo e marginale)? Un autore non si distingue da un qualunque scribacchino proprio perché ogni sua parola pubblica è soggetta alla sua auctoritas? E non dovrebbe quindi rispondere di tutto quel che scrive e dice? Paradossalmente un autore non vota la sua vita alla trasparenza, alla necessità di dover rispondere di tutta la propria esistenza davanti alla giuria dei propri lettori? E, insisto, a maggior ragione un autore che decide di non dedicarsi esclusivamente alla sua opera ma di divenir un personaggio pubblico (come accade qui in NI) non può poi dire che la vita privata non c'entra, aggiungendo che i lettori dovrebbe riferirsi solamente all'opera. Mi sembra una questione prettamente logica: se voglio essere giudicato solo per i miei libri, devo limitarmi a quelli; se voglio parlare della società italiana, del ruolo che gli intellettuali giocano in essa, dei sistemi di potere, allora devo accettare e saper rispondere a tutte le critiche che concernono la mia persona, di autore, riguardo a questi temi, non ai miei soli libri. E, allora, in questo caso, si ha perfettamente ragione a chiedere conto da chi viene pagato chi parla contro il padrone. Si ha ragione perché la questione non è più personale, ma pubblica; non riguarda la persona, ma l'autore, colui le cui parole hanno un peso differente. E, in questo, concorderà con me che la situazione tra una persona che non ha alternative e lavora per la Bracco e uno scrittore che lavora per il "nemico" è sicuramente diversa: di nuovo si pone la differenza tra la responsabilità infinita di un autore e quella limitata di una persona privata, oltre probabilmente alla differente possibilità economica. Dunque, la difesa del "chi è senza peccato, scagli la prima pietra", è un po' debole e facile per un intellettuale. Qui, davvero, come ricordava lei a diversi lettori questa estate, si può e si deve fare di più. Non so, forse sbaglio, ma io credo che negli attacchi che vi sono rivolti, sia in gioco qualcosa che concerne la vostra funzione di autori (singoli e in comunità); e credo che le persone che vi criticano lo fanno, non per cattiveria o invidia, ma pensando che la vostra funzione sia importante e che a volte voi la prendiate con troppa leggerezza (è credo questo che ha scatenato la reazione al suo pezzo su Glamour, per il luogo in cui è stato pubblicato e perché veniva appena dopo un articolo della "comunità di NI" in cui si criticava esattamente il tono e lo stile del suo articolo, ironico e "leggero".) Con simpatia (secondo l'etimo della parola). G.".

*

A Gabrielli risponde Montanari il 13 settembre:

"(...) Il suo ragionamento è appassionato, ma la conclusione non mi convince affatto. Non riesco a capire perché uno scrittore "vota la sua vita alla trasparenza, alla necessità di dover rispondere di tutta la propria esistenza davanti alla giuria dei propri lettori".
Se fosse così, staremmo freschi! Non mi metto nemmeno a fare l'elenco delle miserie, delle meschinità, delle opinioni politiche inaccettabili, dei comportamenti criminosi che troviamo nelle biografie della maggior parte degli scrittori che ammiriamo e che hanno arricchito la nostra testa e la nostra esistenza con le loro pagine. Lo scrittore anzitutto scrive, altrimenti dobbiamo chiamarlo con un altro nome. Questa "trasparenza" non la chiedono più nemmeno ai santi, figuriamoci agli scrittori. Giustamente è stato detto che nessun grand'uomo è tale per il suo cameriere: guarda da vicino il grande artista e ci troverai le stesse piccolezze che sono comuni alla natura umana, le stesse scoregge dell'anima e del culo. Se si parte con questo principio, confondendo autore e opera, a cosa serve leggere i libri? Leggiamo le biografie degli autori, ci basteranno. Se ci danno il buon esempio, bene. Se ce lo danno cattivo, cancelliamoli. Si rende conto di quanto è stravagante questa logica? Fra un grande scrittore che come uomo è detestabile e uno scrittore mediocre, che è una brava persona e si comporta bene verso la sua famiglia, quale ci interessa come scrittore? Magari come condomino vorremmo il secondo; ma cosa ce ne frega di leggere quello che ha da dire, se da dire ha poco e lo dice pure male?
Lo scrittore risponde di ciò che scrive, e basta; se, non essendo ricco di famiglia, è costretto a lavorare, lavora. E può darsi benissimo che si trovi a lavorare in un mondo, quello editoriale, in cui trovare presidenti sgraditi è altrettanto facile quanto nel mondo aziendale in tutto il suo complesso.(...)".

*

Rivolgendosi a Dario Voltolini, che lamentava certe "contraddizioni" in alcuni commenti, il 14 settembre Ant. Mart. afferma:

"Caro Voltolini, emotivamente siamo molto più vicini di quanto tu pensi. Io qui sto impersonando, come direbbe la Janeczeck, la contraddizione di chi vive in tempo reale la scrittura scrivendo in un blog, di chi mentre dice A, allo stesso tempo può facilmente dire B, con disinvoltura e, soprattutto, senza che nessuno se ne accorga o faccia riflessione o eserciti una sana memoria. Scrivere in queste condizioni - in blog "liberi", forum o che altro - è esattamente tutto questo messo insieme, magari condito con anonimato e un pizzico di mistero. Scrivere in queste condizioni - ti domando allora - è ancora scrivere? E parlare in questo modo "improvviso", irriflessivo, immunizzato, serve ancora a qualcuno o a qualcosa? Sono, da un lato, molto dispiaciuto della tua ingenuità, che ancora si accanisce sugli aspetti contenutistici dei miei testi, frutto chiaramente di sbalzi d'umore (scrivo sempre di getto la risposta a quello che leggo, senza pensaci su nemmeno un secondo), e trascura gli aspetti di "posizione", come dice Carla Benedetti, del soggetto parlante; dall'altro, però, mi torni molto simpatico e stimabile, perché l'ingenuità è segno di grandezza d'animo. Ma, come dicevo, la questione è un'altra, e sta piuttosto nelle domande che pone Montanari, e che io riprendevo a modo mio: quale etica è ancora possibile in queste condizioni di dialogo immunizzato? Chi esercita il controllo morale giusto, se tutti possiamo dire tutto di tutti, e, allo stesso tempo, anche l'esatto contrario, e, soprattutto, se non esiste da nessuna parte una idea di comunità di riferimento? Se, in poche parole, tutto diventa verbigerazione folle, e anzi, appena un argomento serio si appropinqua all'orizzonte, la prima regola è banalizzarlo, con una battuta veloce, un frizzo, un lazzo, una scostumatezza? Prendiamo proprio il nostro caso. Montanari, ad esempio, ti invita a discutere delle sue domande e di quelle che hanno posto altri insieme a lui, ma tu preferisci rispondere a me, che parlo come un umore impazzito. Ti sembra un caso? A me no, perché so che questa è la logica perversa del blog, perché il blog attira, per le cause che ho accennato sopra, come un vortice, e dà l'illusione dell'immediatezza e, quindi, dell'attimo pienamente goduto e compreso. Ma solo l'illusione, bada bene, solo l'illusione della verità, caro amico che vieni stordito da me che parlo a vanvera e così ti distrai dalle domande serie. Io non lo so, però mi pare che è in questa melma umorale che siamo impelagati tutti quando diventiamo scrittori di interventi in un blog, melma dalla quale, ripeto, forse Scarpa ha già deciso di "immunizzarsi" [Tiziano Scarpa, mentre si svolgeva questa discussione in NI, ha chiuso le finestre di commento ai suoi pezzi, impedendo quindi ai lettori di intervenire, ndr]: non risolvendo nulla per la comunità con la sua censura, ma forse risolvendo almeno i suoi problemi di "scrittore" che deve continuare a fare i fatti suoi, cioè a scrivere".

*

Interviene il 15 settembre Montanari in polemica con Ant. Mart.:

"(...) Lei continua a chiedere agli altri di dire la loro sulla communitas, lo chiede a Moresco, a Helena, a Voltolini, ma questa benedetta communitas non è anzitutto il reciproco riconoscimento di un metodo di discussione? La communitas non è anzitutto comunicazione? Cosa dovrebbe fare Voltolini? Scrivere un breve trattato sulla communitas? Cosa ha fatto Moresco, che è stato rimproverato in una maniera per me incomprensibile? Moresco ha preso molto sul serio le opinioni di De Vivo e Virgilio, ha risposto, ha proposto una visione dinamica del rapporto fra comunità e opere, dicendo che non gli sembrava che la costituzione di una comunità dovesse per forza precedere le opere, che le due operazioni storicamente hanno sempre proceduto di pari passo. Stranamente, e lo dico senza ironia: stranamente, incomprensibilmente, questa sua presa di posizione è stata giudicata "elusiva", "tardoromantica", "superficiale". A me sembra che Moresco abbia detto la sua, eccome! E mi sembra che questa opinione sia un contributo alla communitas, come lo è stata l'interpretazione del dibattito estivo proposta da Helena, come lo è lo spirito "illuminista" di Voltolini, che chiede, interroga, cerca letteralmente di fare luce e chiarezza.(...) La cosa banale è che, come diceva Bacone, credo, noi siamo più vecchi degli antichi, perché abbiamo più anni di loro, più secoli di storia e di pensiero su cui riflettere. Noi siamo in piedi sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduto; siamo nani, ma, appunto, essendo in piedi sulle loro spalle, alla fine siamo più alti di loro. Può darsi benissimo che in termini di valore letterario e potenza di pensiero Scarpa sia alto un centimetro e Leopardi sia alto un chilometro; però Scarpa scrive adesso, dopo aver assimilato e messo in circolo, dentro di sé, l'opera di Leopardi; sta seduto sopra Leopardi, vede un centimetro (per me più di un centimetro, è chiaro...) più lontano di quanto poteva vedere Leopardi, per il semplice fatto che vede il contemporaneo e può parlarci della televisione, dell'elettronica, di internet, dei MacDonald, della trasformazione antropologica che stiamo subendo in questo momento, di cose che non c'erano al tempo di Leopardi. Cosa ci lascia Leopardi? La bellezza di ciò che ha scritto, e una riflessione profondissima sulla natura umana che in parte tocca il SUO contemporaneo (comportamenti, costumi, schemi relazionali che per noi possono avere solo valore storico), in parte invece abbraccia una serie di costanti, di invarianti di questa natura e di questo agire umano (comportamenti, costumi, schemi relazionali che hanno TUTTORA un valore conoscitivo enorme per tutti noi).
Cosa non può lasciarci Leopardi, essendo stato fornito di ogni dote possibile ma non dell'ubiquità temporale o dell'onniveggenza (se non in senso metaforico)? La descrizione del NOSTRO contemporaneo, del nostro tempo. È banale, ma va ricordato. Il centimetro di Scarpa ha un valore incalcolabile, perché coglie contenuti e modalità che Leopardi, per forza di cose non poteva cogliere; che nemmeno Pasolini, in realtà, poteva cogliere interamente, e parlo di un autore cronologicamente molto più vicino a noi, che ci ha lasciato sul nascente mondo della massificazione televisiva una testimonianza di pensiero straordinaria. Ricordiamoci che quelli che adesso ascoltano Mozart e ridono di Stockhausen o di Arvo Part sono, in ispirito, gli stessi che all'epoca di Mozart non capivano Mozart, lo chiamavano "nasone" e "cacciatore di dissonanze", e l'hanno fatto crepare a 36 anni in un modo indegno, squattrinato, alcolizzato, amareggiato, distrutto. L'atteggiamento era lo stesso: la svalutazione del contemporaneo, il rifugio nella "buona musica" e nelle "buone letture", solide, sicure, gustose, confortanti (...)".

*

Dario Voltolini, rivolgendosi il 15 settembre a Ant. Mart., scrive:

"Basta così. È ora di un'autocritica. All'inizio di questa colonna c'è un testo di Helena nel quale è scritto che "nelle varie derive tematiche l'unico tratto continuativo" (nei commenti) è "la trasformazione degli autori in personaggi". Questo era il punto di partenza, e naturalmente questo è il punto da cui, di deriva in deriva, ci si è allontanati. L'autocritica comincia qui. Io infatti ho dato per scontato che, poi ho trovato dove ho voluto conferme che, e in seguito mi sono assolutamente convinto che, l'autore della deriva fosse Ant. Mart. Ma è del tutto evidente che lo sono anche io. Precisamente perché ho di Ant. Mart. la visione e la percezione che si ha di un personaggio. Me lo immagino, credo di sapere cosa pensa, e così via. In verità quello che io credo di sapere di lui me lo sono fabbricato io e l'ho oggettivizzato con una mossa del tutto mia privata, del pensiero e dell'immaginazione. In altre parole: non ho che dei pregiudizi. Se rifletto, mi rendo conto che non solo non so nulla di lui, ma addirittura è probabile che creda il falso. Dico infatti "lui", ma se fosse una "lei"? Chi mi ha mai detto se Ant. Mart. è maschio o femmina? Lo (la?) credo italiano(a), ma perché mai? Me lo (la) immagino piuttosto giovane, ma su quali basi? C'era in giro in rete, e forse ancora c'è, un sito accedendo al quale si riceveva in omaggio un grazioso testo narrativo postmoderno, scritto per l'occasione e per il navigatore di turno. Era un software, che scriveva il testo. Non era NESSUNO: era un software. Lì il gioco era palese e l'idea era quella di ironizzare sulle poetiche postmoderne, o su alcune loro epigonali derivazioni. Ma insomma, senza il paratesto che informava dello scherzo, avrebbe anche potuto trarre in inganno qualcuno. Bene, finisce qui la mia autocritica. Saluto Ant. Mart., maschio o femmina che sia, vecchia o giovane che sia, umana o sintetico che sia. E' stato comunque un interessante test di Turing: se l'intelligenza di Ant. Mart. (come continuo a credere) è umana, bene così; se è artificiale, complimenti al software engineer (...)".

*

Risponde il 16 settembre Ant. Mart.:

La Janecz. aveva ragione, ma aveva anche torto. Voltolini ha ragione, ma ha anche torto. Montanari aveva ragione, ma ha anche torto. Soltanto io ho sempre e solo ragione! Vi sembrerà strano, ma è così. Ora proverò a introdurvi alla dimostrazione di tale assunto (solo introdurvi, però, la dimostrazione tutta intera ci vuole ben più tempo e spazio).
Allora. La Janeczek ha ragione quando dice che si tratta solo di una gigantesca messinscena, ma sbaglia quando comincia a chiamarsi fuori, lei e i suoi amici, da questa messinscena, nella quale lei è personaggio come me e tutti gli altri. Da questo preciso istante, comincia la fetta di ragione di Voltolini, che questa cosa l'ha capita, ma sbaglia, anche lui, quando comincia a chiamarsi fuori da questa faccenda per andare a fare altre cose (presumibilmente più importanti). A questo punto, entra in scena (sic!) Montanari. Che ha ragione quando dice che quello che resta sono le opere, ma non si rende conto che lui qui dentro sta costruendo un'alta opera, l'opera al nero del suo fallimento come scrittore che infine si è autodeclassato a blogger. Il blogger, infine, sono io, soltanto io, il teppista della rete, che vi impedisce di parlare di cose serie con pose serie, ma vi fa sentire tutto il peso del vostro esser niente altro che esseri umani accalappiati da una rete. Molto piacere di avervi conosciuti, il mio nome è Umberto Eco".

*

Reagisce Montanari il 16 settembre:

"Scusate, ma dopo quest'ultima capriola di Ant. Mart. io mi ritiro e vado a fallire come scrittore altrove, portandomi dietro l'impressione un po' sconfortante di avere sopravvalutato il mio interlocutore. Non scriverò più una sillaba su questa colonna di commenti, che ormai è un cadavere. Ciao a tutti, ci si legge da qualche altra parte".

(I - continua)

- Le immagini che illustrano questo testo sono le lettere "B", "C" e "D" della serie Frammentato abbecedario di un viaggio, di Raffaella Garavini.

pagina 3 di 3
[ « prec ] 1 | 2 | 3