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Per
la comunità avvenire/ 2
a cura di Enrico De Vivo
e Gianluca Virgilio
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"Essere
uniti è buono e divino;
perché allora la brama
Tra gli uomini, che uno solo
sia e una cosa sola?"
(Holderlin, La radice di
ogni male)
"
...sottratto alla sua potenza
negativa, l'immune non è
il nemico del comune - ma qualcosa
di più complesso che
lo implica e lo sollecita. Non
solo una necessità, ma
anche una possibilità
il cui pieno significato ancora
ci sfugge"
(Roberto Esposito, Immunitas,
Einaudi 2002, p. 22) |
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Pubblichiamo
di seguito una selezione della seconda parte
del dibattito svoltosi su Nazione Indiana
dal 20 ottobre al 25 novembre 2003. Si tratta
di una discussione molto recente, che tuttavia
noi consideriamo conclusa, almeno nelle
pagine di Nazione Indiana. I nostri
lettori sanno bene che, invece, il dibattito
sull'argomento in Zibaldoni e altre
meraviglie è appena iniziato.
Ci
si renderà subito conto di avere
dinnanzi un testo molto particolare, nel
quale la pacata discussione sul tema della
"comunità avvenire" lascia
il posto ad una vera e propria polemica
senza esclusione di colpi, che però
a nostro avviso può rivelarsi molto
istruttiva. Per comprenderla, bisogna rifarsi
alla citazione di Roberto Esposito che abbiamo
messo in esergo a questa seconda parte:
"...sottratto alla sua potenza negativa,
l'immune non è il nemico del comune
- ma qualcosa di più complesso che
lo implica e lo sollecita. Non solo una
necessità, ma anche una possibilità
il cui pieno significato ancora ci sfugge".
Per
noi la discussione con gli scrittori e i
lettori di Nazione Indiana è
stata davvero una necessità dettata
dalla consapevolezza che solo dal dibattito
delle idee, dalle sollecitazioni che ce
ne potevano derivare, poteva scaturire un'idea
nuova da cui ripartire. La soluzione del
nostro rapporto con Nazione Indiana,
purtroppo, è invece il frutto di
una diversa considerazione che alla fine
è stata fatta di noi e del nostro
lavoro e dei nostri interventi, come di
caratteri inerenti al "nemico".
Siamo stati identificati come "nemici"
ed espulsi dalla discussione e addirittura
dai rapporti personali di alcuni redattori
(Scarpa e Benedetti), perché "non
abbiamo capito niente" o perché
"non portiamo un contributo" o
"non abbiamo un'idea", etc. È
evidente che qualcosa non ha funzionato
nel nostro rapporto con Nazione Indiana.
Difatti, mentre noi pensavamo che le idee
critiche potessero essere accolte e discusse,
confutate e magari respinte, ma sempre sulla
base di significative argomentazioni, ci
siamo trovati di fronte a una reazione scomposta,
con la quale dapprima Nazione Indiana
ha cercato di ridicolizzare le nostre tesi
e poi di ridurci al silenzio. Ora, non diciamo
tutto questo per interessare il lettore
ai nostri casi personali, che non contano
nulla, ma semplicemente perché questo
e non altro è stato l'esito della
discussione sulla "comunità
avvenire", che, almeno nella sua prima
parte, come si è potuto vedere, aveva
lasciato presagire e avrebbe potuto portare
ben altri frutti. Forse gli eventi sono
troppo recenti per poter esprimere un giudizio.
Tuttavia, noi crediamo che tutte le strategie
messe in campo da Nazione Indiana
per far cessare il dibattito sulla "comunità
avvenire" rispondano ad una fortissima
necessità che avverte lo scrittore
immune di salvaguardare la propria
individualità, la propria soggettività
riconosciuta nell'attuale mercato delle
lettere; quelle strategie di aggressione
e riduzione a "nemico" dell'interlocutore,
rispondono, in definitiva, ad una esigenza
precisa della comunità data, che
è per sua natura reazionaria e conservatrice,
di contrapporsi a chiunque si attenti ad
avanzare una critica, che potrebbe mettere
in dubbio il paradigma esistenziale dello
scrittore immune moderno che di
essa è un riconosciuto paladino.
La critica si configura, allora, come un
atto di insubordinazione, di indisciplina,
e pertanto va messa a tacere con ogni mezzo,
anche discreditando quello che deve essere
considerato ed è a tutti additato
come il "nemico". Va da sé
che noi rifiutiamo in toto una
simile logica, che chiude le porte in faccia
all'altro quando questo non gli
serve più o quando non riesce ad
assimilarlo a sé. Al contrario, siamo
convinti che oggi, se uno sforzo bisogna
fare - TUTTI - è quello di superare
le contrapposizioni di questo tipo radicale
oppositivo. Non superarle facendo finta
che non esistono, ma superarle per il fatto
che non le consideriamo più come
costitutive del nostro pensiero, fondanti
la nostra identità. L'ossessiva sindrome
immunitaria che abita pervasivamente il
nostro mondo non ci indica che dobbiamo
fare a meno dell'immunitas o addirittura
delle nostre vite. Noi dobbiamo fare a meno
di noi stessi in quanto soggetti che pensano
e scrivono secondo i paradigmi del "nemico"
e dell'"amico". Se è vero
che dall'immunità naturale dovremmo
sempre prendere spunto anche per i nostri
comportamenti pubblici, e che la biopolitica
è appunto l'occasione per mettere
sullo stesso piano, o almeno in dialogo,
natura e cultura - allora dobbiamo capire
che non esiste più un "nemico",
ma solo un'idea che può esserci estranea
oppure no, che possiamo addirittura non
comprendere, ma che rimane pur sempre necessaria
all'orizzonte dialettico di qualunque discorso
comunitario. Per esemplificare, se noi non
ci fossimo confrontati con alcuni redattori
di Nazione Indiana non avremmo
mai capito fino in fondo l'importanza del
discorso sulla "comunità avvenire".
Al contrario, la difficoltà di Carla
Benedetti, di Tiziano Scarpa e in genere
di altri redattori di Nazione Indiana
è consistita nell'infrangere se stessi
nel muro incomprensibile dell'altro,
che infine si è preferito ridurre
a oggetto da denigrare o ridicolizzare,
a "nemico", piuttosto che riconoscere
come profondamente estraneo e quindi, al
limite, degno perlomeno di essere interrogato
e rispettato.
Se
un insegnamento è possibile trarre
da questa polemica letteraria, questo consiste,
dunque, nella presa d'atto di una difficoltà
da parte di molti intellettuali e scrittori
nell'affrontare il libero scambio di idee
non insieme ai propri sostenitori,
ma insieme agli altri. Il bilancio
che noi ci sentiamo di fare, quale si evince
da questa polemica, è piuttosto fallimentare.
Eppure, il fatto stesso che una polemica
così aspra ci sia stata, come sempre
più raramente avviene, rivela anche
che esiste una certa vitalità nella
letteratura contemporanea e che la normalizzazione
auspicata dal mercato editoriale non è
ancora estesa su tutto il gran corpo della
produzione letteraria. Se questo è
vero, allora anche dall'esito negativo della
presente polemica possiamo trarre elementi
di riflessione e incoraggiamento. Anzi,
noi siamo convinti che è proprio
da questo fallimento, ancora una
volta, che il discorso sulla comunità
e sulla letteratura avvenire possa e debba
ripartire.
Buona
lettura.
Edv
- Gv
***
Il
dibattito riprende in NI il 20 ottobre con
un intervento di Federico Ferrari dal titolo
La nudità del pensiero:
"...
non si tratta più solamente di produrre
dei significati, di esercitare quella che
un tempo si è chiamata una critica
militante, ma di entrare nella
sfera del senso in tutti i sensi. Questa
praxis non comporta "la rinuncia a
progettare o criticare", ma indica
la necessità di creare nuove
forme di critica e di progetto
a partire dal mondo, esattamente da questo
mondo che ci è dato di vivere. Non
è più consentito il salto
mortale nell'oltre-mondo dell'ideale, nell'ornamento
del pensiero progettuale classico.
Si tratta, al contrario, di stare alle nude
cose quotidiane, alla pelle delle immagini,
senza cadere nella consolazione della profondità
e del "dietro", o nello sconforto
depotenziato e depotenziante del "non
ci si può far nulla, poiché
tutto si perverte in spettacolo".
Questo esercizio critico,
naturalmente, ben lontano dallo sprofondare
nel mutismo, ha a che fare con il problema
della presa di parola,
in cui ogni singolarità pone il problema
di una attestazione di senso, innegabile
e insopprimibile. Ed è poi questo,
a ben guardare, tutto il problema della
comunità, così come si è
andato delineando anche sulle pagine di
Nazione Indiana. Ogni presa
di parola è l'ingiunzione affinché
una nuova parola - quella dell'ultimo -
sia annodata, sia ricompresa in una trama
più ampia, la cui texture resta inafferrabile
per l'insieme dei fili o delle voci. Si
tratta di cominciare a tracciare i confini
e la fisionomia di quella che Bataille
chiamava la comunità di coloro
che non hanno comunità.
Se volete - e per ricominciare a pensare
"in grande" - questa è
la questione di un nuovo legame sociale.
E non è certo un caso, almeno credo,
che una tale esigenza nasca in un sito che
si occupa di scrittura, un luogo in cui
le identità si scrivono,
scrivono se stesse e scrivono le une alle
altre, si costruiscono le une sulle altre,
in un gioco di rinvii e di nodi che rende
inestricabile il mio dal tuo, riunendoli
nell'infinito del comune o, ma è
lo stesso, nell'infinito reticolare del
senso. (Nancy, nel suo tentativo di ripensare
l'ontologia come Mit-sein, con-essere, parla
di "essere singolare plurale",
di un essere, cioè, che fa esperienza
della propria singolarità come rinvio
ad una pluralità: prima viene il
con, poi l'io; si presti attenzione, il
con non il noi.)
Restare alla "nudità" non
vuol dunque dire rinunciare alla critica,
né ritirarsi nel mutismo o nell'inerzia.
La nudità del pensiero
richiede, anzi, nuove parole, nuove voci,
capaci di esprimere il silenzio dei corpi
martoriati, sfruttati, umiliati, senza loro
sovrapporre costumi ideologici o ipersignificanti.
Tilda Swinton lo diceva
molto bene in un suo articolo apparso su
Alias qualche mese fa: si tratta di tenere
il significativo privato del significato.
Io direi che si tratta di configurare un
nuovo senso al di là delle figure
direttrici della devastazione planetaria
del capitale, si tratta di creare nuove
immagini al di là dello spettacolare.
Quando il significato svanisce appare la
singolarità di un senso, l'attestazione
indubitabile di un'esistenza. Quando alle
immagini dei corpi straziati nei mille focolai
di guerra che scorrono sui nostri schermi
si toglie l'insulso commento dei telegiornali,
appaiono dei corpi che chiedono risposte.
È questa la nudità del pensiero.
Direi quindi - e credo che Nancy sarebbe
d'accordo con me - che la questione del
ruolo dell'intellettuale oggi è ancora
e per sempre quella di mettere a nudo tutto
ciò che impedisce di vedere il reale.
Che poi il reale sia il mondo o le proprie
idiosincrasie, poco importa (tanto più
che le proprie idiosincrasie sono ancora
il mondo e sono intessute da parte a parte
di mondo). L'intellettuale ha, come gli
altri o più degli altri, il dovere
della presa di parola. Questa è la
responsabilità dell'intellettuale:
rispondere alla nuda esistenza. Non ci si
deve spogliare della critica,
ma si deve spogliare la critica fino alla
propria nuda essenza, alla propria indigenza,
alla propria difficoltà più
vera. Forse, allora, si scoprirà
che la critica non è il raggiungimento
della nudità del pensiero, ma il
gesto che spoglia, che toglie alla
nudità la possibilità stessa
di dirsi innocente, di essere il punto finale.
Non c'è un punto finale, non c'è
un soggetto fondante, non c'è una
sola voce, un solo modo; ci sono singole
posture, corpi particolari, stili eterogenei.
Il mondo non va oltrepassato, poiché
il suo senso è tutto lì, nella
sua nuda esistenza. Il mondo ha bisogno
di risposte, di voci che dicano, denuncino,
propongano".
*
Giovanni
Maderna il 21 ottobre si pone alcuni interrogativi:
"...
Dei romanzi cannibali di Nove e Labranca,
ma anche dell'evoluzione suggerita da Scarpa
di quella interpretazione del reale, si
può dire che sappia "stare alle
nude cose quotidiane, alla pelle delle immagini,
senza cadere nella consolazione della profondità
e del "dietro"? Si può
dire che siano "capaci di esprimere
il silenzio dei corpi martoriati, sfruttati,
umiliati, senza loro sovrapporre costumi
ideologici o ipersignificanti?
Si può dire che siano capaci di "configurare
un nuovo senso al di là delle figure
direttrici della devastazione planetaria
del capitale" , di "creare nuove
immagini al di là dello spettacolare"?
Oppure si rimane comunque sul piano dello
spettacolare? Senza compiere fino in fondo
l'atto di 'spogliazione del pensiero'?"
*
Marco
Veronese, lo stesso giorno, ribadisce:
"...
Ferrari ha ragione da vendere nel dire quello
che dice: occorre creare nuove immagini
senza infilarsi in modo irriflesso nel tunnel
dello spettacolare, ma anche senza compiere
l'ingenuità di credere di potersene
porre fuori. Ma il punto, come dice Maderna,
è se i cannibali, gli articoli di
Scarpa e molto altro siano davvero "creativi",
sovversivi, o non siano altro che quello
che lo spettacolare vuole. I cannibali,
Scarpa si oppongono al sistema o sono così
all'interno da fungere da suoi (involontari)
apologeti? Quando Scarpa sembra voler stare
sul piano d'immanenza, in realtà
che cosa fa? (O, per non far cadere la questione
sul personale, quando Tarantino, nel suo
ultimo film, si appiattisce così
tanto sul genere, che cosa fa? Smuove il
genere o se ne fa, involontariamente, apologeta?)
A me pare, purtroppo, che il discorso di
Scarpa si appiattisca a tal punto da non
aver più una pelle, come dice Ferrari
anche nel suo bel libro dal titolo "La
pelle delle immagini". Scarpa non stabilisce
un reale contatto. Sembra più adeguarsi,
mentre il "corpo a corpo" richiede
abrasioni, lesioni, bruciature. O forse
mi sbaglio?"
*
Gustavo
Paradiso, sempre il 21 ottobre, aggiunge:
"Caro
Veronese, se ho ben capito, Maderna pone
le stesse domande che ponevo io, e altri
prima di me, e lei stesso, a quanto vedo:
cosa c'entra la spettacolarizzazione di
Scarpa con la critica alla società
dello spettacolo e con la "comuntià
di coloro che non hanno una comunità"?
Non è piuttosto una contraddizione
gigantesca nella quale si avvinghiano certi
autori, che si proclamano contro questo
e quello, che dicono di "non avere
comunità", ma alla fine rappresentano
benissimo proprio questo e quello, e nella
comunità presente, che gli elargisce
tante belle cose, non è che si trovano
poi tanto male?...
La contraddizione di alcuni scrittori (non
solo Scarpa, ovviamente) mi sembra consistere
in una incapacità di contrastare
per davvero quello che con parole superficiali
non dimenticano mai di vituperare: il mondo
presente. Di conseguenza il tutto assume
il sapore di una messinscena, che invece
che mettere a nudo la nudità, come
dicono Nancy e Ferrari, traveste di nuovi,
peggiori orpelli allucinatori le nostre
già fruste, stanche, oppresse menti
e immaginazioni. Cosa pensa lei di questo?
Io penso che oggi incontrare gente assolutamente
NUDA di sé è un gran miracolo
in occidente, una rarità veramente.
Gente, voglio dire, che riesca a spogliarsi
fino in fondo della significatività
del proprio ruolo, riuscendo così
a mostrare la carne viva, che è una
carne che non è più fatta
di carne".
*
Il
22 ottobre Federico Ferrari aggiunge delle
precisazioni al suo intervento:
"In
questo senso, la nudità di pensiero
che invocavo non ama l'adesione, seppur
ironica o grottesca, alla cinica realtà.
Il discrimine, almeno per me (ma forse anche
per Maderna), è in questo contatto
a distanza che non accetta in alcun modo
il discorso cinico della spoliazione planetaria,
cioè, della sottrazione arbitraria
e violenta di una storia, di un passato
e di un avvenire dell'umanità - in
questo furto planetario l'umanità
si perde, perde i suoi desideri, le sue
passioni, i suoi sogni, perché viene
fissata negli stereotipi del capitalismo
spettacolare o di un umanesimo reazionario.
Il rifiuto della spoliazione va di pari
passo con la ricerca di nuove prospettive.
E queste prospettive non possono nascere
che da un diverso modo di intendere la spogliazione,
cioè da un nuovo modo di denudare
la spoliazione di senso a livello planetario.
Il dénudement, il gesto che denuda,
ha sempre a che fare con il denuement, con
l'indigenza. Questa pratica di messa a nudo
è, per me, la critica. La critica
è un gesto. Fare della critica non
significa fare dei segni (significanti),
ma dei gesti (significativi). Probabilmente,
questa è la sola critica efficace
per pensare questo tempo out of joint, senza
cadere in un nichilismo cinico o ironico.
In fondo, la critica ha un senso quando,
nell'assoluta spoliazione di senso, davanti
alla nudità dell'abominio, mostra
nel più piccolo degli indizi, nel
più secondario dei gesti, la possibilità
di una speranza, mostra che non tutto è
perduto o, meglio, che quando tutto è
perduto, tutto è di nuovo possibile.
Se "inutile è il libro quando
la parola è priva di speranza",
allora la critica, nella sua nuda indigenza,
mi sembra si possa (si debba?) configurare
come la piccola porta stretta da cui soffia
il vento della speranza".
*
Paradiso
interviene ancora il 24 ottobre:
"Ci
sono tanti modi di reagire alla messinscena
ordinaria che ci abbindola tutti. Reagire
e oltrepassarla, io dico, o, come dice Ferrari,
alludere con la nudità del proprio
scrivere o della propria opera a un'altra
nudità ancora, sempre "sul limite".
Scarpa, era l'esempio che facevo, oppone
alla messinscena cruda e grottesca dei media,
una messinscena che a me pare debolissima,
esibizionista, poco necessaria, poco illimitata.
Per me è l'opposto di Pasolini per
i motivi che ho detto sopra: Pasolini, con
"Petrolio", ha cercato la via
per uscire da ogni messinscena, da ogni
"trama", con un rigore morale,
prima che formale, davvero incredibile -
rigore morale che è lo stesso, per
me, invocato dal Bataille che argomenta
"su" Nietzsche. Probabilmente
è questione di tempi che sono cambiati,
ma io è questo quello che vedo e
che leggo. Non c'è alcuna intenzione
moralistica nelle mie parole, né
volontà di dare addosso a chicchessia
(l'antipatia sì che è una
messinscena). "Scriversi", i destini
"che si scrivono", come dice ancora
Ferrari cogliendo in pieno un'implicazione
importante di molti discorsi che abbiamo
intrecciato qui dentro, è un altro
modo per smascherare ogni messinscena, per
andare oltre le messinscene che ci assillano
e ammorbano quotidianamente, perché
solo "scrivendosi/scrivendoci"
possiamo arrivare a qualcosa che non ha
più a che fare con i significati
che ci vogliono appioppare, che vogliono
appioppare anche alle nostre anime, come
dicevano De Vivo e Virgilio. Che poi, a
guardar bene, questo "scriversi"
rimandando sempre ad altro e ad altri, questo
"struggimento vuoto" (Bataille),
è quello che fanno gli scrittori
da sempre, cercando nell'altrove della scrittura
le soluzioni che la realtà troppo
stretta non offrirà mai, nemmeno
nel più riformato dei mondi. E qui
mi vengono altre idee sulle "visoni",
ma mi fermo per non annoiare troppo".
*
Ancora
Paradiso:
"...
quello che conta, sono le modalità
in cui noi stiamo ora parlando, in un mondo
in cui tanti altri milioni di persone stanno
parlando, etc.: il famigerato "scriversi"...
Conta - non vorrei sembrare un pappagallo
di Ferrari, ovvero di Heidegger - il "cum",
non il "noi" o il "Dasein",
non la "nostra posizione" rispetto
agli "altri". Voglio dire che
a porsi la (falsa) domanda se sia valida
o meno la "critica" che facciamo,
serve soltanto a bloccare l'azione comunitaria,
che invece deve essere sempre spostata in
avanti, mai avvitarsi su se stessa, e meno
che mai fissasi sull'origine. La comunità
in cui siamo è questa, 'qui': e da
'qui' non si scappa, mai nessuno è
scappato. E bada: siamo comunità
tutti insieme, nessuno escluso, berlusconiani
compresi o blogger compresi, per intenderci
e semplificare all'estremo. Cosa faccio
io, mentre vive e vige QUESTA comunità?
Mi faccio ingannare e guidare dalle retoriche
o dai kit preconfezionati (magari da quelli
che si dichiarano "contro" - ma
io non so cosa significa essere "contro"),
cadendo così inevitabilmente in una
angosciante depressione? O, piuttosto, cerco
di mettere la mia volontà di consapevolezza
al di là di ogni inganno più
o meno precostituito, "cum", cioè
'mentre' sono con gli altri? Per limitarci
allora alla letteratura e agli scrittori:
Pasolini, ad esempio, cosa ha fatto? E Calvino?
E Manganelli? E Celati? E gli scrittori
e gli artisti di oggi, cosa fanno 'mentre'
c'è QUESTA comunità, non un'altra?
Io ho abbozzato qualche risposta. Tu, invece,
cosa dici?"
*
Voltolini
replica a Paradiso il 26 ottobre:
"La
domanda che mi poni è "cosa
fanno questi e quelli DATA questa comunità?".
Apprezzo l'accezione che tu dai così
allargata di comunità. Cosa fanno
costoro va visto caso per caso. In generale,
a me interessano quegli scrittori (ma non
solo scrittori ovviamente) che lasciano
aperto un senso all'alterità, alla
diversità possibile. Mi interessano
quegli scrittori che stanno sul limite che
separa questa cosa che abbiamo tutti sotto
gli occhi (messinscena?) da qualcosa che
è altra da questa. Attenzione, io
non posso dirti cosa sia questa altra cosa,
ma non perché non ho studiato, o
perché sono pigro, o perché
non ti voglio rispondere, ma perché
l'atto di dire è sottrarre un brandello
a quella alterità e portarlo qui
in casa da noi. Tradurre pezzi di alterità
nel nostro linguaggio, per esempio, è
farli diventare non più altri".
*
Il
dibattito sembra esaurito, quando, inaspettatamente,
il 3 novembre, Dario Voltolini pubblica
in Nazione Indiana il nostro Scrittori
e bloggers (spedito a NI circa un mese
e mezzo prima), che riportiamo integralmente:
"L'idea
che ci siamo fatti in questi ultimi tempi,
è che oggi qualsiasi blog, comunque
sia fatto e organizzato, raduni una non-comunità,
ovvero un'insieme di persone non sottoposte
al vincolo del dare-ricevere (ricordiamo
una volta di più che "munus"
significa "dono" e "incarico"),
e che invece sono tutte tese alla rivendicazione
della propria parziale verità, ovvero
del "proprio": sono cioè
"immuni". Una non-comunità
siffatta, non sottoposta alla Legge del
"munus", non solo non troverà,
ma non cercherà neppure la verità.
La VERITA' non esiste, certo, ma esiste
una disposizione a ricercarla, che consiste
nell'ascolto dell'altro, e può avere
diverse modalità, di assenso o dissenso,
non importa, ma non prescinde mai dalla
considerazione di ciò che l'altro
dice. Al contrario, nei blog che abbiamo
frequentato noi, e in particolare nel "blog
collettivo" Nazione Indiana, tutto
questo accade normalmente. Nel blog sono
possibili finzioni, travestimenti, anonimato,
cambiamenti d'identità, inammissibili
in una comunità data, se non nel
tempo stravolto del carnevale o nel mondo
della illegalità. L'individuo comunitario
attuale, difatti, ha sempre una precisa
identità che è il fondamento
di ogni suo discorso. In un blog vale la
pure voce priva di autorità, sicché
se anche intervenisse un Grande Scrittore,
la sua voce avrebbe lo stesso tono rispetto
a quella di Pincopallino; e così
gli argomenti che il Grande Scrittore porterebbe,
ove fossero discussi, avrebbero la stessa
mancanza di autorità di quelli della
signora Vattelapesca. In un blog tutte le
vacche sono grigie. Va da sé che
quanto stiamo dicendo non riguarda la natura
innata del blog, che rimane uno strumento
neutro, ma riguarda chi ne fa uso, cioè
l'uso che ne fanno Scrittori e bloggers,
i quali, in un blog rivelano, meglio che
in qualunque altra sede, le loro intenzioni
e mettono a nudo i loro comportamenti, purtroppo
sempre ispirati alla difesa dell'interesse
privato o corporativo. (Qui parliamo genericamente
dei blog, ma forse l'analisi che facciamo
è estensibile anche ad altre analoghe
situazioni internettiane "libere",
come i forum, alcune mailing list, le chat,
etc)
Ma se partecipare ad un blog risulta essere
improduttivo e una vera e propria perdita
di tempo, che cosa induce allora l'individuo
a cimentarsi in un blog? Probabilmente ha
ragione Hèlena Janeczek quando afferma
che la società dell'immagine è
la vera responsabile di quest'uso distorto
del blog. Nel "blog collettivo"
di Nazione Indiana, ad esempio, lo Scrittore
spesso decide di non tacere quando un blogger
lo attacca, e decide in tal senso perché
deve difendere la propria immagine. Questo,
in linea di massima, è vero, ma secondo
noi il problema ha radici più profonde
e l'analisi non si può fermare qui.
Spesso il blogger è un essere completamente
deresponsabilizzato, egli non risponde dinanzi
a nessuna legge che non sia quella della
sua coscienza; ma non appena per qualunque
motivo anch'essa viene meno, come nel caso
degli anonimi e dei travestiti, il blogger
diventa un irresponsabile, capace di dire
(per fortuna non di commettere) ogni infamia.
Addirittura egli può facilmente diventare
un terrorista della parola, e in tal caso
la comunità data reagisce nel solo
modo che ritiene possibile, riducendo gli
spazi di libertà, o addirittura con
la censura.
Con questo non vogliamo demonizzare i bloggers.
Tutt'altro. I loro interventi, nelle migliori
occasioni, scorrono come un torrente impetuoso
e guai a chi, anziché creare degli
invasi per raccoglierne le acque, pensa
di colmarne l'alveo, credendo con ciò
di essersi sbarazzato del torrente. Rimuovere
una modalità di scrittura significa
non fare i conti con le idee che in quella
modalità di scrittura hanno trovato
espressione, significa fare come gli struzzi,
avere paura di quello che può essere
detto (in un blog) e mettere la testa sotto
la sabbia. E noi non vogliamo tutto questo.
Non accettiamo la superficialità
di certi atteggiamenti dei bloggers, ma
sappiamo anche che una motivazione reale
muove la loro mano sulla tastiera. La superficialità,
l'improvvisazione, la polemica gratuita,
la digressione fuorviante, rimangono le
caratteristiche principali della scrittura
(molto postmoderna...) dei bloggers. In
questo, quale differenza, ad esempio, rispetto
alle scritture frammentarie e incompiute,
divaganti ma mai estemporanee, di uno zibaldone
di pensieri! La scrittura di uno zibaldone,
per quanto rifugga dal finito e dal compiuto,
non è mai scarsamente meditata, ma
è il frutto, invece, di una diuturna
verifica da parte dello scrittore. Al blogger
manca la concentrazione necessaria, la solitudine
leopardiana, il suo girovagare col pensiero
in luoghi vicini e lontani; il blogger è
per sua natura portato a interloquire direttamente
con altri, a polemizzare, a imporsi agli
altri più con la forza delle parole
che con quella delle argomentazioni, salvo
ripensamenti (anche perché è
la natura stessa del mezzo, che si estrinseca
in tempo reale, a spingerlo in questa illusoria
direzione, che però alla verità
fa solo cenno, senza mai rincorrerla per
davvero).
Lo Scrittore comunitario (della comunità
data, per intenderci) non ha il tempo, pare,
per questi ripensamenti. Egli deve scrivere
per tutti noi i suoi Libri, in cambio dei
quali la società lo ripaga considerandolo
appunto uno Scrittore, con uno status più
o meno riconosciuto, circondandolo di onori
e fama, successo e denaro (in qualche caso).
Il blogger, invece, è spesso uno
sconosciuto; di fatto, nessuno lo riconosce,
a lui nessuno ha mai assegnato uno status
sociale né gli ha donato nulla ed
anzi molti vorrebbero sbarazzarsi di lui,
che è sempre fin troppo versato nella
polemica. Il blogger è spesso un
lettore-scrittore insoddisfatto, nel senso
che non è pago di ciò che
legge nelle pagine commentate; gli Autori,
i Libri, non lo soddisfano, e vorrebbe dire
la sua, perché così facendo
ritiene di poter ristabilire la verità,
senza contare, invece, che non fa altro
che imporre un'opinione del tutto confutabile
e parziale. Ma il blogger fa di più:
con il suo tono che rifugge sempre da un
aperto confronto, e che perlopiù
ignora le tesi dell'altro, ribalta la gerarchia
del rapporto autore-commentatore, presumendo
di divenire lui stesso Autore del tutto
indipendente dal testo che avrebbe dovuto
commentare. Quando si dice che in un blog
ciascuno procede "a ruota libera"
o si "diverte" si allude proprio
a questa prassi consolidata e irrefrenabile,
a questo essere "immune" del blogger.
Cosicché, alla fine, il blogger ricade
nello stesso errore che rimprovera allo
Scrittore, l'errore di difendere il proprio
orticello contro l'invadenza degli altri.
Il blogger e lo Scrittore sono due facce
della stessa medaglia costituita dall'individuo
"immune" della società
data.
Il problema vero, allora, si situa oltre
questa differenza-identità tra Scrittore
di una comunità data e blogger, e
si pone in questi termini: non sarebbe il
caso di analizzare la figura dello Scrittore
comunitario così come opera nella
nostra società, e sottoporla a critica,
non certo per metterla alla gogna, ma per
capire quale sia il suo status e il suo
ruolo, oggi, all'interno della comunità
data? Non sarebbe il caso di capire a quali
compromessi lo Scrittore si sottopone per
mantenere il suo ruolo, che cosa egli fa
(o non fa), che cosa egli dice (o non dice)
perché il suo status non sia posto
in discussione?
Non basta, perché queste domande
ne portano con sé un'altra: se è
dello Scrittore comunitario (della comunità
data) che occorre parlare, non sarebbe il
caso di interrogarsi non solo su quale sia
la comunità odierna, sui suoi meccanismi,
sulle attese che essa ripone nello Scrittore
e su quanto essa in cambio dona allo Scrittore,
ma anche di interrogarsi sulla comunità
avvenire, chiedendoci quale sia la comunità
che noi, con la nostra opera di individui
comunitari, vogliamo fondare? Questi nostri
discorsi, difatti, hanno il presupposto
irrinunciabile che noi non viviamo nel migliore
dei mondi possibili, sebbene siamo molto
ottimisti sul fatto di poter nel nostro
piccolo, a partire dalla nostra circoscritta
esperienza, e quindi entro limiti ridottissimi,
e tuttavia significativi se raggiunti con
la cooperazione degli altri, influire sulla
comunità avvenire.
La figura del moderno Scrittore viene allo
scoperto e mostra tutti i segni della sua
avanzata canizie, quando entra in conflitto
col mondo dei bloggers. In Nazione Indiana
noi crediamo di aver verificato appunto
questo. Improvvisamente, lo Scrittore perde
la bussola, non sa più orientarsi,
non vede più riconosciuto il suo
status e la sua autorità, sente che
il suo ruolo cessa di esistere. Lo Scrittore,
allora, può reagire in due modi:
diventa anche lui un blogger "immune"
e deresponsabilizzato, che interviene solo
quando viene messo in discussione il suo
status comunitario (della comunità
data) e quindi interviene per uno scopo
del tutto personale o in difesa della corporazione,
oppure lo Scrittore si chiude a riccio e
si nega ad ogni confronto, preferendo ritmi
di discussione e occasioni diverse, in cui
tuttavia ci sia sempre la garanzia e la
tutela del rapporto comunitario (leggi:
della comunità data). Nel primo caso
lo Scrittore deresponsabilizzato, mentre
cerca di difendere dai bloggers il proprio
ruolo di Scrittore, scade al loro stesso
livello, diventando anch'egli blogger; nel
secondo caso, lo Scrittore si adagia nella
comunità data senza minimamente porsi
il problema di quale sia il motivo profondo
che induce i bloggers ad essere così
chiassosi, e così facendo non dà
alla comunità avvenire quel contributo
che i bloggers sembrano chiedergli.
In tutti e due i casi, sia nel caso dello
Scrittore ridotto a blogger sia nel caso
dello Scrittore che rifiuta di sporcarsi
le mani coi bloggers, il blog, come puro
strumento neutro di comunicazione, nel caso
di utilizzazione da parte dei letterati,
rivela più di quanto nasconda. Rivela
l'inadeguatezza dello Scrittore, incapace
di inventarsi un ruolo all'altezza della
situazione, una funzione che inauguri una
terza strada, nella quale i discorsi che
egli veicola nella comunità data
lascino il posto alla libertà di
parola della comunità avvenire, che
dovrà essere fondata sulla disposizione
di ciascuno all'ascolto dell'altro. Il che
nessuna Legge potrà mai imporre,
ma solo la nostra coscienza, che per ora
sembra inseguire un'utopia, ma intanto prepara
e fonda, a partire da questi discorsi, la
nuova comunità. Ma se neppure lo
Scrittore crede in tutto questo o non ha
fiducia nel futuro, allora ben vengano i
bloggers terroristi, i travestiti e gli
anonimi maldicenti. Noi siamo certi che
alla fine nessuna censura li potrà
tenere a lungo fuori dalla porta perché
i bloggers abitano naturalmente un blog,
mentre gli Scrittori, che sono stati chiamati,
o si sono autoconvocati, per fondare qualcosa
che andasse oltre il blog, alla fine hanno
semplicemente peccato come minimo di mancanza
di immaginazione.
Quello che noi auspichiamo, pertanto, è
ben altro, e consiste in un severo esame
di coscienza dello scrittore moderno, che,
a partire da queste considerazioni sul suo
ruolo, riesca a scoprire nel blog e nelle
sue modalità di scrittura, un mezzo
di comunicazione letteraria aperto a tutti
e nuovo, che, scavalcando ogni mediazione,
raggiunga chiunque voglia parteciparvi in
tutta libertà. Il blog, ripetiamo,
è solo uno strumento nelle mani dell'uomo.
Finché esisteranno gli Scrittori
gelosi custodi del loro ruolo, più
o meno fermi difensori della propria funzione
e della propria verità, finché
esisterà un testo principale e in
subordine una finestra di commento, esisteranno
i bloggers pronti al travestimento, all'anonimato,
all'insidia, al tranello, alla menzogna,
pronti a ribaltare ogni gerarchia e a farsi
autori a loro volta; e saranno la cattiva
coscienza degli Scrittori, che accompagneranno
notte e giorno come un indecifrabile senso
di colpa. Forse è un'utopia che questa
ricomposizione tra Scrittori e bloggers
(leggi: lettori...) avvenga in futuro, ma
è un'utopia per la quale vale la
pena di lottare e di operare, ognuno nel
suo piccolo: il blogger, continuando a essere
se stesso, e lo scrittore immaginandosi
qualcosa di diverso dai ruoli in cui il
suo personaggio lo blocca. Mentre il blogger,
infatti, non potrà mai essere quello
che non è oppure immaginarsi una
comunità avvenire, in quanto egli
vive solo nell'attimo del tempo reale dei
suoi "post", lo Scrittore, invece,
deve sforzarsi di togliersi di dosso la
sua S maiuscola, deponendo ai piedi della
comunità avvenire quella che credeva
essere la sua Verità".
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