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8 dicembre 2003  

Per la comunità avvenire/ 2
a cura di Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio

Raffaella Garavini, 'Frammentato abbecedario di un viaggio', lettera E   

"Essere uniti è buono e divino; perché allora la brama
Tra gli uomini, che uno solo sia e una cosa sola?"

(Holderlin, La radice di ogni male)

" ...sottratto alla sua potenza negativa, l'immune non è il nemico del comune - ma qualcosa di più complesso che lo implica e lo sollecita. Non solo una necessità, ma anche una possibilità il cui pieno significato ancora ci sfugge"
(Roberto Esposito, Immunitas, Einaudi 2002, p. 22)

        Pubblichiamo di seguito una selezione della seconda parte del dibattito svoltosi su Nazione Indiana dal 20 ottobre al 25 novembre 2003. Si tratta di una discussione molto recente, che tuttavia noi consideriamo conclusa, almeno nelle pagine di Nazione Indiana. I nostri lettori sanno bene che, invece, il dibattito sull'argomento in Zibaldoni e altre meraviglie è appena iniziato.
        Ci si renderà subito conto di avere dinnanzi un testo molto particolare, nel quale la pacata discussione sul tema della "comunità avvenire" lascia il posto ad una vera e propria polemica senza esclusione di colpi, che però a nostro avviso può rivelarsi molto istruttiva. Per comprenderla, bisogna rifarsi alla citazione di Roberto Esposito che abbiamo messo in esergo a questa seconda parte: "...sottratto alla sua potenza negativa, l'immune non è il nemico del comune - ma qualcosa di più complesso che lo implica e lo sollecita. Non solo una necessità, ma anche una possibilità il cui pieno significato ancora ci sfugge".
        Per noi la discussione con gli scrittori e i lettori di Nazione Indiana è stata davvero una necessità dettata dalla consapevolezza che solo dal dibattito delle idee, dalle sollecitazioni che ce ne potevano derivare, poteva scaturire un'idea nuova da cui ripartire. La soluzione del nostro rapporto con Nazione Indiana, purtroppo, è invece il frutto di una diversa considerazione che alla fine è stata fatta di noi e del nostro lavoro e dei nostri interventi, come di caratteri inerenti al "nemico". Siamo stati identificati come "nemici" ed espulsi dalla discussione e addirittura dai rapporti personali di alcuni redattori (Scarpa e Benedetti), perché "non abbiamo capito niente" o perché "non portiamo un contributo" o "non abbiamo un'idea", etc. È evidente che qualcosa non ha funzionato nel nostro rapporto con Nazione Indiana. Difatti, mentre noi pensavamo che le idee critiche potessero essere accolte e discusse, confutate e magari respinte, ma sempre sulla base di significative argomentazioni, ci siamo trovati di fronte a una reazione scomposta, con la quale dapprima Nazione Indiana ha cercato di ridicolizzare le nostre tesi e poi di ridurci al silenzio. Ora, non diciamo tutto questo per interessare il lettore ai nostri casi personali, che non contano nulla, ma semplicemente perché questo e non altro è stato l'esito della discussione sulla "comunità avvenire", che, almeno nella sua prima parte, come si è potuto vedere, aveva lasciato presagire e avrebbe potuto portare ben altri frutti. Forse gli eventi sono troppo recenti per poter esprimere un giudizio. Tuttavia, noi crediamo che tutte le strategie messe in campo da Nazione Indiana per far cessare il dibattito sulla "comunità avvenire" rispondano ad una fortissima necessità che avverte lo scrittore immune di salvaguardare la propria individualità, la propria soggettività riconosciuta nell'attuale mercato delle lettere; quelle strategie di aggressione e riduzione a "nemico" dell'interlocutore, rispondono, in definitiva, ad una esigenza precisa della comunità data, che è per sua natura reazionaria e conservatrice, di contrapporsi a chiunque si attenti ad avanzare una critica, che potrebbe mettere in dubbio il paradigma esistenziale dello scrittore immune moderno che di essa è un riconosciuto paladino. La critica si configura, allora, come un atto di insubordinazione, di indisciplina, e pertanto va messa a tacere con ogni mezzo, anche discreditando quello che deve essere considerato ed è a tutti additato come il "nemico". Va da sé che noi rifiutiamo in toto una simile logica, che chiude le porte in faccia all'altro quando questo non gli serve più o quando non riesce ad assimilarlo a sé. Al contrario, siamo convinti che oggi, se uno sforzo bisogna fare - TUTTI - è quello di superare le contrapposizioni di questo tipo radicale oppositivo. Non superarle facendo finta che non esistono, ma superarle per il fatto che non le consideriamo più come costitutive del nostro pensiero, fondanti la nostra identità. L'ossessiva sindrome immunitaria che abita pervasivamente il nostro mondo non ci indica che dobbiamo fare a meno dell'immunitas o addirittura delle nostre vite. Noi dobbiamo fare a meno di noi stessi in quanto soggetti che pensano e scrivono secondo i paradigmi del "nemico" e dell'"amico". Se è vero che dall'immunità naturale dovremmo sempre prendere spunto anche per i nostri comportamenti pubblici, e che la biopolitica è appunto l'occasione per mettere sullo stesso piano, o almeno in dialogo, natura e cultura - allora dobbiamo capire che non esiste più un "nemico", ma solo un'idea che può esserci estranea oppure no, che possiamo addirittura non comprendere, ma che rimane pur sempre necessaria all'orizzonte dialettico di qualunque discorso comunitario. Per esemplificare, se noi non ci fossimo confrontati con alcuni redattori di Nazione Indiana non avremmo mai capito fino in fondo l'importanza del discorso sulla "comunità avvenire". Al contrario, la difficoltà di Carla Benedetti, di Tiziano Scarpa e in genere di altri redattori di Nazione Indiana è consistita nell'infrangere se stessi nel muro incomprensibile dell'altro, che infine si è preferito ridurre a oggetto da denigrare o ridicolizzare, a "nemico", piuttosto che riconoscere come profondamente estraneo e quindi, al limite, degno perlomeno di essere interrogato e rispettato.
        Se un insegnamento è possibile trarre da questa polemica letteraria, questo consiste, dunque, nella presa d'atto di una difficoltà da parte di molti intellettuali e scrittori nell'affrontare il libero scambio di idee non insieme ai propri sostenitori, ma insieme agli altri. Il bilancio che noi ci sentiamo di fare, quale si evince da questa polemica, è piuttosto fallimentare. Eppure, il fatto stesso che una polemica così aspra ci sia stata, come sempre più raramente avviene, rivela anche che esiste una certa vitalità nella letteratura contemporanea e che la normalizzazione auspicata dal mercato editoriale non è ancora estesa su tutto il gran corpo della produzione letteraria. Se questo è vero, allora anche dall'esito negativo della presente polemica possiamo trarre elementi di riflessione e incoraggiamento. Anzi, noi siamo convinti che è proprio da questo fallimento, ancora una volta, che il discorso sulla comunità e sulla letteratura avvenire possa e debba ripartire.
        Buona lettura.

Edv - Gv

***

Il dibattito riprende in NI il 20 ottobre con un intervento di Federico Ferrari dal titolo La nudità del pensiero:

"... non si tratta più solamente di produrre dei significati, di esercitare quella che un tempo si è chiamata una critica militante, ma di entrare nella sfera del senso in tutti i sensi. Questa praxis non comporta "la rinuncia a progettare o criticare", ma indica la necessità di creare nuove forme di critica e di progetto a partire dal mondo, esattamente da questo mondo che ci è dato di vivere. Non è più consentito il salto mortale nell'oltre-mondo dell'ideale, nell'ornamento del pensiero progettuale classico. Si tratta, al contrario, di stare alle nude cose quotidiane, alla pelle delle immagini, senza cadere nella consolazione della profondità e del "dietro", o nello sconforto depotenziato e depotenziante del "non ci si può far nulla, poiché tutto si perverte in spettacolo".
Questo esercizio critico, naturalmente, ben lontano dallo sprofondare nel mutismo, ha a che fare con il problema della presa di parola, in cui ogni singolarità pone il problema di una attestazione di senso, innegabile e insopprimibile. Ed è poi questo, a ben guardare, tutto il problema della comunità, così come si è andato delineando anche sulle pagine di Nazione Indiana. Ogni presa di parola è l'ingiunzione affinché una nuova parola - quella dell'ultimo - sia annodata, sia ricompresa in una trama più ampia, la cui texture resta inafferrabile per l'insieme dei fili o delle voci. Si tratta di cominciare a tracciare i confini e la fisionomia di quella che Bataille chiamava la comunità di coloro che non hanno comunità. Se volete - e per ricominciare a pensare "in grande" - questa è la questione di un nuovo legame sociale. E non è certo un caso, almeno credo, che una tale esigenza nasca in un sito che si occupa di scrittura, un luogo in cui le identità si scrivono, scrivono se stesse e scrivono le une alle altre, si costruiscono le une sulle altre, in un gioco di rinvii e di nodi che rende inestricabile il mio dal tuo, riunendoli nell'infinito del comune o, ma è lo stesso, nell'infinito reticolare del senso. (Nancy, nel suo tentativo di ripensare l'ontologia come Mit-sein, con-essere, parla di "essere singolare plurale", di un essere, cioè, che fa esperienza della propria singolarità come rinvio ad una pluralità: prima viene il con, poi l'io; si presti attenzione, il con non il noi.)
Restare alla "nudità" non vuol dunque dire rinunciare alla critica, né ritirarsi nel mutismo o nell'inerzia. La nudità del pensiero richiede, anzi, nuove parole, nuove voci, capaci di esprimere il silenzio dei corpi martoriati, sfruttati, umiliati, senza loro sovrapporre costumi ideologici o ipersignificanti. Tilda Swinton lo diceva molto bene in un suo articolo apparso su Alias qualche mese fa: si tratta di tenere il significativo privato del significato. Io direi che si tratta di configurare un nuovo senso al di là delle figure direttrici della devastazione planetaria del capitale, si tratta di creare nuove immagini al di là dello spettacolare.
Quando il significato svanisce appare la singolarità di un senso, l'attestazione indubitabile di un'esistenza. Quando alle immagini dei corpi straziati nei mille focolai di guerra che scorrono sui nostri schermi si toglie l'insulso commento dei telegiornali, appaiono dei corpi che chiedono risposte. È questa la nudità del pensiero.
Direi quindi - e credo che Nancy sarebbe d'accordo con me - che la questione del ruolo dell'intellettuale oggi è ancora e per sempre quella di mettere a nudo tutto ciò che impedisce di vedere il reale. Che poi il reale sia il mondo o le proprie idiosincrasie, poco importa (tanto più che le proprie idiosincrasie sono ancora il mondo e sono intessute da parte a parte di mondo). L'intellettuale ha, come gli altri o più degli altri, il dovere della presa di parola. Questa è la responsabilità dell'intellettuale: rispondere alla nuda esistenza. Non ci si deve spogliare della critica, ma si deve spogliare la critica fino alla propria nuda essenza, alla propria indigenza, alla propria difficoltà più vera. Forse, allora, si scoprirà che la critica non è il raggiungimento della nudità del pensiero, ma il gesto che spoglia, che toglie alla nudità la possibilità stessa di dirsi innocente, di essere il punto finale. Non c'è un punto finale, non c'è un soggetto fondante, non c'è una sola voce, un solo modo; ci sono singole posture, corpi particolari, stili eterogenei. Il mondo non va oltrepassato, poiché il suo senso è tutto lì, nella sua nuda esistenza. Il mondo ha bisogno di risposte, di voci che dicano, denuncino, propongano".

*

Giovanni Maderna il 21 ottobre si pone alcuni interrogativi:

"... Dei romanzi cannibali di Nove e Labranca, ma anche dell'evoluzione suggerita da Scarpa di quella interpretazione del reale, si può dire che sappia "stare alle nude cose quotidiane, alla pelle delle immagini, senza cadere nella consolazione della profondità e del "dietro"? Si può dire che siano "capaci di esprimere il silenzio dei corpi martoriati, sfruttati, umiliati, senza loro sovrapporre costumi ideologici o ipersignificanti?
Si può dire che siano capaci di "configurare un nuovo senso al di là delle figure direttrici della devastazione planetaria del capitale" , di "creare nuove immagini al di là dello spettacolare"? Oppure si rimane comunque sul piano dello spettacolare? Senza compiere fino in fondo l'atto di 'spogliazione del pensiero'?"

*

Marco Veronese, lo stesso giorno, ribadisce:

"... Ferrari ha ragione da vendere nel dire quello che dice: occorre creare nuove immagini senza infilarsi in modo irriflesso nel tunnel dello spettacolare, ma anche senza compiere l'ingenuità di credere di potersene porre fuori. Ma il punto, come dice Maderna, è se i cannibali, gli articoli di Scarpa e molto altro siano davvero "creativi", sovversivi, o non siano altro che quello che lo spettacolare vuole. I cannibali, Scarpa si oppongono al sistema o sono così all'interno da fungere da suoi (involontari) apologeti? Quando Scarpa sembra voler stare sul piano d'immanenza, in realtà che cosa fa? (O, per non far cadere la questione sul personale, quando Tarantino, nel suo ultimo film, si appiattisce così tanto sul genere, che cosa fa? Smuove il genere o se ne fa, involontariamente, apologeta?) A me pare, purtroppo, che il discorso di Scarpa si appiattisca a tal punto da non aver più una pelle, come dice Ferrari anche nel suo bel libro dal titolo "La pelle delle immagini". Scarpa non stabilisce un reale contatto. Sembra più adeguarsi, mentre il "corpo a corpo" richiede abrasioni, lesioni, bruciature. O forse mi sbaglio?"

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Gustavo Paradiso, sempre il 21 ottobre, aggiunge:

"Caro Veronese, se ho ben capito, Maderna pone le stesse domande che ponevo io, e altri prima di me, e lei stesso, a quanto vedo: cosa c'entra la spettacolarizzazione di Scarpa con la critica alla società dello spettacolo e con la "comuntià di coloro che non hanno una comunità"? Non è piuttosto una contraddizione gigantesca nella quale si avvinghiano certi autori, che si proclamano contro questo e quello, che dicono di "non avere comunità", ma alla fine rappresentano benissimo proprio questo e quello, e nella comunità presente, che gli elargisce tante belle cose, non è che si trovano poi tanto male?...
La contraddizione di alcuni scrittori (non solo Scarpa, ovviamente) mi sembra consistere in una incapacità di contrastare per davvero quello che con parole superficiali non dimenticano mai di vituperare: il mondo presente. Di conseguenza il tutto assume il sapore di una messinscena, che invece che mettere a nudo la nudità, come dicono Nancy e Ferrari, traveste di nuovi, peggiori orpelli allucinatori le nostre già fruste, stanche, oppresse menti e immaginazioni. Cosa pensa lei di questo? Io penso che oggi incontrare gente assolutamente NUDA di sé è un gran miracolo in occidente, una rarità veramente. Gente, voglio dire, che riesca a spogliarsi fino in fondo della significatività del proprio ruolo, riuscendo così a mostrare la carne viva, che è una carne che non è più fatta di carne".

*

Il 22 ottobre Federico Ferrari aggiunge delle precisazioni al suo intervento:

"In questo senso, la nudità di pensiero che invocavo non ama l'adesione, seppur ironica o grottesca, alla cinica realtà. Il discrimine, almeno per me (ma forse anche per Maderna), è in questo contatto a distanza che non accetta in alcun modo il discorso cinico della spoliazione planetaria, cioè, della sottrazione arbitraria e violenta di una storia, di un passato e di un avvenire dell'umanità - in questo furto planetario l'umanità si perde, perde i suoi desideri, le sue passioni, i suoi sogni, perché viene fissata negli stereotipi del capitalismo spettacolare o di un umanesimo reazionario.
Il rifiuto della spoliazione va di pari passo con la ricerca di nuove prospettive. E queste prospettive non possono nascere che da un diverso modo di intendere la spogliazione, cioè da un nuovo modo di denudare la spoliazione di senso a livello planetario. Il dénudement, il gesto che denuda, ha sempre a che fare con il denuement, con l'indigenza. Questa pratica di messa a nudo è, per me, la critica. La critica è un gesto. Fare della critica non significa fare dei segni (significanti), ma dei gesti (significativi). Probabilmente, questa è la sola critica efficace per pensare questo tempo out of joint, senza cadere in un nichilismo cinico o ironico. In fondo, la critica ha un senso quando, nell'assoluta spoliazione di senso, davanti alla nudità dell'abominio, mostra nel più piccolo degli indizi, nel più secondario dei gesti, la possibilità di una speranza, mostra che non tutto è perduto o, meglio, che quando tutto è perduto, tutto è di nuovo possibile.
Se "inutile è il libro quando la parola è priva di speranza", allora la critica, nella sua nuda indigenza, mi sembra si possa (si debba?) configurare come la piccola porta stretta da cui soffia il vento della speranza".

*

Paradiso interviene ancora il 24 ottobre:

"Ci sono tanti modi di reagire alla messinscena ordinaria che ci abbindola tutti. Reagire e oltrepassarla, io dico, o, come dice Ferrari, alludere con la nudità del proprio scrivere o della propria opera a un'altra nudità ancora, sempre "sul limite". Scarpa, era l'esempio che facevo, oppone alla messinscena cruda e grottesca dei media, una messinscena che a me pare debolissima, esibizionista, poco necessaria, poco illimitata. Per me è l'opposto di Pasolini per i motivi che ho detto sopra: Pasolini, con "Petrolio", ha cercato la via per uscire da ogni messinscena, da ogni "trama", con un rigore morale, prima che formale, davvero incredibile - rigore morale che è lo stesso, per me, invocato dal Bataille che argomenta "su" Nietzsche. Probabilmente è questione di tempi che sono cambiati, ma io è questo quello che vedo e che leggo. Non c'è alcuna intenzione moralistica nelle mie parole, né volontà di dare addosso a chicchessia (l'antipatia sì che è una messinscena). "Scriversi", i destini "che si scrivono", come dice ancora Ferrari cogliendo in pieno un'implicazione importante di molti discorsi che abbiamo intrecciato qui dentro, è un altro modo per smascherare ogni messinscena, per andare oltre le messinscene che ci assillano e ammorbano quotidianamente, perché solo "scrivendosi/scrivendoci" possiamo arrivare a qualcosa che non ha più a che fare con i significati che ci vogliono appioppare, che vogliono appioppare anche alle nostre anime, come dicevano De Vivo e Virgilio. Che poi, a guardar bene, questo "scriversi" rimandando sempre ad altro e ad altri, questo "struggimento vuoto" (Bataille), è quello che fanno gli scrittori da sempre, cercando nell'altrove della scrittura le soluzioni che la realtà troppo stretta non offrirà mai, nemmeno nel più riformato dei mondi. E qui mi vengono altre idee sulle "visoni", ma mi fermo per non annoiare troppo".

*

Ancora Paradiso:

"... quello che conta, sono le modalità in cui noi stiamo ora parlando, in un mondo in cui tanti altri milioni di persone stanno parlando, etc.: il famigerato "scriversi"... Conta - non vorrei sembrare un pappagallo di Ferrari, ovvero di Heidegger - il "cum", non il "noi" o il "Dasein", non la "nostra posizione" rispetto agli "altri". Voglio dire che a porsi la (falsa) domanda se sia valida o meno la "critica" che facciamo, serve soltanto a bloccare l'azione comunitaria, che invece deve essere sempre spostata in avanti, mai avvitarsi su se stessa, e meno che mai fissasi sull'origine. La comunità in cui siamo è questa, 'qui': e da 'qui' non si scappa, mai nessuno è scappato. E bada: siamo comunità tutti insieme, nessuno escluso, berlusconiani compresi o blogger compresi, per intenderci e semplificare all'estremo. Cosa faccio io, mentre vive e vige QUESTA comunità? Mi faccio ingannare e guidare dalle retoriche o dai kit preconfezionati (magari da quelli che si dichiarano "contro" - ma io non so cosa significa essere "contro"), cadendo così inevitabilmente in una angosciante depressione? O, piuttosto, cerco di mettere la mia volontà di consapevolezza al di là di ogni inganno più o meno precostituito, "cum", cioè 'mentre' sono con gli altri? Per limitarci allora alla letteratura e agli scrittori: Pasolini, ad esempio, cosa ha fatto? E Calvino? E Manganelli? E Celati? E gli scrittori e gli artisti di oggi, cosa fanno 'mentre' c'è QUESTA comunità, non un'altra? Io ho abbozzato qualche risposta. Tu, invece, cosa dici?"

*

Voltolini replica a Paradiso il 26 ottobre:

"La domanda che mi poni è "cosa fanno questi e quelli DATA questa comunità?". Apprezzo l'accezione che tu dai così allargata di comunità. Cosa fanno costoro va visto caso per caso. In generale, a me interessano quegli scrittori (ma non solo scrittori ovviamente) che lasciano aperto un senso all'alterità, alla diversità possibile. Mi interessano quegli scrittori che stanno sul limite che separa questa cosa che abbiamo tutti sotto gli occhi (messinscena?) da qualcosa che è altra da questa. Attenzione, io non posso dirti cosa sia questa altra cosa, ma non perché non ho studiato, o perché sono pigro, o perché non ti voglio rispondere, ma perché l'atto di dire è sottrarre un brandello a quella alterità e portarlo qui in casa da noi. Tradurre pezzi di alterità nel nostro linguaggio, per esempio, è farli diventare non più altri".


*

Il dibattito sembra esaurito, quando, inaspettatamente, il 3 novembre, Dario Voltolini pubblica in Nazione Indiana il nostro Scrittori e bloggers (spedito a NI circa un mese e mezzo prima), che riportiamo integralmente:

"L'idea che ci siamo fatti in questi ultimi tempi, è che oggi qualsiasi blog, comunque sia fatto e organizzato, raduni una non-comunità, ovvero un'insieme di persone non sottoposte al vincolo del dare-ricevere (ricordiamo una volta di più che "munus" significa "dono" e "incarico"), e che invece sono tutte tese alla rivendicazione della propria parziale verità, ovvero del "proprio": sono cioè "immuni". Una non-comunità siffatta, non sottoposta alla Legge del "munus", non solo non troverà, ma non cercherà neppure la verità. La VERITA' non esiste, certo, ma esiste una disposizione a ricercarla, che consiste nell'ascolto dell'altro, e può avere diverse modalità, di assenso o dissenso, non importa, ma non prescinde mai dalla considerazione di ciò che l'altro dice. Al contrario, nei blog che abbiamo frequentato noi, e in particolare nel "blog collettivo" Nazione Indiana, tutto questo accade normalmente. Nel blog sono possibili finzioni, travestimenti, anonimato, cambiamenti d'identità, inammissibili in una comunità data, se non nel tempo stravolto del carnevale o nel mondo della illegalità. L'individuo comunitario attuale, difatti, ha sempre una precisa identità che è il fondamento di ogni suo discorso. In un blog vale la pure voce priva di autorità, sicché se anche intervenisse un Grande Scrittore, la sua voce avrebbe lo stesso tono rispetto a quella di Pincopallino; e così gli argomenti che il Grande Scrittore porterebbe, ove fossero discussi, avrebbero la stessa mancanza di autorità di quelli della signora Vattelapesca. In un blog tutte le vacche sono grigie. Va da sé che quanto stiamo dicendo non riguarda la natura innata del blog, che rimane uno strumento neutro, ma riguarda chi ne fa uso, cioè l'uso che ne fanno Scrittori e bloggers, i quali, in un blog rivelano, meglio che in qualunque altra sede, le loro intenzioni e mettono a nudo i loro comportamenti, purtroppo sempre ispirati alla difesa dell'interesse privato o corporativo. (Qui parliamo genericamente dei blog, ma forse l'analisi che facciamo è estensibile anche ad altre analoghe situazioni internettiane "libere", come i forum, alcune mailing list, le chat, etc)
Ma se partecipare ad un blog risulta essere improduttivo e una vera e propria perdita di tempo, che cosa induce allora l'individuo a cimentarsi in un blog? Probabilmente ha ragione Hèlena Janeczek quando afferma che la società dell'immagine è la vera responsabile di quest'uso distorto del blog. Nel "blog collettivo" di Nazione Indiana, ad esempio, lo Scrittore spesso decide di non tacere quando un blogger lo attacca, e decide in tal senso perché deve difendere la propria immagine. Questo, in linea di massima, è vero, ma secondo noi il problema ha radici più profonde e l'analisi non si può fermare qui.
Spesso il blogger è un essere completamente deresponsabilizzato, egli non risponde dinanzi a nessuna legge che non sia quella della sua coscienza; ma non appena per qualunque motivo anch'essa viene meno, come nel caso degli anonimi e dei travestiti, il blogger diventa un irresponsabile, capace di dire (per fortuna non di commettere) ogni infamia. Addirittura egli può facilmente diventare un terrorista della parola, e in tal caso la comunità data reagisce nel solo modo che ritiene possibile, riducendo gli spazi di libertà, o addirittura con la censura.
Con questo non vogliamo demonizzare i bloggers. Tutt'altro. I loro interventi, nelle migliori occasioni, scorrono come un torrente impetuoso e guai a chi, anziché creare degli invasi per raccoglierne le acque, pensa di colmarne l'alveo, credendo con ciò di essersi sbarazzato del torrente. Rimuovere una modalità di scrittura significa non fare i conti con le idee che in quella modalità di scrittura hanno trovato espressione, significa fare come gli struzzi, avere paura di quello che può essere detto (in un blog) e mettere la testa sotto la sabbia. E noi non vogliamo tutto questo. Non accettiamo la superficialità di certi atteggiamenti dei bloggers, ma sappiamo anche che una motivazione reale muove la loro mano sulla tastiera. La superficialità, l'improvvisazione, la polemica gratuita, la digressione fuorviante, rimangono le caratteristiche principali della scrittura (molto postmoderna...) dei bloggers. In questo, quale differenza, ad esempio, rispetto alle scritture frammentarie e incompiute, divaganti ma mai estemporanee, di uno zibaldone di pensieri! La scrittura di uno zibaldone, per quanto rifugga dal finito e dal compiuto, non è mai scarsamente meditata, ma è il frutto, invece, di una diuturna verifica da parte dello scrittore. Al blogger manca la concentrazione necessaria, la solitudine leopardiana, il suo girovagare col pensiero in luoghi vicini e lontani; il blogger è per sua natura portato a interloquire direttamente con altri, a polemizzare, a imporsi agli altri più con la forza delle parole che con quella delle argomentazioni, salvo ripensamenti (anche perché è la natura stessa del mezzo, che si estrinseca in tempo reale, a spingerlo in questa illusoria direzione, che però alla verità fa solo cenno, senza mai rincorrerla per davvero).
Lo Scrittore comunitario (della comunità data, per intenderci) non ha il tempo, pare, per questi ripensamenti. Egli deve scrivere per tutti noi i suoi Libri, in cambio dei quali la società lo ripaga considerandolo appunto uno Scrittore, con uno status più o meno riconosciuto, circondandolo di onori e fama, successo e denaro (in qualche caso). Il blogger, invece, è spesso uno sconosciuto; di fatto, nessuno lo riconosce, a lui nessuno ha mai assegnato uno status sociale né gli ha donato nulla ed anzi molti vorrebbero sbarazzarsi di lui, che è sempre fin troppo versato nella polemica. Il blogger è spesso un lettore-scrittore insoddisfatto, nel senso che non è pago di ciò che legge nelle pagine commentate; gli Autori, i Libri, non lo soddisfano, e vorrebbe dire la sua, perché così facendo ritiene di poter ristabilire la verità, senza contare, invece, che non fa altro che imporre un'opinione del tutto confutabile e parziale. Ma il blogger fa di più: con il suo tono che rifugge sempre da un aperto confronto, e che perlopiù ignora le tesi dell'altro, ribalta la gerarchia del rapporto autore-commentatore, presumendo di divenire lui stesso Autore del tutto indipendente dal testo che avrebbe dovuto commentare. Quando si dice che in un blog ciascuno procede "a ruota libera" o si "diverte" si allude proprio a questa prassi consolidata e irrefrenabile, a questo essere "immune" del blogger. Cosicché, alla fine, il blogger ricade nello stesso errore che rimprovera allo Scrittore, l'errore di difendere il proprio orticello contro l'invadenza degli altri. Il blogger e lo Scrittore sono due facce della stessa medaglia costituita dall'individuo "immune" della società data.
Il problema vero, allora, si situa oltre questa differenza-identità tra Scrittore di una comunità data e blogger, e si pone in questi termini: non sarebbe il caso di analizzare la figura dello Scrittore comunitario così come opera nella nostra società, e sottoporla a critica, non certo per metterla alla gogna, ma per capire quale sia il suo status e il suo ruolo, oggi, all'interno della comunità data? Non sarebbe il caso di capire a quali compromessi lo Scrittore si sottopone per mantenere il suo ruolo, che cosa egli fa (o non fa), che cosa egli dice (o non dice) perché il suo status non sia posto in discussione?
Non basta, perché queste domande ne portano con sé un'altra: se è dello Scrittore comunitario (della comunità data) che occorre parlare, non sarebbe il caso di interrogarsi non solo su quale sia la comunità odierna, sui suoi meccanismi, sulle attese che essa ripone nello Scrittore e su quanto essa in cambio dona allo Scrittore, ma anche di interrogarsi sulla comunità avvenire, chiedendoci quale sia la comunità che noi, con la nostra opera di individui comunitari, vogliamo fondare? Questi nostri discorsi, difatti, hanno il presupposto irrinunciabile che noi non viviamo nel migliore dei mondi possibili, sebbene siamo molto ottimisti sul fatto di poter nel nostro piccolo, a partire dalla nostra circoscritta esperienza, e quindi entro limiti ridottissimi, e tuttavia significativi se raggiunti con la cooperazione degli altri, influire sulla comunità avvenire.
La figura del moderno Scrittore viene allo scoperto e mostra tutti i segni della sua avanzata canizie, quando entra in conflitto col mondo dei bloggers. In Nazione Indiana noi crediamo di aver verificato appunto questo. Improvvisamente, lo Scrittore perde la bussola, non sa più orientarsi, non vede più riconosciuto il suo status e la sua autorità, sente che il suo ruolo cessa di esistere. Lo Scrittore, allora, può reagire in due modi: diventa anche lui un blogger "immune" e deresponsabilizzato, che interviene solo quando viene messo in discussione il suo status comunitario (della comunità data) e quindi interviene per uno scopo del tutto personale o in difesa della corporazione, oppure lo Scrittore si chiude a riccio e si nega ad ogni confronto, preferendo ritmi di discussione e occasioni diverse, in cui tuttavia ci sia sempre la garanzia e la tutela del rapporto comunitario (leggi: della comunità data). Nel primo caso lo Scrittore deresponsabilizzato, mentre cerca di difendere dai bloggers il proprio ruolo di Scrittore, scade al loro stesso livello, diventando anch'egli blogger; nel secondo caso, lo Scrittore si adagia nella comunità data senza minimamente porsi il problema di quale sia il motivo profondo che induce i bloggers ad essere così chiassosi, e così facendo non dà alla comunità avvenire quel contributo che i bloggers sembrano chiedergli.
In tutti e due i casi, sia nel caso dello Scrittore ridotto a blogger sia nel caso dello Scrittore che rifiuta di sporcarsi le mani coi bloggers, il blog, come puro strumento neutro di comunicazione, nel caso di utilizzazione da parte dei letterati, rivela più di quanto nasconda. Rivela l'inadeguatezza dello Scrittore, incapace di inventarsi un ruolo all'altezza della situazione, una funzione che inauguri una terza strada, nella quale i discorsi che egli veicola nella comunità data lascino il posto alla libertà di parola della comunità avvenire, che dovrà essere fondata sulla disposizione di ciascuno all'ascolto dell'altro. Il che nessuna Legge potrà mai imporre, ma solo la nostra coscienza, che per ora sembra inseguire un'utopia, ma intanto prepara e fonda, a partire da questi discorsi, la nuova comunità. Ma se neppure lo Scrittore crede in tutto questo o non ha fiducia nel futuro, allora ben vengano i bloggers terroristi, i travestiti e gli anonimi maldicenti. Noi siamo certi che alla fine nessuna censura li potrà tenere a lungo fuori dalla porta perché i bloggers abitano naturalmente un blog, mentre gli Scrittori, che sono stati chiamati, o si sono autoconvocati, per fondare qualcosa che andasse oltre il blog, alla fine hanno semplicemente peccato come minimo di mancanza di immaginazione.
Quello che noi auspichiamo, pertanto, è ben altro, e consiste in un severo esame di coscienza dello scrittore moderno, che, a partire da queste considerazioni sul suo ruolo, riesca a scoprire nel blog e nelle sue modalità di scrittura, un mezzo di comunicazione letteraria aperto a tutti e nuovo, che, scavalcando ogni mediazione, raggiunga chiunque voglia parteciparvi in tutta libertà. Il blog, ripetiamo, è solo uno strumento nelle mani dell'uomo. Finché esisteranno gli Scrittori gelosi custodi del loro ruolo, più o meno fermi difensori della propria funzione e della propria verità, finché esisterà un testo principale e in subordine una finestra di commento, esisteranno i bloggers pronti al travestimento, all'anonimato, all'insidia, al tranello, alla menzogna, pronti a ribaltare ogni gerarchia e a farsi autori a loro volta; e saranno la cattiva coscienza degli Scrittori, che accompagneranno notte e giorno come un indecifrabile senso di colpa. Forse è un'utopia che questa ricomposizione tra Scrittori e bloggers (leggi: lettori...) avvenga in futuro, ma è un'utopia per la quale vale la pena di lottare e di operare, ognuno nel suo piccolo: il blogger, continuando a essere se stesso, e lo scrittore immaginandosi qualcosa di diverso dai ruoli in cui il suo personaggio lo blocca. Mentre il blogger, infatti, non potrà mai essere quello che non è oppure immaginarsi una comunità avvenire, in quanto egli vive solo nell'attimo del tempo reale dei suoi "post", lo Scrittore, invece, deve sforzarsi di togliersi di dosso la sua S maiuscola, deponendo ai piedi della comunità avvenire quella che credeva essere la sua Verità".

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