*
Rispondiamo
a Scarpa il 10 novembre con un testo dal
titolo Scarpa l'immune, ovvero della
comunità avvenire, in cui ribadiamo
la nostra posizione e precisiamo i termini
di alcune questioni. Riportiamo per intero
il pezzo:
"1.
PREMESSA
Non è facile accettare di entrare
in dibattito con chi tende a fare ironia
sui tuoi discorsi, con chi prima ha accolto
e pubblicato le tue idee e poi le ha derise,
quindi le ha accolte e pubblicate per deriderle.
La categoria dell'"ironia" - lo
abbiamo imparato da Carla Benedetti - è
oggi l'arma preferita da chi deve 'depotenziare'
l'interlocutore quando lo vede come un avversario.
Tiziano Scarpa nel suo pezzo Il pianeta
dei fantablog fa appunto dell'ironia gratuita,
tentando di sminuire le nostre idee attraverso
l'invenzione del discorso sui fantablog
e altre "cose divertenti". E questo
non facilita chi, come noi, è convinto
e certo della 'potenza' delle proprie idee,
e perciò non accetta che esse vengano
messe alla berlina da chicchessia. Cosa
fare, allora? Rispondere, già lo
sappiamo, servirà soltanto a innescare
in NI interventi se possibile ancor più
aggressivi; ma è certo che non possiamo
tacere, ora che uno dei redattori di NI
sembra aver rotto quella che sembrava essere
una vera e propria congiura del silenzio.
In effetti, il lettore deve sapere che questa
discussione ha avuto origine nel luglio
scorso, quando noi abbiamo sollevato sulle
colonne di NI il problema del ruolo dello
scrittore (anche registi, pittori e musicisti
quando scrivono sono scrittori) in questa
società e quello della 'comunità
avvenire', ricevendo un'attenzione distratta
e superficiale da parte di qualche redattore
(Antonio Moresco, per esempio, in quell'occasione,
sottovalutò e distorse le nostre
tesi), ma moltissime attenzioni da parte
dei lettori. Tiziano Scarpa, allora, aveva
taciuto, ed anzi aveva provveduto ad oscurare
le finestre di commento ai suoi pezzi per
non dare adito ad alcuna discussione.
2.
LEOPARDI, PENSACI TU!
L'articolo di Scarpa ha il merito, ora,
di fare chiarezza sulla sua posizione relativa
alle tante questioni che da alcuni mesi
in qua sono state oggetto di dibattito.
La nostra prima impressione è stata
che Scarpa si sia deciso, non potendone
più, a mettere da parte la regola
del silenzio che si era imposto e a gettare
le carte in tavola, quelle che ha in mano.
Che delusione! Ci aspettavamo chissà
quale argomentazione critica, un ragionamento
fondato, un'idea che contribuisse al dibattito
in corso, e invece, niente, solo un soprassalto
di mal contenuto risentimento, che gli impedisce
di articolare un discorso in forma compiuta,
ma è sufficiente a fargli esprimere
la sua acrimonia in forma smozzicata, spastica,
ripetitiva, con poche parvenze di idee che
si vanno spegnendo verso la fine del lungo
e noioso pezzo, un vero e proprio sproloquio
contro il nostro scritto dal titolo Scrittori
e bloggers, apparso recentemente su NI per
iniziativa di Dario Voltolini. E che cosa
dice Scarpa, per cominciare? Che noi, coi
nostri richiami etimologici, abbiamo perso
di vista l'attualità della lingua,
il significato che oggi le parole hanno,
ben diverso da quello del passato. Ora,
che uno scrittore di qualche grido, qual
è Scarpa, non sappia che "le
parole sono vive" perché hanno
una lunga storia e che l'etimo non è
affatto la loro parte morta, ma è
ciò che le tiene in vita e costituisce
il loro fascino antico (Leopardi, pensaci
tu!), beh, questo ci dà molto da
pensare sulla stoffa del nostro interlocutore,
sulla sua, come dire, mancanza di riflessione
linguistica. Ma passi. Sennonché,
un'altra questione subito è posta
da Scarpa, quella riguardante la comunità
e il modo in cui noi la consideriamo. L'uso
di aggettivi come "terrificanti"
e "totalitari" riferiti ai nostri
ragionamenti, ci induce a credere che Scarpa
ci attribuisca l'idea di una comunità
avvenire sul modello di quella staliniana,
in cui la verità è quella
stabilita in alto loco e tutti debbono adeguarsi.
Possibile che in NI circoli ancora questo
comodo equivoco? Quale idea si è
fatto di noi Scarpa? È bene forse
chiarire (per l'ennesima volta...) la questione.
La nostra idea di comunità è
talmente aperta e priva di ogni connotazione
"totalitaria" e, quindi, "terrificante",
che noi, proiettando nel futuro la costruzione
di essa, siamo aperti a qualsiasi contributo
provenga dall'esterno, purché sia
un contributo attivo e positivo, che si
collochi già da ora in una dimensione
comunitaria. Escludiamo dal nostro sito,
per esempio, tutti coloro che vogliono farsi
pubblicità, o coloro che prendono
la penna in mano per ricamare intorno alla
propria persona con esercizi solipsistici,
che ci disgustano; escludiamo gli incapaci
e i vanesi, gli arroganti e i violenti,
coloro che ammiccano al "pubblico"
e in genere tutti quelli che scrivono per
avere un tornaconto immediato. Questo è
il nostro lavoro e questa è la nostra
idea di 'comunità avvenire', così
come già da ora noi stiamo contribuendo
ad edificare. Cosa c'è in tutto questo
di "totalitario"? Il fatto che
siamo noi a decidere? Ma certo! E se non
noi, soggetti attivi della pratica letteraria,
chi dovrebbe farlo? Un editore, un giornalista,
un "mediatore culturale"? Noi
ci assumiamo la responsabilità delle
nostre scelte, mettendo nel conto la possibilità
di sbagliare, ma ben sapendo che questa
è la nostra sola possibilità,
perduta la quale si apre la prospettiva
di adeguarsi al presente, all'attuale sistema
letterario che ti compra e ti vende come
gli pare e piace, che, invece, noi combattiamo.
Ecco, questa idea di comunità è
per Scarpa un'idea totalitaria, mentre per
noi è vero l'opposto, essendo le
nostre scelte letterarie indirizzate contro
il moderno totalitarismo, presente e operante
in modo subdolo, più o meno nascosto,
nelle case editrici e nelle cricche letterarie.
3.
IL NOSTRO LAVORO
Quando abbiamo cominciato ad allestire la
nostra rivista, abbiamo cominciato proprio
col mettere insieme i cocci di una comunità
bistrattata, dispersa e confusa nella comunità
data dal mercato e dai mediatori. Ci scambiavamo
tra amici idee, libri, testi di ogni tipo,
e trovavamo che libri bellissimi non riuscivano
a vedere la luce perché il mercato
editoriale opponeva una ferrea resistenza
a tutto quanto non concorda con i suoi fini
meramente utilitaristici. Abbiamo pensato
che tutto questo non era giusto, che avevamo
il dovere di provare a fare qualcosa che
ripristinasse la giustizia, ossia le condizioni
per cui una comunità seria e responsabile
di lettori e scrittori giudica i libri che
legge in assoluta autonomia e decide, perciò,
di conseguenza. Per fare questo, tutti capiscono
che la prima cosa da fare è stata
deporre la S maiuscola di
Scrittore o aspirante tale, ossia quella
S che ancora lega al mercato, e quindi mettere
in comune con gli altri non solo il proprio
lavoro, ma anche la propria capacità
di dibattito, propositiva, ideale. Tutte
le persone che ci contattano non hanno con
noi alcun rapporto "professionale",
ma solo un rapporto amichevole ed eticamente
ineccepibile. Ad ognuno, noi proponiamo
di collaborare attivamente al nostro progetto,
non solo con scritti, ma anche con idee.
Discutiamo ogni cosa, anche le minime scelte
di correzione o emendamento. Cerchiamo una
solidarietà che vada al di là
della letteratura, pur mantenendola come
orizzonte fisso e ideale. Se proprio dobbiamo
dirla tutta, non ci interessa tanto "l'aspetto
letterario" di ciò che scrivono
gli scrittori, ci interessa piuttosto stare
a pensare e immaginare insieme ad essi un
mondo diverso da questo, in cui si parla
e si argomenta, e la verità, anche
se a piccoli passi, è sempre raggiungibile.
La forma letteraria, il genere, i discorsi
teorici e, peggio ancora, tecnici, ci ammorbano
e ci distaccano dalla felicità, che
rincorriamo ogni momento, di poter capire
qualcosa di quello che ci accade intorno
grazie a ciò che scrivono gli uomini
e le donne che si accompagnano a noi sul
nostro stesso cammino.
Di chi "sa" scrivere, pertanto,
noi ci facciamo un baffo. Per noi chi "sa"
scrivere, chi "sa" qualsiasi cosa
è un uomo finito, morto. Noi cerchiamo
chi, come noi, "non sa" niente
di quello che fa, ma ricerca incessantemente
una via e il modo giusto per farlo. Abbiamo
pubblicato nel primo numero un testo straordinario
di Domenico Chiummiento, un semianalfabeta
di Potenza, dal titolo "Il terremoto
e la scienza". Per noi in quel libro
c'è più verità che
in migliaia di volumi di esperti perché
c'è lo sforzo di capire qualcosa
scrivendo da parte di un uomo che sente
la necessità, come un santo sente
le stimmate, di scrivere. La "necessità
di capire" non è la "necessità
di esibirsi" dei bloggers e nemmeno
la necessità di difendere il proprio
status da parte degli Scrittori.
Ma Scarpa non può capire queste cose,
perché le nostre parole egli le accoglie
con "ribrezzo", quel "ribrezzo"
che un tempo si riservava agli appestati
e ai lebbrosi. Per Scarpa vi è solo
il presente della comunità data,
dove egli sa di giocare in casa e che ora
deve difendere a spada tratta.
4.
IL BLOGGER, EMBLEMA POSTMODERNO
Abbiamo letto con molto interesse gli articoli
(e non solo) di Carla Benedetti, che troviamo
sempre molto lucidi e penetranti, e ci dispiace
molto che essi non abbiano insegnato nulla
a Scarpa. Eppure lui li invoca contro di
noi, come se noi non avessimo affermato,
sulla scorta di Benedetti, che i bloggers
(tutti i bloggers di tutti i blog, non solo
quello di NI) sono deresponsabilizzati in
quanto possono travestirsi, presentarsi
in modo anonimo eccetera. Ma abbiamo anche
aggiunto che, se ciò accade, la responsabilità
è anche del moderno Scrittore, il
cui ruolo arcaico motiva la nascita dei
bloggers, che ne sono l'altra faccia della
medaglia. Per noi, come per tutti, il "blogger"
è colui che fa e che scrive in un
blog, suo o di altri, individuale o collettivo.
Sostanzialmente, il "blogger"
è un individuo che di solito fa ricorso
all'anonimato e scrive in pubblico, utilizzando
una maschera o un bel vestitino autorevole
da vip (sono la medesima cosa!). Esempio:
il blog di un famoso giornalista tv è
lo stesso di un impiegato di Agrigento,
solo che, mentre il primo utilizza la sua
fama come maschera, il secondo la maschera
deve crearsela e, così facendo, si
illude di somigliare al famoso giornalista
tv - "di avere gli stessi diritti",
direbbero i fautori della moderna democrazia
catodico-internettiana. Quando diciamo "maschera"
non diciamo necessariamente qualcosa di
"falso", perché anche il
semplice fatto di "stare in rete"
è una maschera. Anche soltanto l'atto
del "mostrarsi" implica l'adesione
al teatro dell'apparire moderno o postmoderno.
Chi scrive in un blog, chi ha un blog, chi
ama il blog, chi lo gestisce è, in
poche parole, un perfetto cittadino del
nostro mondo moderno: una persona che accetta
di mettere in mostra la sua scrittura e,
prima ancora, se stesso, al fine effimero
di apparire. In questo consiste tutta la
superficialità dei bloggers, tutta
l'inutilità dei loro flussi scrittorii,
tutta la noia di quello che dicono e propongono.
Perciò a noi sembra esemplare questa
figura che emerge con nettezza dalla rete
per indicarci in quale direzione avviare,
e contrario, le nostre riflessioni. Dalla
figura del blogger abbiamo imparato a distinguerci,
e anche per questo motivo l'abbiamo resa
iperbolica nel nostro scritto, identificandola
con quella di qualsiasi "scrittore
di commenti" (anche chi si firma Tiziano
Scarpa o Gustavo Paradiso può non
essere il vero Tiziano Scarpa o il vero
Gustavo Paradiso).
Per prima cosa, dai bloggers ci distingue
il fatto che abbiamo imparato a non trattare
le cose che scriviamo come pasto ludico
per il "pubblico": per noi la
scrittura nasce dalla meditazione e dal
lavoro individuale e non può avere
mai un approdo spettacolare, cosa che invece
i bloggers cercano sempre a tutti i costi;
in secondo luogo, abbiamo imparato che quello
che scriviamo non è solo un insieme
di parole e spazi bianchi, ma innanzitutto
è frutto di un rapporto con gli altri
che ci stanno intorno: i bloggers scrivono
spesso, invece, per iniziativa e per uno
scopo individuali, nessuno può mettere
in discussione quello che dicono, anzi,
quello che dicono può essere solo
"commentato" (in subordine, ovviamente,
e nel modo che sappiamo). Infine abbiamo
imparato a non trattare con superficialità
le cose che scriviamo, a soppesare quello
che scriviamo e a pensarci e ripensarci
anche per settimane, mesi, cosa che i bloggers
non fanno mai.
Accomunando lo Scrittore al blogger, abbiamo
fatto tutt'altro che una forzatura. Se è
vero che il blogger è per antonomasia
lo 'scrittore immunizzato', che dice 'io'
non sapendo né potendo dire 'noi',
è in tutto e per tutto simile allo
Scrittore che ora andiamo a descrivere,
incapace di scrivere e argomentare se non
del "proprio". Anzi, non c'è
alcuna differenza tra uno e l'altro.
5.
LO SCRITTORE CON LA "S" MAIUSCOLA
Tutto ciò, a chi avesse voluto leggere
con intento dialogante il nostro scritto,
sarebbe stato ben chiaro. Invece è
evidente che Scarpa andava di fretta ed
era animato solo da risentimento nei nostri
confronti, e allora noi abbiamo dovuto chiarire.
Va bene anche questo. Ma veniamo ora allo
Scrittore. Lo Scrittore è... lo Scrittore.
Scarpa, a questo proposito, è di
una ingenuità disarmante. Noi crediamo
sia chiarissimo che quando parliamo di "Scrittore"
(con la maiuscola) non ci riferiamo a una
figura che ci siamo inventati, ma al vero
e proprio tipo standard di scrittore che
oggi è facilmente disponibile sul
mercato. Tale Scrittore è lo stesso
Scrittore che abbiamo visto in azione in
NI in diverse occasioni: lo Scrittore che
parla quasi solo per difendere il proprio
territorio, che parla quasi sempre solo
dall'alto e solo degli affari intellettuali
suoi, che usa effetti speciali per corrompere
il pubblico. Questo è il tipo di
Scrittore con il quale noi ce l'abbiamo,
e che, infine, possiamo rinvenire anche
nel medesimo Scarpa, il cui ultimo intervento
è una chicca per gli estimatori del
genere standard di Scrittore mercantile,
ossia di Scrittore con la maiuscola che
si esibisce con la maschera che gli viene
fornita dal sistema editoriale che lo definisce
e autorizza a dirsi tale. Come si fa, infatti,
a dire che uno è Scrittore? Chi lo
stabilisce? Ve lo siete mai chiesto? Scarpa,
ad esempio, chi lo ha detto che è
uno Scrittore? E noi due, qui, siamo Scrittori?
Una volta ci è stato risposto da
uno Scrittore-mezzo-famoso che lo Scrittore
lo stabilisce il mercato. Noi ci mettemmo
a ridere, e gli replicammo che secondo noi
lo Scrittore lo stabiliscono i lettori,
che non sono il mercato. I lettori, come
dicevamo sopra, sono una comunità
("avvenire", per dirla con Nietzsche)
seria e responsabile di persone legate da
passioni e interessi e competenze, che possono
in qualsiasi momento e occasione capire
se hanno a che fare con una persona che
spara cazzate o dice delle verità.
Una tale comunità di lettori è
difficile pensarla oggi in maniera piuttosto
ampia, anzi a noi sembra piuttosto ristretta,
per il semplice fatto che lettori di tal
fatta sono sistematicamente castigati dal
mercato. Secondo lo Scrittore-mezzo-famoso
di cui sopra, infatti, ma, probabilmente,
anche secondo la maggioranza delle persone,
è il numero delle copie vendute a
fare uno Scrittore; quindi Totti, ad esempio,
o Faletti sarebbero i massimi scrittori
italiani contemporanei. Scarpa che cosa
ne pensa? Come mai oggi la comunità
seria e responsabile dei lettori non conta
un fico secco nel cosiddetto mercato dei
libri? I motivi li conosciamo, anche in
NI sono stati analizzati, ma non sviscerati
fino in fondo. Non è che in questo
bailamme qualche colpa ce l'hanno anche
gli Scrittori, ci siamo chiesti, ovvero
quelle persone che vantano una dignità
intellettuale superiore a quella di Totti
e Faletti, ma nella pratica si comportano
esattamente come loro, cioè come
dei venditori, contribuendo in pratica ad
annientare anche le ultime vestigia di una
comunità di lettori e scrittori seria
e responsabile? Per questo abbiamo chiesto
allo scrittore moderno di fare un esame
di coscienza, per fargli comprendere meglio
il suo ruolo nella società contemporanea
e indurlo a prendere atto, almeno, delle
sue non poche responsabilità. E Scarpa,
invece, che cosa fa? Nega la differenza
tra scrittori e bloggers (facendo lui sì
del populismo gratuito) tra scrittore e
commentatore e dice che ce la siamo inventata
noi. "Chiunque può aprire un
blog, chiunque può essere contemporaneamente
commentatore e scrittore", afferma
con una superficialità sorprendente.
Fratello caro, credi ancora alle favole?
Davvero credi che basti aprire un blog per
diventare scrittore? E che sia così
facile commentare un testo? È così
che intendi il tuo ruolo di scrittore? Come
sono ridotte in basso le nostre lettere!
E difatti, dov'è che Scarpa pubblica
il suo pezzo di commento al nostro intervento
Scrittori e bloggers? Nella finestra riservata
ai commenti dove infuriano i bloggers? Ma
no, che cosa credete, lettori, che lo Scrittore
voglia confondersi con i commentatori improvvisati?
Semmai andrà (come ha fatto: cfr.
commenti al suo articolo) tra il pubblico
acclamante con un breve scritto, per distribuire
autografi e farsi toccare le vesti. Lo Scrittore
pubblica in Home page (padrone di farlo,
naturalmente!), e in Home page dice che
lui è come un commentatore qualsiasi.
Nessuna differenza, signori; perché
lui, Scarpa, è democratico, mentre
noi siamo aristocratici, noi di 'zibaldoni.it'.
Ebbene, Scarpa si sbaglia, noi non siamo
né democratici né aristocratici,
siamo leopardiani, se proprio vuole saperlo.
Grande Iddio, uno Scrittore almeno dovrebbe
aver sentito dire che in letteratura non
ci possono essere democratici e aristocratici,
perché queste definizioni valgono
per la politica, ma non per le lettere.
Dobbiamo fare degli esempi? Ma no, per carità,
il nostro lettore è sufficientemente
colto e non ha bisogno del nostro suggerimento.
Però, giacché è saltata
fuori la questione, è bene fare qualche
precisazione. Tutti devono sapere che la
rivista trimestrale "Zibaldoni e altre
meraviglie" è, appunto, una
rivista e non un blog. La differenza è
che in un blog ci scrive chiunque, in una
rivista ci scrive chi ha cura di pubblicare
quella rivista e tutti coloro che vogliono
partecipate a questa impresa collettiva.
Ripetiamo, così gli entra nella capa,
allo Scarpa: siamo una rivista, non un blog.
Lui sa che cosa è un blog? Ebbene,
noi non siamo un blog, ma una rivista. Perché
vuole acquistare da noi ceci, se noi vendiamo
fave?
6.
LEGGETE LO ZIBALDONE LEOPARDIANO...
E converso, apprendiamo con grande stupore
letterario che NI non è, come si
definisce, un blog collettivo, bensì
uno zibaldone, almeno nella parte riservata
agli Scrittori (l'Home page). Scarpa, naturalmente,
tiene ben distinti i commentatori, che non
c'entrano per nulla con uno zibaldone, mentre
prima aveva detto che non c'è alcuna
differenza tra scrittori e commentatori:
misteri del populismo! Ma ci pensate, cari
lettori, Scarpa senza volerlo ha firmato
una sorta di "resa al nemico",
dichiarando che NI è uno zibaldone!
Forse non lo sa, ma vorrebbe somigliare
a noi. Saremmo tutti molto contenti e appagati,
se non ci cogliesse il dubbio che Scarpa
non sappia cos'è uno zibaldone. La
definizione di zibaldone, di cui diremo
più avanti, infatti, non si attaglia
molto a NI, dove ognuno pubblica quello
che gli pare e, quando succede che qualcuno
pubblichi delle cose non condivise (vedi
Montanari, quest'estate), ecco che uno prende
le distanze (Benedetti), l'altro tace (Scarpa
e tutti gli altri), l'altro ancora interviene
tirato per i capelli e dice cose non meditate
a dovere (Moresco), mentre Montanari deve
cavarsela da solo, e ci riesce solo dopo
molte mazzate sulla testa ricevute da bloggers
e commentatori vari, che non perdonano,
e fanno bene. Ognuno, insomma, in NI, dalla
propria finestra, e per i fatti suoi, mette
in mostra spavaldamente la sua opera o quello
che gli pare e piace, senza che si sviluppi
mai un discorso comune con chi sta fuori
e al di là dei propri gusti e steccati,
diminuendo anzi sempre più i margini
di qualsiasi dialogo e accrescendo la sindrome
da autoaccerchiamento tipica dei gruppi
e delle bande. Ora, diteci voi, può
questo essere uno zibaldone? Il povero Leopardi,
se fosse nella sua tomba, si starebbe rivoltando,
e non una volta. Almeno due volte. E sapete
perché? Perché Scarpa parla
a sproposito anche delle gerarchie tra scrittore
e lettore, che da noi, in "Zibaldoni
e altre meraviglie", sarebbero quanto
di più vecchio si possa immaginare.
Scarpa non sa - e come può saperlo
uno che scrive per il mercato - che lo zibaldone
non è mai scritto per un lettore
immediato, come un romanzo di duecento o
quattrocento pagine, ma è scritto
nella solitudine comunitaria per il lettore
avvenire. La vicenda postuma dello Zibaldone
leopardiano dovrebbe insegnare qualcosa
a Scarpa, al quale potremmo parlare altresì
della nostra esperienza zibaldoniana, che
ci ha rivelato la vera natura del mercato
editoriale. Solo la rete ci ha consentito
di dar vita alla forma zibaldoniana, ad
una forma antica, che nella rete, scavalcando
l'intero mondo dell'editoria, trova la sua
realizzazione. Ebbene sì, siamo "una
rivista vecchio stile", "tradizionale",
ma solo perché ora, con noi e grazie
a tutti coloro che contribuiscono alla nostra
opera, cioè alla comunità
che si viene formando, una rivista zibaldoniana
è possibile, è possibile realizzare
il sogno di Giacomo Leopardi. Noi siamo
vecchi, vecchi quanto lo è Leopardi!
In realtà, lo "zibaldone"
è uno strumento potentissimo, che
si presta ottimamente, per la sua intima
natura mnemonica e misteriosa, a mostrare
la via - intrecciata a quella degli altri
- che ciascuno di noi percorre vivendo.
Lo "zibaldone" non è il
blog, Scarpa. Forse non lo hai mai neanche
sfogliato uno zibaldone, meno che mai quello
di Leopardi, altrimenti ti saresti accorto
che uno zibaldone non è un'eruzione
gratuita di scrittura come quella del blog,
ma il frutto meditato di una vita che si
fa scrivendo, di chi "pensa scrivendo".
Lo "zibaldone", Scarpa, ha un
'ordine dissipatorio' che tu nemmeno immagini:
è l'ordine delle menti che cercano
scrivendo la propria ragion d'essere, non,
come ingenuamente tu credi, l'ordine fatto
dai pezzi messi a caso dentro un contenitore,
'consumati' per puro sfizio postmoderno
o per il piacere di trasgredire e di fare
spettacolo. Tutti potrebbero scrivere uno
"zibaldone", è vero, ma
a patto di consacrarsi alla scrittura: non
a quella cosa noiosa che alligna nei "blog"
e nei "racconti" tecnicistici,
nei "romanzi" elucubranti e nelle
"poesie belle", che di solito
si apprende anche nelle "scuole di
scrittura", ma proprio alla scrittura
intesa come strumento di conoscenza per
la scoperta della verità. Quale verità?
Quella che ognuno di noi custodisce, ma
che pochi riescono a mettere per iscritto
perché pochi si consacrano veramente
alla scrittura.
7.
SCRITTORI SERVI E INFELICI
Cosa c'entra, ora, l'audience con tutto
questo? Cosa credi, Scarpa, che ci guadagniamo
qualcosa con questa nostra opera? Che qualcuno
ci paghi? Tu lo sai che questo non avviene.
E quindi non venirti a lamentare delle miseria
dello scrittore moderno. Tu lo descrivi
come un poveraccio in una catapecchia. Ma
non ti chiedi, non se lo chiede il tuo spirito
critico, perché questo poveraccio
d'uno scrittore è ridotto in questa
condizione, chi lo ha ridotto così.
Capiresti che lo scrittore ingenuo che crede
di lavorare per la comunità, a cui
vorrebbe fare del bene regalandole un bel
libro di un esordiente da lui scoperto,
in realtà altri non è che
un povero cristo sfruttato dagli editori
che gli fanno tirare la cinghia; capiresti
che il modello di scrittore che ti sei figurato
è un servo più o meno cosciente
della sua condizione nelle mani dei grandi
e piccoli gruppi editoriali; capiresti,
infine, che questo modello di scrittore
è l'autoritratto della tua condizione
infelice nella quale incoscientemente vai
alla deriva, pensando di tenere la rotta.
In realtà, i grandi e piccoli gruppi
editoriali sfruttatori non esisterebbero
nemmeno, se non ci fosse la caterva di scrittori
prezzolati al loro servizio. Scarpa fa un
nome: Tiziano Scalvi, e potrebbe aggiungere
il suo. La passione, poi, la vocazione,
l'ispirazione, la gioia, l'arte, tutte queste
belle cose, non ti accorgi, Scarpa, che
sono solo la sublimazione della tua condizione
di prezzolato dell'industria editoriale?
8.
SCRIVERE PER 'PASSIONE', COME UNA P...
Abbiamo letto, qualche giorno fa, le dure
parole di Giuliano Ferrara contro Antonio
Tabucchi, il mandante annunciato di un eventuale
omicidio di Ferrara. Ed ecco che anche noi,
nel nostro piccolo, per aver scritto Scrittori
e bloggers, siamo diventati pericolosi,
poiché d'ora in avanti saremo considerati
i mandanti dei bloggers in quanto avremmo
giustificato il loro operato. Scarpa, sei
inquietante ed esilarante insieme! Non ti
accorgi di emulare i comportamenti di Ferrara
che sono quanto di più lontano possa
esserci dal nostro sentire. Non avendo idee,
lanci strali, fino a denigrare i tuoi interlocutori.
Ma non c'è nessuno in NI che possa
darti dei consigli, o vige sempre la regola
dell' "ognuno per sé e Dio per
tutti"? A noi non interessa offendere
l'altro con "frasi farabutte, vigliacche,
da mandanti codardi", e invece ci divertiamo
moltissimo quando la penna tradisce un risentimento,
un astio più radicato nella bile
del nostro interlocutore. E ancor di più
quando la stanchezza gli impedisce ogni
forma di autocontrollo e lo scritto porge
il fianco all'infilzata finale; così
noi, in conclusione, vogliamo infilzarti
col tuo stesso stiletto, o Scarpa, e raccontandoti
una storiella, giusto per renderti meno
grave il trapasso. A Napoli, qualche tempo
fa, c'era una prostituta, la quale diceva
sempre che durante il giorno incontrava
a pagamento cento uomini, che ricompensava
con finti gemiti di piacere, ma godeva davvero
solo la sera, col suo uomo (che, in realtà
era il suo magnaccia), e nel raccontare
ciò usava un tono passionale, come
rivendicando un diritto che per lei era
anche un piacere. A lei abbiamo pensato
quando abbiamo letto quello che dicevi;
che, cioè, tu scrivi su NI gratis,
per realizzare la tua passione, quando,
invece, aggiungi, "le mie parole, sul
mercato, verrebbero ricompensate con una
decorosa quantità di denaro".
Non avertela a male, Scarpa, ma il tono
delle tue parole è il medesimo di
quello della prostituta napoletana e il
medesimo è anche il loro significato.
9.
BATTERI E ANTICORPI
Questo, dunque, è il modello di Scrittore
presente e già passato, che vogliono
imporci gli altri e che a noi non interessa.
Noi su tutto quello che dice Scarpa stendiamo
un velo pietoso e compassionevole, e tuttavia
sappiamo che l' "immunizzazione da
Scrittore", vera e propria sindrome
da cui sono affetti gli Scrittori come Scarpa,
è l'altra faccia della nostra sana
passione comunitaria, necessaria almeno
quanto l'immunità di Scarpa, nella
determinazione della "communitas".
Come qualsiasi organismo vivente ha bisogno
di batteri e di "nemici" in genere,
anche noi abbiamo bisogno di chi ci 'attacca'
per rendere più chiare e vere le
nostre idee. Che stanno ancora qui insieme
a noi, ancora più forti e potenti
di ieri. Pertanto noi, che apparteniamo
al futuro, lasciamo volentieri a Scarpa
questo tempo nel quale sguazza a meraviglia,
tra una esibizione e l'altra di muscoli
ed effetti speciali, questo tempo fatto
di mercato (per gli Scrittori e non solo)
e di consenso, di audience, di spettacolini
imbecilli e trovate scrittorie, oltre che
di servitù più o meno velate.
Il futuro al quale apparteniamo, però,
non è quello ironico nel quale Scarpa
vorrebbe confinarci, ma quello in cui lettori
e scrittori costituiranno finalmente una
comunità non condizionata dal mercato
e dai suoi lenoni o mediatori, e non più
ossessionata dalla "scrittura",
come in un blog infinito. Cosa ce ne facciamo
noi di tutta questa gente che si mette in
mostra? Di questi milioni di persone che
scrivono da sé di sé e per
sé? Queste domande, coinvolgendo
gli scrittori, coinvolgono a nostro avviso
anche la letteratura. Che roba è
quella che leggiamo nei blog individuali
o collettivi? Può essere considerata
letteratura? Chi dovrebbe aiutarci a capire
se è letteratura o meno? La risposta
è semplice: gli scrittori sono tra
quelli che dovrebbero aiutarci a capire.
Ma... dove avevamo lasciato gli scrittori?
Se non sbagliamo, li avevamo lasciati a
pavoneggiarsi in una vetrina di un blog,
autorizzati dal Mangiafuoco di turno del
sistema mercantile delle lettere, che prima
li ha trasformati in Scrittori e poi li
ha mandati in avanscoperta ad accalappiare
nuovi pinocchi attraverso la lettura di
manoscritti e chissà quali promesse.
E un tale Scrittore può aiutarci
a capire che cos'è o dov'è
oggi la letteratura? Noi non crediamo proprio.
Un tale Scrittore può aiutare solo
se stesso, se ancora ci riesce, offrendo
lavoro salariato al Mangiafuoco di turno.
Un tale Scrittore è anzi la negazione
di qualsiasi possibilità di capire
alcunché in quello che ci succede
intorno perché un tale Scrittore
ha come orizzonte soltanto il proprio interesse
e, genericamente, il "proprio".
Noi siamo convinti che, se davvero necessarie,
le parole devono essere pudiche, residuali,
affettuose, piene di echi. Le parole devono
rimembrare, risuonare nell'animo di chi
ci sta accanto e ci ascolta. Non si può
dissipare la propria vita scrivendola in
un blog immunizzato, annullandola in uno
racconto spudorato del proprio tempo reale,
dei propri fallimenti o delle proprie fisime,
più o meno elevate. Se proprio bisogna
scrivere, bisogna scrivere per aiutare noi
stessi e gli altri a ricordare, non per
confonderli, accumulando roba scritta come
ferri vecchi e inutilizzabili. La letteratura,
se ancora potrà servire a qualcosa,
è a questo che dovrà rivolgersi,
alla sua radice che coincide con una sapientissima
arte della memoria".
*
Il
13 novembre, riceviamo da 'parte di Carla
Benedetti una e-mail privata, nella quale
leggiamo: "non mi pare che voi
stiate lavorando per una comunità
futura. Non vedo un pensiero in ciò
che scrivete su NI, neanche uno. L'impressione
che date è solo di avercela con qualcuno,
di essere mossi solamente dal risentimento
o dal bisogno verboso di attestare la vostra
esistenza". Decidiamo di divulgare
pubblicamente il messaggio in considerazione
del fatto che un attacco di questo tipo
contro di noi in realtà mette in
luce la precisa volontà da parte
di Benedetti di porre fine alla discussione
sul tema della "comunità avvenire",
che pure lei stessa aveva contribuito ad
avviare.
*
Scarpa
replica il 14 novembre con la seguente lettera:
"Cari
De Vivo e Virgilio,
grazie di aver partecipato e di continuare
a partecipare alla discussione. Come bloggers
siete niente male: sapete offendere, insultare,
dare delle puttane, dei servi, degli ingenui,
dei vili, degli ignavi...
Sapete fare mosse molto scorrette (pubblicare
lettere private è reato), per poi
rivestire i panni degli equilibrati imperturbabili,
come e quando vi fa comodo.
Chiedete spazio e vi lamentate quando vi
viene dato; criticate lo spazio del blog
e poi vi lagnate perché non vi viene
dato spazio nei modi e tempi che vorreste
voi; lodate i tempi riflessivi, ponderanti,
TRImestrali della vostra rivista e poi protestate
perché il vostro intervento è
stato pubblicato su Nazione Indiana DUE
mesi dopo che l'avete inviato. Volete il
conflitto, vi contrapponete frontalmente
agli "Scrittori" servi del mercato,
innescate la polemica e poi fate le vittime
perché vi si risponde; date il benvenuto
al terrorismo verbale e poi mettete in mostra
le ferite mugolando 'ci hanno fatto la bua,
ci hanno irrisi, ci hanno sbeffeggiati,
cattivi, cattivi!'.
Con terrificante superbia totalitaristica
pontificate che lo "Scrittore"
debba "sforzarsi di togliersi di dosso
la sua S maiuscola" (maiuscola che
gli avete messo voi...) "deponendo
ai piedi della comunità avvenire
quella che credeva essere la sua Verità".
Ma io non depongo un bel niente, cari i
miei dittatori! E' esattamente il potere
totalitario che chiede agli scrittori di
deporre la loro verità in nome della
comunità a venire. E' esattamente
il discorso fascista, nazista, stalinista
e di tutte le ideologie totalitarie, quello
che ha chiesto ciò agli scrittori.
Rimproverando agli scrittori PROPRIO di
FAR PARTE di una società corrotta,
borghese, reazionaria, sopraffattrice, ingiusta,
e di non essere i purissimi alfieri dell'utopia
realizzata, E QUINDI di essere ambivalenti,
contraddittori, E QUINDI non autorevoli,
E QUINDI di non essere veri autori, E QUINDI
di non avere diritto a scrivere. Rimproverando
agli scrittori PROPRIO di proporre la loro
verità individuale invece della fulgida
verità collettiva (leggi: della classe
politica al potere, dei funzionari di partito,
dei professionisti della rivoluzione). Gli
esempi storici non si contano. Delegittimazione,
emarginazione, censura, confino, prigionia,
tortura, eliminazione fisica. Ma dove dovremmo
vivere, secondo voi, noi scrittori o nonscrittori?
Dove dovremmo esprimerci e dare il nostro
contributo, la nostra povera verità
individualissima, se non nel tempo che ci
è dato? Avete l'indirizzo di Atlantide?
Ce lo spedite? Sfoglieremo il vostro dépliant
turistico, e NON partiremo.
Non me ne importa nulla se voi affermate
di essere aperti e mi proclamate a parole
di non essere totalitari: il vostro ragionamento
COINCIDE con il totalitarismo! Grazie a
dio non siete al potere. Confermo e ribadisco
che questo vostro ragionamento è
terrificante. Mi terrorizza l'idea che possiate
avere il potere di metterlo in pratica.
Spero che il giorno in cui avrete il potere
di farlo, nel frattempo abbiate cambiato
idea. Sto lavorando per questo. Partecipo
alla polemica per questo. Per farvi cambiare
questa idea terrificante.
Siccome quello che scrivono gli scrittori,
e le condizioni in cui si trovano a scriverlo,
non corrisponde all'utopia "avvenire",
alla società perfetta futura irrealizzata
(ma oh, quanto meravigliosa, giusta e paradisiaca!),
che gli scrittori smettano (qui, oggi, nella
nostra epoca) di scrivere. Stiano a casa
in silenzio e si ripresentino solo quando
avranno trovato la formula magica della
"comunità avvenire".
Deporre la verità individuale in
nome di quella collettiva non ancora realizzata!
Dite quello che avete da dire, col coltello
o senza: vi staremo comunque ad ascoltare;
ma non venite qui a chiedermi di deporre
quello che ho da dire in nome della vostra
utopia. È pazzesco che non ve ne
rendiate conto. Siccome c'è il mercato
e gli scrittori si trovano a doversi esprimere
dentro di esso, la vostra soluzione è:
"tacete, inventatevi qualcos'altro
nel frattempo: intanto zitti". E il
bello è che attaccate un blog (proponendo
di gettare a mare questo mezzo di discussione),
che è proprio una zona fuori dal
mercato!
Enrico, Gianluca, dài: ammettetelo.
Vi piace moltissimo il mezzo del blog. Vi
siete presi una cotta per il meccanismo
delle botte e risposte. Ribattete colpo
su colpo (se lo fate bene o male, lo giudicano
da sé i lettori). Continuate a dire
che il mezzo del blog è la negazione
della discussione, e non smettete di affermarlo
DENTRO un blog. Continuate a dire che Nazione
Indiana è un ricettacolo di nefandezze,
di mortificazioni, di censure, di assenza
di libertà comunicativa, dicendolo
DENTRO Nazione Indiana... Siete quelli che
hanno avuto più spazio di chiunque
altro, qui dentro (vabbe', la gratitudine
non è di questo mondo).
Ora, grazie un pochino anche a Nazione Indiana,
il vostro sito è un po' più
conosciuto (ho detto solo UN PO', eh! Non
pensiate che io adesso voglia accaparrarmi
un potere informativo che Nazione Indiana
non ha. Ma, diciamo, almeno una trentina
di persone in più sa che offrite
in rete una rivista trimestrale). Bene.
Lo visiteremo volentieri.
Io però continuo a pensare che distribuire
gli articoli nel corso del tempo (in un
blog o in un sito impostato con rinnovi
più frequenti) gioverebbe di più
alla riflessione e alla discussione (se
voi desiderate chiamare ciò formare
la "comunità avvenire",
va bene).
Avete fatto una scelta: pubblicare trimestralmente
una cospicua mole di articoli. Se foste
un blog, o un sito di altra natura, li sgranereste
nel corso del tempo, permettendo ai lettori
di leggerli uno alla volta, meditandoli,
e, se è il caso, commentandoli per
mettere in comune con gli altri lettori,
SENZA LA VOSTRA ILLUMINATA MEDIAZIONE REDAZIONALE,
le riflessioni che quegli articoli hanno
suscitato (esattamente come avete fatto
voi qui in questa finestra dei commenti
e, ancor prima, durante l'estate, e poi
inviandoci il vostro contributo "Scrittori
e bloggers", e altri contributi prima
di esso, che sono stati puntualmente ripresi
e pubblicati in home page, non fate finta
di dimenticarlo).
Non mi sembra che il blog consumi in fretta
ed espella gli argomenti senza digerirli
a dovere. Questa discussione ne è
la prova. Continua da settimane (molti infatti
si sono stufati), ci incita a meditare,
a modificare le nostre idee, a metterle
nero su bianco per verificare la loro tenuta
argomentativa, oltre che per comunicarle
agli altri. Che cosa c'è che non
vi convince in tutto questo?
Secondo me la formula che avete scelto (la
rivista trimestrale) è proba nelle
intenzioni, discutibile negli effetti: forse
inefficace, o comunque debole (e questo,
credo, non giova alla "comunità
a venire"). Scusate se mi permetto
di dirvelo. È la mia opinione. La
mia analisi personale. Il "munus"
che vi faccio. Usatelo come meglio credete.
Non vi sto dicendo di deporre la Zeta maiuscola
dei vostri Zibaldoni in nome di una meravigliosa
e perfetta "pubblicazione avvenire".
Può anche darsi che per tre mesi
di seguito, fedelmente, uno venga a visitare
il vostro sito pur sapendo che non viene
rinnovato, e si legga uno alla volta tutti
i contributi. Oppure può darsi che
scarichi e stampi tutto in una volta, per
trasformare zibaldoni.it in rivista "privata"
(detto senza doppi sensi: intendo "personale",
pratica, maneggevole) su carta. Può
darsi. Io penso che sia poco probabile,
ma magari sbaglio.
Ma avendo scelto la forma del trimestrale,
vi private di alcune possibilità.
Intervenire sull'attualità, per esempio.
Perché l'attualità dev'essere
proprietà del giornalismo? Perché
la descrizione e il commento del tempo,
della cronaca, di ciò che è
"attuale" (urgente, presente e
vivo) deve essere deciso dal "giornalismo"
(che significa gruppi di interesse, proprietà
editoriale, filtro redazionale, mediazione,
logica pubblicitaria, ecc.)? Perché
il giorno deve essere in mano al "giornismo"
di chi possiede l'oggi e la sua descrizione?
Noi di Nazione Indiana abbiamo avviato questo
sito ANCHE per questi motivi. Ci siamo stufati
di mendicare spazi sui giornali, che non
ci vengono dati, o ci vengono dati male
(interventi pubblicati dopo settimane, titoli
redazionali e occhielli - scritti dalle
redazioni - che non rispecchiano il nostro
pensiero, ecc.). Piuttosto di stare nel
(fintamente o parzialmente libero) mercato
del giornalismo, abbiamo deciso di lavorare
gratis nella liberissima rete (curioso che
chi lavora gratis vi faccia venire in mente
le puttane). È un passo (solo UN
passo) VERSO la comunità a venire,
questo? È tentare di essere intellettuali
impegnati? O è narcisismo, presunzione,
vanità da "Scrittori"?
Forse il blog e in generale la rete non
è la Grande Soluzione, avete ragione
(forse). Non siamo in una nicchia di paradiso,
qui. Ma perché soffocare un "bene"
in nome del "meglio"?
Un'ultima cosa: pubblicate TUTTA questa
discussione su zibaldoni.it. L'avete suscitata
voi: che gli diate spazio riprendendola
integralmente mi pare il minimo. Ve lo chiedo
pubblicamente".
*
La
nostra risposta è del 15 novembre:
"Caro
Scarpa,
finalmente notiamo un cambiamento, se non
di argomenti, almeno di tono nella tua ultima
lettera; un tono non più ironico,
beffardo, bensì serio, come crediamo
si addica a questi discorsi, nei quali c'è
in gioco molto di più dei nostri
casi personali. E di questo ti ringraziamo
vivamente, anche perché ci sembra
che, così facendo, si riesca a dare
aria alla discussione e a utilizzare in
maniera seria e impensata lo strumento blog.
A queste condizioni, il dialogo ci sta bene
- e anche il blog.
Ma, dicevamo, non sono cambiati gli argomenti.
Le cose che ci rimproveri, le nostre lamentele,
i nostri insulti, i nostri comportamenti
eccessivi noi non vogliamo negarli, ma li
consideriamo come lo scotto che siamo costretti
a pagare, e a far pagare anche ai nostri
interlocutori, per la mancanza di attenzione
verso certi temi, per l'acquiescenza e la
mancanza di senso critico con cui chi scrive
spesso esercita la sua attività.
Devi riconoscere che almeno con i nostri
interventi lo stagno di Nazione Indiana
si è mosso. Siamo intervenuti per
il gusto di fare polemiche? Noi non lo pensiamo.
Pensiamo, invece, che sia giusto fare in
modo che i nodi, tutti i nodi vengano al
pettine, se vogliamo che la pettinatura
riesca bene. Noi non vogliamo il conflitto,
noi siamo una delle forze che agitano il
conflitto. L'altra siete voi, indubbiamente.
Ma voi tendete ad addormentarvi e noi siamo
allora il vostro pungolo: questa è
l'autentica vasocomunicazione, come la intendiamo
noi, nella quale non può esistere
nessun tipo di gerarchia moralistica (noi
siamo i "buoni" e voi i "cattivi",
ad esempio). Siamo stati iperbolici perché
nella polemica bisogna esserlo, quasi per
necessità di genere. E non abbiamo
esitato a colpire in basso quando da parte
di qualcuno (leggi Carla Benedetti ultimamente)
si è tentato di ridurci al silenzio
in modo subdolo. Ma questo, come dicevamo,
è il prezzo da pagare. Come epigrafe
alla sezione della nostra rivista dedicata
alla polemica intellettuale, abbiamo messo
la seguente frase di Dante: "rispondere
si vorrebbe non con le parole ma col coltello
a tanta bestialitade", frase che, se
fosse stata letta come mostri di leggere
i nostri discorsi, caro Scarpa, avrebbe
procurato al nostro grande poeta come minimo
l'accusa di essere un assassino. Così
fai tu con noi: prendi le nostri iperboli
e le discuti alla lettera. Non è
corretto, sia dal punto di vista intellettuale
che da quello letterario (confondi i "sensi"
della scrittura). Non puoi dire che siamo
staliniani. Ti rendi conto di coprirti di
ridicolo? È come se un professorino
ignorante venisse a spiegarci che Nietzsche
con il superuomo ha anticipato il nazismo
e perciò noi siamo immorali a citarlo.
Così fai tu con noi, ci accusi delle
nostre idee per quello che possono far intendere
di male, addirittura nel futuro, sicché
tutti sono avvertiti: siamo pericolosi e
guai a votarci, se dovessimo scendere in
campo anche noi! Tutto ciò, ripetiamo,
ci sembra quanto meno ridicolo. Ma noi sappiamo
che tu a queste cose non ci credi veramente,
perché altrimenti non saresti così
perdigiorno da scrivere a due ex o post-staliniani.
Dovresti aver capito, invece, che la nostra
idea di comunità nasce non da un'
"utopia realizzata", cioè
dalla nostra presunzione di averla già
bell'e creata, con noi a capo come dei novelli
dittatori chapliniani, ma da una seria mancanza
di comunicazione con gli altri, relativa
al passato e in parte anche al presente,
da una condizione di profonda solitudine
dalla quale ci siamo a poco a poco tirati
fuori (ma ci si può mai tirar fuori
dall'esser soli?), anche parlando con voi
di Naz. Ind., pur tra mille equivoci e fraintendimenti,
pur tra continue aggressioni e violenze
verbali. Altro che "alfieri di una
utopia realizzata"! Abbiamo noi mai
detto di aver realizzato un'utopia? Il nostro
progetto zibaldoniano è tutto proiettato
nel futuro e si realizzerà solo col
contributo di tutti, non certo per nostro
merito esclusivo. E a noi sta bene così,
perché è appunto questa l'idea
di comunità che ci anima, che ci
tiene in vita, che ci fa sentire meno soli,
pur nel nostro solitario lavoro individuale.
Il resto è solitudine nera, individualismo,
conformismo, ma della peggiore specie. No,
non vogliamo convincerti. Te lo abbiamo
già detto: guai se tu non fossi Scarpa
l'immune e noi non fossimo i tuoi anticorpi:
non potresti vivere senza di noi e neppure
noi senza di te. Ma almeno riconosciamoci
per quello che siamo e traiamone le giuste
conclusioni. Non è, per esempio,
una conclusione giusta quella secondo la
quale noi intimeremmo il silenzio agli scrittori
di oggi. Ma come potremmo farlo proprio
noi, avendo deciso di dar vita a una rivista
letteraria? Saremmo dunque noi degli aspiranti
suicidi? No, caro Scarpa, noi non vogliamo
il silenzio degli scrittori, come chi ci
scrive lettere private liquidatorie; al
contrario, siamo sempre noi a chiedere il
loro contributo, non solo quando li invitiamo
a scrivere per la nostra rivista (e abbiamo
invitato anche te), ma anche quando, altrove,
per esempio in Naz. Ind., suscitiamo la
discussione, la animiamo con tutte le nostre
forze ed energie, costi quel che costi.
Ci hai fatto caso a tutto questo? Le persone
si giudicano dai comportamenti, non dai
semplici enunciati teorici. E i nostri comportamenti
sono energie pure messe in gioco per favorire
la discussione e la comunità, non
per esibirci o per fare della pubblicità
gratuita alla nostra rivista (ma se ci hai
portato trenta lettori ti ringraziamo).
Quanto al blog, potresti avere ragione tu:
ci siamo presi una cotta per questo mezzo,
e lo usiamo sistematicamente perché
ci piace moltissimo. Ma la nostra cotta
non è quella di un ragazzino per
una sua coetanea, bensì è
la cotta di chi, con un certo disincanto,
sa bene che ogni amore svanisce e lascia
solo rovine. La nostra riflessione ci induce
a utilizzare il blog come mezzo di discussione,
ma ad utilizzarlo con coscienza e distacco
critici, come dovrebbe esserti apparso chiaro
dal nostro intervento "Scrittori e
bloggers". Noi siamo dentro il blog,
ma contro il blog: quale contraddizione
vedi in tutto questo? Scriviamo in Naz.
Ind. e siamo contro Naz. Ind.: ti meravigli?
Fa parte del nostro modo di vedere le cose,
del nostro istinto a mettere il muso fuori
da casa per vedere che aria tira fuori,
perché fuori da casa nostra corre
la vita, non dentro; e se questo ci porta
a contraddirci, pazienza. Non siamo giustificati,
ma neppure ci giustifichiamo, perché
non siamo anime belle e non ci spacciamo
per tali. E poi, non siamo affatto d'accordo
che il blog sia fuori dal mercato. Anche
in questo caso una riflessione critica un
po' più approfondita ci porterebbe
a concludere che un blog è DENTRO
questo mercato, poiché la virtualità
è tale solo fino a un certo punto,
e può sussistere solo al prezzo di
un dispiegamento di mezzi economici enormi.
In realtà il blog è quanto
di più sottile e precipuo il mercato
ha inventato per frantumare la comunità
in una miriade di bloggers, ognuno dei quali
sopravvive alla mancanza dei rapporti reali
attraverso l'illusione di esistere in rete.
Questo riguarda anche noi, s'intende, e
anche voi. E allora, dove sta la differenza?
La differenza è nel fatto che noi
queste cose le riconosciamo e le diciamo,
adoperandoci per superarle come meglio è
possibile con l'instaurare una serie di
rapporti con gli altri fondati sull'amicizia,
come abbiamo avuto modo di scrivere su queste
pagine nel dibattito dell'estate scorsa.
Questo è stato ed è il cardine
del nostro discorso sulla comunità
avvenire, non altro. E invece ci siamo spesso
trovati a dover rintuzzare fraintendimenti,
malintesi, e anche non poche scorrettezze.
Quanto alla rivista trimestrale adattata
a internet, le tue critiche e i tuoi consigli
sono giusti e accettabili, anche se dobbiamo
farti notare che la scansione trimestrale
e altre quisquilie ci sembrano davvero inconsistenti
per la sostanza di un discorso inerente
alla letteratura. Noi non ci facciamo usare
dal mezzo, noi usiamo il mezzo, e ce ne
frega di tutte le questioni inerenti al
dinamismo di internet, alla interattività,
e blablabla. Noi internet lo usiamo con
lentezza, sobrietà, quasi con disattenzione
per l'aspetto tecnico. Insomma, anche da
come si usa un mezzo, secondo noi, si può
dedurre un'etica per opporsi alle forme
e ai ritmi dominanti che vorrebbero imporci,
non ti pare? Comunque, seppur con ben altre
motivazioni, già da qualche tempo
abbiamo provveduto a vivacizzare il sito
con la creazione di una pagina (COL COLTELLO),
ancora in fase sperimentale, da aggiornare
con maggior frequenza. Per il resto la nostra
rivista rimane trimestrale, una scansione
che si adatta bene ai nostri tempi artigianali
e che vogliamo mantenere, poiché
siamo convinti che, a prescindere da questa
scansione, la rivista-zibaldone potrà
acquistare la sua vera forma solo in avvenire,
quando cioè i contributi degli scrittori
saranno tali da delineare la variegata e
infinita forma di uno zibaldone. Noi, con
tutto questo, c'entriamo ben poco, quel
poco a cui si ridurrà il nostro contributo.
Quanto alla tua proposta di pubblicare sul
nostro sito TUTTO il dibattito degli ultimi
mesi, ti diciamo subito che riteniamo che
NON TUTTO il dibattito riveste la stessa
importanza. Pertanto, stiamo vagliando il
materiale, che pubblicheremo nei prossimi
tempi. Sarà una selezione solo di
quegli interventi nei quali sia più
apprezzabile il contributo alla discussione
sulla comunità avvenire. Sarà
una scelta nostra, certo, assolutamente
parziale e facilmente criticabile, ma ce
ne prenderemo tutta la responsabilità
ed è certo che sapremo difenderla.
Per chiudere, ti facciamo notare soltanto
che la discussione in NI sulla "collettività
che manca" non l'abbiamo affatto suscitata
noi, ma Benedetti, Janeczeck e altri. Noi
siamo venuti dopo".
*
Gustavo
Paradiso il 18 novembre fa le sue osservazioni:
"Gentili
lettori,
[...] da quello che dice Scarpa, io ho capito
che lui all'idea di comunità non
ci crede né punto né poco
e, quindi, è inutile che i due zibaldoniani
gli rompano ancora le scatole. Come poi
possa avvenire quella che in Naz. Ind. si
chiama la vasocomunicazione, non si capisce
bene, ma nessuno può chiedere a uno
di essere quello che non è.
Per quanto riguarda Benedetti, penso che
riportare il testo della sua lettera privata
sia stata una scorrettezza, ma capisco anche
lo stato d'animo di Virgilio e De Vivo che
dall'oggi al domani si sono visti considerare
come degli avventurieri e dei dilettanti
da una persona nella quale credo riponessero
molta fiducia. Ma perché Benedetti
li ha improvvisamente rinnegati, mentre
qualche mese fa andava pubblicando i loro
testi e scriveva, se non ricordo male, di
"aver aperto dei file" a seguito
della lettura di alcuni pezzi degli zibaldoniani?
Ora, se questi file sono rimasti vuoti una
ragione c'è e, secondo me, va rintracciata
nello scritto di De Vivo e Virgilio dal
titolo Scrittori e bloggers, nel quale i
due utilizzano alcune tesi della Benedetti
per ritorcerle contro Naz. Ind. Per esempio,
parlano della deresponsabilizzazione dei
bloggers o delle metamorfosi degli scrittori
che diventano bloggers e viceversa, mettendo
a frutto, ripeto, la lezione di Benedetti.
Ora la cosa peggiore che a un maestro possa
capitare è di vedersi crescere in
casa due allievi che utilizzano quanto hanno
appreso da lui per criticarlo, poiché
questo significa commettere parricidio (matricidio,
in questo caso), un reato gravissimo e da
cui non ci si può emendare in nessun
modo, se non abiurando. Non so se sono stato
chiaro. Benedetti con quella lettera che
tutti hanno potuto leggere rinnega i suoi
allievi, dice loro che non meritano il suo
insegnamento e chiude loro la porta in faccia.
Fa bene, fa male? Ai posteri l'ardua sentenza.
La scorrettezza dei due è indubitabile,
così come anche rimane l'ingenuità
della Benedetti, la quale non ha ben meditato
che ogni idea, una volta partorita, non
è più di nessuno ed è
di tutti e che ogni parricidio avviene per
una ragione vitale, che non si può
reprimere con una e-mail.
Ecco, io questa idea mi sono fatto dello
stato della discussione, come di un susseguirsi
di uccisioni tra letterati, che sono quelle
più tragiche e più pietose.
Che io mi sbagli? Può darsi, ma un
senso la cosa deve pur avere, altrimenti
mi pare che tutta questa faccenda sia destinata
o a finire nel nulla oppure a volgersi in
farsa. Invece credo che una morale della
favola ci sia, ed è che in questa
società non è possibile alcun
discorso comunitario, poiché ognuno
difende il recinto nel quale si è
rinchiuso, e non ne vuole sapere di ciò
che dicono gli altri. Si convincano, dunque,
gli zibaldoniani, e si mettano il cuore
in pace: facciano pure le discussioni in
casa loro, nel loro recinto, ma lascino
in pace quelli di Nazione Indiana.
Per quanto mi riguarda io continuerò
a leggere gli uni e gli altri e a fare le
mie considerazioni quando mi piacerà
farle; così, pur non facendo parte
di una comunità, passerò di
volta in volta da un recinto all'altro e
questo mi darà almeno l'illusione
di essere meno solo".
*
Lo
stesso giorno, interviene Alberto Sigismondi:
"Mio
caro Paradiso, di cosa ti meravigli? Questi
sono i ritmi del blog e della rete, e cioè
del consumo, anche della scrittura. Scrittura
da consumo, ecco cos'è un blog come
questo qui. Chi vi scrive, vi scrive per
consumare un po' di energia scrittoria,
non per discutere. Anche perché altri
argomenti incombono, altri temi devono essere
"consumati": dall'Iraq alla pubblicità
alle più profonde questioni letterarie
e poetiche. Guarda gli interventi accumulati
qui sopra: i temi più disparati vengono
aperti e abbandonati, con una noncuranza
e superficialità spaventose. Gli
stessi contendenti, poi, dove sono finiti?
Hanno lasciato appese le loro false questioni
e sono spariti. Non hanno più argomenti
da opporre e allora si mettono a masticare
altri "temi", si spostano in altre
finestre a dare il loro contributo, ossia
il loro morso al gran banchetto della scrittura
da consumo. [...]
Ti saluto, caro Paradiso, questo mondo non
fa per noi, temo".
*
In
realtà, malgrado queste parole che
vorrebbero segnare l'esaurirsi della discussione,
essa si protrarrà ancora per molto
tempo; tuttavia, a partire da questo momento
essa degenera in attacchi ad personam,
che fanno cessare ogni dibattito serio e
costruttivo. L'immiserimento dei ragionamenti
e dei toni usati ci ha determinati nella
decisione di interrompere qui la registrazione
di questi atti, che, dal nostro punto di
vista, devono servire ad avviare un più
serio confronto sulla "comunità
avvenire" e non a delegittimare persone
e ad avvilire idee degne di grande considerazione.
Va da sé che, chi fosse interessato
alla querelle, anche nelle sue
espressioni più spicciole, ma per
molti versi significative, può leggerla
nell'archivio del mese di Novembre 2003
in Nazione Indiana (vedi la colonna dei
commenti a Tiziano Scarpa, Il pianeta
dei fantablog).
(II
- continua)
- Le immagini che illustrano questo testo
sono le lettere "E", "F"
e "G" della serie Frammentato
abbecedario di un viaggio, di Raffaella
Garavini.
|