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28 dicembre 2003  

Per la comunità avvenire/ 3
Una querelle etimologica
a cura di Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio

Raffaella Garavini, 'Frammentato abbecedario di un viaggio', lettera H   

Tu lo sai, se hai un amico
nel quale hai fiducia
e se vuoi ottenere un buon risultato,
devi confondere la tua anima con la sua
e scambiare i regali
e rendergli spesso visita.

(Dall'Havamal, poema dell'Edda scandinava)

        La querelle etimologica sul termine 'communitas' ha avuto luogo nella seconda quindicina del mese di agosto 2003, sulle pagine virtuali dei commenti a Lettera da Leuca 1 di Antonio Moresco in Nazione Indiana (www.nazioneindiana.com). Per una completa comprensione del contesto da cui è scaturita, e per i riferimenti generali, si rimanda ai pezzi, pubblicati più sotto in questa medesima sezione di Zibaldoni e altre meraviglie, dal titolo Per la comunità avvenire/1 e 2.
        Nello spazio di questa breve introduzione, ci sembra doveroso ringraziare Roberto Esposito, a cui molto dobbiamo per la conoscenza degli argomenti discussi (si vedano in particolare i suoi due lavori su Communitas e Immunitas, editi da Einaudi rispettivamente nel 1998 e nel 2002), per le parole di incoraggiamento con cui ha voluto offrirci la sua amicizia e per il riconoscimento dell'importanza di tutta la discussione che abbiamo condotto in Nazione Indiana. A tal proposito ci sembra doveroso far conoscere il suo parere sulla questione, che egli ha voluto esprimere in una lettera a noi indirizzata in data 11 dicembre 2003:

        "Cari Enrico e Gianluca, grazie dei testi che mi avete mandato. Grazie soprattutto per il lavoro che state facendo, per la passione comunitaria che lo anima. Mi pare una cosa importante, autentica, coraggiosa. Una cosa nuova, almeno in Italia. Anche le parti polemiche mi sembrano utili. Come diceva Heidegger, lo stesso conflitto è una forma, un modo, certo negativo, del 'cum'. Anche i testi che negano il 'munus' sono comunque inscritti sul suo rovescio. Quanto a voi, avete colto assai bene le cose essenziali del mio lavoro, ma soprattutto gli state dando 'corpo' e 'voce'. [...] Seguirò con attenzione e piacere il vostro lavoro. A presto, Roberto Esposito".

        Con la pubblicazione della presente querelle, con cui termina il lavoro di selezione dei numerosi interventi accumulatisi in Nazione Indiana, pensiamo di mettere a disposizione del lettore un materiale sufficiente per approfondire la discussione sul tema in questione o, se non altro, per lavorare d'ora in avanti in senso autenticamente comunitario. Buona lettura.

        *

        In data 18 agosto 2003, interloquendo con Moresco, noi facciamo riferimento all'etimologia di "comunità", scrivendo:

        "(...) L'idea di comunità non indica una "proprietà", una "appartenenza", una "autorità" da conquistare. La comunità a cui pensiamo noi indica piuttosto una situazione di disperazione, di isolamento, e quindi la propria solitudine, il proprio isolamento che si fanno "munus", dono, insieme a quello di altri (comunità = "cum" "munus") nella nostra stessa condizione. La "comunità" non può avere a che fare con il "proprio"; ha a che fare, invece, con l'alterità, con il profondo abisso mortale dell'altro che ci insidia e ci guarda e ci chiede di accettarlo, e quindi di ascoltarne le ragioni - mentre noi vorremmo ucciderlo, perché Caino è nato prima di Abele ed è stanziale e assassino, "autoritario" per natura. (...)".

        *

        Raul Montanari scrive:

        "Se peraltro De Vivo e Virgilio (con un nome simile, poi...) evitano di sbagliare di brutto l'etimologia di "comunità", siamo tutti più felici e l'effetto "Ora del dilettante" si attenua. Comunità naturalmente non viene da cum-munus (autentica insensatezza etimologica) ma da cum-munis. Munis, mune è un aggettivo che in origine significava "chi svolge una carica". Quindi communis sta per "chi è partecipe di una carica". A me sembra anche più impegnativo del romantico e floreale "partecipe del dono della solitudine". Fra scrittori che scrivono e scrittori che hanno scritto, magari c'è bisogno anche di qualcuno che ha letto (un buon vocabolario). Per una referenza precisa, senz'altro consigliabile il Dictionnaire Etymologique de la Langue Latine di Ernout e Meillet, quarta edizione, p. 421. Prima di pontificare sui massimi sistemi e deliberare sul nulla, può essere buona norma controllare il rubinetto del bidet".

        *

        Il 19 agosto rispondiamo a Montanari:

        "... il primo significato che i dizionari attestano del sostantivo 'communitas' è quello che assume senso dall'opposizione a 'proprio'... A questo primo significato canonico, tuttavia, se ne aggiunge un altro meno pacifico perché trasferisce al proprio interno la maggiore complessità semantica del termine da cui proviene: 'munus', che indica una caratterizzazione sociale... Benché generato da un beneficio precedentemente ricevuto, il 'munus' indica solo il dono che si dà, non quello che si riceve. Esso è proiettato tutto nell'atto transitivo del dare. Non implica in nessun modo la stabilità di un possesso... ma perdita, sottrazione, cessione... Il 'munus' è l'obbligo che si è contratto nei confronti dell'altro..." (Roberto Esposito, "Communitas", Einaudi, 1998, pp. XII-XIV).

        Veda, Montanari, nonostante le offese e l'accusa di dilettantismo, che per noi è piuttosto un elogio, poiché del professionismo alla sua maniera non sappiamo che farcene, anche la sua faciloneria pseudoprofessorale costituisce un 'munus', perché ci offre l'occasione per chiarire, a beneficio del "discorso comune", qualche altra idea, e quindi di fare insieme ancora qualche passo. Il 'munus', a differenza del 'donum', ha un carattere particolarissimo: non si può fare a meno di farlo, "si è chiamati a farlo". Etimologicamente, secondo il filosofo Roberto Esposito, è questo il suo senso, che può avere a che fare con l'idea di 'dovere' espressa dalla 'carica' (ma non solo). La 'carica', quindi, cui lei, o meglio, il dizionario, allude, non si riferisce semplicemente, a una "autorità", come lei, forse, è abituato a vedere, ma a un "dono", a una "grazia", che chi ricopre la 'carica' dovrebbe sempre sentirsi in "dovere" di fare agli altri. Il carattere di "gratuità doverosa" del 'munus' a noi interessa fortemente ai fini del nostro discorso perché implica una certa idea di responsabilità e di sacrificio che obbliga quasi naturalmente ogni uomo a "fare" insieme agli altri. È per questo che parlavamo della necessità di perder tempo ad ascoltare gli altri, della fatica di mettersi in relazione per allestire una comunità, etc. "Abolire la relazione", impedire di "alterarsi", invece, è il presupposto di qualsiasi potere contrattuale, fondato non a caso sull'"immunitas" (veda i bloggers, "immuni" perfino da loro stessi, o il sistema culturale dei mediatori, che pompa tanti "scrittori" ognuno con la sua "poetica immunitaria"), opposta in tutti i sensi alla "communitas", la quale, sia detto per inciso, ma non sarebbe neppure necessario, perché chi mastica un po' di latino e legge con attenzione e fino in fondo i vocabolari, coglie a volo ("sente") che l'origine di 'munis' è 'munus' - "communitas", dunque, la quale ha a che fare con un "dono" ("munus") che non si può non fare (la "doverosità") alla pari con gli altri ("cum"), in un circolo partecipativo che è l'esatto contrario del potere costituito, anche perché alla sua base dovrebbero esserci, come suggerisce Esposito citando Bataille, lo spreco e il nostro nulla costitutivo, ovvero il punto sempre sfuggente dell'orizzonte (la "comunità" come nostra radice più propria) verso cui si tende nonostante tutto, ma che non si afferra mai, e la nostra fragile natura mortale.
Ma a lei, Montanari, è risaputo che queste cose non interessano, preso com'è dalle sue ansie difensive della posizione "professionale", perfino in questo angolo sperduto di universo che è la finestra di un micronico forum.
        Per concludere, notiamo soltanto che la citazione di Esposito proviene da un ambito di ricerca di filosofia politica e morale che persegue tutt'altri approdi, ma è molto interessante perché tira in ballo dinamiche e argomenti di cui stiamo discutendo in questi giorni: la sua nozione di "comunità" ci è sembrata subito aderente ad alcune nostre intenzioni, per questo l'abbiamo utilizzata, anche se in tutt'altra prospettiva, è chiaro (per chi ha letto i nostri interventi). D'altronde, che la questione sia anche "politica" lo hanno già detto in molti, ragion per cui questi riferimenti non ci sembrano affatto campati in aria.
        Legga meglio i vocabolari, dunque, caro Montanari, e, soprattutto, legga il libro di Esposito e i nostri scritti, se vuol saperne di più. Di cosa? Del suo destino, naturalmente. E se ha bisogno di un idraulico, ci faccia un cenno".

        *

        Segue la controreplica di Montanari:

        "Cari ragazzi, raramente ho sperimentato la sensazione di dare la testa contro un muro (non di gomma) (almeno spero!) come provando a confrontarmi con gente come voi e il vostro amico P., creature che immagino allignino solo nella fauna virale del web e negli incubi delle suore di clausura. Naturalmente il significato di communis è quello attestato dai vocabolari, non dai ghiribizzi di Esposito (di cui vi affrettate, vedo, a segnalare la pubblicazione in Einaudi, noto blog). Cascate malissimo con la vostra cialtroneria (cfr. Tommaso Labranca, "Chaltron Hescon", sempre sito Einaudi) perché sono laureato in glottologia con una tesi in latino arcaico e un pochino me ne intendo; diversamente avrei continuato a sonnecchiare leggendo il vostro intervento e non sarei stato irritato dall'etimo alla Corrado Mantoni, né sarei intervenuto. Ma questo immagino non conti nulla per voi. Costruire castelli di aria cerebrale sopra premesse malsicure è una caratteristica di quel tipo di dilettante che poi preme il pulsante sbagliato e fa partire l'atomica. Per fortuna voi non potete far partire proprio niente, nonostante il vostro affannoso contorcervi e dibattervi per avere spazio (...)".

        *

        Il 20 agosto Franco Gabrielli interloquisce con Montanari:

        "Ho letto con grande attenzione la sua dotta spiegazione sull'etimologia della parola "communitas". Gliene sono davvero grato. Ho altrettanto apprezzato il suo giusto fastidio per la scarsa professionalità e il dilettantismo che si trovano nel mondo culturale odierno (o sub-culturale, come lei sembra intendere quello degli "Zibaldoni"). Le dicevo che le sono estremamente grato, perché occorre, ogni tanto, che qualcuno metta i puntini sulle i. Però, credo che il suo gesto avrebbe davvero un valore e assumerebbe il senso che lei sembra attribuirgli solo se questa dotta disquisizione lei la inviasse a Ernesto Franco, editor di Einaudi, e, per conoscenza, a Roberto Esposito, redattore di MicroMega e professore ordinario di filosofia teoretica a Napoli. A dire il vero, sarebbe opportuno oltremodo che lei scrivesse una bella lettera aperta in cui spiega quanto una casa editrice come Einaudi sia in mano a una cricca di incompetenti e ignoranti (visto che nella quarta di copertina del libro di Esposito si legge: "[...] in nessuno di questi casi il concetto di comunità è stato interrogato a partire dal suo originario significato etimologico: cum munus". La responsabilità non è dunque solo di quel filosofucolo di Esposito...). Caro Montanari, mostri di avere i coglioni, non insulti due illustri sconosciuti come quelli degli "Zibaldoni", scriva a Ernesto Franco o magari all'amministratore delegato di Einaudi e gli dica che è un incompetente e un ignorante. Non sia coniglio con i forti e forte con i deboli. Anzi lo scriva qui sul BLOG che poi noi mandiamo il link a Franco ed Esposito".

        *

        Montanari risponde a Gabrielli:

        "Punto primo: i coglioni mostro di averli con chi voglio, dove voglio, quando voglio. Sto ancora aspettando che qualcuno contesti l'etimologia corretta di communitas su base linguistica, e dubito che questo avverrà mai. Non ho dato nessuna dotta spiegazione: ho solo riferito il dato linguistico, che qualunque filosofo può forzare a piacimento, purché non salti fuori qualcuno che considera tale forzatura basata addirittura sul buon senso, sul "masticare un po' di latino". Con Ernesto Franco o con gli altri dell'Einaudi, quali l'amico Mauro Bersani, parlerò se avrò voglia, quando avrò voglia, ecc., e soprattutto quando ci sarà un argomento un po' meno volatile di cui parlare. Le goffe inferenze di Gabrielli, espressioni come "filosofucolo" e "cricca di incompetenti e ignoranti" fanno parte di una tecnica nazi-staliniana ben nota, consistente 1. nell'estrapolare e 2. nel forzare il pensiero di chi scrive; quindi mi prendo il lusso di fregarmene senza patemi (...)".

        *

        Il 23 agosto Gabrielli replica a Montanari:

        "Che c'entra Einaudi? (...) Come lei ben saprà, le quarte di copertina dei libri vengono scritte o dall'autore (quando i redattori non hanno la minima idea di cosa scrivere) o, come è molto probabile in una grande casa editrice come Einaudi, dall'editor o un suo uomo di fiducia. Bene, se le cose stanno così, e sono certo che ne converrà, è evidente che la frase che compare sulla quarta del libro di Esposito - che, come lei ha giustamente fatto notare, non solo è falsa, ma denota la scarsa professionalità e serietà nella quale è precipitata la cultura italiana - o è stata scritta dall'autore, Esposito, o dalla casa editrice, Franco o un suo delegato. Ecco, qui sta il punto della questione. Qualunque sia la situazione, autore o editore, questo errore grossolano denota la decadenza delle scelte e della qualità della grande editoria italiana (non è dunque solo di furberia o volontà di profitto che si tratterebbe nelle scelte editoriali - come sembra pensare Moresco - ma di vera e propria incompetenza e incapacità). Se una casa editrice come Einaudi, con tutta la storia che ha alle spalle, può o commettere un errore così grossolano o, peggio, "riconoscere l'auctoritas" di un incompetente (poiché sulla quarta si dice espressamente, senza se e senza ma, che "cum mumus" è l'etimologia di "communitas"), ciò significa che la situazione dell'editoria italiana è molto preoccupante. In questo senso, le chiedevo di non prendersela con gli "Zibaldoni" che, se vogliamo, sono solo "ingenue vittime" di un sistema, ma con chi è causa di questo impressionante abbassamento del livello della discussione. E, sempre in questo senso, mi sembrava non solo opportuno ma necessario che un intellettuale, una volta venuto a conoscenza di un fatto grave (ed è grave diffondere falsa cultura quando si ha per missione, come certamente Einaudi ha, il produrre cultura e auctoritas), si assumesse il dovere di denunciare pubblicamente e direttamente i veri responsabili e la loro ignoranza e incompetenza - almeno se non vuole divenirne corresponsabile (...)".

        *

        Risponde Montanari:

        "(...) Sapete perché è perfettamente inutile che io telefoni a Bersani (il suo parere vale quello di Franco, ma con Bersani sono amico) e gli dica che nella quarta di copertina di quel libro c'è, a dir poco, una leggerezza, un'etimologia di seconda mano non controllata? Perché il discorso di Gabrielli sulla decadenza è verissimo, e va molto, molto più in là del problema dell'etimologia di communitas, su cui ormai credo che tutti sorridiamo tranne i due imbufaliti. Rispetto alle cose spesso inesatte e spessissimo esagerate o fuorvianti che si scrivono nelle quarte di copertina (o che si permette agli autori di scrivere: è vero, di solito è così), ci sono almeno due azioni che pertengono strutturalmente a una casa editrice, e che sono molto più centrali per una valutazione delle stesse: la scelta dei libri che vengono pubblicati, e la spinta (pubblicità, iniziative dell'ufficio stampa, pressione sulla forza vendita, ecc.) che si dà a questi libri. Ora, è evidente che 1. si pubblicano moltissimi libri inutili, dannosi, stupidi; 2. si spingono molto spesso questi libri a detrimento di libri che meriterebbero molta più attenzione (...)".

        *

        Interviene Gustavo P.:

        "Egregio signor Montanari,
        dal momento che la sua prosopopea non ha limiti e che è giusto che qualcuno la castighi, ho deciso di perdere un po' di tempo e di consultare i vocabolari che ho sotto mano, giusto per acclarare l'etimologia della parola "communitas" e per evitare che altri la seguano troppo ciecamente sui sentieri dell'errore. Ed ecco che cosa ho trovato:
        DIZIONARI ITALIANI
        De Mauro:
        Comunità: dal lat. communitate(m). V. anche comune.
        Comune: dal lat. comune(m) comp. di con- "assieme con" e munus "incarico, ufficio".
        Zingarelli 2002:
        Comunità: voc. Dotta, lat. Communitate(m), da communis "comune".
Comune: lat. Comune(m) "che compie il suo incarico (munus) insieme con (cum) altri".
        Dir Dizionario italiano ragionato della Casa editrice D'Anna:
        Comunità in comune: lat. communitas.
        Comune: lat. commune(m), comp. di cum "con" e di un derivato di munus "incarico, compito" e pertanto "che svolge il proprio compito insieme con altri".
        Devoto-Oli:
Comunità: dal latino communitas -atis "comunanza", der. di communis "comune".
Comune: lat. commmunis " che partecipa a una carica insieme" comp. di com- e munus "carica ufficio".
        Cortellazzo-Zolli:
Comunità in Comune: Vc. dotta, lat. comune(m), propr. "che compie il suo incarico (munis) insieme con (cum) altri".
        Lessico Universale Italiano V, Istituto dell'Enciclopedia Italiana 1970:
        Comunità: dal lat. Communitas a-atis "comunanza", der. di communis "comune.
Comune: lat. Communis "comune; mediocre, affabile", comp. Di cum e munus "carica, ufficio", propr. "che compie il medesimo ufficio".
        Grande Dizionario della lingua italiana UTET 1964:
        Comunità: voce dotta, lat. Communitas -atis "comunanza" da commmunis "comune".
        Comune: Deriv. Dal lat. Comune (neutro sostant, dell'aggettivo communis) "possesso, bene comune; repubblica, stato".
        Dizionario etimologico italiano di Carlo Battisti e Giovanni Alessio, vol. II 1951:
        Comunità: v. dotta, lat. Communitas -atis "comunanza" (communis).
Comune : (arc. commoinis), composto con munis " che compie il suo incarico o il suo dovere (munus in origine ufficio).

        DIZIONARI LATINI
        Calonghi, 3° edizione rifusa ed aggiornata del dizionario Georges-Calonghi 1999:
        Communitas: da communis.
Communis: (arc. commoinis ; cfr. munia, arc. moenia e im-munis).
Munia, ium (munis, e) "doveri che incombono a qualcuno (ufficiali e privati)".
Munis, e (munus), "obbligato, riconoscente".
        Moenia, arcaico = munia
        Im-munis, e: (arc. Immoenis, da in e munis, cfr. munus e munia)"immune, esente, libero da prestazioni, pubblici servizi".
        Castiglioni-Mariotti:
Communis: cfr. moenia, munus.
        Moenia :, ium (cfr. munio) mura, baluardi.
        Munus, -eris, ufficio, dovere.
        NOTA BENE: il Calonghi distingue moenia -ium (arcaico = munia (V.) "doveri che incombono a qualcuno (ufficiali e privati)" da moenia -ium = mura della città, mentre Castiglioni e Mariotti riportano solo moenia -ium (da munio) = "mura, baluardi".
        Gli altri dizionari in mio possesso, cioè il Campanini-Carboni e il Conte-Pianezzola-Ranucci non aggiungono nulla d'altro.
        Ora, che cosa mi risponde? Che tutta la cultura italiana è impazzita e che nelle scuole circolano solo vocabolari redatti da ignoranti?
        Non farebbe meglio, giusto per salvaguardare il suo rapporto con il miliardo di suoi lettori, che ammettesse di aver preso un granchio? Già ha chiesto scusa per il tono; faccia un altro passetto: chieda scusa per il merito della sua fallace etimologia".

        *

        Interviene Giuliana:

        "Buongiorno e scusate l'intrusione. Mi è stato segnalato da un mio ex studente, grande fan di questo sito, che c'era una discussione in corso sull'etimologia delle parole "comunità", "comune", e così via. Sono insegnante di materie classiche da più di trent'anni, e ho collaborato con varie università fra Milano e Pavia; non lo dico per "mettere i documenti avanti", ma semplicemente per presentarmi, visto che mi intrometto in una discussione che, a quello che vedo, è molto accesa e tocca argomenti anche molto importanti e lontani dal problema etimologico. L'etimologia addotta da R. Montanari è quella corretta, comunemente accettata dai linguisti. Non so quanto valga la mia auctoritas (lo dico con un sorriso), ma vi assicuro che è così. La ricerca del signor Paradiso, che vedo ora, non è sbagliata in sé, anche se per la verità non so quale edizione del Devoto-Oli abbia consultato, dato che la mia (Le Monnier 1971) riporta l'etimo esatto di communis = cum + munis,e, come sostenuto da Montanari, e non cita "munus". Ma questa può essere una svista; il vero punto non è questo. La ricerca, dicevo, e anche la parte della discussione precedente che riguarda la parola in oggetto, è viziata da un errore di tipo storico. L'aggettivo munis,e non deriva dal sostantivo munus, anche se le due parole sono certamente imparentate, ma lo precede storicamente. Ora, il fatto che a un certo punto munus si sia aggiunto alla famiglia che si stava creando intorno alla radice *moin- e alle sue varianti apofoniche, non significa che "communis" venisse sentito come legato a munus, perché questa parola, communis, era nata prima di munus. Faccio un esempio, scusandomi se fatico a spiegarmi bene, perché questi sono argomenti un po' tecnici. L'esempio mi viene proprio dal nome dello scrittore che partecipa al dibattito, il nome "Raul" (questa è la grafia corretta, non Raoul che è la variante francese). E' un nome che conosco bene perché è più... comune di quanto si pensi: ho avuto familiarità con più di una persona che lo portava. Tutti costoro erano infastiditi dal fatto che qualcuno pensava che Raul fosse il diminutivo di "Rudolf", Rodolfo, al punto che uno dei "Raul" da me conosciuti era addirittura chiamato "Rodolfo" dai suoi amici. In realtà sia Raul che Rudolf (o Rudolph) derivano dall'antico nome germanico Rudewolf ("lupo selvaggio"). I due nomi, Rudolf e Raul, hanno avuto una storia del tutto indipendente, pur avendo sicuramente una radice comune, ed è sbagliatissimo sostenere che quello più breve sia derivato da quello più lungo. Quindi è senz'altro vero che c'è "aria di famiglia" fra i vari munis, munus, communis, communitas, ma è linguisticamente inesatto affermare che l'etimologia di communis sia cum + munus. Aggiungo che molto probabilmente, quando i latini dicevano communitas, "sentivano" nella parola soprattutto la presenza e l'assonanza di moenia (mura), di munio (fortificare), e simili, e quindi connotavano il termine in senso fortemente difensivo: communitas = tutti coloro che sono difesi, circondati dalle stesse mura. In ogni caso, quindi, l'idea di communitas come "partecipazione di dono", che mi sembra sia stata avanzata in modo molto preciso dai signori De Vivo e Virgilio nell'intervento all'origine di tutta la questione, è senz'altro sbagliata. Si tratta proprio del tipo di errore in cui può incorrere una persona colta, una persona che "mastica latino" (come i due autori osservano in un intervento successivo), che viene sedotta da un'etimologia che sembra quasi suggerirsi da sé, e che invece è una sorta di "falso amico", ingannevole. Sono d'accordo con Montanari e con alcuni degli intervenuti, come il signor Andrea e il signor Gabrielli, anche sul fatto che è normale che i filosofi forzino il linguaggio. Basta saperlo! Grazie per l'attenzione e scusatemi ancora per la mia pedanteria da latinista inveterata... e ormai anche "vetula", purtroppo!"

        *

        Risponde Gustavo P. a Montanari:

        "Chiedo scusa ai lettori di Nazione Indiana se sono costretto a intervenire di nuovo sulla questione etimologica sollevata da Montanari, ma non mi è possibile tacere davanti alla distorsione di ogni discorso che sia fondato sulla verità dei fatti. Dice Andrea a proposito della mia ricerca etimologica sui dizionari: "Scusa Paradiso, tutti gli esempi che porti parlano di carica non di 'dono', e tutti scrivono comunità da 'communis'". Allora, io vorrei ricordare ad Andrea, come agli altri, che fare una ricerca etimologia vuol dire ricercare l'origine della parola, non la semplice derivazione, risalendo fin dove è umanamente possibile risalire. Ora, se io trovo che comunità deriva dall'aggettivo communis, non ho ancora rinvenuto l'etimologia, poiché a sua volta communis deriva da cum + munus, oltre il quale termine non è possibile andare, almeno allo stato attuale degli studi. Se io mi fermassi a communis, avrei trovato l'immediata derivazione della parola comunità, ma non l'etimologia. Non so se mi sono spiegato. Inoltre, caro Andrea, se ti prenderai la briga di consultare qualsiasi vocabolario di latino, scoprirai (ma già lo sai, credo) che sotto la voce munus-eris vengono sempre riportati due significati: incarico e dono, i quali significati, dal punto di vista antropologico, non hanno avuto mai una vita autonoma, poiché ogni incarico comporta un dono, come potrai scoprire leggendo un po' di letteratura antropologica a partire da Marcel Mauss, "Saggio sul dono", per arrivare a J. T. Godbout, "Lo spirito del dono" e ancora dello stesso autore "Il Linguaggio del dono" (per agevolarti, aggiungo che il primo lo pubblica Einaudi, gli altri due li pubblica Bollati Boringhieri). Ricevere un incarico significa sentirsi obbligato a ricambiare i vantaggi che da esso derivano. E come? Con un dono, naturalmente; sicché il pubblico funzionario (ma non solo lui, se allarghiamo il discorso) è colui che è in debito perenne con la comunità, così come lo è ciascun membro di essa, poiché tutta la vita comunitaria si regge su questo continuo scambio di doni. E' vero, oggi la ragione utilitaristica sembra negare tutto ciò. E per questo anche dicevo che gli zibaldoniani sono degli idealisti, ma non dei bugiardi o degli incapaci, anzi. Leggi il saggio che Marco Aime premette a Marcel Mauss, "Saggio sul dono", pubblicato l'anno scorso dall'Einaudi, leggilo, magari insieme al libro di Esposito, che queste e molte altre letture presuppone, e ne riparleremo, se vuoi.
        Detto questo, vengo all'insegnante Giuliana, la quale si definisce "vetula", ed infatti lo è perché possiede un Devoto-Oli di trentatré anni fa. Consulti l'edizione del 2000-2001 e vedrà che non mento sull'etimologia di comunità che deriva da cum + munus, come ho scritto a chiare lettere e senza "sviste" nella scorsa lettera. Ma se questa è questione minore, la questione nella quale la professoressa Giuliana va a impelagarsi verte sulla dimostrazione che "l'aggettivo munis, e non deriva dal sostantivo munus ... ma lo precede storicamente". Ecco, io mi metto nei panni di quel suo alunno, fan di Nazione Indiana, che le ha fatto la soffiata, il quale a questo punto chiederebbe alla sua insegnante: "Mi spieghi, professoressa Giuliana, su quale base non dico scientifica, ma di buon senso, lei può dire che "questa parola, communis, era nata prima di munus"?
Io credo che quell'alunno aspetterebbe un bel pezzo d'eternità prima d'avere una risposta; perché, in realtà, risposta la nostra buona donna non può darla. E poi, con quale faccia tosta può misconoscere i risultati inoppugnabili della mia ricerca? Geoges e Calonghi, Devoto e Oli, Zingarelli, De Mauro, che non sono solo pagine di vocabolari, ma sono persone che hanno studiato e qualche autorità in materia ce l'hanno, tutti costoro avrebbero solo detto delle corbellerie, mentre la professoressa Giuliana, bazzicante tra le università di Milano e Pavia, avrebbe ragione? Ora capisco perché costei non si è qualificata in modo completo, in modo da assumersi la responsabilità dei suoi assunti; non lo ha fatto perché si sarebbe squalificata nel mondo accademico italiano, e non solo, ecco la ragione della sua reticenza.
        A proposito, invece, della proposta della professoressa Giuliana, secondo la quale communitas vale "tutti coloro che sono difesi, circondati dalle stesse mura" (cum + moenia "mura" da munio "fortificare"), la mia ricerca già vi faceva cenno. Infatti, e scusate se mi cito, nella precedente lettera scrivevo: "Calonghi distingue moenia -ium (arcaico = munia (V.) "doveri che incombono a qualcuno (ufficiali e privati)" da moenia -ium = mura della città, mentre Castiglioni e Mariotti riportano solo moenia -ium (da munio) = "mura, baluardi".
        Risultato: nessun vocabolarista si assume la responsabilità di far derivare comunità da cum + moenia. Vi allude solo il Mariotti, senza convalidare l'argomento in modo chiaro e preciso. Personalmente, io non mi sento di escludere questa possibilità etimologica, ma sono convinto che, se fosse accertata, essa rischiarerebbe ulteriormente le mie (e non solo le mie) tesi. Infatti, se si va al fondo della questione si trova che "tutti coloro che sono difesi, circondati dalle stesse mura" sono gli stessi "che compiono il loro incarico" nell'ambito della "communitas", entro la quale il dono circola come cemento che tiene insieme gli individui.
        Sic stantibus rebus, cara professoressa Giuliana, le raccomando di aggiornare il suo bagaglio culturale, di svecchiarlo, perché è giusto che i nostri figli abbiano almeno all'università qualche insegnante competente e non solo dei fan di Montanari; e soprattutto, si procuri una versione più aggiornata del Devoto-Oli! Quanto a lei, Montanari, secondo il quale la ricerca etimologica di Paradiso sarebbe stata "confutata in modo garbatissimo e spero definitivo dalla professoressa Giuliana", ebbene, mi dispiace profondamente deluderla, ma ancora dovrà fare un po' di lavoro per convincere il suo miliardo di lettori di avere ragione. In realtà, si rassegni: l'etimologia di communitas è da cum + munus, come sostengono quelli di "Zibaldoni" e tutta una tradizione culturale, e, soprattutto, come sostiene il valente Esposito. Suvvia, cosa le costa, faccia questo passetto: chieda scusa e non se ne parli più".

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