| Per
la comunità avvenire/ 3
Una querelle etimologica
a cura di Enrico De Vivo
e Gianluca Virgilio
|
Tu
lo sai, se hai un amico
nel quale hai fiducia
e se vuoi ottenere un buon
risultato,
devi confondere la tua anima
con la sua
e scambiare i regali
e rendergli spesso visita.
(Dall'Havamal, poema
dell'Edda scandinava) |
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La
querelle etimologica sul termine 'communitas'
ha avuto luogo nella seconda quindicina
del mese di agosto 2003, sulle pagine virtuali
dei commenti a Lettera da Leuca 1
di Antonio Moresco in Nazione Indiana
(www.nazioneindiana.com).
Per una completa comprensione del contesto
da cui è scaturita, e per i riferimenti
generali, si rimanda ai pezzi, pubblicati
più sotto in questa medesima sezione
di Zibaldoni e altre meraviglie,
dal titolo Per la comunità avvenire/1
e 2.
Nello
spazio di questa breve introduzione, ci
sembra doveroso ringraziare Roberto Esposito,
a cui molto dobbiamo per la conoscenza degli
argomenti discussi (si vedano in particolare
i suoi due lavori su Communitas
e Immunitas, editi da Einaudi rispettivamente
nel 1998 e nel 2002), per le parole di incoraggiamento
con cui ha voluto offrirci la sua amicizia
e per il riconoscimento dell'importanza
di tutta la discussione che abbiamo condotto
in Nazione Indiana. A tal proposito
ci sembra doveroso far conoscere il suo
parere sulla questione, che egli ha voluto
esprimere in una lettera a noi indirizzata
in data 11 dicembre 2003:
"Cari
Enrico e Gianluca, grazie dei testi che
mi avete mandato. Grazie soprattutto per
il lavoro che state facendo, per la passione
comunitaria che lo anima. Mi pare una cosa
importante, autentica, coraggiosa. Una cosa
nuova, almeno in Italia. Anche le parti
polemiche mi sembrano utili. Come diceva
Heidegger, lo stesso conflitto è
una forma, un modo, certo negativo, del
'cum'. Anche i testi che negano il 'munus'
sono comunque inscritti sul suo rovescio.
Quanto a voi, avete colto assai bene le
cose essenziali del mio lavoro, ma soprattutto
gli state dando 'corpo' e 'voce'. [...]
Seguirò con attenzione e piacere
il vostro lavoro. A presto, Roberto Esposito".
Con
la pubblicazione della presente querelle,
con cui termina il lavoro di selezione dei
numerosi interventi accumulatisi in Nazione
Indiana, pensiamo di mettere a disposizione
del lettore un materiale sufficiente per
approfondire la discussione sul tema in
questione o, se non altro, per lavorare
d'ora in avanti in senso autenticamente
comunitario. Buona lettura.
*
In
data 18 agosto 2003, interloquendo con Moresco,
noi facciamo riferimento all'etimologia
di "comunità", scrivendo:
"(...)
L'idea di comunità non indica una
"proprietà", una "appartenenza",
una "autorità" da conquistare.
La comunità a cui pensiamo noi indica
piuttosto una situazione di disperazione,
di isolamento, e quindi la propria solitudine,
il proprio isolamento che si fanno "munus",
dono, insieme a quello di altri (comunità
= "cum" "munus") nella
nostra stessa condizione. La "comunità"
non può avere a che fare con il "proprio";
ha a che fare, invece, con l'alterità,
con il profondo abisso mortale dell'altro
che ci insidia e ci guarda e ci chiede di
accettarlo, e quindi di ascoltarne le ragioni
- mentre noi vorremmo ucciderlo, perché
Caino è nato prima di Abele ed è
stanziale e assassino, "autoritario"
per natura. (...)".
*
Raul
Montanari scrive:
"Se
peraltro De Vivo e Virgilio (con un nome
simile, poi...) evitano di sbagliare di
brutto l'etimologia di "comunità",
siamo tutti più felici e l'effetto
"Ora del dilettante" si attenua.
Comunità naturalmente non viene da
cum-munus (autentica insensatezza etimologica)
ma da cum-munis. Munis, mune è un
aggettivo che in origine significava "chi
svolge una carica". Quindi communis
sta per "chi è partecipe di
una carica". A me sembra anche più
impegnativo del romantico e floreale "partecipe
del dono della solitudine". Fra scrittori
che scrivono e scrittori che hanno scritto,
magari c'è bisogno anche di qualcuno
che ha letto (un buon vocabolario). Per
una referenza precisa, senz'altro consigliabile
il Dictionnaire Etymologique de la Langue
Latine di Ernout e Meillet, quarta edizione,
p. 421. Prima di pontificare sui massimi
sistemi e deliberare sul nulla, può
essere buona norma controllare il rubinetto
del bidet".
*
Il
19 agosto rispondiamo a Montanari:
"...
il primo significato che i dizionari attestano
del sostantivo 'communitas' è quello
che assume senso dall'opposizione a 'proprio'...
A questo primo significato canonico, tuttavia,
se ne aggiunge un altro meno pacifico perché
trasferisce al proprio interno la maggiore
complessità semantica del termine
da cui proviene: 'munus', che indica una
caratterizzazione sociale... Benché
generato da un beneficio precedentemente
ricevuto, il 'munus' indica solo il dono
che si dà, non quello che si riceve.
Esso è proiettato tutto nell'atto
transitivo del dare. Non implica in nessun
modo la stabilità di un possesso...
ma perdita, sottrazione, cessione... Il
'munus' è l'obbligo che si è
contratto nei confronti dell'altro..."
(Roberto Esposito, "Communitas",
Einaudi, 1998, pp. XII-XIV).
Veda,
Montanari, nonostante le offese e l'accusa
di dilettantismo, che per noi è piuttosto
un elogio, poiché del professionismo
alla sua maniera non sappiamo che farcene,
anche la sua faciloneria pseudoprofessorale
costituisce un 'munus', perché ci
offre l'occasione per chiarire, a beneficio
del "discorso comune", qualche
altra idea, e quindi di fare insieme ancora
qualche passo. Il 'munus', a differenza
del 'donum', ha un carattere particolarissimo:
non si può fare a meno di farlo,
"si è chiamati a farlo".
Etimologicamente, secondo il filosofo Roberto
Esposito, è questo il suo senso,
che può avere a che fare con l'idea
di 'dovere' espressa dalla 'carica' (ma
non solo). La 'carica', quindi, cui lei,
o meglio, il dizionario, allude, non si
riferisce semplicemente, a una "autorità",
come lei, forse, è abituato a vedere,
ma a un "dono", a una "grazia",
che chi ricopre la 'carica' dovrebbe sempre
sentirsi in "dovere" di fare agli
altri. Il carattere di "gratuità
doverosa" del 'munus' a noi interessa
fortemente ai fini del nostro discorso perché
implica una certa idea di responsabilità
e di sacrificio che obbliga quasi naturalmente
ogni uomo a "fare" insieme agli
altri. È per questo che parlavamo
della necessità di perder tempo ad
ascoltare gli altri, della fatica di mettersi
in relazione per allestire una comunità,
etc. "Abolire la relazione", impedire
di "alterarsi", invece, è
il presupposto di qualsiasi potere contrattuale,
fondato non a caso sull'"immunitas"
(veda i bloggers, "immuni" perfino
da loro stessi, o il sistema culturale dei
mediatori, che pompa tanti "scrittori"
ognuno con la sua "poetica immunitaria"),
opposta in tutti i sensi alla "communitas",
la quale, sia detto per inciso, ma non sarebbe
neppure necessario, perché chi mastica
un po' di latino e legge con attenzione
e fino in fondo i vocabolari, coglie a volo
("sente") che l'origine di 'munis'
è 'munus' - "communitas",
dunque, la quale ha a che fare con un "dono"
("munus") che non si può
non fare (la "doverosità")
alla pari con gli altri ("cum"),
in un circolo partecipativo che è
l'esatto contrario del potere costituito,
anche perché alla sua base dovrebbero
esserci, come suggerisce Esposito citando
Bataille, lo spreco e il nostro nulla costitutivo,
ovvero il punto sempre sfuggente dell'orizzonte
(la "comunità" come nostra
radice più propria) verso cui si
tende nonostante tutto, ma che non si afferra
mai, e la nostra fragile natura mortale.
Ma a lei, Montanari, è risaputo che
queste cose non interessano, preso com'è
dalle sue ansie difensive della posizione
"professionale", perfino in questo
angolo sperduto di universo che è
la finestra di un micronico forum.
Per
concludere, notiamo soltanto che la citazione
di Esposito proviene da un ambito di ricerca
di filosofia politica e morale che persegue
tutt'altri approdi, ma è molto interessante
perché tira in ballo dinamiche e
argomenti di cui stiamo discutendo in questi
giorni: la sua nozione di "comunità"
ci è sembrata subito aderente ad
alcune nostre intenzioni, per questo l'abbiamo
utilizzata, anche se in tutt'altra prospettiva,
è chiaro (per chi ha letto i nostri
interventi). D'altronde, che la questione
sia anche "politica" lo hanno
già detto in molti, ragion per cui
questi riferimenti non ci sembrano affatto
campati in aria.
Legga
meglio i vocabolari, dunque, caro Montanari,
e, soprattutto, legga il libro di Esposito
e i nostri scritti, se vuol saperne di più.
Di cosa? Del suo destino, naturalmente.
E se ha bisogno di un idraulico, ci faccia
un cenno".
*
Segue
la controreplica di Montanari:
"Cari
ragazzi, raramente ho sperimentato la sensazione
di dare la testa contro un muro (non di
gomma) (almeno spero!) come provando a confrontarmi
con gente come voi e il vostro amico P.,
creature che immagino allignino solo nella
fauna virale del web e negli incubi delle
suore di clausura. Naturalmente il significato
di communis è quello attestato dai
vocabolari, non dai ghiribizzi di Esposito
(di cui vi affrettate, vedo, a segnalare
la pubblicazione in Einaudi, noto blog).
Cascate malissimo con la vostra cialtroneria
(cfr. Tommaso Labranca, "Chaltron Hescon",
sempre sito Einaudi) perché sono
laureato in glottologia con una tesi in
latino arcaico e un pochino me ne intendo;
diversamente avrei continuato a sonnecchiare
leggendo il vostro intervento e non sarei
stato irritato dall'etimo alla Corrado Mantoni,
né sarei intervenuto. Ma questo immagino
non conti nulla per voi. Costruire castelli
di aria cerebrale sopra premesse malsicure
è una caratteristica di quel tipo
di dilettante che poi preme il pulsante
sbagliato e fa partire l'atomica. Per fortuna
voi non potete far partire proprio niente,
nonostante il vostro affannoso contorcervi
e dibattervi per avere spazio (...)".
*
Il
20 agosto Franco Gabrielli interloquisce
con Montanari:
"Ho
letto con grande attenzione la sua dotta
spiegazione sull'etimologia della parola
"communitas". Gliene sono davvero
grato. Ho altrettanto apprezzato il suo
giusto fastidio per la scarsa professionalità
e il dilettantismo che si trovano nel mondo
culturale odierno (o sub-culturale, come
lei sembra intendere quello degli "Zibaldoni").
Le dicevo che le sono estremamente grato,
perché occorre, ogni tanto, che qualcuno
metta i puntini sulle i. Però, credo
che il suo gesto avrebbe davvero un valore
e assumerebbe il senso che lei sembra attribuirgli
solo se questa dotta disquisizione lei la
inviasse a Ernesto Franco, editor di Einaudi,
e, per conoscenza, a Roberto Esposito, redattore
di MicroMega e professore ordinario di filosofia
teoretica a Napoli. A dire il vero, sarebbe
opportuno oltremodo che lei scrivesse una
bella lettera aperta in cui spiega quanto
una casa editrice come Einaudi sia in mano
a una cricca di incompetenti e ignoranti
(visto che nella quarta di copertina del
libro di Esposito si legge: "[...]
in nessuno di questi casi il concetto di
comunità è stato interrogato
a partire dal suo originario significato
etimologico: cum munus". La responsabilità
non è dunque solo di quel filosofucolo
di Esposito...). Caro Montanari, mostri
di avere i coglioni, non insulti due illustri
sconosciuti come quelli degli "Zibaldoni",
scriva a Ernesto Franco o magari all'amministratore
delegato di Einaudi e gli dica che è
un incompetente e un ignorante. Non sia
coniglio con i forti e forte con i deboli.
Anzi lo scriva qui sul BLOG che poi noi
mandiamo il link a Franco ed Esposito".
*
Montanari
risponde a Gabrielli:
"Punto
primo: i coglioni mostro di averli con chi
voglio, dove voglio, quando voglio. Sto
ancora aspettando che qualcuno contesti
l'etimologia corretta di communitas su base
linguistica, e dubito che questo avverrà
mai. Non ho dato nessuna dotta spiegazione:
ho solo riferito il dato linguistico, che
qualunque filosofo può forzare a
piacimento, purché non salti fuori
qualcuno che considera tale forzatura basata
addirittura sul buon senso, sul "masticare
un po' di latino". Con Ernesto Franco
o con gli altri dell'Einaudi, quali l'amico
Mauro Bersani, parlerò se avrò
voglia, quando avrò voglia, ecc.,
e soprattutto quando ci sarà un argomento
un po' meno volatile di cui parlare. Le
goffe inferenze di Gabrielli, espressioni
come "filosofucolo" e "cricca
di incompetenti e ignoranti" fanno
parte di una tecnica nazi-staliniana ben
nota, consistente 1. nell'estrapolare e
2. nel forzare il pensiero di chi scrive;
quindi mi prendo il lusso di fregarmene
senza patemi (...)".
*
Il
23 agosto Gabrielli replica a Montanari:
"Che
c'entra Einaudi? (...) Come lei ben saprà,
le quarte di copertina dei libri vengono
scritte o dall'autore (quando i redattori
non hanno la minima idea di cosa scrivere)
o, come è molto probabile in una
grande casa editrice come Einaudi, dall'editor
o un suo uomo di fiducia. Bene, se le cose
stanno così, e sono certo che ne
converrà, è evidente che la
frase che compare sulla quarta del libro
di Esposito - che, come lei ha giustamente
fatto notare, non solo è falsa, ma
denota la scarsa professionalità
e serietà nella quale è precipitata
la cultura italiana - o è stata scritta
dall'autore, Esposito, o dalla casa editrice,
Franco o un suo delegato. Ecco, qui sta
il punto della questione. Qualunque sia
la situazione, autore o editore, questo
errore grossolano denota la decadenza delle
scelte e della qualità della grande
editoria italiana (non è dunque solo
di furberia o volontà di profitto
che si tratterebbe nelle scelte editoriali
- come sembra pensare Moresco - ma di vera
e propria incompetenza e incapacità).
Se una casa editrice come Einaudi, con tutta
la storia che ha alle spalle, può
o commettere un errore così grossolano
o, peggio, "riconoscere l'auctoritas"
di un incompetente (poiché sulla
quarta si dice espressamente, senza se e
senza ma, che "cum mumus" è
l'etimologia di "communitas"),
ciò significa che la situazione dell'editoria
italiana è molto preoccupante. In
questo senso, le chiedevo di non prendersela
con gli "Zibaldoni" che, se vogliamo,
sono solo "ingenue vittime" di
un sistema, ma con chi è causa di
questo impressionante abbassamento del livello
della discussione. E, sempre in questo senso,
mi sembrava non solo opportuno ma necessario
che un intellettuale, una volta venuto a
conoscenza di un fatto grave (ed è
grave diffondere falsa cultura quando si
ha per missione, come certamente Einaudi
ha, il produrre cultura e auctoritas), si
assumesse il dovere di denunciare pubblicamente
e direttamente i veri responsabili e la
loro ignoranza e incompetenza - almeno se
non vuole divenirne corresponsabile (...)".
*
Risponde
Montanari:
"(...)
Sapete perché è perfettamente
inutile che io telefoni a Bersani (il suo
parere vale quello di Franco, ma con Bersani
sono amico) e gli dica che nella quarta
di copertina di quel libro c'è, a
dir poco, una leggerezza, un'etimologia
di seconda mano non controllata? Perché
il discorso di Gabrielli sulla decadenza
è verissimo, e va molto, molto più
in là del problema dell'etimologia
di communitas, su cui ormai credo che tutti
sorridiamo tranne i due imbufaliti. Rispetto
alle cose spesso inesatte e spessissimo
esagerate o fuorvianti che si scrivono nelle
quarte di copertina (o che si permette agli
autori di scrivere: è vero, di solito
è così), ci sono almeno due
azioni che pertengono strutturalmente a
una casa editrice, e che sono molto più
centrali per una valutazione delle stesse:
la scelta dei libri che vengono pubblicati,
e la spinta (pubblicità, iniziative
dell'ufficio stampa, pressione sulla forza
vendita, ecc.) che si dà a questi
libri. Ora, è evidente che 1. si
pubblicano moltissimi libri inutili, dannosi,
stupidi; 2. si spingono molto spesso questi
libri a detrimento di libri che meriterebbero
molta più attenzione (...)".
*
Interviene
Gustavo P.:
"Egregio
signor Montanari,
dal
momento che la sua prosopopea non ha limiti
e che è giusto che qualcuno la castighi,
ho deciso di perdere un po' di tempo e di
consultare i vocabolari che ho sotto mano,
giusto per acclarare l'etimologia della
parola "communitas" e per evitare
che altri la seguano troppo ciecamente sui
sentieri dell'errore. Ed ecco che cosa ho
trovato:
DIZIONARI
ITALIANI
De
Mauro:
Comunità:
dal lat. communitate(m). V. anche comune.
Comune:
dal lat. comune(m) comp. di con- "assieme
con" e munus "incarico, ufficio".
Zingarelli
2002:
Comunità:
voc. Dotta, lat. Communitate(m), da communis
"comune".
Comune: lat. Comune(m) "che compie
il suo incarico (munus) insieme con (cum)
altri".
Dir
Dizionario italiano ragionato della Casa
editrice D'Anna:
Comunità
in comune: lat. communitas.
Comune:
lat. commune(m), comp. di cum "con"
e di un derivato di munus "incarico,
compito" e pertanto "che svolge
il proprio compito insieme con altri".
Devoto-Oli:
Comunità: dal latino communitas -atis
"comunanza", der. di communis
"comune".
Comune: lat. commmunis " che partecipa
a una carica insieme" comp. di com-
e munus "carica ufficio".
Cortellazzo-Zolli:
Comunità in Comune: Vc. dotta, lat.
comune(m), propr. "che compie il suo
incarico (munis) insieme con (cum) altri".
Lessico
Universale Italiano V, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana 1970:
Comunità:
dal lat. Communitas a-atis "comunanza",
der. di communis "comune.
Comune: lat. Communis "comune; mediocre,
affabile", comp. Di cum e munus "carica,
ufficio", propr. "che compie il
medesimo ufficio".
Grande
Dizionario della lingua italiana UTET 1964:
Comunità:
voce dotta, lat. Communitas -atis "comunanza"
da commmunis "comune".
Comune:
Deriv. Dal lat. Comune (neutro sostant,
dell'aggettivo communis) "possesso,
bene comune; repubblica, stato".
Dizionario
etimologico italiano di Carlo Battisti e
Giovanni Alessio, vol. II 1951:
Comunità:
v. dotta, lat. Communitas -atis "comunanza"
(communis).
Comune : (arc. commoinis), composto con
munis " che compie il suo incarico
o il suo dovere (munus in origine ufficio).
DIZIONARI
LATINI
Calonghi,
3° edizione rifusa ed aggiornata del
dizionario Georges-Calonghi 1999:
Communitas:
da communis.
Communis: (arc. commoinis ; cfr. munia,
arc. moenia e im-munis).
Munia, ium (munis, e) "doveri che incombono
a qualcuno (ufficiali e privati)".
Munis, e (munus), "obbligato, riconoscente".
Moenia,
arcaico = munia
Im-munis,
e: (arc. Immoenis, da in e munis, cfr. munus
e munia)"immune, esente, libero da
prestazioni, pubblici servizi".
Castiglioni-Mariotti:
Communis: cfr. moenia, munus.
Moenia
:, ium (cfr. munio) mura, baluardi.
Munus,
-eris, ufficio, dovere.
NOTA
BENE: il Calonghi distingue
moenia -ium (arcaico = munia (V.) "doveri
che incombono a qualcuno (ufficiali e privati)"
da moenia -ium = mura della città,
mentre Castiglioni e Mariotti riportano
solo moenia -ium (da munio) = "mura,
baluardi".
Gli
altri dizionari in mio possesso, cioè
il Campanini-Carboni e il Conte-Pianezzola-Ranucci
non aggiungono nulla d'altro.
Ora,
che cosa mi risponde? Che tutta la cultura
italiana è impazzita e che nelle
scuole circolano solo vocabolari redatti
da ignoranti?
Non
farebbe meglio, giusto per salvaguardare
il suo rapporto con il miliardo di suoi
lettori, che ammettesse di aver preso un
granchio? Già ha chiesto scusa per
il tono; faccia un altro passetto: chieda
scusa per il merito della sua fallace etimologia".
*
Interviene
Giuliana:
"Buongiorno
e scusate l'intrusione. Mi è stato
segnalato da un mio ex studente, grande
fan di questo sito, che c'era una discussione
in corso sull'etimologia delle parole "comunità",
"comune", e così via. Sono
insegnante di materie classiche da più
di trent'anni, e ho collaborato con varie
università fra Milano e Pavia; non
lo dico per "mettere i documenti avanti",
ma semplicemente per presentarmi, visto
che mi intrometto in una discussione che,
a quello che vedo, è molto accesa
e tocca argomenti anche molto importanti
e lontani dal problema etimologico. L'etimologia
addotta da R. Montanari è quella
corretta, comunemente accettata dai linguisti.
Non so quanto valga la mia auctoritas (lo
dico con un sorriso), ma vi assicuro che
è così. La ricerca del signor
Paradiso, che vedo ora, non è sbagliata
in sé, anche se per la verità
non so quale edizione del Devoto-Oli abbia
consultato, dato che la mia (Le Monnier
1971) riporta l'etimo esatto di communis
= cum + munis,e, come sostenuto da Montanari,
e non cita "munus". Ma questa
può essere una svista; il vero punto
non è questo. La ricerca, dicevo,
e anche la parte della discussione precedente
che riguarda la parola in oggetto, è
viziata da un errore di tipo storico. L'aggettivo
munis,e non deriva dal sostantivo munus,
anche se le due parole sono certamente imparentate,
ma lo precede storicamente. Ora, il fatto
che a un certo punto munus si sia aggiunto
alla famiglia che si stava creando intorno
alla radice *moin- e alle sue varianti apofoniche,
non significa che "communis" venisse
sentito come legato a munus, perché
questa parola, communis, era nata prima
di munus. Faccio un esempio, scusandomi
se fatico a spiegarmi bene, perché
questi sono argomenti un po' tecnici. L'esempio
mi viene proprio dal nome dello scrittore
che partecipa al dibattito, il nome "Raul"
(questa è la grafia corretta, non
Raoul che è la variante francese).
E' un nome che conosco bene perché
è più... comune di quanto
si pensi: ho avuto familiarità con
più di una persona che lo portava.
Tutti costoro erano infastiditi dal fatto
che qualcuno pensava che Raul fosse il diminutivo
di "Rudolf", Rodolfo, al punto
che uno dei "Raul" da me conosciuti
era addirittura chiamato "Rodolfo"
dai suoi amici. In realtà sia Raul
che Rudolf (o Rudolph) derivano dall'antico
nome germanico Rudewolf ("lupo selvaggio").
I due nomi, Rudolf e Raul, hanno avuto una
storia del tutto indipendente, pur avendo
sicuramente una radice comune, ed è
sbagliatissimo sostenere che quello più
breve sia derivato da quello più
lungo. Quindi è senz'altro vero che
c'è "aria di famiglia"
fra i vari munis, munus, communis, communitas,
ma è linguisticamente inesatto affermare
che l'etimologia di communis sia cum + munus.
Aggiungo che molto probabilmente, quando
i latini dicevano communitas, "sentivano"
nella parola soprattutto la presenza e l'assonanza
di moenia (mura), di munio (fortificare),
e simili, e quindi connotavano il termine
in senso fortemente difensivo: communitas
= tutti coloro che sono difesi, circondati
dalle stesse mura. In ogni caso, quindi,
l'idea di communitas come "partecipazione
di dono", che mi sembra sia stata avanzata
in modo molto preciso dai signori De Vivo
e Virgilio nell'intervento all'origine di
tutta la questione, è senz'altro
sbagliata. Si tratta proprio del tipo di
errore in cui può incorrere una persona
colta, una persona che "mastica latino"
(come i due autori osservano in un intervento
successivo), che viene sedotta da un'etimologia
che sembra quasi suggerirsi da sé,
e che invece è una sorta di "falso
amico", ingannevole. Sono d'accordo
con Montanari e con alcuni degli intervenuti,
come il signor Andrea e il signor Gabrielli,
anche sul fatto che è normale che
i filosofi forzino il linguaggio. Basta
saperlo! Grazie per l'attenzione e scusatemi
ancora per la mia pedanteria da latinista
inveterata... e ormai anche "vetula",
purtroppo!"
*
Risponde
Gustavo P. a Montanari:
"Chiedo
scusa ai lettori di Nazione Indiana se sono
costretto a intervenire di nuovo sulla questione
etimologica sollevata da Montanari, ma non
mi è possibile tacere davanti alla
distorsione di ogni discorso che sia fondato
sulla verità dei fatti. Dice Andrea
a proposito della mia ricerca etimologica
sui dizionari: "Scusa Paradiso, tutti
gli esempi che porti parlano di carica non
di 'dono', e tutti scrivono comunità
da 'communis'". Allora, io vorrei ricordare
ad Andrea, come agli altri, che fare una
ricerca etimologia vuol dire ricercare l'origine
della parola, non la semplice derivazione,
risalendo fin dove è umanamente possibile
risalire. Ora, se io trovo che comunità
deriva dall'aggettivo communis, non ho ancora
rinvenuto l'etimologia, poiché a
sua volta communis deriva da cum + munus,
oltre il quale termine non è possibile
andare, almeno allo stato attuale degli
studi. Se io mi fermassi a communis, avrei
trovato l'immediata derivazione della parola
comunità, ma non l'etimologia. Non
so se mi sono spiegato. Inoltre, caro Andrea,
se ti prenderai la briga di consultare qualsiasi
vocabolario di latino, scoprirai (ma già
lo sai, credo) che sotto la voce munus-eris
vengono sempre riportati due significati:
incarico e dono, i quali significati, dal
punto di vista antropologico, non hanno
avuto mai una vita autonoma, poiché
ogni incarico comporta un dono, come potrai
scoprire leggendo un po' di letteratura
antropologica a partire da Marcel Mauss,
"Saggio sul dono", per arrivare
a J. T. Godbout, "Lo spirito del dono"
e ancora dello stesso autore "Il Linguaggio
del dono" (per agevolarti, aggiungo
che il primo lo pubblica Einaudi, gli altri
due li pubblica Bollati Boringhieri). Ricevere
un incarico significa sentirsi obbligato
a ricambiare i vantaggi che da esso derivano.
E come? Con un dono, naturalmente; sicché
il pubblico funzionario (ma non solo lui,
se allarghiamo il discorso) è colui
che è in debito perenne con la comunità,
così come lo è ciascun membro
di essa, poiché tutta la vita comunitaria
si regge su questo continuo scambio di doni.
E' vero, oggi la ragione utilitaristica
sembra negare tutto ciò. E per questo
anche dicevo che gli zibaldoniani sono degli
idealisti, ma non dei bugiardi o degli incapaci,
anzi. Leggi il saggio che Marco Aime premette
a Marcel Mauss, "Saggio sul dono",
pubblicato l'anno scorso dall'Einaudi, leggilo,
magari insieme al libro di Esposito, che
queste e molte altre letture presuppone,
e ne riparleremo, se vuoi.
Detto
questo, vengo all'insegnante Giuliana, la
quale si definisce "vetula", ed
infatti lo è perché possiede
un Devoto-Oli di trentatré anni fa.
Consulti l'edizione del 2000-2001 e vedrà
che non mento sull'etimologia di comunità
che deriva da cum + munus, come ho scritto
a chiare lettere e senza "sviste"
nella scorsa lettera. Ma se questa è
questione minore, la questione nella quale
la professoressa Giuliana va a impelagarsi
verte sulla dimostrazione che "l'aggettivo
munis, e non deriva dal sostantivo munus
... ma lo precede storicamente". Ecco,
io mi metto nei panni di quel suo alunno,
fan di Nazione Indiana, che le ha fatto
la soffiata, il quale a questo punto chiederebbe
alla sua insegnante: "Mi spieghi, professoressa
Giuliana, su quale base non dico scientifica,
ma di buon senso, lei può dire che
"questa parola, communis, era nata
prima di munus"?
Io credo che quell'alunno aspetterebbe un
bel pezzo d'eternità prima d'avere
una risposta; perché, in realtà,
risposta la nostra buona donna non può
darla. E poi, con quale faccia tosta può
misconoscere i risultati inoppugnabili della
mia ricerca? Geoges e Calonghi, Devoto e
Oli, Zingarelli, De Mauro, che non sono
solo pagine di vocabolari, ma sono persone
che hanno studiato e qualche autorità
in materia ce l'hanno, tutti costoro avrebbero
solo detto delle corbellerie, mentre la
professoressa Giuliana, bazzicante tra le
università di Milano e Pavia, avrebbe
ragione? Ora capisco perché costei
non si è qualificata in modo completo,
in modo da assumersi la responsabilità
dei suoi assunti; non lo ha fatto perché
si sarebbe squalificata nel mondo accademico
italiano, e non solo, ecco la ragione della
sua reticenza.
A
proposito, invece, della proposta della
professoressa Giuliana, secondo la quale
communitas vale "tutti coloro che sono
difesi, circondati dalle stesse mura"
(cum + moenia "mura" da munio
"fortificare"), la mia ricerca
già vi faceva cenno. Infatti, e scusate
se mi cito, nella precedente lettera scrivevo:
"Calonghi distingue moenia -ium (arcaico
= munia (V.) "doveri che incombono
a qualcuno (ufficiali e privati)" da
moenia -ium = mura della città, mentre
Castiglioni e Mariotti riportano solo moenia
-ium (da munio) = "mura, baluardi".
Risultato:
nessun vocabolarista si assume la responsabilità
di far derivare comunità da cum +
moenia. Vi allude solo il Mariotti, senza
convalidare l'argomento in modo chiaro e
preciso. Personalmente, io non mi sento
di escludere questa possibilità etimologica,
ma sono convinto che, se fosse accertata,
essa rischiarerebbe ulteriormente le mie
(e non solo le mie) tesi. Infatti, se si
va al fondo della questione si trova che
"tutti coloro che sono difesi, circondati
dalle stesse mura" sono gli stessi
"che compiono il loro incarico"
nell'ambito della "communitas",
entro la quale il dono circola come cemento
che tiene insieme gli individui.
Sic
stantibus rebus, cara professoressa Giuliana,
le raccomando di aggiornare il suo bagaglio
culturale, di svecchiarlo, perché
è giusto che i nostri figli abbiano
almeno all'università qualche insegnante
competente e non solo dei fan di Montanari;
e soprattutto, si procuri una versione più
aggiornata del Devoto-Oli! Quanto a lei,
Montanari, secondo il quale la ricerca etimologica
di Paradiso sarebbe stata "confutata
in modo garbatissimo e spero definitivo
dalla professoressa Giuliana", ebbene,
mi dispiace profondamente deluderla, ma
ancora dovrà fare un po' di lavoro
per convincere il suo miliardo di lettori
di avere ragione. In realtà, si rassegni:
l'etimologia di communitas è da cum
+ munus, come sostengono quelli di "Zibaldoni"
e tutta una tradizione culturale, e, soprattutto,
come sostiene il valente Esposito. Suvvia,
cosa le costa, faccia questo passetto: chieda
scusa e non se ne parli più". |