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Il
24 agosto Montanari scrive a Gustavo P.:
"Adesso
non è più divertente, solo
noiosa.
Caro
Paradiso, mi sembra un po' eccessivo che
lei definisca "fan di Montanari"
(tacciandola quindi di partito preso a priori)
una persona che in tono serio, senza nessun
sarcasmo, ha voluto dire la sua sulla questione
etimologica, con molta chiarezza e fra l'altro
osservando che se il vostro è un
errore non si tratta di un errore triviale,
ma di un errore "nel quale può
incorrere solo una persona colta".
Perché non definisce fan di Montanari
anche Andrea, Savelli, Gabrielli? Non conosco
affatto questa professoressa Giuliana, ma
a giudicare dalla timidezza del tono con
cui è intervenuta immagino che non
si farà più né vedere
né sentire, visto come è stata
accolta! La professoressa ha avuto l'autoironia
amabile di definirsi pedante e vetula; qui,
a mo' di benvenuto, viene messa in dubbio
la sua professionalità, la si chiama
con sufficienza "la nostra buona donna",
la si invita ad aggiornarsi, e perfino il
povero allievo ci va di mezzo perché
si dice di lui che "ha fatto la soffiata".
Caspita, che scelta di termini! Insomma,
guai a chi si intromette! Particolarmente
comico il momento in cui si dice che la
professoressa non si è "qualificata
in modo completo". Ma lei, Paradiso,
che mestiere fa? Quanti anni ha? Che titoli
ha? Cominci a qualificarsi lei, prima di
chiedere che lo facciano persone che alzano
la voce meno di lei. O tutti o nessuno,
non le pare? Io non intervengo più
su questa faccenda dell'etimo. Gli argomenti
in campo sono chiari. Lascio che i lettori
giudichino non solo chi ha ragione o torto,
ma anche chi è intollerante e chi
non lo è.
Non ho nulla di cui scusarmi sui contenuti,
sul tono mi sono scusato a sufficienza (...)".
*
Replica
Gustavo P.:
"Montanari
delle mie argomentazioni etimologiche non
dice niente perché, appunto, non
può dirne niente, essendo esse inoppugnabili.
Questo è un buon segno, è
segno forse che si sta ravvedendo e sta
capendo l'errore commesso, ma c'è
ancora qualcosa che lo frena, forse una
comprensibile, quanto inammissibile questione
di orgoglio, non saprei. Da questo ginepraio,
se dio vuole, stiamo per uscire, a fatica,
ma probabilmente anche grazie alla mia modesta
ricerca tra dizionari e libri vari. Forse
stiamo per arrivare a una minima verità.
Manca però un ultimo passo: l'ammissione
esplicita da parte di Montanari di aver
commesso un errore, ovvero di essere stato
superficiale nella considerazione della
parola "communitas".
Per
il resto, aggiungo solo che il mio modo
di rivolgermi alla "timida" (Montanari
la definisce "timida", quando
è chiaramente una incompetente) professoressa
di "materie classiche" (!!!),
si giustifica con lo stupore che ha in me
suscitato con le sue infondate pretese "scientifiche".
Quanto
alla mia identità, io non avrei problemi
a rivelarla per esteso (indirizzo, etc)
a chi me la chiedesse mostrandomisi come
persona fidata, scrivendomi in privato all'indirizzo
che ho sempre messo in calce ai miei interventi,
a differenza di tanta gente che parla esibendo
solo "carte" e "distintivi",
sputando veleno e diffamando le persone
gratuitamente, nascosta magari dietro un
bel nick o, peggio, dietro una istituzionalità
che dovrebbe sempre richiedere la visibilità
e la chiarezza assolute, non l'anonimato.
È innanzitutto per una questione
deontologica che la "timida" Giuliana
dovrebbe obbligatoriamente rivelare la sua
identità, perché lei, a differenza
di me, che non ho bisogno di vantare alcun
titolo, ha parlato in qualità di
professoressa. Ma siamo in Italia, purtroppo,
e in Italia nessuno mai paga per gli errori
che commette, figuriamoci una "timida"
professoressa che strafalciona in una finestrella
di Nazione Indiana...
Detto questo, se Montanari, come dice, tacerà,
cioè non addurrà nuovi argomenti
che confutino la mia ricerca etimologica,
io mi riterrò soddisfatto e non infierirò
più di tanto per avere ulteriore
soddisfazione. Tuttavia continuo a ritenere
che sarebbe per Montanari veramente liberatorio,
deposto ogni inutile orgoglio, ammettere
di aver sbagliato (chi non sbaglia nella
vita?). In questo modo significherà
a tutti che è veramente pronto per
riprendere, senza equivoci e senza falsa
coscienza, la discussione sulla comunità
da costruire, dal punto in cui l'ostacolo
etimologico, che lui stesso aveva frapposto,
l'aveva interrotta. Se farà ciò,
questa discussione non sarà stata
vana, ma sarà servita a tutti noi
per guardarci dentro, e per capire che,
a volte, siamo noi stessi che, senza volerlo
veramente, ma per una inconscia costrizione,
miniamo le basi di ogni vera comunità.
Un'ultima cosa tengo a precisare: se ho
definito Montanari servo, non l'ho fatto
per lanciare un attacco ad personam, ma
per esemplificare nei comportamenti di Montanari
un costume morale che mi sembra invalso
ormai da troppo tempo nei comportamenti
degli intellettuali italiani, quello di
attestarsi sulle proprie posizioni acquisite,
paghi del proprio rapporto col potente di
turno che ne tutela gli interessi. Secondo
questa logica, chiunque dica qualcosa di
nuovo (penso agli zibaldoniani) va censurato
e respinto, anche con una capziosa stilettata
etimologica. E invece, poverini, avevano
ragione loro!"
*
In
data 26 agosto interveniamo noi:
"...
e l'astio rovinoso... e la concordia conciliatrice..."
(Empedocle, 'Poema fisico', 1)
"...
Da quella materia, mescolantesi alla rinfusa,
molti elementi permangono distinti:/ tutti
quelli che l'astio, sollevato in alto, ancora
tratteneva; e strenuamente, giacché/
non è rimasto, verso gli estremi
confini dell'orbita, al di fuori del tutto,/
ma dentro rimaneva in una parte dei componenti,
e dall'altra era uscito;/ e di quanto volta
a volta gli avveniva di cedere, di tanto
subentrava, volta a volta,/ il benigno slancio
inestinguibile della strenua concordia./
E ben presto i corpi che si generavano,
impararono d'essere mortali, già
elementi immortali/ e distinti, prima di
essersi mischiati deviando dai propri cammini;/
ma poi, quando vanno frammisti, si spandono
innumerevoli stirpi di corpi mortali,/ compatte
in molteplice forme, che danno stupore alla
vista". (Empedocle, 'Poema fisico',
6)
Cari
amici di Nazione Indiana,
redattori
e lettori, il demone della disunione, che
negli ultimi tempi aveva assunto la guida
dei nostri discorsi, generando incomprensioni
e dando luogo a duri giudizi, esasperando
gli animi e inasprendo i toni di chi pure
si riprometteva una discussione serena,
sembra aver abbandonato questo luogo. Ora
è il momento della concordia, che
succede sempre alla discordia nell'eterno
circolo della vicissitudine universale.
Ma che cosa è accaduto in questi
due mesi? Forse è accaduto che siamo
riusciti a parlare, a comunicare, a vasocomunicare;
nel bene e nel male, poco importa. Lo spirito
della discordia ci ha indotti al dibattito
e, malgrado certe durezze, ha favorito una
più o meno franca discussione su
temi per noi di grande interesse. Caro Moresco,
non se l'abbia a male se noi non ci siamo
limitati a tessere l'elogio delle sue opere,
ma l'abbiamo interrogata a partire dalle
cose che ci ha scritto da Leuca. Noi crediamo
davvero che le opere siano solo il punto
di partenza di un discorso che coinvolge
tutti e che conduce ad altre opere, e non
alla vetta irraggiungibile di una montagna
oltre la quale c'è solo il cielo
o l'abisso. Perciò, se l'abbiamo
interrogata, è con questo fine, mai
con quello di innescare inutili tensioni.
A Montanari diciamo che bisogna abituarsi
a pensare che i mali non vengono per nuocere,
e che la nostra durissima, ma crediamo sempre
corretta polemica nei suoi confronti, è
valsa a definire meglio il nostro (lato
sensu) modo di vedere le cose. Dalla polemica,
infatti, nascono solo cose buone, per chi
sa vederle, e alla fine anche le allucinazioni
e gli incaponimenti etimologici favoriscono
la verità. Vogliamo ringraziare anche
Gustavo Paradiso, che si è tanto
prodigato in nostra difesa, armandosi di
vocabolari e analisi antropologiche, sebbene
gli contestiamo il fatto che ci ritenga
degli idealisti e degli illusi. I fatti
la smentiscono, signor Paradiso, perché
alla fine si è giunti, tutti insieme,
a capire come stanno le cose e perlomeno
a discuterne. In fondo non è questa
la comunità di cui da tempo andiamo
parlando? Certo, sarà piena di difetti,
di narcisismi, di esibizionismi, e di altri
'ismi' uno peggiore dell'altro, ma è
anche vero che al di là di tutto
questo è possibile scorgere qualche
verità che diriga il nostro cammino
nel mondo. Altrimenti, lei che cosa propone?
Di starcene ognuno a casa sua, in solitudine,
in silenzio? No, non può essere questa
la soluzione. Allora non rimane che parlare,
scriversi, comunicare, e sia se tutto questo
porta con sé talvolta qualche parola
grossa e qualche giudizio più duro
di quanto non si richieda nella civile conversazione.
Forse per troppo tempo ci siamo disabituati
a parlare insieme ed ora che questo finalmente
accade, o comincia solo ad accadere, tutti
noi siamo come un fiume in piena che porta
con sé tanta acqua, ma anche fango,
ghiaia, alberi sradicati: non sappiamo più
trattenerci (i blog e in genere i luoghi
internettiani, poi, sembrano fatti apposta
per rompere ogni argine) e ce ne diciamo
come dio comanda. Ma tutto questo non è
negativo, non è semplicemente il
"male" che va rimosso o colpevolizzato.
È bene che la campagna si allaghi,
perché al rifluire delle acque l'humus
la fecondi di nuovo e il raccolto del contadino
sia più ricco.
Ringraziamo
anche i lettori e gli altri commentatori
perché siamo convinti che abbiano
compreso tutto questo e lo abbiano seguito
con attenzione e con perspicacia, al di
là di quella che sembrava essere
una oziosa questione etimologica - e invece
era anch'essa una tappa del ciclo universale
delle cose comuni, mortali. A tutti diciamo
che siamo fermamente intenzionati a riprendere
quanto prima questo dibattito sulle pagine
di "Zibaldoni e altre meraviglie",
e ad esso inviteremo tutti coloro che hanno
partecipato alle discussioni in NI. Purtroppo
la nostra rivista è trimestrale e
quindi i tempi non saranno brevi, ma che
importa; non bisogna avere nessuna fretta
in questo genere di cose. La comunità
da costruire, ogni giorno, con ogni intervento,
con ogni commento, semplicemente leggendo
e scrivendo, è tema troppo importante
per essere esaurito nello spazio di un dibattito
estivo".
*
Risponde
Montanari:
"Ragazzi,
io rispetto e ammiro il vostro entusiasmo.
Diversamente da quello che fa Gustavo Paradiso
con me, non ho dedotto dal vostro silenzio
che vi foste ritirati dandovi per vinti
sui temi in questione; pensavo che continuaste
a essere della stessa opinione, e vedo che
non mi sono sbagliato.
Per
quanto mi riguarda, purtroppo, devo dirvi
che continuo a pensare tre cose:
1.
Che quell'etimologia è errata, e
la consultazione di 24.000 vocabolari italiani
e di un vocabolario latino per le medie
superiori non vale la ricostruzione precisa
della storia della parola che si trova in
uno dei due soli dizionari etimologici del
latino usati in tutte le università
del mondo, e che la povera professoressa
intervenuta ha provato, con molta chiarezza,
a ricostruire. I vocabolari bisogna anche
saperli leggere. I lettori di NI hanno dimostrato
di averlo capito, infatti nessuno ha dato
ragione alle follie di GP; tutti hanno compreso
come stanno le cose, molti si sono ritratti
annoiati da quelle che giustamente definite
allucinazioni e incaponimenti (non miei,
però: basta leggere per capire, e
chi ha letto ha capito).
2.
Che communitas, qualunque sia il suo etimo,
in ogni caso non vuol dire "mettere
in comune il dono della solitudine".
Il punto di partenza della querelle, come
Andrea ha sintetizzato bene, è stato
questo (...).
3.
Che al di là dell'entusiasmo (sempre
Andrea, simpaticamente, vi aveva definiti
i Simon & Garfunkel della letteratura)
c'è nei vostri discorsi un difetto
di concretezza. Non si capisce bene cosa
vogliate fare, non rimane in mano niente.
Volete fare la vostra rivista, la state
facendo? Va benissimo: sul web c'è
posto per tutto e per tutti. I discorsi
sulla communitas, su Socrate, sull'Eros
platonico ecc. io non li ho visti sostanziarsi
in mezza riga di proposta concreta. Cosa
volete fare? Un supersito in cui entriamo
tutti, per esempio? Se ne potrebbe parlare!
Azioni di boicottaggio contro l'editoria
ufficiale su carta? Si può parlare
anche di questo. Che altro? Smettere di
leggere i libri stampati? Chiedere agli
scrittori di pubblicare solo e-books? Chiedere
agli scrittori di smettere di scrivere per
gli editori e dedicarsi solo ai blog e alle
riviste on line? In realtà, si può
parlare anche di questo. Basta che la richiesta
o proposta venga concretizzata.
Volete
una prova di questo disinteresse che suscitano
i vostri discorsi troppo astratti? Carla
Benedetti ha pubblicato su NI, proprio prima
delle lettere di Moresco, la vostra lettera
aperta ai lettori del blog. Quanti commenti,
quante reazioni ci sono state? Una: quella
comicissima di GP che stava postando dappertutto
la sua polemica contro di me. Che è
come dire: nessuna.
Questo
mica vuol dire che siate scemi o antipatici:
vuol dire che forse nel vostro argomentare,
come osserva Savelli, c'è un qualcosa
di fumoso, di centripeto, per cui in pratica
uno non sa bene come mettersi in relazione
con voi, come creare una dialettica.
Io, e molti con me, ho letto nelle vostre
parole solo, o quasi solo, un curioso odio
verso il libro (curiosissimo perché
poi non fate che citare da libri, e tutto
lo sforzo di GP è avvenuto con un
grande spostamento di enormi tomi di carta
scritta), una notevole antipatia verso gli
scrittori attuali, e per andare sul concreto
di questa pagina di commenti una sostanziale
incomprensione del lavoro di Moresco, che
si è manifestato in quell'apostrofe
incredibile ("Ma lei cosa ha fatto?
Ha scritto libri? Ma milioni di persone
scrivono libri!"). Può darsi
che milioni di persone scrivano o più
esattamente scrivano testi che aspirano
a diventare libri, ma solo pochissime migliaia
di persone pubblicano questi libri e danno
quindi un senso dialettico, ripeto, alla
loro scrittura, e solo pochissime decine
(o piuttosto unità) di persone scrivono
libri rischiosi e potenti come quelli di
Moresco. Questa sottovalutazione è
nelle vostre parole, e ve lo dico con la
massima pacatezza, la stessa con cui mi
sono scusato di cuore per avere trasceso
di molto nei toni. Continuo, rassegnato,
ad aspettare le scuse altrui.
A questo punto proporrei di spostarci altrove,
magari nella Lettera da Leuca numero II
(ormai sembriamo i commentatori del Vangelo...),
giusto per non rendere illeggibile questa
finestra".
*
Controreplica
nostra del 27 agosto a Montanari:
"Caro
Montanari,
noi
per la verità non siamo per nulla
stufi di aver condotto con te e con altri
questa disputa etimologica. Non ci riteniamo
dei pedanti e le etimologie le andiamo a
ricercare solo perché ci fanno meglio
capire le cose, non per utilizzarle in esibizioni
da erudito. E mai come in questo caso andare
all'origine della parola ci è sembrato
importante per impostare nel migliore modo
possibile il dibattito, per centrare l'argomento,
per non divagare. E difatti non abbiamo
divagato. Mentre discutevamo su che cosa
significava in origine la parola "communitas",
noi abbiamo formato una "communitas",
obbligandoci reciprocamente e donandoci
le nostre parole reciprocamente (e tu non
te ne sei nemmeno accorto!).
Ebbene
sì, per noi il termine comunità
significa proprio questo, "mettere
in comune il dono della solitudine",
la tua e la nostra e quella di tanti lettori
e commentatori che si sono ritrovati nelle
giornate del solleone a discutere su questioni
che evidentemente li riguardavano profondamente
e intensamente. Non si spiegano altrimenti
i 53 interventi destinati al commento dell'articolo
di Antonio Moresco. E se questi interventi
non riguardavano direttamente l'articolo
di Moresco, è altresì vero
che tutto partiva da lì e dalle domande
rivolte da Gustavo P. a lui, in primo luogo.
E dopo, ricordi cosa è accaduto?
Dopo un nostro intervento, sei intervenuto
tu per dirci che sbagliavamo, che eravamo
degli ignoranti et similia. Non siamo offesi,
per carità, non lo siamo mai stati.
Ma ora notiamo che sei tu ad interrogarci,
ancora con una certa ironia, e con qualche
burbanza e supponenza, anche. Ma non importa.
Ci chiedi che cosa vogliamo fare e ci rimproveri
che nei nostri discorsi mancano le proposte
concrete. Tranquillo, non vogliamo proporvi
un supersito, magari all'insegna del "vogliamoci
tutto bene", e neppure vogliamo boicottare
l'editoria e gli scrittori moderni. Mai
sostenute queste cose. Ognuno deve seguire
fino in fondo la sua strada ed inoltre,
lo abbiamo scritto a chiare lettere, noi
non siamo contro l'editoria moderna, anche
se certe concentrazioni ci spaventano. Ma
questo è un altro discorso.
Quello
che noi vogliamo è semplicemente
quello che stiamo facendo e continueremo
a fare, ovvero fondare e costruire nel tempo,
giorno dopo giorno, discussione dopo discussione,
in luoghi anche diversissimi e con persone
anche diversissime una dall'altra, una vera
comunità, cioè quello che
in Italia, e forse anche altrove, manca,
perché questo mercato delle lettere
ha diviso ciò che doveva essere unito,
respingendo nella solitudine chiunque azzardi
un discorso comune. E tu, nei tuoi primi
interventi, e un po' anche adesso, hai fatto
proprio questo nei nostri confronti, hai
tentato di respingerci nel silenzio dal
quale eravamo venuti, e in parte, ma con
qualche titubanza, ci respingi anche ora,
quando dici che "sul web c'è
posto per tutto e per tutti", sottintendendo
con questo che è inutile che ci dimeniamo
tanto, perché il nostro angolino
ci è riservato e, dunque, possiamo
stare tranquilli. Comprendi, caro Montanari,
che queste tue parole, interpretate nel
loro significato migliore non vogliono dire
altro che: "avete una rivista, statevene
lì dentro e non rompete i coglioni"?
Certo che abbiamo una rivista, ma non ci
interessa coltivare il nostro orticello,
se abbiamo tutt'intorno il deserto. Vuoi
una proposta concreta? Essa arriverà
al momento giusto, quando saremo in grado
di stabilire un contatto più vero,
quando ognuno di noi avrà riconosciuto
la ragione dell'altro, ma, prima di tutto,
avrà messo da parte ogni pretesa
da prima donna, da grande scrittore o grande
intellettuale che ha dei precisi interessi
privati da tutelare e scrive solo con questo
fine, quando le tue domande saranno senza
l'ironia che ora le contraddistingue e chiederanno
non avendo già pronta una risposta
che elude quella dell'interlocutore e, quindi,
le sue ragioni. Allora potremo davvero incontrarci
e vasocomunicare. Ma ora, in questa fase
preliminare, in cui dobbiamo rintuzzare
i tuoi continui attacchi delegittimanti,
le tue etimologie, la tua supponenza, come
possiamo pensare a un colloquio sincero
e a un progetto comune, cosa vuoi che venga
fuori di "concreto" dall'associazione,
che risulterebbe certamente forzosa, di
persone che non si rispettano? Se tu ti
affidi solo a un vocabolario in circolazione
nelle università, senza capire che
le parole non hanno solo un passato, ma
anche un avvenire, come puoi fidarti di
una proposta tesa a immaginare una nuova
comunità? Ci puoi dire tu che cos'è
per te, se esiste, una comunità?
E non venirci a dire che i nostri discorsi
suscitano disinteresse. Ammetterai che non
avete avuto mai un numero simile di commenti
prima che noi prendessimo la parola (e se
Gustavo P. è l'unico commentatore
del nostro articolo postato da Benedetti
è perché la discussione è
avvenuta altrove, non ti pare?). Ammetterai
che, prima dei nostri interventi, il dibattito
non era mai uscito dalla ristretta cerchia
dei collaboratori della vostra rivista e
da pochi, pochissimi commentatori fin troppo
beneducati o fin troppo maldicenti. In realtà,
noi comprendiamo bene i motivi "per
cui in pratica uno non sa bene come mettersi
in relazione" con noi. E' semplice,
noi non amiamo gli esibizionismi, le pose
da star della cultura e della letteratura,
i narcisismi, e tutto quanto il gran varietà
delle lettere contemporanee che Costanzo
invita nel suo salotto. Chiunque comprenda
tutto ciò, non avrà difficoltà
a parlare con noi".
Primo
poscritto sull'AUDIENCE.
Tu
dici, caro Montanari, che intorno ai nostri
interventi c'è disinteresse perché
hanno ricevuto un solo commento. Bene. È
vero. Però se tu leggi il blog sul
quale scrivi, cioè NI, ti accorgi
che la quasi totalità dei pezzi pubblicati
dai suoi redattori (non da noi quindi) riscuote
una media di ZERO commenti. Cinque pezzi
su sei scritti da te, ad esempio, hanno
avuto ZERO commenti; una buona decina di
pezzi di Moresco, ZERO commenti; idem i
pezzi di Voltolini e di altri: o nessun
commento o 1-2 commenti. Ci sono commenti
vivaci, e in quantità superiore allo
ZERO (ma sempre in una media tra l'1 e il
6-7) soltanto in pochissimi pezzi di Carla
Benedetti e di Scarpa. Infine, soltanto
in 3 occasioni si registrano commenti che
vanno oltre la diecina. Vediamo quali sono
queste occasioni. La prima è quella
della discussione sui BLOG, provocata da
Scarpa e Benedetti, che ha suscitato una
sessantina di interventi in tutto, per lo
più di bloggers incazzati, ma anche
di gente che esponeva le proprie idee. La
seconda è stata quella provocata
dal tuo pezzo sul sesso: 36 interventi,
quasi tutti contrari allo spirito del tuo
testo, che possiamo ben dire non è
piaciuto che a sparutissimi lettori. La
terza è quella del commento alla
lettera di Moresco: 54 interventi, fin qui.
Ripetiamo: in tutte le altre occasioni,
gli altri pezzi dei redattori di NI riscuotono
invece, in media, un numero di ZERO commenti.
Ma torniamo alle tre occasioni di dibattito
che fin qui hanno avuto anche un successo
di pubblico. Se leggi bene, caro Montanari,
ti accorgi che in tutte e tre le occasioni,
e non parliamo per vanteria, la nostra presenza
è stata fondamentale, rilevantissima,
orientando l'interesse del cosiddetto pubblico,
sia nei commenti positivi che in quelli
negativi. Anche quando il dibattito si è
spostato dal tuo pezzo sul sesso a quello
su Moresco, è stato perché
noi abbiamo chiesto di spostarlo, prontamente
seguiti dai lettori, i quali ci son venuti
dietro, per criticarci o contestarci, non
perché ci amano particolarmente,
ma perché vogliono sentir parlare
delle cose di cui noi parliamo, ossia della
comunità che manca. E sono le stesse
cose di cui, se guardi ancora meglio, avevano
scritto anche Benedetti, a proposito dei
bloggers, e Scarpa, definendo gli stessi
bloggers peggio di Liala. Anche il tuo pezzo
sul sesso, come ricordi, ha suscitato una
"sommossa popolare" (ricordi i
toni non proprio felici con cui ti sei rivolto
ai lettori?) proprio in nome della "serietà"
e contro ogni "ironia", concetti
espressi da Benedetti ancora a proposito
del suo intervento sui bloggers e ripresi
da noi nel nostro primo intervento pubblicato
su NI a cura di Scarpa e della stessa Benedetti.
Difatti, partendo dal tuo articolo, ancora
una volta subito la discussione si era spostata
sulla "comunità", e da
lì è poi continuata su questi
stessi temi, non sul "sesso parlato
dagli uomini", che in effetti non interessava
a nessuno. D'altronde, nessuno dei redattori
di NI è intervenuto a parlare di
sesso, ma solo di comunità (vedi
Moresco, ma anche Inglese, Voltolini e altri,
per vie diciamo indirette). Questo per dire,
o meglio per ripetere, a te e agli altri,
la seguente osservazione, che avevamo già
fatto (ma qui si fa presto a dimenticare,
ecco un'altra cosa da analizzare): oggi
l'isolamento di chi parla, a qualsiasi titolo,
da qualsiasi pulpito che non sia ufficiale
e allineato, è totale, globale, paragonabile
a niente che storicamente si sia visto fin
qui a livello di organizzazioni sociali
e comunitarie. I pezzi di Moresco, i tuoi,
quelli nostri cadono nello stesso vuoto
- ZERO commenti - in cui cade tutto ciò
che è frutto di pensiero e di sangue:
in un dimenticatoio indefinibile, in un
isolamento assoluto che, questo è
il paradosso, ha le belle sembianze della
"comunicazione globale". Alle
volte è interessante leggere dei
commenti scritti da certi lettori in una
lingua nettamente chiusa, autistica, che
non comunica niente, si avvolge solo su
stessa o sproloquia in deliri offensivi
e turpiloqui, senza provocare reazioni di
sorta: sono i tipici commenti di chi ormai
per mettersi in relazione usa solo internet
e non sa dove andare a sbattere la testa
per incontrare due occhi e una voce viva
che risponda. "Viva" non nel senso
di reale, ma che sappia prendere in considerazione
l'"altro", che "risponda"
alle tue domande profonde. La lingua dei
nostri interventi, invece, questo devi riconoscerlo,
ti fa smuovere il culo dalla sedia, ti fa
sobbalzare, almeno ti fa andare in cerca
dei libri di latino che avevi abbandonato
da anni, e forse a qualcuno fa anche venir
voglia di uscire e di abbandonare questi
schermi luminosi. Vedi, Montanari, è
"difficile mettersi in relazione"
con noi anche perché la nostra lingua
e la nostra voce sono aperte sull'esterno
e sugli altri, a dispetto della loro natura
internettiana (il nostro, se vuoi, è
un paradosso al contrario): sono una lingua
e una voce che rifuggono l'isolamento e
il narcisismo, e ricercano l'"altro"
a costo della propria morte. Sono una lingua
e una voce che ambiscono a fondersi con
quelle di altri, non a dettare proclami
da giustapporre a quelli di milioni di disperati.
Non essere superficiale: qui non si sta
facendo una questione di audience, né
crediamo che Scarpa e Benedetti abbiamo
postato i nostri scritti sperando di smuovere
le masse. Lasciamo queste diatribe ai curatori
dei palinsesti tv. Pensiamo alla sostanza,
almeno qui dentro. E la sostanza della "verità"
riguarda sempre poche persone, non dimenticarlo.
Secondo
poscritto sull' ATTIVITA' LETTERARIA.
Per
noi, dunque, almeno per il momento, l'unica
concretezza possibile sta nella nostra proposta
letteraria, consistente in un progetto di
rivista che, a differenza di altri, parla
chiaramente agli scrittori interessati a
una comunità diversa da quella attuale,
in cui il vizio della menzogna domina come
una bestia immonda. Il nostro modo di fare
letteratura ricerca la dimensione comunitaria,
prima di quella individuale: ci ispiriamo
allo zibaldone anche per questo, etc. E
perciò cerchiamo contatti anche con
gente diversissima da noi, perché
siamo convinti che prima delle "nostre
idee" sia necessario tenere sempre
desta quella che tu chiami "dialettica"
con le "idee degli altri", e rinnovare
perciò sempre le occasioni di incontro,
a maggior ragione in una situazione come
quella attuale.
Per
noi l'attività letteraria deve servire
a far stare insieme le persone, non ad isolarle,
magari in luccicantissimi progetti poetici
stilati da editors mezzo sapientoni; a costruire
una comunità che persegua la verità
in tutti i campi del sapere e della conoscenza;
a dare sollievo e a far pensare. Per questo
riteniamo che le "opere" e gli
"autori" siano secondari: nel
senso che "vengono dopo". Se infatti
non esiste una comunità fondata sulla
condivisione di un sapere, oppure, se non
c'è la possibilità, per una
comunità, di comunicare liberamente
il sapere e le conoscenze, o ancora, addirittura,
se la ricerca della verità, in una
comunità, è continuamente
inficiata da un uso surrettizio di tutti
i mezzi e i linguaggi a disposizione (letteratura
compresa): a che cosa servono gli scrittori
e le opere? È ancora possibile, in
queste condizioni, parlare di comunità?
In chiusura di uno scritto che sarà
pubblicato prossimamente in occasione della
presentazione a Venezia di un suo documentario,
Gianni Celati dice: "Ormai l'obbligo
principale in tutte le attività è
quello di fare dei prodotti di consumo e
di facile smercio. Il che vuole dire che
non può esserci alcuna ricerca se
non nella direzione del cosiddetto marketing.
Nella letteratura sta accadendo lo stesso
e i libri diventano sempre più tutti
uguali, scritti nello stesso modo. Mi sembra
che il documentario rappresenti ancora uno
dei pochi spazi di lavoro e di pensiero
non completamente devastati, ancora un terreno
di ricerca, con una straordinaria fioritura
di esempi degli ultimi anni. Non so quanto
durerà". Noi riteniamo che oggi
ci troviamo in una situazione grave, in
una situazione in cui tutte le forme e i
linguaggi sono facilmente "devastati
e devastabili" dal marketing e dalla
produttività industriale, al di là,
spesso, anche dei più eroici tentativi
"individuali" di resistenza. Perciò
concordiamo con le analisi di Benedetti
e Moresco, perciò siamo fissati con
l'idea di comunità. Per tali motivi
stiamo qui a discutere queste cose e, soprattutto,
facciamo il tipo di rivista che facciamo,
con le intenzioni che abbiamo illustrato
(molte) altre volte, e in compagnia di persone
che, sia detto per inciso, quanto ad autorevolezza
e autorità (se è questo che
ti interessa sapere) nei campi del sapere
e della letteratura, non hanno niente da
invidiare a nessuno, nonostante tu ti affanni
ogni volta, dall'alto della tua burbanza
pretenziosa, a definirci velleitari, ingenui
e folcloristici".
*
Interviene
Gustavo P. in data 29 agosto:
"Avrei
preferito tacere per sempre, se avessi sentito
il silenzio di Montanari da me richiesto
per por fine alla ormai oziosa discussione.
Ma dal momento che questo silenzio non c'è
stato, d'accordo, aprirò anch'io
il tanto invocato e sbandierato (e mal letto...)
"Dizionario etimologico" Ernout-Meillet,
retirage de la 4e édition augmentée
d'additions et de corrections par Jacques
André, Klincksieck, Paris 2001 [1985],
giusto per ristabilire, spero in via definitiva,
la verità. Anche i dizionari, infatti,
hanno un'anima, e bisogna saperli leggere
fino in fondo, studiarli e citarli per esteso,
non solo per la parte che ci serve per fare
bella figura. Bisogna sempre cercare la
verità, non la 'propria ragione'.
Ma, prima di venire ai fatti, ecco, ad uso
dei lettori, un riepilogo delle posizioni
differenti che si sono affrontate fin qui
a proposito dell'etimologia del termine
'communitas'; poi, aggiungerò alcune
mie note frutto delle mie ricerche e delle
mie riflessioni.
SCRIVONO
DE VIVO E VIRGILIO: "La comunità
a cui pensiamo noi indica piuttosto una
situazione di disperazione, di isolamento,
e quindi la propria solitudine, il proprio
isolamento che si fanno "munus",
dono, insieme a quello di altri (comunità
= "cum" "munus") nella
nostra stessa condizione".
SCRIVE
MONTANARI: "Comunità naturalmente
non viene da cum-munus (autentica insensatezza
etimologica) ma da cum-munis. Munis, mune
è un aggettivo che in origine significava
"chi svolge una carica". Quindi
communis sta per "chi è partecipe
di una carica". A me sembra anche più
impegnativo del romantico e floreale "partecipe
del dono della solitudine"...".
SCRIVONO
ANCORA DE VIVO E VIRGILIO: "... "communitas",
la quale, sia detto per inciso, ma non sarebbe
neppure necessario, perché chi mastica
un po' di latino e legge con attenzione
e fino in fondo i vocabolari, coglie a volo
("sente") che l'origine di 'munis'
è 'munus' - "communitas",
dunque, la quale ha a che fare con un "dono"
("munus") che non si può
non fare (la "doverosità")
alla pari con gli altri ("cum")...".
Allora,
apro l'Ernout-Meillet alla parola "munis"
(p.421) e... che cosa trovo? Trovo sotto
l'aggettivo 'munis, -e' questa bella definizione
latina: "munem significare certum est
officiosum; unde e contrario immunis dicitur
qui nullo fungitur officio", che nella
traduzione francese e poi nella mia vuol
dire "è certo che munem indica
"qui accomplit sa charge ou son devoir",
cioè "chi compie il proprio
incarico o il proprio dovere"; da cui
al contrario si dice "immunis"
chi non ricopre alcun incarico. Trattasi,
aggiunge l'Ernout-Meillet, di un "adjectif
rare et refait secondairement sur les composés
du type normal immunis, communis (de munus,
cfr. barba/imberbis)", cioè
questo 'munis, -e' è un "aggettivo
raro e rifatto secondariamente sui composti
del tipo "immunis" e "communis",
i quali derivano da 'munus'". È
l'Ernout-Meillet che lo dice, non io (e
non l'aveva detto neanche Montanari... chissà
perché...). Quindi all'origine vi
è "munus", sostantivo la
cui radice è sempre "muni",
tant'è vero che i composti di "munus",
che si leggono sotto questa voce (p. 422),
e cioè 'municeps', 'munidator', 'munifex',
'munificus', presentano tutti la medesima
radice "muni". È vero,
"communitas" è un derivato
di "communis", ma si è
già detto che "communis"
deriva a sua volta da "munus"
('de munus', è scritto nell'Ernout-Meillet).
Qual è la conclusione? Nel caso in
cui qualcuno stentasse a vederla, la conclusione
è che l'origine latina di "communitas"
è nella parola "munus".
E allora, mi si dirà, in che rapporto
è 'munis, -e' con 'munus, -eris'?
È molto semplice: sono in realtà
la stessa parola con due funzioni diverse,
la prima è un aggettivo e la seconda
è un sostantivo. Come dire in italiano
'solare' e 'sole', caritatevole e carità,
piacevole e piacere.
Se
poi vado a cercare i significati delle parole,
trovo che il significato di "communis"
(de munus) "devait etre "qui partage
les charges", mais ce sens n'est pas
attesté, et 'communis' ne signifie
que "commun" (par opposition à
'proprius')". Insomma, il significato
antico, che doveva essere "chi condivide
gli incarichi", non è attestato
da nessuna parte, e 'communis' non significa
che 'comune' (in opposizione a 'proprio').
Allo stesso modo 'immunis' significa "exempt
de charge: quelquefois synomyme de 'ingratus'
(à cause du double sens de 'munus'
"charge" et "présent"",
ovvero immunis significa "esente da
incarico": qualche volta sinonimo di
"ingratus" (a causa del doppio
significato di "munus" "incarico"
e "dono"). Cosicché, quando
trovo 'munus -eris', l'Ernout-Meillet mi
dà questo significato: "significat
(officium) cum dicitur quis munere fungi.
Item donum quod officii causa datur",
cioè, traduco, "significa (incarico)
quando si indica chi ricopre un incarico.
Allo stesso modo (significa) dono che si
dà per un incarico" (la noterella
storica spiega che i doveri di un magistrato
consistono come si sa nell'offrire spettacoli
al popolo, eccetera).
Che
cosa si vuol concludere? Che nella parola
'munus', presente, come si è dimostrato,
in 'communitas', si deve avvertire questo
duplice senso che riporta alla responsabilità
dell'individuo che svolge un incarico e
nello stesso tempo alla sua munificenza.
Egli ottiene un incarico, ma dà un
dono, compensando il suo status con una
parte di sé che la comunità
gli chiede e che egli deve dare "obbligatoriamente".
Chi ha letto il 'Saggio sul dono' di Marcel
Mauss conosce l'importanza che riveste questo
avverbio nella questione del dono.
Il
fatto che il 'munus' sia costitutivo della
'communitas', quindi, oltre che non essere
assolutamente una 'insensatezza etimologica',
come affrettatamente e superficialmente
sostenuto da Montanari, conferma in pieno
tutti gli studi sul 'dono' che ho citato
anche l'altra volta e in particolare le
indagini di Roberto Esposito, che forse
su questo punto dell'etimologia non sono
proprio del tutto chiare, ma certamente
consentono di intuire, a chi ne è
capace, tutto quello che De Vivo e Virgilio
hanno intuito senza bisogno di vocabolari,
solo grazie alla loro spiccata sensibilità
linguistica e letteraria. Ma le indagini
di Esposito risultano interessanti soprattutto
perché mettono in rilievo come oggi
il senso di 'comunità' sia legato
piuttosto al 'proprio' che al 'comune'.
È paradossale, dice Esposito, ma
è così. Oggi le 'comunità'
vogliono ciascuna la 'propria' autonomia,
la 'propria' bandiera, il 'proprio' statuto,
la 'propria' sicurezza; insomma: la 'propria'
'immunitas'. Scardinare questa vera e propria
tendenza ideologica (e politica) contemporanea
significa affidarsi a un senso del tutto
opposto della 'communitas', che poi, come
abbiamo visto ed è stato più
volte detto qui, è il suo senso più
profondo, che ha a che fare con il 'munus',
quindi con l'altro, non con il 'proprio'.
E diversamente, cari tutti i miei affezionati
lettori, non potrà essere, se vogliamo
sopravvivere. La natura umana, il cosiddetto
individuo si caratterizza per il suo 'mettersi
in relazione', prima che per il 'proprio',
e il rovesciamento oggi vigente a livello
'globale' in favore di quest'ultimo (condivido
le analisi di Carla Benedetti) non può
essere che una perversione di questo stato
di cose originario, o, se si vuole, più
naturalmente umano. Anche Nazione Indiana,
a volte, sembra una 'comunità' troppo
moderna o postmoderna, cioè un gruppo
chiuso, troppo chiuso, o con logiche troppo
ambigue per accogliere chi è diverso
fino in fondo da essa - e che infine, ne
sono sicuro, potrebbe essere il solo a poterla
salvare con il suo 'munus', con il dono
della sua 'solitudine' o della sua 'disperazione',
come dicono quelli di Zibaldoni. Con questo
credo di aver concluso. Dica pure ora Montanari
quello che sa e può. Stavolta sarò
io a tacere. Intelligenti pauca. Vale".
*
Risponde
Montanari il 30 agosto:
"Caro
Gustavo, sono contento di rileggerti. Dopo
lo scadimento di livello che c'è
stato ultimamente, rimpiangevo le nostre
schermaglie etimologiche. Sono felicissimo
che tu abbia messo le mani sul meraviglioso
Ernout-Meillet. Ti dico solo una cosa: per
capirci sul benedetto munus/munis dovremmo
essere fianco a fianco, sfogliarlo insieme,
vedere com'è organizzato il lemma,
discutere. Io resto della mia idea ma mi
arrendo, nel senso che non ce la faccio
a scrivere un post chilometrico per controargomentare,
specie ora che la discussione si è
spostata ad altro. Ho consegnato l'altro
ieri il famoso romanzo su cui si informava
con amorosa sollecitudine Settis, e adesso
me ne vado due settimane in vacanza con
una bella teutone.
Chissà
che un giorno non ci capiti davvero di incontrarci;
io vivo a Milano.
Tu sei un gentiluomo: sono sicuro che dopo
queste parole mi manderai una stretta di
mano senza suonare la tromba. La povera
e bistrattata professoressa Giuliana aveva
già riconosciuto la serietà
della tua ricerca, io non posso che essere
d'accordo, qualunque opinione abbia del
suo punto di arrivo. Grazie di avere smesso
di darmi del servo, e a presto (...)".
(III
- fine)
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Le immagini che illustrano questo testo
sono le lettere "H" e "I"
della serie Frammentato abbecedario
di un viaggio, di Raffaella Garavini.
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