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28 dicembre 2003  

        *

Raffaella Garavini, 'Frammentato abbecedario di un viaggio', lettera I        Il 24 agosto Montanari scrive a Gustavo P.:

        "Adesso non è più divertente, solo noiosa.
        Caro Paradiso, mi sembra un po' eccessivo che lei definisca "fan di Montanari" (tacciandola quindi di partito preso a priori) una persona che in tono serio, senza nessun sarcasmo, ha voluto dire la sua sulla questione etimologica, con molta chiarezza e fra l'altro osservando che se il vostro è un errore non si tratta di un errore triviale, ma di un errore "nel quale può incorrere solo una persona colta". Perché non definisce fan di Montanari anche Andrea, Savelli, Gabrielli? Non conosco affatto questa professoressa Giuliana, ma a giudicare dalla timidezza del tono con cui è intervenuta immagino che non si farà più né vedere né sentire, visto come è stata accolta! La professoressa ha avuto l'autoironia amabile di definirsi pedante e vetula; qui, a mo' di benvenuto, viene messa in dubbio la sua professionalità, la si chiama con sufficienza "la nostra buona donna", la si invita ad aggiornarsi, e perfino il povero allievo ci va di mezzo perché si dice di lui che "ha fatto la soffiata". Caspita, che scelta di termini! Insomma, guai a chi si intromette! Particolarmente comico il momento in cui si dice che la professoressa non si è "qualificata in modo completo". Ma lei, Paradiso, che mestiere fa? Quanti anni ha? Che titoli ha? Cominci a qualificarsi lei, prima di chiedere che lo facciano persone che alzano la voce meno di lei. O tutti o nessuno, non le pare? Io non intervengo più su questa faccenda dell'etimo. Gli argomenti in campo sono chiari. Lascio che i lettori giudichino non solo chi ha ragione o torto, ma anche chi è intollerante e chi non lo è.
Non ho nulla di cui scusarmi sui contenuti, sul tono mi sono scusato a sufficienza (...)".

        *

        Replica Gustavo P.:

        "Montanari delle mie argomentazioni etimologiche non dice niente perché, appunto, non può dirne niente, essendo esse inoppugnabili. Questo è un buon segno, è segno forse che si sta ravvedendo e sta capendo l'errore commesso, ma c'è ancora qualcosa che lo frena, forse una comprensibile, quanto inammissibile questione di orgoglio, non saprei. Da questo ginepraio, se dio vuole, stiamo per uscire, a fatica, ma probabilmente anche grazie alla mia modesta ricerca tra dizionari e libri vari. Forse stiamo per arrivare a una minima verità. Manca però un ultimo passo: l'ammissione esplicita da parte di Montanari di aver commesso un errore, ovvero di essere stato superficiale nella considerazione della parola "communitas".
        Per il resto, aggiungo solo che il mio modo di rivolgermi alla "timida" (Montanari la definisce "timida", quando è chiaramente una incompetente) professoressa di "materie classiche" (!!!), si giustifica con lo stupore che ha in me suscitato con le sue infondate pretese "scientifiche".
        Quanto alla mia identità, io non avrei problemi a rivelarla per esteso (indirizzo, etc) a chi me la chiedesse mostrandomisi come persona fidata, scrivendomi in privato all'indirizzo che ho sempre messo in calce ai miei interventi, a differenza di tanta gente che parla esibendo solo "carte" e "distintivi", sputando veleno e diffamando le persone gratuitamente, nascosta magari dietro un bel nick o, peggio, dietro una istituzionalità che dovrebbe sempre richiedere la visibilità e la chiarezza assolute, non l'anonimato. È innanzitutto per una questione deontologica che la "timida" Giuliana dovrebbe obbligatoriamente rivelare la sua identità, perché lei, a differenza di me, che non ho bisogno di vantare alcun titolo, ha parlato in qualità di professoressa. Ma siamo in Italia, purtroppo, e in Italia nessuno mai paga per gli errori che commette, figuriamoci una "timida" professoressa che strafalciona in una finestrella di Nazione Indiana...
Detto questo, se Montanari, come dice, tacerà, cioè non addurrà nuovi argomenti che confutino la mia ricerca etimologica, io mi riterrò soddisfatto e non infierirò più di tanto per avere ulteriore soddisfazione. Tuttavia continuo a ritenere che sarebbe per Montanari veramente liberatorio, deposto ogni inutile orgoglio, ammettere di aver sbagliato (chi non sbaglia nella vita?). In questo modo significherà a tutti che è veramente pronto per riprendere, senza equivoci e senza falsa coscienza, la discussione sulla comunità da costruire, dal punto in cui l'ostacolo etimologico, che lui stesso aveva frapposto, l'aveva interrotta. Se farà ciò, questa discussione non sarà stata vana, ma sarà servita a tutti noi per guardarci dentro, e per capire che, a volte, siamo noi stessi che, senza volerlo veramente, ma per una inconscia costrizione, miniamo le basi di ogni vera comunità. Un'ultima cosa tengo a precisare: se ho definito Montanari servo, non l'ho fatto per lanciare un attacco ad personam, ma per esemplificare nei comportamenti di Montanari un costume morale che mi sembra invalso ormai da troppo tempo nei comportamenti degli intellettuali italiani, quello di attestarsi sulle proprie posizioni acquisite, paghi del proprio rapporto col potente di turno che ne tutela gli interessi. Secondo questa logica, chiunque dica qualcosa di nuovo (penso agli zibaldoniani) va censurato e respinto, anche con una capziosa stilettata etimologica. E invece, poverini, avevano ragione loro!"

        *

        In data 26 agosto interveniamo noi:

        "... e l'astio rovinoso... e la concordia conciliatrice..." (Empedocle, 'Poema fisico', 1)
        "... Da quella materia, mescolantesi alla rinfusa, molti elementi permangono distinti:/ tutti quelli che l'astio, sollevato in alto, ancora tratteneva; e strenuamente, giacché/ non è rimasto, verso gli estremi confini dell'orbita, al di fuori del tutto,/ ma dentro rimaneva in una parte dei componenti, e dall'altra era uscito;/ e di quanto volta a volta gli avveniva di cedere, di tanto subentrava, volta a volta,/ il benigno slancio inestinguibile della strenua concordia./ E ben presto i corpi che si generavano, impararono d'essere mortali, già elementi immortali/ e distinti, prima di essersi mischiati deviando dai propri cammini;/ ma poi, quando vanno frammisti, si spandono innumerevoli stirpi di corpi mortali,/ compatte in molteplice forme, che danno stupore alla vista". (Empedocle, 'Poema fisico', 6)

        Cari amici di Nazione Indiana,
        redattori e lettori, il demone della disunione, che negli ultimi tempi aveva assunto la guida dei nostri discorsi, generando incomprensioni e dando luogo a duri giudizi, esasperando gli animi e inasprendo i toni di chi pure si riprometteva una discussione serena, sembra aver abbandonato questo luogo. Ora è il momento della concordia, che succede sempre alla discordia nell'eterno circolo della vicissitudine universale.
Ma che cosa è accaduto in questi due mesi? Forse è accaduto che siamo riusciti a parlare, a comunicare, a vasocomunicare; nel bene e nel male, poco importa. Lo spirito della discordia ci ha indotti al dibattito e, malgrado certe durezze, ha favorito una più o meno franca discussione su temi per noi di grande interesse. Caro Moresco, non se l'abbia a male se noi non ci siamo limitati a tessere l'elogio delle sue opere, ma l'abbiamo interrogata a partire dalle cose che ci ha scritto da Leuca. Noi crediamo davvero che le opere siano solo il punto di partenza di un discorso che coinvolge tutti e che conduce ad altre opere, e non alla vetta irraggiungibile di una montagna oltre la quale c'è solo il cielo o l'abisso. Perciò, se l'abbiamo interrogata, è con questo fine, mai con quello di innescare inutili tensioni. A Montanari diciamo che bisogna abituarsi a pensare che i mali non vengono per nuocere, e che la nostra durissima, ma crediamo sempre corretta polemica nei suoi confronti, è valsa a definire meglio il nostro (lato sensu) modo di vedere le cose. Dalla polemica, infatti, nascono solo cose buone, per chi sa vederle, e alla fine anche le allucinazioni e gli incaponimenti etimologici favoriscono la verità. Vogliamo ringraziare anche Gustavo Paradiso, che si è tanto prodigato in nostra difesa, armandosi di vocabolari e analisi antropologiche, sebbene gli contestiamo il fatto che ci ritenga degli idealisti e degli illusi. I fatti la smentiscono, signor Paradiso, perché alla fine si è giunti, tutti insieme, a capire come stanno le cose e perlomeno a discuterne. In fondo non è questa la comunità di cui da tempo andiamo parlando? Certo, sarà piena di difetti, di narcisismi, di esibizionismi, e di altri 'ismi' uno peggiore dell'altro, ma è anche vero che al di là di tutto questo è possibile scorgere qualche verità che diriga il nostro cammino nel mondo. Altrimenti, lei che cosa propone? Di starcene ognuno a casa sua, in solitudine, in silenzio? No, non può essere questa la soluzione. Allora non rimane che parlare, scriversi, comunicare, e sia se tutto questo porta con sé talvolta qualche parola grossa e qualche giudizio più duro di quanto non si richieda nella civile conversazione. Forse per troppo tempo ci siamo disabituati a parlare insieme ed ora che questo finalmente accade, o comincia solo ad accadere, tutti noi siamo come un fiume in piena che porta con sé tanta acqua, ma anche fango, ghiaia, alberi sradicati: non sappiamo più trattenerci (i blog e in genere i luoghi internettiani, poi, sembrano fatti apposta per rompere ogni argine) e ce ne diciamo come dio comanda. Ma tutto questo non è negativo, non è semplicemente il "male" che va rimosso o colpevolizzato. È bene che la campagna si allaghi, perché al rifluire delle acque l'humus la fecondi di nuovo e il raccolto del contadino sia più ricco.
        Ringraziamo anche i lettori e gli altri commentatori perché siamo convinti che abbiano compreso tutto questo e lo abbiano seguito con attenzione e con perspicacia, al di là di quella che sembrava essere una oziosa questione etimologica - e invece era anch'essa una tappa del ciclo universale delle cose comuni, mortali. A tutti diciamo che siamo fermamente intenzionati a riprendere quanto prima questo dibattito sulle pagine di "Zibaldoni e altre meraviglie", e ad esso inviteremo tutti coloro che hanno partecipato alle discussioni in NI. Purtroppo la nostra rivista è trimestrale e quindi i tempi non saranno brevi, ma che importa; non bisogna avere nessuna fretta in questo genere di cose. La comunità da costruire, ogni giorno, con ogni intervento, con ogni commento, semplicemente leggendo e scrivendo, è tema troppo importante per essere esaurito nello spazio di un dibattito estivo".

        *

        Risponde Montanari:

        "Ragazzi, io rispetto e ammiro il vostro entusiasmo. Diversamente da quello che fa Gustavo Paradiso con me, non ho dedotto dal vostro silenzio che vi foste ritirati dandovi per vinti sui temi in questione; pensavo che continuaste a essere della stessa opinione, e vedo che non mi sono sbagliato.
        Per quanto mi riguarda, purtroppo, devo dirvi che continuo a pensare tre cose:
        1. Che quell'etimologia è errata, e la consultazione di 24.000 vocabolari italiani e di un vocabolario latino per le medie superiori non vale la ricostruzione precisa della storia della parola che si trova in uno dei due soli dizionari etimologici del latino usati in tutte le università del mondo, e che la povera professoressa intervenuta ha provato, con molta chiarezza, a ricostruire. I vocabolari bisogna anche saperli leggere. I lettori di NI hanno dimostrato di averlo capito, infatti nessuno ha dato ragione alle follie di GP; tutti hanno compreso come stanno le cose, molti si sono ritratti annoiati da quelle che giustamente definite allucinazioni e incaponimenti (non miei, però: basta leggere per capire, e chi ha letto ha capito).
        2. Che communitas, qualunque sia il suo etimo, in ogni caso non vuol dire "mettere in comune il dono della solitudine". Il punto di partenza della querelle, come Andrea ha sintetizzato bene, è stato questo (...).
        3. Che al di là dell'entusiasmo (sempre Andrea, simpaticamente, vi aveva definiti i Simon & Garfunkel della letteratura) c'è nei vostri discorsi un difetto di concretezza. Non si capisce bene cosa vogliate fare, non rimane in mano niente. Volete fare la vostra rivista, la state facendo? Va benissimo: sul web c'è posto per tutto e per tutti. I discorsi sulla communitas, su Socrate, sull'Eros platonico ecc. io non li ho visti sostanziarsi in mezza riga di proposta concreta. Cosa volete fare? Un supersito in cui entriamo tutti, per esempio? Se ne potrebbe parlare! Azioni di boicottaggio contro l'editoria ufficiale su carta? Si può parlare anche di questo. Che altro? Smettere di leggere i libri stampati? Chiedere agli scrittori di pubblicare solo e-books? Chiedere agli scrittori di smettere di scrivere per gli editori e dedicarsi solo ai blog e alle riviste on line? In realtà, si può parlare anche di questo. Basta che la richiesta o proposta venga concretizzata.
        Volete una prova di questo disinteresse che suscitano i vostri discorsi troppo astratti? Carla Benedetti ha pubblicato su NI, proprio prima delle lettere di Moresco, la vostra lettera aperta ai lettori del blog. Quanti commenti, quante reazioni ci sono state? Una: quella comicissima di GP che stava postando dappertutto la sua polemica contro di me. Che è come dire: nessuna.
        Questo mica vuol dire che siate scemi o antipatici: vuol dire che forse nel vostro argomentare, come osserva Savelli, c'è un qualcosa di fumoso, di centripeto, per cui in pratica uno non sa bene come mettersi in relazione con voi, come creare una dialettica.
Io, e molti con me, ho letto nelle vostre parole solo, o quasi solo, un curioso odio verso il libro (curiosissimo perché poi non fate che citare da libri, e tutto lo sforzo di GP è avvenuto con un grande spostamento di enormi tomi di carta scritta), una notevole antipatia verso gli scrittori attuali, e per andare sul concreto di questa pagina di commenti una sostanziale incomprensione del lavoro di Moresco, che si è manifestato in quell'apostrofe incredibile ("Ma lei cosa ha fatto? Ha scritto libri? Ma milioni di persone scrivono libri!"). Può darsi che milioni di persone scrivano o più esattamente scrivano testi che aspirano a diventare libri, ma solo pochissime migliaia di persone pubblicano questi libri e danno quindi un senso dialettico, ripeto, alla loro scrittura, e solo pochissime decine (o piuttosto unità) di persone scrivono libri rischiosi e potenti come quelli di Moresco. Questa sottovalutazione è nelle vostre parole, e ve lo dico con la massima pacatezza, la stessa con cui mi sono scusato di cuore per avere trasceso di molto nei toni. Continuo, rassegnato, ad aspettare le scuse altrui.
A questo punto proporrei di spostarci altrove, magari nella Lettera da Leuca numero II (ormai sembriamo i commentatori del Vangelo...), giusto per non rendere illeggibile questa finestra".

        *

        Controreplica nostra del 27 agosto a Montanari:

        "Caro Montanari,
        noi per la verità non siamo per nulla stufi di aver condotto con te e con altri questa disputa etimologica. Non ci riteniamo dei pedanti e le etimologie le andiamo a ricercare solo perché ci fanno meglio capire le cose, non per utilizzarle in esibizioni da erudito. E mai come in questo caso andare all'origine della parola ci è sembrato importante per impostare nel migliore modo possibile il dibattito, per centrare l'argomento, per non divagare. E difatti non abbiamo divagato. Mentre discutevamo su che cosa significava in origine la parola "communitas", noi abbiamo formato una "communitas", obbligandoci reciprocamente e donandoci le nostre parole reciprocamente (e tu non te ne sei nemmeno accorto!).
        Ebbene sì, per noi il termine comunità significa proprio questo, "mettere in comune il dono della solitudine", la tua e la nostra e quella di tanti lettori e commentatori che si sono ritrovati nelle giornate del solleone a discutere su questioni che evidentemente li riguardavano profondamente e intensamente. Non si spiegano altrimenti i 53 interventi destinati al commento dell'articolo di Antonio Moresco. E se questi interventi non riguardavano direttamente l'articolo di Moresco, è altresì vero che tutto partiva da lì e dalle domande rivolte da Gustavo P. a lui, in primo luogo. E dopo, ricordi cosa è accaduto? Dopo un nostro intervento, sei intervenuto tu per dirci che sbagliavamo, che eravamo degli ignoranti et similia. Non siamo offesi, per carità, non lo siamo mai stati. Ma ora notiamo che sei tu ad interrogarci, ancora con una certa ironia, e con qualche burbanza e supponenza, anche. Ma non importa. Ci chiedi che cosa vogliamo fare e ci rimproveri che nei nostri discorsi mancano le proposte concrete. Tranquillo, non vogliamo proporvi un supersito, magari all'insegna del "vogliamoci tutto bene", e neppure vogliamo boicottare l'editoria e gli scrittori moderni. Mai sostenute queste cose. Ognuno deve seguire fino in fondo la sua strada ed inoltre, lo abbiamo scritto a chiare lettere, noi non siamo contro l'editoria moderna, anche se certe concentrazioni ci spaventano. Ma questo è un altro discorso.
        Quello che noi vogliamo è semplicemente quello che stiamo facendo e continueremo a fare, ovvero fondare e costruire nel tempo, giorno dopo giorno, discussione dopo discussione, in luoghi anche diversissimi e con persone anche diversissime una dall'altra, una vera comunità, cioè quello che in Italia, e forse anche altrove, manca, perché questo mercato delle lettere ha diviso ciò che doveva essere unito, respingendo nella solitudine chiunque azzardi un discorso comune. E tu, nei tuoi primi interventi, e un po' anche adesso, hai fatto proprio questo nei nostri confronti, hai tentato di respingerci nel silenzio dal quale eravamo venuti, e in parte, ma con qualche titubanza, ci respingi anche ora, quando dici che "sul web c'è posto per tutto e per tutti", sottintendendo con questo che è inutile che ci dimeniamo tanto, perché il nostro angolino ci è riservato e, dunque, possiamo stare tranquilli. Comprendi, caro Montanari, che queste tue parole, interpretate nel loro significato migliore non vogliono dire altro che: "avete una rivista, statevene lì dentro e non rompete i coglioni"? Certo che abbiamo una rivista, ma non ci interessa coltivare il nostro orticello, se abbiamo tutt'intorno il deserto. Vuoi una proposta concreta? Essa arriverà al momento giusto, quando saremo in grado di stabilire un contatto più vero, quando ognuno di noi avrà riconosciuto la ragione dell'altro, ma, prima di tutto, avrà messo da parte ogni pretesa da prima donna, da grande scrittore o grande intellettuale che ha dei precisi interessi privati da tutelare e scrive solo con questo fine, quando le tue domande saranno senza l'ironia che ora le contraddistingue e chiederanno non avendo già pronta una risposta che elude quella dell'interlocutore e, quindi, le sue ragioni. Allora potremo davvero incontrarci e vasocomunicare. Ma ora, in questa fase preliminare, in cui dobbiamo rintuzzare i tuoi continui attacchi delegittimanti, le tue etimologie, la tua supponenza, come possiamo pensare a un colloquio sincero e a un progetto comune, cosa vuoi che venga fuori di "concreto" dall'associazione, che risulterebbe certamente forzosa, di persone che non si rispettano? Se tu ti affidi solo a un vocabolario in circolazione nelle università, senza capire che le parole non hanno solo un passato, ma anche un avvenire, come puoi fidarti di una proposta tesa a immaginare una nuova comunità? Ci puoi dire tu che cos'è per te, se esiste, una comunità? E non venirci a dire che i nostri discorsi suscitano disinteresse. Ammetterai che non avete avuto mai un numero simile di commenti prima che noi prendessimo la parola (e se Gustavo P. è l'unico commentatore del nostro articolo postato da Benedetti è perché la discussione è avvenuta altrove, non ti pare?). Ammetterai che, prima dei nostri interventi, il dibattito non era mai uscito dalla ristretta cerchia dei collaboratori della vostra rivista e da pochi, pochissimi commentatori fin troppo beneducati o fin troppo maldicenti. In realtà, noi comprendiamo bene i motivi "per cui in pratica uno non sa bene come mettersi in relazione" con noi. E' semplice, noi non amiamo gli esibizionismi, le pose da star della cultura e della letteratura, i narcisismi, e tutto quanto il gran varietà delle lettere contemporanee che Costanzo invita nel suo salotto. Chiunque comprenda tutto ciò, non avrà difficoltà a parlare con noi".

        Primo poscritto sull'AUDIENCE.
        Tu dici, caro Montanari, che intorno ai nostri interventi c'è disinteresse perché hanno ricevuto un solo commento. Bene. È vero. Però se tu leggi il blog sul quale scrivi, cioè NI, ti accorgi che la quasi totalità dei pezzi pubblicati dai suoi redattori (non da noi quindi) riscuote una media di ZERO commenti. Cinque pezzi su sei scritti da te, ad esempio, hanno avuto ZERO commenti; una buona decina di pezzi di Moresco, ZERO commenti; idem i pezzi di Voltolini e di altri: o nessun commento o 1-2 commenti. Ci sono commenti vivaci, e in quantità superiore allo ZERO (ma sempre in una media tra l'1 e il 6-7) soltanto in pochissimi pezzi di Carla Benedetti e di Scarpa. Infine, soltanto in 3 occasioni si registrano commenti che vanno oltre la diecina. Vediamo quali sono queste occasioni. La prima è quella della discussione sui BLOG, provocata da Scarpa e Benedetti, che ha suscitato una sessantina di interventi in tutto, per lo più di bloggers incazzati, ma anche di gente che esponeva le proprie idee. La seconda è stata quella provocata dal tuo pezzo sul sesso: 36 interventi, quasi tutti contrari allo spirito del tuo testo, che possiamo ben dire non è piaciuto che a sparutissimi lettori. La terza è quella del commento alla lettera di Moresco: 54 interventi, fin qui. Ripetiamo: in tutte le altre occasioni, gli altri pezzi dei redattori di NI riscuotono invece, in media, un numero di ZERO commenti. Ma torniamo alle tre occasioni di dibattito che fin qui hanno avuto anche un successo di pubblico. Se leggi bene, caro Montanari, ti accorgi che in tutte e tre le occasioni, e non parliamo per vanteria, la nostra presenza è stata fondamentale, rilevantissima, orientando l'interesse del cosiddetto pubblico, sia nei commenti positivi che in quelli negativi. Anche quando il dibattito si è spostato dal tuo pezzo sul sesso a quello su Moresco, è stato perché noi abbiamo chiesto di spostarlo, prontamente seguiti dai lettori, i quali ci son venuti dietro, per criticarci o contestarci, non perché ci amano particolarmente, ma perché vogliono sentir parlare delle cose di cui noi parliamo, ossia della comunità che manca. E sono le stesse cose di cui, se guardi ancora meglio, avevano scritto anche Benedetti, a proposito dei bloggers, e Scarpa, definendo gli stessi bloggers peggio di Liala. Anche il tuo pezzo sul sesso, come ricordi, ha suscitato una "sommossa popolare" (ricordi i toni non proprio felici con cui ti sei rivolto ai lettori?) proprio in nome della "serietà" e contro ogni "ironia", concetti espressi da Benedetti ancora a proposito del suo intervento sui bloggers e ripresi da noi nel nostro primo intervento pubblicato su NI a cura di Scarpa e della stessa Benedetti. Difatti, partendo dal tuo articolo, ancora una volta subito la discussione si era spostata sulla "comunità", e da lì è poi continuata su questi stessi temi, non sul "sesso parlato dagli uomini", che in effetti non interessava a nessuno. D'altronde, nessuno dei redattori di NI è intervenuto a parlare di sesso, ma solo di comunità (vedi Moresco, ma anche Inglese, Voltolini e altri, per vie diciamo indirette). Questo per dire, o meglio per ripetere, a te e agli altri, la seguente osservazione, che avevamo già fatto (ma qui si fa presto a dimenticare, ecco un'altra cosa da analizzare): oggi l'isolamento di chi parla, a qualsiasi titolo, da qualsiasi pulpito che non sia ufficiale e allineato, è totale, globale, paragonabile a niente che storicamente si sia visto fin qui a livello di organizzazioni sociali e comunitarie. I pezzi di Moresco, i tuoi, quelli nostri cadono nello stesso vuoto - ZERO commenti - in cui cade tutto ciò che è frutto di pensiero e di sangue: in un dimenticatoio indefinibile, in un isolamento assoluto che, questo è il paradosso, ha le belle sembianze della "comunicazione globale". Alle volte è interessante leggere dei commenti scritti da certi lettori in una lingua nettamente chiusa, autistica, che non comunica niente, si avvolge solo su stessa o sproloquia in deliri offensivi e turpiloqui, senza provocare reazioni di sorta: sono i tipici commenti di chi ormai per mettersi in relazione usa solo internet e non sa dove andare a sbattere la testa per incontrare due occhi e una voce viva che risponda. "Viva" non nel senso di reale, ma che sappia prendere in considerazione l'"altro", che "risponda" alle tue domande profonde. La lingua dei nostri interventi, invece, questo devi riconoscerlo, ti fa smuovere il culo dalla sedia, ti fa sobbalzare, almeno ti fa andare in cerca dei libri di latino che avevi abbandonato da anni, e forse a qualcuno fa anche venir voglia di uscire e di abbandonare questi schermi luminosi. Vedi, Montanari, è "difficile mettersi in relazione" con noi anche perché la nostra lingua e la nostra voce sono aperte sull'esterno e sugli altri, a dispetto della loro natura internettiana (il nostro, se vuoi, è un paradosso al contrario): sono una lingua e una voce che rifuggono l'isolamento e il narcisismo, e ricercano l'"altro" a costo della propria morte. Sono una lingua e una voce che ambiscono a fondersi con quelle di altri, non a dettare proclami da giustapporre a quelli di milioni di disperati. Non essere superficiale: qui non si sta facendo una questione di audience, né crediamo che Scarpa e Benedetti abbiamo postato i nostri scritti sperando di smuovere le masse. Lasciamo queste diatribe ai curatori dei palinsesti tv. Pensiamo alla sostanza, almeno qui dentro. E la sostanza della "verità" riguarda sempre poche persone, non dimenticarlo.

        Secondo poscritto sull' ATTIVITA' LETTERARIA.
        Per noi, dunque, almeno per il momento, l'unica concretezza possibile sta nella nostra proposta letteraria, consistente in un progetto di rivista che, a differenza di altri, parla chiaramente agli scrittori interessati a una comunità diversa da quella attuale, in cui il vizio della menzogna domina come una bestia immonda. Il nostro modo di fare letteratura ricerca la dimensione comunitaria, prima di quella individuale: ci ispiriamo allo zibaldone anche per questo, etc. E perciò cerchiamo contatti anche con gente diversissima da noi, perché siamo convinti che prima delle "nostre idee" sia necessario tenere sempre desta quella che tu chiami "dialettica" con le "idee degli altri", e rinnovare perciò sempre le occasioni di incontro, a maggior ragione in una situazione come quella attuale.
        Per noi l'attività letteraria deve servire a far stare insieme le persone, non ad isolarle, magari in luccicantissimi progetti poetici stilati da editors mezzo sapientoni; a costruire una comunità che persegua la verità in tutti i campi del sapere e della conoscenza; a dare sollievo e a far pensare. Per questo riteniamo che le "opere" e gli "autori" siano secondari: nel senso che "vengono dopo". Se infatti non esiste una comunità fondata sulla condivisione di un sapere, oppure, se non c'è la possibilità, per una comunità, di comunicare liberamente il sapere e le conoscenze, o ancora, addirittura, se la ricerca della verità, in una comunità, è continuamente inficiata da un uso surrettizio di tutti i mezzi e i linguaggi a disposizione (letteratura compresa): a che cosa servono gli scrittori e le opere? È ancora possibile, in queste condizioni, parlare di comunità? In chiusura di uno scritto che sarà pubblicato prossimamente in occasione della presentazione a Venezia di un suo documentario, Gianni Celati dice: "Ormai l'obbligo principale in tutte le attività è quello di fare dei prodotti di consumo e di facile smercio. Il che vuole dire che non può esserci alcuna ricerca se non nella direzione del cosiddetto marketing. Nella letteratura sta accadendo lo stesso e i libri diventano sempre più tutti uguali, scritti nello stesso modo. Mi sembra che il documentario rappresenti ancora uno dei pochi spazi di lavoro e di pensiero non completamente devastati, ancora un terreno di ricerca, con una straordinaria fioritura di esempi degli ultimi anni. Non so quanto durerà". Noi riteniamo che oggi ci troviamo in una situazione grave, in una situazione in cui tutte le forme e i linguaggi sono facilmente "devastati e devastabili" dal marketing e dalla produttività industriale, al di là, spesso, anche dei più eroici tentativi "individuali" di resistenza. Perciò concordiamo con le analisi di Benedetti e Moresco, perciò siamo fissati con l'idea di comunità. Per tali motivi stiamo qui a discutere queste cose e, soprattutto, facciamo il tipo di rivista che facciamo, con le intenzioni che abbiamo illustrato (molte) altre volte, e in compagnia di persone che, sia detto per inciso, quanto ad autorevolezza e autorità (se è questo che ti interessa sapere) nei campi del sapere e della letteratura, non hanno niente da invidiare a nessuno, nonostante tu ti affanni ogni volta, dall'alto della tua burbanza pretenziosa, a definirci velleitari, ingenui e folcloristici".

        *

        Interviene Gustavo P. in data 29 agosto:

        "Avrei preferito tacere per sempre, se avessi sentito il silenzio di Montanari da me richiesto per por fine alla ormai oziosa discussione. Ma dal momento che questo silenzio non c'è stato, d'accordo, aprirò anch'io il tanto invocato e sbandierato (e mal letto...) "Dizionario etimologico" Ernout-Meillet, retirage de la 4e édition augmentée d'additions et de corrections par Jacques André, Klincksieck, Paris 2001 [1985], giusto per ristabilire, spero in via definitiva, la verità. Anche i dizionari, infatti, hanno un'anima, e bisogna saperli leggere fino in fondo, studiarli e citarli per esteso, non solo per la parte che ci serve per fare bella figura. Bisogna sempre cercare la verità, non la 'propria ragione'.
Ma, prima di venire ai fatti, ecco, ad uso dei lettori, un riepilogo delle posizioni differenti che si sono affrontate fin qui a proposito dell'etimologia del termine 'communitas'; poi, aggiungerò alcune mie note frutto delle mie ricerche e delle mie riflessioni.

        SCRIVONO DE VIVO E VIRGILIO: "La comunità a cui pensiamo noi indica piuttosto una situazione di disperazione, di isolamento, e quindi la propria solitudine, il proprio isolamento che si fanno "munus", dono, insieme a quello di altri (comunità = "cum" "munus") nella nostra stessa condizione".

        SCRIVE MONTANARI: "Comunità naturalmente non viene da cum-munus (autentica insensatezza etimologica) ma da cum-munis. Munis, mune è un aggettivo che in origine significava "chi svolge una carica". Quindi communis sta per "chi è partecipe di una carica". A me sembra anche più impegnativo del romantico e floreale "partecipe del dono della solitudine"...".

        SCRIVONO ANCORA DE VIVO E VIRGILIO: "... "communitas", la quale, sia detto per inciso, ma non sarebbe neppure necessario, perché chi mastica un po' di latino e legge con attenzione e fino in fondo i vocabolari, coglie a volo ("sente") che l'origine di 'munis' è 'munus' - "communitas", dunque, la quale ha a che fare con un "dono" ("munus") che non si può non fare (la "doverosità") alla pari con gli altri ("cum")...".

        Allora, apro l'Ernout-Meillet alla parola "munis" (p.421) e... che cosa trovo? Trovo sotto l'aggettivo 'munis, -e' questa bella definizione latina: "munem significare certum est officiosum; unde e contrario immunis dicitur qui nullo fungitur officio", che nella traduzione francese e poi nella mia vuol dire "è certo che munem indica "qui accomplit sa charge ou son devoir", cioè "chi compie il proprio incarico o il proprio dovere"; da cui al contrario si dice "immunis" chi non ricopre alcun incarico. Trattasi, aggiunge l'Ernout-Meillet, di un "adjectif rare et refait secondairement sur les composés du type normal immunis, communis (de munus, cfr. barba/imberbis)", cioè questo 'munis, -e' è un "aggettivo raro e rifatto secondariamente sui composti del tipo "immunis" e "communis", i quali derivano da 'munus'". È l'Ernout-Meillet che lo dice, non io (e non l'aveva detto neanche Montanari... chissà perché...). Quindi all'origine vi è "munus", sostantivo la cui radice è sempre "muni", tant'è vero che i composti di "munus", che si leggono sotto questa voce (p. 422), e cioè 'municeps', 'munidator', 'munifex', 'munificus', presentano tutti la medesima radice "muni". È vero, "communitas" è un derivato di "communis", ma si è già detto che "communis" deriva a sua volta da "munus" ('de munus', è scritto nell'Ernout-Meillet). Qual è la conclusione? Nel caso in cui qualcuno stentasse a vederla, la conclusione è che l'origine latina di "communitas" è nella parola "munus". E allora, mi si dirà, in che rapporto è 'munis, -e' con 'munus, -eris'? È molto semplice: sono in realtà la stessa parola con due funzioni diverse, la prima è un aggettivo e la seconda è un sostantivo. Come dire in italiano 'solare' e 'sole', caritatevole e carità, piacevole e piacere.
        Se poi vado a cercare i significati delle parole, trovo che il significato di "communis" (de munus) "devait etre "qui partage les charges", mais ce sens n'est pas attesté, et 'communis' ne signifie que "commun" (par opposition à 'proprius')". Insomma, il significato antico, che doveva essere "chi condivide gli incarichi", non è attestato da nessuna parte, e 'communis' non significa che 'comune' (in opposizione a 'proprio'). Allo stesso modo 'immunis' significa "exempt de charge: quelquefois synomyme de 'ingratus' (à cause du double sens de 'munus' "charge" et "présent"", ovvero immunis significa "esente da incarico": qualche volta sinonimo di "ingratus" (a causa del doppio significato di "munus" "incarico" e "dono"). Cosicché, quando trovo 'munus -eris', l'Ernout-Meillet mi dà questo significato: "significat (officium) cum dicitur quis munere fungi. Item donum quod officii causa datur", cioè, traduco, "significa (incarico) quando si indica chi ricopre un incarico. Allo stesso modo (significa) dono che si dà per un incarico" (la noterella storica spiega che i doveri di un magistrato consistono come si sa nell'offrire spettacoli al popolo, eccetera).
        Che cosa si vuol concludere? Che nella parola 'munus', presente, come si è dimostrato, in 'communitas', si deve avvertire questo duplice senso che riporta alla responsabilità dell'individuo che svolge un incarico e nello stesso tempo alla sua munificenza. Egli ottiene un incarico, ma dà un dono, compensando il suo status con una parte di sé che la comunità gli chiede e che egli deve dare "obbligatoriamente". Chi ha letto il 'Saggio sul dono' di Marcel Mauss conosce l'importanza che riveste questo avverbio nella questione del dono.
        Il fatto che il 'munus' sia costitutivo della 'communitas', quindi, oltre che non essere assolutamente una 'insensatezza etimologica', come affrettatamente e superficialmente sostenuto da Montanari, conferma in pieno tutti gli studi sul 'dono' che ho citato anche l'altra volta e in particolare le indagini di Roberto Esposito, che forse su questo punto dell'etimologia non sono proprio del tutto chiare, ma certamente consentono di intuire, a chi ne è capace, tutto quello che De Vivo e Virgilio hanno intuito senza bisogno di vocabolari, solo grazie alla loro spiccata sensibilità linguistica e letteraria. Ma le indagini di Esposito risultano interessanti soprattutto perché mettono in rilievo come oggi il senso di 'comunità' sia legato piuttosto al 'proprio' che al 'comune'. È paradossale, dice Esposito, ma è così. Oggi le 'comunità' vogliono ciascuna la 'propria' autonomia, la 'propria' bandiera, il 'proprio' statuto, la 'propria' sicurezza; insomma: la 'propria' 'immunitas'. Scardinare questa vera e propria tendenza ideologica (e politica) contemporanea significa affidarsi a un senso del tutto opposto della 'communitas', che poi, come abbiamo visto ed è stato più volte detto qui, è il suo senso più profondo, che ha a che fare con il 'munus', quindi con l'altro, non con il 'proprio'. E diversamente, cari tutti i miei affezionati lettori, non potrà essere, se vogliamo sopravvivere. La natura umana, il cosiddetto individuo si caratterizza per il suo 'mettersi in relazione', prima che per il 'proprio', e il rovesciamento oggi vigente a livello 'globale' in favore di quest'ultimo (condivido le analisi di Carla Benedetti) non può essere che una perversione di questo stato di cose originario, o, se si vuole, più naturalmente umano. Anche Nazione Indiana, a volte, sembra una 'comunità' troppo moderna o postmoderna, cioè un gruppo chiuso, troppo chiuso, o con logiche troppo ambigue per accogliere chi è diverso fino in fondo da essa - e che infine, ne sono sicuro, potrebbe essere il solo a poterla salvare con il suo 'munus', con il dono della sua 'solitudine' o della sua 'disperazione', come dicono quelli di Zibaldoni. Con questo credo di aver concluso. Dica pure ora Montanari quello che sa e può. Stavolta sarò io a tacere. Intelligenti pauca. Vale".

        *

        Risponde Montanari il 30 agosto:

        "Caro Gustavo, sono contento di rileggerti. Dopo lo scadimento di livello che c'è stato ultimamente, rimpiangevo le nostre schermaglie etimologiche. Sono felicissimo che tu abbia messo le mani sul meraviglioso Ernout-Meillet. Ti dico solo una cosa: per capirci sul benedetto munus/munis dovremmo essere fianco a fianco, sfogliarlo insieme, vedere com'è organizzato il lemma, discutere. Io resto della mia idea ma mi arrendo, nel senso che non ce la faccio a scrivere un post chilometrico per controargomentare, specie ora che la discussione si è spostata ad altro. Ho consegnato l'altro ieri il famoso romanzo su cui si informava con amorosa sollecitudine Settis, e adesso me ne vado due settimane in vacanza con una bella teutone.
        Chissà che un giorno non ci capiti davvero di incontrarci; io vivo a Milano.
Tu sei un gentiluomo: sono sicuro che dopo queste parole mi manderai una stretta di mano senza suonare la tromba. La povera e bistrattata professoressa Giuliana aveva già riconosciuto la serietà della tua ricerca, io non posso che essere d'accordo, qualunque opinione abbia del suo punto di arrivo. Grazie di avere smesso di darmi del servo, e a presto (...)".

(III - fine)


- Le immagini che illustrano questo testo sono le lettere "H" e "I" della serie Frammentato abbecedario di un viaggio, di Raffaella Garavini.

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