| Di
necessità virtù
di
Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio
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Il
pezzo di Carlo Bordini Banali idee su
internet, pubblicato in questa sezione
della rivista, ci trova d'accordo sul buon
senso generale che lo pervade, e anzi apprezziamo
molto l'interesse di un amico a cimentarsi
su una faccenda in apparenza così
ostica e distante, come quella dei mezzi
di diffusione della letteratura. Tratta
di letteratura, infatti, chi sceglie di
parlare di internet nel modo in cui ha fatto
Bordini; modo che sollecita ulteriori osservazioni
su un tema che negli ultimi mesi abbiamo
sviscerato a fondo.
Abbiamo
realizzato in internet la rivista Zibaldoni
e altre meraviglie in un primo momento
perché non c'erano editori disposti
a pubblicarla, e poi perché abbiamo
capito, facendo di necessità virtù,
che internet era lo strumento più
adatto ad esprimere un'idea zibaldoniana
e meravigliosa della letteratura, dalla
quale eravamo partiti con una certa dose
di sana inconsapevolezza, ma che alla fine
si è dimostrata la giusta ispirazione
per il lavoro che avevamo in mente di fare;
lavoro che consiste nell'attenzione e nella
raccolta di ogni tipo di produzione letteraria
che possa testimoniare la vitalità
della scrittura e del pensiero nell'epoca
della fine dell'esperienza impensata e del
meraviglioso. Senza limiti di genere o di
lunghezza, abbiamo dato il via alla pubblicazione
di zibaldoni corposissimi e di romanzi,
di raccolte di racconti e di studi articolati,
strutturandoci piuttosto come una casa editrice
che come una rivista vecchio stile. Internet,
infatti, consente di mettere in risalto
un lavoro di largo respiro, del quale si
vedranno i risultati
nel lungo periodo; ma già ora, ad
un anno dalla nascita di "Zibaldoni
e altre meraviglie", i primi risultati
della rivista-zibaldone rendono evidenti
i motivi della
nostra ispirazione - motivi
assolutamente scevri da condizionamenti
mercantili o accademici o di posizioni di
potere, e inerenti invece ad una
concezione estetica che privilegia la dimensione
comunitaria della letteratura.
Sappiamo bene che non tutti hanno ben chiaro
questo nostro discorso; d'altronde, anche
noi stessi l'avevamo ben poco chiaro prima
di farlo, dialogando e, spesso, polemizzando
con gli altri scrittori. Perciò contiamo
molto sulla sostanza che da qui a non molto
dovrebbe assumere il lavoro complessivo
e collettivo che andiamo svolgendo, che
mostrerà - proprio sulla scia dell'esempio
leopardiano nello Zibaldone - come sia possibile
estrarre dalla rivista-zibaldone, di volta
in volta, delle vere e proprie "opere",
o dei veri e propri percorsi di "opere",
che siano sì il frutto di un lavoro
solitario e individuale, ma che trovino
il loro riconoscimento nel progetto comunitario
della rivista-zibaldone. Da questo punto
di vista, l'archivio per sezione del sito
zibaldoni.it, che già ora ha una
sua fisionomia, costituisce un apprezzabile
risultato.
Ecco,
diciamo che la "necessità",
in cui ci ha messo l'odierno mercato delle
lettere, ci ha fatto scoprire un mezzo perfettamente
adeguato alle nostre idee. La nostra, se
si vuole, è una necessità
tutta interna al discorso letterario contemporaneo,
schiacciato e appiattito sulle "esigenze
di mercato", estraneo ormai a qualsiasi
logica di ricerca. Noi sentiamo la "necessità"
di mostrare che fare letteratura
può anche non aver nulla a che fare
con editori e mercato: e infatti,
facciamo circolare ottimi libri senza l'avallo
di alcun mediatore culturale. Non è
poco.
Diciamo
questo anche perché l'esperienza
di Zibaldoni e altre meraviglie
non indica semplicemente la "necessità"
espressiva di un gruppo di giovanotti che
vogliono fare gli scrittori, come quasi
si evince dalla frase che apre un pezzo
dello stesso Bordini su l'Unità
(18 ottobre 2003, p. 23), scritto per recensire
www.zibaldoni.it.
Se fosse stato solo questo, avremmo preferito
tacere, probabilmente. La nostra, invece,
è anche una necessità di mostrare
altri modi di fare e di vivere la letteratura
a chi ormai tratta tutte le cose scritte
soltanto come prodotti mercificabili; e
questa necessità si realizza in internet
anche per andare contro uno status quo abbastanza
consolidato.
Sulla
questione delle piccole case editrici dobbiamo
dire qualcosa. Qualche giorno fa abbiamo
letto una recensione a un libro di Giacomo
Marramao. Vi si parlava di come il concetto
di "locale", e quindi di piccolo,
non sia mai assolutamente in opposizione
a quello di "globale" (grande),
almeno nella nostra civiltà. E la
ragione di tutto ciò è evidente:
ormai anche a livello "locale"
si tende sempre più a imitare e replicare
le strutture organizzative, culturali e
politiche del "globale". Ogni
"piccolo", insomma, si comporta
come se fosse, o dovesse diventare un "grande",
cioè quel tipo di "grande"
che ormai siamo tutti abituati a riconoscere
nel modello americano, etc.
Cosa
c'entra con il discorso sugli editori?
Noi
abbiamo fatto alcune esperienze con le "piccole
case editrici" forse addirittura peggiori
che con le grandi. L'ultima con una di Napoli,
che ha cominciato a farci discorsi sull'inopportunità
di pubblicare riviste, perché i loro
agenti (sic!) non accettavano pubblicazioni
superiori alle 150 pagine, e poi perché
i volumi con più autori non vengono
acquistati dai librai, etc. Insomma, oggi
le linee editoriali le dettano gli agenti,
cioè quel tipo di persone che fa
i sondaggi di mercato prima di pubblicare
un libro, e se il mercato ti accetta, bene,
tu pubblichi, altrimenti sei condannato
al silenzio. Oggi lo scrittore è
sottoposto preliminarmente ad un giudizio
di carattere mercantile, che determina la
sua immissione o la sua estromissione nel/dal
mondo della letteratura. E questo non è
più accettabile. Addirittura può
accadere che più l'editore è
piccolo, più è schiacciato
da esigenze di mercato, e allora è
ancora più corrotto, culturalmente
e ideologicamente.
Forse
non tutti sono così, ma il nostro
è innanzitutto un discorso iperbolico,
quando diciamo che vogliamo pubblicare solo
in rete, perché ovviamente non è
proprio così che stanno le cose.
Se ci fosse un editore disposto a pubblicare
la nostra rivista-zibaldone, noi forse ci
tireremmo indietro? Ma un editore del genere
non esiste, perché non esiste nell'orizzonte
letterario italiano, e non solo, la disponibilità
ad immaginare un progetto letterario comunitario
e non mercificato come quello che noi stiamo
pensando e costruendo.
L'iperbole,
secondo la quale bisogna pubblicar solo
in rete è, dunque, necessaria per
far venire a galla la verità, che
consiste nel riconoscimento della totale
mercificazione dell'attuale sistema editoriale.
Vogliamo abbattere questo sistema? Ma neanche
per idea! Anche i futuristi predicavano
di distruggere i musei, ma non ci risulta
che ne abbiano mai toccato uno!
Forse
non sarebbe male ricordare che ci sono tanti
"sensi" della scrittura, non solo
il "senso" letterale.
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L'immagine che illustra questo testo è
la lettera "M" della serie Frammentato
abbecedario di un viaggio, di Raffaella
Garavini.
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