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21
gennaio 2004 |
| Elogio
della nebbia
di Andrea Di Consoli
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Il
fascino della nebbia; non vedere il paesaggio
oltre una certa misura; contagio della nebbia
ai pensieri: confusione.
"Quaderno
a cancelli" di Carlo Levi è
l'ultimo libro che il "Giove buono"
ha scritto. Anno 1973. Un libro di cui nessuno
parla. A leggerlo non si capisce molto:
tutto è come sognato, tutto è
come un assurdo e implacabile parlare tra
sé e sé.
È
un libro, questo, di nebbia: fatto di nebbia.
A
un certo punto Carlo Levi immagina una folla
in movimento - una folla medievale, di cenciosi,
di ricchi. Sono tutti diretti a una stessa
meta. Dove va la folla sognata da Carlo
Levi? Al Congresso di Moncalieri, dice lui.
Secondo me, invece, vanno tutti a morire.
L'umanità
incamminata verso la stessa meta.
Dice
Levi: il bambino che chiude gli occhi, e
gioca a scomparire, ha capito la verità.
Il segreto è chiudere gli occhi e
scomparire. Possiamo pure giocare a morire,
parrebbe.
Siamo
fatti di sogni e anche il sogno dimenticato
al risveglio ha un senso nella storia del
mondo. Anche la polvere che si accumula
nelle librerie. Questo lo dice Borges. Ha
tutto senso, quindi. Anche i sogni che Carlo
Levi fa quando perde la vista e scrive aggrovigliando
le parole sul suo "quaderno a cancelli".
Quando
si dice: a cosa serve questa cosa?, in realtà
si dice una cattiveria, un'inutile bugia.
A cosa serve la vita e la morte? E il caffè?
E le nuvole? E l'erba maligna? Perciò
la nebbia, la confusione, la polvere, la
stessa poesia sono cose vere del mondo,
che hanno un senso nella storia del mondo.
La
poesia non morirà mai. Solo il dominio
smetterà di fare danni, di sporcare
le cose e gli infiniti sensi del mondo.
L'uomo
non deve svelare il senso, ma vivere dentro
alle cose.
L'uomo
compie il destino, non lo decifra.
Carlo
Levi, realista mitico, alla fine dei suoi
giorni ha creduto ai sogni, ha accettato
la nebbia.
Viviamo
in una civiltà che ci chiede passaggi
logici, costruzioni, progressioni, miglioramenti
e sistemi. Tutti scrivono contro i sistemi
per costruirne di nuovi. Magari il sistema
dell'antisistema. Invece la vita non va
verso un fine logico. Non esiste un nesso
tra le cose. La mente dell'uomo è
una compulsione di cose disconnesse: emozioni;
idee nebbiose; vuoti.
Ma
soprattutto nebbia, crepuscolo, profonda
commozione di fronte alle cose che accadono
e poi desiderio di perdersi in esse senza
apostrofarle.
La
nebbia, la poetica della nebbia, non è
l'anestesia della televisione. È
l'ebbrezza del sonnambulo, di chi si affida
alla vita e ne è guidato. Non si
può guidare la vita. Il cielo stellato
è come un braccio meccanico che proietta
la nostra vita sullo schermo di chissà
quale spettatore. Noi godiamo a fare le
comparse, perché ha senso questo
piccolo ruolo. Tutto ha senso.
L'uomo
che si chiude è un uomo che non ha
paura. Il silenzio non è vero che
crea solo silenzio. Il silenzio crea un
legame dalla parte opposta della comunicazione:
è come bucare una parete dalla parte
opposta. Il silenzio fa rumore.
Carlo
Levi ha amato l'umanità, di un amore
mitico. Ha reso grandi i piccoli gesti degli
uomini. Li ha resi giganti. Lui è
passato e ha fatto gigantografie, ha reso
grandioso il piccolo. Tu stai chinato a
terra con la faccia immersa nelle piccole
cose della vita e lui ti issa in alto come
un santo. Poi ha accettato la malattia,
e l'amore è diventato cancello, la
forza confusione, il tempo nebbia. Il tempo
è fatto di nebbia. Lì si capisce
che s'impara a morire: quando s'inseguono
i sogni, quando si dà senso anche
ai sogni dimenticati al risveglio.
Lì,
in quel preciso istante, incomincia l'avventura.
Non
è vero che dobbiamo capire, non è
vero che dobbiamo solo amare.
C'è
qualcosa di più grande, in tutta
questa avventura, che l'amare e il capire.
E
la cosa più grande è essere
spettatori commossi, teneri e burberi. E
contrastare il male, innanzitutto non dandogli
asilo dentro di noi. Se gli uomini divenissero
spettatori commossi - se gli uomini sentissero
la tremenda sacralità del vivere
- le cose andrebbero diversamente.
Certe
volte tocca diventare partigiani armati;
sonnambuli armati, felici di difendere il
bene. Lottare per il bene è lottare
in difesa dell'assurda meraviglia della
vita. I partigiani sono sonnambuli armati
e offesi.
C'è
una foto che mi ha colpito molto: Carlo
Levi a Matera nel 1973, qualche giorno prima
di morire. È vecchio, circondato
da tante persone - che lo trattano come
un loro ambasciatore. Lo scortano sulle
scale. Carlo Levi sa, forse, di essere vicino
alla morte. La gente sente che lui è
il "cantore" della loro dignità
ferita. Ma questo non importa. Quello che
importa è che quelle persone avrebbero
affidato a quell'uomo vecchio tutte le loro
nebbie - non avrebbero avuto paura a confessare
la nebbia della loro mente.
È
quest'atto di fiducia a rendere sacro il
vincolo tra gli uomini. Non il rappresentarli
politicamente.
Tutto
cambia in continuazione e, in queste condizioni,
il dialogo stesso è messo in discussione.
Com'è possibile discutere se già
si sa che il corso della vita muterà
i pensieri? Però anche il silenzio
cambia, e i pensieri che sosteniamo in esso.
Quindi il dialogo è un atto strano,
dove facciamo pratica di mutamento e di
nebbia.
La
nebbia è uno strano calore. Una protezione,
anche. Ho imparato a convivere con la confusione,
non ne faccio più uno stato di emergenza.
La mia confusione perenne è un pensiero
forte, perché vi affronto tutto in
tutti i modi possibili. Io credo agli strappi,
alle cose che vanno avanti e poi improvvisamente
all'indietro.
Mi
piace parlare, per quanto riguarda la mia
vita, di poetica della nebbia.
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L'immagine che illustra questo testo è
la lettera "N" della serie Frammentato
abbecedario di un viaggio, di Raffaella
Garavini.
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