| La
Politica nella letteratura (*)
di Enrico De Vivo e
Gianluca Virgilio
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Il
31 gennaio, alle ore 10, si terrà
a Frascati, presso le Scuderie Aldobrandini,
un convegno in occasione del primo anniversario
della rivista online Zibaldoni e altre
meraviglie (www.zibaldoni.it).
Scrittori e artisti presenteranno i loro
progetti di scrittura; tra gli altri, Gianni
Celati illustrerà la sua idea di
un film su una comunità contadina
africana e Antonio Prete interverrà
sullo Zibaldone di Leopardi. I temi del
convegno verteranno sull'idea di "comunità",
sulla rivista-zibaldone e sulla letteratura
come espressione collettiva di partecipazione,
ideazione e creazione artistica. L'arte
e la letteratura, infatti, anche quando
ci mostrano esperienze assolutamente solitarie
e apparentemente individualissime, come
quella di Leopardi, rispondono sempre ad
una logica comunitaria, entro la quale trovano
una salda collocazione.
A
dispetto di decenni di critica che opponeva
ingenuamente l'impegno del realismo
al disimpegno del fantastico, noi
abbiamo intravisto nella scrittura leopardiana
dello Zibaldone di pensieri un'apertura
impensata sul mondo - apertura
che non implica mai una piatta rappresentazione
del reale, ma coglie e suggerisce le trasformazioni
attraverso visioni che danno sollievo
e indicano una strada da seguire.
La
vastità di interessi di Leopardi,
la sua diuturna ricerca dell'amicizia che
è possibile indagare attraverso uno
degli epistolari più belli della
nostra letteratura, e, soprattutto, la scrittura
digressiva e divagante dello Zibaldone,
aprono la letteratura su qualcosa che non
è più un discorso tecnico
o teorico, fantastico o rappresentativo,
ma è una visione del mondo,
meglio ancora una visionarietà
che ambisce a essere complessiva e del tutto
originale. Leopardi, anticipando Baudelaire
di qualche decennio, possiede una precisa
consapevolezza politica della solitudine
in cui si avvia a operare l'artista, che
nell'epoca della Restaurazione comincia
a esser condannato al "mercato",
ossia alla servitù nei confronti
di qualcosa di troppo grande ed estraneo
che lo sovrasta e controlla, lo aliena e
avvilisce.
Nel
solco dell'esperienza leopardiana, noi riteniamo
che la letteratura oggi abbia bisogno di
uno slancio visionario che la porti al di
là dei suoi stessi discorsi, che
sempre più spesso sono ormai solo
discorsi tecnicistici e autoreferenziali.
Per
questo motivo, è un bene che gli
scrittori e gli intellettuali si incontrino
e discutano, perché così facendo
riscoprono la nobilissima arte della Politica.
Oggi non ci basta più il "piacere"
solitario (dei libri, della lettura, etc)
e l'"intelligenza" individualistica
delle cose che riguardano la letteratura.
Desideriamo agire per preservare quel "piacere"
e quella "intelligenza" dalla
distruzione prodotta dal "mercato"
e dalla bassa politica, che foraggiano una
pratica letteraria lesiva della dignità
dei lettori e degli scrittori, e ricercare
un nuovo senso comunitario della letteratura:
questo significa per noi fare Politica.
Gianni
Vattimo ha sostenuto recentemente che il
ruolo dell'intellettuale oggi è tutto
da reinventare, è un ruolo completamente
nuovo: "non scienziato, non tecnico,
ma qualcosa di più simile al prete
o all'artista: prete senza gerarchia, però,
e forse artista di strada" [Heidegger
filosofo della democrazia, Istanbul
2003]. Le figure del prete senza gerarchia
e dell'artista di strada sono assolutamente
estranee ai tradizionali meccanismi che
veicolano la funzione artistica e intellettuale,
e allo stesso tempo testimoniano una profonda
tensione sociale, collettiva, politica.
Il prete senza gerarchia e l'artista di
strada sono due emblemi visibilissimi, anche
se non sono certamente gli unici, di un
modo di fare e di essere che non riguarda
tanto l'americanissima affermazione di sé,
il successo, quanto la vita collettiva e
la responsabilità di far parte di
una comunità.
La
rivista-zibaldone, per la sua stessa natura
divagante e collettiva, mette al centro
del discorso letterario innanzitutto le
modalità dello stare insieme e del
progettare insieme; non ammette calcoli
ed esibizioni perché tutto quanto
si propone deve avere innanzitutto un valore
comunitario, sollecitare riflessioni che
abbiano a che fare con il mondo in cui viviamo
mentre additano un altro mondo e fanno intravedere,
con la forza visionaria della scrittura,
come potrebbero essere le nostre vite in
"avvenire". Per questo crediamo
che la rivista-zibaldone sia la metafora
più giusta per indicare questa nostra
idea di letteratura come espressione comunitaria.
Ci
rendiamo conto che parlare di "avvenire"
in tempi di crisi e di nichilismo come quelli
attuali, possa apparire ridicolo. Ma anche
in questo caso, per noi è utilissimo
l'esempio di Leopardi, il cui nichilismo
non è mai una consolazione o l'alibi
migliore per arrendersi, ma la molla principale
per scattare e pensare, per scrivere e agire,
per muoversi, se si vuole, anche in senso
strettamente fisico. L'opera intera di Leopardi
è un insieme infinito di slanci e
di visioni, e il suo modello di Zibaldone
è l'esatto opposto di un prodotto
letterario bello e pronto da consumare.
L'esperienza
di un anno di pubblicazione della rivista
Zibaldoni e altre meraviglie ci
insegna che oggi molti scrittori si fermano
proprio nel punto in cui dovrebbero spiccare
il volo, cioè non appena si chiede
loro di immaginare qualcosa che sia al di
là della "comunità data",
dello status quo. È in questo che
noi scorgiamo il fallimento di tanta moderna
letteratura e la perdita di ruolo dello
scrittore, né prete né artista
di strada, ma sempre più diffusamente
intellettuale salariato al servizio dell'industria
culturale.
La
nostra proposta mira esattamente al cuore
di questo gigantesco problema e indica un'alternativa:
la "comunità avvenire",
che noi invitiamo a costruire giorno dopo
giorno attraverso un lavoro comunitario,
che per noi è un lavoro sommamente
politico, in quanto riguarda il bene di
tutti.
Quanti
scrittori e intellettuali hanno coscienza
fino in fondo del loro potenziale ruolo
politico? Ben pochi, forse. Eppure, politica
è sempre l'azione di chiunque scelga
di mettere in pubblico qualsiasi cosa, ovvero
di partecipare con il "proprio"
alle attività "comuni".
Noi non vogliamo lasciare per l'ennesima
volta il compito di organizzare i discorsi
che ci riguardano a chi presume di averne
ricevuto l'incarico: i mediatori culturali,
i funzionari ministeriali, i mass media
monopolizzati dall'unto del Signore (si
parla spesso di Berlusconi proprietario
di tv, ma ci si scorda che controlla anche
la maggior parte dell'editoria nazionale,
cioè numerosissimi scrittori e intellettuali,
in carne ed ossa).
A
queste domande fondamentali scrittori e
intellettuali che hanno accolto il nostro
invito faranno corrispondere delle risposte
nel convegno di Frascati. Il nostro augurio
è che questo incontro pubblico susciti
comunicazione di esperienze etiche
ed estetiche e non rimanga una mera occasione
di confronto su un terreno neutrale o tecnicistico.
Che la letteratura acquisti un senso, qui
e ora, a partire da una prospettiva futura
- da una "comunità avvenire"
- verso la quale sempre sono orientati i
nostri sforzi.
(*)
Questo articolo è stato pubblicato
su "l'Unità" del 31 gennaio
2004.
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L'immagine che illustra questo testo è
la lettera "O" della serie Frammentato
abbecedario di un viaggio, di Raffaella
Garavini.
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