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"...rispondere
si vorrebbe non con le parole
ma col coltello a tanta bestialitade..."
(Dante
Alighieri, Convivio, IV, XIV, 11) |
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| 21
marzo 2004 |
| In
lontananza
di Giacomo Leopardi
Nella
solitudine anche dell'uomo il più
sapiente esperimentato e disingannato, la
lontananza degli oggetti giova infinitamente
a ingrandirli, apre il campo all'immaginazione
per l'assenza del vero e della realtà
e della pratica, risveglia e risuscita sovente
le illusioni in luogo di sopirle o finir
di distruggerle, l'animo dell'uomo torna
a creare e a formarsi il mondo a suo modo;
e finalmente la mancanza di occupazioni
o distrazioni vive, e il continuo e non
diviso né divagato pensiero che necessariamente
si pone nelle cose presenti, e l'attenzione
totale dell'animo che nasce dalla mancanza
di sensazioni che la trasportino qua e là,
fanno che all'ultimo si dà peso a
menomissimi oggetti, e molto più
che non si dava e che gli altri non danno
nel mondo a oggetti molto maggiori (o così
detti), e vi si pone tanta cura che finalmente
essi riempiono tutto il tempo, ed occupano
la vita, e alcune volte eziandio d'avanzo.
L'esperienza lo prova a quelli che hanno
potuto farla in se o in altri.
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| 28
gennaio 2004 |
| La
Politica nella letteratura
(*)
di Enrico De Vivo e
Gianluca Virgilio
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Il
31 gennaio, alle ore 10, si terrà
a Frascati, presso le Scuderie Aldobrandini,
un convegno in occasione del primo anniversario
della rivista online Zibaldoni e altre
meraviglie (www.zibaldoni.it).
Scrittori e artisti presenteranno i loro
progetti di scrittura; tra gli altri, Gianni
Celati illustrerà la sua idea di
un film su una comunità contadina
africana e Antonio Prete interverrà
sullo Zibaldone di Leopardi. I temi del
convegno verteranno sull'idea di "comunità",
sulla rivista-zibaldone e sulla letteratura
come espressione collettiva di partecipazione,
ideazione e creazione artistica. L'arte
e la letteratura, infatti, anche quando
ci mostrano esperienze assolutamente solitarie
e apparentemente individualissime, come
quella di Leopardi, rispondono sempre ad
una logica comunitaria, entro la quale trovano
una salda collocazione.
A
dispetto di decenni di critica che opponeva
ingenuamente l'impegno del realismo
al disimpegno del fantastico, noi
abbiamo intravisto nella scrittura leopardiana
dello Zibaldone di pensieri un'apertura
impensata sul mondo - apertura
che non implica mai una piatta rappresentazione
del reale, ma coglie e suggerisce le trasformazioni
attraverso visioni che danno sollievo
e indicano una strada da seguire.
La
vastità di interessi di Leopardi,
la sua diuturna ricerca dell'amicizia che
è possibile indagare attraverso uno
degli epistolari più belli della
nostra letteratura, e, soprattutto, la scrittura
digressiva e divagante dello Zibaldone,
aprono la letteratura su qualcosa che non
è più un discorso tecnico
o teorico, fantastico o rappresentativo,
ma è una visione del mondo,
meglio ancora una visionarietà
che ambisce a essere complessiva e del tutto
originale. Leopardi, anticipando Baudelaire
di qualche decennio, possiede una precisa
consapevolezza politica della solitudine
in cui si avvia a operare l'artista, che
nell'epoca della Restaurazione comincia
a esser condannato al "mercato",
ossia alla servitù nei confronti
di qualcosa di troppo grande ed estraneo
che lo sovrasta e controlla, lo aliena e
avvilisce.
(*) Questo articolo è stato pubblicato
su "l'Unità" del 31 gennaio
2004.
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| 21
gennaio 2004 |
| Elogio
della nebbia
di
Andrea Di Consoli
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Il
fascino della nebbia; non vedere il paesaggio
oltre una certa misura; contagio della nebbia
ai pensieri: confusione.
"Quaderno
a cancelli" di Carlo Levi è
l'ultimo libro che il "Giove buono"
ha scritto. Anno 1973. Un libro di cui nessuno
parla. A leggerlo non si capisce molto:
tutto è come sognato, tutto è
come un assurdo e implacabile parlare tra
sé e sé.
È
un libro, questo, di nebbia: fatto di nebbia.
A
un certo punto Carlo Levi immagina una folla
in movimento - una folla medievale, di cenciosi,
di ricchi. Sono tutti diretti a una stessa
meta. Dove va la folla sognata da Carlo
Levi? Al Congresso di Moncalieri, dice lui.
Secondo me, invece, vanno tutti a morire.
L'umanità
incamminata verso la stessa meta.
Dice
Levi: il bambino che chiude gli occhi, e
gioca a scomparire, ha capito la verità.
Il segreto è chiudere gli occhi e
scomparire. Possiamo pure giocare a morire,
parrebbe.
Siamo
fatti di sogni e anche il sogno dimenticato
al risveglio ha un senso nella storia del
mondo. Anche la polvere che si accumula
nelle librerie. Questo lo dice Borges. Ha
tutto senso, quindi. Anche i sogni che Carlo
Levi fa quando perde la vista e scrive aggrovigliando
le parole sul suo "quaderno a cancelli".
Quando
si dice: a cosa serve questa cosa?, in realtà
si dice una cattiveria, un'inutile bugia.
A cosa serve la vita e la morte? E il caffè?
E le nuvole? E l'erba maligna? Perciò
la nebbia, la confusione, la polvere, la
stessa poesia sono cose vere del mondo,
che hanno un senso nella storia del mondo.
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| 11
gennaio 2004 |
| Di
necessità virtù
di
Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio
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Il
pezzo di Carlo Bordini Banali idee su
internet, pubblicato in questa sezione
della rivista, ci trova d'accordo sul buon
senso generale che lo pervade, e anzi apprezziamo
molto l'interesse di un amico a cimentarsi
su una faccenda in apparenza così
ostica e distante, come quella dei mezzi
di diffusione della letteratura. Tratta
di letteratura, infatti, chi sceglie di
parlare di internet nel modo in cui ha fatto
Bordini; modo che sollecita ulteriori osservazioni
su un tema che negli ultimi mesi abbiamo
sviscerato a fondo.
Abbiamo
realizzato in internet la rivista Zibaldoni
e altre meraviglie in un primo momento
perché non c'erano editori disposti
a pubblicarla, e poi perché abbiamo
capito, facendo di necessità virtù,
che internet era lo strumento più
adatto ad esprimere un'idea zibaldoniana
e meravigliosa della letteratura, dalla
quale eravamo partiti con una certa dose
di sana inconsapevolezza, ma che alla fine
si è dimostrata la giusta ispirazione
per il lavoro che avevamo in mente di fare;
lavoro che consiste nell'attenzione e nella
raccolta di ogni tipo di produzione letteraria
che possa testimoniare la vitalità
della scrittura e del pensiero nell'epoca
della fine dell'esperienza impensata e del
meraviglioso. Senza
limiti di genere o di lunghezza, abbiamo
dato il via alla pubblicazione di zibaldoni
corposissimi e di romanzi, di raccolte di
racconti e di studi articolati, strutturandoci
piuttosto come una casa editrice che come
una rivista vecchio stile. Internet, infatti,
consente di mettere in risalto un lavoro
di largo respiro, del quale si vedranno
i risultati nel
lungo periodo; ma già ora, ad un
anno dalla nascita di "Zibaldoni e
altre meraviglie", i primi risultati
della rivista-zibaldone rendono evidenti
i motivi della
nostra ispirazione - motivi
assolutamente scevri da condizionamenti
mercantili o accademici o di posizioni di
potere, e inerenti invece ad una
concezione estetica che privilegia la dimensione
comunitaria della letteratura.
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| 4
gennaio 2004 |
| Banali
idee su internet
di Carlo Bordini
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che
si debba pubblicare solo in internet? (come
una volta hanno scritto Enrico De Vivo e
Gianluca Virgilio in un forum pubblico,
anche se poi Enrico De Vivo mi ha spiegato
che non è una posizione da prendere
alla lettera).
in
realtà credo che bisogni articolare.
bisogna
dire che i libri sono in mano al commercio
e alla falsità, e quindi siamo costretti
a pubblicare su internet.
come un samizdat. uno stalinismo di diversa
natura.
questo
non significa che pubblicare un libro sia
brutto. e non significa neanche che uno
scrittore si debba rifiutare sdegnosamente
di pubblicare un libro. (sarebbe ovviamente
un suicidio, sarebbe un atteggiamento infantile:
tu non mi vuoi e allora io non ti voglio).
uno scrittore, un buono scrittore, deve
lottare per pubblicare libri. deve approfittare
di tutte le possibilità. deve approfittare
anche dell'editore cretino che pubblica
il suo libro senza capirci niente, magari
pensando che venderà o perché
l'argomento di quel libro adesso è
diventato di moda. deve approfittare anche
di ciò che c'è di buono oggi
nell'editoria, soprattutto nelle case editrici
piccole e quindi non commerciali, che lottano
per non prostituirsi.
io
a volte riesco a pubblicare un libro, e
ne sono contento.
(il
libro è bello. si può portare
in tram e leggerlo nel tram. o in campagna.
si può regalare, ecc. ecc. ecc. ecc.
ecc. ecc.).
io
pubblico in internet e ne sono contento.
pubblico cose originali che non sarebbero
accettate all'interno delle stupide griglie
(il romanzo, la poesia, il saggio, ecc.).
io pubblico cose che spesso sono al confine
tra prosa e poesia. e che è difficile
che un libraio (un commerciante di patate)
possa accettare. le pubblico sia nei libri,
quando posso, che in internet, quando mi
capita.
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| 28
dicembre 2003 |
| Per
la comunità avvenire/ 3
Una querelle etimologica
a cura di Enrico De Vivo
e Gianluca Virgilio
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Tu
lo sai, se hai un amico
nel quale hai fiducia
e se vuoi ottenere un buon risultato,
devi confondere la tua anima
con la sua
e scambiare i regali
e rendergli spesso visita.
(Dall'Havamal, poema
dell'Edda scandinava)
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La
querelle etimologica sul termine 'communitas'
ha avuto luogo nella seconda quindicina
del mese di agosto 2003, sulle pagine virtuali
dei commenti a Lettera da Leuca 1
di Antonio Moresco in Nazione Indiana
(www.nazioneindiana.com).
Per una completa comprensione del contesto
da cui è scaturita, e per i riferimenti
generali, si rimanda ai pezzi, pubblicati
più sotto in questa medesima sezione
di Zibaldoni e altre meraviglie,
dal titolo Per la comunità avvenire/1
e 2.
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| 8
dicembre 2003 |
| Per
la comunità avvenire/ 2
a cura di Enrico De Vivo
e Gianluca Virgilio
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"Essere
uniti è buono e divino;
perché allora la brama
Tra gli uomini, che uno solo
sia e una cosa sola?"
(Holderlin, La radice di
ogni male)
"
...sottratto alla sua potenza
negativa, l'immune non è
il
nemico del comune - ma qualcosa
di più complesso che
lo
implica e lo sollecita.
Non solo una necessità,
ma anche una
possibilità il
cui pieno significato ancora
ci sfugge"
(Roberto Esposito, Immunitas,
Einaudi 2002, p. 22) |
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Pubblichiamo
di seguito una selezione della seconda parte
del dibattito svoltosi su Nazione Indiana
dal 20 ottobre al 25 novembre 2003. Si tratta
di una discussione molto recente, che tuttavia
noi consideriamo conclusa, almeno nelle
pagine di Nazione Indiana. I nostri
lettori sanno bene che, invece, il dibattito
sull'argomento in Zibaldoni e altre
meraviglie è appena iniziato.
Ci
si renderà subito conto di avere
dinnanzi un testo molto particolare, nel
quale la pacata discussione sul tema della
"comunità avvenire" lascia
il posto ad una vera e propria polemica
senza esclusione di colpi, che però
a nostro avviso può rivelarsi molto
istruttiva. Per comprenderla, bisogna rifarsi
alla citazione di Roberto Esposito che abbiamo
messo in esergo a questa seconda parte:
"...sottratto alla sua potenza negativa,
l'immune non è il nemico del comune
- ma qualcosa di più complesso che
lo implica e lo sollecita. Non solo una
necessità, ma anche una possibilità
il cui pieno significato ancora ci sfugge".
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| 24
novembre 2003 |
| Per
la comunità avvenire/ 1
a cura di Enrico De Vivo
e Gianluca Virgilio
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"Timeo
Danaos et dona ferentes"
(Virgilio, Eneide, II, 49)
"...
contro la rinuncia preventiva
a qualsiasi contatto
con l'altro che possa minacciare
la compattezza
dell'individuo, [Bataille] cerca
la comunità in un
contagio provocato dalla rottura
dei confini individuali
e dalla infezione reciproca
delle ferite"
(Roberto Esposito, Communitas,
Einaudi 1998, p. 142) |
|
A
cosa serve quello che scriviamo? Che valore
ha quello che leggiamo? Scrivere e leggere
sono ancora attività utili alla comunità
nella quale viviamo? Esiste davvero la libertà
per tutti di scrivere e di leggere? Negli
ultimi mesi, a partire da questi interrogativi,
abbiamo trascorso una buona parte del nostro
tempo a dialogare con persone anche diversissime
da noi in un blog collettivo (www.nazioneindiana.com)
e a meditare contemporaneamente su quella
che noi definiamo la "comunità
avvenire": ovvero una comunità
che non si costituisce a partire dal potere
attribuito dai mediatori culturali e dal
sistema letterario dominante a pochi e sparuti
servitori, che non accetta le briciole di
chi ha già sbafato; quindi la comunità
di chi non tollera gli striminziti spazi
che le sono concessi, e che si fonda a partire
dalle proprie forze e dalle proprie idee,
a partire da qui, dal presente che è
già futuro, se vissuto con passione
e intensità.
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3
novembre
2003 |
| Media
e mediatori
di Carla Benedetti
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Cosa
si aspetta dalla produzione artistica odierna
tutta la grande schiera dei mediatori che
opera nel mondo della cultura? Cosa si aspettano
dalla letteratura coloro che selezionano
i cavalli da ammettere alla corsa, e su
cui poi loro stessi, oppure altri, fanno
le loro puntate, recensendoli bene o male
a seconda di come gli va meglio per continuare
a gestire il loro piccolo potere di mediatori?
Quelli che trattano la scrittura contemporanea
come una scacchiera su cui mettere la propria
bandierina?
Si
parla moltissimo del potere dei media,
del terribile apparato mediatico che schiaccia
e vanifica gli sforzi di artisti e scrittori.
Secondo me bisognerebbe parlare anche dei
mediatori. I media non
sono un canale fluido, le loro operazioni
non sono senza soggetti. Il canale è
popolato di figure il cui ruolo è
appunto quello di creare un'interfaccia
tra la produzione culturale-artistica e...
stavo per dire il pubblico. Ma no, non
è al pubblico dei lettori che
si rivolgono i mediatori! Sì, certo,
si rivolgono anche ai lettori, ma come ultimo
anello della catena. Prima del pubblico
vengono tutti gli altri mediatori. I mediatori
si parlano fittamente tra di loro.
Prendiamo
i critici teatrali. Sappiamo
bene quale sia il potere delle loro recensioni.
Ce l'aveva del resto già descritto
Balzac nelle Illusioni perdute.
Da allora a oggi non è cambiato molto.
Il loro ruolo è lo stesso. C'è
però una cosa che invece è
cambiata enormemente. Il giornalista che
scriveva nella Parigi dell'Ottocento si
rivolgeva soprattutto a chi lo spettacolo
sarebbe andato a vederlo. La sua recensione
faceva o non faceva affluire pubblico. Oggi
la recensione del mediatore fa piuttosto
avere dei finanziamenti ministeriali, date
in altri teatri, presenze ai festival ecc.
I mediatori odierni quindi parlano prima
di tutto ai direttori dei teatri pubblici
d'Italia, che selezioneranno gli spettacoli
da mettere in cartellone, alle commissioni
ministeriali, agli organizzatori di festival,
ecc. Parlano insomma ad altri mediatori.
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20
ottobre 2003 |
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Per
fare del deserto un giardino
di Enrico De Vivo
e Gianluca Virgilio
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"Bisogna
avere alla mente che il conflitto
è comune ad ambo le parti
e giustizia è contesa, e
tutto accade seguendo la legge della
contesa e della necessità"
|
| (Eraclito,
fr. 15) |
Noi
partiamo da una considerazione molto semplice
riguardante lo stato della letteratura contemporanea.
Essa, come tutte le altre attività
intellettuali e scientifiche, è prostituita
al mercato in un modo addirittura inverecondo.
Nella piccola come nella grande editoria
si aggira un branco di lenoni che mediano,
consigliano, indirizzano secondo i loro
interessi e gli interessi dei loro capi
il mercato delle idee e dei libri. Sono
i sensali del richiamo all'ordine, i magnaccia
della falsa letteratura, questo nuovo oppio
da somministrare ad un lettore sonnolento,
inteso ad un piacere pagato al prezzo di
copertina.
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